Dovendo invece parlarvi di letteratura, ovvero del raccontare storie, ma anche del vizio di scrivere, ho cercato un inizio.

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1 La scrittura è una attività molto precisa, complessa e sofisticata, che tende ad ottenere una narrazione compiuta, ovvero un testo che altri possono leggere. Ho fatto questa premessa per farvi annotare che il prodotto finale della scrittura, il libro, è nella nostra società anche una merce, ovvero un qualcosa che viene venduto. Questa caratteristica ha fatto sì che attorno ai prodotti della scrittura, si sviluppasse una vera e propria industria. Un tempo c erano gli stampatori, gli editori, oggi c è l industria editoriale. Capita sempre più spesso che i prodotti dell industria editoriale, i libri, vengano confezionati talvolta sin dalla loro ideazione, ovvero da prima di essere scritti come si confeziona un bel vestito. Ovvero vengono pensati, realizzati, stampati e venduti su misura. Su misura del mercato, con il solo obiettivo di venderne il maggior numero possibile poiché il fine dell industria editoriale è quello di realizzare un profitto. Così capita che questi libri vengono presentati a concorso nei maggiori premi letterari, vengano promossi, vengano pubblicizzati. Ebbene, dei libri confezionati come fossero vestiti io non dirò. Dovendo invece parlarvi di letteratura, ovvero del raccontare storie, ma anche del vizio di scrivere, ho cercato un inizio. Si deve pur cominciare da qualche parte. Anzi, se volete raccontare qualsiasi cosa abbiate in mente avete bisogno di un inizio, altrimenti resterete bloccati e non avrete mai una narrazione. Veniamo al nostro inizio. È il 1 ottobre del 1899 e il Blackwood's Magazine (la rivista si chiamava così non per qualche strano, o oscuro motivo, ma semplicemente perché era diretta da un tal William Blackwood) inizia la pubblicazione a puntate di quello che è considerato il capolavoro di Joseph Conrad, ovvero Lord Jim. Quando sul numero della rivista di novembre del 1900 si conclude la pubblicazione, il romanzo esce in volume. Immediatamente alcuni critici letterari fanno notare che l'opera, partita come racconto breve, era poi sfuggita al controllo dello scrittore. Secondo questi critici, la struttura narrativa di Lord Jim aveva il limite, proprio perché era stata pensata per un racconto, di non reggere il peso di una narrazione lunga e complessa. Chi ha letto il libro sa che Lord Jim è un romanzo complesso dal punto di vista narrativo. Inizialmente, la storia è raccontata in terza persona. Poi la storia viene narrata in prima persona da Marlow. Nel racconto di Marlow si inseriscono a loro volta le storie di vari personaggi secondari. Questa tecnica conferisce alla vicenda una molteplicità di punti di vista, con i vari personaggi che raccontano a Marlow le loro vicende in relazione a quelle di Jim. Riferendosi alla seconda parte i critici sostennero che era impensabile che un uomo potesse parlare per tutto quel tempo, senza interrompersi e mentre altri lo stavano a sentire. Non era, dicevano, molto credibile. Conrad risponde sedici anni dopo nel giugno del In qualche modo dobbiamo ringraziare quei critici perché nella risposta Conrad, nell affrontare un discorso sulla scrittura, svela il funzionamento del suo laboratorio creativo. Si sa di uomini che, tanto ai tropici come nella zona temperata, sono rimasti alzati per una metà della notte a «raccontar storie». Questa, comunque, non è che un'unica storia, sia pure con interruzioni che concedono un po' di respiro; e riguardo alla capacità di resistenza degli ascoltatori, occorre accettare il postulato che la storia fosse interessante. È il presupposto necessario. Se non avessi ritenuto che fosse interessante non avrei mai potuto cominciare a scriverla.

2 Quindi secondo Conrad - il presupposto per raccontare è che l idea di narrazione, ovvero la storia nella sua forma ancora embrionale, sia interessante. Proseguendo nella risposta lo scrittore ammette che: Dapprima avevo pensato a un racconto breve, concernente soltanto l'episodio della nave dei pellegrini ( ) poi mi accorsi che quell episodio poteva essere un buon punto di partenza per un racconto libero e divagante ( ). Le poche pagine che avevo scritto non furono senza peso nella scelta del soggetto. Ma tutto fu deliberatamente riscritto. Nel mettermi a tavolino sapevo che sarebbe stato un libro lungo, pur non prevedendo che si sarebbe esteso fino a tredici numeri del Blackwood's Magazine. Ecco, quando si è certi di avere una idea interessante occorre sempre per Conrad trovare un inizio, un punto di partenza. E per Lord Jim il punto di partenza è stato un breve racconto che aveva nel cassetto. Conclude Conrad: In tutta tranquillità posso assicurare ai lettori che il mio Jim non è frutto di un pensare freddo o perverso. Non è neanche una figura uscita dalle foschie del Settentrione. Una mattina piena di sole, nei banali paraggi di una rada orientale, io ho visto passare la sua forma umana - attraente - significativa - screditata - perfettamente silenziosa. Così come doveva essere. È spettato a me, con tutta la comprensione di cui ero capace, cercare parole adatte al suo significato. Era «uno di noi». Qui c è un altro elemento interessante. Riguarda la verità della narrazione. Quante volte leggendo un romanzo vi è capitato di chiedervi: cosa c è di vero in questa storia? Riferendosi a Jim, Conrad ci dice di averlo visto passare una mattina nella sua forma umana, però conclude: Era uno di noi. Allora si capisce che avrebbe potuto essere un marinaio qualsiasi e che la differenza è stata fatta dalle parole con cui Conrad l ha raccontato. Chi racconta storie non si preoccupa della verità, ma delle possibili verità. Finché verranno raccontate storie vorrà dire che esisteranno ancora delle verità. Peter Bichsel, uno scrittore svizzero, conosciuto soprattutto per i suoi racconti brevi e le sue rubriche sui quotidiani e alla radio, in un libro del 1982, Il lettore, il narrare, tradotto per la prima volta in italiano da Aelia Laelia, una piccola casa editrice di Reggio Emilia, nel 1985, scrive: La domanda che si fa al narratore di storie, se cioè la sua storia sia vera o no, si basa su due errori. Il primo errore consiste nel credere che esistano storie che non contengono verità. In linea di principio, invece, non si inventa nulla, perché la fantasia umana è limitata da tutto quanto esiste. In fisica si parla di leggi naturali; per il narratore di storie non saprei come chiamarle. Il secondo errore sta nel pensare che la lingua possa rendere ciò che veramente esiste; infatti, essa può solo cercare di descrivere la realtà. Ricordate quello che René Magritte ha scritto sotto il disegno realistico di una pipa? Ovvero: Questa non è una pipa. Ebbene uno scrittore dovrebbe utilizzare questa dicitura sotto ogni parola che scrive. Perché? Quando scrivo la parola albero non vi sto dicendo cosa sia un albero, ma lo sto semplicemente evocando al lettore. Anche se dovessi aggiungere che si trattava di un albero alto e spoglio non svelerei comunque l essenza di quell albero, però riuscirei a farlo immaginare meglio.

3 Poco fa vi ho parlato di Aelia Laelia, piccola casa editrice di Reggio Emilia. Aelia Laelia iniziò pubblicando un libro di racconti ed un romanzo. I racconti, L'ultimo buco nell'acqua, erano di Beppe Sebaste e Giorgio Messori. Il romanzo, Passaggi, era il mio. Mi è rimasto un appunto di Giorgio Messori che voglio leggervi: Qualche giorno fa, andando a un incontro a Parma con Beppe e Igor per discutere insieme il modo di presentare L'ultimo buco nell'acqua e Passaggi, mi sono trovato di fronte, in uno scompartimento del treno, una ragazza piuttosto bella. Sedendomi l'ho guardata, ma contemporaneamente mi sono accorto che la ragazza aveva notato che io l'avevo osservata, e così si è allacciata un golfino che portava sopra una maglietta bianca, di quelle che s'indossano direttamente a contatto della pelle. Il gesto era tipico di atmosfere che si creano nello scompartimento di un treno. Mi è anche venuto in mente che esisteva una parola, che ero convinto di conoscere senza riuscire a trovarla, che si riferiva esattamente a quel tipo di maglietta bianca. Per tutto il viaggio ho cercato questa parola. Avrei voluto scrivere un racconto partendo da quel gesto, ma mi sentivo bloccato. Poi ho pensato che potevo scrivere (probabilmente questa è una delle ragioni del mio andare verso la prosa) anche se non trovavo, o mancava una parola. La potenza della scrittura, sta nella capacità di evocare un oggetto, una persona, una situazione anche quando ci manca una parola, perché la scrittura altro non è che una possibile descrizione del mondo. Ma da dove viene l impulso a raccontare? Per cercare una risposta ricorriamo ancora a Peter Bichsel e al suo Il lettore, il narrare Raccontare storie significa occuparsi del tempo, e esperire la nostra vita come tempo ha a che vedere col fatto che la nostra vita ha un termine, e che la vita dei nostri amici ne ha pure uno. L'angoscia di fronte a questo dover finire può naturalmente essere tenuta a bada. Religione e filosofia dovrebbero offrircene gli strumenti. Ciò che però non scompare è la tristezza per questa finitudine. La tristezza non la si può vincere, può soltanto essere rifiutata o accettata. Il raccontare storie ha qualcosa a che fare col fatto di accettarla. La tendenza degli uomini alla tristezza li fa diventare narratori di storie. Senza alcuna comprensione del tempo non ci sarebbe nessuna storia. Chi non ha nessuna inclinazione alla tristezza è perduto per la letteratura; potrà anche essere di qualche utilità a chi scrive, ma non certo al lettore. Il mondo della letteratura è mondo di sentimenti. Proviamo ora ad entrare in un grande romanzo del 900 per cercare di verificare se è vero che Raccontare storie significa occuparsi del tempo e soprattutto dei sentimenti che la riflessione sul tempo comporta. Il romanzo che ho scelto è Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, pubblicato nel Qualcuno di voi avrà certamente visto La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino e avrà notato che il film inizia con la citazione dell incipit del romanzo di Celine. La grande Bellezza è l affresco di una umanità esistenzialmente disorientata, sospesa tra lo svanire delle certezze ideologiche, e la crudeltà, l indifferenza, la decadenza, l aridità. Uno sguardo sullo scorrere dell esistenza, soffocata dall apparire, dove tutto ciò che può evocare tristezza, compresa la morte, viene esorcizzato. Ma è anche un film sulla scrittura e non solo perché Jep Gambardella, il protagonista, è uno scrittore.

4 Confessa Jep: Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io? Una conferma di quanto dicevamo. Non si può scrivere se non si scorge la fatica dell esistenza, se non ci si guarda dentro, se si vive anestetizzati al dolore. Leggiamo allora l incipit. Viaggiare è utile, fa lavorare la fantasia. Tutto il resto è soltanto delusione e fatica. Questo nostro viaggio è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, tutto è inventato. È un romanzo, dunque, null'altro che una storia fittizia. E poi, tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall'altro lato della vita. Per ora non lo commentiamo, perché abbiamo bisogno di una chiave per comprenderne appieno il significato. E la chiave è nel romanzo. Viaggio al termine della notte è scritto in prima persona. C è un narratore della storia che si chiama si chiama Ferdinand (non ha caso lo stesso nome dell autore) e svariati protagonisti. Tra questi quello più importante è Léon Robinson, un errante maledetto, un individuo che in comune con Ferdinand la tendenza ad essere un ramingo. Avevo solo vent anni in quel momento. M ero sentito così inutile tra tutte quelle pallottole e la luce di quel sole. Siamo nelle trincee francesi della prima guerra mondiale. Dall altra parte solo tanti ostinati cecchini tedeschi e intorno altri soldati indifferenti, perché troppo occupati a sopravvivere. Si trattava di vivere un ora di più per tutti noi, e un ora sola in un mondo dove tutto è ridotto al delitto è già un fenomeno. Dove ci trovavamo ( ) non poteva esistere né amicizia, né fiducia. Ognuno lasciava soltanto intendere ciò che credeva favorevole alla sua pellaccia A questo punto inizia quella riflessione sul tempo che come ci ha fatto notare Peter Bichsel è ciò che spinge a raccontare storie. Vi ricordate d un solo nome ( ) dei soldati uccisi durante la guerra dei Cento Anni? Avete mai cercato di conoscere uno solo di quei nomi. No eh? Non avete mai cercato? Essi vi sono anonimi, indifferenti e ignoti come l ultimo atomo di questo posacarte dinanzi a noi, come Vedete dunque, sono proprio morti per nulla. È una riflessione sul senso dell esistenza fatta da chi si sente precario, da chi ha visto migliaia di uomini morire inutilmente, da chi ha ucciso per salvare la pellaccia.

5 Poco prima Ferdinand ne aveva fatta un altra di riflessione. Intimamente collegata a questa. Tutto ciò che è interessate accade nell ombra, certamente. Non si sa nulla della vera storia degli uomini. Ecco la chiave per interpretare il senso dell incipit del romanzo. Se la vera storia degli uomini non è percepibile perché resta nascosta nell animo di ciascuno di noi, allora solo l immaginazione, insieme alla scrittura, può raccontare quel che accade nell ombra. Ma come ci ricorda Celine, nel farlo siamo dall altra parte della vita. Ricordate? Avevamo detto che la scrittura permette di accedere alle verità possibili, non alla verità. La verità dovrebbe essere il campo della cronaca, della Storia. Ad un certo punto Ferdinand cade in preda ad una terribile febbre. Allora sono caduto malato, con la febbre, reso pazzo, come m hanno spiegato all ospedale, dalla paura. Era possibile. La miglior cosa da fare non è vero? quando s è su questa terra, è di uscirne. Pazzo o no, paura o no. Ma quello che blocca Ferdinand non è la paura delle pallottole tedesche. Certo quella c è! La paura che lo pietrifica è quella che nasce dalla consapevolezza di sentirsi imprigionato in un destino ineluttabile, quello di dover comunque percorrere la strada verso la putrefazione, insomma di dover continuare a vivere senza risposte, senza certezze. Uscito dalla clinica psichiatrica Ferdinand s imbarca per le colonie, lavora presso una compagnia di esportazione e scopre gli strani tramonti africani. I crepuscoli in quell inferno si rivelano impressionanti. Tragici ogni volta, come immensi assassini del sole. Un enorme burla. C era troppo da ammirare per un uomo. Il cielo per un ora era tutto verniciato di scarlatto in delirio, e poi il verde prorompeva in mezzo agli alberi e saliva dal suolo in strisce tremolanti sino alle prime stelle. Dopo questo il grigio si riprendeva tutto l orizzonte e poi ancora il rosso, ma stanco e per poco tempo. Terminava così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, abbrutiti, sulla foresta ( ). E la notte con tutti i suoi mostri entrava allora in ballo, tra mille e mille gracidamenti di rospi. Ferdinand non ha nessun legame. Né con un luogo, né con un amico, né con un amore. Ogni volta che si ferma in una città, in un villaggio, potrebbe ricominciare di nuovo, ogni volta se lo volesse potrebbe confondersi con chi là ha passato tutta la vita. Per assurdo anche nelle trincee, anche nelle zone più inospitali delle colonie francesi in Africa, anche nei degradati sobborghi di Parigi, anche ai margini di una salute mentale devastata, sembra che tutto voglia riportarlo verso l ordine (la saggezza piuttosto che il cinismo), verso la tranquillità (il matrimonio piuttosto che l instabilità sentimentale). Insomma sembra che tutto nella vita voglia spingerlo a cristallizzarsi nell illusione di essere felice, di sentirsi appagato. Ma la capacità, o meglio la maledizione, di avvertire il dolore, di guardare la vita in tutta la sua assurdità, di intuire ciò che accade nell ombra, lo sospinge verso un vagare senza fine, lo costringe ad abbandonare il luogo appena raggiunto e a rimettersi in viaggio. Ferdinand non prova interesse per la maggior parte dei suoi simili, resta coinvolto solo da quelli come lui. Negli altri avverte il prototipo dell uomo senza qualità, del borghese disposto a vendersi l anima pur di vivere una felicità illusoria.

6 Vigliacco o coraggioso, non vuol dir molto. Coniglio qui, eroe là. È sempre lo stesso uomo, non pensa di più qui che di là. Tutto ciò che non è guadagnar soldi lo sorpassa decisamente, infinitamente. Tutto ciò che è vita o morte gli sfugge. Anche la sua morte, egli la specula male e di traverso. Capisce soltanto il denaro e il teatro. La vita come rappresentazione finta dell esistenza. Abbiamo parlato del film di Paolo Sorrentino, La Grande Bellezza. Chi lo ha visto ricorderà il funerale. In quelle scene la morte scivola via quasi come un fastidio, che si può sopportare solo perché diventa un occasione mondana. Dopo, tutto viene dimenticato: la madre che ha perso il figlio va a far beneficenza in Africa e gli altri personaggi trovano facilmente il modo di consolarsi, di continuare a vivere nel nulla, nel blabla quotidiano. Manca, potremmo dire, la capacità di elaborare il lutto. Ecco, narrare, raccontare è una modalità di elaborazione del lutto insito nella Storia. Ha scritto Antonin Artaud (se qualcuno ha visto il Napoleon di Abel Gance lo ricorderà nella parte di Marat) a proposito del Campo di grano con volo di corvi di van Gogh Questi corvi dipinti due giorni prima della morte [...] aprono alla pittura dipinta, o piuttosto alla pittura non dipinta, la porta occulta di un aldilà possibile [...]. Non è comune vedere un uomo, con nel ventre una fucilata che lo uccise, ficcare su una tela corvi neri e sotto una specie di pianura livida forse, vuota in ogni caso [...] Poi aggiunge: Van Gogh [...] non si è suicidato in un impeto di pazzia, nel panico di non farcela, ma invece ce l'aveva appena fatta e aveva scoperto chi era quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò Un viaggio verso la fine. Un viaggio che era iniziato probabilmente dall anno precedente, nel settembre del 1889, quando dipinse l ultimo autoritratto.

7 Scrivendo proprio dell Autoritratto, Artaud aggiunge: È così che, meglio di qualsiasi psichiatra al mondo, il grande van Gogh ha individuato la sua malattia. Tant è che van Gogh scrive al fratello: Credo che non bisogna contare in alcun modo sul dottor Gachet. Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me. Ora, quando un cieco guida un altro cieco, non andranno a finire tutti e due nel fosso? Non so che dire. Certamente la mia ultima crisi, che fu terribile, fu in gran parte dovuta all'influenza di altri malati; e poi la prigione mi opprimeva e il dottor Peyron non ci faceva caso, lasciandomi vegetare in quell'ambiente profondamente corrotto. Ecco, io credo che narrare, raccontare, sia individuare la propria malattia meglio di quanto possa fare qualsiasi psichiatra del mondo. Torniamo da Ferdinand ormai giunto al termine del viaggio. Ferdinand ha nel romanzo un doppio al quale abbiamo già accennato: Léon Robinson. Quella di Ferdinand è una fuga disincantata, ma mai integrale. Lui alla fine riesce sempre a salvarsi. Quella di Léon è, invece una fuga assoluta, esasperata. I due percorsi si incrociano più volte nel corso della storia, ma hanno un epilogo molto differente. Avevo un bel tentare di perdermi per non più trovarmela davanti la mia vita: la ritrovavo ovunque. Tornavo su me stesso. Il mio vagabondare era davvero finito ( ). Il mondo era richiuso. Noi s era arrivati in fondo! Come alla festa! Come ad una festa finita male, Léon Robinson si prende tre colpi di rivoltella alla pancia da Madalen, sua ex amante, perché non vuole essere abbandonata. Mentre lui, Léon, voleva continuare a fuggire.

8 Ho cercato di dirvi cosa spinge alcuni di noi a raccontare storie, a scrivere. Ho cercato di dirvi che la scrittura nasce da una riflessione sul tempo del nostro esserci, sul tempo dell esistenza. Nel farlo ho evocato un quadro di van Gogh dipinto nel 1890 e ho aggiunto che dalla riflessione sul tempo scaturisce immediatamente la consapevolezza di essere imprigionati in un percorso obbligato, una strada che ci conduce verso una destinazione ineludibile. La certezza di essere privi di scampo apre l accesso ad un territorio interiore dove dobbiamo a fare i conti con il dubbio. Che cos è il dubbio? Il dubbio è la scoperta di non sapere ciò che veramente siamo. Raccontare storie, scrivere è anche cercare di trattenere le visioni delle risposte che ci capita di avere nel corso del nostro esserci nel mondo a questa domanda (chi siamo?). Sì, perché la condizione che appartiene ad ogni uomo e ad ogni donna è quella di avvertire il senso dell esistenza come inafferrabile. Abbiamo iniziato parlando di Lord Jim, di Joseph Conrad. Andrea Caterini, uno dei nostri più bravi critici letterari, ha scritto un libro bellissimo, che vi consiglio di leggere. Si chiama Patna. Patna è il nome della nave di Lord Jim. La nave del dubbio. Scrive Caterini: L infelicità ( ) che Jim prova per tutto il corso della sua vita consiste nel non essere riuscito, non già a salvare l equipaggio della nave, quanto piuttosto nel non essere stato in grado di ripetere dentro di sé l esperienza del Patna stesso. Ovvero nel non essere riuscito a rivivere l esperienza di quel dubbio che era stato a ben vedere la rivelazione della propria nudità. Perché fu solo quell esperienza a confermare a Jim la sua esistenza, a garantirgli la sua viva presenza nel mondo, la sua reale natura. Ne La ripetizione Kierkegaard scrive: Ripetizione e ricordo sono lo stesso movimento, tranne che in senso opposto: l oggetto del ricordo infatti è stato, viene ripetuto all indietro, laddove la ripetizione propriamente detta ricorda il suo oggetto in avanti. Per questo la ripetizione, qualora sia possibile, rende felici, mentre il ricordo infelici [ ]. E più avanti aggiunge: Chi non ha fatto il giro della vita prima di cominciare a vivere, non giungerà mai a vivere [ ]; chi ha scelto la ripetizione vive. Ne consegue che dubbio e ripetizione sono strettamente connessi, soprattutto se accettiamo l idea che nel dubbio ci si accorge di essere vivi. In questo senso, l errore di Jim da cui consegue la sua infelicità, non è la codardia, ma l aver continuato a vivere nel ricordo di quel momento, non avendo abbastanza coraggio da rivivere quell esperienza fatta sul Patna, il luogo del dubbio, dove finalmente si era visto per quello che era. Raccontare storie è il tentativo di attraversare con la scrittura i territori del dubbio. Quindi è anche il tentativo di andare oltre il ricordo. La scrittura non è mai ricordo un diario è pieno di ricordi. La scrittura è tornare nel luogo del dubbio. Prima di concludere il ragionamento vorrei parlarvi di un altro quadro che si chiama: Una donna nel sole ed è stato dipinto da Edward Hopper, nel 1961.

9 Seguiamo ancora quello che scrive di Hopper Andrea Caterini: Nessuno come Hopper mi pare sia stato in grado di rappresentare, per immagini, questo stato dell esistenza nel quale l uomo è finalmente vinto di fronte all immagine di un se stesso fino ad allora sconosciuto. Ha ragione Andrea Caterini! I quadri di Hopper sembrano davvero scavati dal tempo. La luce che li pervade non proviene dall esterno, ma dall anima dei personaggi che vi sono rappresentati. È una luce livida che illumina un attesa, l attesa di una risposta che non sarà mai possibile conoscere davvero. In questo senso verrebbe voglia di annotare che la morte non accetta di restare esclusa nascosta dalla quotidianità della vita: vuole che la si esponga, che la si mostri, e che ognuno, senza mai davvero poterla trattenere, la possa guardare di sfuggita ma senza davvero sfuggirle, e infine riconoscersela addosso, perché finalmente evidenziata. Quando la scrittura attraversa quei territori dove c è il rischio concreto del non ritorno, dove l esistenza si ritrova illuminata dalla luce cupa dell attesa, dove il silenzio del mondo diventa assordante, dove il dubbio, sospeso tra l ansia di conoscere e la consapevolezza di non riuscire a comprendere, diventa atroce, là lo scrittore scopre se stesso, là nella spiaggia del dubbio nasce l assurdo vizio di scrivere. Lord Jim Il protagonista del romanzo, Jim, è un giovane marinaio inglese che sogna grandi avventure ed eroiche imprese, e diventa primo ufficiale sul Patna, una nave che trasporta pellegrini in viaggio verso La Mecca. Tuttavia, durante il viaggio, di notte e con una tempesta in arrivo, la nave ha un incidente e una lamiera sembra prossima a cedere: Jim, colto alla sprovvista, convinto che il Patna stia per affondare da un momento all'altro e di non poter fare nulla per salvare i passeggeri, abbandona la nave su una scialuppa con il comandante e due macchinisti. Ma il Patna non affonda, e viene rimorchiato in porto. Il comandante del Patna fugge. Jim affronta il processo, e gli viene revocato il brevetto di ufficiale. Pieno di vergogna e di rimpianto per avere abbandonato la nave, Jim passa da un lavoro all'altro, viaggiando in continuazione e spostandosi sempre più verso Oriente man mano che la sua fama lo raggiunge.

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