l amor che move il sole e l altre stelle

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1 l amor che move il sole e l altre stelle DANTE ALIGHIERI EDIZIONE INTEGRALE IN FORMA MISTA DELLA D IVINA C OMMEDIA A CURA DI E NRICO R AGNI E G IUSEPPE G IACALONE EDIZIONE MULTIMEDIALE MISTA fratelli ferraro editori

2 DANTE ALIGHIERI la divina commedia edizione integrale in forma mista a cura di ENRICO RAGNI e GIUSEPPE GIACALONE

3 PARADISO canto XXII RIASSUNTO Dante si rivolge confuso a Beatrice ed ella gli spiega che, se nel grido dei beati, avesse potuto discernere le parole, avrebbe conosciuto la punizione divina nei confronti dei corrotti uomini della Chiesa. Invitato a volgere lo sguardo verso gli altri beati, Dante vede avvicinarsi un anima particolarmente luminosa: è san Benedetto che gli illustra l ordine dei benedettini, da lui fondato a Montecassino, dove svolse una proficua opera di evangelizzazione e di misericordia a favore dei poveri. Purtroppo, alla sua morte, l ordine è andato incontro a una progressiva degenerazione, al pari degli altri ordini religiosi, a specchio di un Papato sempre più corrotto e avido di beni terreni. Dopo avergli indicato alcuni illustri beati che, come lui, svolsero in vita un intensa attività di apostolato, Benedetto, alla preghiera di Dante, di poterlo vedere nel suo profilo umano, gli risponde che ciò potrà verificarsi solo quando sarà giunto nell Empireo, dove termina la lunga scala che attraversa il settimo cielo. Congedatosi dal santo, Dante con Beatrice assurge all ottavo cielo, quello delle stelle fisse, e non può esimersi dall esaltare la costellazione dei Gemelli, sotto il cui segno nacque e alla quale chiede di fornirgli i mezzi per affrontare e trascrivere la conclusione della sua opera. Il suo viaggio, infatti, volge alla conclusione e Beatrice, per questo, lo invita a guardare in basso, in modo da contemplare quanta parte dell universo egli abbia attraversato; il pellegrino rivede così i sette cieli in tutta la loro immensità, e, al centro, la Terra, così piccola e insignificante, dove però si annida tanta malvagità e ingiustizia. Luogo Cielo di Saturno e Cielo delle Stelle fisse Tempo pomeriggio del 14 aprile 1300 Beati Spiriti Contemplanti Intelligenze Troni - Cherubini Personaggi san Benedetto su CD-Rom il canto completo parafrasi analisi e commento laboratorio 467

4 468 L Empireo in un dipinto di Philipp Veit ( ).

5 canto XXIII Come l augello, intra l amate fronde, posato al nido de suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde, che, per veder li aspetti disïati e per trovar lo cibo onde li pasca, in che gravi labor li sono aggrati, previene il tempo in su aperta frasca, e con ardente affetto il sole aspetta, fiso guardando pur che l alba nasca; così la donna mïa stava eretta e attenta, rivolta inver la plaga sotto la quale il sol mostra men fretta: sì che, veggendola io sospesa e vaga, fecimi qual è quei che disïando altro vorria, e sperando s appaga. Ma poco fu tra uno e altro quando, del mio attender, dico, e del vedere lo ciel venir più e più rischiarando; e Bëatrice disse: «Ecco le schiere del trïunfo di Cristo e tutto l frutto ricolto del girar di queste spere!». Pariemi che l suo viso ardesse tutto, Luogo Cielo delle Stelle fisse - VIII Cielo Tempo mezzogiorno del 14 aprile 1300 Personaggi Spiriti Trionfanti - Cherubini Condizione Spiriti trionfanti in forma di splendori luminosi che ricevono la luce da Cristo risorto. 1. Come: l immagine dell augello, po sato al nido dei suoi dolci nati, e lo spettacolo della notte che avvolge le cose nell oscurità, creano subito nel lettore un senso di pace e di riposo, dopo l ascesa del le anime verso l Empireo.. 2. posato: dopo aver riposato nel nido dei suoi dolci figli, durante la notte che na sconde alla nostra vista l aspetto delle cose che: che per vedere l aspetto desiderato dei figli (aspetti disïati) e per trovare il cibo di cui pascerli, nella quale ricerca le più gravi fatiche gli sono gradite e dolci (aggrati), si leva prima dell alba, e si posa su un ramo esterno (aperta frasca) e con la sua ansia di amore (ardente affetto) aspetta il sorgere del sole, continuando a guardare fissamente sempre e soltanto (pur) che spunti l alba, cioè rivolto verso l oriente così: così, con lo stesso ansioso desiderio, Beatrice stava col capo eretto e con lo sguardo attento, rivolta, la parte del cielo, in cui il sole sembra più lento, cioè verso la parte più alta del cielo, verso lo Zenit, verso il mezzogiorno sì che: dimodoché io, vedendola tutta assorta nell attesa e ansiosa (sospesa e va ga), divenni (fecimi) come colui che, desiderando, vorrebbe quel che non ha (altro vorria) e, intanto, nella speranza di ottenerlo, appaga il suo desiderio. Notazione di profonda psicologia, che, da una parte, riassumendo nell atteggiamento an sioso e ardente di Beatrice tutta la carica affettiva dell uccello che attende pur che l alba nasca, per veder li aspetti disïati e per trovar lo cibo onde li pasca, riflette in Dante tutta l ansia e la tensione della donna amata, e, dall altra, risolve il desiderio del pellegrino in religioso raccoglimento e speranza dell atteso spettacolo tripudiante di luci e di canti Ma poco: ma breve fu lo spazio che corse fra i due momenti, quello dell attesa e quello del vedere finalmente il cielo illuminarsi sempre di più (più e più rischiarando). 19. e Bëatrice: annuncia solennemente: ecco che appaiono davanti a noi le schiere delle anime trionfanti, i beati che furono redenti da Cristo trionfante e i beati tutti, che costituiscono il frutto raccolto dai cieli nel loro girare, con le loro influenze sulla terra per la salvazione degli uomini. Non possono essere, quindi, soltanto le anime che non sono comparse nei cieli inferiori, cioè i beati più alti, Maria, Adamo, gli Apostoli, che hanno subìto gli influssi diretti dal Primo Mobile, quelli più vicini a Dio, a celebrare il trionfo di Cristo, bensì tutti quanti i beati, anche quelli già apparsi nei cieli inferiori. 22 e ss. Pariemi: ma pareva che il suo viso s illuminasse (ardesse) tutto di vivo splendore e gli occhi suoi erano così pieni di beatitudine che io sono costretto (convien) a pas- 469

6 paradiso e li occhi avea di letizia sì pieni, che passarmen convien sanza costrutto. Quale ne plenilunïi sereni Trivïa ride tra le ninfe etterne che dipingon lo ciel per tutti i seni, vid i sopra migliaia di lucerne un sol che tutte quante l accendea, come fa l nostro le viste superne; e per la viva luce trasparea la lucente sustanza tanto chiara nel viso mio, che non la sostenea. Oh Bëatrice, dolce guida e cara! Ella mi disse: «Quel che ti sobranza è virtù da cui nulla si ripara. Quivi è la sapïenza e la possanza ch aprì le strade tra l cielo e la terra, onde fu già sì lunga disïanza». Come foco di nube si diserra per dilatarsi sì che non vi cape, e fuor di sua natura in giù s atterra, la mente mia così, tra quelle dape fatta più grande, di sé stessa uscìo, e che si fesse rimembrar non sape. sare oltre (passarmen), senza parlarne (costrutto). Si noti, però, che qui Dante riprende il discorso che aveva iniziato nella similitudine, in cui aveva notato l ardente affetto dell augello: motivo che ora si è definito e concluso col viso di Beatrice che ardeva tutto di letizia. Soltanto ora si può dire definitivamente portato a termine l arco della presentazione psicologica e affettiva di Beatrice, cominciata col come. Ora si apre la seconda parte con Quale, poi la terza col Come foco di nube e la quarta col Come a raggio di sol Quale: come nei pleniluni sereni la luna (Trivïa: Diana nei suoi tre aspetti di dea della Luna, della morte e della caccia, Aen. VI, 13) risplende (ride) in mezzo a miriadi di stelle (ninfe: in quanto corteggiano la dea Diana-Luna) incorruttibili (etterne), che fanno come una pittura con la loro luce (dipingon) per ogni plaga del cielo (per tutti i seni), vi di sopra una miriade di anime luminose (lucerne) una luce (un sol) più splendente di tutte (Cristo) che le illuminava (l accendea) tutte quante. Quanto poi ai rilievi stilistici è opportuno notare un certo preziosismo umanistico e classico, curato negli effetti musicali delle dieresi, delle risonanze e della collocazione delle parole e dei verbi, così riccamente efficaci (ride, dipingon) da animare veramente di un sentimento umano gli aspetti oggettivi del paesaggio e per la viva luce: e attraverso la luce viva traspariva (trasparea) la sostanza, da cui proveniva la luce stessa (lucente) ed era tanto luminosa (tanto chiara), così fulgida ai miei occhi (nel viso mio), che non potevano sostenerla. La sostanza qui è il corpo risorto di Cristo, la cui luce supera l alone luminoso di cui si fascia. 34. Oh Bëatrice: è un esclamazione piena di affetto e di riconoscenza, ma mira a concludere la seconda sequenza, iniziatasi con la mossa lirica Quale nei plenilunii sereni. 35 e ss. Quel che: quella luce che sopraffà la tua vista (ti sobranza: ti vince) è divina virtù da cui nessun altra virtù (nulla: nessuna) può difendersi (si ripara). Quivi, in quella luce, è Cristo, che, secondo un espressione di S. Paolo (Corinti, I, I, 24: «è potenza di Dio e sapienza di Dio»), il quale con la sua morte aprì agli uomini della terra le vie per ascendere in cielo, della quale cosa, della quale pace tra la terra e il cielo, fu in terra un sì lungo desiderio (disïanza) negli uomini che attendevano il Redentore. disïanza ricorda per analogia gli aspetti disïati. aprì le strade è termine guerresco che deriva dal fatto che, durante la guerra, tra una città e un altra si chiudevano le strade, che poi si riaprivano quando tornava la pace. Pertanto, l espressione qui ha un valore religioso, in quanto la morte e la passione di Cristo ristabiliva la pa ce tra Dio e gli uomini. Questo termine guerresco conferma la simbologia mistica del trionfo di Cristo, come vittoria sulla carne e sul peccato Come: altro paragone che indica un altro momento narrativo e una diversa sequenza. Come il fulmine si sprigiona (si diserra), si apre la via, da una nuvola (di nube), perché si è dilatato con l accensione (per dilatarsi) al punto che non può più esser contenuto nella nuvola, e contro la sua natura, il suo istinto che è quello di salire verso la sfera del 470

7 CANTO XXIII «Apri li occhi e riguarda qual son io; tu hai vedute cose, che possente se fatto a sostener lo riso mio». Io era come quei che si risente di visïone oblita e che s ingegna indarno di ridurlasi a la mente, quand io udi questa proferta, degna di tanto grato, che mai non si stingue del libro che l preterito rassegna. Se mo sonasser tutte quelle lingue che Polimnïa con le suore fero del latte lor dolcissimo più pingue, per aiutarmi, al millesmo del vero non si verria, cantando il santo riso e quanto il santo aspetto facea mero; e così, figurando il paradiso, convien saltar lo sacrato poema, come chi trova suo cammin riciso. Ma chi pensasse il ponderoso tema e l omero mortal che se ne carca, nol biasmerebbe se sott esso trema: non è pareggio da picciola barca quel che fendendo va l ardita prora, fuoco, discende verso la terra, allo stesso modo (così) la mia mente divenuta più grande trovandosi tra quei banchetti sacrali (dape), uscì di se stessa, dalla sua condizione umana, e non è capace di ricordare che cosa facesse Apri li occhi: apri gli occhi e osserva attentamente (riguarda) quale splendore di letizia è in me (qual son io): tu hai visto cose tali (il trionfo di Cristo) che sei divenuto capace (se fatto possente) di contemplare il mio viso sorridente (riso). Sin dall entrata nel cielo di Saturno Beatrice non aveva più riso perché Dante non avrebbe avuto la capacità di sostenerne la bellezza divinizzata e trasfigurata (XXI, 4-12), ma, ora che Dante ha avuto la grazia di poter contemplare per un solo istante la lucente sustanza di Cristo trionfante, è reso più forte e capace di resistere a quella contemplazione. Il processo interiore della maturità mistica di Dante è trascritto sempre come fenomeno luminoso, indicazione di maggiori capacità di vedere la luce divina di Beatrice. Tutto il linguaggio qui è mistico. 49. Io era: io mi trovavo nella stessa condizione di uno che si risveglia (si risente) da un sogno dimenticato. 50. s ingegna: e che cerca invano di richiamare alla memoria la visione avuta, ma ormai dimenticata quand io: ero in quel particolare stato d animo, quando sentii questa offerta di Beatrice (proferta), di contemplare il suo riso, offerta degna di tanta gratitudine (di tanto grato), che non si cancellerà mai dalla mia memoria (il libro che registra il passato) Se mo sonasser: se ora, per aiutarmi a dire quel che io vidi, cantassero tutte insieme le lingue dei poeti che la musa Polimnia con le altre sorelle (suore) fecero più pingui (pingue: des. plurale femm. in e, invece che in i) del loro latte, cioè ispirarono con più alta virtù poetica, non si giungerebbe (non si verria) alla millesima parte del vero (della vera immagine di Beatrice), tentando di cantare (cantando) il santo riso di Beatrice e quanto questo santo riso rendesse splendente di pura luce il suo santo aspetto (facea mero santo aspetto) e così: e così nel descrivere (figurando) il Paradiso è necessario (convien) che il poema sacro (non più Comedia, come era l Inferno e il Purgatorio) salti, sorvoli su questo punto, come colui che trova il suo cammino, la sua strada tagliata (reciso) da qualche ostacolo. La dichiarazione della sua insufficienza poetica al ponderoso tema che dovrebbe trattare, è, pur essa, una forma con cui il poeta denunzia i suoi limiti, creando una singolare dialettica tra l io-poeta e l io-personaggio, e distinguendo chiaramente la Grazia divina concessa al pellegrino dell oltretomba da quella che non può esser concessa al poeta Ma chi: ma chi considerasse la difficile (ponderoso) materia da trattare, e l intelligenza (l omero) di uomo mortale che ha assunto l incarico di trattarla (se ne carca: se ne carica), non oserebbe biasimarlo, se mostra di non saper resistere a quel peso, a quella difficoltà. 471

8 paradiso né da nocchier ch a sé medesmo parca. «Perché la faccia mia sì t innamora, che tu non ti rivolgi al bel giardino che sotto i raggi di Cristo s infiora? Quivi è la rosa in che l verbo divino carne si fece; quivi son li gigli al cui odor si prese il buon cammino». Così Beatrice; e io, che a suoi consigli tutto era pronto, ancora mi rendei a la battaglia de debili cigli. Come a raggio di sol, che puro mei per fratta nube, già prato di fiori vider, coverti d ombra, li occhi miei; vid io così più turbe di splendori, folgorate di sù da raggi ardenti, sanza veder principio di folgóri. O benigna vertù che sì li mprenti, sù t essaltasti, per largirmi loco a li occhi lì che non t eran possenti. Il nome del bel fior ch io sempre invoco quel che: non è tratto di mare da piccola barca (figur. non è materia da piccolo ingegno) quello che va fendendo la mia audace prora (il mio audace ingegno), né da nocchiero timido e che risparmi le sue forze (a sé medesmo parca) Perché: l intervento di Beatrice, che ora rimprovera Dante di guardare soltanto lei e non gli altri beati, ha qui la funzione di riportare il discorso dal descrittivo al racconto itinerale e all azione del viaggio, in un ampliamento delle sequenze visive e contemplative in chiave simbolico-mistica. Spiega: perché il mio volto (il mio riso, il mio santo aspetto) ti attrae (t innamora) tanto che tu non osi neppure volgere il tuo sguardo (non ti rivolgi) al coro dei beati, che risplendono sotto i raggi di Cristo, come un giardino di fiori che si ravvivano di bellezza alla luce (s infiora) del sole? 73. Quivi: in questo giardino vi è Ma ria (la rosa mistica della liturgia), nel grembo della quale (in che) si incarnò Cristo, il Verbo divino. Cfr. GIOVANNI, I, 14: «E il Verbo si è fatto carne, ed è abitato tra noi»; S. PAOLO, I a Timo teo, III, 16: «Iddio si è manifestato in carne». E Cristo fu uomo nella carne, e soffrì nella carne, come ogni altro uomo. 74. li gigli: in questo giardino sono gli Apostoli (gigli: cfr. Cantico dei Cantici), secondo l insegnamento (al cui odor: cfr. SAN BERNARDO che chiama Cristo il fiore al cui odore i morti risorgono) dei quali gli uomini presero la retta via della legge cristiana (buon cammino). Anche San Bernardo chiama la Vergine: «Rosa candida per verginità, rossa per carità». La stessa liturgia suggeriva non diversi simboli: «I Santi tuoi, o Signore, fioriranno come giglio e come odore di balsamo saranno davanti a te». «Dante si trovava, dunque, di fronte ad un linguaggio, meglio, ad una lingua, già costituita ad esprimere la realtà e la vita dell anima, la misteriosa esperienza dell anima nella sua elevazione, la vita della grazia come gioia stupenda, preludio di una stagione gaudiosa e sacra. Dante è perciò il poeta di questa lingua, il musicale orchestratore di questo mondo di analogie... il traduttore in termini musicali di questa perpetua metafora fissata dalla teologia e dalla mistica ad esprimere l inebriante e pacificante clima dei paesaggi della preghiera» (GETTO, l.c., 1966, p. 210). Indubbiamente quel linguaggio scritturale e sacrale era per lui prefigurazione di quel paesaggio mistico dei cieli e dei beati, termine di intesa tra l intelligenza umana e la rappresentazione divina. Perciò egli non in venta un nuovo linguaggio, ma elabora ed anima di nuova vita umana e poetica quel linguaggio consacrato nella tradizione mistica e teologica Così: appena Beatrice mi disse così, io che ero disposto (pronto) ad ubbidire ai suoi consigli, di nuovo (ancora) tornai ad affrontare la battaglia dei miei occhi (cigli) impotenti (deboli) a sostenere la lucente sustanza di Cristo Come a raggio di sol: col nuovo paragone muta anche la sequenza; infatti dal trionfo di Cristo passiamo a contemplare il trionfo di Maria. Spiega: come già altre volte in terra i miei occhi, difesi dall ombra (coverti d ombra), videro un prato fiorito illuminarsi a un raggio di sole che passi filtrando (mei: cong. da meare) limpido (puro) attraverso una nuvola squarciata (fratta: rotta) allo stesso modo io vidi lì numerose schiere (turbe) di beati (splendori), illuminate (folgorate) da raggi ardenti che scendevano su di loro come fulmini dall alto (di sù), senza poter vedere Cristo, il principio da cui quei raggi si diffondevano (principio di folgòri: la lucente sostanza) O benigna vertù: o Cristo, po tenza generatrice di bene, che impronti così della tua luce quei beati, ti sollevasti (t essaltasti) in alto (sù) nell Empireo per largire la possibilità (loco) di vedere la tua luce diffusa sui beati (lì), ai miei occhi che non erano ca paci di sostenere la tua luce. 472

9 CANTO XXIII e mane e sera, tutto mi ristrinse l animo ad avvisar lo maggior foco; e come ambo le luci mi dipinse il quale e il quanto de la viva stella che là sù vince come qua giù vinse, per entro il cielo scese una facella, formata in cerchio a guisa di corona, e cinsela e girossi intorno ad ella. Qualunque melodia più dolce suona qua giù e più a sé l anima tira, parrebbe nube che squarciata tona, comparata al sonar di quella lira onde si coronava il bel zaffiro del quale il ciel più chiaro s inzaffira. «Io sono amore angelico, che giro l alta letizia che spira del ventre che fu albergo del nostro disiro; e girerommi, donna del ciel, mentre che seguirai tuo figlio, e farai dia più la spera supprema perché lì entre». Così la circulata melodia si sigillava, e tutti li altri lumi facean sonare il nome di Maria Il nome: il nome della mistica rosa (di Maria) che io invoco sempre nelle preghiere del mattino e della sera, mi fece rivolgere (ristrinse) tutta l attenzione (l animo) a distinguere (avvisar) l anima più luminosa (lo maggior foco), quella di Maria. Beatrice aveva detto al v. 73 che ivi era la rosa in che l verbo divino carne si fece; ed ora Dante, avendo constatato che Cristo si è benignamente al lontanato in alto nell Empireo, cerca tra le anime la più luminosa dopo Cristo, cioè Maria. 91 e ss. e come: e appena la qualità e la quantità della vivida (viva) luce di Maria, che superò tutte in terra (qua giù vinse), si impresse nei miei occhi (lett. mi dipinse gli occhi: ambo le luci), attraverso il cielo (per entro il cielo) scese una luce ardente (facella: non è diminutivo, ma intensivo), fatta in forma circolare a guisa di corona, e cinse Maria, girando attorno a lei. È l arcangelo Gabriele, secondo quasi tutti i commentatori. Questa Donna, che combatterà il dragone, è Maria, secondo l esegesi cristiana. Qui Dante aggiunge al fe nomeno della corona di luce, la melodia divina. 97. Qualunque melodia: qualunque dolce musica in terra attrae a sé l anima, ap parirebbe (parrebbe) un fragore di tuono che esce da una nube squarciata, paragonata al canto di quell angelo (lira), della cui luce (onde) si coronava Maria (la bella gemma: zaffiro), di cui il cielo più luminoso (l Empireo) si adorna. Bel zaffiro, s inzaffira non sono soltanto ripetizioni musicali, ma mirano ad evidenziare un valore allusivo-simbolico che, secondo i lapidari del Medioevo, aveva la virtù delle pietre preziose. 103 e ss. Io sono: io sono angelo ardente di carità che giro attorno alla divina beatitudine (l alta letizia) che emana (spira) dal grembo che fu dimora del nostro Redentore desiderato così a lungo da noi (nostro disiro); e continuerò a girare (girerommi), o Si gnora del cielo, fino a che (mentre che) se guendo tuo figlio giungerai nell Empireo, e farai più splendente (dia più) la suprema sfera dell Empireo, per il fatto che vi entri tu (perché lì entre). «Le parole cantate sono caratterizzate dal culminare della tendenza verso il simbolico e l astratto. Io sono parrebbe dovere introdurre una presentazione meno stilizzata di questo strano amore che aggira un non meno astratto spirito, definito alta letizia. E si procede con un linguaggio stranamente analogico usando i termini albergo, nostro disiro. A questo insieme di astratti si aggiunge, più che a contrasto, per un effetto di sottolineatura, l espressione che spira del ventre, assai brutale, se non fosse da ricondurre al disprezzo per l immanente che è sostanza mistica del linguaggio astratto» (GOF- FIS, l.c., 841). Ma più che di immagini astratte sarebbe più opportuno parlare di im magini spiritualizzate, secondo il sentimento religioso della preghiera. E l effetto di tale spiritualizzazione si avverte subito dopo, quando le stesse sensazioni uditive si identificano con la luce che gira (circulata melodia) e tutti: e tutti gli altri beati (lumi) facevano risuonare concordi con Gabriele il nome di Ma ria, cantando in coro tutti insieme. In tal senso il tripudio di luci si armonizza nel tripudio dei canti, confondendo quasi luce e canto. 473

10 paradiso Lo real manto di tutti i volumi del mondo, che più ferve e più s avviva ne l alito di Dio e nei costumi, avea sopra di noi l interna riva tanto distante, che la sua parvenza, là dov io era, ancor non appariva: però non ebber li occhi miei potenza di seguitar la coronata fiamma che si levò appresso sua semenza. E come fantolin che nver la mamma tende le braccia, poi che l latte prese, per l animo che nfin di fuor s infiamma; ciascun di quei candori in sù si stese con la sua cima, sì che l alto affetto ch elli avieno a Maria mi fu palese. Indi rimaser lì nel mio cospetto, Regina coeli cantando sì dolce, che mai da me non si partì l diletto. Oh quanta è l ubertà che si soffolce in quelle arche ricchissime che fuoro 112 e ss. Lo real manto: il nono cielo, ovvero il Primo Mobile, che avvolge e comprende gli altri otto cieli sottostanti (cioè tutti i volumi: dal lat. volvere, i cieli che si girano, cfr. OVIDIO che dice: volumen siderum), che, ricevendo più direttamente (più s avviva) da Dio l impulso (alito) e la regola (costumi) del suo movimento, gira più rapidamente (più ferve), aveva la sua faccia interna, tanto distante da noi, che il suo aspetto (parvenza) ancora non era visibile (appariva) a noi, che eravamo nel cielo ottavo (là dov io era); e perciò, per tale distanza (però) i miei occhi non poterono (non ebber potenza) seguire (seguitar) la luce di Maria, circondata come da una corona dalla luce dell arcangelo (coronata fiamma), che ascendeva (che si levò) dietro a suo figlio (semenza), Cristo. che più ferve: alcuni commentatori ritengono che sia l Empireo, e non il Primo Mobile, perché l Empireo, in quanto sede di Dio e di tutti i beati, è più fervente di amore e più splendente di luce. Ma Dante stesso nel Conv., II, XIV, scrive: «Il Primo Mobile ordina col suo movimento la cotidiana revoluzione di tutti li altri (cieli), per la quale ogni die tutti quelli ricevono e mandano qua già la virtude di tutte le loro parti»; e altrove, Conv., II, III: dice che il Primo Mobile ha «velocissimo movimento e ferventissimo appetito». La scena della salita di Maria seguita da tutte le anime conferma il motivo iniziale del canto, che si era fondato sul tema materno della carità e dell attesa, attesa che ora si rivela in tutta la sua intensità mistica E come fantolin: e come un bambino che, dopo che ha succhiato il latte si volge verso la madre tendendole le braccia per un sentimento d amore che si palesa spontaneamente nell ardore del volto e dei suoi atti (di fuor s infiamma); ciascuna di quelle anime luminose (candori) si protese (si stese) in alto con la propria fiamma, sì che mi fu manifesto il profondo affetto che le anime avevano per Maria. Indubbiamente Dante si è rivelato grande regista di questa sacra rappresentazione celeste, accostando nel montaggio delle sequenze la grandiosa scena del Primo Mobile che abbraccia tutto l universo, a questa immagine semplice e ricca di vita intima e di affetto. Ma ancor di più egli ci appare felice nel concludere il canto con quel tema ispirato all affetto materno nel rapporto analogico- simbolico augello-beatrice, che ora ci appare ridimensionato sul piano mistico nel profondo affetto che i beati, simili a tanti figli devoti, manifestano a Maria Indi: poi rimasero lì nel cielo ottavo dinanzi al mio cospetto, accompagnando solo col canto dolce dell antifona pasquale, Regina del cielo, l ascesa della Vergine Regina coeli: si canta nel periodo pasquale, e qui è un coro sacro appropriato al valore figurale della sequenza che si svolge sul piano dell eternità, come rappresentazione in onore di Dante, il quale dovrà portare tra gli uomini della terra il messaggio dell eterno trionfo di Cristo e di Maria. Nelle parole del coro si conclude il senso figurale della sequenza sacra, che vuol dire essere una conferma del trionfo di Maria in cielo, come è cantato in terra durante la Pasqua. Questa armonia tra cielo e terra nel nome di Cristo e di Ma ria è il motivo centrale della rappresentazione mistica. 474

11 CANTO XXIII a seminar qua giù buone bobolce! Quivi si vive e gode del tesoro che s acquistò piangendo ne lo essilio di Babillòn, ove si lasciò l oro. Quivi trïunfa, sotto l alto Filio di Dio e di Maria, di sua vittoria, e con l antico e col novo concilio, colui che tien le chiavi di tal gloria Oh quanta: oh quanto grande è la beatitudine, l abbondanza (ubertà) che si raccoglie (si soffolce) in quelle anime beate (arche) che in terra furono così valenti seminatrici (bobolce: da bubulcus) con le loro opere pie Quivi: in Paradiso le anime vivono e godono del tesoro spirituale che acquistarono con sacrificio (piangendo), disprezzando le ricchezze mondane (ove si lasciò l oro). essilio di Babillòn significa la vita terrena, in cui noi siamo come esuli dalla vera nostra patria celeste, secondo l interpretazione figurale della Bibbia Quivi: la ripetizione conferma il motivo dell esaltazione e del trionfo dell umanità con Cristo: anzi ora si vede sotto una luce figurale che nel trionfo di Cristo è celebrato il trionfo dell umanità credente e redenta, di cui Maria è la più nobile e alta creatura. Spiega: in Paradiso trionfa sul mondo e sulle tentazioni terrene sotto il figlio di Dio e di Maria, Gesù Cristo, insieme con i beati del Vecchio e del Nuovo Testamento, San Pietro, colui che tiene le chiavi del Paradiso. La chiusa del canto, presentando San Pie tro, lega strettamente quest ultima se quenza con l inizio del canto successivo, quasi per mantenere il dialogo di Dante con il primo apostolo sulla solennità di questo canto. 475

12 paradiso COMMENTO CRITICO davvero trionfale è il ventitreesimo, tutto inondato di luce e aperto su paesaggi primaverili, trapunto di slanci esta- «Canto tici e sospeso su abissi di ineffabilità, orchestrato da supreme melodie e sostenuto da una miracolosa felicità espressiva: canto stupendo, in cui, con la coscienza dell ardua impresa poetica, si opera una sintesi eccezionale della più diversa e significativa tematica del Paradiso» (GETTO, l.c., pag. 61). In realtà è un canto di molteplici trionfi: quello di Cristo, quello di Maria e quello dello stesso Dante, poiché, se egli è l uomo illuminato dalla Rivelazione, è vero anche che adesso Cristo scende verso di lui, nella qualità di colui che aprì la strada fra terra e cielo. Si tratta di una vera e propria rappresentazione, sacra e figurale, della nuova discesa di Cristo, non più in terra, bensì nel cielo stellato, per venire incontro ad un uomo privilegiato dalla Grazia, che rappresenta l umanità tutta, ansiosa del divino e del giusto. Una discesa mistica e trionfante, tra una miriade di beati, testimonianza suprema, insieme a Maria e agli Apostoli, della sua vittoria sul peccato. Si suole dire che in questo cielo non ci sono beati perché la disposizione di questi in ordine al merito riguarda soltanto i primi sette cieli, dalla Luna a Saturno. Adesso, nel cielo delle stelle fisse non c è un ulteriore grado di beatitudine, ma si celebrano i grandi misteri della fede; è vero, ma non dobbiamo dimenticare che anche le rappresentazioni del dogma divino sono comunque la trascrizione, sul piano dell oggettività, del processo interiore compiuto da Dante-pellegrino nell oltretomba per giungere alla visione di Dio. La Commedia cioè è sempre il racconto dell itinerario della mente e dell anima di Dante fino a Dio. Quel che Dante vede, ammira, contempla, ha sempre una ragione narrativa ai fini della descrizione del suo itinerario. Dopo la solenne investitura di Cacciaguida, l esperienza itinerale del poeta si volge in senso più mistico, dalla visione dei giusti fino ai grandi rappresentanti degli ordini monastici che, dopo aver esaltato la fertilità dei loro luoghi sacri, lamentano la loro generale decadenza. Dante si trova ad una svolta decisiva del suo viaggio, che non consiste più nel giudicare il mondo degli uomini attraverso gli incontri e i colloqui con le anime più degne, bensì nel penetrare nei misteri della fede, distaccandosi del tutto dall aiuola che ci fa tanto feroci. E tale distacco comporta, da parte di Dante, un maggiore impegno mistico, un più vivo slancio verso il divino. Di qui l attesa di Beatrice, che assume nei riguardi di Dante il medesimo zelo materno dell augello che previene il sorgere dell alba per trovare il cibo onde pascere i suoi nati, come essa, la dolce guida, deve pascere Dante nei misteri della fede. Questo incontro tra il divino e l umano non poteva avvenire che al momento del supremo distacco morale di Dante dalla terra, e doveva, necessariamente, comportare una rappresentazione figurale-simbolica della trasfigurazione di Cristo che trionfa con tutti i beati e Maria in ascesa verso l Empireo. Di qui il linguaggio solenne, classico, biblico, mistico, della simbologia floreale e lapidaria, che arricchisce la narrazione di metafore, allusioni ed emozioni psicologiche, in cui ancora una volta si registra l excessus mentis come violenta rottura dell ordine naturale dell uomo. Si direbbe che mai Dante ha portato la sua narrazione a tal punto di tensione contemplativa e mistica, come prefigurazione dell incontro tra l uomo e Dio. La sacra rappresentazione cui assiste il pellegrino, spettatore quasi muto, rivela la maturazione mistica e stilistica del poeta, nonostante egli dichiari la sua impotenza nel rappresentare lo spettacolo celeste. Ma se esaminiamo attentamente le varie sequenze, ci accorgiamo che Dante ha usato un espediente tecnico-narrativo assai semplice; ha suddiviso le varie scene, ciascuna in un valore autonomo, indicandone e scandendone l inizio con un paragone rivolto a sensibilizzare la tensione psicologica del lettore verso un determinato fenomeno naturale di comune esperienza. Nel primo paragone il poeta mette in risalto il motivo dell affetto materno, rilevando tutte le note psicologiche relative alla figura dell augello attraverso un aggettivazione appropriata (amate fronde, dolci nati, aspetti disïati, gravi labor, ardente affetto). Questo motivo diventa dominante quando dall augello si passa a Beatrice, che stava fissa e attenta all arrivo della luce di Cristo trionfante. Il secondo paragone (Quale ne plenilunii sereni...), prendendo spunto da immagini e ricordi di poeti antichi, quasi a voler solennizzare la scena, ci introduce, in analogia allo spettacolo stupendo del cielo stellato, alla sacra 476

13 COMMENTO CRITICO CANTO XXIII rappresentazione del trionfo di Cristo, che traspare attraverso la viva luce, illuminando di sé tutte le anime che ascendevano. Beatrice si limita a spiegare a Dante che quella luce che lo abbaglia è la lucente sostanza di Cristo, che aprì la strada tra terra e cielo. E il senso figurale di tutta la sequenza narrativa è in questo valore di Cristo, mediatore fra il divino e l umano, missione che come Dio affidò a Cristo, ora Cristo affida al poeta, illuminandolo con la sua Grazia, folgorandolo con la sua luce. Non si dimentichi infatti che il viaggio ultraterreno di Dante ha un valore figurale rispetto a quello che la sua anima dovrà compiere sul piano dell eternità. Pertanto nel trionfo di Cristo è prefigurato anche quello mistico del pellegrino, che dovrà poi comunicarlo alle genti come visione realmente sofferta e goduta. Il terzo paragone (Come foco di nube) descrive l excessus mentis, il sonno mistico, la perdita della memoria, simile a un fulmine che, non potendo più essere contenuto nella nube, si apre un varco e cade a terra contro la sua natura. Un fatto non naturale, quindi, lo smarrimento mistico di Dante alla visione di Cristo trionfante. Questo è quanto Dante ha inteso trasmetterci con la terza similitudine. Il quarto momento della narrazione non è propriamente un paragone, ma un ipotesi impossibile (Se mo sonasser tutte quelle lingue, cioè i poeti) per dichiarare l ineffabile sorriso di Beatrice, la cui bellezza non rimane puro spettacolo contemplativo, ma offre motivo logico di una specifica didascalia di tutto lo spettacolo rappresentato da Cristo, da Maria e dai beati. Ovviamente il linguaggio mistico-floreale di tradizione biblica e scritturale (rosa, gigli, odore, buon cammino, verbo divino, il bel giardino) s inserisce con un valore allusivo tale che la scena spettacolare si carica subito di una forte tensione drammatica, compendiando in poche immagini mistiche la storia stessa della Passione, della predicazione e della sofferenza degli apostoli, del mistero dell incarnazione. Il quinto paragone (Come a raggio di sol) ci riporta al motivo della contemplazione mistica, attraverso una sequenza ispirata all esperienza comune del poeta: un prato fiorito a primavera, cosparso di miriadi di fiori, ma tutto visto nell ombra, con un raggio di sole che penetra da una nube squarciata. L analogia si semplifica subito perché il sole è Cristo che dall alto illumina le anime e i fiori sono i beati. Ma nella nostra fantasia di lettori resta appropriato allo spettacolo divino l incantesimo dello spettacolo terrestre. La primavera della terra si armonizza con la primavera mistica dello spirito trionfante. Questo suo trionfo mistico Dante ha voluto in fondo cantare come spettatoreattore. L ultimo paragone (Come fantolin), riprendendo il motivo iniziale dell augello, sposta l obiettivo dalla madre al bimbo, rivelando nella carica affettiva di gratitudine del lattante l ardente affetto delle anime verso Maria che ascende al cielo. La circulata melodia del canto è davvero la sua unità narrativa, ottenuta con un accurato metodo di montaggio delle varie sequenze, che hanno come motivo unitario l esaltazione dell umano e del divino, come armonia dello spirito che si raggiunge con la fede. Soltanto ora il peccatore smarrito nella selva oscura può ringraziare e contemplare la Vergine che lo ha salvato dalla perdizione del peccato, riportandolo attraverso Beatrice (la fede) nell armonia celeste in mezzo agli spiriti adoranti e osannanti. Il culto mariano, assai diffuso nel medioevo, qui ha il suo alto canto lirico. 477

14 paradiso PROPOSTE OPERATIVE 1 Descrivi lo stato d animo di Dante in relazione alle diverse sequenze del testo. 2 Come vengono descritti, rispettivamente, i trionfi di Cristo e di Maria? 3 La Vergine in quali altri luoghi del poema compare o viene invocata? Rintraccia i momenti più salienti della sua presenza. 4 Spiega perché si può asserire che la figura dominante del canto è quella materna. 5 Chiarisci la metafora del v In questo canto sono compresenti Dante-pellegrino e Dante-poeta. Distingui i luoghi riferibili all uno e all altro. 7 Rintraccia le peculiarità stilistiche e lessicali del canto. 8 Cosa sai del culto mariano? Perché esso è una figura fondamentale nell ambito della teologia? APPROFONDIMENTO struttura generale Nel canto si possono distinguere sette sequenze: Beatrice attende il trionfo di Cristo (vv. 1-24). Il trionfo di Cristo (vv ). Il sorriso di Beatrice (vv ). Le anime dei beati irraggiate dalla luce di Cristo (vv ). Trionfo di Maria (vv ). Maria sale verso l Empireo (vv ). Meraviglia di Dante e apparizione di san Pietro (vv ). livello tematico Il tema centrale del canto è naturalmente la rappresentazione del trionfo di Cristo e di Maria, ma, come evidenziato nel Commento, questo canto è tutto da rileggere altresì in chiave simbolico-figurale, onde cogliere sul piano concettuale tutta la compattezza strutturale del poema. Proprio per questo il lirismo delle immagini e delle espressioni esaltano in Dante l artista, capace di dar vita ad un canto esteticamente fra i più belli della Commedia, muovendo da istanze assolutamente mistiche e dogmatiche. Di qui alla fine del viaggio nel Paradiso il luogo è semplicemente il cielo, la connotazione esclusiva la luce, sempre più intensa. Le uniche note, liriche e sfumate, riferite alla realtà sono legate alle delicate similitudini cui il poeta è costretto a ricorrere per offrire al lettore almeno una parvenza di un mondo che non si lascia rappresentare, ma solo immaginare. Ed ecco l augello che attende l alba, Trivia (ossia la luna) che ride tra le ninfe eterne (le stelle), il lattante che spiega le sue braccia verso il volto materno. In luoghi e figure un atmosfera di assoluta e compatta coralità, le uniche figure che si stagliano sono proprio quelle di Dante e di Beatrice; il primo assiste ad uno spettacolo d eccezione che mette ad ardua prova le sue capacità stilistico-rappresentative; l altra, troppo spesso silenziosa guida nei canti precedenti, si ritaglia in questo canto uno spazio maggiore, quasi da protagonista, sia per la dolcezza umana con cui parla a Dante, sia per il legame simbolico con l uccello-femmina e con la Vergine Maria. 478

15 CANTO XXIII non è pareggio da picciola barca quel che fendendo va l ardita prora, nè da nocchier ch a sé medesmo parca. [vv ] le parole di sempre La missione del poeta. Man mano che il viaggio di Dante si avvia alla conclusione assistiamo ad un processo inversamente proporzionale tra il poeta e il pellegrino. Questi è tutto proteso al compimento del suo processo salvifico, anela all ultima salute (la visione di Dio), ha superato ogni remora e incertezza, riesce a sostenere in forma sempre più avvalorata l intensa luce del Paradiso. Il poeta è conscio di quanto sia ardua l impresa che si è assunta e che la sua memoria non può sostenere il confronto con la visione, ma che pure deve offrire al lettore una parvenza del mondo sublime che lui ha avuto il privilegio di visitare da vivo. Le sue immense risorse poetiche sono messe a dura prova; analogie e metafore gli offrono un valido aiuto rappresentativo, ma le difficoltà oggettive resistono ed egli ne è consapevole: il dramma della salvezza del pellegrino coincide con quello dell artista, che non può arrendersi alle soglie del traguardo. Di qui gli appelli al lettore, l invito a non biasimarlo se in qualche luogo il sacrato poema trema, ma il ponderoso tema si scontra inevitabilmente con l omero mortal che se ne carica. Questa confessione, questo responsabile mettersi in discussione fa scattare comunque in Dante l orgoglio dell artista che lancia una sfida a se stesso, dichiarando, con una suggestiva metafora, che la rotta da lui intrapresa non è adatta a nocchieri pavidi o ad imbarcazioni inabili a destreggiarsi fra le tempeste del mare. Questa terzina ci induce a riflettere sul tema della responsabilità. Ogni uomo ne ha tante da assolvere: verso la famiglia, verso il lavoro, verso se stesso. Di fronte alle difficoltà, previste o no che siano, o ci si arrende o si lotta per non tormentarsi poi con i rimorsi della coscienza. La paura di non farcela aleggia sempre, ma farsene irretire rischia di spegnere il desiderio di lottare e di vincere. La lezione di Dante è in fondo questa: tutti, artisti o impiegati che siamo, abbiamo il dovere di assumerci le nostre responsabilità e di portare a termine i compiti che siamo chiamati ad assolvere, e non per qualificarci come eroi, come individui d eccezione; anzi, mai come oggi è vero il contrario: nel generale disorientamento delle coscienze, nell ansia di un futuro che non consente di alimentare facili ottimismi, eroe è colui che riesce, nell ambito della normalità, a realizzarsi nella misura in cui le sue capacità glielo consentono, in un sano equilibrio fra umiltà e consapevolezza dei propri mezzi. Nel canto dei trionfi di Cristo e di Maria (e dello stesso Dante), ci piace puntare l approfondimento sulla figura di Beatrice protagonista, non meno di Dante, del canto XXIII. La critica antica era pressoché concorde nel ritenere la Beatrice della Commedia una figura piuttosto astratta, bloccata nell ambito di un simbolismo asfittico (la fede oppure la teologia) in nome del quale ella doveva necessariamente sacrificare i risvolti umani, del resto già poco appariscenti fin dal romanzo giovanile La Vita nova. I contributi offerti dai dantisti più recenti hanno permesso di rivisitare questa figura, non solo sottraendola ad ogni astrattismo, ma rivalutandola come persona, capace di accogliere in sé, in mirabile sintesi, la donna innamorata, la guida e la santa. I tre ruoli si richiamano a vicenda, indipendentemente dalla prevalenza ora dell uno ora dell altro. Già nel canto II dell Inferno, presentandosi a Virgilio come mediatrice divina, aveva affascinato l antico poeta con la sua soavità e con la sua composta bellezza, ma soprattutto per le lacrime non trattenute con cui concludeva il suo appello a Virgilio a soccorrere Dante. Le lacrime di una donna innamorata, certo, ma anche e soprattutto di una santa che, al pari della Vergine (spesso ritratta dagli artisti appunto piangente e addolorata ), non poteva non soffrire per il dramma del suo uomo e dell intera umanità. Alla fine, però recuperava la sua autorità, conferitale da Dio, congedandosi con l espressione: I son Beatrice che ti faccio andare. Nel Paradiso Terrestre Beatrice accoglie Dante con severità, rimproverandolo per il suo traviamento fino a farlo piangere. Immaginiamo quanto sia costato a Beatrice soffocare ogni slancio affettivo per compiere un atto indubbiamente spiacevole ma necessario per il compimento itinerale di Dante verso la salvezza. Ma il suo rigore era, paradossalmente, un atto d amore, un gesto indispensabile per la purificazione e la contrizione del pellegrino. Nella terza cantica Beatrice all inizio si qualifica essenzialmente come guida. Deve liberare Dante dal suo falso immaginare. Ma dopo i primi canti si defila; appare una guida silenziosa, misurata nei suoi interventi, propensa più ad osservare la crescita graduale di Dante, soprattutto nei suoi colloqui con i beati che, in un certo senso, si sostituiscono a lei nel risolvere i dubbi del pellegrino. In questo canto Beatrice recupera il suo protagonismo, anche se nei limiti dell essenzialità. Dante è rapito dalla sua bellezza, tanto che Beatrice, pur lusingata, lo invita a rivolgere lo sguardo alla Vergine che irraggia la sua luce per tutto il cielo, in uno con la circulata melodia dell arcangelo Gabriele, che le gira intorno come la corona di una regina. Il paragone con l augello rivela infine l amor materno, ribadito alla conclusione del canto dalla similitudine del fantolin; le due immagini si completano con quella della Vergine trionfante che, insieme a santa Lucia, aveva invitato Beatrice a soccorrere colui che l amò tanto. E del trionfo della Madonna Beatrice funge da tramite col suo sorriso e con la sua bellezza. 479

16 l amor che move il sole e l altre stelle EDIZIONE INTEGRALE IN FORMA MISTA DELLA D IVINA C OMMEDIA CON SPUNTI DI APPROFONDIMENTO E PROPOSTE LABORATORIALI Il CD-ROM (parte integrante e indivisibile del testo) contiene il testo dell intera Divina Commedia in forma digitale. Tutti i canti non antologizzati sono corredati di parafrasi, riassunto, commento e laboratorio. L offerta è arricchita da ulteriori quattro Percorsi e dal Rimario. RISORSE ONLINE Questionario dantesco: guida all esame di Stato ISBN:

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