I Greci lo chiamavano Eros e i Romani Cupido, ma sia i primi che i secondi lo

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1 Premessa Se fermiamo gli italiani per strada e chiediamo loro chi erano Prometeo, Giasone e Protesilao, con ogni probabilità finiremo col raccogliere solo risposte inesatte, se non addirittura, boh? di stupore. In compenso, però, i fermati saprebbero dirci tutto su Beautiful e Dynasty. Evidentemente c'è stato un cambio di guardia tra i personaggi mitici: fuori Adone e Afrodite e dentro Ridge e Sue Ellen. Eppure, a pensarci bene, la mitologia greca è più che mai presente nei nostri discorsi. Sempre più spesso infatti si sente dire: «Quello è un narcisista», oppure «Quell'altro ha il complesso di Edipo», o ancora «E stato un supplizio di Tantalo», pur senza che nessuno sappia in realtà chi fossero Narciso ed Edipo, e che avesse fatto di così terribile Tantalo da meritarsi un supplizio. Personalmente cominciai a interessarmi di mitologia all'età di quattro anni. Mio padre mi regalò un libro della UTET intitolato La leggenda aurea degli Dei e degli Eroi, libro che conservo tuttora e al quale, ovviamente, sono legato come Linus alla sua coperta. A quattro anni, non sapendo ancora leggere, mi limitavo a guardare le figure: tra le mie preferite, quella di Saturno che si mangia la pietra ritenendola l'ultimo dei suoi nati. I miti (e non soltanto quelli greci, naturalmente) sono la prima forma di narrativa di cui si abbia notizia. Ma come nascono i miti? Nascono in un certo periodo storico, da un particolare ambiente sociale, all'interno del quale la figura dell'eroe occupava la posizione di massimo prestigio. La principale differenza fra i miti greci e i miti d'oggi sta nel fatto che le vicende private dei personaggi allora venivano affidate alla tradizione orale, piuttosto che alle pagine dei rotocalchi. Ma il succo è lo stesso: non a caso, infatti, mithos in greco vuol dire racconto. Tra il IX e il Vl secolo avanti Cristo, non esistendo ancora la televisione, i Greci trascorrevano gran parte delle loro serate ascoltando un «Omero qualsiasi», ovvero un cantastorie che in cambio di un buon piatto di minestra raccontava le avventure degli Dei e degli Eroi. Non potendo, però, ricordare tutto a memoria, i cantori dell'epoca si specializzavano sui singoli miti, dando origine a dei veri e propri serial, per poi tramandarseli a voce di padre in figlio. Ebbene, propongo di riprendere questa bella abitudine, approfittando anche delfatto che raccontare attraverso il mezzo televisivo equivale grosso modo a essere invitati a cena da almeno un milione di italiani. Con il presente videolibro, insomma, è mia intenzione ricalcare le orme di Omero e dei grandi aedi dell'epoca classica (fatte, ovviamente, le debite proporzioni). I due video e il libro contenuti in questo cofanetto dovrebbero fornire al lettore due diversi livelli di conoscenza del mito: il primo (quello del video) per chi si accontenta del solo racconto, e il secondo (quello del libro) per chi invece desidera sapere qualche cosina in più e risalire alle fonti. Un'ultima precisazione: il lettore nei filmati non vedrà attori truccati da Dei, o da Eroi, bensì si dovrà accontentare (nel bene e nel male) della mia persona in qualità di raccontatore unico. I motivi di questa scelta sono dettati dal fatto che il mito è di per sé un massimo, ovvero l'essenza stessa del concetto che si vuole rappresentare. Detto terra terra, perfino la più affascinante fra le top model e Mister Universo non ce la farebbero a incarnare Afrodite e Marte, ovvero il Massimo della Bellezza e il Massimo della Violenza. Viceversa la parola, con il suo potere evocativo, stimolando l'immaginazione di chi ascolta, finirebbe con l'avvicinarsi di più all'idea che si vuole rappresentare. L.D.C. L'Arte amatoria I Greci lo chiamavano Eros e i Romani Cupido, ma sia i primi che i secondi lo

2 raffiguravano come un ragazzino nudo e riccioluto dell'apparente età di cinque anni. Dispettoso fino alla perfidia, Eros era spietato con le sue vittime. Quando un poveraccio veniva ferito da una delle sue frecce, Dio o mortale che fosse, non aveva scampo: s'innamorava della prima persona che gli capitava a tiro! In realtà, il birbante disponeva di due tipi di frecce, quelle d'oro e quelle di piombo (duo tela pharetra diversorum operum... ): con le prime inoculava l'amore e con le seconde la repulsione. Un giorno Apollo, solo per avergli fatto una ramanzina, come la si può fare a un bambino capriccioso, si beccò una freccia d'oro in pieno petto che, oltre a farlo soffrire come una bestia, lo obbligò a invaghirsi di una ninfa, Dafne, che a sua volta era stata colpita da una freccia di piombo. Di chi sia figlio Eros, e in quale circostanza sia nato, è ancora oggetto di discussione: per alcuni sarebbe figlio di Afrodite e Ares, per altri di Afrodite ed Ermes, per altri ancora del Caos, oppure del Vento e della Notte. C'è infine chi sostiene che sia sbucato da un Uovo d'argento emerso dal Nulla e che, subito dopo, abbia creato il Cielo, la Terra, il Sole e la Luna. Per altri invece è un ermafrodito dalle ali d'oro con ben quattro teste, una di leone, una di vacca, una di serpente e una di ariete, ciascuna delle quali, rispettivamente, ruggiva, muggiva, sibilava e belava. Mo', va' a capire il significato allegorico di tutte quelle teste! Misteri della mitologia. I sostenitori della tesi «Eros progenitore emerso dal Caos» affermano che senza amore non nasce un bel nulla, e che quindi deve essere stato per forza lui il primo a entrare in scena. La tesi opposta, invece, obietta che il sesso, da solo, basta e avanza per far nascere chicchessia: ne fa testo Zeus che disseminò di figli tutto l'olimpo limitandosi a praticare lo stupro all'ingrosso ai danni di Dee, ninfe e signore di buona famiglia. Alla fine tutti d'accordo nel dire che all'inizio ci fu unicamente il sesso, e che solo in un secondo momento si entrò nell'età dell'amore con Eros e le sue temibili frecce. Ora, però, lasciamo queste dispute al giorno in cui affronteremo la cosmogonia ed esaminiamo più da vicino il problema che ci interessa: amare è un'arte oppure un qualcosa di naturale, d'istintivo, che si può praticare così, alla buona, senza alcuna preparazione specifica? Su questo argomento Ovidio ci ha lasciato addirittura un poema: L'Arte amatoria, ovvero il «manuale del perfetto latin lover». Per il nostro poeta, infatti, far bene l'amore presenta più o meno le stesse difficoltà del guidar bene un carro nelle gare del Circo, o del perfetto approdo di una nave in porto durante una notte di burrasca. Detto con altre parole, secondo Ovidio, come è necessario frequentare una scuola per prendere la patente, così è indispensabile leggersi tutta la sua Arte amatoria per imparare a far bene l'amore. Se non mi credete, eccovi l'inizio del poema: Se è vero che per condurre una nave a vela o un carro leggero ci vuole un'arte, perché non dovrebbe esserci un'arte anche per condurre l'amore? Come Tifi era il più bravo fra i timonieri, e Automedonte il più bravo fra gli aurighi così anch'io cercherò di essere per voi il Tifi e l'automedonte dell'amore. Dopodiché, passa ai consigli pratici: In primo luogo, cercati una persona da amare, poi, una volta che l'hai individuata, cerca di conquistarla. Il terzo impegno sarà quello di far durare questo amore il più a lungo possibile. E aggiunge: Il cacciatore di cervi sa dove sistemare le reti, o in quale valle recarsi per catturare un cinghiale. Chi invece va a caccia di uccelli conosce benissimo i boschi, così come chi è appassionato di pesca conosce a menadito i fondali più pescosi. Allo stesso modo chi cerca l'amore, se vuole avere un po' di fortuna, dovrà recarsi nei luoghi più affollati di belle donne. Ma dove sono questi luoghi? Ovidio non ha dubbi: a Roma. Roma ti offrirà quante donne vuoi, e tutte così belle che a un certo punto sarai costretto a dire: «Ma questa città possiede davvero tutto quello che c'è di più desiderabile al mondo». Le belle ragazze che vi prosperano, infatti, sono più numerose delle spighe di Gargara, dei grappoli d'uva di

3 Metimna, dei pesci del mare, degli uccelli dei boschi e delle stelle del cielo. Venere, non a caso, ha fissato qui la sua dimora. Se ti attirano gli anni acerbi, lei ti procurerà una ragazzina adatta ai tuoi desideri, se invece la preferisci nel fiore degli anni, te ne potrà procurare addirittura mille, se infine è l'età matura quella che più ti soddisfa, allora, credimi, non ci sono limiti: ne potrai avere così tante che nemmeno proverò a contarle. Una volta individuata la città, Ovidio passa a elencare i luoghi pubblici, a suo avviso, più pescosi: Come le formiche vanno avanti e indietro in lunga fila, portando il grano con la bocca, o come le api, sparse sui campi profumati, che volano di fiore in fiore, così le donne, tutte eleganti, corrono in massa agli spettacoli più affollati. Di sicuro vanno a teatro per guardare, ma anche per essere guardate. Il teatro, infatti, è un luogo pieno di rischi per la castità e il pudore. Segue l'elenco di tutti i luoghi idonei all'abbordaggio. Anche i Fori, chi lo avrebbe mai detto, sono adatti all'amore. Colà, spesso, al facondo oratore viene a mancare la parola: quando meno se lo aspetta, infatti, il poverino viene irretito da Amore. E di IMi ride la bella Venere, che proprio lì accanto ha il suo tempio: poco prima quell'oratore era solo un avvocato, ora, di punto in bianco, è diventato un suo cliente. E come dimenticare le corse dei cavalli di razza: il Circo, con tutta la folla che si ritrova, offre molti vantaggi. Non è necessario far segni con le dita per inviare messaggi, né attendere cenni d'intesa: volendo, ci si può sedere accanto alla donna prescelta, e nessuno ci potrà dir nulla. E già, perché le linee divisorie costringono tutti a stare gli uni addosso agli altri, che lo si voglia o no, e saranno proprio le regole del luogo a favorire un contatto più ravvicinato con le ragazze. A questo punto, dovrai attaccare discorso: una qualsiasi frase basterà ad avviare la conversazione. Potrai chiedere, ad esempio, da buon tifoso: «Di chi sono quei cavalli laggiù?». E se ti accorgi che lei fa il tifo per qualcuno, fallo anche tu per lui. Quando poi sfilerà la processione degli Dei in avorio, mi raccomando: applaudi più di tutti Venere. Se poi, come spesso succede, un po' di polvere le cadrà sul vestito, pensa tu a mandargliela via con le dita; e se la polvere non c'è, mandagliela via lo stesso. Anche i banchetti, con la tavola imbandita, offrono a volte buoni approcci. Il vino predispone l'animo all'amore e lo rende più vulnerabile alla passione: L'inquietudine si dissolve man mano che viene versato il vino. Allora nasce spontaneo il riso e perfino un poveruomo comincia a farsi audace. A quel punto, spariscono i dolori, gli affanni e le rughe della fronte. Per contro, spunta la sincerità, così preziosa ai nostri giorni. Ai banchetti, spesso, le ragazze sono solite rubare il cuore ai giovani, e questo mettere insieme Venere, e vino è come aggiungere fuoco al fuoco. Detto in latino suona meglio: Et Venus in vinis, ignis in igne fuit, ma il latino, si sa, è sempre più suggestivo dell'italiano; in questo caso, poi, c'è anche l'assonanza tra Venus e vinis ad abbellire l'espressione. Una volta individuati i luoghi adatti, Ovidio passa in rassegna le strategie di attacco. Non sempre, dice, è conveniente mostrarsi vogliosi; anzi, in alcuni casi, potrebbe addirittura essere più vantaggiosa l'indifferenza. Sono sicuro che se ci mettessimo d'accordo tra di noi maschi, di non far il primo passo con alcuna, le donne di certo prenderebbero l'iniziativa. Sui molli prati, infatti, è sempre la vacca a muggire al toro, ed è sempre la cavalla a nitrire al maschio, ogniqualvolta viene la stagione degli amori. A volte però le cose non sono così semplici, ammette Ovidio, tuttavia bisogna tentare lo stesso. Coraggio, e provaci con tutte! Ce ne sarà, dico io, almeno una, fra le tante, che si lasci conquistare! E che si concedano o meno, non dimenticare che le donne sono sempre ben liete di essere corteggiate. Piuttosto, suggerisce Ovidio, cercati degli alleati: ad esempio, fatti amica una delle sue ancelle. Sarà lei infatti a renderti più facili gli approcci; bada bene, però, che sia al corrente dei più reconditi pensieri della sua

4 padrona, e che sia complice muta dei suoi svaghi segreti. Sceglierà lei il momento più propizio per comunicarle i tuoi messaggi (anche i medici badano al momento adatto) e le parlerà quando vedrà in lei l'animo ben disposto a lasciarsi conquistare. L'ancella, pettinandole i capelli al mattino, le parlerà di te, e dopo aver giurato che stai lì lì per morire d'amore, aggiungerà di suo parole persuasive. Mi chiedi se sia indispensabile sedurre anche l'ancella? Non sempre: se è bella fallo pure, cerca però di farti prima la padrona e poi la serva. Ma non basta: Devi fare sempre l'innamorato, simulare a parole le ferite d'amore. Cerca con ogni mezzo di convincerla che è stata lei a trafiggerti. Bada che non dovrai faticare molto a farglielo credere, dal momento che non c'è donna al mondo che non si ritenga degna di essere amata. Gli elogi alla bellezza, poi, fanno sempre piacere, anche alle donne oneste, e perfino alle vergini. Se ciò non fosse vero, non si capirebbe perché Giunone e Minerva si siano tanto arrabbiate quel giorno in cui vennero considerate da Paride meno belle di Venere. Prometti senza paura (le promesse attirano sempre le donne) e chiama pure a testimoni gli Dei. Giove, dall'alto, se la ride delle bugie degli amanti: non appena le ascolta, infatti, dà subito ordine a Eolo affinché le disperda nel vento. Dopo averlo istigato a mentire, Ovidio si attende dall'allievo una reazione indignata, o quanto meno esitante. Ma a questo punto è già pronta la sua replica: anche le donne mentono, anzi in genere mentono di più! Ingannare chi inganna, questa è la regola! Le donne poi, nella maggior parte dei casi, sono una razza sacrilega. E allora, coraggio: perfino le lacrime ti potranno essere d'aiuto, e fa' che lei veda bene le tue guance inumidite. E se le lacrime tardano a venire (giacché a volte non vengono a tempo debito), bagnati pure gli occhi con la saliva. Questo è, in sintesi, quanto consiglia Ovidio (a noi uomini, ovviamente) nel primo libro dell'arte amatoria. Nel secondo invece elenca, a una a una, tutte le strategie per far durare l'amore quanto più a lungo possibile, e ci dice: «Se, grazie a me, avete appreso l'arte della cattura, sarà ancora grazie a me che apprenderete l'arte del mantenimento». (Arte mea capta est, arte mea tenenda est.) Cominciamo con l'esaminare il caso in cui un'amante avida ci chiede un regalino particolarmente costoso. Andateci piano, suggerisce Ovidio, e ricordatevi che ci sono donne capaci di ridurvi sul lastrico a forza di regalini. Se un venditore, un vero bellimbusto, poco poco si accorge che la tua donna è una spendacciona, subito ne approfitterà per sciorinare in tua presenza la propria mercanzia. Lei allora ti chiederà di darci solo un'occhiatina, tanto per dimostrare il tuo buon gusto, quindi comincerà a baciarti sulla guancia affinché tu le regali qualcosa. Giurerà che per anni e anni non ti chiederà più nulla... e che quell'acquisto è per te un vero affare. A quel punto non avrai più scampo: anche se trovassi la scusa di non avere con te il denaro, il venditore ti chiederebbe un impegno scritto, roba da pentirsi di aver imparato a scrivere. Certo Ovidio non doveva avere una grande opinione delle sue concittadine: con ogni probabilità, però, lui, nell'arte amatoria, parla solo delle cortigiane e non già delle matrone romane che, viceversa, pare fossero molto virtuose. Avessi dieci bocche e altrettante lingue non riuscirei mai a elencare tutte le arti scellerate delle donne! Ma senza un regalino o un'attenzione di tanto in tanto, come faremo a mantenerle al nostro fianco? Con la parola, sostiene Ovidio, solo con la parola. Dei poveri io sono il poeta, giacché molto ho amato in povertà; e se non potevo permettermi regali, in compenso regalavo belle parole. La guerra la si faccia con i Parti, con l'amica elegante invece ci sia sempre la pace, lo scherzo e tutto ciò che genera amore. Se di fronte a questo atteggiamento lei non sarà dolce e cortese, allora sopportala e tieni duro: in poco tempo si ammorbidirà. Un ramo d'albero si piega se lo curvi con grazia, se Ci metti invece tutta la tua forza si spezza. Perfino le tigri e i leoni

5 della Numidia si piegano con le buone maniere, così come nei campi il toro, un po' alla volta, finisce per accettare l'aratro. Se lei fa resistenza, cedi: solo cedendo risulterai vincitore. Cerca di recitare la parte che lei crederà opportuno assegnarti. Se ti accorgi che critica, critica anche tu. Quando approva, invece, approva anche tu. Se ride, ridi, se piange, piangi. E non considerare una vergogna (è una vergogna che le risulterà gradita) che la tua mano virile possa reggerle lo specchio. Se ti dirà: «Troviamoci al tal posto», rinvia ogni cosa e corri. La folla non rallenti il tuo cammino. E se non hai un mezzo di trasporto con cui andare, militanta flessibilità sorprende in un uomo come Ovidio. Seppure, a ben guardare, non di flessibilità si tratta, ma di cinica disistima nei confronti della persona amata. Mi spiace per Ovidio, ma un amante come quello da lui descritto nell'arte amatoria non verrebbe accettato da nessuna delle donne che noi oggi frequentiamo. La sincerità, ad esempio, è una dote assolutamente sconosciuta al poeta. Sentite cosa consiglia al suo allievo: Se hai a cuore di tenerla legata, fa' in modo di apparire incantato dalla sua bellezza: se indosserà una porpora di Tiro, fa' l'elogio delle porpore di Tiro, se sarà in tessuto di Coo, dille che il tessuto di Coo le dona. Se la vedi adorna di gioielli d'oro, falle capire che per te lei è più preziosa dell'oro, se invece indossa solo una tunica, allora dille con entusiasmo: «Mi metti il fuoco addosso!» «Moves incendia», e questa sarebbe la frase che, secondo Ovidio, dovremo urlare, estasiati, ogniqualvolta vediamo la nostra donna vestita in modo casuale. E inutile, adesso, stare a elencare tutte le tattiche che Ovidio suggerisce nel manuale, e andiamo direttamente al capitolo della infedeltà: quelle dell'uomo e quelle della donna. Per l'uomo il poeta non ha dubbi: tradire è un'arte. Tu nega, nega sempre, anche se le cose che hai nascosto con cura venissero alla luce, anche se fossero lampanti. E comunque non mostrarti mai remissivo o più dolce del solito, che questi sì che sarebbero indizi chiarissimi di colpevolezza. Non risparmiarti invece con le reni e ricordati che la recente avventura va smentita in un solo modo: andando a letto insieme. Devi metterle le braccia intorno al collo e accoglierla piangente sul tuo petto. Dàlle continuamente baci mentre piange e soprattutto falle provare i piaceri di Venere. Solo così si potrà dissolvere la sua collera: col trattato di pace dell'amplesso. Dopo tale premessa, Ovidio fa un raffronto tra il mondo della preistoria, dominato dalla forza bruta, e il mondo suo, regolato dall'amore. All'inizio c'era solo una massa confusa, all'interno della quale non era possibile distinguere gli astri, la terra e il mare, finché un giorno la terra fu posta sotto il cielo e il mare intorno a essa. Allora le selve accolsero le fiere, l'aria accolse gli uccelli e i pesci trovarono rifugio nelle limpide acque. L'uomo invece vagava nei campi deserti e ubbidiva solo alla forza bruta. La sua casa era il bosco, l'erba il suo cibo e le foglie il suo giaciglio. Fu ilpiacere dell'amore ad addolcire gli animi selvaggi. S'erano fermati per caso l'uomo e la donna nello stesso luogo: ciò che fecero quel giorno lo appresero da soli, senza alcun maestro. A quei tempi non si conosceva ancora l'arte di amare, ma Venere compì lo stesso il suo dovere. Coraggio, ordunque, che questa è la medicina giusta per calmare l'amante adirata: non esistono al mondo altre vie per riappacificarsi. Fare all'amore è una medicina più efficace di qualsiasi filtro di Macaone. L'amore però, ammette Ovidio, non è sempre un tenero idillio, anzi, il più delle volte è pena e sofferenza. Si prepari l'amante a superare molte prove, e si ricordi che i piaceri sono scarsi e le pene di gran lunga più abbondanti. Quante sono le lepri sul monte Athos, le api sull'ibla, le bacche sul ceruleo albero di Pallade, le conchiglie sui lidi, tante sono le pene nell'amore. Ed ecco cosa deve essere pronto a sopportare un uomo se vuole diventare un

6 perfetto amante: Ti diranno che è uscita, e proprio mentre te lo stanno dicendo tu la scorgerai girare per casa attraverso un'apertura. Ebbene, in quel caso dovrai convincerti che è uscita davvero e che se l'hai vista è perché sei un visionario. Se dopo aver ottenuto un appuntamento per trascorrere con lei una notte d'amore troverai la sua porta sbarrata, stendi il tuo corpo sulla nuda terra e aspetta. E se, dopo aver supplicato a lungo la donna crudele, i battenti resteranno chiusi, lascia sull'uscio le rose che ti ornavano il capo. Non è vergogna, in nome dell'amore, sopportare gli insulti e le percosse di una donna, né baciare i suoi piedi delicati. Queste cose Ovidio le scrive, ma non le pensa. Infatti, dopo una decina di versi, si lascia andare e sbotta: In quest'arte, lo confesso, non ho ancora raggiunto la perfezione: sono io stesso inferiore ai miei precetti. Se davanti a me un estraneo facesse segnali alla mia donna, non riuscirei mai a sopportarlo! Di sicuro mi farei prendere dall'ira. A volte, infatti, è meglio non sapere. Ciò detto, ragazzi, eccovi un consiglio prezioso: evitate di cogliere in flagrante le vostre donne! E qui, per avvalorare la tesi, Ovidio racconta il celebre episodio di Efesto che scopre Ares e Afrodite, nudi, a letto insieme. In due parole, il mito racconta come Efesto, il Dio zoppo, sospettando di essere tradito da sua moglie, avesse messo nel proprio letto una rete d'oro, robusta quanto invisibile. In tal modo l'industrioso Dio riuscì a imprigionare i due amanti, dopo di che chiamò intorno al letto tutti gli Dei dell'olimpo perché si rendessero conto di persona fino a che punto la moglie era una svergognata. Risultato finale: Efesto venne schernito da tutti e la vista di Afrodite nuda eccitò anche Ermes e Poseidone! Il poeta conclude il secondo libro impartendo agli uomini una lezione d'ipocrisia: Non criticare mai i difetti delle donne! Ignorarli è una regola utile a molti. Se, ad esempio, c'è qualcosa che non tolleri, cerca di rassegnarti: ricordati che più il tempo passa e più ti abituerai. Scegliendo i termini giusti, poi, si possono addolcire le peggiori magagne: se lei è strabica le potrai sempre dire che è simile a Venere, se invece ha gli occhi slavati dille che somiglia a Minerva; e poi ancora: se è magra le dirai che è snella, se è grassa che è fiorente, se è bassa che è minuta, e così di seguito: invece di sottolineare un difetto, evidenzia il pregio che le è più vicino. Il terzo libro dell'arte amatoria Ovidio lo dedica invece alle donne, e dal primo all'ultimo verso è prodigo di consigli per il gentil sesso. Sotto sotto, il poeta è preso dagli scrupoli: dopo aver speso due interi libri a dirne peste e corna, ora fa marcia indietro ed è pronto ad ammettere che le donne non sono tutte uguali: Non bisogna rovesciare su tutte la colpa di alcune: che ogni ragazza invece sia giudicata per le azioni che ha commesso! Se è vero che è esistita un'elena sulla quale furono lanciate accuse infamanti, è altrettanto vero che è esistita anche una Penelope che, al contrario, ha atteso fedele per due lustri, e poi per due lustri ancora, che il marito terminasse il suo errare dopo aver a lungo combattuto. A questo punto, perché non insegnare anche alle donne le strategie dell'amore? Ho dato le armi ai Danai contro le Amazzoni, non mi resta ora che dare le armi anche a te, Pentesilea, e alle tue schiere. Scendete or dunque in guerra gli uni contro gli altri, ad armi pari, e che vinca colui a cui andrà maggiormente ilfavore delfanciullo che vola. Ovidio passa poi ai consigli pratici. Innanzitutto lavatevi! Che il viso, in particolare, venga lavato ogni mattina con acqua appena attinta, che l'incuria non annerisca i denti, che l'aspro odore di capro non alligni mai nelle vostre ascelle, e che le gambe non siano irte di duri peli. Dono divino è la bellezza, ma quante di voi, in tutta onestà, possono dire di essere belle? Gran parte delle donne infatti non possiede quel dono. Se le femmine di una volta non curavano molto ilproprio corpo, era perché a quel tempo anche gli uomini non erano curati. Andromaca indossava una ruvida tunica, ma era anche la moglie di un duro soldataccio, e quale veste avrebbe

7 potuto mai indossare una donna come la moglie di Aiace sapendo che il marito viveva giorno e notte coperto da sette pelli di bue? Forse c'è ancora qualcuno a cui piacciono questi personaggi del passato, io, per quanto mi riguarda, ringrazio gli Dei di essere nato oggi. Ed ecco una vera e propria lezione di trucco: Con un velo d'argilla aumentate il candore della pelle, e se qualcuna di voi ha il viso esangue che usi pure il rosso artificiale. Con un segno ben fatto riempite il vuoto sotto le sopracciglia e con un sottile cerone coprite le guance che la natura vi ha dato. Non abbiate vergogna di segnare gli occhi con la cenere, oppure con il croco. Ma che il vostro innamorato non veda mai i vasetti delle creme messi in bella mostra sulla toilette: l'arte dell'amore giova all aspetto solo se è ben nascosta. I cosmetici aumentano la bellezza ma sono brutti a vedersi. In pubblico non vi consiglierei mai di usare il midollo di cerva o di spazzolarvi i denti. Chiudete allora la porta della vostra camera e non mostrate mai agli altri un'opera imperfetta. Non siano mai in disordine i capelli. La mano che li cura, a seconda dei casi, può donare o annullare la bellezza. L'acconciatura giusta non è di un solo tipo: ogni donna può scegliere quella che più le dona, e prima che agli altri chieda consiglio al suo specchio. Un ovale allungato vuole una scriminatura senza orpelli (così, infatti, era solita pettinarsi Laodamia). Un viso rotondo invece preferisce che tutti i capelli siano raggruppati sul capo in modo da mostrare le orecchie. Una lascerà che i capelli le ricadano dolcemente sulle spalle, un'altra se li legherà tutti all'indietro come la Dea Diana, allorquando, sollevata la tunica, andava a caccia di atterrite fiere. Con voi donne la natura è stata benigna: mentre a noi uomini la testa, con gli anni, diventa a volte nuda, voi avete modo di tingervi i capelli che si sono imbiancati con le erbe di Germania e l'artificio spesso vi procura un colore ancora più bello di un tempo. Quanto all'abbigliamento, Ovidio lo consiglia non troppo vistoso, ma nemmeno troppo dimesso. Una sobria eleganza è quella che attrae: non venite avanti con vesti appesantite e trapunte d'oro. Con tanti colori che ci sono in giro, a prezzi modesti, che follia è mai questa di portare addosso un intero patrimonio? Ecco il celeste, il colore del cielo quando è sgombro di nuvole, ed ecco l'azzurro intenso, il colore che imita le onde del mare e che penso sia quello preferito dalle ninfe, e il croco, il colore del mantello che copre la Rugiada allorquando la Dea aggioga i cavalli del mattino. Poi abbiamo l'ametista, il viola cupo, il rosa pallido, il marrone delle castagne, quello più chiaro delle mandorle e via dicendo. Quanti sono i fiori che la primavera produce, tanti sono i colori che la lana è in grado di assorbire. Ma bisogna anche essere bravi a saperli scegliere: un tono scuro si adatta di più alle carnagioni candide (stava bene infatti a Briseide allorquando fu rapita), mentre il bianco si addice maggiormente alle brune (e la figlia di Cefeo ben lo sapeva quando calpestò la terra di Serifo). E passiamo ai comportamenti. Qui Ovidio diventa un vero e proprio maestro di bon ton: sa tutto su come ci si deve sedere, mangiare, bere, camminare, ridere, sdraiarsi sul triclinio e via dicendo. Consiglia il giusto tono di voce da mantenere durante le conversazioni, e le principali arti che bisogna conoscere per brillare in società. Se sei piccola è meglio che tu stia seduta, se non altro per non sembrare seduta quando stai in piedi, e nel triclinio fai in modo di stare ben distesa, per minuta che sia la tua statura, e anche qui, affinché nessuno misuri la tua taglia mentre sei sdraiata, cerca di non mostrare i piedi drappeggiandovi sopra la coperta. Chi ha l'alito pesante non parli mai a digiuno, e si tenga a distanza dal viso dell'uomo con cui parla. Quando si hanno i denti grandi o irregolari è preferibile non ridere: si corrono meno rischi. E se proprio scappa una risata, fate in modo di aprire la bocca moderatamente e di coprire le radici dei denti con le labbra. A volte è meglio piangere. In verità, anche per piangere è necessario uno stile: le donne di classe, infatti, piangono, ma lo fanno scegliendo il

8 momento giusto e i modi più appropriati. imparate a camminare con passo femminile giacché anche l'andatura fa parte della vostra eleganza: attira o mette in fuga lo sconosciuto che vi guarda. Alcune donne muovono i fianchi con arte e fanno gonfiare la tunica ondeggiante, altre invece, al pari della sposa rubiconda del burino umbro, camminano a gambe larghe facendo grandi passi. E anche qui, come in tante altre cose, ci vuole misura: se è rozzo un certo tipo di andatura, anche l'altro non è consigliabile, essendo manierato più del lecito. La voce è quanto mai importante: spesso, infatti, quando è armoniosa, fa da mezzana nelle vicende d'amore. Le Sirene erano strani esseri marini che con voce melodiosa attiravano a sé tutte le navi, anche le più veloci. Quando Ulisse le udì, per poco non si liberò dai lacci, e se non ci riuscì fu solo grazie ai suoi compagni che per non udire le voci delle Sirene si erano turate le orecchie con la cera. Una ragazza dovrebbe sempre saper cantare, suonare l'arpa e danzare. I ballerini, infatti, il pubblico li ama, tanto eleganti sono le loro movenze. E qui Ovidio si lascia prendere dal suo stesso gioco e passa, armi e bagagli, dalla parte delle donne. Indica loro i luoghi più giusti per mettersi in mostra, ed elargisce a piene mani decine di piccoli suggerimenti. A voi ragazze belle è utile la folla: andate e venite, fuori di casa a passeggio. Chi mai conoscerebbe Danae se fosse rimasta sempre rinchiusa nella torre fino alla vecchiaia? Una bella donna, invece, ha il dovere di offrirsi allo sguardo della gente: tra i tanti che la guardano, ce ne sarà pure uno che resterà abbagliato! Che la ragazza si soffermi in ogni luogo, desiderosa di piacere: se l'amo è pronto, prima o poi un pesce abboccherà. In amore non esistono remore, incalza Ovidio, perfino i funerali, a volte, possono tornare utili! Funere saepe viri vir quaeritur (spesso è al funerale di un marito che si rimedia un altro marito). Ed ecco, invece, come comportarsi alle feste. Arrivate sempre in ritardo, e con eleganza fate il vostro ingresso a luci già accese. Più lunga sarà stata l'attesa, più gradita diventerà la vostra presenza. L'attesa è una grande ruffiana. Anche se siete brutte, sembrerete più belle a quelli che hanno già bevuto. Prendete pure i cibi con le dita, ma, mi raccomando, fermatevi prima di essere sazie, mangiate sempre un po' di meno di quello che vorreste mangiare, e lo stesso valga per il vino. Insomma fate in modo che la mente e le gambe restino ben salde a terra. in altre parole, se una cosa è una, evitate di vederla doppia! Fin qui, Ovidio si è perso nei dettagli. L'argomento, però, che più interessa il sesso femminile è un altro: lei, la donna, vuol sapere come deve comportarsi quando è corteggiata da un uomo che le piace. Deve cedere o resistere? E se decide di concedersi, è meglio che lo faccia subito, alle prime avances, o che attenda un pochino al fine di accrescere nello spasimante il desiderio? Il poeta in proposito non sembra avere idee molto chiare: all'inizio è favorevole al lasciarsi andare, poi, all'improvviso, cambia parere e opta per la difesa a oltranza. Finché ti è consentito dichiarare l'età, goditi la vita: gli anni se ne vanno come acqua che scorre, e l'ora che hai appena trascorso non può più tornare indietro. L'età scivola via con passo lieve, e tu, che ora respingi gli innamorati, sappi che un giorno, da vecchia, giacerai sola nel letto e sentirai tanto freddo a causa della solitudine. Oh te infelice, con quanta rapidità le rughe ti trasformeranno la fisionomia! E allora, dammi retta: segui l'esempio delle Dèè e non rifiutarti alle voglie degli uomini. Anche ammesso che loro t'ingannino, a te cosa costa? In fondo resta tutto come è: fossero anche in mille a prendersi il piacere, tu non ci perderesti nulla. Il ferro si consuma, la pietra con l'uso si assottiglia, mentre quella parte che avete voi donne si mantiene integra e non teme alcun logorio. Alla fin fine, cosa ci perdi se poi con l'acqua ti lavi? Che il piacere di Venere tu possa sentirlo in completo abbandono, sin nelle fibre più profonde, e che il godimento sia uguale per entrambi. I giochi di

9 Venere sono mille, dal più semplice (di quando i due corpi giacciono l'uno accanto all'altro) al più complicato. Non cessino mai per te i giochi d'amore e i dolci mormorii, e che in questi giochi si odano pure parole lascive. Ma se per colmo di sfortuna la Natura ti avesse negato di provare i piaceri di Venere, allora simula le gioie più dolci con ingannevoli suoni. Bada soltanto che non se ne accorgano: crea con i movimenti e gli sguardi le espressioni estasiate di chi sta godendo, e che le parole e l'ansimare possano abilmente fingere il tuo godimento. Verso la fine del libro, però, il poeta ci ripensa e consiglia un atteggiamento più riservato: L'attesa per gli innamorati è sempre stimolante, purché non sia troppo lunga. Non mostrarti facile alle pretese dello spasimante, ma non respingerlo neppure con durezza: fa' che egli senta, nel medesimo tempo, timore e speranza. Per poi diventare addirittura crudele nei confronti del maschio. Ciò che viene dato con facilità alimenta a fatica un amore: ai piacevoli giochi si mescoli talvolta un rifiuto. Lascia che il tuo amante resti in attesa, fuori della porta, e che supplichi, minacci e urli nel buio della notte: «O porta crudele perché non ti apri». Il dolce viene presto a noia, una bevanda amara invece spesso è stimolante. Ciò che impedisce alle mogli di essere amate è il fatto che i mariti godano dei loro favori ogniqualvolta ne hanno voglia. Tu metti invece fuori della porta un servo che gli dica a muso duro: «Qui non si passa», e per giunta fagli credere che ha un rivale e che non è il solo ad avere accesso al tuo letto. Poi si rende conto di ciò che sta scrivendo e geme: Ma dove mi sono lasciato trasportare?! E folle affrontare in tal modo il nemico, consegnandosi prigioniero spontaneamente e facendogli anche da informatore. L'uccello non mostra al cacciatore il modo migliore per farsi catturare, la cerva non insegna a correre ai cani inseguitori. Ma ormai è fatta: ho già consegnato alle donne di Lemno le spade con le quali verrò trafitto. L'importante, però, è che si dica: «Ovidio fu il mio maestro». # Il simposio Il tema dell'amore fu l'argomento principale di una celebre cena, tenutasi ad Atene 2407 anni fa (anno più, anno meno) in casa del poeta tragico Agatone. Oltre al padrone di casa erano presenti i seguenti signori: Fedro, Eurissimaco, Pausania, Aristofane, Socrate e Aristodemo (quest'ultimo, in verità, non invitato). Sul tardi arrivò anche Alcibiade con il suo seguito. Tutto quello che venne detto in tale occasione fu trascritto fedelmente, parola per parola, da Platone nel più bello dei suoi dialoghi: il Simposio. Simposio, detto alla buona, vuol dire banchetto. Quello greco, in particolare, aveva regole molto rigide: prima ci si lavava le mani, poi gli schiavi portavano il cibo, quindi ci si lavava di nuovo le mani e infine si ascoltava una flautista suonare. Il clou del simposio, però, stava tutto nel finale, e per la precisione nel momento in cui si cominciava a bere e a parlare: i commensali si mettevano in testa una coroncina di alloro, forse in onore di Apollo, e sceglievano il tema della serata. Il vino, in genere, era molto allungato, un po' perché costava caro e un po' perché bevuto allo stato puro era considerato un veleno. La misura degli annacquamenti variava alquanto: si oscillava dalle tre parti di acqua e una di vino alle tre parti di acqua e due di vino, e si arrivava a tanto solo nel caso che ci si volesse ubriacare. Il dialogo inizia con Aristodemo e Socrate che s'incontrano per caso lungo una strada di Atene, una di quelle strade, precisa Platone, «che sembrano fatte apposta per parlare e camminare». Aristodemo vide Socrate lavato da capo a piedi e calzato con i sandaletti, cosa che faceva alquanto di rado, e gli chiese dove andasse così in ghingheri. E Socrate gli rispose: «Vado a cena da Agatone, giacché ieri, alla sua vittoria, me ne sono scappato per paura della confusione. Gli ho promesso, però, che sarei tornato oggi per i festeggiamenti, ed ecco il motivo per il quale mi sono fatto così bello: per andare da bello in casa di un bello. Tu, piuttosto, cosa ne penseresti di

10 venire a cena con me, seppure non invitato?» E Aristodemo rispose: «Ci verrei senz'altro, sempre però che la mia presenza fosse di tuo gradimento.» E Socrate: «Allora seguimi, o Aristodemo, in modo che potremo avvalorare il proverbio che dice: "A tavola dei grandi, vanno i grandi senza invito".» In realtà il proverbio non diceva affatto così (per la precisione, diceva che a casa degli umili vanno i grandi senza invito), ma dal momento che agathos voleva dire anche «buono e nobile», Socrate subito ne approfittò per farci sopra un gioco di parole. Comunque, umile o grande che fosse, il giovane Aristodemo s'imbucò lo stesso, e noi, da queste poche battute, abbiamo capito che anche a quell'epoca c'era il problema degli imbucati. Venivano chiamati parasitos, nel senso di «coloro che mangiano con». Una volta giunti alla porta di Agatone, Socrate disse ad Aristodemo di avviarsi da solo giacché lui voleva sostare un attimino a riflettere. Dopo di che si bloccò in mezzo alla strada, in pratica come una statua di marmo, e si mise a pensare. A Socrate capitava spesso questo fatto di estraniarsi dal resto del mondo: una volta (si dice) lo avrebbe fatto per un'intera notte, non solo, ma a piedi nudi in mezzo alla neve. Quella volta del Simposio, invece, ci restò solo un paio d'ore e giunse a tavola quando gli altri erano quasi alla frutta. «O Socrate,» gli disse allora Agatone, facendogli spazio sul triclinio «distenditi accanto a me, e fa' che io pure possa avvalermi, toccandoti, della sapienza che mi è venuta incontro fuori della mia porta.» «Sarebbe bello, o Agatone» rispose prontamente Socrate «che la sapienza fosse di tale natura che, come l'acqua, scorresse dal più pieno al più vuoto. In questo caso, però, avvicinandomi a te, sarei io a riempirmi della tua sapienza, dal momento che la mia è robetta di poco conto, mentre la tua è COSì grande che è stata capace di farti prevalere su tutti i poeti davanti a trentamila Elleni!» Chiaramente Socrate lo stava sfottendo e Agatone se ne accorse subito, tant'è vero che gli rispose alquanto risentito) «Sei insolente, o Socrate, ma tra poco sarà qui Dioniso a constatare chi di noi due è più pregno di sapienza. Ora, però, tu pensa a mangiare.» Andata via la flautista, prese la parola Eurissimaco. «Se siete tutti d'accordo,» disse l'insigne medico «io proporrei come argomento della serata l'amore Che ciascuno, procedendo da destra verso sinistra; faccia un bel discorso in lode del Dio, e che sia il giovane Fedro a cominciare, dal momento che lui è anche il primo da destra.» Iniziò cosi la lunga carrellata degli oratori. Fedro, all'epoca era poco più di un ragazzo e, con ogni probabilità, quello per lui doveva essere il primo simposio: non si sbilanciò quindi più di tanto e si mantenne sulle generali. «Amore è un Dio potente e meraviglioso per molte ragioni, non ultima la nascita: deve essere considerato infatti il più antico degli Dei, e, ovemai ne dubitassimo ce lo conferma Esiodo allorquando sostiene che fu lui il primo a emergere dal Caos. Ebbene amici, così come Amore è un Dio meraviglioso, anche coloro che amano sono a loro volta meravigliosi, giacché sono tutti disposti a sacrificarsi per la persona amata. Alcesti alla fin fine fu l'unica ad accettare la morte al posto del marito, sebbene questi avesse ancora in vita entrambi i genitori. Ciò detto, io affermo che chi ama è più divino di chi è amato, dal momento che solo lui è pervaso dal Dio.» Il secondo a parlare fu Pausania, un amico di Platone, da non confondere con l'altro Pausania, il viaggiatore, quello che scrisse la Guida della Grecia. «Ho l'impressione, o Fedro, che tu abbia parlato di Amore come se si trattasse di un unico Dio, laddove essi sono almeno due, e noi tutti vorremmo sapere quale dei due di questi Dei sia il più degno di essere onorato. Esiste infatti l'amore celeste di Afrodite Urania e quello volgare di Afrodite Pandemia. Ebbene, sapete cosa vi dico? Che l'amore volgare di Afrodite Pandemia è davvero volgare. Gli uomini che lo praticano corrono dietro alle donne, desiderano i loro corpi più delle loro anime, e, intenti come sono a raggiungere uno scopo così modesto, finiscono col prediligere le persone più stupide, per l'appunto le donne. Al contrario il vero amatore, quello

11 celeste, preferisce i maschi, ammirandone la natura forte e l'intelligenza più viva. Purtroppo da noi, in Grecia, la norma non è sempre chiara: in Elide, in Beozia e presso i Lacedemoni, è onesto amare i maschi, nella lonia e neipaesi barbari invece, proprio perché governati da tiranni, la pederastia è considerata una pratica vergognosa. Ad Atene infine non si sa bene come stiano le cose: a parole sono tutti permissivi, mentre nei fatti mettono i pedagoghi alle costole dei figli per poterli meglio controllare, vietano ai ragazzi più ambiti d'intrattenersi con gli amanti e inducono i loro coetanei afare la spia. Ora io penso che l'amore in séper sé non sia una cosa né bella né brutta, ma che tutto dipenda dal come viene fatto: se è fatto bene è morale, se è fatto male è vergognoso.» L'omosessualità, e in particolare la pederastia, era una pratica normale nella Grecia classica, ne fanno fede le poesie di Alcmane a Sparta e quelle di Saffo a Lesbo. Non a caso l'amore tra due persone del medesimo sesso è passato alla storia come «amore greco». Per i maschi, i primi approcci sessuali avevano luogo nelle palestre, mentre per le femmine il luogo più indicato per l'iniziazione erano le scuole di danza. L'amante veniva chiamato erastes, l'amato eromenos, i bambini (sia maschi che femmine) pais, e i ragazzini dai quattordici ai diciotto anni epheboi. Il lottare insieme completamente nudi offriva molte occasioni d'incontro tra gli adolescenti. Spesso le palestre esibivano nei vestiboli una statua di Eros, e non già di Ares, come sarebbe stato, invece, più lecito attendersi, dal momento che Ares era il Dio della Guerra. Dopo Pausania, avrebbe dovuto prendere la parola Aristofane, ma un singhiozzo continuo glielo impedì. Il commediografo allora chiese a Eurissimaco di sostituirlo o, in alternativa, di guarirlo all'istante con un rimedio. A me questa faccenda del singhiozzo di Aristofane ha fatto crescere ancora di più l'ammirazione che già nutrivo per Platone scrittore! E infatti mi chiedo: quale filosofo d'oggi avrebbe mai interrotto la sua esposizione, solo per raccontare il singhiozzo di un partecipante al convegno? «Farò l'uno e l'altro,» rispose il medico «parlerò alposto tuo e nelfrattempo tu tratterrai il respiro in modo da farti passare il singhiozzo. Sull'Amore ho anch'io una mia teoria cke però è strettamente connessa al mio lavoro, ovvero alla medicina. Pausania sostiene che ci sono due forme di Amore, mentre io penso che ce ne sono moltissime: vedo infatti l'amore, non solo negli uomini e nelle donne, ma anche negli animali, nelle piante e in tutte le altre specie viventi. Dovunque esiste una contrapposizione di valori (pienolvuoto, caldolfreddo, amaroldolce, secco/umido) io scorgo la necessità di una mediazione. Amore pertanto inteso come apportatore di armonia. La medicina, o amici, è uno strumento del Dio Amore e di questo bisogna essere riconoscenti al suo fondatore, al divino Asclepio. Quando l'amore volgare spinge l'uomo a indulgere ai piaceri della tavola, ecco giungere di corsa l'amore celeste che sotto forma di medicina fissa il limite della giusta misura. Un potentissimo starnuto coprì l'ultima frase di Eurissimaco, e forse gli impedì di ricevere l'applauso a cui aveva diritto. Tutti, infatti, si volsero verso Aristofane, l'autore dello starnuto, e il commediografo ne approfittò per dare inizio al proprio intervento. «Non ho più il singhiozzo» esclamò. «E trovo stupefacente che il Dio Amore di cui parla Eurissimaco si sia servito di una cosa ridicola come uno starnuto per ripristinare l'ordine nel mio corpo./» «Il tuo difetto, o Aristofane, è quello di voler essere sempre spiritoso, a ogni costo» replicò sconsolato il medico. «Ora, se non la smetterai, sarò costretto a montare la guardia al tuo discorso, per capire, ogni volta, quando stai parlando sul serio e quando per scherzo.» «Non dartene pensiero, o Eurissimaco, dal momento che sto per dire cose solo ridicole e non spiritose. Per capire bene la forza dell'amore, è necessario che tu sappia quali prove ha sofferto la natura dell'uomo. In origine l'umanità comprendeva tre sessi: gli uomini, le donne e certi esseri strani, chiamati androgini, che erano maschi e femmine nello stesso tempo. Tutti questi individui però erano doppi rispetto a noialtri: avevano quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi e via dicendo; e ciascuno di essi aveva due organi genitali, tutti e due maschili negli uomini, tutti e due femminili nelle donne, e uno maschile e uno femminile negli androgini. «Camminavano a quattro gambe, ma potevano procedere in ogni direzione, come i ragni. Avevano un caratteraccio tremendo: possedevano una forza sovrumana e

12 una sovrumana superbia, al punto da sfidare gli Dei come se fossero loro pari. Zeus, in particolare, era indignato per la loro tracotanza: non voleva ucciderli, per non perdersi i sacrifici, ma doveva pur reagire alle loro intemperanze. Pensa e ripensa, un bel giorno decise di dividerli in due, in modo che ciascuna parte avesse due gambe e un solo organo genitale; e li minacciò che se avessero perseverato nell'empietà, li avrebbe divisi ancora in due in modo da costringerli a camminare a bakelloni su una gamba sola. Dopo l'intervento chirurgico, malgrado Apollo avesse provveduto a cicatrizzare le ferite, gli uomini erano diventati infelici: ciascuno di essi sentiva la mancanza dell'altra metà, i semiuomini cercavano i semiuomini, le semidonne desideravano le semidonne, e la metà maschile degli androgini correva dietro, disperatamente, alla metà femminile. Insomma, per ritrovare la felicità perduta, ognuno di loro non vedeva l'ora di riunirsi con l'anima gemella. Ed è appunto questa smania che si chiama Amore.» Dopo Aristofane prese la parola Agatone. L'intervento del padrone di casa apparteneva al genere in cui la forma prevale sui contenuti. In altre parole, Agatone non disse nulla d'interessante: badò solo a impreziosire il discorso con fronzoli, iperboli e frasi a effetto, le stesse, probabilmente, con le quali aveva vinto le gare il giorno prima. Ciò nonostante, un lungo applauso lo premiò alla fine. Agatone Si alzò in piedi per ringraziare, e subito dopo Socrate (l'unico a non aver applaudito) prese la parola. «Lo sapevo che sarei stato messo in crisi dalla bravura di Agatone» esordì il filosofo, con una smorfia di disappunto. «Ascoltandolo mi sembrava di udire i virtuosismi di Gorgia e poco ci è mancato che non me ne scappassi via dalla vergogna. Nella mia ingenuità, infatti, pensavo che ognuno di noi dovesse limitarsi a dire il vero e non già che fosse obbligato a fare l'apologia dell'amore, magari raccontando delle frottole. Adesso non vi aspettate da me un secondo panegirico, se non altro perché non lo saprei fare. Posso solo provare a dire la mia verità sull'argomento.» «Che Agatone abbia parlato in modo sublime è vero,» lo contestò Eurissimaco «ma che tu, o Socrate, sia in imbarazzo, non lo credo nemmeno se me lo giuri su tutti gli Dei. Parla, ordunque, e raccontaci la tua verità!» «A istruirmi sulle cose d'amore» continuò Socrate «fu una donna della Mantinea; si chiamava Diotima. Ella mi disse che Amore non era un Dio ma un Demone, come dire qualcosa a metà tra un Dio e un mortale, e che non era né bello, né brutto, né sapiente, né ignorante.» «A me sembra che tu stia bestemmiando!» esclamò Agatone. «Come fai a dire che Amore non è un Dio?!» «Così disse Diotima» si scusò Socrate, come a precisare: non sono io che lo affermo. «Pare che il giorno in cui nacque Afrodite, gli Dei abbiano tenuto sull'olimpo un grande banchetto e che fra i tanti invitati ci fosse anche Poros, il Dio dell'espediente, o se preferite dell'arte di arrangiarsi. A questa festa accaddero molte cose: arrivò Penìa, la Povertà, ma non la fecero entrare perché era troppo malvestita, e lei rimase fuori della stanza del banchetto nella speranza di rimediare qualcosa, un avanzo o una coscetta di pollo. Poros esagerò nel bere: a un certo punto, completamente sbronzo, uscì all'aperto e, fatti appena due passi, crollò al suolo. Al che Penìa, vedendoselo davanti, lungo disteso, pensò bene di approfittarne. "Io sono la Dea più povera, questo è Poros, il più furbo di tutti gli Dei: chissà che accoppiandomi con lui non riesca a migliorare la mia sorte!" E dall'unione della Povertà con l'arte di arrangiarsi nacque l'amore.» Un lungo mormorio seguì le parole del vecchio filosofo. L'uditorio si fece ancora più attento: voleva saperne di più di questo Amore, cosi diverso da tutti quelli che fino allora erano stati descritti dai presenti. Socrate se la prese con calma: bevve un lungo sorso di vino, poi si guardò intorno, quasi meravigliato di aver suscitato tanto interesse con il racconto di Diotima, quindi cominciò a descrivere il figlio di Poros e Penìa. «Amore non è né bello, né delicato, come pensano molti, ma al contrario, a somiglianza della madre, è duro, scalzo, vagabondo, uso a dormir nudo e sulla nuda terra, sui pianerottoli delle case e per le strade, abituato a trascorrere le notti all'addiaccio e sempre in compagnia della miseria. Inoltre, come suo padre, è anche insidiatore dei belli e dei nobili, sempre pronto a escogitare trucchi di ogni tipo, curiosissimo di apprendere, inventare trappole, dedito a filosofare, terribile ciurmatore, stregone, sofista...» Ebbene, ditemi se questo non è il ritratto preciso dello

13 scugnizzo napoletano immortalato da Sommer nei suoi dagherrotipi verso la fine dell'ottocento! «Nudo, uso a dormir per terra, ricco di trappole, insidiatore dei ricchi e dei nobili.» La descrizione di Socrate, però, non riuscì a soddisfare il gusto oleografico dei commensali, e il primo a protestare fu proprio Fedro, il più giovane di tutti. «Come è possibile, o Socrate, che Amore non sia bello?!» chiese il ragazzo. «Tu stesso l'hai detto, o Fedro: Amore è chi ama, non è chi è amato. Solo chi è amato ha bisogno di essere bello. Chi ama, invece, ne può fare a meno, e Siccome il Bello può identificarsi col Bene, chi vuole il Bello desidera anche il Bene, e potrà essere felice solo quando lo avrà trovato. Scopo dell'amore è la procreazione del Bello.» «Vuoi forse dire» chiese ancora Fedro «che se io desiderassi il Bello, lo potrei anche generare?» «Certo che lo puoi, e genereresti contemporaneamente sia il Bello che il Bene!» rispose Socrate infervorandosi. «Tutti gli uomini desiderano diventare immortali. Ma come riuscirci? E semplice: partorendo il Bello e il Bene. Ognuno fa di tutto per assicurarsi l'immortalità: c'è chi la cerca attraverso la gloria, chi s'illude di ottenerla accoppiandosi a una bella donna, e chi, fecondo nell'anima, lascia tracce di sé nelle opere d'ingegno. Ebbene questa è la strada giusta: cominciare dalle bellezze del corpo per poi elevarsi, un gradino alla volta, fino a raggiungere il Bene assoluto.» Considerare l'amore come il frutto dell'unione della povertà con l'arte della sopravvivenza è un'intuizione eccezionale. Basta darsi una guardatina intorno per rendersi conto: il dialogo, la solidarietà umana, il bisogno di agorà, il dividersi ogni giorno le gioie e i dolori, sono tutte prerogative dei popoli poveri, così come la privacy è figlia naturale della ricchezza Non appena una comunità raggiunge un alto reddito pro capite, ecco far capolino la difesa strenua del benessere già raggiunto: ognuno si chiude nel suo bunker, comincia a diffidare del vicino di casa e prova persino un senso di fastidio ogni volta che lo incontra in ascensore. Visto da questa angolazione, il Simposio anticipa di quattrocento anni il Vangelo e in particolare il paradosso del cammello e della cruna dell'ago. Per quanto riguarda poi il collegamento tra il Bello e il Bene, Platone considera l'amore al pari di un ascensore che più sale e più trova inquilini di prestigio: al primo piano incontra l'amore fisico, al secondo quello spirituale, al terzo l'arte, e poi via via la giustizia, la scienza e la vera conoscenza, fino ad arrivare al piano attico dove abita il Bene Assoluto. Socrate aveva appena finito di parlare quando si udì un frastuono assordante provenire dalla strada, poi un insistente bussare al portone e subito dopo la voce di una donna, forse una flautista che chiedeva di entrare. Agatone ordinò agli schiavi: «Ragazzi, andate a vedere chi è: se è qualcuno dei nostri, fatelo entrare, in caso contrario ditegli che siamo andati tutti a dormire.» Ed ecco la voce di Alcibiade risuonare nel vestibolo: è completamente brillo, laflautista lo sorregge per non farlo cadere. Dietro di lui un gruppo festante di compagni di baldoria urla a più non posso. «Salute, o amici,» esordì Alcibiade «e se accettate la compagnia di un ubriaco, del tutto fradicio, eccomi a voi: io sono qui per incoronare il mio amico Agatone, eccelso fra i poeti e bellissimo fra gli amici!» Così dicendo Alcibiade cercò di sfilarsi dal capo una corona di alloro per appoggiarla sulla testa di Agatone. Ma siccome barcollava, l'operazione non gli riuscì al primo colpo, e questo gli impedì di vedere Socrate seduto accanto ad Agatone. Il padrone di casa lo invitò ad accomodarsi e solo allora il giovanotto si accorse del maestro. «Tu qui, o Socrate, eproprio accanto al più bello della compagnia! Per Ercole: le inventi davvero tutte pur di sdraiarti al fianco di chi desideri!» E Socrate, rivolgendosi ad Agatone: «Se puoi, o Agatone, cerca di aiutarmi, giacché costui è diventato per me un problema: dal giorno in cui è nata tra me e lui una storia amorosa, non mi è più permesso posare gli occhi su nessun altro. Mi fa mille bizze, mi ingiuria in pubblico e a volte non riesce nemmeno a trattenere le mani. Bada che anche ora non si scateni, e se diventa violento, difendimi Per cortesia, giacché l'esaltazione e la follia amorosa di Alcibiade non conosce limiti.» A questo

14 punto Eurissimaco, noto propugnatore dell'armonia, fece un timido tentativo per ammansire Alcibiade. «Ascoltami, o Alcibiade, mio giovane amico: prima del tuo arrivo, decidemmo di bere e nel contempo di render gloria al Dio Amore nel miglior modo possibile, cominciando a parlare dal lato destro della tavolata. Ebbene, al punto in cui siamo, tutti abbiamo bevuto e parlato, e l'ultimo a parlare è stato proprio Socrate. Ora, se non erro, tu hai già abbondantemente bevuto: non ti resta quindi che dire la tua.» Quanto segue, signori miei, è di sicuro la parte più bella del Simposio. Al di là, infatti, del contesto omosessuale (che magari potrebbe anche infastidire qualcuno) l'amore che Alcibiade nutre per il suo maestro è commovente. «Vi accontento subito,» esordì Alcibiade a bassa voce «ma se per caso, o Socrate, mi capitasse di raccontare qualcosa su di te che non fosse vera, smentiscimi pure senza timore in presenza di tutti, giacché di proposito non intendo dire menzogne.» Alcibiade fece una lunga pausa per poter ancora di più accentrare su di sé l'attenzione dei presenti, poi, indicando Socrate, riprese: «Lo vedete quest'uomo? Proverò a farne l'elogio per immagini: lui è somigliantissimo a quei sileni esposti nelle botteghe degli scultori, raffigurati in genere mentre stanno soffiando nel flauto. E forse più di tutti rassomiglia a Marsia, il sileno nemico di Apollo: che lo sia d'aspetto, nemmeno Socrate potrebbe negarlo, ma che lo sia anche per il resto lo affermo io. E infatti è insolente come Marsia (e che non si azzardi a negarlo se non vuole che lo metta a confronto, subito, con dei testimoni). E più flautista di Marsia: quello almeno incantava gli uomini con la musica, lui invece si serve della parola. Pensate che, quando l'ascolto, molto più che ai coribanti mi batte il cuore. Ho ascoltato Pericle e gli oratori che vanno per la maggiore, e se me ne chiedete un giudizio non ho difficoltà ad ammettere che sono bravissimi, ma solo in presenza di Socrate ho sentito l'anima ballarmi dentro e le lacrime sgorgare spontanee per effetto delle sue parole. A volte, facendomi violenza, ho distratto le orecchie dal suo parlare e, come con le Sirene, ho trovato scampo nella fuga. Spesso, infine, mi sono sorpreso a desiderare che non fosse più tra i vivi, pur sapendo che, se ciò accadesse, ne resterei sconvolto. E lui? Lui niente. Lui non se ne importa. Lui va diritto per la sua strada. Sappiate che se uno è bello per lui non significa nulla, né gli importa se uno è ricco o possiede una di quelle doti che sono ambite da tutti. Un giorno, illudendomi che gradisse la mia bellezza, mi reputai fortunato e per compiacerlo mi misi ad ascoltarlo in silenzio. Era presente uno dei miei servi e lo mandai via di corsa. Pensavo che prima o poi mi avrebbe fatto uno di quei discorsi che in genere gli amanti fanno al loro amore non appena si trovano soli, ma lui non disse nulla: discorse con me come al solito, e, una volta terminata la giornata, mi salutò e andò via. Allora io l'invitai in palestra a far ginnastica insieme, sempre sperando che almeno lì avremmo combinato qualcosa. Ebbene, non ci crederete, ma facemmo ogni tipo di esercizio, anche quelli più coinvolgenti: lottammo l'uno avvinghiato all'altro senza che per questo accadesse nulla di significativo. Accortomi allora che non riuscivo a concludere nulla, lo invitai a cena a casa mia, proprio come fa un amante che tende una trappola all'amato. Ma neppure il bere e il mangiare insieme lo smosse più di tanto; allora io, fattomi coraggio, dopo un'ennesima cena lo invitai a restare, a parlare e a bere fino a notte inoltrata, e quando volle andarsene, lo convinsi a dormire con me col pretesto che ormai era troppo tardi per uscire. Riposammo l'uno accanto all'altro, nel mio letto. Nella stanza non c'era nessuno: eravamo soli... Ora, se racconto queste cose è perché vedo qui intorno tanti miei compagni di sventura, vedo Fedro, Pausania, Agatone, Aristodemo, tutti accomunati dallo stesso delirio e dall'entusiasmo dionisiaco per la filosofia... Come stavo dicendo, quando spensi il lume e i servi furono usciti, mi parve che non fosse più il caso di far troppe cerimonie, e allora gli rivelai sinceramente le mie intenzioni: «Dormi, o Socrate?» No» mi rispose. «Sai cosa ho pensato?» «Che cosa?»

15 «Ho pensato che sei l'unico amante che potrei avere, degno di questo nome, eppure, non so perché, esiti a dichiararti! Ora, io ritengo che non vi sia nulla di più importante che il cercare di diventare migliori, e sono altresì convinto che nessuno più di te potrà aiutarmi a raggiungere questo obiettivo.» Ebbene, cosa credete che mi abbia risposto? Prima si è fatta una risatina delle sue, e poi, con quell'aria finta ingenua che gli è solita, mi ha detto: «Mio caro Alcibiade, se ho ben capito, tu vorresti barattare la tua bellezza, fatta di forme, con la mia bellezza, fatta di contenuti. In pratica è come se un mercante mi chiedesse di scambiare l'oro con il rame. Allora io a mia volta ti chiedo: ma non ti sembra di voler guadagnare un po' troppo a spese mie?» A queste parole non mi trattenni: lo coprii con il mio mantello (era d'inverno) e tentai di abbracciarlo, ma lui mi respinse. insomma, amici, dormii con Socrate e mi levai al mattino né più né meno che se avessi dormito con mio padre o mio fratello. E ora eccomi ridotto alla stregua di uno schiavo, costretto come nessuno mai a girargli intorno. Consideratemi pure ubriaco per quello che ho detto, ma non dubitate della mia sincerità. Queste parole le dedico a te, o Agatone, affinché almeno tu non ti faccia ingannare come me, ma anzi, reso edotto dalle mie sventure, te ne stia sempre in guardia!» «Non mi sembri affatto ubriaco, o Alcibiade,» replicò Socrate, come al solito sornione, «anzi, a mio avviso sei lucidissimo, dal momento che hai fatto tutto questo lunghissimo discorso, apparentemente sconclusionato, solo per raggiungere lo scopo che ti eri prefisso, e ciòè quello di mettere zizzania tra me e Agatone!» «Hai perfettamente ragione, o Socrate,» esclamò Agatone, alzandosi di scatto per poi andarsi a sedere alla destra del filosofo, «non a caso infatti Alcibiade si è voluto sedere giusto tra noi due. Ma io non gliela darò vinta e mi sdraierò di nuovo al tuo fianco!» Questi erano i Greci del Simposio. # Il mito di Narciso Negli anni Settanta, quando lavoravo alla IBM di Napoli, accadde un fatto curioso che merita di essere raccontato. Ci eravamo da poco trasferiti nella nuova sede di via Orazio ed eravamo tutti felici e contenti per la magnificenza dei locali. Il nostro era uno dei più bei palazzi che dominavano il golfo: primo e ultimo piano, entrambi a perpendicolo su Mergellina, con un Vesuvio di sfondo così vicino ma cosi vicino, da dare l'impressione di poterlo toccare con le mani. Unico neo: l'ascensore «moscio», o per dirla in linguaggio tecnico «non adeguato al dinamismo dell'azienda». D'altra parte, l'edificio era stato progettato solo per uso abitativo, e non prevedeva quindi un viavai di impiegati. Dopo qualche mese di rodaggio, cominciarono a fioccare le prime proteste: sia gli inquilini cosiddetti «civili» che i dipendenti IBM, erano fuori della grazia di Dio. Il continuo andirivieni tra il primo e l'ultimo piano provocava attese interminabili. «Ieri» sbraitava una delle segretarie «sono rimasta sul pianerottolo per più di un quarto d'ora!» Ovviamente non era vero: al massimo ci sarà stata cinque minuti, il guaio pero è che a lei erano sembrati molti di più. Che fare? La IBM decise finalmente di intervenire con i suoi potentissimi mezzi e creò un'apposita task-force per risolvere il problema. Nel giro di un paio di mesi fu varato il progetto SAFN (Secondo Ascensore per la Filiale di Napoli). E nel frattempo, il portiere dello stabile, il mitico don Attilio, fu incaricato dal nostro direttore di rilevare l'entità del traffico tra le 8.30 e le 10. Don Attilio, da buon non-informatico qual era, prese un quaderno a quadretti da poche lire, con la copertina nera, e con molta pazienza fece un segnetto per ogni individuo che vedeva entrare o uscire dall'ascensore (per la precisione: un'asticella per i «civili» e una crocetta per gli IBM). Alla fine del rilevamento fu indetta una riunione per valutare i costi dell'operazione e per convincere i condomini ancora riluttanti a non opporsi al progetto. Erano presenti tutte le funzioni interessate: noi della filiale, la task-force venuta da Milano e don Attilio con il quadernetto nero. Si stava discutendo di quattrini e di permessi, quando dal fondo della sala il

16 portiere si alzò in piedi e chiese la parola. «Che c'è don Attilio?» disse il direttore. «Dottò, io ci avrei un'idea.» «E sarebbe?» «Dottò, scusate se m'intrometto,» continuò a dire il bravuomo «ma io al vostro posto, invece di spendere tutti questi milioni, metterei vicino al muro, a ogni pianerottolo, 'nu bellu specchio: così la gente si guarda, il tempo passa e nessuno se ne accorge!» Fu questa la soluzione vincente. La verità è che siamo tutti un po' narcisi, anche quelli non propriamente bellissimi: ci piace guardarci nello specchio e più di tutto ci piacerebbe vederci in televisione. La tesi che siamo tutti narcisi, è bene chiarirlo non è mia ma di Freud. L'inventore della psicoanalisi, all'inizio, era convinto che il narcisismo fosse solo una perversione, poi, avendone trovato tracce in quasi tutti i pazienti, gli venne il sospetto che si trattasse invece di una componente comune della psiche umana, «complemento libidico dell'istinto di conservazione». Detto più terra terra, ognuno di noi, anche quando ama, pretende di riscontrare nel proprio partner dei segni di gradimento. Ebbene, dice Freud, quando ciò accade è come se considerassimo la persona amata uno specchio dove poterci guardare. Narciso, diciamolo subito, era un po' narcisista. Fin da piccolo non manifestò alcun segno di curiosità verso il mondo esterno: amici o amiche non ne aveva, tantomeno fidanzate o amanti. Ma procediamo con ordine e cominciamo col parlare dei suoi genitori. Una bella mattina la cerulea Liriope, mentre prendeva il bagno nuda, fu sedotta dal fiume Cefiso, «in un avvolgente gorgo» per dirla con Ovidio. Dopo nove mesi... la bella partorì tale un bambino che già poteva innamorar col riso; e tosto consultò, s'era destino che lunga età vivesse il suo Narciso, che tal nomollo. E a lei: «Sì» l'indovino «se non vedrà» rispose «il proprio viso». Tradotto in parole più attuali, il giorno stesso in cui partorì Narciso, sua madre chiese a un indovino, il cieco Tiresia, quante probabilità avesse il neonato di giungere alla vecchiaia. E Tiresia rispose «Vivrà finché non vedrà la propria immagine.» O, per essere più precisi, si se non noverit, che significa «finché non conoscerà se stesso». Immaginiamoci come ci rimase la povera Liriope: fu costretta a far sparire di casa tutte le superfici riflettenti, e come tali gli specchi, i vetri, le pentole di rame, le lastre di argento e via enumerando. Giunto all'età di sedici anni, Narciso divenne il più bel giovanotto del paese. «Dal monte Elicona al mare,» dicevano a Tespi «nessuno è pari, in quanto a bellezza, al figlio di Liriope, e chiunque lo vorrebbe come amante.» Ma il ragazzo, lo abbiamo già detto, non amava il prossimo suo. Lui ben mille garzon, mille bramaro donzelle accarezzar; ma tal dispetto in sì tenera età nutre e alterezza, che i lor voti non ode e li disprezza. Nulli illum iuvenes, nullae tetigere puellae, come dire che non si filava nessuno, né i maschietti, né le femminucce. Una volta un ragazzo, un certo Aminia, gli scrisse un bigliettino: «Dammi un pegno che m'ami, o dolce amico, ché, senza di te, preferirei morire!» Ebbene, quale pegno, pensate, gli abbia inviato Narciso? Una spada! Sissignore, proprio una spada, come a dire: «Ammazzati pure, tanto io me ne frego!». E quello si ammazzò sul serio: si recò una sera davanti al suo portone e s'infilzò con la spada che aveva appena avuta in regalo, dopo aver invocato, però, sul capo dell'amato la vendetta degli Dei. Che un uomo potesse suicidarsi perché non corrisposto da un ragazzo non era un caso insolito nel mondo greco. In proposito, ricordiamo uno degli idilli più struggenti di Teocrito, poeta siracusano del III secolo a.c., che ben si adatterebbe al caso di Aminio e Narciso. Un uomo appassionato amava un giovane crudele, bello d'aspetto, ma non di cuore: odiava chi l'amava e niente era dolce in lui, non conosceva Eros, né il suo potere, né la forza del suo arco, né le amare ferite dentro il petto. Ma l'amore, si sa, non si scoraggia per così poco: più viene ostacolato e più si attizza, e soprattutto passa sopra a qualsiasi difetto della persona amata.

17 Anche così era bello: la sua collera dava nuova passione all'amante, che alla fine non resse alla fiamma impetuosa. Andò a quella casa nemica e pianse davanti alla porta. Baciò la sua soglia, e lasciò che il dolore fluisse. «Ragazzo crudele, ragazzo di pietra, implacabile, indegno d'amore, io vengo a portarti l'ultimo dono: il mio cappio. Non voglio più affliggerti con la mia presenza: io vado dove tutti gli amanti trovano il farmaco giusto per dimenticare, il fiume dell'oblio. Seppure nemmeno accostandolo alle labbra, e bevendolo tutto di un fiato, riuscirei a spegnere questo amore. Un saluto d'addio alla tua porta.» Detto fatto, l'amante s'impicca: fissa il cappio alla trave della porta e sale su una grossa pietra. Prima, però, di dare il calcio alla «pietra fatale», così come la definisce Teocrito, supplica ancora una volta il ragazzo crudele. Fammi un favore, fanciullo, in quest'ultima ora: quando uscirai e alla tua porta mi vedrai impiccato, non ignorarmi: fermati e piangi, solo un istante. Poi staccami dal nodo e vestimi con i tuoi vestiti, e dammi un estremo, unico bacio. Dona per un attimo le tue labbra al mio cadavere. Non temere: io non potrò abbracciarti. E prima di andare via, grida forte, tre volte: «Riposa in pace, mio caro». E scrivi questo epitaffio: «Fermati viandante, è l'amore che l'ha ucciso. Aveva un amico crudele!». che il fanciullo fosse crudele, non ci sono dubbi; Teocrito, infatti, chiude l'idillio scrivendo: Aprì la porta il ragazzo e vide il cadavere, ma il suo cuore non ne fu commosso e non pianse. Se ne andò tranquillo alle gare del ginnasio e poi, come sempre, se ne andò in piscina. Più o meno così era anche Narciso: non aveva amici e non parlava con nessuno. Unica sua passione, la caccia, ovviamente da solo. E stava per l'appunto cacciando un cervo, quando incontrò la bella Eco. Ma chi era Eco? Era una ninfa dei monti, una delle Oreadi, celebre invece per la sua parlantina. Si racconta che un giorno Zeus, avendo notato questa propensione di Eco per il pettegolezzo, l'avesse spinta a distrarre sua moglie Era, in modo da potersela filare con una sua amante, senza essere visto. «Tu,» disse alla ninfa «raccontale le ultime novità dell'olimpo, dille di quella volta in cui Afrodite fu scoperta a letto con Ares, e di tutte le arrabbiature che si prese Efesto, insomma, tienila impegnata per un paio di ore.» Era però si accorse che Eco la intratteneva con sua accorta favella finché il consorte con la rival fuggiva e la volle punire. Le mise una mano sulla bocca e le tolse l'uso della parola. «Da oggi in poi, le disse «con quella stessa lingua con la quale mi hai frastornato, potrai solo raddoppiare i suoni che udranno le tue orecchie, e non potrai parlare, se non al termine dell'altrui parlare.» Povera Eco: non solo le avevano tolto la facoltà di spettegolare, ma anche di comunicare i propri sentimenti all'uomo che amava. E già, perché nel frattempo Eco si era perdutamente innamorata di Narciso. Com'era successo? Beh, per caso, mentre vagava per le foreste sulle falde dell'elicona. Quando essa lo vide aggirarsi tra i boschi, si accese di tenero amore e di nascosto ne seguì le orme, e quanto più gli si accostava, tanto più le s'infiammava il cuore, così come lo zolfo che è in cima alle fiaccole prende fuoco non appena vede la fiamma che gli si avvicina. Oh, poterlo fermare! Oh, potergli rivolgere frasi amorose e suadenti preghiere Ma come fare a dirgli tutto quello che aveva nel cuore? Lei, in pratica era muta, era una che poteva solo ripetere le ultime sillabe che udiva. Ecco, comunque, parola più parola meno, quello che si dissero quel giorno Eco e Narciso: «Chi è costei che m'insegue?» «... segucce.» «Cosa vuoi da me orribile donna?» «... donnaaa.» «Lo vuoi capire o no che voglio restar solo!» «... solooo.» «Vattene via, ho detto: vattene via!».. viaaa» ripeté Eco, e Narciso se ne andò.

18 E da quel giorno Eco, sentendosi rifiutata, visse in solitarie caverne e si coprì di foglie il volto reso rosso dalla vergogna. E così accadde che la passione e il dolore per il rifiuto ebbero ragione di lei: cominciò a consumarsi dal di dentro, la pelle le si raggrinzì addosso, e nel giro di pochi giorni sparì del tutto. Di lei restò nell'aria solo la voce, o per meglio dire la capacità di ripetere l'ultima parola che udiva. Ormai Eco era diventata un suono. L'episodio del suicidio di Aminio e subito dopo quello di Eco, consumatosi per amore, rese impopolare Narciso. «Ma chi si crede di essere questo vanesio!» cominciò a dire la gente. «Che possa essere rifiutato al pari di come rifiuta!» La voce, a forza di circolare, giunse agli Dei e in particolare alla Dea di Ramnunte, la terribile Nemesi. E così accadde che un giorno Narciso venne attratto da una limpida fonte situata in mezzo ai monti. [Si trattava, racconta Ovidio, di un minuscolo lago al quale non si erano mai accostati né pastori, né capre, né uccelli, né fiere. Qui, dall'arsura e dal cacciar già lasso, tratto al bel di quel loco il giovinetto per dissetarsi un dì rivolse il passo; ma un'altra sete, ohimè, crebbegli in petto! chè mentre chino a ber pende sul basso fonte, avvisa nell'onda il proprio aspetto: attento il guata, e tanto error l'ingombra, che stima corpo una fuggevol ombra. Ma cosa vide Narciso nell'acqua? Per la prima volta vide i suoi occhi, e li scambiò per una coppia di stelle, e per la prima volta vide i suoi capelli e li trovò degni di Apollo o di Dioniso, e per la prima volta vide le sue guance ancora imberbi, il collo d'avorio, la tenera bocca, e l'incarnato rosa misto al candore della neve. Ignaro, cominciò a bramar se stesso. Lodò e fu lodato. Desiderò e fu desiderato. E quante volte baciò la fonte ingannatrice, e quante volte immerse nell'acqua le tremanti braccia, pur non riuscendo ad abbracciare la persona amata! Raramente un amante, rivolgendosi all'amato, riuscì a essere più tenero di Narciso, il giorno in cui s'innamorò della propria immagine! Sentite quel che fu capace di dirsi: «Chiunque tu sia, ragazzo, esci dall'acqua e vienimi incontro! Perché hai deciso di farmi soffrire? Perché mi sfuggi? Perché fai di tutto per sottrarti al mio amore? Eppure quando ti tendo le braccia, anche tu me le tendi; e quando sorrido, anche tu mi sorridi, e quando piango anche tu piangi, e mischi le tue lacrime alle mie nella medesima acqua.» Da questo punto in poi il mito di Narciso si dirama in diversi finali a seconda degli autori. Proveremo a citarne alcuni: In una raccolta di favole del Duecento, nota come il Novellino, leggiamo che il «molto bellissimo» Narciso, avvilito dall'inutilità dei suoi sforzi, si lasciò cadere nel laghetto e, salute a noi, vi morì annegato, anche perché, malgrado fosse figlio di un fiume e di una ninfa delle acque, non sapeva nuotare. Eccovene la versione originale: Narcis fue molto bellissimo. Un giorno avenne ch'e' si riposava sopra una bella fontana. Guardò nell'acqua e vide l'ombra sua ch'iera molto bellissima: incominciò a riguardarla e rallegrarsi sopra la fonte, e l'ombra sua facea il simigliante; e così credette che quella fosse persona che avesse vita, che istesse nell'acqua, e non si acorgea che fosse l'ombra sua. Cominciò ad amare, e inamoronne sì forte, che la volle pigliare; e l'acqua si turbò e l'ombra spario, ond'elli incominciò a piangere sopra la fonte; e l'acqua schiarando, vide l'ombra che piangea in sembiante sì com'egli. Allora Narcis si lasciò cadere nella fonte, di guisa che vi morìo e annegò. Più fantasiosa la versione di Pausania. L'autore della più antica guida della Grecia sostiene che Narciso, in realtà, era stato molto innamorato di una sua sorella gemella, morta di malattia, e che quando si chinò sulla fonte per bere, gli sembrò di vederla rinascere.

19 Narcisso avea una sorella gemella, in tutte le altre cose simile a lui nell'aspetto, così come ambedue avean simile la chioma e la veste con cui erano vestiti, e alla caccia andavano insieme; si accese allora Narcisso d'amore per la sorella. Allorquando però la fanciulla morì, recandosi egli ogni giorno alla fonte, pur comprendendo che quella che vedeva altri non era che la sua immagine riflessa, era pur sempre per lui un alleviamento alle pene d'amore. Ma torniamo a Ovidio e alle Metamorfosi. Narciso è disperato: l'amato non risponde. A un certo punto, le lacrime finiscono con l'increspare le acque e col far svanire l'immagine, al che lui si mette a gridare: «Fermati: non lasciarmi, o crudele, lo sai che ti amo! Mi sia concessa almeno la vista dal momento che toccar non posso.» Nel lamentarsi si lacerò la veste e si percosse il petto nudo con le marmoree mani, e un rossore si diffuse sul suo petto percosso. Insomma, per chi non l'avesse ancora capito, Narciso si uccise; con ogni probabilità infilzandosi con un pugnale, e si racconta anche che in punto di morte abbia mormorato: «Addio ragazzo delle acque, addio: io mi uccido per te, per non averti potuto abbracciare. Giacché tu sei e rimarrai per me l'unico amore.» E da lontano si sentì ripetere l'ultima parola: «... amoreee.» Era Eco che, come sempre, ripeteva l'ultima parola. Morto Narciso, si udì un funebre lamento: erano le sue piangenti sorelle, le Naiadi, che gli offrivano le recise chiome. E già pronto era il rogo e già le fiaccole tremavano al vento, allorquando il corpo sparì dalle rive accanto alla fonte, e al posto suo venne trovato un fiore giallo, circondato da candide corolle. Il fiore nato dal corpo di Narciso venne chiamato per l'appunto «narciso». Appartenente al genere delle Amarillidacee bulbose, si presenta in natura a volte giallo e a volte bianco; al suo interno, ma solo in alcune specie, si intravedono minuscole macchie di colore rosso (è inutile precisare che per alcuni dette macchie sarebbero la prova che il fiore nacque dal sangue di Narciso). Ed ecco come il fiore viene raccontato dal marinista Giuseppe Battista: Fiore dopo la morte egli qui nacque, e fiore ancor, di se medesmo amante, mira le sue bellezze entro l'acque. (Giuseppe Battista, Il fatto di Narciso.) Si racconta anche che Narciso, quando attraversò lo Stige per entrare nell'oltretomba, si sia affacciato nelle acque del fiume, sempre sperando di vedersi riflesso. Ma non riuscì a scorgere nulla, dal momento che lo Stige era il fiume dei morti, e perciò torbido, fangoso, privo di qualsiasi riflesso. Ebbene, Narciso ne fu contento: «Vuol dire che solo io sono morto» mormorò. «e che tu non sei morto ancora! Vivi sempre lassù, sul monte Elicona, in quella fonte di acqua limpida, nel bosco dei miei sogni!» # I viaggiatori dell'oltretomba Da Orfeo a Totò (nel film Totò all'inferno), i viaggiatori che hanno fatto capolino nell'oltretomba per poi tornare sulla Terra, Dante compreso, sono stati moltissimi. Non potendo citarli tutti, ci limiteremo a ricordare quelli più noti del periodo classico, e precisamente il platonico Er, Teseo, Ulisse, Enea e il già nominato Orfeo. Er, A volerlo giudicare oggi, quello di Er fu un caso di morte apparente: il giovanotto venne raccolto esanime su un campo di battaglia e sistemato con altri cadaveri su una pira funebre. Sennonché, mentre gli altri commilitoni erano tutti in stato di avanzata decomposizione, lui, pur essendo morto da più di dieci giorni, conservava uno strano colorito roseo; e così accadde che, giusto un attimo prima che i sacerdoti si avvicinassero alla pira con le torce in mano, lui tornasse in vita, più vispo che mai. Una volta ripresi i sensi, Er raccontò quello che aveva visto durante i dieci giorni in cui aveva fatto il morto. «Uscita dal corpo, la mia anima si incamminò insieme alle altre e giunse in

20 un luogo meraviglioso dove si scorgevano quattro immense aperture: due sprofondavano nel buio della terra, e due davano accesso al cielo. Proprio in mezzo alle aperture sedevano i giudici; costoro invitavano i giusti a deviare a destra per raggiungere il cielo, e gli ingiusti a imboccare la strada degli Inferi. I primi portavano scritti sul petto i loro meriti, mentre i secondi avevano sul dorso l'elenco di tutte le loro malefatte.» Quando Er si fece avanti per essere giudicato, venne subito respinto: i funzionari celesti gli spiegarono che la sua presenza era da imputarsi a un banale errore delle Moire; pur tuttavia, dal momento che era lì, che vi restasse pure, a patto però che, una volta sulla Terra, raccontasse ai mortali tutto quello che avrebbe visto. Confesso che, fin dalla prima volta che lessi questo passo della Repubblica di Platone, mi piacque moltissimo l'idea che anche le Moire potessero sbagliare. Oltre le anime dei defunti in attesa di giudizio, Er vide anche quelle che stavano per nascere di nuovo. Provenivano da turni di vita già vissuti e fuoriuscivano dalle aperture del cielo, o dalle voragini degli Inferi, a seconda che avessero appena finito di scontare il premio ricevuto o la pena alla quale erano stati condannati. Quelle che risalivano dalla terra erano tutte sozze e impolverate, le altre invece, quelle che scendevano dal cielo, erano linde e luccicanti. Tutte però confluirono nel medesimo prato, quasi si trattasse di un raduno festivo, e quelle che si erano conosciute in qualche altra vita si scambiarono affettuosi saluti: le anime che provenivano dal sottosuolo chiedevano notizie del mondo celeste, e quelle che provenivano dal cielo erano curiose di sapere cosa ci fosse di tanto orribile nel mondo sotterraneo. Si scambiavano in tal modo le loro impressioni: le prime piangendo a dirotto per i patimenti sofferti, e le seconde magnificando i godimenti celesti e le visioni di bellezza.» A detta di Platone, la pena (o il premio) corrispondeva alla colpa nella misura di dieci a uno. In altre parole, un assassino, per essere riammesso a nuova vita, doveva soffrire dieci volte quello che aveva fatto soffrire alle sue vittime. A un certo punto Er vide un'anima che, pur non avendo scontato del tutto la pena, cercava a ogni costo di uscire da una delle voragini. Si trattava di tale Ardieo, un feroce tiranno che nell'ultima vita vissuta, pur di impadronirsi del trono, non aveva esitato a uccidere il vecchio padre e il fratello maggiore. Ebbene, non appena il dannato tentò di sgattaiolare all'esterno, la voragine emise un suono assordante ed eruttò alcuni esseri di fuoco i quali, rapidi come folgori, lo acciuffarono per i piedi e lo scorticarono seduta stante, per poi trascinarlo a lungo su un tappeto di piante di ortica. «Ma ecco apparire davanti a noi una luce diritta come una colonna, molto simile all'arcobaleno, ma più intensa e più pura [è sempre Er che racconta. Questa luce teneva fermo il cielo cosi come una gomena riesce a trattenere un triremi. Alla sua estremità era appeso il fuso di Ananke intorno al quale giravano tutte le sfere. Sia il fuso che l'uncino erano di diamante. Il fuso si svolgeva lentamente sulle ginocchia di Ananke. Intorno a lei cantavano le Moire: Lachesi, Cloto e Atropo. Vestivano tutte e tre abiti bianchi e avevano serti sul capo. Lachesi cantava il passato, Cloto il presente e Atropo il futuro.» Ananke, ovvero la Necessità, ovvero il Destino era per i Greci la Dea più potente dell'olimpo. perfino Zeus era costretto a sottostare ai suoi voleri senza discutere. Quando Ananke aveva deciso qualcosa, non c'erano Santi, o per meglio dire non c'erano Dei, capaci di farle cambiare idea! Per alcuni era la madre delle Moire, per altri invece (tra cui Platone) solo la sorella maggiore. Le Moire sovrintendevano ai vari momenti della vita. Cloto ne filava il fuso, Lachesi misurava la lunghezza del filo e Atropo, colei che mai perdona, lo tagliava con forbici inesorabili. Er stava lì, estasiato, a guardare, quando gli si fece incontro un araldo: «Anime dall'effimera esistenza corporea,» disse l'araldo «inizia per voi un altro periodo di vita, preludio a una nuova morte. Non sarà un dèmone a scegliere il vostro destino, ma sarete voi a scegliere il dèmone che preferite. Il primo, infatti, che la sorte indicherà, sarà anche il primo a decidere il tipo di vita che vorrà vivere. A questo punto, una volta che ha

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