Alberto Angela AMORE E SESSO NELL'ANTICA ROMA

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1 Alberto Angela AMORE E SESSO NELL'ANTICA ROMA

2 A Venere e al suo mondo che ha acceso sogni, infiammato cuori e inebriato i sensi fin dagli inizi dei tempi Omnia vincit Amor. L'Amore vince su tutto. VIRGILIO

3 Introduzione Come amavano gli antichi romani? Cosa si dicevano un uomo e una donna guardandosi negli occhi? Si portavano rose rosse a un appuntamento? E come si amavano due innamorati romani sotto le lenzuola? Quante volte ce lo siamo chiesti A vedere le pitture e gli affreschi a Pompei o nei musei, la prima espressione che viene in mente è: "Ma allora erano proprio come noi!". Poi se guardiamo un film o una serie tv sull'antica Roma, oppure sentiamo le parole di una guida, cambiamo opinione: "Accidenti quanto erano perversi! " Dov'è la verità? Questo libro vuole scoprire proprio la verità sull'amore al tempo degli antichi romani. Vuole scoprire se effettivamente amavano liberamente come noi e quali erano le differenze. Vuole scoprire le regole del corteggiamento, i tabù a letto, le preferenze nell'ideale di bellezza fisica. Ma anche "come lo facevano" Ne emergerà, lo vedrete, un mondo sorprendente. Io stesso, pur scrivendo da anni libri sul mondo romano e realizzando reportage e programmi in tv sull'argomento, ne sono rimasto sorpreso. Ho quindi voluto scrivere un libro che mi sarebbe piaciuto trovare in libreria, e che non sono mai riuscito a trovare, un libro che parlasse dell'amore nell'antica Roma a 360 gradi. Sono davvero pochi i libri sull'argomento rispetto a quelli, per esempio, sulle legioni romane, su Pompei o sui vari imperatori. Molti dei libri sull'amore che troverete sono eccellenti. Questo libro non pretende di essere migliore. Ma ha una caratteristica che lo rende diverso: ha un approccio "investigativo", cioè non si concentra su un argomento o su un tema specifico, ma li analizza tutti. Ha come filo conduttore la nostra curiosità, e cerca di rispondere alle domande che ognuno di noi si pone sull'amore e il sesso al tempo dei romani: dal tipo di baci agli anticoncezionali, dalla lingerie delle matrone alle strategie degli uomini e delle donne per sedurre l'altro sesso e tenerlo stretto a sé, dai tradimenti ai portafortuna, dalle acrobatiche posizioni a letto agli afrodisiaci per migliorare le "performances", dalle scritte lasciate sui muri alle regole del matrimonio e del divorzio

4 Com'era possibile unire questi argomenti così diversi in un unico viaggio? Con uno stratagemma. Immaginate di ritornare indietro nel tempo e di trovarvi in una piazza di Roma. Davanti a voi ci sono delle persone che passeggiano in una tipica giornata della Roma del 115 d.c. Ebbene, ora immaginate di "bloccare" questa immagine come quando si ferma un film. Guardate bene queste persone: un nobile con sua moglie, una fanciulla e un ragazzo innamorati, un gladiatore che lancia uno sguardo a una giovane nobildonna, un altro ragazzo addossato a una colonna, un eunuco, un padre con il figlio, un ricco nobile con l'amante-ragazzo, una prostituta d'alto bordo, un'attrice, forse una prostituta ecc. Possono, proprio loro, raccontarci cosa significa amare nell'antica Roma? Un gruppo di una dozzina di persone, prese così, a caso in una piazza? La risposta è sì. In effetti, rimettendo questa scena "in moto" basterà seguirli nella loro giornata e ci faranno scoprire il mondo dell'amore e del sesso nell'antica Roma. Anzi, ci mostreranno il "loro" modo di vivere l'amore e il sesso. Ognuno di loro, insomma, sarà una pennellata a questo grande affresco che è l'amore. In effetti è l'amore il vero protagonista, non le persone che seguiremo. Ma come si può oggi scoprire i segreti amorosi di un'epoca così lontana? Da dove ci vengono dati e informazioni? In effetti, nessun bacio o nessuna dichiarazione d'amore ha lasciato una traccia in un sito archeologico Eppure le scritte, le statue, le scene erotiche sulle lucerne, gli affreschi, ci sono giunti spesso intatti, come a Pompei. Il viaggio che farete, quindi, è il frutto di un lungo lavoro su pubblicazioni, scoperte, ricerche, saggi e studi sul tema dell'amore ai tempi dell'antica Roma. E non solo: è anche e soprattutto il risultato di una rigorosa indagine presso biblioteche, istituti, università, colloqui con esperti nei vari settori, ai quali si aggiunge l'esperienza di anni di riprese e programmi tv girati direttamente sui siti archeologici e nei musei sparsi in Europa nel bacino del Mediterraneo. Molti contributi infine provengono dai romani stessi, che hanno "risposto" alle nostre domande e ci hanno "spiegato" le loro abitudini e il loro tempo, attraverso le loro stesse opere: Ovidio, Marziale, Giovenale, Catullo ecc. È un lavoro così completo grazie anche al contributo di Emilio Quinto, collega giornalista, e infaticabile investigatore in biblioteche e università,

5 curiosamente omonimo del famoso comandante dei pretoriani che più di 1800 anni fa pose fine al folle dominio dell'imperatore Commodo (il "cattivo" del film Il Gladiatore ). Molte volte entrerete nel mondo romano attraverso racconti "romanzati": per immergervi ancora di più nella mentalità degli antichi romani, ho cercato di usare la penna come una macchina da presa, per dare la sensazione al lettore e alla lettrice di essere davvero tra la gente dell'antica Roma, nelle strade, nei banchetti o nelle alcove. I gladiatori che vedrete combattere nel Colosseo sono gli stessi del primo libro (Una giornata nell'antica Roma), ma visti da un'altra angolazione, per spiegare una scena d'amore: l'idea è che una stessa scena possa portare a due racconti, contemporanei ma completamente diversi, ed essere il punto di contatto tra due mondi opposti come la morte e l'amore. Così, mentre nel primo libro eravate sugli spalti e assistevate al combattimento, qui seguirete una ricca donna che abbandona le gradinate gremite, si infila nei sotterranei bui per un incontro d'amore con il gladiatore che uscirà vincitore dallo scontro. Lo stile di questo libro, insomma, è misto. Unisce tre generi: il libro archeologico (per i contenuti), il libro divulgativo (per il genere) e il romanzo, per i "tuffi" nel mondo di allora. Idealmente quindi, dopo il primo libro, Una giornata nell'antica Roma e il secondo, Impero, viaggio nell'impero di Roma seguendo una moneta, questo rappresenta il terzo capitolo della serie, che esplora quello che, a tutti gli effetti, è L'Impero dei sensi dei romani (avrebbe dovuto essere questo, in seconda scelta, il titolo del libro) Quest'opera, infine, è stata scritta con particolare attenzione alle lettrici, anche nello stile, perché loro più di tutti conoscono bene le regole dell'amore, ne sono molto sensibili, e oggi, come duemila anni fa, sono proprio loro a far girare la straordinaria giostra dell'amore. Buona lettura, vale Alberto Angela Roma, 20 ottobre 2012 Prologo - L'Impero dei sensi Nella semioscurità i suoi occhi neri ci fissano. Sono profondi, intensi, e

6 il sorriso sereno aumenta la forza del suo invito. Avanziamo verso di lei. Nel buio della stanza gradualmente prendono forma altri dettagli del suo volto. I suoi occhi non si staccano da noi. La sua bellezza avvolge ogni nostro pensiero. Colpisce la carnosità delle sue labbra, la pelle morbida, i suoi zigomi alti e pronunciati, la corposità dei suoi capelli scuri, e il suo viso che sembra fatto unicamente di luce soffusa. Siamo vicinissimi, ormai il nostro respiro accarezza il suo volto. Il suo sguardo all'improvviso ha un sussulto, sembra spegnersi poi torna a fissarci con quella profonda sicurezza: cosa è successo? A provocare quel sussulto è stato un soffio del vento che ha scomposto la fiamma di un lume che le è accanto. Il vento ora continua a giocare con la fiamma, cambiando la luminosità dei suoi occhi. Ma lei non reagisce e come potrebbe? Non è una persona è il volto di Venere dipinto su un affresco. Nel buio sembrava reale. Il chiarore della lucerna ha creato quest'isola di luce nel buio, con Venere al centro della parete, l'unica in questa stanza immersa nel silenzio e nei profumi di una notte d'estate. Ci muoviamo di pochi passi. Ora siamo in un corridoio illuminato da alcuni, perfetti, raggi di luna. In fondo c'è una stanza. I respiri del vento abbracciano una sottilissima tenda in un ballo lento, sinuoso. È così sottile che riusciamo a intravedere quello che c'è oltre: due amanti abbracciati. Sono scolpiti dalla luce della luna che gioca con i loro corpi, mostrando ma non svelando. Esattamente come accade al mare di notte: solo la danza delle creste bianche vi rivela i movimenti dell'acqua. E il mare della passione che si muove oltre questa tenda è fatto di lente carezze, lunghi sorrisi, mani che affondano nei capelli, labbra che scorrono sulla pelle addolcita dai raggi di luna. E poi baci, gemiti uniti a respiri profondi che aumentano progressivamente d'intensità e sembrano salire come rampicanti invisibili sulle pareti affrescate. Ora è lei a prendere il sopravvento. Le sue esili dita accarezzano le ampie spalle del suo uomo i muscoli delle sue braccia e poi i suoi occhi fissano quelle grosse vene che sembrano scolpite sulle mani. È troppo, non resiste più: stringe quelle mani come si stringono le redini di un cavallo prima di partire al galoppo, sale su di lui e comincia una lunga corsa nella notte. La luna sembra aver capito e avvolge di luce blu quel corpo sensuale che si sposta con le movenze di una fiamma. Come un pittore, disegna nell'oscurità la donna con pochi tratti di luce: ecco il seno che ondeggia, il profilo dei fianchi su cui ora affondano come artigli le mani dell'uomo, e infine il volto, identico a quello della Venere

7 dell'affresco, che dischiude le labbra carnose, e gradualmente si rivolge alle stelle, ormai preda del fuoco interiore, che la divora tra gemiti e lamenti sempre più alti. Fino a quando gli occhi si chiudono e il volto si contrae in un intenso, lungo, piacevole sforzo d'amore animato da scosse che attraversano tutto il corpo I romani amavano quindi come noi? È una domanda che tutti si pongono, soprattutto guardando gli affreschi di Pompei o le statue nei musei. Per inciso, duemila anni fa la posizione "sopra" l'uomo che ha assunto questa donna aveva un nome preciso: mulier equitans, cioè la "donna a cavallo", e non a caso l'abbiamo descritta all'inizio del nostro racconto. Infatti se volete conoscere lo status e la considerazione di una donna in una società antica, molti esperti vi diranno che spesso basta guardare le posizioni sessuali dipinte su vasi o affreschi: mentre la donna greca, per esempio, è sempre in posizione "passiva", succuba dell'uomo, un oggetto in suo possesso, la donna romana è in posizioni che spesso suggeriscono una parità e (raramente) persino un "dominio" sull'uomo. Comunque sempre partecipante al gioco amoroso. Questo rapporto tra uomo e donna, che non ha precedenti in passato e che si ritrova solo nella nostra epoca e nella nostra società occidentale, è una delle sorprese del mondo romano. Con i suoi distinguo, beninteso, perché siamo sempre in una società antica, in cui l'uomo comanda. Ma ci fa capire quanto fosse "moderno" in molti casi il rapporto di coppia. Allora, i romani amavano come noi? La risposta la scopriremo in questo nostro viaggio nell'antica Roma. Immaginate di camminare per i suoi vicoli e di arrivare a una piccola piazzetta. Qui incontreremo uno dei personaggi che erano davanti a noi, nell'introduzione, più esattamente il ragazzo addossato alla colonna. È da qui che parte il nostro viaggio nell'amore. È una giornata qualsiasi nella capitale dell'impero, un martedì del 115 d.c. 1 - "Amore, dammi mille baci" Baciare alla romana Al centro della piccola piazza crescono due alberi, sembrano cercare la luce protendendo le loro braccia verdi verso quel lenzuolo di cielo azzurro che s'intravede sopra i grandi palazzi. Ma i rami arrivano solo a metà dell'altezza delle insulae, e a causa del vento hanno lasciato dei graffi a semicerchio sull'intonaco: come quelli di prigionieri in fondo a un pozzo.

8 Ma c'è qualcosa che attira la nostra attenzione, giù: è un'ombra creata da alcune chiome È un ragazzo. Passeggia nervosamente avanti e indietro senza mai uscire dall'isola di ombra. Poi si blocca. Fissa una coppia di donne che escono da un portone. Sono una ragazza e la sua grassa schiava, probabilmente la ex balia, vista la differenza di età. Come a volte accade, segue la bambina anche nell'adolescenza. Il ragazzo sgrana gli occhi quando la luce del sole investe la ragazza: i suoi capelli ricci e corvini brillano ai raggi. A far loro da corona c'è uno scialle azzurro (palla) che copre parzialmente il capo e scende morbidamente sulle spalle. I suoi occhi neri e profondi sono fissi a terra, quasi avesse paura di incrociare gli sguardi dei passanti. Poi gradualmente alza la testa, e come un arco che scocca la sua freccia colpisce il ragazzo con una lunga e intensa occhiata Il mondo si ferma: in questa piazza sembrano esserci solo i loro occhi. In quei pochi secondi le loro pupille si dilatano, il loro respiro diventa affannoso, il cuore aumenta i battiti preparando i loro corpi Poi all'improvviso tutto svanisce, la balia fa cenno che si deve andare e le due donne riprendono il cammino. Il ragazzo esce dall'ombra e le segue tra i pochi passanti. Ai lati scorrono botteghe di artigiani e di barbieri, ma sono invisibili ai suoi occhi I suoi occhi verdi, infatti, sono ancorati alle movenze acerbe ma già femminili della ragazza. Dopo qualche minuto le due donne entrano in un negozio. Il ragazzo arriva all'uscio, ingombro di ceste colme di datteri e fichi secchi, e s'infila dentro. Ma dalla semioscurità emerge la balia, che gli blocca la strada come un orso difende la sua tana. Per un lungo momento i loro sguardi si incrociano. Poi la donna si fa da parte e lascia passare il giovane che oltrepassa furtivamente la tenda che nasconde il retrobottega. Era tutto concordato. Il giovane appartiene a una ricchissima famiglia e ha pagato profumatamente la complicità della balia. Sa bene che se dovesse insorgere qualunque problema con la famiglia della ragazza, di rango inferiore, i soldi risolverebbero tutto, persino uno stupro; come dimostrano numerosi studi sulla legalità nel mondo romano, tra cui quelli del professor Jens- Uwe Krause della Ludwig-Maximilians-Universitàt di Monaco di Baviera. Ma qui c'è un amore vero tra i due, di quelli che ti segnano per la vita. E la balia, che ora sorveglia l'entrata del negozio chiacchierando assieme al proprietario, suo parente, ha organizzato l'incontro tra i due.

9 Che cosa succede oltre la tenda? I due ragazzi sono abbracciati. I loro volti sono a pochi centimetri e si bisbigliano frasi d'amore. È una scena normale, ci viene da pensare; quante volte nelle nostre giornate, andando al lavoro, a fare la spesa o tornando a casa abbiamo visto due innamorati così Già, ma qui siamo in età romana: come ci si comporta? E quali sono le parole che due innamorati si dicono in quest'epoca? Riadattando quelle scritte dagli antichi - come Catullo o Marziale - possiamo riascoltarle "Amore, dammi mille baci uno dopo l'altro " dice lui avvicinandosi sempre più al volto della ragazza. "Quanti?" sussurra lei sorridendo, mostrando le labbra carnose e socchiudendo gli occhi E lui: "Quanti? Amore, è come chiedere di contare le onde nell'oceano, le conchiglie sulle spiagge, le api che volano da un fiore all'altro, le voci che dicono ti amo in questo istante o le mani che accarezzano i corpi di chi si ama. Sappi, mia dolce Venere, che chi chiede pochi baci è quello che sa contarli E io con te voglio perderne il conto mentre mi perdo nei tuoi occhi". Le labbra si toccano, i loro occhi si chiudono, e comincia un lungo bacio. Già ma i romani si baciavano come noi? La risposta è sì. Proprio come facciamo noi. Con delle differenze: non tutti i baci erano uguali: loro ne distinguevano tre tipi diversi (che scopriremo tra breve). E poi, in pubblico, ci si doveva comportare secondo regole precise. Le coppie di giovani romani si baciavano in pubblico? Contrariamente a quanto si vede oggi, per le strade dell'antica Roma non avreste mai visto una coppia baciarsi. Era contrario alla morale. Baciarsi in pubblico infatti era malvisto, perché contrario alla pudicitia che doveva sempre avere una donna romana. Quindi non avreste mai visto una matrona baciare il proprio marito davanti a tutti (e neanche essere toccata da un uomo in pubblico). Né avreste visto farlo da una ragazza appartenente a una famiglia aristocratica. E dal momento che il comportamento della classe aristocratica era preso a esempio dai "nuovi ricchi", cioè da quelle famiglie di bassa estrazione che puntavano a elevarsi socialmente magari grazie a un recente arricchimento, è assai probabile che non lo facessero neppure le giovani

10 appartenenti a questo strato della società romana. Va bene, i ricchi non si baciavano in pubblico, ma gli altri? Neanche loro. Il bacio "passionale" per la strada tra due giovani fidanzati, per esempio, era giudicato scandaloso, contro la morale, un po' come accadeva in Italia negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. In effetti, quanti baci avreste visto per le strade di Roma nel dopoguerra? Famose sono le foto in bianco e nero di quell'epoca, di una donna americana vestita in modo "moderno", che cammina in una strada italiana, circondata da occhi maschili che giudicano, scrutano, desiderano Insomma, in fondo l'"antica" morale romana è stata presente fino all'altro ieri anche da noi Ecco perché i due ragazzi che stiamo seguendo hanno scelto di baciarsi di nascosto in un retrobottega. Lo stesso comportamento composto dovevano avere gli schiavi. Diverso, ovviamente, era il caso delle prostitute, che distribuivano baci ai loro clienti per la strada per trascinarli nelle loro "alcove". In generale, quindi, nell'antica Roma mancavano tutti quei gesti passionali che abitualmente vediamo oggi nelle nostre piazze, ai tavolini dei bar, o sui muretti davanti alle scuole, come appunto i baci, le coccole tra fidanzati o gli abbracci intensi. Per la morale di allora, nei rapporti di coppia questi gesti passionali erano riservati all'intimità delle pareti domestiche. In effetti, se ci pensate, ci sono solo pochissime immagini (erotiche e no) di epoca romana che rappresentino una coppia intenta a baciarsi (forse la più bella è un mosaico di Piazza Armerina con due amanti che si baciano e lei, di schiena, che fa intravedere una generosa scollatura sul "lato B"). Nessuno insomma avrebbe mai potuto scattare una foto come quella famosa di Robert Doisneau che mostra due amanti che si baciano appassionatamente nell'indifferenza generale in una strada di Parigi davanti a un bistrot. Quanti tipi di bacio conoscevano i romani? Esattamente come noi, i romani conoscevano diverse categorie di baci, a seconda delle circostanze. Come sottolinea la professoressa Eva Cantarella, esisteva per esempio il bacio di saluto tra militari, quello di congedo, quello funebre, quello di riconciliazione, quello di felicitazione ecc. E poi, ovviamente, esistevano i baci d'amore. E c'è una sorpresa. Se da noi tra un uomo e una donna esiste fondamentalmente un solo bacio d'amore, i romani usavano tre nomi diversi per distinguerne le diverse

11 origini, caratteristiche e finalità. OSCULUM: è il bacio con le labbra chiuse, non passionale. Deriva da os, cioè "bocca", ed è un diminutivo, forse per far riferimento alla bocca che si stringeva per dare un bacio. È il termine più antico. Lo si usava per indicare i baci casti, da dare in presenza di altre persone, o nelle cerimonie. Era l'unico tipo di bacio consentito a una donna in pubblico e un "obbligo" per lei anche in casa: infatti ogni giorno una moglie era obbligata a baciare in questo modo il marito (e persino i parenti) in osservanza dello ius osculi (una regola ferrea che scopriremo tra breve). SAVIUM: è il bacio passionale vero e proprio, erotico, con l'uso della lingua, il bacio degli innamorati. Deriva da suavis (dolce, soave). Era il "bacio alla francese". Scrive a questo proposito Apuleio nelle Metamorfosi (o L'Asino d'oro), quando racconta del celebre mito di Eros e Psiche (Venere, madre di Eros, gelosa di Psiche, che era scappata dal palazzo di Eros perché spaventata, promette una ricompensa a colui che per primo la ritroverà): "[a titolo di ricompensa] riceverà da Venere in persona sette dolcissimi baci, più un altro ancor più delizioso, dato con il tocco carezzevole della sua lingua" ( ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum). Esistono anche i diminutivi (saviolum, per esempio), come Catullo rivela, riferendosi a un ragazzo che amava: "Ti ho rubato, mentre giocavi, dolcissimo Giovenzio, un bacetto [saviolum] più dolce della dolce ambrosia". E infine: BASIUM: da cui deriva la parola italiana "bacio". Questo termine nacque in un secondo momento (pochi decenni prima della nascita di Cristo) e andò ad affiancarsi e a sostituire progressivamente il termine samum. Inizialmente quindi indicava un bacio erotico, alla francese, ma in seguito, nel periodo tardo-imperiale, venne a designare il bacio affettuoso, quello che si dà alla propria moglie e ai propri figli. Curiosamente, l'unico dei tre termini a sopravvivere dopo l'epoca romana è stato proprio basium (bacio), e anche il verbo basiate (baciare), che i romani usavano per indicare indistintamente tutti i tipi di baci (erotici e no), proprio come noi. Una curiosità: sui muri di Pompei il termine basium viene storpiato e comunemente lo si legge con la "v", cioè vasium; così sicuramente la gente lo pronunciava quando parlava. Un'abitudine che è rimasta fino a oggi, duemila anni dopo. A Napoli, infatti, per chiedere un

12 bacio alla propria amata o al proprio amato si dice: Damme 'nu vase Baciare il marito sulla bocca? È obbligatorio per legge I romani avevano una curiosa abitudine. Il marito aveva per legge il "diritto al bacio" (ius osculi). Insomma, una moglie era obbligata per legge a baciare ogni giorno il marito sulla bocca. E non solo lui, ma anche tutti i parenti (suoi e quelli del marito) fino ai cugini di secondo grado quando li incontrava per la prima volta. Da dove deriva questa usanza così sconcertante per noi? Le sue origini affondano nella notte dei tempi, all'alba stessa di Roma, forse addirittura ai tempi di Romolo, e continuò a essere praticata a lungo anche in epoca imperiale. Lo scopo principale era semplice: controllare se la donna aveva bevuto! E perché lo si faceva? Si seguiva una legge antichissima che prevedeva il divieto assoluto per le donne di bere il vino, e che dava al marito il diritto di uccidere la moglie qualora avesse bevuto di nascosto del vino puro. Sappiamo che, sebbene già prima dell'impero questo divieto fosse caduto in disuso, continuava a essere messo in pratica. Di norma la punizione era il ripudio della consorte, ma sappiamo anche che non di rado il marito uccideva la moglie rinchiudendola in una stanza della casa (la stessa dove sarebbe stato punito un amante colto in flagrante) e lasciandola morire di fame. E lo storico Valerio Massimo, vissuto tra il I secolo a.c. e il I secolo d.c, ci informa che il cavaliere Egnazio Mecenio uccise addirittura a bastonate la moglie. Perché tanta cattiveria? Perché bere vino era equiparato a un adulterio. Il bacio insomma era l'etilometro della fedeltà. L'equazione è semplice. Bere infatti era l'anticamera dell'adulterio. Perché una donna, bevendo, perdeva il controllo e poteva facilmente commettere un tradimento o, più in generale, comportarsi in modo disdicevole: "La donna avida di vino chiude la porta alla virtù e la apre ai vizi" si diceva. Naturalmente ci voleva, come nel caso del doping nello sport moderno, la "controprova" delle analisi: e la fornivano i parenti del marito. Annusando, compivano il secondo test per avvalorare o meno l'accusa del marito. O per salvare l'onore della gens, qualora il marito non se ne fosse accorto. Ma lo ius osculi aveva un lato oscuro: il contagio con l'herpes (labialis). I continui baci giornalieri ne favorivano la diffusione. E così, per

13 contrastare una vera e propria "epidemia" di herpes, l'imperatore Tiberio arrivò a proibire lo ius osculi, in particolare durante le cerimonie pubbliche. Altri baci alla romana Mentre i due ragazzi continuano a scambiarsi baci ed effusioni oltre la tenda nel retrobottega, ritorniamo sui nostri passi, fino all'entrata del negozio, e ci appoggiamo con la spalla a uno dei suoi angoli, osservando la vita nella via (la balia è accanto a noi, e anche lei controlla la strada, con un occhio più preoccupato). Quali altri baci esistono nella quotidianità dell'antica Roma? Li vediamo a uno a uno davanti a noi, tra i passanti. Ecco un gruppo di giovani che si incontrano. La scena è identica a quella che si vede nelle nostre vie: i ragazzi si stringono le mani e si danno un bacio sulla guancia come segno d'amicizia e di saluto. Se il bacio passionale è scandaloso, quello "normale" tra amici (e tra amiche) è invece una consuetudine. Insomma, come in epoca moderna, anche ai tempi dell'antica Roma c'era l'abitudine di scambiarsi dei baci. Anzi, che dare baci alla gente che si incontrava per strada fosse comune è testimoniato anche da uno spiritoso epigramma di Marziale, poeta latino vissuto tra il I e il II secolo d.c: "O Postumo, tu dai baci ad alcuni, la destra ad altri. Mi dici: 'Quale delle due cose preferisci? Scegli!'. Preferisco la mano". I baci erano comuni non solo per le strade, ma anche in Senato, come gesto di riconciliazione. In un passo del Panegirico a Traiano, scritto proprio nell'epoca di cui narriamo, Plinio il Giovane descrive l'imperatore che in Senato si alza dal suo posto per andare a congratularsi con i suoi candidati alla carica di console. Traiano si congratula con loro, scrive Plinio, "baciandoli, come se fosse un privato cittadino". In genere lo scambio di baci rappresentava un modo implicito di riconoscere pari dignità alla persona che si salutava. In caso di sostanziali differenze di ceto - come quella tra schiavo e nobile - lo scambio non avveniva, e comunque mai pubblicamente. L'episodio di Traiano raccontato da Plinio, quindi, può essere letto in questa chiave: l'imperatore si era congratulato con i nuovi consoli "trattandoli da pari", appunto come privati cittadini, senza far pesare la superiorità sociale che la carica di imperatore gli conferiva. E se uno non contraccambiava? Non rispondere a questo bacio di saluto era visto come una mancanza di rispetto e un gesto d'inimicizia. A testimonianza di ciò si può citare un passo dell'opera De ira di Seneca (II,

14 24) nel quale il filosofo invita a stigmatizzare chi non ricambia il saluto con bacio ( ille osculo meo non adhaesit), ma allo stesso tempo raccomanda di non farsi prendere da una collera eccessiva per queste mancanze. Baciamo le mani Un ricco romano avanza a passi lenti e in modo solenne per la strada: ha la toga di un bianco candido avvolta attorno al suo corpo massiccio, con eleganti drappeggi che scendono fino ai sandali. Uno schiavo, davanti a lui, spintona chiunque si avvicini troppo, mentre alle sue spalle un codazzo di persone lo segue come dei cani affamati seguirebbero un vassoio con sopra un arrosto fumante. Il piccolo corteo avanza nella via con la stessa lenta solennità di una sposa che va all'altare. Stiamo assistendo a una vera dimostrazione di forza e di potere tipica della società romana. Il nobile, per via delle sue numerose proprietà (negozi e intere insulae, cioè quegli enormi caseggiati che costituiscono il tessuto edilizio di Roma), è considerato un uomo potente nel quartiere. Molti degli artigiani e dei clienti dei negozi lo riconoscono subito e lo salutano con rispetto. Più volte, alcuni riescono a "bucare" lo schermo protettivo creato dallo schiavo che apre la strada e a baciare la mano del dominus, che l'allunga ogni volta mostrando gli anelli d'oro e un volto indifferente, quasi annoiato. In realtà non si tratta di normali cittadini liberi - che considererebbero il gesto contrario alla mentalità romana, una vera umiliazione -, ma di schiavi e liberti. Anche in epoca romana quindi c'era l'usanza di "baciare le mani" ai potenti? La risposta è sì. È da allora che questo gesto si è diffuso nella società europea. Ma nell'epoca in cui ci troviamo non è ancora così presente. Molti studiosi ritengono che sia stato importato dai romani d'oriente sotto Nerone o Domiziano e che poi si sia diffuso nella seconda parte della storia di Roma, soprattutto in epoca tardoimperiale. Anche allora baciare la mano aveva un significato ben preciso: si trattava di un gesto di deferenza, di sottomissione. Per questo era compiuto per lo più da schiavi o liberti, ma non da cittadini liberi. Ed è assai probabile che ogni mattina, quando un potente dominus apriva la sua casa a una folla di postulanti e persone venute a chiedere favori - la cosiddetta salutatio matutina -, alcuni incontri, quelli dei più bisognosi, cominciassero forse proprio con un baciamano. Ma non sulla mano: sull'anello con sigillo che portava al dito.

15 A testimonianza del fatto che in epoca romana fosse considerato un gesto servile c'è un passo del già citato Panegirico a Traiano in cui Plinio il Giovane, elencando le virtù dell'imperatore, cita il fatto che Traiano non aveva l'abitudine di rispondere alle adulazioni della folla "tendendo la mano". Altra testimonianza dell'unicità di questo imperatore, poco ricordato ma forse il più "moderno" di tutti. Quello che portò l'impero alla sua massima estensione. Infine, in alcuni casi sappiamo anche di bambini che baciavano la mano al proprio padre. E questo è ancora presente in molti paesi attuali, dove un giovane uomo (non più un bambino, quindi), come forma di rispetto per il padre, comincia un incontro baciandogli la mano. Io stesso ho assistito, anni fa, in un paese del Nord Africa, al baciamano di un mio amico, laureato in medicina e di ritorno da un lungo viaggio, al padre che era seduto su dei cuscini nella sala principale della casa. Sebbene non si vedessero da qualche tempo, e tra loro ci fosse affetto, il genitore non si è alzato per abbracciare il figlio, ma gli ha solo teso le dita della mano fittamente inanellata, per un bacio proprio sugli anelli. Si trattava per altro di una persona affabile e gentile, ma le regole nei rapporti con i figli erano queste, e un simile distacco emotivo (che, ricordiamolo, da noi era la norma anche solo un paio di generazioni fa) era la prassi anche nel mondo romano. Il baciamano nella nostra società è diventato una rarità, e a parte quelli che molti rivolgono ai religiosi, è ormai solo un segno di educazione e classe. Alcuni dimenticano poi che lo schiocco, così gradito duemila anni fa, oggi invece è solo un segno di volgarità: quando un uomo bacia la mano a una donna, le sue labbra non dovrebbero mai toccare la mano, al massimo sfiorarla. Esistevano i succhiotti? La risposta è sì, e anche se non c'era un termine specifico per indicarli sappiamo dai testi antichi che erano molto comuni. Ecco un passo di Ovidio, il famoso poeta elegiaco del I secolo a.c. (Amores, I, Vili, 95-98): "Guardati dal rendere sicuro il tuo uomo di amarti senza rivali: non dura bene l'amore se ne togli le contese. Egli veda su tutto il letto tracce d'uomo, e i lividi sul collo impressi da morsi lascivi" (Ne securus amet nullo rivale caveto; /non bene, si tollat proelia, durat amor, lille viri videat toto vestigia ledo /factaque lascivis livida colla notis).

16 Questo consiglio di Ovidio alle donne oggi scatenerebbe in qualunque uomo un'ondata di gelosia tale da provocare quasi certamente un'amara rottura del rapporto! Ma fa capire a quali sottili strategie ricorressero le romane nel gioco dell'amore. Un tema sul quale ritorneremo, con tante sorprese. Un gesto che è arrivato fino a noi: baciare a distanza Tra i molti gesti che dall'antica Roma sono arrivati fino a noi c'è l'abitudine di mandare dei baci a distanza. Il gesto, molto comune in Italia, in Spagna e in genere nell'europa meridionale e in America latina, consiste nell'avvicinare le cinque dita della mano chiusa alle labbra, mimare un bacio e riaprire immediatamente la mano. I romani facevano la stessa cosa e la chiamavano lacere oscula o lacere basta, cioè letteralmente "lanciare baci". Ma da dove nasce questa usanza? Non l'hanno inventata i romani, anzi, in fondo è uno dei gesti più antichi della storia delle civiltà: i romani infatti lo ripresero dai greci, e un gesto simile esisteva già presso sumeri, assiri e babilonesi. Il fatto curioso è che il bacio a distanza proviene dall'ambito religioso. Nell'antichità, e anche presso i romani, spesso infatti era vietato baciare fisicamente l'effigie delle divinità, e per questa ragione durante le cerimonie religiose si inviavano "baci a distanza" alla statua della divinità, o alla sua rappresentazione simbolica. Si trattava però di un gesto leggermente diverso da quello attuale: non si utilizzava infatti tutta la mano, ma soltanto il pollice e l'indice. Per il resto il gesto era il medesimo di quello odierno. Secondo gli studiosi il "bacio a distanza" doveva essere, sia in Grecia sia a Roma, una delle forme abituali con cui si adoravano le divinità. Plinio il Vecchio, il famoso naturalista-ammiraglio morto durante l'eruzione del Vesuvio su Pompei nell'agosto del 79 d.c, nella sua Naturalis htstorta aggiunge un altro particolare: il bacio che si inviava alla divinità doveva essere fatto con la mano destra. E possiamo anche immaginare delle scene con questi baci leggendo i testi antichi, per esempio quelli di Minucio Felice, avvocato e scrittore di origini africane, vissuto a Roma nel II-III secolo d.c, che nella sua opera Octavius descrive il gesto di Cecilio, pagano, dinanzi alla statua di Serapide: "Cecilio, osservando l'immagine di Serapide, sollevò la mano alla bocca, come

17 costume della gente superstiziosa, e vi diede un bacio con le labbra". Non stupitevi del termine "superstizioso". Così i cristiani consideravano i pagani. Minucio Felice infatti era cristiano e l'opera Octavius è molto di parte: si basa sul dialogo fra tre personaggi: Ottavio, Minucio (entrambi convertiti al cristianesimo) e il pagano Cecilio, svoltosi a Ostia, che termina con la conversione di Cecilio al cristianesimo, convinto dalle tesi di Ottavio. Ma il bacio a distanza, prima pagano, diventò presto cristiano: più tardi infatti questo gesto venne fatto proprio anche dai cristiani, che mandavano "baci a distanza" all'effigie di Cristo in croce. Com'è facile immaginare, con il tempo il gesto uscì dai templi ed entrò nella vita quotidiana come segno di affetto ma anche di lode, gratitudine, e perfezione: un significato identico a quello di oggi. E salì anche sul palcoscenico. Se oggi vedete cantanti o calciatori - alla fine di un'esibizione o dopo un gol - mandare un bacio a distanza al pubblico, sappiate che già lo facevano i romani fin dal I secolo d.c. dopo gli spettacoli. Lo attesta Marziale in uno dei suoi epigrammi (Epigrammi, I, 3): " Dopo che avrai udito un clamoroso "bravo", e proprio mentre stai mandando i tuoi baci [basia iactas], sarai lanciato in cielo da un mantello fortemente scosso sotto di te". Ma non tutti lo facevano, perché, anche se molto frequente, lanciare baci al pubblico era considerato un gesto "villano", non degno di un aristocratico. Al punto che lo storico Tacito, vissuto tra il I e il II secolo d.c, criticò molto l'imperatore Otone, che aveva mandato baci al pubblico in occasione della cerimonia della sua ascesa al trono nel 69 d.c: si trattava ai suoi occhi di un gesto servile, non degno di un imperatore Si usciva a cena con la propria ragazza? Continuiamo il nostro viaggio nell'antica Roma alla ricerca dell'amore. Ora ci troviamo nuovamente per la strada in mezzo alla gente. Lasciamo i due ragazzi amoreggiare nel retrobottega. È uno dei cento sotterfugi che hanno escogitato. La morale romana, come abbiamo detto, non consente la libertà d'amore per la strada e quindi toglie alla nostra vista delle scene consuete nella quotidianità del nostro mondo: non scorgiamo coppie di ragazzi che si tengono per mano o che si danno baci abbracciati su una panchina. E non c'è, a maggior ragione, neanche l'abitudine di portare la propria ragazza fuori a cena

18 I romani non conoscevano gli inviti a cena galanti, magari come primo approccio dopo essersi conosciuti. E non è solo una questione di etica: non esistevano neanche dei ristorantini adatti a questo scopo. Un romano non avrebbe saputo indicarvi alcun locale romantico a lume di candela erano sconosciuti nell'antichità. C'erano solo bettole e osterie poco raccomandabili, con cameriere-prostitute, o vere e proprie prostitute che vi adescavano. Per non parlare dei clienti, che erano spesso ubriaconi, ladri, giocatori d'azzardo, conducenti di carri in cerca di sfoghi sessuali o risse Questi luoghi avevano la stessa atmosfera e la stessa "fauna" dei saloon dei film western. Portereste la vostra ragazza in un locale simile per una prima cena intima? Ovviamente no, anche perché per principio erano luoghi che non si addicevano a una ragazza "onesta". Gli innamorati si tenevano per mano o si facevano carezze? Insomma, la vita per una coppia di innamorati nell'antica Roma era assai più difficile rispetto a oggi. Non ci si poteva baciare in pubblico, non si poteva andare a cena fuori Ma almeno ci si poteva tenere per mano passeggiando per la strada e darsi qualche carezza? Assolutamente no. Esattamente come per i baci, qualsiasi genere di contatto, in pubblico, era considerato scandaloso e contrario alla morale, la pudicitia. Pensate che nemmeno le coppie sposate (quanto meno quelle dei ceti alti) potevano tenersi per mano in pubblico. Solo in casi eccezionali era possibile, come per esempio il matrimonio, che prevedeva il contatto tra le mani. Neppure nelle commedie ciò accadeva, a testimonianza di quanto il rapporto tra un uomo e una donna fosse improntato su una formalità oggi dimenticata nelle nostre società occidentali (ma ben presente ancora all'epoca dei nostri nonni). Uno dei rarissimi casi, nella letteratura latina, in cui una donna prende per mano un uomo è nell'anfitrione, una commedia di Plauto, in cui Alcmena prende suo marito per mano e gli dà un bacio: e comunque lo fa in privato, non in mezzo a una strada Naturalmente queste erano le regole generali della vita dei romani, non possiamo sapere se nell'arco di tanti secoli di civiltà proprio tutti le abbiano seguite, specialmente negli strati bassi della società, dove i costumi erano più elastici, rispetto alla rigidità delle famiglie nobili. Forse nelle vie dove viveva il popolino, come la Suburra, un fugace contatto tra i corpi (carezze, abbracci, al limite un bacio) poteva essere tollerato, ma va ricordato che per i romani le conseguenze del proprio comportamento non investivano solo il singolo ma colpivano l'onorabilità di tutta la famiglia. È

19 quindi logico pensare che tutti tendessero a comportarsi secondo le regole e la morale. Una legge contro lo stalking In effetti per le donne romane e soprattutto per quelle appartenenti alle classi alte, le matrone, e per le virgines (giovani donne non ancora sposate), i divieti erano severissimi. Sappiamo dallo storico Valerio Massimo che nessun uomo, in pubblico, poteva toccare con la propria mano una matrona, perché in questo modo avrebbe sporcato e "contaminato" la pudicitia della donna, in pratica la sua onorabilità sessuale. Questo divieto aveva ricadute sorprendenti e imbarazzanti. I magistrati, per esempio, avevano le mani legate: se una matrona non poteva essere toccata, come si sarebbe dovuto procedere nel caso di un suo arresto? Come ha chiarito la storica Danielle Gourevitch, la matrona non la ''passava liscia" ugualmente, perché veniva consegnata alla famiglia e doveva affrontare l'ira del padre o del marito per aver disonorato il nome della famiglia. Potete immaginare anche la difficoltà delle guardie doganali quando alle frontiere (ce n'erano in ogni provincia dell'impero, e in Italia attraverso tutto l'arco alpino) si presentava una matrona che essi sospettavano nascondesse sotto le vesti perle o merci preziose che non voleva dichiarare Perquisirla o costringerla con la forza a scendere dal carro sarebbe stato un vero sacrilegio per la mentalità romana. Ma a essere protetta non era soltanto l'integrità fisica della matrona. Lo era anche la sua integrità morale. Intorno al 200 a.c. venne promulgata una legge (Lex de adtemptata pudicitia) che tutelava l'onorabilità di una donna romana a 360 gradi. Sebbene non ci sia giunto il suo testo integrale, gli studiosi sono riusciti a ricostruire il suo contenuto da varie altre fonti. Proteggeva l'onorabilità sessuale di tre categorie di donne: quelle sposate (nuptae), le vedove (viduae) e le vergini (virgines), nonché i ragazzi non ancora adulti. Questa legge infatti puniva non solo chi toccava una donna (in maniera intenzionale o molesta), ma anche chi le indirizzava {appellare) termini offensivi o faceva proposte indecenti. Su questo aspetto il giurista Ulpiano (II-III secolo d.c.) era chiaro: per appellare (letteralmente "rivolgere la parola a qualcuno") si dovevano intendere non solo parolacce o termini volgari, ma anche parole "normali" usate per un semplice abbordaggio per la strada, che alla fine però avevano come scopo quello di spingere una matrona a un comportamento amorale. In altre parole era punito anche

20 l'uomo che la metteva in difficoltà facendo pressioni psicologiche o la pedinava per la strada. In questo senso la Lex de adtemptata pudicitia, che rimase in vigore per tutta l'epoca imperiale, ricorda le nostre contro lo stalking. Questa legge, insomma, colpiva soprattutto chi "ci provava" corteggiando una matrona e cercando in modo insistente di convincerla a fare sesso con lui: questo era considerato un reato In epoca romana, quindi, i "pappagalli" dovevano stare attenti: provare a "rimorchiare" una donna era ovviamente lecito, ma se si sceglieva la donna sbagliata (una matrona di alto rango) o il metodo sbagliato e la si corteggiava in modo volgare o insistente, si poteva essere perseguiti penalmente Era un crimine anche cercare di allontanare lo schiavo-guardia del corpo che era con lei in modo da avere campo libero e corteggiarla. Le pene erano pecuniarie e variavano a seconda della posizione sociale della donna. Più essa apparteneva a una famiglia altolocata, più il colpevole doveva sborsare una somma ingente come indennizzo. La Lex de adtemptata pudicitia si applicava in tutto l'impero e tutelava le cittadine romane libere di specchiata onestà. Erano escluse le donne di malaffare o quelle già condannate per adulterio, oltre alle schiave. Non possiamo sapere quanto fosse applicato nella realtà. E assai probabile che a intentare cause per questo reato fossero soprattutto le matrone appartenenti a famiglie facoltose, considerati i costi di un processo. Non sappiamo con certezza neanche come la legge fosse applicata nelle province, che spesso mantenevano legislazioni autonome accanto alla legge romana. E certo, però, che essa tutelava le matrone romane che risiedevano in provincia, per esempio quelle che seguivano i propri mariti negli incarichi amministrativi o militari. Forse anche per questo le donne per bene non uscivano mai sole per la strada, erano sempre "scortate" e protette dal comes, cioè uno schiavo o un familiare di fiducia di fiducia, sì, ma soprattutto del marito (!), che in questo modo controllava che non ci fossero scappatelle Per questo, una donna "perbene" che usciva senza un comes era vista molto male e rischiava di infangare l'onorabilità della sua famiglia: poteva infatti essere scambiata per una schiava o, peggio, una prostituta. La stessa etichetta le sarebbe stata incollata se si fosse lasciata andare a baci, carezze, effusioni

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