Rapporti fra il reato di cui all articolo 572 c.p. e altri reati

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1 Rapporti fra il reato di cui all articolo 572 c.p. e altri reati Molti sono i reati che confinano con quello di cui all articolo 572 del codice penale. Si tratta di fattispecie penali che possono avere delle caratteristiche comuni a quelle tipiche del reato di maltrattamenti in famiglia e degli elementi invece differenziali. Esse sono quelle previste nei seguenti articoli del codice penale: Art. 571 c.p.: abuso dei mezzi di correzione o di disciplina; Art. 609 bis e seguenti c.p.: violenza sessuale ( in tutte le sue forme, per esempio violenza di gruppo, atti sessuali con minorenni); Art. 612 bis c.p.: atti persecutori; Art. 582 e seguenti c.p.: lesioni personali lievi e lievissime; Art. 572 u.c. c.p.: lesioni gravi, gravissime o morte come conseguenza degli atti di maltrattamento; Art. 610 c.p.: violenza privata; Art. 581 c.p.: percosse; Art. 612 c.p.: minaccia; Art. 594 c.p. ingiuria. Si tratta di reati generalmente caratterizzati dalla prevaricazione di una parte (soggetto agente) sull altra (vittima), molto spesso anche nella sfera sessuale. Proprio perché si tratta di reati molto vicini fra loro, sia nella descrizione normativa che nel fatto naturale che sta alla base di essi, ci si deve chiedere, e ci si è chiesto, sia in dottrina che in giurisprudenza, quale rapporto debba esistere fra queste norme e cioè, quindi, se esse debbano concorrere o se, al contrario, l una possa ritenersi assorbita nell altra. In alcuni casi, ci viene in soccorso la stessa legge che formula una vera e propria clausola di riserva espressa. 1

2 E questo il caso del reato di maltrattamenti rispetto a quello di cui all articolo 571 c.p. La norma di cui all articolo 572 c.p., infatti, stabilisce che si risponde di questo reato fuori dai casi indicati nell articolo precedente, ovvero nell articolo 571 c.p. Il legislatore si è cioè preoccupato di precisare che il reato di maltrattamenti si configura solo se i fatti non rientrano nell ambito di operatività dell articolo 571 c.p. che disciplina, appunto, il reato di abuso dei mezzi di correzione. Anche se questo reato solitamente non riguarda le ipotesi di violenza domestica fra partner oggetto specifico del presente lavoro (generalmente si concretizza, infatti, nell ambito delle relazioni fra genitori e figli oppure in quelle precisamente indicate nella norma), può essere ugualmente interessante sapere che, per lungo tempo, la dottrina ha interpretato questa clausola ritenendo rilevante, l animus corrigendi, cioè l intenzione del soggetto agente. Pertanto, nel caso di una condotta di maltrattamenti perpetrata con il fine di correggere, si sarebbe dovuto applicare, secondo questo orientamento, l art. 571 c.p. Oggi questa interpretazione sembra davvero minoritaria oltre che superata dagli Autori più recenti, i quali affermano che occorre avere riguardo al mezzo utilizzato dal soggetto agente, ovvero valutare se esso sia idoneo e/o lecito per fini correttivi. Per l applicazione della norma di cui all articolo 571 c.p. ha rilevanza, quindi, secondo questa interpretazione, la condotta e non l intenzione dell agente. Si applicherà pertanto la norma di cui all articolo 571 c.p. solo se sarà provato un abuso di quei mezzi che sono leciti, consentiti e compatibili con lo scopo educativo (un lieve schiaffo, una tirata di capelli). Conseguentemente, saranno maltrattamenti -e non abuso di mezzi di correzione- l uso del battipanni o della cinghia che procurino lesioni al figlio 2

3 oppure la privazione del cibo o l esposizione in giardino alle intemperie (naturalmente se caratterizzati dalla abitualità e dalla ripetizione nel tempo). Così la Cassazione ha deciso in un caso recente (Cass. Pen., sezione VI, , n , in Guida al diritto, 7 maggio 2011): la Corte ha condannato per il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina il genitore che, a causa del rifiuto di tagliarsi i capelli della la figlia minore, l aveva sottoposta al taglio forzoso, lasciandole segni di percosse alle gambe e ferite sul cuoio capelluto, provocate verosimilmente dal taglio indiscriminato di capelli con forbici da cucina. Secondo la medesima sentenza, restano estranei alla fattispecie di cui all articolo 571 c.p. quegli atti di minima valenza fisica o morale che semplicemente rafforzano una proibizione, non arbitraria né ingiusta. La legge ci soccorre anche per comprendere il rapporto fra l articolo 572 c.p. e le lesioni personali gravi o gravissime- e l omicidio. Il codice penale, infatti, all ultimo comma della norma citata, disciplina proprio queste ipotesi, prevedendo un aggravamento della pena nel caso delle lesioni gravi o gravissime (o della morte), come conseguenza del reato di maltrattamenti. Occorre innanzitutto premettere che esiste un dibattito sulla natura del capoverso dell articolo 572 c.p. La maggior parte degli Autori ritiene trattarsi di vere e proprie circostanze aggravanti; la dottrina minoritaria, invece, li considera delitti aggravati dall evento (ovvero delitti che subiscono un aumento di pena per il verificarsi di un evento ulteriore rispetto al fatto base che già costituisce reato). La distinzione è rilevante in quanto, teoricamente, dovrebbe determinare una modifica nel regime di imputazione di questi eventi, a seconda appunto della natura che si voglia loro attribuire; in particolare, se li consideriamo circostanze aggravanti, dopo l introduzione del regime di imputazione 3

4 soggettiva delle stesse, tali eventi non possono essere addebitati se non siano quantomeno prevedibili (art. 59 c.p., così come riformato dalla legge del 1990). Se li consideriamo, invece, delitti aggravati dall evento, il regime di imputazione sarebbe di tipo oggettivo (si tratterebbe di una sorta di responsabilità oggettiva). Tuttavia, poichè la Corte Costituzionale ha bandito le ipotesi di responsabilità oggettiva penale dal nostro ordinamento, anche a voler considerare queste ipotesi come reati aggravati dall evento, esse andranno sempre imputate al soggetto agente alla luce del principio di colpevolezza, di cui all articolo 27 della Costituzione, ovvero secondo un criterio quantomeno di prevedibilità. Tanto premesso, è evidente che qualunque sia la tesi che si vuole seguire, attualmente le lesioni personali gravi, gravissime o la morte come conseguenza non voluta del reato di maltrattamenti possono essere imputate al soggetto attivo (ai sensi del capoverso dell articolo 572 c.p.), solo se prevedibili. E altrettanto evidente, però, che se il soggetto attivo le avesse volute o avesse accettato il rischio della loro verificazione (dolo eventuale) allora egli risponderebbe di omicidio o di lesioni volontarie in concorso con il reato di maltrattamenti (cfr. Cass. Pen., sezione VI, , n ). Approfondendo il tema delle lesioni personali, se si tratta di lesioni lievi (c.d. semplici, ovvero lesioni che determinano una malattia della durata fra 21 e 40 giorni, primo comma art. 582 c.p.) e lievissime (che determinano cioè una malattia della durata di meno di 20 giorni, secondo comma art. 582 c.p.), il discorso è in parte differente. 4

5 La dottrina ritiene che quelle lievi e lievissime involontarie restino assorbite nei maltrattamenti in quanto conseguenza normale degli atti di maltrattamento. Quelle volontarie, invece, concorrerebbero con il reato di maltrattamenti tutte le volte che si riesca a dimostrare che l agente, oltre alla volontà di maltrattare abbia anche avuto l intenzione di ledere l integrità psicofisica del soggetto in maniera predefinita e orientata (cfr. Cass. Pen., sezione VI, , n , in Guida al diritto, n. 8, settembre 2011). Si discute (sembra soprattutto in dottrina, in quanto in giurisprudenza non si sono reperiti casi recenti ma si è dovuti risalire a prassi giudiziarie degli anni novanta) se come conseguenza non voluta del reato di maltrattamenti si possa far rientrare anche il suicidio della persona offesa; in altre parole, poiché la norma parla genericamente di morte come conseguenza dei maltrattamenti, ci si chiede se il suicidio della vittima possa rientrare in questa definizione. Molti autori ritengono che si possa addebitare solo ove si riesca a dimostrare che nel momento del suicidio la volontà del soggetto passivo fosse totalmente annullata e questi abbia agito soltanto sotto la spinta dei maltrattamenti per porre fine alla continue sofferenze e all insostenibile regime di vita. Anche in questo caso, secondo noi, la tesi più corretta sarebbe quella di interpretare l ipotesi che stiamo analizzando alla luce dei principi di colpevolezza stabiliti dalla Corte Costituzionale, ovvero quelli di quantomeno- prevedibilità dell evento addebitato al soggetto agente. Per quanto concerne gli altri reati elencati all inizio del presente lavoro e il rapporto con quello di maltrattamenti in famiglia, poiché la legge non dice 5

6 nulla, ci soccorrono le norme generali sul concorso di reati, sul principio di specialità e l interpretazione giurisprudenziale. Se iniziamo la disamina dai reati di percosse, minacce e ingiurie appare tutto piuttosto pacifico. Secondo dottrina e giurisprudenza, infatti, questi reati sono assorbiti nel reato di maltrattamenti, con conseguente applicazione della sola pena prevista dalla norma di cui all articolo 572 c.p. Per il reato di percosse, in realtà, l articolo 581 c.p. statuisce che questa disposizione non si applica quando la legge considera la violenza come elemento costitutivo o circostanza aggravante di un altro reato. E poiché il reato di maltrattamenti si può concretizzare, appunto, attraverso l uso della violenza fisica (che diventa quindi elemento costitutivo del reato) è evidente che non potrà trovare applicazione la norma di cui all articolo 581 c.p. per il principio anzidetto. Nel rapporto fra il reato di maltrattamenti e quelli di minaccia e di ingiuria, gli autori ritengono che se le percosse, che implicano una forma seppur lieve di violenza fisica, si considerano assorbite nella condotta di cui all articolo 572 c.p., a maggior ragione si deve seguire lo stesso ragionamento quando la condotta si manifesta con una violenza solo verbale, ovvero quella che caratterizza appunto la minaccia o l ingiuria; inoltre la pena prevista dalle singole norme citate (612 c.p. e 594 c.p.) sarebbe molto lieve e, come tale, assorbibile in quella ben più grave prevista per i maltrattamenti. Si segnala, tuttavia, sul punto una sentenza della Cassazione (Cass. Pen, sezione VI, , n ) che, in tema di minaccia, sembra aderire a un interpretazione differente: in particolare, la Corte ha ritenuto insussistente il presupposto per l assorbimento della minaccia in quello di maltrattamenti in forza dell autonoma enucleazione indicata nel capo di imputazione. 6

7 Rapporto fra il reato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Una delle questioni particolarmente discusse e trattate dalla Suprema Corte nell ambito del reato di maltrattamenti è quella che attiene alla possibilità che tale reato possa concorrere (o debba ritenersi invece assorbito) con quello di violenza sessuale qualora, appunto, nell ambito della condotta di maltrattamenti si sia verificata anche una o più condotte di violenza sessuale. Si segnala una pronuncia piuttosto importante sul punto, nella quale viene anche riassunto il precedente orientamento costante- della Corte stessa e nella quale si ritrovano numerosi riferimenti giurisprudenziali (cfr. Cass. Pen , sezione III, n ). La Cassazione, in questa sentenza, afferma che il reato di violenza sessuale e quello di maltrattamenti in famiglia possono concorrere tra loro, salvo che nel caso in cui ci sia la piena coincidenza tra le due condotte, nel senso che il delitto di maltrattamenti sia consistito nella mera reiterazione degli atti di violenza sessuale. In particolare si è precisato che il delitto di violenza sessuale concorre con quello di maltrattamenti quando la condotta violenta, ispirata da prevalenti motivazioni di carattere sessuale non si esaurisca nel mero uso della violenza necessaria a vincere la resistenza della vittima per abusarne sessualmente ma si inserisca in un contesto di sopraffazioni, ingiurie, minacce e violenze di vario genere, tipiche della condotta di maltrattamenti. Dunque perché si possa parlare di violenza sessuale in concorso con il reato di cui all articolo 572 c.p., occorre che vi siano altri comportamenti integranti il reato di maltrattamenti (cioè, per esempio, stato di sottomissione, di afflizione, di paura, di prevaricazione). La ragione di tale conclusione, costantemente riaffermata negli anni dalla Corte, risiederebbe nell articolo 15 c.p. (principio di specialità), secondo il 7

8 quale due reati non possono concorrere quando le due norme che apparentemente disciplinano quel fatto sono speciali l una rispetto all altra. Partendo da questo presupposto si afferma- non si può non riconoscere che la violenza sessuale è speciale rispetto al reato di maltrattamenti e concludere in maniera difforme significherebbe violare il principio del ne bis idem sostanziale, che vieta che diverse sanzioni penali siano applicate all agente per lo stesso fatto materiale (stesso principio per cui chi commette violenza sessuale non viene condannato per 610 c.p. o 612 c.p.). Ecco perché la Cassazione afferma che per far concorrere i due reati occorrono anche altri atti che integrino il reato di maltrattamenti. Diversamente, e cioè in assenza di tali ulteriori condotte, troverà applicazione la sola norma di cui all articolo 609 bis c.p., speciale rispetto a quella di cui all articolo 572 c.p. In passato, per giungere alla medesima conclusione, e cioè per poter affermare il concorso fra l articolo 609 bis c.p. e l articolo 572 c.p., erano stati fatti valere due argomenti, oggi però superati dalla tesi sopra illustrata che fa riferimento al principio di specialità. In particolare, una remota giurisprudenza sosteneva l ammissibilità del concorso dei reati poiché le due fattispecie sarebbero differenti: nella condotta riconducibile all articolo 572 c.p. vi sarebbe, infatti, secondo tale interpretazione, un dolo unitario e programmatico che mancherebbe in quella di cui all art. 609 bis c.p. L obiezione mossa a tale interpretazione ha fatto leva sul fatto che anche nella reiterazione della condotta di cui all articolo 609 bis c.p. (e cioè nella fattispecie di 609 bis c.p. continuata) vi è un dolo programmatico e unitario. Quello fondato sulla distinzione del dolo nelle due fattispecie è stato pertanto ritenuto argomento infondato. Il secondo orientamento, ancora più risalente, sosteneva invece che i due reati dovessero concorrere perché diversa è l obiettività giuridica: 8

9 l assistenza familiare nella fattispecie di cui all articolo 572 c.p., la libertà personale in quella di cui all articolo 609 bis c.p. Anche questo orientamento non è stato risparmiato da censure. Si è detto, infatti, che l applicazione di questo principio determinerebbe conseguenze assurde (universalmente riconosciute come tali) in quanto porterebbe a ritenere, per esempio, che la violenza o la minaccia possano concorrere con il reato di cui all articolo 609 bis c.p., essendo diversi gli oggetti giuridici delle norme in questione: la libertà personale nell articolo 609 bis c.p., la libertà morale nei reati di violenza o minaccia. Rapporto fra il reato di maltrattamenti in famiglia e stalking (art. 612 bis c.p.) In questa sede non possiamo addentrarci nell analisi della fattispecie di cui all articolo 612 bis c.p. perché scopo della presente trattazione è l approfondimento del rapporto fra il reato di cui all articolo 572 c.p. e quello, appunto di stalking. Sinteticamente però possiamo premettere alcune considerazioni generali sulla norma che ha introdotto il reato di stalking nel nostro ordinamento (articolo 612 bis c.p.). Essa prevede come elementi costitutivi da un lato la condotta della minaccia o della molestia (almeno due episodi) e dall altro la verificazione di un danno: la norma ne prevede tre in via alternativa (i primi due sono di carattere soggettivo, il terzo di carattere oggettivo). Sarà pertanto sufficiente che se ne realizzi uno perché il delitto sia compiutamente integrato. Il reato non è più considerato un reato di pericolo, come riteneva una superata tendenza che traeva questa conclusione dal fatto che la norma dice in modo da cagionare, invece di usare l espressione cagiona che avrebbe 9

10 consentito di affermare, senza fraintendimenti, la natura di reato di danno del 612 bis c.p. Come compiutamente analizzato da una sentenza del Tribunale di Milano (Tribunale penale di Milano, sezione V, , n ), il primo degli eventi preso in considerazione è il perdurante e grave stato di ansia o di paura che deve avere la connotazione di una forma patologica caratterizzata da stress, non essendo sufficiente una momentanea alterazione ma occorrendo il verificarsi di una situazione di disequilibrio psicologico che assume carattere patologico e, quindi, obiettivo. A provare il verificarsi di questo danno non è necessario disporre una perizia che accerti l esistenza di una vera e propria patologia; può essere sufficiente una certificazione medica nella quale, per esempio, si dia atto della presenza di uno stato di ansia, ovvero una prova testimoniale che dimostri che la persona offesa manifestava palesemente tale stato oppure, ancora, che la vittima per tenere sotto controllo la sua ansia era costretta a ricorrere all assunzione di farmaci. Il secondo evento previsto dalla norma è il fondato timore per l incolumità propria o di un prossimo congiunto (o di una persona ad esso legata da una relazione affettiva). Perché il timore possa ritenersi fondato non occorre che l agente abbia già posto in essere atti di violenza fisica che inducono la vittima ad aver paura della reiterazione delle condotte ben potendo anche le sole minacce, soprattutto se gravi, dirette alla persona offesa concretamente giustificare la seria preoccupazione per la propria incolumità, tenuto conto della sua situazione soggettiva e in particolare delle sue condizioni di vita. L evento di cui parliamo è diverso da quello più sopra descritto (ansia) e quindi a provarne il verificarsi non è richiesta la presenza di una certificazione medica essendo sufficiente, ad esempio, una prova 10

11 dichiarativa dalla quale emerga con chiarezza che la vittima ha manifestato il suo spavento. Il terzo evento (oggettivo) preso in considerazione dalla norma è l alterazione delle abitudini di vita che sussiste tutte le volte in cui la persona offesa modifichi, anche solo in parte, l ordinario svolgimento delle sue giornate; non è necessario un cambiamento radicale attuato, ad esempio, traslocando in un altra città o in un altra abitazione ovvero lasciando il posto di lavoro (per esempio può essere sufficiente cambiare strada per andare al lavoro, cambiare palestra o non uscire più da soli la sera, eccetera). Come si pone questo reato in rapporto a quello di cui all articolo 572 c.p.? Le due norme concorrono oppure una è speciale rispetto all altra e ne viene assorbita? Diverse sono le interpretazioni circa il rapporto fra l articolo 572 c.p. e l articolo 612 bis c.p. Occorre innanzitutto premettere che in questa sede dobbiamo soffermare l attenzione sulla tipologia di stalking che si verifica nell ambito delle relazioni di intimità. Come sappiamo, infatti, questi atti persecutori posso sprigionarsi anche in differenti ambienti e situazioni (per esempio da parte di sconosciuti, sul luogo di lavoro o addirittura in ambito condominiale) che tuttavia esulano dall oggetto del presente lavoro. Venendo ai casi che ci interessano (cioè stalking nelle relazioni di intimità), l esperienza giudiziaria registra molto spesso una sequenza tipica di condotte violente che si consumano inizialmente in ambito familiare e successivamente, dopo l interruzione del rapporto di coabitazione determinato magari da una separazione, attraverso una vera e propria attività di persecuzione nei confronti dell ex partner. Esistono poi anche casi di atti persecutori che iniziano dopo la separazione. 11

12 In generale si ritiene che la norma di cui all articolo 612 bis c.p. sia assorbita in quella di cui all art. 572 c.p. e quindi non sia applicabile il concorso delle norme. Però, nell esprimere questo concetto, la giurisprudenza (Tribunale penale di Napoli, ), ha tuttavia ritenuto corretta la contestazione di entrambi i reati, attribuendo rilevanza, a questo fine, all elemento della coabitazione (cessata) dei due partner. In particolare, il Tribunale ha stabilito che l elemento utile per distinguere i due reati è il requisito della coabitazione fra i soggetti. Laddove questo venga meno, si dovrà applicare l articolo 572 c.p. fino alla cessazione della convivenza e la norma di cui all articolo 612 bis c.p. per i fatti accaduti dopo la cessazione della stessa. Ciò, secondo alcuni, non pare corretto perché è ormai pacifico che il reato di maltrattamenti possa sussistere anche dopo la cessazione della convivenza, qualora gli atti che caratterizzano i maltrattamenti vadano ad incidere sui vincoli che restano tali anche dopo la separazione (ad esempio quello di assistenza morale e materiale e di collaborazione). Quindi si dovrebbe concordare con chi prospetta la contestazione del reato di maltrattamenti nella forma continuata, anche se cessa la convivenza, quando gli atti persecutori e violenti sono iniziati in ambito familiare, durante la convivenza, e la contestazione dell articolo 612 bis c.p. quando gli stessi non abbiano avuto un retroterra recente in ambito familiare o gli attori non abbiano alcun legame giuridicamente rilevante (Anna Costanza Baldry, Fabio Roia, Strategie efficaci per il contrasto ai maltrattamenti e allo stalking, pagina 27). 12

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