A CIASCUN ALMA PRESA, VV. 1-4

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1 A CIASCUN ALMA PRESA, VV. 1-4 [Pubblicato in «Studi mediolatini e volgari», XLVI, 2000 (ma 2001), pp ] Item virtus est ita dictare, quod in prima vel in secunda prolatione dictamen, dummodo bene legatur, intelligi possit, nisi aliquis alicui speciali amico specialiter loqui uellet occultius super quibusdam secretis et sciret mittens, quod recipiens nullam haberet super hoc dubitationem. (Boncompagno da Signa, Tractatus virtutum, 41) The letter salutation is an especially good place to watch the rhetorical tradition at work. (Lanham 1975, 109) 1. Il punto di partenza e allo stesso tempo di arrivo di questo studio è una delle composizioni poetiche del tardo 200 italiano che conobbero maggior divulgazione, ossia il sonetto lanciato, come già il pomo della discordia in mezzo agli dèi dell Olimpo, dal giovanissimo Dante Alighieri tra i «famosi trovatori in quello tempo» 1 : A ciascun alma presa e gentil core nel cui cospetto ven lo dir presente, in ciò che mi rescrivan suo parvente, salute in lor segnor, cioè Amore. Già eran quasi che atterzate l ore del tempo che onne stella n è lucente quando m apparve Amor subitamente cui essenza membrar mi dà orrore. Allegro mi sembrava Amor tenendo meo core in mano, e ne le braccia avea madonna involta in un drappo dormendo. Poi la svegliava, e d esto core ardendo lei paventosa umilmente pascea: appresso gir lo ne vedea piangendo. Che l autore si rivolgesse «a tutti li fedeli d Amore» per descrivere loro un sogno e per chiederne un interpretazione, viene affermato nella razo fornita nella Vita nuova (III 9 [1,20]): il sonetto si presenta in verità in modo un po meno chiaro. Mi sembra pertanto che possa ben valere la pena di tentare una lettura del testo o almeno di una sua parte così come dovette apparire agli occhi di p. 86 quei trovatori 2 che in un giorno intorno al 1283 ne ricevettero copia dalle mani di un messo 3, senza cioè ricorrere all autocommento posteriore, non esente di certo da ripensamenti e reinterpretazioni. 1 Riproduco il testo del sonetto secondo l edizione critica della Vita nuova a cura di Michele Barbi (BARBI 1932, 15-16), ristampato e commentato in BARBI-MAGGINI 1956, Ho esposto le varie accezioni di questo termine nell italiano antico in TLIO s.v. 3 Per la modalità della consegna si dovrà pensare a una situazione analoga a quella narrata nelle rubriche del codice Vat. lat al sonetto cavalcantiano Una figura della donna mia e alla risposta di Guido

2 2. Come hanno sottolineato molti commentatori, A ciascun alma può essere definito una lettera circolare (Contini 1970, 310) il cui lungo primo periodo quattro versi con ben ventisette parole 4 costituisce un autentica salutatio epistolare. L affermazione un po generica del Barbi, «si noti in questo principio l osservanza delle regole delle Artes dictandi» (Barbi-Maggini 1956, 3-4), illustrata con alcuni brani della Rettorica di Brunetto Latini e variamente riecheggiata dai commentatori più recenti (cfr. De Robertis 1980, 41, Meneghetti 1984, 239), non propone tuttavia confronti calzanti, né convince l accostamento all esordio di epistole paoline proposto dall ultimo editore della Vita nuova, Guglielmo Gorni (1996, 24 5 ). Io penso che il modello della salutatio dantesca non si debba cercare né nel trattato di ser Brunetto che certamente non si proponeva d includervi un manuale di epistolografia, né in opere pratiche ma pedestri come l anonima Sommetta ad amaestramento di componere volgarmente lettere 6 : chi voleva far vedere la propria perizia nell arte di comporre le lettere doveva dimostrare di conoscerne i testi canonici, non certo di avere assimilato un manualetto compilativo redatto in lingua volgare. p. 87 Il primo (e finora, credo, unico) studioso che abbia cercato di rintracciare un modello della salutatio dantesca è stato Silvio Pellegrini, il quale correttamente afferma che la quartina «riproduce l apertura suggerita dai manuali di epistolografia per le litterae generales quando queste appunto debbano essere fornite di salutatio» (Pellegrini 1977, 406-7) e cita a confronto alcune formule tratte da testi quali la Summa Dictaminis di Guido Faba, la Summa dictaminum di Ludolfo da Hildesheim (c. 1250) e la Poetria del maestro Giovanni Anglico (c. 1270) 7, nonché da alcune lettere volgari francesi, per concludere con l esordio di un altra opera di Dante, la Questio de aqua et terra: Universis et singulis presentes litteras inspecturis, Dantes Alagherii de Florentia inter vere phylosophantes minimus, in Eo salutem qui est principium veritatis et lumen. Appurata la derivazione mediolatina della formula, lo studioso emette un giudizio conclusivo ma tutto sommato limitativo: Come si vede, la formula, ripresa nel sonetto con gli adattamenti richiesti dalla particolare contingenza, era tanto diffusa, e anche tanto banale, che sarebbe del tutto fuor di luogo assumere il calco Orlandi: «Questo sonetto fu dato a Guido Orlandi di Firenze, et non seppe chi li le mandasse, se non che si pensò, per le precedenti pare, che fosse Guido Chavalcanti. E l messo tornò per la risposta, la qual è apresso a questo sonetto, lo qual dice S avessi decto, amico, di Maria» (f. 153v); «Quest è la risposta ke diede Guido Orlandi al messo ke li diede il detto sonetto» (f. 154r). 4 Ventotto per CASSATA 1993, 175, che al v. 3 stampa ch e mi rescrivan, e per GORNI 1996, 23, che preferisce che mi riscriva n (lezione difesa alle pp ). Non sembra però giustificabile la scelta della forma con ri-, francamente facilior (inoltre re- è presente in ambedue i rami della tradizione manoscritta), visto che si tratta di un latinismo: rescribere indicava infatti il rispondere a una petizione precedentemente espressa, inizialmente sullo stesso foglio della richiesta. Il rifiuto di una forma latineggiante si accorda male con l interpretazione dello stesso studioso del pronome onne (il Gorni stampa omne) del v. 6, forma non rara nel linguaggio poetico dugentesco e probabile guittonismo (onne era forma del toscano orientale; il fiorentino aveva ogne e ogni), come latinismo (p. 24). 5 Vedi sotto, nota Recentemente riedita e fornita di un commento in HIJMANS-TROMP Le due ultime opere ricordate sono edite in ROCKINGER 1863, e

3 fattone da Dante ai primordi della sua carriera poetica quale prova di una approfondita cultura giuridico-retorica (...). Comunque, la nostra quartina offre una qualche conferma di quella dimestichezza con gli studi retorici che si suole supporre in Dante giovane (Pellegrini 1977, 409). Il Pellegrini era sulla traccia buona, ma si è forse fermato troppo presto. Il segnale peculiare del saluto sta proprio nella preposizione del quarto verso, in (presente anche in alcuni degli esempi del Pellegrini), preannunciata dal lector, intende costituito dagli attacchi dei versi precedenti «nel cui cospetto» e «in ciò che» 8. La p. 88 salutatio in Domino, erede dell εν Κυρίω χαίρειν degli scrittori cristiani di lingua greca e assai diffusa nell epistolografia antica a partire da Cipriano (Lanham 1975, 9 e 22-24), era nel medioevo diventata formula riservata a una particolare categoria di scrittori. Il primo teorizzatore della salutatio, Boncompagno da Signa 9, colloca nelle sue Quinque tabule salutationum (d ora in poi QTS), composte nell ultimo decennio del secolo XII 10, il tipo salutem in Domino con varie perifrasi e ampliamenti nella Tabula quarta dedicata agli scambi epistolari tra membri del clero e tra religiosi regolari. Vi compaiono le seguenti formulazioni con in, che non trovano alcun confronto nelle tavole riguardanti la corrispondenza tra laici: 8 L insistita presenza di in non è sfuggita a un attento lettore come Ignazio Baldelli, che tuttavia la interpreta come segno di debolezza compositiva: «colpisce, nella prima quartina, la struttura sintattica assai faticosa, con le tre indicazioni locali o paralocali (nel cui cospetto... in ciò... in lor segnor)» (BALDELLI 1978, 63; le indicazioni locali diventano addirittura quattro se si accetta l appena ricordata lezione rescriva n del Gorni). L uso di in ciò che affinché in una finale esplicita è estremamente raro (la banca dati del TLIO non ne fornisce altri esempi sicuri), tanto che gli editori ottocenteschi della Vita nuova emendavano l in dei codici in a: vedi BARBI 1932, 15. Il sonetto di risposta a Dante, Naturalmente chere ogni amadore di Terino da Castelfiorentino o Cino da Pistoia, riutilizza la locuzione in funzione causale: «e questo, per la visïon presente, / intese di mostrare a te Amore, / in ciò che de lo tuo ardente core / pasceva la tua donna umilemente» (vv. 3-6). 9 Magister Boncompagnus è persona tanto spesso menzionata quanto di rado studiata. Da alcuni anni è tuttavia disponibile on line un edizione pressoché esaustiva delle sue opere, allestita dallo studioso americano Steven M. Wight (vedi Bibliografia), dalla quale provengono tutte le citazioni delle opere di Boncompagno in questo articolo. 10 Che questa opera pionieristica fosse davvero diventata uno strumento imprescindibile si evince da un passo del Boncompagnus (I 18, 9): «Quinque salutationum tabulas, quas habere volentibus exhibueram, invidi hoc modo fumigio tenebrarant: humectaverunt cartas sicut madescit pannus, de quo pilositas removetur, et eas altius collocantes fumum fecerunt sub eis fieri diuturnum. Et sic a centum annis retro composite videbantur. Postea fecerunt generalem conventum, in quo Tabulas illas me non composuisse firmiter asserebant, testimonium sophistice vetustatis coram omnibus ostendentes, et me furem et corniculam appellabant, moventes capita et dicentes: Triginta annos nondum habes et Habraham vidisti, sed depositis alienis plumis remanebis ut cornicula denudatus». All affumicagione dolosa del manoscritto Boncompagno allude anche nel prologo della Palma, e sembra probabile che egli dica il vero (cfr. GOLDIN 1988, 30-31): molti dettatori posteriori fanno un uso talmente spudorato dei suoi testi, mutuandone verbatim numerosi passi, da far venire in mente certi edifici dell antichità classica adoperati come semplici cave di materiale da costruzione. Anche Bene da Firenze, nemico e concorrente del maestro di Signa, costruisce i capitoli dedicati alla salutazione del suo Candelabrum (libro III 6-56 [ALESSIO 1983, ]) attingendo a piene mani dalle QTS (l editore Gian Carlo Alessio [ivi, ] rimanda invece alla Summa dictaminis di Tommaso da Capua, altro utilizzatore dell opera di Boncompagno). Bene cerca di mascherare la propria dipendenza aggiungendo, sal in fundo, un capitolo De his qui male artium salutationum dederunt, che si conclude così: «Nos vero ita formam salutationum exegimus quod quicumque predicta bene intellexerit et diligenter servaverit non alienis coloribus, ut cornicula, exhornabitur, nec in aliqua salutatione defectum aliquem patietur» (III 56, 5).

4 salutem in eo, sine quo non est vera salus (QTS 4.2, 25 e 26); salutem et perfectam in Domino karitatem (ivi, 4.2); salutem et prosperos p. 89 in Domino successus (4.3); salutem et benedictionem in Domino (4.5 e 18); salutem in vero Salutari (4.12, 16, 25, 32 e 37); salutem et orationem in Domino (4.33 e 35) 11. In un manualetto più tardo, intitolato semplicemente Ysagoge, Boncompagno fornisce qualche ulteriore esempio, sempre rigorosamente limitato a epistole scambiate tra chierici e religiosi: «salutem in eo, in quod est nostra salus» (1.12) e anche il tipo-base «salutem in Domino» (1.20 e 30). Osserviamo ora da vicino alcuni dei saluti-modello di Boncompagno, il primo dei quali viene attribuito dall arcivescovo di Ravenna, scrivendo «generaliter omnibus de archiepiscopatu suo pro aliquibus negotiis»: G. Ravennas archiepiscopus licet inmeritus, venerabilibus in Christo fratribus et dilectis filiis abbatibus omnibusque ecclesiarum prelatis et universis Dei fidelibus per Ravennatem archiepiscopatum constitutis, ad quos littere presentes advenerint, salutem et benedictionem in eo, sine quo non est vera salus nec benedictio fructuosa (QTS 4.25). p. 90 Il secondo si trova in un modello di lettera di raccomandazione «pro aliquo penitentiali eunti ad Sanctum Iacobum vel ultra mare»: Venerabilibus in Christo fratribus patriarchis, archiepiscopis et episcopis, abbatibus omnium ecclesiarum Dei prelatis et universis Christi fidelibus ad quos presentes littere advenerint, salutem et benedictionem in eo, sine quo non est salus vera (QTS 4.26). Il terzo è riprodotto nell Ysagoge: 11 Già le Rationes dictandi tradizionalmente attribuite ad Alberico di Montecassino (morto non dopo il 1105) contengono alcune formule di questo tipo nel paragrafo Salutationes ecclesiasticorum virorum inter se: «N Dei gratia sancte Bononiensis ecclesie episcopus licet indignus perpetuam in Christo salutem, vel salutem in Christo perpetuam, fraternam salutem et orationes in Domino, (...), vel salutem et precordiales orationes in Domino» (ROCKINGER 1863, 13-14). In Bene da Firenze la salutatio in Domino compare nel capitolo De prelatis ad subditos vel ad pares: «Prelatorum autem est dicere paribus vel inferioribus: Salutem in eo qui est salutis auctor vel: In vero salutari salutem vel: Salutem et sincere dilectionis affectum vel: Salutem et sinceram in Domino caritatem»; si aggiungano «salutem et sinceram in Domino caritatem», «salutem et orationem in Domino» e «salutem in Domino», sempre riferiti a uomini di chiesa, nel sesto libro De dictamine secundum stilum Gallicum (III 41, 2; VI 13, 2 e 5 [ALESSIO 1982, 119]). Sulle forme della salutatio parte del documento intrinsecamente legata alla forma diplomatistica delle litterae e alla sua diffusione dal Dugento in poi glissano un po tutti i manuali di diplomatica: si va dal secco cenno alla sua esistenza nella ripartizione del documento (BRESSLAU 1998, 49), a generiche liste puramente esemplificative di formule (GIRY 1894, 556; PAOLI 1942, ), nelle quali il valore peculiare della salutatio in Domino citata alla rinfusa insieme ad altre formule «indicanti affetto o stima quando il documento è diretto da un superiore a un inferiore ( Salutem et amorem sincerum, Salutem et sinceram in Domino caritatem, Salutem et dilectionis affectum ; nel dettato della cancelleria pontificia: Salutem et apostolicam benedictionem )» da ultimo anche in PRATESI 1979, non viene sottolineato. D altra parte, lavori dedicati a cancellerie ecclesiastiche o a documentazione degli ordini mendicanti sono pochi e neppure diffusi: da un brevissimo cenno sappiamo per esempio che la salutatio nella forma «salutem in Domino» diventa regolare, nel secolo XIII, per le litterae degli arcivescovi di Milano (BARONI 1995, 308, nota 33).

5 Venerabilibus in Christo fratribus, patriarchis, archiepiscopis, episcopis, abbatibus, prioribus, archipresbyteris et universis ecclesiarum prelatis omnibusque Christi fidelibus, ad quos littere presentes advenerunt, O. Verulanus episcopus, salutem in eo, in quo est nostra salus (Ysagoge 2.28). Proviamo ora a mettere a confronto la prima quartina di A ciascun alma e le tre salutazioni latine appena riportate: A ciascun alma presa e gentil core nel cui cospetto ven lo dir presente, (...), salute in lor segnor, cioè Amore. omnibusque ecclesiarum prelatis et universis Dei fidelibus (...), ad quos littere presentes advenerint, salutem (...) in eo, sine quo non est vera salus universis Christi fidelibus ad quos presentes littere advenerint, salutem (...) in eo, sine quo non est salus vera. universis ecclesiarum prelatis omnibusque Christi fidelibus, ad quos littere presentes advenerunt, (...) salutem in eo, in quo est nostra salus. È evidente che i possessori di alma presa e gentil core siano da collocare sul medesimo livello dei fideles Dei / Christi. Inserendo l ultimo tassello del mosaico, la chiosa esplicativa che svela l identità del segnore sancendo l equazione Amore = Dio, risulta inequivocabilmente che il destinatario è ciascun fedele d Amore, a cui il mittente si presenta dettaglio nient affatto trascurabile in veste di membro del medesimo clero. Il sonetto di per sé non necessitava, per un lettore attento e colto, della precisazione più tardi offerta, giacché forniva da solo l indicazione dei suoi destinatari ideali. La spiegazione della Vita nuova non è tuttavia priva d interesse, visto che vi traspare la sorprendente ma indiscutibile priorità dell intenzione di «salutare tutti li fedeli d Amore» sull accluso compito di Traumdeutung: propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli p. 91 d Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto (VN III 9 [1,20]) 12 A questo punto ci si potrebbe chiedere come mai Dante abbia riutilizzato, quasi quarant anni più tardi, la salutatio in Domino nella formula introduttiva della Questio de aqua et terra. La risposta sta a mio avviso nel fatto che l Alighieri degli ultimi anni, scrittore del Paradiso e di opere latine come le Egloghe, le ultime epistole e appunto la Questio esposta in una chiesa di Verona coram universo clero Veronensi, ormai si proponeva più come religioso che laico, e così veniva visto anche da altri: infatti l amico Giovanni del Virgilio l avrebbe di lì a poco ricordato, nei sette distici elegiaci dell epitaffio dedicatogli, come theologus Dantes. 3. Tornando al primo verso del sonetto, intuiamo facilmente che la formula alma presa e gentil core costituisce «una specie d endiadi» (De Robertis 1980, 41) 13 che descrive i destinatari ideali del componimento attraverso una metonimia parafrasabile all incirca come a ciascun innamorato in possesso di gentilezza di cuore. È merito di Lino Leonardi aver precisato l origine della prima parte della formula: 12 Si potrebbe dunque applicare al sonetto dantesco la stessa definizione che Elio Melli ha dato del salutz provenzale (cfr. sotto, 11): «un amplificazione poetica della salutatio» (MELLI 1962, 398). 13 FOSTER e BOYDE 1967, II 23 parlano di synonymous synecdoches.

6 Se l emistichio in rima evoca l incipit famoso di Guinizzelli, esso è giustapposto e come contrapposto ad una allusione al sistema esordiale di Guittone, che si ricorderà costruito sulla stessa immagine (sonetto I: «Amor m à priso e incarnato tutto») ma anche proprio sulla stessa iunctura (canzone I: «Se de voi, donna gente, / m à preso Amor, no è già meraviglia, / ma miracol simiglia / come a ciascun no ha l anima presa»). I due interlocutori che Dante intende sollecitare all inizio del suo libro (...) rappresentano dunque le due generazioni poetiche immediatamente precedenti, Guittone «padre» di Guinizzelli, e questi «padre» di Dante. (Leonardi 1994, lvii-lviii) Tra i poeti che prima di Dante ripresero la formula guittoniana bisogna ricordare almeno il suo concittadino Monte Andrea, che in un sonetto di tono bellicoso afferma: I prendo l arme a difendere l amore: però si guardi chi gli à fatto ofesa! p. 92 Avengna ch io sono bene conoscidore, da miei colppi nesuno pò fare difesa: ed io colppisco! Or sia difenditore chi vuole a mia sentenza fare contesa; cad io aprovo che tale mostra di fòre c Amore lo core e l arma gli agia presa che già non cape i llui poco né fiore, ma nodia Amore e li fa guerra aciesa! (CLPIO V 904 MoAn ). Considerando che in A ciascun alma gli elementi mutuati da scrittori più antichi tendono ad assumere valenze diverse, approfondite o addirittura rovesciate, rispetto a quelle originarie (e mi si scusi se assumo già da ora quello che mi propongo di dimostrare con questo articolo), si potrebbe essere tentati di applicare al primo verso del sonetto l equazione che Dante fornirà nella razo del sonetto Gentil pensero che parla di voi: In questo sonetto fo due parti di me (...). L una parte chiamo cuore, cioè l appetito; l altra chiamo anima, cioè la ragione; e dico come uno dice con l altro. E che degno sia di chiamare l appetito cuore, e la ragione anima, assai è manifesto a coloro a cui mi piace che ciò sia aperto. (VN XXXVIII 5 [27,5]) 15 Il verso si potrebbe allora leggere come un ipallage reciproca in chiasmo: ANIMA (= ragione, percezione introspettiva dell io) gentile + CUORE (= appetito, atto della volontà ) innamorato. 14 In questa e in tutte le seguenti poesie citate ho operato un certo numero d interventi, eliminando innanzitutto i punti in alto superflui (indicanti rapporti sintattici tra particelle [CLPIO] o semplice raddoppiamento in fonosintassi) e sostituendo, secondo il monito di CASTELLANI 1999, con sè (tu) sei la grafia se delle edizioni. Nelle poesie tratte dalle CLPIO ho inoltre unito i gruppi di verbo + clitico scissi, scempiato la doppia mm risultante da <m> con un titulus superfluo e regolarizzato l uso di <m>/<n> preconsonantica (cfr. LARSON 2001, 7.2 e 9). 15 Cfr. MARTI 1973, Una posizione molto simile è espressa in un altro dei sonetti inclusi nella Vita nuova: «Amore e l cor gentil sono una cosa, / sì come il saggio in suo dittare pone, / e così esser l un sanza l altro osa / com alma razional sanza ragione» (VN XX 3 [11,3]). Su questo sonetto vedi ora GORNI 1995, , che ne sottolinea i vari richiami testuali e concettuali a Guittone e al Guinizzelli per concludere che, pur essendo il saggio del v. 2 senza dubbio il Guinizzelli, «resta singolare che il testo dantesco in lode di Guido bolognese si riveli così debitore nei confronti della maniera di Guittone, ancor vivo alla data di composizione del sonetto».

7 4. Oltre alla salutatio, la prima quartina di A ciascun alma contiene p. 93 anche, parenteticamente, una petitio espressa dalla finale esplicita del terzo verso, «in ciò che mi rescrivan suo parvente». Dante spiegherà che il sonetto «si divide in due parti; che ne la prima parte saluto e domando risponsione, ne la seconda significo a che si dee rispondere» (VN III 13 [1,24]), e tale divisione denota ancora una volta la fedeltà ai precetti di Boncompagno: Quidam dixerunt.vi. esse principales partes epistole, scilicet salutationem, proverbium, captationem benivolentie, narrationem, petitionem et conclusionem. (...). Nos autem dicimus.iii. esse principales partes epistole, scilicet, salutationem, narrationem et petitionem, sine quibus epistola perfecta esse non potest. Verumtamen narrando quis potest petere et petendo narrare. (...). Facias igitur primo fundamentum, idest pone salutationem, secundo parietes videlicet narrationem, tertio tectum, hoc est petitionem; et sic triplici columpnarum munimine fultus domum hedificabis invisibilem omni decore ornatam (Ysagoge 2.2-4). La precisazione che si potevano eccezionalmente ridurre le parti a due che fosse cioè lecito narrando petere et petendo narrare sembra avere ispirato a Dante l inedita soluzione di salutare petendo (tanto più che la restante opzione di salutare narrando era stata espressamente vietata da Boncompagno 16 ), sempre però attenendosi al precetto per cui «salutatio debet esse tantum una clausula, licet ex multis constaret distinctionibus» (Ysagoge 2.9) Il connubio fra poesia d amore e arte del salutare espresso attraverso la formula salutem in Domino non si esaurisce nel sonetto dantesco, sebbene si tratti di un uso raro: ne conosco soltanto altri due esempi. Il primo di questi si trova in un sonetto di Cino da Pistoia in risposta all altrimenti ignoto rimatore Binduccio da Firenze. Questi, ritenendosi dimenticato da Amore, chiede spiegazioni al dottore pistoiese, intimo e favorito di tale divinità, salutandolo così: p. 94 Solo per acquistar vostra contia porgo salute a voi sag[g]io omo e franco (Marti 1969, 812 [CL a 1-2]) La risposta di Cino (che per ragione di rima conia un hapax lessicale, amistia amicizia 18 ) condensa nel secondo verso un messaggio che sembrerebbe desunto dal modello dantesco: Solo per ritenir vostra amistia, risaluto vo n Lui per cui difranco Cfr. QTS, 1.32: «Et notandum est, quod non debet in salutationibus aliquid de facto narrari, quoniam salutatio nil aliud est quam optatio salutis. Quod autem Paulus Apostolus narrando salutabat, non est trahendum ad consequendum, qui Hebreorum consuetudinem imitabatur». 17 Anche l immediato predecessore dell Alighieri, Dante da Maiano, aveva inserito un embrionale saluto ridotto a un solo aggettivo elogiativo nella petitio iniziale del sonetto della ghirlanda: «Provedi, saggio, ad esta visïone, / e per mercé ne trai vera sentenza» (BETTARINI 1969, [LIV]). 18 Cfr. TLIO s.v.

8 e dótto dir, sì ch io dovento ranco in mio parlar, di che la fama gria. Ma però che nell alta signoria d Amor bon servo non si stancò anco, tornato in me, cangiando il color bianco, rispondo ch obriar d Amor non sia. (Marti 1969, 814 [CL b 1-4]) Il secondo saluto poetico è anche il più interessante, in quanto potrebbe essere precedente a quello di A ciascun alma. Si tratta anche qui della risposta a una poesia di corrispondenza, il sonetto di Gianni Alfani che inizia con il saluto regolare «Guido, quel Gianni che a te fu l altrieri / salute quanto piace alle tue risa» (De Robertis 1986, 165 [XLIII a 1-2] 20 ) ed espone un dubbio amoroso. Il destinatario, Guido Cavalcanti, risponde in questo modo: Gianni, quel Guido salute ne la tua bella e dolce salute. Significàstimi, in un sonetto p. 95 rimatetto, il volere de la giovane donna che ti dice: «Fà di me quel che t è riposo». (...) (De Robertis 1986, [XLIII b 1-8]) 21 Anche la formula del Cavalcanti trova evidenti paralleli nelle opere di Boncompagno, nelle formule già viste «salutem in vero Salutari» (QTS 4.12, 16, 25, 32 e 37) e soprattutto nelle ben calzanti «salutem in eo, sine quo non est vera salus» e «salutem in eo, in quo est nostra salus» (QTS 4.2, 25 e 26, Ysagoge 2.28). L ammicco ai formulari dell ars dictaminis è ulteriormente rafforzato dal verbo significastimi del verso 3, che rinvia a una diffusa usanza cancelleresca: 19 Rispondo salutandovi in colui nelle mani di cui [ho] consegn[at]o la mia libertà : il concetto di franchezza contenuto in difranco indica propriamente la libertà allodiale cui il vassallo rinuncia consegnando se stesso e i suoi beni al signore. Nella nota ad loc., il Marti parafrasa difranco (forma intransitiva con ellissi della particella pronominale) perdo ogni sicurezza in me stesso, e tale accezione di difrancare è anche registrata, sulla base di questa unica occorrenza, dal GDLI s.v., che però avrebbe fatto meglio ad affiancare il passo ciniano a quello di Cristoforo Landino: «Franco significa libero: e francare liberare: e difrancare torre libertà». 20 CASSATA 1993, 196 stampa «quel Gianni ch a tte fu l altr ieri», spiegando: «fu verbo della relativa accordato in 1 a persona (...) sottintendendo dico a salute». Tuttavia la terza persona era qui l unica possibile, giacché «illud facit salutatio, quod faceret nuntius et sicut nuntius non loqueretur per verba prime et secunde persone, ita et salutatio non debet fieri per verba prime et secunde persone, sed tantum tertie» (Boncompagno, Ysagoge 2.10). 21 La risposta di Guido è conosciuta come un «mottetto», ma bisogna segnalare in proposito che un recente studio di Claudio GIUNTA (2000), dopo aver dimostrato che il termine mottetto della rubrica del cod. Chigiano L.VIII.305 potrebbe altrettanto bene (e forse meglio) indicare il sonetto-richiesta di Gianni Alfani, si conclude con una proposta di lettura del componimento cavalcantiano come una lettera in prosa rimata.

9 chi attendeva il beneficio produceva una «petizione» o «supplica» che, raccolta e registrata in cancelleria, veniva poi presentata in udienza all autorità per l accoglimento o meno dell istanza. Spesso il dettato del documento conserva un ricordo esplicito della petitio con espressioni come «Significasti nobis quod...», «...per postulationem tuam...», «Petitio nobis exhibita continebat quod...» e simili. (Pratesi 1979, 36-37) Tornando al sonetto dantesco, notiamo che la chiosa esplicativa ciò è Amore 23 del quarto verso non serve soltanto a concludere la salutazione fornendo l incognita che svela l identità dei destinatari. Pur trattandosi di un espressione dall aspetto grigiamente prosastico e frequente in contesti argomentativi sulla stregua dei vari hoc est e id est latini 24, questa formula possiede anch essa un intrinseca p. 96 forza allusiva, dovuta alle sue non poche attestazioni nella più antica lirica italiana. La prima di queste si trova in un testo di un rimatore della corte federiciana, il gran giustiziere di Sicilia Ruggieri d Amici, che nella canzone Sovente Amore n à riccuto manti racconta la propria felice sottomissione a un signore nei confronti del quale egli ha rinunciato a ogni libertà: Ricco mi tegno sovr ogn altro amante, 25 a tal segnore pres agio [a] servire, da cui larghezza gioia par che vene; e no mi trago arreri, ma più avante, per ch io li possa a tuttora piacire: ciò è l Amor che n sua bailìa mi tene, 30 e non mi lassa e tenmi in gioia e n bene; e per leal servire la mia donna à voglianza ch eo la serva in possanza, e non mi deia di ben far partire; 35 però di lei tuttora mi sovvene. 22 Sulla petitio nel processo di documentazione vedi anche BRESSLAU 1998, Scrizione da preferire a cioè, cfr. SERIANNI 1988, XIV.27: «Nell italiano antico il senso della composizione di cioè era ancora avvertito e si potevano avere variazioni di persona e di tempo nel verbo essere, come ciò sono ( in questo si contiene tre scienze, ciò sono Gramatica, Dialettica, Rettorica Brunetto Latini) o ciò fu ( uscì da una piccola fonte un gran fiume, ciò fu d una piccola discordia nella parte guelfa una gran concordia con la parte ghibellina Compagni)». 24 Cfr. BALDELLI 1978, 63: «notevolissima la presenza di cioè, proprio del Dante della prosa: cioè ricorre altre quattro volte nel Dante lirico (di cui due in Poscia ch Amor), e una sola nella Commedia, a petto delle 322 presenze del Convivio». FOSTER e BOYDE (1967, II 23) citano «the very lame cioè» come esempio di «clumsiness of expression».

10 Di lei sovvenmi, che ten lo meo core, e non me ne poria già mai partire, però ch eo seria corpo senza vita; (...) (Panvini 1994, [II ]) Di questa canzone, Aniello Fratta (1991) ha mostrato la tanto grande quanto finora insospettata influenza sui rimatori successivi, siciliani e siculo-toscani: da Rinaldo d Aquino, Pier delle Vigne, Giacomo Mostacci e Guido delle Colonne a Neri Poponi e Guittone d Arezzo. Mi sembra importante sottolineare che nella fitta rete di dipendenze e corrispondenze delineata dal Fratta non venga mai lambito il blocco formato dai vv. 30 e attraverso la fusione dei soggetti grammaticali di ten(e) dei vv. 30 (Amore) e 37 (madonna): «ciò è l Amor che n sua bailìa mi tene (... /...), che ten lo meo core, / e non me ne poria già mai partire, / però ch eo seria corpo senza vita», che invece è quello che direttamente ci interessa. Rinaldo, Piero, p. 97 Giacomo e Guido 25 riprendono infatti il discorso di Ruggieri con interventi, ora di consenso ora di dissenso, relativi soprattutto all opportunità del non celare, con commenti ora di approvazione ora di rifiuto della situazione amoroso-feudale descrittavi, «estremizzata (abbondante remunerazione per poco di servire) e piuttosto inedita nella tradizione lirica occitanica come ed ancor più nella giovane poesia siciliana» (Fratta 1991, 193). Tra i toscani, l esplicativa ciò è amore ritorna in un sonetto amoroso di Guittone d Arezzo. Vi s incontra di nuovo il tema della signoria di Amore, fuso con l altrettanto topico motivo dell amore come malattia, con la conseguente asportazione del cuore dell uomo ligio, accennata come possibile conseguenza futura: Ai Deo!, chi vidde mai tal malatia di quella che sorpreso àme lo core? Ché la cosa c altrui par venen sia è sola medicina al meo dolore: ciò è l amor, c ogni om ch el signoria guaimenta e dice che per lui si more, e pur se pena di trovare via como de sé islocar possa lo core. (Leonardi 1994, 72 [son ]) Il verso guittoniano è rievocato esplicitamente con il topos della malattia variato in quello del fuoco nella canzone Crudele affanno e perta del fiorentino Neri de Visdomini (se è davvero lui che si nasconde dietro la rubrica Neri del canzoniere Vaticano 26 ), 25 Si tratta delle canzoni Per fin amore vao sì allegramente di Rinaldo d Aquino, Amor, da cui move tuttora e vene e Poi tanta caunoscenza di Pier delle Vigne, Mostrar vorria in parvenza di Giacomo Mostacci e La mia gran pena e lo gravoso afanno di Guido delle Colonne (Fratta 1991, 190). Ai riscontri del Fratta andranno aggiunti quelli di LEONARDI 1995, A favore dell identificazione con Neri de Visdomini piuttosto che Neri Poponi o altri argomenta convincentemente MENICHETTI 1971, Per l importanza di questa canzone vedi anche sotto, nota 37.

11 Comforterò il mi male c ò, rimembrando il bene che la mia bona spene m à dato con grande gioia del mio servagio; 40 così, credo scampragio e ssollenare lo foco p. 98 che m arde a poco a poco, ciò è Amore, che m à in sua sengnoria. (CLPIO V 295 Neri.37-44) La nostra chiosa ricompare nella lunga canzone (132 versi) Nova m è volontà nel cor creata del fedele guittoniano pisano Bacciarone di messer Baccone, che la inserisce in un contesto ferocemente antierotico, in perfetta linea con quella che nel frattempo era divenuta la posizione di Frate Guittone: Parmi, di tai, son lor le vertù casse, non più che vist àn d om rassionale, 20 poi prenden gioia e ddel lor cant àn male e ddànno laude a chi tanto li sconcia, ciò è Amor; ché non stanchi si véno di coronarlo inpero d ogni bene, e, sensa lui non mai nullo pervene, 25 dicon, a ccosa, poss avere onore. (CLPIO L 101 BaBa.19-26) In un sonetto amoroso di Rustico Filippi viene compiuto un passo successivo, che determina un deciso cambio di rotta rispetto ai predecessori. Rustico sposta infatti la chiosa esplicativa che adatta al contesto narrativo coniugando il verbo al perfetto in fondo al verso, abbandonando allo stesso tempo la posizione ideologica che vedeva l amore come malattia o fuoco per riavvicinarsi, ma non servilmente, alla situazione descritta da Ruggieri d Amici. Derivata da Sovente 30 e l immagine di Amore detentore del cuore dell amante, Rustico la trasforma in quella di Amore asportatore del cuore, e ne trae lo spunto per la dichiarazione di apertura del sonetto e per l affermazione «già mai non parte» (con valore di futuro) del verso 12: I aggio inteso che sanza lo core non pò l om viver né durar neiente; ed io vivo sanz esso, e lo colore però non perdo, né saver, né mente: ma solo per la forza del Segnore che l n à portato, che, tanto potente, lo dipartì dal corpo, ciò fue Amore: e l ha miso in balia de l avenente. Lo cor, quando dal corpo si partìo, p. 99 disse ad Amor: «Segnore, in quale parte mi meni?» E que rispose: «Al tuo disio». «In tale loco è che già mai non parte»;

12 insieme sta il meo core e l disir mio: così vi fosse il corpo in terza parte! (Mengaldo 1971, 87 [XXXIII] 27 ) I aggio inteso costituisce senz altro uno dei principali antecedenti di A ciascun alma. La fusione di segnore del quinto verso con ciò fue Amore del settimo, scavalcando i due incisi relativi del sesto, produce la chiusa della prima quartina del sonetto dantesco, delineando allo stesso tempo per sommi capi la preistoria della visione : Amore aveva estratto il cuore dell Amante che tuttavia rimase in vita come per incantesimo portandoglielo via per offrirlo all Amata. I due sonetti sono uniti anche dall identità delle rime -ore ed -ente delle quartine (anche se allo schema ABABABAB Dante preferisce il più moderno ABBAABBA) e della parola di chiusura del primo verso, core. Non bisogna però sottovalutare la metamorfosi operata da Dante, che alla generica e sicilianeggiante avenente che accoglie in balìa il cuore dell Amante contrappone l addormentata madonna la quale accetta, pur paventosa, la mistica eucaristia antropofagica. Che l appena delineata linea di collegamento e di sviluppo Sovente Amore I aggio inteso A ciascun alma non sia illusoria viene confermato da un testimone al di sopra, direi, di ogni sospetto. Leggiamo il giudizio sulla visione dantesca pronunciato dal suo più autorevole risponditore, Guido Cavalcanti: Vedeste, al mio parere, onne valore e tutto gioco e quanto bene om sente, se foste in prova del segnor valente che segnoreggia il mondo de l onore, poi vive in parte dove noia more, e tien ragion nel cassar de la mente; sì va soave per sonno a la gente, che l cor ne porta senza far dolore. Di voi lo core ne portò, veggendo che vostra donn a la morte cadea: nodriala dello cor, di ciò temendo. p. 100 Quando v apparve che se n gìa dolendo, fu l dolce sonno ch allor si compiea, ché l su contraro lo venìa vincendo. (De Robertis 1986, [XXXVII b ]) Nell economia dei richiami verbali e fonico-sintattici che collegano la risposta di Guido al sonetto di Dante (segnalati in De Robertis 1986, ) sorprende il legame tra i versi 8 e 9, «che l cor ne porta (... /...) il core ne portò» il soggetto sottinteso è sempre Amore, senza corrispondenza, come già rilevato dal Contini (1970, 175), in Dante. A me pare che Guido voglia qui sottolineare la dipendenza di A ciascun alma da I aggio inteso: Rustico non dichiara forse di essere rimasto in vita anche dopo l espianto del cuore, grazie al potere di Amore «che l n à portato»? Si aggiunga che il legame 27 MARRANI 1999, 98 [XIV], stampa il v. 6 «che l n à portato, ch è tanto potente».

13 tra ottetto e sestetto nel Cavalcanti trova un parallelo in Rustico (ma non in Dante), dove a «lo dipartì dal corpo» (v. 7) fa eco «Lo cor, quando dal corpo si partìo» (v. 9) Gli esempi dell esplicativa ciò è Amore non si esauriscono con il felice ricongiungimento di Sovente Amore al primo sonetto della Vita nuova, anche se la prima attestazione del sintagma dopo A ciascun alma ha l aria di un ritorno alla tradizione con totale perdita delle valenze accumulate. Si tratta di un fatto sorprendente, se si considera che potremmo trovarci di fronte allo stesso autore, trattandosi di un sonetto del Fiore: Dogliendomi in pensando del villano che ssì vilmente dal fior m à lungiato, ed i mi riguardai dal dritto lato, e sì vidi Ragion col viso piano venir verso di me, e per la mano mi prese e disse: «Tu ssè sì smagrato! p. 101 I credo che ttu à troppo pensato a que che tti farà gittar in vano, ciò è Amor, a cui dat ài fidanza. Ma sse m avessi avuto al tu consiglio, Tu non saresti gito co llui a danza: Ché, sie certano, a cu e dà di piglio, Egli l tiene in tormento e malenanza, Sì che su viso nonn-è mai vermiglio». (Contini 1984a, 18 [IX]) In realtà il personaggio indicato nei vv. 8-9 con «que (...) a cui dat ài fidanza» non necessita della chiosa «ciò è Amor» 29, giacché la datio fiduciae cui allude Ragione 30 è evidentemente quella avvenuta nel terzo sonetto, a conclusione del regolare atto di omaggio feudale: Del mese di genaio, e non di mag[g]io, fu quand i presi Amor a signoria, e ch i mi misi al tutto in sua ballìa e saramento gli feci e omaggio; e per più sicurtà gli diedi in gaggio il cor, ch e non avesse gelosia ched i fedel e puro i no gli sia, 28 Un altro indizio dell interesse mostrato dagli stilnovisti per il sonetto I aggio inteso sta nel fatto che esso è uno dei due soli componimenti di Rustico attestati fuori dal canzoniere Vaticano: compare infatti anche nel Vat. lat. 3214, in compagnia di rime di Dante, Cavalcanti, Cino e altri. L altro sonetto ad attestazione plurima è Due cavalier valenti d un paraggio (= MARRANI n I, MENGALDO n LVIII; quattro codici), a cui rispose Bondie Dietaiuti con Da che ti piace che io deggia contare. Anche Due cavalier valenti fu imitato da un Dante (che potrebbe essere sia l Alighieri che il Maianese), conservando le rime delle quartine, nel sonetto Saper vorria da voi, nobile e saggio inviato a Puccio Bellondi (vedi BETTA- RINI 1969, , CONTINI 1984, ), dove anziché di una donna che debba scegliere tra due uomini è questione di un uomo costretto a decidere a quale tra due donne dare il suo amore. 29 Cfr. il caso ben diverso del sonetto 30, dove l esplicativa fornisce un informazione nuova: «la figlia di Ragione / ciò fu Vergogna, che fe gran difensa». 30 Vedi gli esempi riportati in GDLI s.v. fidanza 6, dove tuttavia manca il significato originario di dare fidanza, e cioè dare garanzia, pegno.

14 e sempre lui tener a segnó maggio. (Contini 1984a, 6 [III 1-8] 31 ) La comparsa di ciò è Amore nel nono verso del nono sonetto del Fiore combina così un ammiccante (auto?)citazione da A ciascun alma con una reminiscenza della sua lontana fonte siciliana nei versi 2-3 del terzo sonetto. Tra i rimaneggiatori di materiali danteschi va senza dubbio annoverato il rimatore non a caso noto come Amico di Dante. Delle testimonianze di tale dipendenza (ben presentate in Gorni 1981, 93) vediamo subito la prima quartina del sonetto XXV della sua corona di casistica amorosa : p. 102 Nonn-oso nominare apertamente quella chui m àve dato a servidore quei ch à n tutto podere, ciò è Amore, che vòl ch i tema e non falli neente; (CLPIO V ) Come già in in A ciascun alma e in I aggio inteso di Rustico, le rime delle quartine escono in -ore ed -ente; inoltre il v. 3 riprende, banalizzando, il secondo emistichio del v. 4 del sonetto di Dante (che a sua volta, come abbiamo visto, fondeva quelli dei vv. 5 e 7 di Rustico). L Amico centonizza elementi di A ciascun alma anche in altri tre componimenti, combinando la voglia di onorare la propria fonte d ispirazione con una sostanziale incomprensione del vero significato di essa: Se n questo dir presente si chontene alchuna chosa che ssia chontr a honore, la qual per viţio sia del dicitore over dela sentenţa, chon s avene, i pregho quei, nel chui chospetto vene, che ciaschedun proveggia per amore, chomo seguito i aggio a ciascun chore lo su voler, dicendo gioia e pene, (son. I [CLPIO V ]) I sono alchuna volta domandato: rispondere mi chonvene che è Amore, ché dolcemente move, et di bon lato tengho cholui che vol conosscidore essere di quel sengnore per chui guidato è tuttavolta ciascun gientil chore; (son. XIV [CLPIO V ]) 31 Non mi sembra necessario l emendamento di ballia (v. 3) del ms. in baglìa, operato dal Contini.

15 Otto chomandamenti face Amore a ciascun gientil core innamorato. (son. XV [CLPIO V ]) 32 La connessione tra A ciascun alma e i sonetti dell Amico è stata additata da vari commentatori (cfr. Barbi-Maggini 1956, 3, Pellegrini p , , De Robertis 1980, 41 e 1986, , Gorni 1981, 93, ), ma non sembra esistere accordo su chi sia l imitatore e chi l imitato: se il Pellegrini si pronuncia decisamente per la priorità dell Amico, Barbi e De Robertis evitano invece cautamente ogni presa di posi-zione 33. Come tuttavia si noterà, le citate iuncturae dell Amico muovono tutte dalla prima quartina del sonetto dantesco, anzi dai soli versi 1-2 e 4, e dopo quello che abbiamo appurato circa la fedeltà di questi al modello epistolare mediolatino non possono sussistere ulteriori dubbi sulla direzione dell influsso 34. Dopo Ruggieri, Guittone, Rustico, Dante, Cavalcanti e il misterioso Amico 35 non poteva mancare Cino da Pistoia, nella cui opera poetica la tessera ciò è Amore compare puntualmente e con evidente riferimento al sonetto dantesco nella prima stanza della canzone programmatica Sì mi stringe l amore, d impianto guittoniano: Sì mi stringe l amore mortalemente in ciascun membro, o lasso! che sospirar non lasso, né altro già non so dicer né fare. Il corpo piange il core, ch è dipartito e dato gli ha consorte, in loco di sé, morte, cioè Amor che l fa per morto stare. (Marti 1969, 538 [XLIX 1-8]) 36 p Questo ultimo esempio è una parafrasi del capitolo Li comandemenz d amor del Livre d Enanchet: «Donques chascuns qui viaut amer, covient savoir huit principax comandemenz d amor...» (FIEBIG 1938, 47). 33 Irene MAFFIA SCARIATI (1999, 3), pur non volendo «procedere a un bilancio del dare e dell avere tra Se in questo dir presente e A ciascun alma presa», sembra tuttavia disposta a concedere la primogenitura a Dante, visto che definisce il verso a ciascun gientil core innamorato dell Amico una «perifrasi stereotipa che condensa e varia, per il significato, A ciascun alma presa e gentil core» (ivi, 45 nota 2). 34 GORNI 1981, 86 ritiene che i versi di un altro sonetto dantesco, il rinterzato Se Lippo amico sè tu che mi leggi, «io che m appello umile sonetto, / davanti al tuo cospetto / vegno, perché al non caler [non] feggi» (BARBI-MAGGINI 1956, 175 [XLVIII]) s ispirino al sonetto Se n questo dir presente dell Amico; in GORNI 1996, 23 e 24, i parallelismi tra A ciascun alma e Se Lippo amico sono invece esposti con la precisazione «L intero verso [=A ciascun alma, 2] lascia traccia nel primo sonetto dell Amico di Dante». 35 Agli esempi già citati della chiosa ciò è Amore andranno per completezza aggiunti anche i seguenti versi del sonetto Contr aggio di grand ira benvollenza di Lapo Saltarelli, che tuttavia non forniscono elementi utili alla nostra analisi: «Così m à intravalliato acorta cosa, / çò è Amor, ch, a velliar dormendo, / me face istraniar ov eo so conto; / ché spese volte apello fior la rosa, / e contradico laove no contendo; / d amar credo asbasar, e pur sormonto» (CLPIO L 386 LaSa.9-14). 36 Il collegamento tra questa canzone e A ciascun alma, che come abbiamo visto riutilizza un espressione della fronte di una delle principali canzoni d amore di Guittone, Se di voi, donna gente, è ulteriormente assicurato dalla metrica. Infatti l arcaico schema di Sì mi stringe l amore una fronte composta da due piedi a 7 B 11 b 7 C 11 / a 7 D 11 d 7 C 11 cui segue una lunga sirma indivisibile e concatenata di undici versi si

16 Oltre a ciò è Amore, Cino adopera anche un altra espressione simile nell ultimo verso del sonetto Donna, i vi potrei dicer parole: Così di lei amar l ha preso Amore che mi sforza voler lo su volere, ch ogni membro convien seguir lo core. Però, madonna, al meo non podere perdonate, per deo, ch i ho signore, cioè lo cor, da cui mi vien tenere. (Marti 1969, 654 [XCIX 9-14]) Di questo sintagma che, guarda caso, stabilisce anch esso l identità del signore del poeta conosco una sola altra attestazione, nel notissimo sonetto Sì como l parpaglion c à tal natura di Giacomo da Lentini: Venendo a voi lo meo cor s asigura, pensando tal chiarura sï a gioco: come l zitello e oblio l arsura, mai non trovai ventura in alcun loco. Cioè lo cor, che no à ciò che brama, se mor ardendo ne la dolce fiamma, rendendo vita come la finise; (Antonelli 1979, 348 [XXXIII 5-11]) Sarà proprio una coincidenza che «lo cor (...) se mor ardendo (...) rendendo vita», esattamente come il core ardendo del sonetto dantesco, secondo il Cavalcanti, veniva offerto alla donna perché Amore si era accorto ch essa «a la morte cadea» (Vedeste, 10)? E Guido doveva p. 105 apprezzare l uso aggettivale di ardendo, visto che egli aveva (o avrebbe) confidato all amico Bernardo da Bologna: «di me fa lume / lo core ardendo in la disfatta nave» (De Robertis 1986, 174 [XLIV b 11]) 37. rifà alla canzone guittoniana, di cui ricalca lo schema della fronte (diversa invece la sirma, sempre concatenata e indivisibile, ma di tredici versi). Un ulteriore ricordo di A ciascun alma inserito in una trama guittoneggiante si trova in un altro sonetto ciniano: «Omo, lo cui nome per effetto / importa povertà di gioi d amore / e riccor di tristizia e di dolore, / ci manda a voi, come Pietà v ha detto; / lo qual venuto nel vostro cospetto / sarebbe volentier, s avesse l core...» (MARTI 1969, 470 [XXI 1-6], che commenta: «Cino esercita sul proprio nome la tecnica dell amplificatio, sotto il particolare modo dell etimologia, e secondo la norma: Nomina sunt consequentia rerum (o rebus) [...]. Cino è diminutivo di Guittone, Guittoncino, che si faceva risalire a guitto, nel significato di abbietto, sordido. Questa etimologia è già in Guittone d Arezzo»). 37 Interessante, e possibilmente significativa, la giustapposizione di queste due iuncturae. Infatti, se il «core ardendo» collega anche A ciascun alma a Sì como l parpaglion, l autoritratto del poeta come una «disfatta nave» mi pare invece derivata dalla già ricordata canzone Crudele affanno e perta di Neri de Visdomini, che dichiarava di essere stato «a tale condotto, / che sono rimaso rotto, / più che nav è in tempesta la mia vita» (CLPIO V 295 Neri.14-16). Ora Neri, dopo il già discusso verso guittoneggiante, «cio è Amore, che m à in sua sengnoria» (v. 44), esplicazione della precisa natura del fuoco che lo arde, esclama «Lasso me!, ché nonn-agio / natura di fenicie» (vv ).

17 8. Dopo questa forse troppo abbondante esposizione di dipendenze e richiami verbali, metrici e tematici, che come abbiamo visto legano strettamente i tre maggiori esponenti dello Stilnovo a Guittone e agli stessi padri fondatori della Scuola siciliana, mi piace riportare un ulteriore testimonianza di un certo peso, anche se abbondantemente post factum. Nel primo libro del Teseida del Boccaccio (composto a Napoli intorno al 1340), nell invocazione dell autore costituita dalle ottave 1-5, vengono apostrofati le Muse (1), Marte e Venere (3) e infine (4) i futuri lettori dell opera già ricordati nei versi «dunque sì fate che lla mia faticha / sia gratiosa ad chi ne fia lectore / o in altra maniera ascoltatore» (ott. 2, vv. 7-8 [f. 3r]) 38. Ciò avviene in termini inconfondibilmente danteschi: Et voi, nel cui conspecto il dir presente forse verrà chom io spero, anchora quant io più posso priegho humilemente, per quel singnor che gentili innamora, che actendiate con intera mente; voi udirete come elli scholora ne chasi adversi ciascun suo seguace et come dopo affanno e doni pace. (I 4 [f. 3v]) Ma non è tutto. Nelle ottave del terzo libro vengono riportati i discorsi dei due nobili prigionieri tebani Palemone e Arcita, vittime p. 106 simultanee di un colpo di fulmine (completo di saettamento da parte di Amore) causato dalla vista dell angelica bellezza di Emilia, giovanissima cognata del duca d Atene, Teseo: Dentro tornaron li due schudieri poscia che videro Emilia partita; et, stati alquanto con nuovi pensieri, pria cominciò chosì a dire Arcita: «Io non so che nel cor quel fiero arcieri m à saettato, che mi to la vita, et sentomi fallare a pocho a pocho, acceso, lasso! non so in che focho, et non mi si diparte della mente l ymagine di quella creatura, né pensiero ò d altra chosa niente; sì m è fissa nel cor la sua figura, et sì mi sta nell animo piacente, ch io mi riputerei somma ventura s io le piacessi chom ella mi piace; et sança ciò mai non credo aver pace». Palemon disse: «Il simile m avene che tu racconti, et mai più nol provai; 38 Trascrivo i passi del Teseida dal codice autografo conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (Acquisti e Doni 325), sciogliendo i compendi e aggiungendo i necessari segni paragrafematici.

18 per che io sento al cor novelle pene, tal ch io non credo si sentisser mai; et veramente io credo che ci tene quel singnore in balia, che già assai volte udi ricordar, cioè Amore, ladro sottil di ciascun gentil chore» (III [ff. 32v-33r]) 39 Quando, dopo il ritorno a Firenze, il Boccaccio riprese in mano il codice per apporvi una serie di chiose di vario genere, non gli parve necessario aggiungere alcunché agli ultimi versi citati. Tuttavia, a scanso di equivoci, volle fornire una delucidazione al quinto verso dell ottava 20, inserendo in scrittura più piccola sopra arcieri e si tratta dell unica aggiunta posteriore all intera facciata le due parole cioè Amore. p Della narratio del sonetto dantesco (vv. 5-14), che è stata la parte più frequentata dai commentatori precedenti, mi vorrei soffermare un po soltanto sul verso 8, con i suoi due latinismi essenza e orrore, separati dal diffuso gallicismo cortese membrar(e) ricordare. Il primo sostantivo viene generalmente spiegato essere o modo di essere (cfr. Foster-Boyde 1967, II 24, Contini 1970, 311, De Robertis 1980, 42, Gorni 1996, 24, ecc.), spesso con un accenno all apparente sinonimo aspetto adoperato nella razo (VN III 3 [1,14]); il Barbi precisa che essenza «non indica soltanto la natura costitutiva di una cosa, ma anche essere o apparire in questo o quel modo; e anche persona, figura» (Barbi- Maggini 1956, 4). Negli antichi testi italiani questa parola è assai meno frequente in poesia che in prosa, e i casi in cui essa viene riferita all amore o alla sua personificazione sono talmente pochi che converrà senz altro elencarli tutti. Un primo esempio si ha in un sonetto del medico fiorentino maestro Rinuccino, per il quale «Amore à nascimento e fiore e foglia, / poi vèn lo frutto, ch è lungo aspet[t]ato; / piacer gli dà esenza, fiore [ fiorisce ] in doglia / ed inoiosi affanni, poi ch è nato» (Carrai 1981, 116 [IXo 1-4]); sulla medesima linea s inserisce anche il Cavalcanti, che nella grande canzone Donna me prega afferma: «senza natural dimostramento / non ho talento di voler provare / là dove posa [scil. amore], e chi lo fa creare, / e qual sia sua vertute e sua potenza, / l essenza poi e ciascun suo movimento» (De Robertis 1986, [XXVII b 8-12]). Più aderente al nostro passo risulta l uso del termine inaugurato da Guittone d Arezzo in un sonetto del Trattato d amore contenuto nel codice Escorialense e.iii.23, dove egli commenta l aspetto esteriore della divinità, già abbondantemente descritto nel primo componimento del Trattato e nella nota iconografica che lo segue 40 : 39 Anche l apertura dell ultimo verso è tutta farina del sacco dantesco, cfr. «Lo sottil ladro che ne gli occhi porti / vien dritto a l uom per mezzo de la faccia, / e prima invola il cor ch altri lo saccia, / passando a lui per li sentier più accorti» (CONTINI 1984, 529 [71, 1-4]). 40 Si tratta probabilmente di un istruzione al miniatore: «Qui de essere la figura de l amore pinta sì ch el sia garzone nudo, cieco, cum due ale su le spalle e cum un turcascio a la centura, entrambi di color di porpora, cum un arco en man, ch el abia ferito d una saitta in giovene enamorato cum una ghirlanda in testa. Cum l altra man porga un asta cum fuogo di cappo; e per gli artigli si abbia le granfe de astore» (EGIDI 1940, 268; cfr. il commento in EGIDI 1937, 55-62).

19 Poi ch hai veduto Amor cum si ritrae e simel proprietà d alcuna forma, vogliàn veder significanza ch hae e mostrar singularmente per norma le soe figure come l nome forma, e che de gli artigli e turcascio fae, p. 108 e perpugnabele foco che trae, fiamma entien, saitte d arco en orma. Nudo, cieco, di garzonil fazione, che già non fu ritratto en tal essenza dai savi senza ben propria cagione, che d onni cosa fanno esperienza. Unde d Amor fan esta divisione, onni soa parte sponendo a nocenza. (Egidi 1940, 269 [CCXLI]) 41. L uso dantesco di essenza per denotare la figura di Amore implica quindi un allusione all iconografia corrente e allo stesso tempo un collegamento con la tradizione medica e filosofica, ribadendo la sovrapposizione di Amore a Cristo / Dio operata nei primi quattro versi del sonetto 42. La vista della divinità, a ricordarsene, ispira orrore: ed è questo un altro termine assai raro nella poesia italiana due-trecentesca (gli esempi nel corpus TLIO, da Bonvesin al Petrarca, non superano la ventina) e latore di valori ben precisi. Adoperando la medesima locuzione di Dante, Iacopone da Todi afferma nella laude Sì como la morte face: Questa morte tolle al corpo la belleza e lo colore, e la forma è sì desfatta, p. 109 la veduta dà un orrore; non se trova sì securo che no i generi pavore de vedere quel terrore de l aspetto desformato. (Ageno 1953, 40 [XII 11-14]): 41 La descrizione di Guittone segue fedelmente l iconografia tradizionale, e dei rimatori più tardi che trattano della figura di Amore alcuni conservano il suo termine essenza. Lapo Gianni, che nel congedo della canzone Amor, nova ed antica vanitade dice «Mentre che n giovane essenza sarai, / l arco e l turcasso sarà tuo trastullo» (PD, 600 [vv ]), e qualche decennio dopo, Pieraccio Tedaldi nel sonetto Amor è giovenetto e figurato ribadisce come Amore sia «ignudo ed orbo, co feroci artigli / (...) / e con turcasso pien di dardi» (MARTI 1956, 719 [III 2-4]), per sfociare poi in una definizione scientifica : «Or vo contar de la suo propria essenza: / Amor sì non è altro ch un desio / criato sol ne la concupiscenza» (vv. 9-11). L ultimo rimatore di questa serie è il Boccaccio nella canzone Subita volontà, nuovo accidente: «Tu sè dipinto con velate ciglia, / fanciullo ignudo, con piedi ed unghioni / pungenti più che sproni, / sempre con l arco a saettar leggero, / ché vai vagando senza alcun pensiero / come colui in cui non è fermezza: / (...). / Tua stolta volontà di voler vano, / l essenzia tua essendo figura oscura, / palese rifigura / il nudo aspetto della tua sembianza» (vv e 31-35). 42 Come esempio del diffuso uso teologico-filosofico di essenza in accezione tecnica ( sostanza ) può qui bastare la professione di fede del canto XXIV del Paradiso: «credo in tre persone etterne, e queste / credo una essenza sì una e sì trina, / che soffera congiunto sono ed este» (Pd. XXIV ).

20 In altre laudi si parla dell Inferno, «pien di grande horrore» (Barsotti 1905, 45 [I 69]), e dell amor mondano che ci si augura «in obrobbrio ci venga ed in orrore» (Manetti 1993, 262 [XVIII 70]). L unico poeta lirico oltre a Dante ad adoperare il termine è Lapo Gianni, che nel congedo di una ballata esorta: «Movi, ballata, senza far sentore, / e prenderai l amoroso cammino; / quando sè giunta, parla a capo chino: / no mi donar di gelosia orrore» (PD II 593 [XII 48]) 43. Considerando la documentazione complessiva antico-italiana, in poesia e prosa, ci si rende conto che a indurre orrore è principalmente, come già in Iacopone, la Morte 44. Viene perciò facile l accostamento a una nota ipostasi di Amore, presente anche nei due sonetti del Trattato d amore successivi a quello appena citato: «Amor dogliosa morte si pò dire»; «essa morte dolorosa, / che n esser d un garzon è figurata» (Egidi 1940, 270). È dunque lecito pensare che Amore nel primo sonetto della Vita nuova abbia in sé anche la connotazione della Morte. L incontro tra Dante e Iacopone da Todi si potrebbe archiviare come una fortuita coincidenza se non vi si aggiungesse un altro elemento. La seconda risposta ad A ciascun alma, il sonetto Naturalmente chere ogni amadore, d incerta attribuzione tra Terino da Castelfiorentino e Cino da Pistoia, è in larghissima parte costruito su esplicite riprese della richiesta 45 : mi sembra perciò che si debba prestare p. 110 attenzione soprattutto agli elementi senza corrispondenza in Dante. Tra questi si può sottolineare che l attacco, con un avverbio caro a Guittone e alla sua scuola, sembra attingere a quello di un sonetto anonimo del codice Vat. lat. 3793, «Naturalemente animali e planti / fanno tuti loro operazione / come natura chere e nonn-avanti» (CLPIO V ), mentre i versi 10-11, che spiegano le ragioni della visita di Amore («per darti ciò che l cor chiedea, / insieme due coraggi comprendendo»), paiono meno significativi. L elemento chiave del sonetto sta invece, analogamente a quanto si è visto per la risposta del Cavalcanti, nella ripresa tra ottetto e sestetto: nell espressione «d ogne pena fore» (v. 8) che descrive lo stato della donna prima della visita di Amore, il quale aveva poi concepito nella donna un «amorosa pena» (vv ) attraverso la profferta e l accettazione del cuore. L insistenza sulla parola pena, assente in Dante, invita ancora una volta a eseguire un controllo nel corpus del TLIO e nelle CLPIO, da cui si ricavano complessivamente quattro esempi dell espressione fuori d ogni pena. Nell anonima canzone Poi ch è sì doloroso, un fiorentino esiliato ricorda la città natìa: «àvi ciò che convene / a tereno paradiso: / chi v è non sente noia, / ma sempre vive in gioia / ed è fuori d ongni pena» 43 Dopo il dare orrore di Dante e Jacopone e il donare orrore di Lapo Gianni conviene citare anche il quarto e ultimo esempio di tale espressione, nel nono libro del Teseida (per cui vedi sopra, nota 38): «La chui venuta [scil. di Erinis, «infernal furia» mandata da Venere] diè tanto d orrore / ad chi nel theatro stava ad vedere, / c ongnuno stava con tremante chore» (IX 6, 1-3 [f. 100v]; sopra la parola orrore il Boccaccio aggiunse poi la chiosa «di spavento»). 44 Un altra fonte d ispirazione dell orrore dantesco si ha forse nel libro di Giobbe (4,13-16): «In horrore visionis nocturnae, quando solet sopor occupare homines, pavor tenuit me et tremor, et omnia ossa mea perterrita sunt. (...) Stetit quidam, cuius non agnoscebam vultum, imago coram oculis meis et vocem quasi aurae lenis audivi...» (passo segnalato da MAFFIA SCARIATI 1999, lx-lxi). 45 Cfr. il seguente elenco, dove il passo di Terino (o Cino) precede la freccia, mentre quello di Dante la segue: la visïon presente 3 lo dir presente 2; in ciò che 5 in ciò che 3; de lo tuo ardente core 5 d esto core ardendo 12, pasceva la tua donna umilemente 6 lei paventosa umilmente pascea 13; dormente / involta in drappo 7-8 involta in un drappo dormendo 11; Allegro si mostrava Amor, venendo 9 Allegro mi sembrava Amor tenendo 9; pianse partendo 14 gir lo ne vedea piangendo 14.

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