Capitolo 1 Z La politica nell antichità greca e romana

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1 Edizioni Simone - Vol. 33/5 Compendio di Storia delle Dottrine politiche Capitolo 1 Z La politica nell antichità greca e romana Sommario Z 1. Atene e la nascita della politica come scienza Le critiche alla democrazia e il logos tripolitikós Dall eroe alla giustizia Legge e natura nei Tragici e sofisti Platone Aristotele Il pensiero politico nell antica Roma 1. Atene e la nascita della politica come scienza Il pensiero politico della civiltà occidentale nasce nell antica Grecia nel periodo compreso tra il VII e il VI secolo a.c., quando l organizzazione della città-stato (la polis) si sostituisce progressivamente alle forme tradizionali, regali e sacrali di esercizio della sovranità. È un passaggio in virtù del quale il potere abbandona i palazzi aristocratici in cui era stato esercitato per secoli per trasferirsi nello spazio pubblico per eccellenza, l agorà, la piazza che vede i cittadini protagonisti della vita politica. Tale passaggio si verifica per la prima volta ad Atene, che resterà il riferimento ideale di organizzazione democratica, intesa come partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni comuni, nonché alla scelta dei titolari delle cariche di governo. I Sofisti Il modello della democrazia ateniese cui i pensatori politici dei secoli successivi fanno costantemente riferimento è quello stabilito dalle riforme di Clistene, sul finire del VI secolo a.c., proseguite poi da Pericle alla metà di quello successivo. Secondo tale organizzazione, la sovranità politica si incarna nell Assemblea (ecclesia) che riunisce tutti i cittadini «di pieno diritto», cioè i cittadini maggiorenni, maschi e di condizione libera. Nell ecclesia supremo organo legislativo e di governo tutti possono prendere la parola e le decisioni di interesse pubblico vengono sempre prese a maggioranza. Un consiglio ristretto, cioè il Consiglio dei Cinquecento (bulé), è invece incaricato di affrontare le questioni di carattere più strettamente amministrativo. Molte delle principali cariche di governo vengono assegnate per sorteggio. Il modello ateniese istituisce quindi una democrazia diretta e partecipativa all interno della quale assumono un ruolo fondamentale il confronto delle opinioni e la discussione pubblica.

2 6 Z Capitolo 1 2. Le critiche alla democrazia e il logos tripolitikós A) Le contraddizioni della democrazia ateniese La fortuna «teorica» del modello ateniese testimoniata dai numerosi richiami dei pensatori dei secoli successivi contrasta curiosamente con le critiche alla democrazia presenti in larga misura nei pensatori politici dell antichità. Si tratta di un paradosso solo apparente: la società e, in primis, quella ateniese, infatti, era comunque fondata sui privilegi degli aristocratici e dei proprietari terrieri, almeno dal punto di vista economico. L apertura della sfera politica (con la conseguente affermazione del principio della isonomia, in base al quale tutti i cittadini sono soggetti alle medesime leggi, pur essendo in aperto contrasto con tali premesse ideologiche) non cambia questo stato di cose. La democrazia in Atene, infatti, si esercita solo all interno di una ristretta élite di uomini liberi, restandone esclusi gli schiavi, le donne e i meteci (gli stranieri cui era concesso l esercizio di attività commerciali e artigianali). Lo storico Tucidide, narrando lo sterminio dei Melii da parte degli ateniesi durante le guerre del Peloponneso ( a.c.), ricordava che, al di là dell organizzazione formale dello Stato, a governare i rapporti tra gli uomini è sempre la legge della forza. Nello scritto anonimo La costituzione degli ateniesi, il cui autore si inserisce nella corrente di pensiero aristocratica e oligarchica, la democrazia è addirittura presentata come il regime che porta la «canaglia» al governo della città, consentendole di prevaricare sia i possidenti sia le città vicine. Una concezione non diversa sarà espressa in maniera molto più compiuta da Platone nella Repubblica (vedi infra). B) Il logos tripolitikos e la fortuna della democrazia ateniese Sin dai primordi, una delle principali questioni dei politologi è stata quella relativa alla migliore tra le forme di governo (o «il giusto ordine politico»). È, infatti, già nelle «Storie» di Erodoto che trova la sua prima formulazione la tripartizione delle forme di governo che, sebbene variamente articolata, accompagna la riflessione politica dall antichità ai giorni nostri (il logos tripolitikos): il governo di uno (monarchia), il governo di pochi (oligarchia), il governo di molti (democrazia). La storia che Erodoto racconta si svolge in Persia, all indomani dell uccisione di un mago che aveva usurpato il trono del re legittimo. L autore riporta le diverse opinioni che si confrontano all interno del Consiglio dei Sette circa il nuovo assetto da dare allo stato. Otane, il primo a intervenire, celebra i vantaggi del governo del popolo, che si presenta come il migliore in quanto riduce i rischi della prepotenza, viene esercitato a turno e sottoposto all approvazione dell assemblea. Un secondo sostiene invece le ragioni del governo dei pochi, che egli chiama aristocrazia, in quanto si configura come il governo dei migliori (in greco áristoi). L ultimo che interviene è Dario che sostiene le ragioni della monarchia, il governo di uno solo, purché quest uno sia il migliore tra gli uomini della collettività. Affidare il potere ad un solo indivi-

3 La politica nell antichità greca e romana Z 7 duo è, contrariamente a quanto affermato dagli altri interlocutori, l unico modo per impedire divisioni all interno del governo e facilitare il processo decisionale. Ci sono altri due elementi che spingono a considerare in qualche modo «postuma» la fortuna della democrazia ateniese: innanzitutto, le opere politiche di maggiore importanza dell età classica la Repubblica, il Politico e Le Leggi, di Platone; la Politica di Aristotele sono tutte «schierate» a sostegno del governo delle élites (dunque del governo oligarchico); in secondo luogo, e non a caso, tali opere nascono in un momento storico che vede la democrazia ateniese sconfitta dall oligarchica Sparta al termine delle guerre del Peloponneso. Il già ricordato Tucidide, che quei conflitti ci ha tramandato, annovera tra le cause della sconfitta di Atene proprio il suo sistema politico che, basato sul sorteggio delle cariche pubbliche e sulla possibilità per tutti di accedere al governo, aveva consentito ad alcuni demagoghi, sostenitori di iniziative non ben ponderate, di ottenere il consenso popolare, trascinando, così, la città alla rovina. 3. Dall eroe alla giustizia A) Le virtù degli eroi omerici I modelli di virtù presenti nella Grecia antica vengono espressi per la prima volta da Omero. L Iliade e l Odissea, infatti, costituiscono due strumenti privilegiati per l educazione dei giovani e presentano una didattica etica basata sulla nobiltà d animo e sulla virtù universale dei singoli protagonisti, a prescindere dalla loro «appartenenza» politica. I due poemi descrivono, però, anche un sistema di valori complesso e fragile. La morale eroica, fondata sulla forza fisica, astuzia e onore, risulta inconciliabile con il concetto di razionalità del diritto e dello Stato. Una prima risposta alla contrapposizione tra la forza del singolo eroe e la virtù razionale si trova nel lento e graduale affermarsi dell idea di giustizia. Themis (giustizia) incarna un ordine, una regola comune sia al macrocosmo che al microcosmo ed esprime un ordine giuridico che è nello stesso tempo divino e religioso. Questa visione, ancora mitologica, viene progressivamente sostituita da una concezione della giustizia come dike: ragione oggettiva, sapere consolidato nella memoria collettiva (cioè comune a tutti gli esseri umani) in grado di risolvere i conflitti attraverso un compromesso tra posizioni contrastanti. La laicizzazione dell idea di giustizia si accompagna al sorgere dell idea di colpa individuale. Non dovendo più farsi carico dei destini di tutta la sua stirpe, il singolo individuo è responsabile solo di sé e delle sue azioni, venendo così meno la concezione dello «ftonos ton téon» in base alla quale, spesso, i figli nella vita terrena scontavano la colpa degli antenati. B) L ideale di «giustizia» da Esiodo a Solone Un definitivo abbandono della morale eroica si trova in Esiodo. Il sistema di valori proposto nelle Opere e i giorni, esalta la funzione etica delle attività produttive, forma

4 8 Z Capitolo 1 una sorta di epos del mondo contadino e trova nell idea di giustizia la caratteristica principale dell essere umano. La necessità di far venir meno la concezione della «giustizia» fondata sull «ordine divino» si afferma decisamente con Eschilo. Il carattere paradossale dell idea di giustizia divina è rappresentato nell Orestea, un ciclo di tragedie che narra del ritorno in patria di Agamennone e si conclude con l istituzione di un tribunale umano l aeropago che lascia prevalere la saggezza giuridico-politica della città sulla «giustizia divina». Lo scopo di Eschilo è quello di magnificare le istituzioni politiche di Atene e mostrare come esse, pur essendo di natura laica, avessero origine divina. L idea di Eschilo si conferma nell ordinamento politico della città di Atene proposto da uno dei sette sapienti: Solone, arconte nell anno 594 a.c. Lo statista, noto per le sue coraggiose scelte legislative democratiche, rappresenta l alfiere della cosiddetta eunomia (buon governo), in cui la legge (nomos) di Atene viene definita «buona» (eu) perché, pur presentandosi come legge umana, è somigliante a quella naturale o divina. Lo scopo dell ordinamento di Solone è la concordia cioè conciliare gli interessi e le posizioni contrastanti tra le classi sociali evitando in tal modo la guerra civile e le continue lotte tra aristocrazia e popolo (demos). Solone, dunque, oscilla tra un mantenimento dello status quo e una serie di riforme che tutelano gli strati più bassi della comunità: liberazione della terra, abolizione della schiavitù e abolizione delle ipoteche per debiti. Il governo di Solone spinge i membri della città a riconoscere la supremazia impersonale di una legge ed evidenzia il problema della pluralità delle forme di governo e quello della scelta della forma ottimale per governare una città. 4. Legge e natura nei Tragici e sofisti La dimensione autonoma della legge umana e il suo conflitto con la legge divina è alla base di due correnti di pensiero elaborate dai Tragici e dai Sofisti: nella tragedia Antigone di Sofocle la legge della città prevale su quella dettata dagli dei e dai costumi di un popolo (legge non scritta); nella sofistica la legge umana si identifica con l utile del più forte. Il presupposto di tale concezione è quello del relativismo assoluto. I Díssoi Logói, un opera in cui sono proposte in relazione al medesimo tema argomentazioni contrastanti, mostrano che la verità come principio assoluto non esiste e che ogni punto di vista può essere ritenuto vero se sostenuto da una adeguata argomentazione. Secondo i sofisti (Gorgia, Protagora, Ippia, Crizia) l arte politica scade a mera «arte del persuadere», per la formazione del consenso e la perorazione dell interesse personale. La riflessione di Tucidide porta a compimento il processo di laicizzazione della legge. Le vicende politiche della città vengono, infatti, ricondotte a cause ben definite e interpretate come il prodotto di una necessità logica e storica. Non il caso (tyche), ma

5 La politica nell antichità greca e romana Z 9 la volontà di potenza e la conquista dell utile sono il motore principale dell azione politica. Posizione differente assume Senofonte il quale, nella Ciropedia (scritta per l educazione del Principe Persiano Ciro il Giovane), propone una visione che è al contempo autoritaria e irenica della politica: il governante deve essere paragonato a un padre di famiglia, allo stesso modo in cui il grande re persiano Ciro lo fu con i suoi sudditi. Solo in veste di dominatore assoluto il sovrano può dedicare tutte le sue forze alla realizzazione del bene pubblico, manifestando così anche la propria magnanimità e la propria benevolenza verso i propri sudditi. 5. Platone Le principali linee di sviluppo della politica greca, associate alla visione della crisi della polis, vengono mirabilmente sintetizzate nella filosofia di Platone ( a.c.). La riflessione di Platone spazia in tutti i campi filosofici dalla politica all estetica, alla metafisica e alla morale. Il suo scopo è quello di opporsi al relativismo dei Sofisti ripristinando la misura della giustizia su basi certe. Lo strumento in grado di raggiungere questo scopo è la filosofia che si oggettiva nella conoscenza dell Essere e nella contemplazione delle idee, ovvero di valori saldi e universali che fungono da modelli tanto per la conoscenza, quanto per l agire morale e il giudizio estetico sulla realtà. Alla base della teoria politica di Platone si identificano due assunti: la filosofia è l arte principale e guida la politica. La condotta politica trova i suoi principi nella metafisica, nella contemplazione dell idea immutabile e unitaria rappresentata dal Sommo Bene; la politica è in sé solo una disciplina tecnica, un ancella della filosofia, ovvero un arte che applica nella realtà i risultati dei saperi più nobili. Caratteri fondamentali della filosofia platonica: la dottrina delle idee Il cuore della filosofia platonica è la celebre dottrina delle idee. Le idee rappresentano un fondamento oggettivo per la scienza e per la vita politica. I presupposti della teoria platonica sono: a) l intenzione di portare alla luce l ordine universale sul quale dovrà fondarsi sia la vita politica che quella filosofica; b) questo ordine può essere conquistato tramite la conoscenza interiore di ciascun individuo nel senso specifico di «reminiscenza» (anàmnesis), cioè di ricordo dei contenuti universali presenti nell animo. La nostra anima, prima di «essere calata» nel corpo, ha già contemplato le essenze eterne della realtà, definite «idee» (dal greco éidos, che significa contemporaneamente «visione», «forma», «modello»). Discesa successivamente nel corpo, e divenutane prigioniera, l anima le ha temporaneamente dimenticate, ma non perdute e così recuperare le idee innate attraverso la reminiscenza, un procedimento maieutico che è contemporaneamente logico, etico e psicologico. Oggetto della vera conoscenza, secondo Platone, non è dunque ciò che può essere conosciuto attraverso i sensi, la realtà sensibile mutevole e imperfetta, ma solo le idee.

6 10 Z Capitolo 1 A) La Repubblica Mentre il termine «idea» designa nel linguaggio corrente una rappresentazione o un prodotto concettuale della nostra mente, Platone intende l insieme delle idee come entità supreme immutabili e perfette che esistono in una dimensione diversa dalla nostra, definita metaforicamente «Iperuranio» (in greco, letteralmente, «oltre il cielo»). Lo scopo della filosofia, cioè della scienza più alta tra le scienze, è quindi la contemplazione di tale dimensione superiore che coincide con l idea del Bene. I due presupposti della filosofia politica di Platone vengono coerentemente sviluppati nella Repubblica, dialogo composto fra il 389 a.c.-369 a.c. e nel quale in un immaginario contraddittorio con i sofisti, il filosofo ateniese, espone la sua teoria di giustizia. La «politica» deve vagliare i suoi effetti alla luce delle conduzione politica di una città: tanto più il governo di una città è giusto, tanto più la giustizia sarà chiara ed evidente ai cittadini. Quindi in Platone la definizione della giustizia coincide con la definizione della forma migliore di governo di una città: una repubblica di tipo social-comunista in cui lo Stato costituisce un uomo in grande in cui le varie parti del corpo sono rappresentate dalle singole classi. Tale dottrina viene esposta attraverso Socrate, che costituisce il personaggio principale dei «dialoghi» platonici. Così come un essere umano è sano quando desiderio, aggressività e ragione sono in armonia tra loro, allo stesso modo un governo della città è giusto quando esiste una armonia tra le tre diverse classi rappresentate da: chi produce e soddisfa i bisogni dei singoli (desiderio = commercianti etc.); chi preserva l unità della città da attacchi esterni (aggressività = militari); chi governa (ragione = filosofi). I governanti (cioè i filosofi e i guerrieri) non sono eletti su base popolare, ma scelti tra i custodi, sottoposti, al contrario delle altre classi, ad una educazione collettiva rigida in comunione di beni e di donne: essi cioè, al fine di impedire che le loro cariche si trasferiscano di padre in figlio, sono privati di ogni forma di proprietà individuale compreso il matrimonio. La città deve dunque essere guidata da un ceto cui appartengono le due ultime classi e che vengono «scelti», generazione dopo generazione, tra gli «aristoi», cioè tra i migliori guardiani-filosofi, senza nessuna influenza derivante da parentele o appartenenza. L analogia tra istituzione politica e struttura dell essere umano consente anche di giudicare le altre forme di governo. Tali forme per Platone sono: la democrazia, dominata dal desiderio di possesso e di appagamento collettivo dei bisogni individuali; la tirannide, che porta il singolo a prevalere sugli altri grazie alla propria aggressività; la timocrazia (governo in base al censo), che sceglie per governare chi è più ricco e non chi è più capace; l oligarchia viene istituita quando i «migliori» si lasciano sedurre e corrompere dal fascino dei beni terreni e diventano preda dei loro desideri, dimenticando di perseguire il bene collettivo.

7 La politica nell antichità greca e romana Z 11 Queste quattro forme si reiterano nel corso della storia portando dalla oligarchia alla timocrazia, alla democrazia e, infine, alla tirannide. Il governo propugnato da Platone retto dai guardiani-filosofi è, invece, razionale perché è stabilito in funzione di un possesso esclusivo e reale dell idea del vero, che per Platone coincide con l idea del bene di cui sono portatori in massimo grado «gli aristoi», cioè i migliori. Il processo di acquisizione della verità è rappresentato da Platone nel mito della caverna. Solo i filosofi sono in grado di liberarsi dalle catene che tengono prigionieri tutti gli uomini, condannati a prendere per vere non le cose, ma le ombre delle cose proiettate sul fondo di una caverna. Solo il filosofo riesce a liberarsi dalle catene e a volgere le spalle alla caverna, guardare dapprima le cose riflesse nell acqua di uno stagno e, poi, illuminate direttamente dalla luce del sole e, infine, il sole stesso. Una volta ritornato nella caverna il filosofo vorrà comunicare ai suoi compagni la vera realtà esteriore, ma questi ultimi, ormai assuefatti all oscurità della caverna, non gli crederanno, lo allontaneranno e lo isoleranno. Il mito della caverna, che costituisce uno dei momenti fondanti della filosofia occidentale, è al contempo una metafora della vita di Platone (esposta nella celebre Lettera VII) e del percorso che la ragione deve compiere per liberarsi dagli errori in cui cade il mondo dei sensi. B) Il Politico e le Leggi Il modello sostanzialmente utopico proposto da Platone subisce una profonda revisione nei dialoghi successivi. Nella Repubblica il tema della legge non trova spazio: se il governo della città è guidato dalla ragione non è necessario stabilire un sistema di norme in quanto nella città regnerà sempre armonia e equilibro tra le diverse componenti sociali. Anche nel Politico Platone insiste su questo punto arrivando a sostenere che non si devono legare le mani a coloro i quali, esperti nelle tecniche di governo, sono essi stessi «leggi viventi». Una svolta radicale avviene nelle Leggi (nomoi), l ultimo e sofferto dialogo in cui Platone tenta di trovare una forma di governo che abbia elementi sia della monarchia persiana che della democrazia ateniese. Le leggi sono utili a colmare la fragilità strutturale di un ordinamento politico. Per questo le Leggi trattano di un modello politico, non perfetto, ma di secondo grado (in quanto riflesso dell idea di giustizia), all interno del quale Platone riconosce esplicitamente la necessità di contemperare il principio di autorità con quello della libertà. Diviene, così, decisivo riflettere su problemi come la partecipazione e il consenso; così come è necessario che un governo scenda a patti con il sistema consolidato di valori all interno del quale si trova ad operare. Così Platone arriva ad accettare ciò che nella Repubblica aveva escluso per gli appartenenti alle classi al potere: i concetti di famiglia e proprietà privata.

8 12 Z Capitolo 1 La fortuna filosofica Il pensiero politico di Platone ha influenzato il pensiero dei pensatori di tutti i tempi. Particolare effetto ebbe su Tommaso Moro ed Erasmo, sul genere letterario utopico (es.: Città del Sole di Campanella) e su Vico e Marx. Persino Hegel ne subiva l influenza nella formulazione del concetto di «eticità immediata» della pólis. Le idee contenute nella Repubblica ispirate dalla forma di governo di Sparta, anche se di tendenza social comunista, sono state mutuate da filosofi di tutte le correnti ideologiche e piegate ai loro fini. Così Stenzel ne trae un modello di educazione di ordine politico, così come Hildebrand ne vede una prefigurazione dello «Stato Socialista», e Popper che considera la «Repubblica» «un pericolo per le società aperte». Numerosi altri filosofi (Strauss, Heidegger e Arent), infine, considerano i modelli platonici fonti di ispirazione inesauribili sulle quali è d obbligo riflettere (Ingravalle). 6. Aristotele Aristotele ( a.c.) fu allievo di Platone e precettore di Alessandro Magno. Anche per il pensatore di Stagira, come per Platone, la politica è l ambito spaziale all interno del quale si espande il concetto di giustizia. La politica, dunque, rappresenta una scienza applicata che muove dall analisi della vita associata: questa, (al contrario delle scienze teoretiche o conoscitive che teorizzano ciò che è eterno e immutabile) presuppone la «prassi» che stimola l agire umano verso il piacere, l onore, la virtù e la felicità. Nella «politica» due sono i punti sui quali la filosofia di Aristotele e quella di Platone divergono: Aristotele non mira alla ricerca di un governo assoluto valido per sempre e dovunque, ma ricerca la forma ottimale da applicare a ogni singola città; per il filosofo di Stagira non esiste un modello assoluto e ottimale di «Stato», ma differenti opzioni politiche per realizzare la migliore forma di convivenza in ciascuna compagine umana (eu zen). A) L Etica Nicomachea Nell Etica Nicomachea Aristotele analizza il concetto di «etica» e in particolare, il concetto di giustizia. Sul piano etico, Aristotele si pone in maniera antitetica rispetto all idea astratta di Platone secondo cui è il «sommo bene» che determina le azioni umane. Il sommo bene, secondo Aristotele risiede nella volontà individuale, appartiene alla logica dell azione, non è «piantato» in cielo (nell Iperuranio), ma si trova nel cuore degli uomini. In questo senso, Aristotele concepisce un etica fondata sulla coscienza dell individuo. Pertanto, il sommo bene non costituisce l oggetto di fredda conoscenza intellettuale per cui chi conosce il bene non può non operare il bene.

9 La politica nell antichità greca e romana Z 13 Per operare il bene occorre che l uomo «senta» la validità del bene nella sua coscienza e cioè in quanto produce l eudaimonia, cioè la felicità (Socrate). L idea del bene, dunque, si sviluppa attraverso il sentimento e si traduce in azione rappresentando la condizione essenziale per il raggiungimento della felicità: solo chi opera il bene è felice (eudemonismo etico). I tre gradi della felicità In relazione alla felicità Aristotele distingue tre gradi: 1. l apolausticos bios, ossia la vita del godimento, quella che garantisce una felicità primitiva e fallace; 2. il politicos bios, ossia la vita di relazione (che per i Greci coincide con la vita politica), in grado di garantire una forma più alta di felicità rispetto al godimento materiale e il cui vertice è rappresentato dalla filia, l amicizia; 3. il teoreticos bios, riservato a pochi eletti, capace di assicurare la forma più alta di felicità. Attraverso la conoscenza l uomo è in grado di essere realmente felice. La vita vissuta secondo ragione è propria solo dei saggi, cioè di coloro che sono capaci di distaccarsi dai beni terreni. In base ai tre gradi di felicità, la virtù si fonda sul criterio della «medietà»: la virtù, cioè, sta nel «giusto mezzo», fra due estremi, l eccesso e il difetto. Dal punto di vista politico i due estremi sono l eccessiva ricchezza di pochi e la miseria della massa. In tal modo Aristotele giunge alla distinzione fra virtù etiche e virtù dianoetiche. Le prime sono quelle per cui il giusto mezzo si raggiunge tramite l esercizio della prudenza, le seconde attraverso la conoscenza. Dall equilibrio di tali virtù emerge il concetto di giustizia intesa come virtù che guida il comportamento del singolo uomo che per sua natura è considerato un animale politico. Tuttavia, il concetto di giustizia non si esaurisce solo nel singolo individuo ma riguarda anche i rapporti intersoggettivi (virtus ad alterum) e può intendersi sia come legittimità sia come uguaglianza nell ambito della pólis. Aristotele accoglie il primo significato, ossia giustizia come conformità alle leggi, dal momento che le leggi mirano sempre all utilità comune. La giustizia, pertanto, precede tutte le virtù e costituisce la più importante fra esse. B) La Politica La tesi secondo la quale la giustizia non riflette un idea astratta e immutabile, ma le diverse possibilità in cui può concretizzarsi lo sviluppo della ragione, viene trattata nella Politica. Questo scritto può essere analizzato seguendo quattro tematiche di fondo: l analisi della koinomia, cioè della vita associata. Una comunità è il prodotto organico di una stratificazione umana e di una rete complessa di relazioni sociali. Il potere politico, cioè la sfera pubblica della vita associata, deve perciò differenziarsi dalla sfera privata, che Aristotele identifica nella oikos (la famiglia) sede in cui i rapporti parentali non rispondono al concetto del «do ut des» (cioè di tipo economico-retributivo), ma sono dettati dall amore reciproco dei suoi componenti;

10 14 Z Capitolo 1 l analisi del potere pubblico come comando su individui liberi ed eguali. La città ha radici pluralistiche che devono essere rispettate. La sfera privata della famiglia e della proprietà devono essere garantite. Il legame politico per eccellenza diviene filía (amicizia), intesa come principio di armonia e concordia tra i singoli cittadini; la definizione delle forme di governo viene classificata in base al numero dei detentori del potere e in rapporto alla sfera del loro interesse (pubblico e privato). Alle tre forme di governo «sane», monarchia, aristocrazia, politeia, Aristotele fa corrispondere tre forme di governo «degenerate»: tirannide, oligarchia, demagogia. Queste forme di governo non si susseguono con regolarità, ma sono il risultato di progressivi rivolgimenti, spesso anche improvvisi (rivoluzioni, colpi di Stato etc.); il tema della «costituzione ottimale», definita in termini di stabilità, durata e, quindi, in rapporto a un ideale di vita perfettibile e a un sistema di valori riconosciuto come migliore. La partecipazione effettiva e l efficacia all interno di questo orizzonte determina la costituzione migliore, cioè la più adatta forma di governo in riferimento a un determinato momento storico. Altro elemento significativo della riflessione politica aristotelica è la necessità di studiare, come avviene nella Costituzione degli ateniesi, il processo storico di ogni singolo Stato che porta alla successiva formazione della «costituzione» che ne rispecchia i valori fondanti. 7. Il pensiero politico nell antica Roma A) La giuridizzazione della politica Già nel 509 a.c. Roma, cacciando Tarquinio il Superbo, passa dalla monarchia a una forma di repubblica oligarchica retta prevalentemente dal senato. Il senato raccoglie i capi della nobiltà e rappresenta il vertice della carriera istituzionale dei patrizi che (in contrapposizione ai plebei) appartenevano alla classe (equites) dei cavalieri e che godevano nell Urbe di una serie di privilegi giuridici ed economici. Le forme di autorità esercitate dal senato erano sostanzialmente due: auctoritas: una funzione di guida e orientamento del popolo sulla base della storia e della tradizione, garantite principalmente dalla saggezza e dall autorevolezza dei suoi componenti; potestas: il potere politico vero e proprio che regola la vita quotidiana. Il senato, perciò, costituisce un insostituibile guida nella fase repubblicana, mentre in età imperiale conservò solo una presenza formale nel diverso assetto istituzionale di Roma. Il contributo della civiltà romana alla storia della politica deriva dalla sua originale e efficiente organizzazione giuridica, che ha costituito, nelle diverse epoche storiche, un insuperato modello di ordinamento giuridico.

11 La politica nell antichità greca e romana Z 15 Il diritto romano, in particolare, operò la distinzione tra ius pubblicum e ius privatum. Il primo riguarda l organizzazione della città intera, il secondo abbraccia un insieme di norme attraverso le quali gli individui regolano i loro rapporti privati. Lo ius pubblicum concerne la sfera della lex, valida per tutti i sudditi. Lo ius privatum riguarda la sfera dei singoli che non interferiscono con l ordine pubblico. L insieme delle norme prodotte nel corso dei secoli nel diritto romano, le cui basi sono marcatamente filosofiche, vengono successivamente ordinate e selezionate nel Digesto (533) per volontà dell imperatore Giustiniano, che raccoglie e sintetizza il pensiero dei migliori e più noti giuristi dell epoca classica, e che diverrà il testo base dei principali istituti giuridici moderni, nonché strumento per la formazione di molti intellettuali nell epoca medioevale e moderna utilizzato in tutte le università dell europa continentale che su di essa fonderanno il sistema di «civil law». La codificazione di Giustiniano Giustiniano, come i suoi predecessori, volle predisporre una legislazione conforme alle esigenze dei suoi tempi e, tuttavia, così aderente alla tradizione romana da presentarsi come il coronamento e il completamento dell opera della giurisprudenza classica. La grandiosa opera di compilazione il cui risultato fu il Corpus Iuris Civilis ebbe inizio con una raccolta di leggi progettata da Giustiniano e dal suo ministro Triboniano. Nel 528 Giustiniano nominò una commissione con il compito di compilare un nuovo codice, che condensasse la sapienza giuridica antica e offrisse una solida base normativa all impero. L opera fu compiuta in brevissimo tempo e il codice venne pubblicato il 7 aprile del 529. Nel 530 Giustiniano ordinò una compilazione dei digesta o pandectae: brani degli scritti dei giureconsulti romani muniti di ius respondendi e necessari per la comprensione dell ordinamento giuridico romano. Giustiniano ordinò inoltre la stesura di un trattato elementare di diritto ad uso scolastico da sostituire alle Istituzioni di Gaio. Mentre il primo codice di Giustiniano non è giunto fino a noi, possiamo disporre del Novus Iustinianus codex repetitae praelectionis, che rappresenta una riforma del primo codice e, promulgato nel novembre del 534, e diviso in dodici libri, a loro volta suddivisi in rubriche. Giustiniano non si limitò solo alla pubblicazione di compilazioni giuridiche, ma emanò numerose fonti autonome di diritto: fondamentali furono quelle che disciplinavano le successioni legittime e i matrimoni. B) Lo sviluppo delle idee politiche (legge e potere) Le basi filosofiche del diritto romano possono essere fatte risalire allo storico di origine greca Polibio ( a.c.) autore di «Storiae» che descrive gli eventi politici dell Urbe dal 264 al 146 a.c. nel quale esporre, rifacendosi a canoni aristotelici, le vicende della coesistenza di diverse forme di governo che caratterizzarono la vita della respublica. Il merito fondamentale del consigliere di Scipione l Africano consiste nell aver compreso che: 1. la storia è lo strumento migliore per comprendere l attività politica; 2. la costituzione di una città non può essere ricondotta a un modello ideale (monarchia, aristocrazia, repubblica), né a una sua degenerazione (tirannide, oligarchia,

12 16 Z Capitolo 1 demagogia), ma può costituire una forma di governo mista che sintetizza diverse forme di governo (1); 3. il trapasso da una forma all altra di costituzione corrisponde quasi ad un naturale ciclo di degenerazione delle forme politiche consolidatasi nel tempo, che spingono alla scelta di un altro sistema di governo che coinvolge una diversa base politica. Tuttavia, la più compiuta espressione di pensiero politico romano è certamente quella elaborata da Marco Tullio Cicerone (106 a.c d.c.) autore tra l altro della «Respublica», i cui maggiori contributi sono: l impegno politico come complemento alla mera saggezza contemplativa stratificata nel corso dei secoli; la giuridicizzazione della politica. Il diritto, in particolare, viene inteso come sintesi di iustum (giustizia) e iussum (legalità): cioè riflesso dell idea di giustizia e oggetto di comando positivo. A differenza di quanto sosteneva Aristotele, lo spazio della vita pubblica non è regolato dalla philìa ma dal diritto, che è fondamentalmente coercizione e, dunque, potere effettivo di chi governa. Legge e potere, i due volti del diritto, scandiscono il ritmo della vita politica e le sue gerarchie: la legge, che rappresenta ciò che deve essere applicato; il potere, che è lo strumento per l applicazione concreta della legge. La sfera del diritto riflette una legge suprema, la legge di natura che è diretta incarnazione della giustizia. Ma la giustizia nella Respublica ha un forte valore pragmatico ed è definita come fedeltà ai patti. Come per Polibio, anche per Cicerone il diritto e la sua autorità hanno radici storiche che si concentrano principalmente nella consuetudine (usus), negli usi e nelle tradizioni del senato, il cui operato risulta necessario a limitare le possibili degenerazioni insite in una forma di governo solo di carattere assembleare. Entrambi i pensatori attingono a piene mani dalla cultura giuridica della Grecia che, pur essendo stata conquistata militarmente da Roma, l ha successivamente «riconquistata» con la sua «civiltà e cultura delle istituzioni politiche». Anche le successive correnti filosofiche e politiche, affermatesi come l Epicureismo e lo Stoicismo affermatesi a Roma, traggono le loro origini e la loro forza dall «homus» della cultura ellenica. (1) Si pensi, ad esempio, alla Roma repubblicana in cui erano previste cariche pubbliche temporanee (due consoli che duravano in carica un anno) o eccezionali (dux, per fronteggiare situazioni di guerra, che durava in carica sei mesi) vicine alla monarchia, altre vicine all aristocrazia (senato), altre, infine, di carattere democratico (assemblee popolari) comprendendo, così, in un solo ordinamento tutte le forme di governo.

13 Gli albori della politica moderna dall Umanesimo a Guicciardini Z 37 ma celeste, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio» 3. Il concetto di «politica» nell Umanesimo L avvento delle Signorie, che seguirono ai Comuni, contribuisce allo sviluppo dell Umanesimo per almeno due ragioni: le Signorie, organismi territoriali più estesi di quelli comunali, erano dotati di un più ampio apparato burocratico-amministrativo e diplomatico, nonché di «corti» in cui ferveva un dibattito culturale e politico, cui facevano riferimento artisti, pensatori, letterati e personalità di rilievo che stimolarono la crescita del sapere e la nascita di scuole e accademie istituite presso le singole corti; il processo di formazione dei Comuni e delle Signorie favorì l ascesa dei ceti borghesi e commerciali, anche se non riuscì a trovare una idonea giustificazione di tipo etico-politico, filosofico-morale al loro accresciuto potere. È appunto dal mondo antico che l Italia umanistica delle Signorie trarrà gli spunti e gli esempi più significativi relative alle virtù civili, di gloria militare, di eroismo personale, di autocontrollo delle passioni, di raffinato gusto estetico che le serviranno per legittimare la propria originale identità e, così, discostarsi dal pensiero del Medioevo. Gli intellettuali umanisti, spesso al servizio di una corte signorile, sono artisti e pensatori eruditi che studiano in maniera filologica i testi antichi, al fine di stabilirne l autenticità, la provenienza, la storicità (così, ad esempio, Lorenzo Valla dimostrò che la Donazione di Costantino fu un «falso» medievale dell VIII sec. elaborato artatamente per giustificare le pretese temporali del papato). Il modello dell intellettuale impegnato, che si preoccupa dell interesse e del benessere della città favorendo il dispiegarsi della libertà è il momento centrale del pensiero e dell attività di Coluccio Salutati ( ) e Leonardo Bruni ( ). Entrambi si sforzarono di ricercare una forma di ordinamento che potesse porsi come alternativa, ed eventualmente resistere, allo strapotere principesco. Firenze, in particolare, si trasforma in una fucina in cui emerge la concezione democratica dell uomo fondata sulla virtù del singolo di agire oltre l interesse individuale e a vantaggio della comunità. La ritrovata atmosfera di armonia politico-ideologica che domina le concezioni degli umanisti pone, però, due ordini di problemi che si aggravano quando, agli inizi del XVI sec. si profilano, anche nella stessa Firenze, tendenze politiche autoritarie: la scissione tra pubblico e privato. Gli ideali dell umanesimo, validi nella vita privata, sono messi in discussione nel momento in cui vengono traslati nella vita pubblica fiorentina; l alternativa tra «Bruto» e «Cesare», cioè il contrasto irrisolto tra chi va contro le leggi di un ordine costituito per garantire gli ideali della repubblica, e chi, anche se in veste di tiranno, si fa garante della sola prosperità dello Stato.

14 38 Z Capitolo 3 A quest ultimo problema è dedicato il De tyramno (1400) di Coluccio Salutati. Sebbene la tirannide sia una forma di governo inammissibile, è tuttavia necessario valutarne la «legittimità» anche in base al «consenso» tributato dal popolo al tiranno. Cesare, ad esempio, viene chiamato legittimamente ai vertici delle cariche pubbliche dell antica Roma e, anche se vi eccede nella sua permanenza (ricoprendo per molti anni consecutivi il consolato che era una carica «annuale» e «duale»), non può essere, secondo tale corrente di pensiero, considerato un tiranno. Questa è la via che porterà i due più grandi pensatori dell epoca, Machiavelli e Guicciardini, a confrontarsi su due questioni fondamentali della scienza politica: il rapporto del «principe» con i sudditi e con la «repubblica» o il «principato». il rapporto tra definizione della vita politica ideale e la contingenza delle vicende storiche di ogni singolo Paese. 4. L Umanesimo giuridico di Andrea Alciato ( ) Giurista italiano di Alzate (Milano), studiò diritto presso le Università di Pavia e Bologna e si laureò nel 1516 a Ferrara. Insegnò ad Avignone, Pavia, Bologna, Bourges e Ferrara. A lui si deve il merito di aver inaugurato una nuova fase dello studio del diritto, che segnò il momento ufficiale dell ingresso delle correnti umanistiche nella scienza giuridica (umanesimo giuridico). Dalla ricostruzione del diritto romano secondo un metodo (storico e comparativo) che, dal luogo ove lo applicò (Bourges) è stato poi definito «francese», si profilò il problema di stabilire la natura della legge, considerata diretta emanazione della «volontà dell imperatore», al quale il popolo avrebbe delegato ab immemorabili il potere di legiferare. L imperium del princeps sul proprio territorio, infatti, per il giurista milanese non trae origine da un investitura divina, bensì dal consolidato consenso del popolo. A differenza del tiranno, il principe «giusto» vede limitati i propri poteri da una serie di vincoli di diritto naturale, di equità, di ius gentium e dall obbligo di rispettare i patti con i propri sudditi, nonché quelli con l autorità imperiale considerata originaria e prevalente rispetto ai poteri dei regnanti territoriali. 5. L Europa del Cinquecento: l alba dello «Stato moderno» A) Laicizzazione dello stato e «ragion di Stato» Già nel Trecento la possibile forma politica di Stato destinata a prevalere in Europa era costituita dallo Stato nazionale. La legittimità del potere, in questa fase, può derivare, però, ancora da una investitura dinastico-divina anche se «laicizzata» in quanto l autorità dei sovrani era ormai «sciolta» dalla precedente dipendenza nei confronti dell autorità ecclesiastica.

15 Gli albori della politica moderna dall Umanesimo a Guicciardini Z 39 A ogni motivo di tipo morale, religioso, ma anche giuridico, in quest epoca viene sempre anteposto l interesse dinastico a conservare il potere, denominato dagli scrittori del Cinquecento e del Seicento «ragion di Stato». B) Lo Stato moderno La formazione dello Stato rappresenta un processo fondamentale per la storia dell Europa moderna caratterizzata da una diversa organizzazione del potere, che da spazio all affermarsi di contrastanti interessi di classe ove la funzione mediatrice tra le stesse viene esercitata normalmente dagli intellettuali, siano essi giuristi, uomini politici o filosofi politici. Proprio nell Europa di quegli anni, passando attraverso aspre lotte di potere e religiose, si definirono i contorni delle istituzioni e si precisarono i concetti e le formule politiche che sono alla base dell attuale civiltà giuridico-politica europea. Le organizzazioni statali del Medioevo avevano molto poco a che fare con la concezione dello «Stato» che si andrà affermando solo nei secoli seguenti. Il processo che condusse alla formazione dei vari ordinamenti politici presentò notevoli differenze nei diversi Paesi europei, in primis Spagna, Francia e Inghilterra. Le premesse dello Stato moderno vanno ricercate in specifiche circostanze storiche: da un lato, la concezione universalistica della Respublica Christiana, che implicava l obbligo di riconoscere il primato della sfera spirituale su quella temporale, fu affermata con tale forza dal Papa (e messa in pratica con la lotta per le investiture negli anni tra il 1057 ed il 1122) da provocare una definitiva, insanabile rottura dei rapporti del Papato con l imperatore e, dunque, dell unità politico-religiosa dell Occidente; dall altro, tale rottura sancì definitivamente l autonomia della politica dalla religione, e consentì alla figura del singolo principe di affrancarsi dal potere tanto del Papa, quanto dell Imperatore (si ebbe, così, il tramonto dei «due soli» citati nel De Monarchia di Dante). 6. Niccolò Machiavelli ( ) Con Machiavelli inizia una nuova epoca del pensiero politico che tende a staccarsi dalla tradizionale indagine speculativa, etica e religiosa per concentrarsi su metodiche effettuali e principi originali autonomi (iuxta propria principia). Nato a Firenze nel 1469, Niccolò Machiavelli ricopre la carica di Segretario della Repubblica fiorentina per quattordici anni, dal 1498 al 1512, data in cui è costretto ad abbandonare il suo incarico a causa del ritorno in città della famiglia dei Medici e dell instaurazione di un nuovo regime signorile a lui ostile. Da quel momento egli sarà esiliato per sempre da Firenze e non eserciterà mai più quegli incarichi diplomatici e di governo che sentiva come propria autentica vocazione. Proprio agli anni dell esilio risalgono le sue opere più importanti, i Discorsi sopra la prima Decade di Tito Livio ( ca.) e il Principe (1513).

16 40 Z Capitolo 3 A) Il distacco tra etica e politica Il segretario fiorentino nell analizzare la mutevolezza dell animo umano si rende conto che libertà e necessità, virtù e fortuna, politica e morale, passioni e ragioni, sono sempre in contraddizione e non possono essere in alcun modo «composti» in una definitiva e universale sintesi conciliativa (Barbato); dalla verità effettuale non può nascere nessuna «scienza politica» in quanto qualsiasi «scienza» deve essere fondata su leggi immutabili. Istinti, sentimenti e ragione nella natura umana sono mutevoli e, quindi, non riducibili in schemi universalistici quando si tratta soprattutto dell «agire politico». La politica, dunque, non è una scienza, ma una tecnica utilizzata per regolare e comporre i conflitti individuali e sociali. Machiavelli, dunque, nega categoricamente qualsiasi forma di connubio tra etica e politica, e riconosce l importanza o l indipendenza della «politica» in quanto determina il destino dell uomo. Dalla propria esperienza politica e personale, così come dalla lettura degli autori classici da cui si distacca ideologicamente, Machiavelli matura alcune convinzioni fondamentali che esaltano il suo realismo politico e che influenzeranno tutti i suoi successivi studi di scienza politica: la natura fondamentalmente malvagia dell uomo (pessimismo antropologico); la sostanziale immutabilità di tale natura; l inconciliabilità tra politica ed etica, in ragione dell insanabile scissione dell essere con il dover essere; il concetto di «virtù» del principe in antitesi con quello tradizionale; il rapporto dinamico e imprevedibile tra libertà e fortuna in quanto le vicende umane per metà dipendono dall una e metà dall altra. Nel Principe si legge infatti che «è necessario a chi dispone una repubblica e ordina leggi in quella presupporre tutti gli uomini rei, e che usano la malvagità dell animo loro, qualunque volta ne abbiano libera occasione»; e ancora, nei Discorsi, che «gli uomini nacquero vissero e morirono sempre con un medesimo ordine». Tali convinzioni inducono Machiavelli a negare nella politica sia l esistenza di regole generali perennemente valide, sia l importanza dello studio del passato al fine di trarre insegnamenti validi per orientare la condotta politica del presente. Le opere di Machiavelli offrono non solo spunti di riflessione sulla «teoria politica», ma costituiscono anche veri e propri manuali pratici per l uomo di governo, cui suggeriscono i più idonei comportamenti da tenere e degli errori da evitare per guidare gli Stati. B) Il Principe, lo Stato e il realismo politico Il Principe è opera caratterizzata da un «brutale e schietto realismo politico», il cui tema principale può essere individuato nella costruzione dello Stato.

17 Gli albori della politica moderna dall Umanesimo a Guicciardini Z 41 Fanno da «sfondo» dell opera (ispirato all esempio dei crudeli delitti del Valentino, pseudomino utilizzato per identificare Cesare Borgia) così come avviene anche per i Discorsi (caratterizzati, al contrario, da un approccio più idealistico) le vicende politiche dell Italia del tempo. Dopo la pace di Lodi (1454) gli Stati italiani avevano vissuto un periodo di relativa stabilità interna e di concordia nelle relazioni reciproche. A partire dal 1492 tuttavia, cioè dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, principale artefice della politica dell equilibrio, la situazione cambia radicalmente. La discesa di Carlo VIII nella penisola, nel 1494, mostrò da un lato la fragilità dei piccoli Stati italiani di fronte alle potenze straniere, dall altro aprì per la penisola un periodo di radicale subalternità alla Francia e alla Spagna che terminerà solo alla metà del secolo successivo. L opera di Machiavelli nasce dunque dalla amara contemplazione della «ruina» d Italia e dal conseguente desiderio di elaborare un progetto politico in grado di porvi rimedio. Per Machiavelli che si contrappone all utopismo imperante (Il Principe fu scritto nel 1513, l Utopia nel 1516) tre sono i paradigmi sui quali poggiare le fondamento dello Stato: la disponibilità di milizie proprie e non mercenarie; la tutela della religione, considerata non tanto nella sua dimensione spirituale quanto piuttosto per la sua tendenza a rendere la «popolazione» ubbidiente e unita. A questo proposito, la preferenza di Machiavelli va alla religione pagana, che più del cristianesimo celebra valori più «sentiti» dall individuo come l eroismo, la dedizione alla patria, l attivismo; il terzo deriva da una qualità del principe, e cioè dalla capacità di pensare e vivere la politica in una dimensione totalmente autonoma rispetto alla morale per un «efficace e duraturo governo del paese». La famosa massima «il fine giustifica i mezzi» va intesa all interno di quest ultima considerazione. Se il fine della politica e dell uomo di governo è la saldezza dello Stato, allora tutti i suoi comportamenti vanno valutati in relazione al raggiungimento di tale fine senza tener conto dei valori trascendenti, morali o religiosi in base ad una semplice considerazione: «se il fine è buono anche i mezzi utilizzati per raggiungerlo lo sono». In ciò risiede il realismo politico di Machiavelli, che costituisce il tratto originale caratterizzante della sua opera e del suo pensiero che solleverà nel pensiero che segue (cd. Machiavellismo v. infra) polemiche infinite che ancora oggi sono di grande attualità. C) Il confronto tra Virtù e Fortuna Altro aspetto originale della dottrina politica di Machiavelli riguarda il rapporto tra Virtù (che deriva dal latino vir, cioè uomo e che esprime, così, il concetto di astuzia e risolutezza dell individuo) e Fortuna (che in latino significa «sorte»), tema ampiamente dibattuto nel Quattrocento. Innanzitutto, entrambi i concetti vanno intesi in senso «laico». La fortuna è, dunque, l insieme degli elementi e dei fatti imprevedibili capricciosi e mutevoli che l uomo si trova ad affrontare e ai quali è chiamato a dare una risposta facendo ricorso alle sue qualità virili.

18 42 Z Capitolo 3 La virtù consiste, come detto, nella capacità di far fronte con prontezza alle diverse «occasioni» che la fortuna propone, scegliendo il comportamento più adatto al raggiungimento dei propri fini, compreso quello di dichiarare guerra, senza lasciarsi condizionare da considerazioni diverse da quelle strettamente politiche. Il tema della guerra su cui è incentrato il suo dialogo «Dell arte della guerra» (in sette libri) è per il pensatore fiorentino fondamentale perché traduce «le energie civili (del principe) nella virtù della guerra» e diventa così «epifania» (rappresentazione) della tragicità della politica e della vita umana (Barbato). Un apparente contraddizione interna alla dottrina politica di Machiavelli riguarda la questione relativa alla migliore forma di governo, se, cioè, sia preferibile la repubblica o il principato. Anche in questo caso il diplomatico toscano procede seguendo un rigoroso realismo politico, slegato da schemi etici prefissati e pronto ad adattarsi a contesti sociali e politici diversi che dipendono dalla necessità del momento storico. Se, infatti, nei Discorsi egli sembra preferire il regime repubblicano (in specie della Roma repubblicana fondato sulla libertà e sui buoni costumi), la forma di governo celebrata nel Principe è, naturalmente, il principato. In realtà, ciò che interessa a Machiavelli, ciò che egli considera urgente per porre fine alla «rovina» d Italia, è la creazione di uno Stato, di un organizzazione politicamente e militarmente forte, guidata con fermezza. La forma istituzionale di tale Stato sembra essere indifferente proprio in considerazione del pragmatismo che connota il pensiero politico dell illustre politologo. 7. Francesco Guicciardini ( ) A) Intellettuale e costituzionalista ante-litteram Francesco Guicciardini rientra in una categoria di intellettuali sempre più diffusa tra Quattro e Cinquecento, quella dell intellettuale funzionario. A differenza di quella di Machiavelli, la carriera politica di Guicciardini è segnata dal successo in quanto riveste importanti incarichi presso la Repubblica fiorentina, poi presso i Medici e, infine, presso il Papa. La visione politica del pensatore spazia tra due poli: la crisi (politica o bellica) che devasta gli Stati e l ordine che viene imposto da chi governa e che «anestetizza» le convulsioni sociali e le crisi (in particolare liberare l Italia dall invasione dei barbari e la penisola dalla tirannia dei preti). Guicciardini è, quindi, un «tecnico» che non teorizza nessuna forma di Stato «perfetta», ma mette a disposizione la sua competenza per garantire funzionalità ed efficienza alla gestione della cosa pubblica.

19 Gli albori della politica moderna dall Umanesimo a Guicciardini Z 43 In quest ottica, egli può essere considerato un costituzionalista, essendo la sua attenzione rivolta specialmente all analisi: delle competenze delle varie istituzioni; del loro reciproco rapporto e bilanciamento; dalla valorizzazione dell esperienza degli «ottimati», cioè dei migliori chiamati a governare un Paese. Dati questi elementi alcuni studiosi hanno definito la teoria politica di Guicciardini un vero e proprio disegno di «ingegneria costituzionale». Dopo il 1494, cacciata la potente famiglia dei Medici, a Firenze viene istituita una Repubblica, il cui organo principale è il Consiglio Maggiore. Rispetto alla situazione passata il Consiglio è composto da un ampia parte della popolazione che comprende, oltre le famiglie di antica nobiltà, tradizionalmente demandate al governo della città, anche numerosi esponenti degli emergenti ceti borghesi e commerciali. I primi anni della Repubblica sono, quindi, caratterizzati da forti tensioni tra le diverse fazioni presenti in Consiglio: l aristocrazia tradizionale, infatti, si opponeva alle aperture «democratiche» proposte dai nuovi ceti. Il conflitto è reso ancora più aspro dal fatto che al Consiglio era demandato il delicato compito di eleggere tutte le magistrature cittadine, ovvero le cariche titolari del potere esecutivo. Per far fronte a questa situazione nel 1502 una moderata riforma istituzionale istituisce la carica di Gonfaloniere a vita, suprema magistratura stabilita per assicurare una certa stabilità al governo che le leggi sulla rotazione delle cariche mettevano costantemente in discussione. È dalla riflessione sulle realtà del suo tempo che nasce il pensiero politico di Guicciardini che, scagliandosi contro «ambizioni» e «mollizie»della classe al potere, mira a elaborare un congegno di governo che nel rispetto del «particulare» sia in grado di comporre i conflitti sociali, al fine di evitare che la lotta per il potere si trasformi in un evento distruttivo dell ordine sociale e politico. B) Obiettivi politici ed equilibrio tra i poteri La conservazione dell ordine costituito può essere raggiunta soltanto attraverso: la creazione di un equilibrio tra i poteri che dia «ordine» alla repubblica; la scrupolosa definizione delle competenze di ciascun organo di governo; la sovranità della legge sugli interessi dei singoli, dal momento che, come l autore afferma nel suo Discorso di Logrogno, «né è altro la libertà che uno prevalere la legge e ordini pubblici allo appetito delli uomini particulari»; la liberazione sia dai «barbari» invasori del territorio nazionale che dalla tirannia dei principi. La peculiarità introdotta dal pensiero di Guicciardini è la presenza di un terzo organo, accanto al Consiglio maggiore e al Gonfolaniere, in grado di svolgere funzioni di raccordo tra i due: il Senato, composto da uomini particolarmente maturi ed esperti nell arte del governo.

20 44 Z Capitolo 3 Guicciardini loda l assetto repubblicano di Firenze il «vivere popolare», cioè la democrazia ma intende tale democrazia soprattutto come libertà da forme di governo dispotiche, libertà che deve essere garantita a tutti i cittadini. Tuttavia, in merito alla partecipazione effettiva all attività di governo, Guicciardini resta ancorato alla tradizionale visione oligarchica del «governo dei migliori». Per governare infatti occorrono capacità, competenza ed esperienza, per cui l autore può sostenere che «le città benché siano libere, se sono ben ordinate, sono sostenute dal consiglio e dalla virtù di pochi». In conclusione, la dottrina politica di Guicciardini anticipa quelle forme di separazione e bilanciamento dei poteri che saranno rielaborate in seguito con anche maggiore chiarezza (Montesquieu) e che troveranno compiuta espressione nelle costituzioni democratiche successive alla rivoluzione francese.

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