La sicurezza energetica nel XXI secolo: prospettive dall'italia e dal Mondo

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3 La sicurezza energetica nel XXI secolo: prospettive dall'italia e dal Mondo Coordinamento scientifico: Costantino Moretti Pier Vittorio Romano 1

4 Indice Prefazione Amm. Luigi Binelli Mantelli.5 La sicurezza energetica: lo stato dell arte Pier Vittorio Romano Evoluzione storica del concetto di sicurezza energetica Gianluca Carmine Ansalone.17 Sezione I La visione nazionale Per un energia sicura, sostenibile e conveniente: il ruolo della diplomazia italiana nei fori multilaterali Luigi Efisio Marras..24 La sicurezza delle rotte marittime italiane nell'estero vicino Paolo Quercia.34 Sezione II La visione europea Verso un ruolo più attivo della PESC / PSDC nella sicurezza energetica Mihnea Constantinescu..41 Gli aspetti della sicurezza energetica nell Unione Europea: prospettive dalla Grecia Themistoklis Demiris...49 Sfide, azioni e progetti relativi alla politica energetica nel contesto della sicurezza energetica in Polonia Wojciech Ponikiewski 56 La sicurezza energetica oggi: il punto di vista estone Urmas Paet..61 2

5 La Sicurezza energetica nella Repubblica Ceca Petr Burianek.70 Fonti rinnovabili di energia (FER) per la produzione di elettricità: quadro della situazione in Slovenia Iztok Mirosic e Boris Antolic..79 La sicurezza energetica della Serbia Ana Hrustanovic e Rade Berbakov...85 Nuovi Scenari Energetici: un occasione per l Europa Carlos Pascual..94 Unione Europea e shale gas revolution : implicazioni sulla condizione di sicurezza energetica Fabio Indeo Sicurezza alimentare vs sicurezza energetica: conflittualità e criticità in ambito UE Silvia Bolognini..108 Sezione III La visione internazionale L energia canadese: sicura, affidabile, responsabile Joe Oliver..119 Energia, Sicurezza, Sviluppo - I B.R.I.C.S. nel Mediterraneo Marco Ricceri..125 Le dimensioni strategiche della rivoluzione dello Shale Gas : le visioni condivise dalla NATO e dai Paesi del Golfo Giuseppe Morabito..141 Instabilità in Medio Oriente e Sicurezza Energetica Nicola Pedde Sicurezza energetica eurasiatica e cooperazione regionale Alessandra Russo.156 3

6 Sicurezza ed indipendenza energetica: energia idroelettrica, fattore di sviluppo locale e di tensione regionale. Il caso dell Asia Centrale Lorena Di Placido.165 Risorse energetiche ed equilibri geostrategici in Afghanistan Cristiana Era.172 Aspetti della sicurezza energetica in India Costantino Moretti..181 Il concetto di sicurezza energetica in Cina e Taiwan Rodolfo Bastianelli..191 Australia e sicurezza energetica: commercio e investimenti David Ritchie 199 Africa Nord-Occidentale, idrocarburi tradizionali, non convenzionali e altri asset strategici Eleno Triva e Pier Vittorio Romano 207 La sicurezza energetica in Africa Marco Cochi.215 L interazione fra sicurezza energetica e cambiamenti climatici in Africa Marco Massoni 222 Sicurezza e sviluppi energetici: il futuro è dell Artico Lucio Martino Sicurezza energetica e biocarburanti: dinamiche e rischi globali Alessandro Politi..242 Efficienza energetica per le Forze Armate Claudio Catalano. 254 Pentagono: Sicurezza e risparmio energetico Lucio Martino

7 Prefazione Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli Capo di Stato Maggiore della Difesa Il tema della sicurezza energetica e, più in generale, quello della geopolitica dell energia, hanno dominato le prime pagine dei giornali per oltre un secolo. Dal tempo delle prime concessioni in Arabia Saudita e in Persia, e soprattutto dalla filiera industriale e tecnologica di quello che fu l avvento degli idrocarburi, sono passati poco più di cent anni, che hanno tuttavia profondamente rivoluzionato non solo le tecnologie di propulsione e di produzione dell energia, ma anche e soprattutto hanno mutato il corso dell economia e delle relazioni politiche tra gli Stati. Dal carbone si è passati al petrolio e poi al nucleare. Il Medio Oriente ha quindi assunto un ruolo centrale nello sviluppo del mercato energetico, diventando in pochi anni un prezioso contenitore di oro nero, avviando una nuova fase storica e favorendo lo sviluppo 5

8 dell odierno processo di globalizzazione. Riguardo l energia, il petrolio in particolare, tanto è stato scritto ma spesso le informazioni divulgate dalla stampa sono state condizionate dall emotività e da una vera e propria serie di leggende metropolitane che hanno in tal modo orientato l immaginario collettivo sul tema della sicurezza energetica ed hanno portato talvolta ad allarmismi ingiustificati. Grossolane semplificazioni fanno nascere l idea di un prossimo esaurimento delle risorse e di una pressoché esclusiva loro localizzazione nelle sole aree del Medio Oriente, alimentando in tal modo speculazioni politiche e soprattutto economiche. Il moderno sistema della finanza ha velocemente trasformato il petrolio in una commodity, attribuendogli un valore progressivamente sempre più disancorato dall effettiva disponibilità reale del bene ed al contrario connesso alla percezione della difficoltà del suo reperimento. Si sono ribaltati in tal modo i fondamentali dell economia ed aperta la strada alle selvagge fasi di speculazione dello scorso decennio. Una più attuale e serena lettura delle dinamiche del settore energetico, al contrario, spinge oggi a riflettere in modo decisamente più sereno e meno allarmistico sulla gestione della sicurezza dell energia e degli approvvigionamenti. La diversificazione delle sorgenti di approvvigionamento è stata radicalmente rivista nella concezione della pianificazione e nella gestione del rischio sino a diventare una sorta di vantaggio per il consumatore che, attraverso una pluralità di controparti diverse tra loro, non solo opera sulla leva dei prezzi in un sano rapporto di libero mercato, ma riesce in tal modo anche a mitigare il rischio derivante dall interruzione totale o parziale della produzione da parte di un singolo fornitore. Questa strategia, peraltro, ha costituito il fulcro della politica di gestione degli approvvigionamenti energetici nazionali italiani, pionieri sin dagli anni Sessanta della diversificazione non solo sul piano geografico delle forniture, ma anche su quello qualitativo, alimentando tra i primi il mercato del gas naturale. Sono quindi ben lieto di introdurre questo interessante ed importante volume sull energia e la sua moderna concezione politica ed economica. L Italia ha svolto in passato e svolge 6

9 oggi un ruolo di assoluto primato nel settore dello sviluppo delle fonti di energia. Realtà industriali di primo livello, come l ENI e l EDISON costituiscono eccellenze tecnologiche nazionali. Prospettive più preoccupanti si hanno invece analizzando il quadro geostrategico dei prossimi anni e gli sviluppi del cosiddetto risveglio o primavera Araba evidenziano una nuova Guerra Fredda in atto che contrappone non più due diverse civiltà e ideologie, ma diverse matrici e correnti religiose in seno all Islam, profondamente divise tra loro. Fazioni e conflittualità che fanno tuttavia capo a Paesi di grande rilevanza e potenzialità, che sono a cavallo del Golfo Arabico, una delle maggiori autostrade del nostro rifornimento energetico via mare. Una guerra solo in teoria fredda ma in realtà molto più destabilizzante e spregiudicata, in quanto molto meno condizionata e quindi raffreddata dal deterrente militare e dal terrore nucleare che caratterizzava la precedente. I suoi effetti sono evidenti nelle aree di fermento e di grande instabilità che oggi circondano il sud Europa, dall Egitto, alla Siria, al Libano, alla Somalia, alla Libia, al Mali e Centro-Africa, fino al Golfo di Guinea ecc.. In parallelo, stanno rapidamente crescendo conflittualità e tensioni più o meno 7

10 latenti, per ora legate a dispute territoriali e marittime, tra molti Paesi dell area dell Oceano Indiano e Pacifico, tra cui alcuni BRICS, ma che verosimilmente si accentueranno in futuro, soprattutto in relazione alle esigenze energetiche e di approvvigionamento di materie prime. Non a caso il Presidente Obama, nel suo recente discorso alla Nazione, ha toccato a più riprese il tema delle risorse energetiche, ma nel suo caso in senso positivo perché nel giro di pochi anni gli Stati Uniti saranno indipendenti e autonomi sotto questo profilo e anzi inizieranno ad esportare energia in surplus. Uno scenario complesso ed articolato quindi, nel quale, a fronte di conflittualità e tensioni regionali si vanno già delineando, nel medio-lungo termine, crisi di più ampio respiro che, in un contesto globalizzato, rischiano pericolose escalation. In tali possibili scenari la tutela degli interessi nazionali e la libertà di scambi economici costituiscono una priorità per il sistema Paese Italia. Alla luce dell importanza strategica che rivestono per il nostro Paese sia i flussi commerciali o le linee di rifornimento energetico (gasdotti inclusi), la garanzia del libero e sicuro utilizzo delle linee di comunicazione marittime, aeree e terrestri nella regione Mediterranea e nelle aree adiacenti (Oceano Atlantico Settentrionale, Oceano Indiano Occidentale ed in prospettiva Oceano Pacifico) costituisce un esigenza vitale per l Italia in termini di sviluppo della dimensione import-export e fabbisogno energetico nazionale. Da ciò nasce l esigenza di essere presenti a vasto raggio soprattutto in aree marittime lontane e di nostro interesse strategico per poter far fronte non solo a minacce asimmetriche ma anche a crisi di elevata conflittualità da fronteggiare con uno strumento militare flessibile, pronto ed integrabile in dispositivi multinazionali. Questo studio di settore, pubblicato sulla rivista Informazioni della Difesa con l apporto determinante del Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS), nasce proprio dall esigenza di offrire un contributo all informazione dei quadri, così come a tutti i lettori sul tema della sicurezza energetica. Lo studio, oltre a trattare l argomento dal punto di vista nazionale con un approccio di tipo comparato, ha cercato di rappresentare il quadro, più completo possibile, della posizione dei Paesi 8

11 produttori e di quelli consumatori. Le prospettive affrontate, tutte d attualità ed interesse, offrono una preziosa occasione di riflessione. Ritengo, quindi, che questo volume si inserirà proficuamente nel solco di una lunga e consolidata tradizione sullo studio del fenomeno anche grazie al contributo determinante fornito da alcune Ambasciate estere, che ringrazio per la preziosa collaborazione. Nel sostenere una costante produzione scientifica, che unisce il mondo militare a quello civile della ricerca, si consolida un rapporto ormai affermato e ben sperimentato, i cui frutti tangibili hanno permesso e permettono ogni giorno di integrare il sistema militare nazionale con quello dell intero sistema Paese. 9

12 La sicurezza energetica: lo stato dell arte Pier Vittorio Romano Direttore Responsabile di Informazioni della Difesa Specialmente negli ultimi anni è cresciuto il numero delle aree interessate da profonde crisi geopolitiche che, sebbene abbiamo fondamento politico, finiscono inevitabilmente per avere ripercussioni anche a livello economico e, in particolare, sugli aspetti di natura energetica. Ci attende quindi un futuro all insegna dell incertezza e dell imprevedibilità, in un contesto di estrema e crescente complessità con il quale dovremo confrontarci. Siamo di fronte ad un quadro internazionale caratterizzato da un crescente grado di instabilità e da rischi associati a minacce multiformi. A fronte di un ridotto numero di conflitti tra Stati, si riscontrano numerose crisi interne ai singoli Paesi, connotate da elevata articolazione tra i contendenti, con potenziale contagio e destabilizzazione di intere regioni a noi vicine. L Italia è proprio al centro di questa grande area di crisi che coincide con il Mediterraneo Allargato e che si distende da Dakar a Kandahar, comprendendo contesti regionali fortemente instabili quali il Nord Africa, il Medio Oriente, il Corno d Africa, nonché le regioni limitrofe del Sahel, del Caucaso, del Centro Asia ed i Balcani, dove permane una latente ostilità capace di riaccendere conflitti e dove necessita ancora la presenza della comunità internazionale per le conseguenti azioni di normalizzazione. Questa crescente incertezza a livello internazionale, che ha caratterizzato tutto il 2013, non solo provoca tensioni ma anche effetti negativi sull approvvigionamento energetico sia perché queste crisi si concentrano prevalentemente sui Paesi produttori, incidendo quindi sulla stabilità dell offerta, sia riguardo quelli consumatori, sul fronte della domanda. Tra i più rilevanti l Iraq, dalla cui stabilità nel medio e lungo periodo dipende il mercato petrolifero mondiale, la situazione in Egitto che, pur non essendo un grande produttore, controlla il Canale di Suez, dal quale transita il 7% del traffico petrolifero mondiale ed il 13% di GNL, senza considerare il flusso commerciale. Vi è stato un 10

13 rallentamento anche nella crescita dei paesi emergenti. La Cina, specialmente nel primo semestre, ha rallentato la crescita nella produzione industriale e nelle esportazioni, sebbene la domanda abbia rappresentato il principale fattore di aumento dei consumi energetici mondiali. Per i paesi europei risulta necessario sostenere il funzionamento dei mercati, favorendo la più ampia partecipazione di tutti i grandi consumatori mondiali. Un utilizzo più intensivo della cooperazione a livello multilaterale, a partire dall Agenzia internazionale per l energia, risulterebbe uno strumento efficace per la sostenibilità dei mercati. L Italia, dal canto suo, sostenendo le azioni messe in atto dall ONU, dall Unione Europea, dalla NATO e dagli altri Organismi internazionali, è chiamata a mantenere costantemente elevato il suo impegno per la gestione delle crisi con interventi anche di lunga durata e assai articolati. È chiaro che il concetto di sicurezza comprende accezioni quali quello della difesa e salvaguardia degli interessi nazionali. Ne consegue una sempre maggiore assunzione di responsabilità da parte degli organismi e alleanze cui l Italia fa parte, impegnando tutto il comparto della Difesa che dovrà confrontarsi con realtà sempre più complesse anche nel prossimo futuro. Se la difesa dello Stato, nella più ampia accezione di difesa degli interessi nazionali, è la missione di riferimento delle Forze Armate, i molteplici elementi d imprevedibilità e indeterminatezza dell attuale quadro geostrategico non fanno escludere che, nel prossimo futuro, si ripresenti la necessità di una disponibilità immediata di assetti idonei anche in scenari ad elevata conflittualità. Al riguardo basti pensare alla rapidità con cui si sono manifestate ed evolute le crisi del cosiddetto Risveglio arabo in un area, quella mediterranea, che pure ritenevamo sufficientemente stabile: Tunisia, Egitto e Libia. Questi sono tutti Paesi legati alla sponda nord del Mediterraneo da intense relazioni economiche e attività di cooperazione civile e militare. A tal proposito, alcuni indicatori della NATO fanno ritenere che, entro 15 anni, la dipendenza dell Europa dall importazione di risorse energetiche passerà dall attuale 60 11

14 all 80%e, al contempo, quella dei Paesi asiatici dal 40 al 65%. È evidente, dunque, che aumenterà la competizione per l approvvigionamento di tali risorse, con i conseguenti rischi politico-militari ed economici, in particolare in un area, come quella dell Oceano Indiano e del Golfo Persico, fortemente legate al nostro import-export e già oggi teatro di notevoli tensioni, non solo e non principalmente legate al fenomeno della pirateria, che è peraltro in via di riduzione. Segnali positivi sono giunti per i consumi europei anche dagli investitori, ad esempio, a livello infrastrutturale, dall entrata in funzione del nuovo rigassificatore OLT in Toscana e dai progressi del rigassificatore polacco di Świnoujście. Anche da parte russa, nonostante la sovrabbondanza di capacità di esportazione, sono arrivati nuovi segnali per la realizzazione, entro il decennio, di nuove infrastrutture, rimarcando così la fiducia nelle prospettive di medio e lungo periodo dei mercati europei. Lo sviluppo più significativo, però, riguarda la decisione per la realizzazione del gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP), destinato a trasportare il gas azerbaigiano di Shah Deniz dal confine turco-greco fino alle coste della Puglia. Il TAP costituirà il tratto finale del corridoio meridionale del gas, inserito anche tra i corridoi prioritari indicati dal regolamento comunitario 347/2013 approvato lo scorso aprile. Tale opera permetterà la diversificazione per l approvvigionamento di gas, in particolare per limitare la quota di mercato russa. Sebbene l infrastruttura comporti un rilevante aumento della sicurezza dell approvvigionamento per l Italia, in prospettiva europea la capacità annua del nuovo gasdotto è sostanzialmente marginale, contando 10 miliardi di metri cubi (Gmc) a fronte di consumi superiori a 450 Gmc. La sua rilevanza potrebbe anche aumentare con l eventuale raddoppio a 20 Gmc annui, previsto come opzione per il prossimo decennio, ma si tratta di una prospettiva di lungo periodo e in ogni caso non in grado di rivoluzionare il mercato europeo, anche se per quest ultimo la realizzazione di TAP rappresenta un importante elemento di dinamismo. Il consorzio che lo realizzerà prevede infatti la partecipazione di sette operatori di nazionalità diversa interessati a una prospettiva più ampia rispetto al solo mercato 12

15 italiano. La realizzazione del progetto rappresenterà dunque un importante banco di prova del processo d integrazione dei mercati europei. Nel panorama energetico italiano la scelta di realizzare il gasdotto TAP, per portare il gas azerbaigiano sui mercati europei, è stata la principale evoluzione. Il sistema infrastrutturale italiano con indice di sicurezza infrastrutturale pari a 88 (alto) 13

16 L infrastruttura è destinata a far crescere sensibilmente la capacità d importazione, aumentando inoltre in misura significativa il livello di diversificazione dell approvvigionamento di gas naturale e dunque la sicurezza energetica nazionale. La diversificazione sarà innanzitutto rispetto al paese fornitore, consentendo infatti l arrivo ai consumatori italiani del gas azerbaigiano, mai giunto finora sui mercati dell Europa occidentale. La realizzazione del TAP consentirà inoltre di diversificare i tracciati di transito del gas, evitando sia il transito sul territorio russo, sia quello sul territorio di paesi nordafricani. Infine, il gasdotto diversificherà ulteriormente i punti d ingresso sulla rete nazionale, aumentandone la resilienza e consentendo per la prima volta l afflusso di approvvigionamenti internazionali direttamente nell Italia meridionale peninsulare. L importanza del gasdotto per la sicurezza energetica nazionale è poi evidente se si considera la sua capacità di trasporto rispetto ai consumi nazionali: 10 miliardi di metri cubi (Gmc) all anno a fronte di un consumo medio previsto per la fine del decennio intorno agli 80 Gmc all anno. L aumento di capacità d importazione è dunque particolarmente rilevante, paragonabile per dimensioni all impatto di un gasdotto da 60 Gmc a livello europeo. Inoltre, un ulteriore impatto positivo sulla concorrenzialità del mercato finale arriverà con l aumento della capacità d importazione garantita dal TAP poiché è destinato ad aumentare la pressione concorrenziale sugli operatori già attivi, generando benefici di prezzo sui consumatori. La quantificazione dell impatto resta tuttavia al momento non definibile con chiarezza, a causa delle incerte dinamiche di mercato, attribuibili sia all andamento dell economia, sia soprattutto all evoluzione del complesso quadro regolamentare esistente. La rete infrastrutturale italiana si è anche dotata del nuovo terminale di OLT Offshore, che è stato traghettato di fronte alle coste toscane. Il terminale è costituto da una nave metaniera riconvertita ancorata al fondale, 22 km al largo di Livorno. Il gas scaricato dalle metaniere è trasferito direttamente alla rete nazionale a terra attraverso una condotta posata sotto il 14

17 fondale marino. La capacità del rigassificatore è di 3,75 miliardi di metri cubi all anno e, sebbene il quantitativo sia limitato rispetto al consumo nazionale, dà un contributo alla diversificazione soprattutto perché i flussi di gas naturale liquefatto (GNL) possono giungere al terminale da una molteplicità di terminali di liquefazione anziché lungo un solo tracciato, come il gasdotto. L impatto positivo del terminale non si limita solo agli aspetti di sicurezza. Gli attuali prezzi internazionali del GNL sono inferiori ai prezzi del gas importato via gasdotto con contratti di lungo periodo. Questo permetterà in teoria di portare sul mercato forniture a prezzi competitivi, aumentando la concorrenzialità dell offerta. Un aspetto di difficile valutazione, con un impatto potenzialmente molto grande sulla sicurezza energetica nazionale ed europea, è quello del rischio di attacchi informatici alle infrastrutture critiche energetiche. L esistenza del rischio è già stata messa in evidenza dagli attacchi subiti da alcuni grandi operatori internazionali e nel corso del 2013 numerose infrastrutture statunitensi sono state oggetto di sistematici tentativi di violazione. Al momento tali attacchi non hanno creato particolari disagi alla popolazione, ma hanno innalzato l attenzione degli organi politici e delle agenzie federali al riguardo. A livello europeo, in seguito agli attentati di Madrid del 2004, l attenzione si è focalizzata sulla prevenzione, gestione e risposta in caso di attentati terroristici a danno di strutture il cui danneggiamento potesse comportare un effetto domino in tutta l Unione Europea. Per questo motivo il Consiglio Europeo, nel dicembre 2008, ha emanato la Direttiva 2008/114/CE relativa all individuazione e alla designazione delle Infrastrutture Critiche europee, nonché alla valutazione della necessità di migliorarne la protezione, limitandola, per il momento, ai settori dell Energia e dei Trasporti per i quali recentemente, a livello nazionale, sono stati approvati i criteri intersettoriali. La Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) Segreteria Nucleo Interministeriale Situazione e Pianificazione (NISP) aveva redatto la bozza finale della Direttiva, concernente le procedure interministeriali per l individuazione delle Infrastrutture critiche Nazionali, che è stata presentata e 15

18 approvata durante la riunione del NISP in data 31 ottobre In sintesi la bozza riguardava l individuazione e la designazione delle infrastrutture critiche nazionali (ICN) per esigenze esclusivamente nazionali e di sicurezza e, pur essendo normativamente indipendente sia dalla Direttiva Europea 114/2008, sia dal suo recepimento nazionale (D.L. 11/4/2011 nr. 61) ne integra, di fatto, i contenuti. Dopo la successiva verifica sulla sussistenza di appropriati fondamenti giuridici, l ipotesi dell emanazione di tale "Direttiva" è, al momento, tramontata ma la Presidenza del Consiglio dei Ministri sta operando al fine di trovare una valida soluzione normativa alla problematica, probabilmente attraverso un D.P.R. che dovrebbe ricalcare il contenuto della sopra citata "Direttiva". Comunque, la sicurezza dell approvvigionamento italiano è destinata ad aumentare in futuro grazie al maggior livello d integrazione delle reti a livello europeo, favorita anche da un quadro regolamentare uniforme e da misure in grado di spingere gli operatori ad agire in una prospettiva continentale. Fonte: Focus Sicurezza Energetica Osservatorio di Politica Internazionale. 16

19 Evoluzione storica del concetto di sicurezza energetica Gianluca Carmine Ansalone Analista indipendente Oggi, sia in ambito accademico che politico, si dà quasi per scontato che esista una stretta correlazione tra energia e sicurezza. Senza energia non c è sviluppo. Rendere meno vulnerabili le linee di approvvigionamento energetico è alla base delle strategie di sicurezza di molti governi. L energia è stata anche motivo di conflitti epocali nella storia anche recente. Ma non è sempre stato così. Innanzitutto perché il petrolio è una scoperta relativamente recente, almeno nelle quantità necessarie a farne un mezzo efficiente per illuminare le case e le strade, alimentare le fabbriche, far correre un motore. In passato, ritroviamo tracce di alcuni derivati degli oli combustibili addirittura nelle cronache di Plinio il Vecchio, che ad essi attribuiva portentose proprietà mediche e curative. Ma è il mondo nuovo della Rivoluzione industriale e della rapida urbanizzazione Ottocentesca a rendere il petrolio una necessità. Da quel momento, la disponibilità immediata e naturale non basterà più. Bisognerà andare a cercare il petrolio in giro per il mondo e a profondità fino ad allora impensabili. Da questa necessità hanno origine le grandi epopee dei primi esploratori e dei primi pozzi petroliferi, aperto a Baku, nell odierno Azerbaijan, nel Già dai primi passi della commercializzazione del petrolio i margini di ricavo cominciano ad essere notevoli. La prima volta nella storia in cui un barile di petrolio ha toccato il valore equivalente di 100 dollari non è stato nel 2008 ma nel All inizio del XX secolo il mondo si divide sostanzialmente in tre grandi aree sotto il profilo petrolifero: quella ricca di idrocarburi ma che non ha ancora motivo per ricercarlo ed impiegarlo (il Medio Oriente); quella ricca di petrolio e che ne sta facendo abbondante uso per la crescita e la prosperità (gli Stati Uniti); e quella geologicamente povera di petrolio ma che ha intuito 17

20 che la sua disponibilità sarà sempre più importante in futuro (l Europa). In quel periodo la Russia degli Zar si alimenta sostanzialmente grazie al petrolio di Baku; l America vive il suo momento d oro e in alcune aree come la Pennsylvania si contano più trivelle e pozzi che abitanti. L Europa ha una produzione modesta, concentrata soprattutto in Polonia e Romania. Nel nostro Continente si brucia a quel tempo soprattutto carbone, che aveva fatto ricche le casse del Kaiser tedesco e di Sua Maestà in Inghilterra. Questo equilibrio però era destinato a non reggere a lungo. La storia si avvicinava infatti ad uno dei suoi tornanti più importanti e drammatici. I grandi Imperi europei arriveranno infatti ben presto allo scontro militare più feroce e sanguinario che l umanità abbia mai conosciuto. Nei primi anni del Novecento la Germania avvia un massiccio programma di riarmo, basato soprattutto sul rafforzamento della flotta navale e sui primi impieghi delle tecnologie sottomarine. E l industria pesante, alimentata dal carbone, a sostenere le mire egemoniche della Germania. L Inghilterra, che basava la sua forza proprio sul presidio dei mari e sul controllo delle rotte commerciali verso le Indie, cominciava a vedere erose quelle che oggi si definirebbero le proprie quote di mercato. La Germania era un competitor aggressivo, capace di esprimere un innovazione militare poderosa per i tempi. Winston Churchill, allora Primo Lord dell Ammiragliato, decise che il carbone da solo non bastava a rendere le navi inglesi più veloci di quelle tedesche. Bisognava affidarsi al petrolio. Nel 1912 la decisione di abbandonare la propulsione a carbone per quella a nafta divenne irreversibile. Di petrolio però in Inghilterra non ce n era, almeno a quel tempo e per le tecnologie allora disponibili. Bisognava quindi procurarselo in giro per il mondo ed importarlo in maniera rapida e sicura. Da quel momento l energia diventa una questione di sicurezza nazionale. Il mercato al tempo era composto da due soli venditori : da un lato l americana Standard Oil, difficile da ingaggiare visti i 18

21 rapporti tra la ex colonia e la ex madrepatria; e dall altro una compagnia frutto dell unione tra una compagnia olandese, la Royal Dutch, ed un armatore, fortemente internazionalizzata e animata da scopi puramente lucrativi e speculativi. Fu ben presto chiaro quindi che non bastava avere soldi per comprare petrolio; sarebbe stato più conveniente e sicuro andarlo ad estrarre direttamente. Churchill approfittò con astuzia di una situazione contingente: nel 1901 un ricco imprenditore inglese si era fatto concedere diritti di esplorazione petrolifera sulla quasi totalità della Persia dell allora Scià Mozaffar. In cambio a Teheran sarebbe andato il 16% di qualsiasi futuro profitto. Realizzate le prime scoperte in quell area, il petrolio andava in qualche modo trasportato. Ci vollero anni per costruire il primo oleodotto che trasportava petrolio fino alla foce dello Shatt-al-Arab, opera della Anglo Persian Oil Company, l antenata della BP. I soldi non bastarono più per completare l opera e Churchill, nel 1914, portò in Parlamento una proposta di legge per l acquisto del 51% della APOC. La Marina di Sua Maestà avrebbe avuto un diritto di prelazione per la fornitura ventennale di petrolio per alimentare le sue navi. Sei giorni dopo il voto favorevole della Camera dei Comuni, Germania e Inghilterra si dichiarano ufficialmente guerra. Da quel momento e per diversi decenni il petrolio e la sicurezza energetica resteranno sostanzialmente un affare angloamericano. Gli USA ne hanno a disposizione una quantità pari a tutto quello prodotto nel resto del mondo, circostanza che risulta particolarmente favorevole alla grande rivoluzione fordista in corso in quegli anni. Dalle catene di montaggio escono infatti 15 milioni di autovetture l anno, tutte alimentate a petrolio. In Europa, nello stesso periodo, se ne contano a malapena un milione in circolazione. Churchill, che aveva intuito come sarebbe stato impossibile vincere le guerre senza petrolio, ordinò alle truppe inglesi, nelle ultime settimane della Prima Guerra Mondiale, di marciare in Iraq fino a Mosul, un area abitata in prevalenza da Curdi e dove si prospettavano scoperte petrolifere particolarmente interessanti. 19

22 La Russia, in quegli anni, era impegnata nella Rivoluzione d Ottobre e nella gestione delle sue conseguenze, mentre in Medio Oriente il precedente iraniano faceva ben sperare ma servivano ingenti investimenti in esplorazione e perforazione, fuori dalla portata della casse dissestate dell Impero Ottomano. Con questo spirito e con queste ambizioni si giunse, alla fine del conflitto, alla firma dei celebri accordi Sykes Picot. Gli Inglesi vollero garantirsi l amministrazione di quei territori che promettevano meglio in termini di giacimenti petroliferi; a Londra, sulla base di quegli accordi, andranno i territori dell Iraq e alla Francia il Levante mediterraneo, con Siria e Libano. Gli Stati Uniti non restarono certo a guardare, ma la sovrabbondanza di petrolio che producevano non rendevano impellente una decisione geopolitica netta o un impegno militare diretto in Medio Oriente. Fu solo alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale che anche a Washington si cominciò a temere che gli enormi costi del conflitto imminente avrebbero superato la disponibilità autoctona di petrolio americano. Inoltre, proprio in quegli anni, i primi studi dell Agenzia geologica USA, cominciavano ad ipotizzare un rapido deterioramento delle riserve e il progressivo ma inesorabile esaurimento del petrolio. L Amministrazione americana decise di seguire le orme di Londra e puntò decisamente verso quelle aree mediorientali che erano rimaste fuori dalla linea rossa tracciata dagli accordi Sykes-Picot. Presto i primi tecnici delle compagnie petrolifere americane misero piede in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La stretta di mano sulla nave militare Quincy, al largo del Canale di Suez, tra il Presidente americano Roosevelt e il re saudita bin-saud sancì un accordo che passerà alla storia come uno dei momenti più significativi della geopolitica del petrolio. Da allora, il legame tra sicurezza ed energia diventa imprescindibile nelle relazioni internazionali. Forti del ruolo di preminenza guadagnato con la Seconda Guerra Mondiale, gli USA guadagnano anche concessioni petrolifere in Iraq e Iran. E in quel momento che cambia 20

23 ulteriormente il paradigma della geopolitica contemporanea: dalle guerre vinte grazie al petrolio si passa alle guerre combattute per il petrolio. È il caso di quanto accadrà di lì a poco a Suez. A metà degli anni 50 passano dal Canale di Suez i due terzi del traffico di petrolio che alimenta l Europa. Il 26 luglio 1956 il Presidente egiziano Nasser annuncia la nazionalizzazione del Canale. Poche settimane dopo truppe israeliane, francesi ed inglesi occupano la Penisola del Sinai. Un azione che provoca l irritazione dell Arabia Saudita, che sospende le forniture di greggio a tutto l Occidente. Con il Canale di Suez bloccato è impossibile far arrivare petrolio in Europa per affrontare l inverno. L unica rotta alternativa per il Vecchio Continente sono gli Stati Uniti. Washington detta le sue condizioni politiche: ritiro immediato dei soldati anglo-francesi e solo dopo il ritiro dell ultimo militare dall area avrebbe iniziato a rifornire il resto d Europa. La geopolitica dell energia non è più un ballo a due. C è un solo protagonista al comando, l America, che intende esercitare il proprio ruolo in casa e in quello che ormai considera il suo cortile energetico, il Medio Oriente. Da questo momento, dal momento in cui cioè gli USA hanno necessità di importare petrolio in abbondanza per mantenere inalterato il proprio primato strategico e militare, il mondo inizia a dividersi nettamente tra produttori e importatori di petrolio. Con l ingresso sulla scena dei nuovi produttori le monarchie del Golfo, ma ben presto anche la Russia, la Libia e l Egitto il mondo viene letteralmente inondato di petrolio. Gli stessi Stati Uniti, con il Presidente Eisenhower, per evitare che l industria energetica nazionale venisse penalizzata dalle mutate condizioni di mercato, imposero leggi ultra-protezionistiche, con dazi pesanti sulle importazioni di molti prodotti raffinati. La conseguenza fu la necessità per i Paesi produttori di riappropriarsi delle risorse, per poter agire sui prezzi che nel frattempo erano crollati ai minimi storici. In quegli anni i Paesi produttori avevano un arma in più da far valere: il diritto internazionale. La Risoluzione 1803 delle 21

24 Nazioni Unite (1962) riaffermava la sovranità dei popoli e delle Nazioni sulle proprie risorse naturali, nonché la possibilità di esproprio per ragioni di sicurezza e utilità pubblica e comunque di interesse nazionale. Inizia da qui la grande epoca delle nazionalizzazioni petrolifere e il paradigma energetico cambia nuovamente. Non è più il possesso del pozzo o la proprietà della concessione a determinare la divisione geopolitica e strategica, quanto la sempre più cruciale sicurezza degli approvvigionamenti, ovvero dei mezzi e delle rotte attraverso cui il petrolio passa. Non importa più di chi è il petrolio; l importante è che affluisca senza intralci e che non venga usato dai produttori come arma di ricatto. È invece quest ultima condizione poche volte verrà esaudita. In mezzo secolo di storia il Medio Oriente ha conosciuto cinque guerre: quella di Suez, di cui si è già scritto; quella dei Sei Giorni, con l embargo imposto dai Paesi produttori verso Stati Uniti e Inghilterra; quella del Kippur, con l ennesimo embargo, questa volta verso USA e Olanda e con un prezzo del barile che supera i 12 dollari; e infine la Prima Guerra del Golfo (1990), con l embargo imposto questa volta dalla coalizione internazionale contro l export petrolifero iracheno. Nel mezzo ci sono altri due eventi di enorme portata in quell area e i cui effetti sono stati planetari: la Rivoluzione khomeinista in Iran del 1979 e la Guerra Iran Iraq ( ). In tutti questi casi il barile di petrolio agisce da amplificatore delle tensioni o da leva per sollecitare reazioni internazionali. La parentesi delle nazionalizzazioni volgeva così rapidamente al termine, per lasciare spazio all era dell interdipendenza tra produttori e consumatori. I consumatori hanno bisogno del petrolio che non hanno per crescere. Sono disponibili a pagarlo, anche profumatamente, purché sia sempre tenuta sgombera da intralci fisici o geopolitici la linea di approvvigionamento, sia essa un tratto di mare, un oleodotto o una nave. I produttori hanno bisogno di vendere e, se possibile, al prezzo più alto. 22

25 Ad incidere su quest ultimo ci sono molti fattori. Quello principale, da manuale di economia politica, ovvero il semplice incrocio tra domanda e offerta, è diventato nel corso del tempo quasi marginale, surclassato da aspetti quali le tensioni geopolitiche, la qualità del petrolio e di conseguenza la difficoltà per la sua estrazione, la speculazione finanziaria. Ad unire produttori e consumatori c è comunque un unico interesse: fare in modo che il petrolio arrivi dove è necessario, quando è necessario. Mettere in guardia dal pericolo che qualcuno voglia chiudere i rubinetti di petrolio e gas è spesso un esercizio accademico. I consumatori vogliono energia; ma anche i produttori vogliono venderla. Anzi, sempre di più devono venderla per sostenere la propria economia nazionale e la solidità delle leadership politiche che in alcune aree del mondo si basa sulle rendite e sulle relazioni. Senza questo reciproco e implicito scambio non ci sarebbe una buona parte della realtà così come la conosciamo oggi. Certo, alcuni consumatori tra cui l Italia hanno dovuto prendere qualche precauzione in più. Il nostro ruolo di frontiera strategica nella Guerra Fredda ci rendeva particolarmente vulnerabili anche agli shock energetici e, sapientemente, la nostra industria petrolifera di Stato ha dovuto diversificare il più possibile e blindare gli approvvigionamenti con contratti magari più onerosi ma con molte più garanzie in termini di forniture. Sottoscrivere accordi di lungo termine i cosiddetti take-or-pay ha permesso ai consumatori a corto di risorse di avere la certezza delle forniture, pagando un po di più quella che potremmo definire una polizza contro il rischio geopolitico. Oggi, il tema dell interdipendenza vale ancora; ma sta mutando nuovamente il paradigma strategico di riferimento del mondo dell energia, con l avvento sulla scena delle risorse non convenzionali e un rapporto tra energia e sicurezza che sarà presto da riscrivere. 23

26 Sezione I La visione nazionale Per un energia sicura, sostenibile e conveniente: il ruolo della diplomazia italiana nei fori multilaterali Luigi Efisio Marras Direttore Generale per la mondializzazione e le questioni globali Ministero Affari Esteri L Italia ha sempre guardato con attenzione all aspetto della sicurezza energetica. Tale atteggiamento è comprensibile alla luce delle ben note necessità di approvvigionamento di materie prime energetiche: paese sostanzialmente povero di idrocarburi, l Italia e le sue principali imprese di comparto hanno costantemente cercato di assicurarsi oltre confine flussi stabili e certi di fonti combustibili (petrolio, gas metano, gas liquefatto), trovandosi spesso a dover negoziare delicati contratti di fornitura con le controparti. La diplomazia italiana ha storicamente assecondato questo essenziale aspetto della politica industriale ed energetica, favorendo contatti tra le parti, agendo da tramite con le istituzioni e i governi stranieri, preparando l imprescindibile terreno politico, smussando le fasi talora spigolose di una negoziazione dagli esiti incerti con interlocutori differenti per storia, cultura, economia e finanche ideologia. Oggi, in un quadro mondiale per alcuni rispetti ancora simile al passato, ma che risulta invece profondamente mutato per altri essenziali tratti, il ruolo della politica estera è, se possibile, ancora più importante. Esiste infatti oggi un embrione di governance globale dell energia, fatto di agenzie e enti internazionali, che pur non sostituendosi al momento bilaterale, lo affianca ed accompagna, fornendo esperienze condivise, migliori pratiche, dati statistici e documenti, un quadro di riferimento comune. Il moltiplicarsi degli organismi internazionali settoriali impone al paese una presenza attiva e non episodica, il cui fine ultimo è, e non può che essere, l interesse nazionale. Ecco che allora l aspetto dell energia 24

27 viene calato in questa realtà multilaterale e sempre più globale, in cui matura una fruttuosa riflessione, di cui anche l Italia è parte, che nel corso degli anni va declinando il tema dell energia secondo tre dimensioni fortemente interconnesse e seguendo la rigida geometria di un triangolo equilatero ai cui vertici stanno i concetti di sicurezza, di sostenibilità e di convenienza. I tre concetti sono di per sé sufficientemente chiari da non richiedere un esplicazione aggiuntiva. Merita solo rilevare come, pur nella loro intima compenetrazione, ognuno di essi acquisti speciale prominenza con il mutare delle condizioni storiche, economiche e politiche. Se la sicurezza energetica, come abbiamo accennato, è sempre stata al centro delle preoccupazioni dei Governi, il concetto di affordability dei prezzi dell energia è tornato in primo piano, dopo le fasi storiche del 1973 e del 1980 caratterizzate dall impennata dei prezzi petroliferi, con la recente crisi economica, mentre il concetto di sostenibilità (ambientale, ma anche sociale) è più recente e nasce dal fertile humus del movimento ambientalista e dai sempre più preoccupanti dati scientifici. Cercherò di evidenziare il ruolo della diplomazia italiana in alcuni specifici ambiti multilaterali settoriali: nell alveo delle Nazioni Unite, in ambito europeo, nei fori quali il G8 e il G20, in sede AIE ed IRENA. In chiusura potrà essere utile un riferimento, a titolo di esempio, ad un recente di negoziato bilaterale, quello del progetto TAP, in cui l interesse nazionale si esplica con particolare evidenza. Dei tre concetti sopra menzionati, quello di energia sostenibile è, come si è detto, il più recente; ha ricevuto una nuova, decisiva spinta in ambito negoziale e diplomatico multilaterale, nel 2010 allorché il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, inserendosi nell alveo del processo che nel 2012 avrebbe portato alla Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile di Rio de Janeiro ( Rio + 20 ), ha lanciato l'iniziativa Sustainable Energy for All (SE4All), con il precipuo scopo di promuovere la sostenibilità energetica. L Assemblea Generale dell'onu ha conseguentemente adottato la risoluzione 65/151 che ha proclamato il 2012 "International Year for Sustainable Energy for All" e a fine 2012 ha dichiarato il decennio quale 25

28 la decade dell energia sostenibile per tutti. In particolare, l iniziativa si propone tre obiettivi specifici da raggiungere entro il 2030: - assicurare l accesso universale ai servizi energetici tecnologicamente moderni; - raddoppiare il tasso di efficienza energetica; - raddoppiare la percentuale di energia rinnovabile all interno del mix energetico globale. Le considerazioni che hanno spinto il Segretario Generale e la stessa Assemblea Generale a promuovere questa iniziativa si basano sulla constatazione che l'energia è di fondamentale importanza in ogni società e ad ogni latitudine per assicurare uno sviluppo economico e sociale che sia equilibrato e sostenibile. L'accesso all'energia sostenibile per tutti, specialmente nei paesi in via di sviluppo e nelle zone oggi non coperte da un sufficiente dispacciamento energetico, è essenziale per rafforzare le economie, tutelare l ambiente e in ultima analisi raggiungere l'equità e la stabilità sociale. In questo senso, al fine di assicurare che l utilizzo di fonti energetiche non impatti in maniera invasiva sull ambiente, sono da privilegiare le fonti rinnovabili e a maggior efficienza. Fonti di energia come l'eolico, il solare, il geotermico e gli impianti a biomasse sono in grado di fornire energia con minori conseguenze per l'ambiente, e, grazie anche alla loro alta versatilità di utilizzo, permettono di raggiungere le aree rurali e più sperdute, specialmente se abbinate alla messa in opera di mini-reti di distribuzione elettrica. L iniziativa portata avanti da Ban Ki-moon si collega ad un altro rilevante processo, cui partecipa tutta la membership ONU, volto ad individuare precisi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che integrino in una maniera coerente le tre dimensioni dello sviluppo (economica, sociale e ambientale) in una prospettiva di superamento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio fissati nel 2000, con un orizzonte di attuazione al L accesso all energia sostenibile sarà uno di tali obiettivi. Rimanendo in ambito multilaterale, l Italia è membro fondatore dell Agenzia Internazionale dell Energia (AIE). Agenzia semiindipendente dell OCSE, composta da 28 membri, l AIE è nata 26

29 con l obiettivo di monitorare l evoluzione del mercato mondiale del petrolio, del gas, delle rinnovabili e delle altre fonti di energia, gestire un sistema di informazione e di studio delle dinamiche degli idrocarburi, promuovere politiche energetiche sostenibili e sicure nei paesi membri al fine di favorire la stabilità degli approvvigionamenti energetici. L AIE ha nel corso degli anni sempre più preso a considerare anche la dimensione ambientale, con una specifica attenzione ai temi dello sviluppo sostenibile, delle energie rinnovabili e della riduzione delle emissioni di gas serra prodotta dall utilizzo di idrocarburi. Come si vede, anche in questo ambito il trinomio sicurezzaconvenienza dei prezzi-sostenibilità riceve da parte dell Agenzia la giusta attenzione. Da segnalare in questo senso la recente pubblicazione dello Special Report del World Energy Outlook 2013 Redrawing the Energy-Climate Map 1, presentato in Italia lo scorso luglio presso il Ministero degli Affari Esteri alla presenza della stessa Direttore Esecutivo dell AIE, Maria van der Hoeven. Con questo rapporto speciale dedicato al nesso clima-energia, l AIE ha inteso contribuire a rilanciare il dibattito globale sui cambiamenti climatici, fornendo indicazioni operative sul contributo centrale che le misure in campo energetico possono dare alla riduzione delle emissioni. Il rapporto evidenzia come gli sforzi per limitare la crescita della temperatura media del pianeta non siano sufficientemente ambiziosi: le emissioni globali di CO 2 nel 2012 sono aumentate dell 1,4% e con l attuale trend si rischia un aumento complessivo tra i 3,6 e i 5,3 gradi. L AIE individua e propone quattro azioni a costo netto zero, senza impatto recessivo e basate su tecnologie ampiamente disponibili che potrebbero ridurre le emissioni dell 8% rispetto allo scenario Business as Usual': maggiore efficienza energetica nell'edilizia, nell'industria e nel trasporto; limitazione nella costruzione e nell'utilizzo degli impianti a carbone più obsoleti e meno 1 L abstract in italiano del rapporto è reperibile al seguente indirizzo: _Italian_WEB.pdf. L intero documento in inglese è reperibile al seguente indirizzo: yclimatemap_2506.pdf. 27

30 efficienti; dimezzamento del metano rilasciato nell'atmosfera dai giacimenti di gas e petrolio; parziale eliminazione dei sussidi al consumo di combustibili fossili. Con un attenzione sempre maggiore alla sostenibilità delle fonti energetiche e alle potenzialità di creazione di nuovi posti di lavoro verdi (green growth) l Italia ha fortemente voluto essere parte anche di una agenzia istituita di recente ma con prospettive già molto promettenti: l Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA). La nostra diplomazia ha seguito IRENA sin dai primi passi e ne abbiamo negoziato lo statuto, ratificandolo poi nel In questo caso il focus è esclusivamente sulle energie rinnovabili, con l obiettivo di raggiungere una maggiore diversificazione energetica attraverso una serie di tecnologie energetiche sostenibili che forniscano per il futuro energia pulita, sicura e a prezzi ridotti. A chiudere in un certo senso il cerchio e a sottolineare che tutte queste iniziative non sono avulse l una dall altra, IRENA è stata individuata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite quale hub tecnologico nell ambito dell iniziativa SE4ALL, che ha avviato un programma specifico chiamato REMAP 2030, una roadmap globale per identificare politiche e migliori pratiche al fine di raddoppiare la quota di energie rinnovabili da qui al I tre aspetti fondamentali del concetto di energia tornano anche, inevitabilmente, in ambito europeo. Anche in questo caso sono eventi esogeni (la crisi economica, le incrementate preoccupazioni ambientali) ad aver portato gli Stati membri della UE ad una rinnovata riflessione in ambito energetico. Tanto per limitarci alla più alta e recente espressione in questo senso, un passo importante è stato fatto dal Consiglio Europeo del 22 maggio , che ha evidenziato come l Europa abbia bisogno, per sostenere la propria economia, di un approvvigionamento energetico che sia sicuro, a prezzi accessibili e sostenibile. In quella occasione sono stati adottati una serie di orientamenti in quattro settori che, negli auspici dei Capi di Stato e di Governo, dovrebbero consentire all'ue di 2 Il testo delle conclusioni è reperibile al seguente indirizzo: 219.pdf. 28

31 favorire la sua competitività e rispondere alla sfida dei prezzi e costi elevati: l'urgente completamento di un mercato interno dell'energia pienamente funzionante e interconnesso, l'agevolazione dei necessari investimenti nel settore energetico, la diversificazione degli approvvigionamenti dell'europa e una maggiore efficienza energetica. Il documento di conclusioni continua ribadendo il legame non dissolubile con il clima: Diventa quindi ancor più importante disporre di un mercato del carbonio che funzioni correttamente e di un quadro di politica climatica ed energetica post 2020 prevedibile che sia propizio alla mobilitazione di capitali privati e alla contrazione dei costi degli investimenti nel settore energetico. Il Consiglio europeo accoglie con favore il Libro verde della Commissione intitolato "Un quadro per le politiche dell'energia e del clima all'orizzonte 2030" e tornerà su questo tema nel marzo 2014, dopo che la Commissione avrà presentato proposte più concrete, per discutere opzioni politiche in materia, tenendo presenti gli obiettivi stabiliti per la Conferenza delle Parti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici (CoP 21) nel L Italia partecipa con impegno alla predisposizione delle politiche europee in materia di energia e clima, avendo bene in mente sia le proprie priorità nazionali sia le pressanti esigenze regionali e globali. In tal senso, l impegno italiano nel recepire (e, in un caso, superare) gli obiettivi posti dal pacchetto è stato a ragione messo nel più giusto risalto anche dalla Strategia Energetica Nazionale. Guardando ad una latitudine più ampia, l orizzonte al 2030, che stiamo negoziando in questi mesi con i partner europei, dovrà ribadire la volontà di ridurre le emissioni di gas a effetto serra, assicurare la sicurezza dell approvvigionamento energetico, e aiutare in maniera determinante la crescita e la competitività anche al fine di diminuire il differenziale di prezzo rispetto agli Stati Uniti. L importanza crescente dei temi energetici si riscontra altresì nei fori di alto livello come il G8 e il G20, cui l Italia partecipa con convinzione secondo quelle linee strategiche sopra ricordate. Soprattutto in ambito G20 il tema energia ha assunto una particolare quanto benvenuta rilevanza: è stato infatti 29

32 costituito uno specifico Gruppo di lavoro, a cui l Italia partecipa con esperti del Ministero degli Esteri e del Ministero dell Economia e Finanze. Nel Comunicato Finale del Vertice di San Pietroburgo del settembre scorso, i Leader delle 20 economie più sviluppate, che generano oltre l 80 per cento del PIL mondiale, hanno riconosciuto che l energia is a key factor to achieve better quality of life and to improve global economic performance ed hanno concordato sul comune interesse a sviluppare fonti energetiche più pulite, efficienti ed affidabili, oltre a mercati finanziari e fisici delle commodities energetiche più trasparenti 3. I G20 si sono inoltre impegnati ad aumentare la cooperazione, a fornire dati di mercato più accurati e a sostenere lo sviluppo di tecnologie più efficienti e rispettose dell ambiente, secondo una visione di sviluppo più sostenibile nel tempo. Si tratta di precisi impegni politici, che, per quanto non giuridicamente vincolanti, sono sottoposti ad un attento scrutinio da parte della membership che verifica la loro attuazione con periodici rapporti di verifica. La presenza nel G20 delle più importanti economie emergenti e dei più grandi consumatori energetici del pianeta (oltre ad alcuni importanti produttori, a partire da Russia ed Arabia Saudita) rende tali impegni particolarmente significativi. Infine, sul piano più prettamente bilaterale, l Italia conduce una coerente politica di interesse nazionale mirante ad assicurarsi uno stabile approvvigionamento energetico da una pluralità di fonti, al fine di suddividere il rischio e quindi minimizzarlo nel caso in cui una delle fonti di fornitura sospenda l erogazione di gas naturale o petrolio. Prima di illustrare un recente esempio di successo della nostra diplomazia e della strategia energetica italiana, conviene ricordare brevemente i cardini della politica italiana dell energia, come sono stati ben evidenziati dalla Strategia Energetica Nazionale, approvata dal Governo lo scorso marzo e in cui ritornano pienamente i tre concetti sopra 3 La G20 Leaders Declaration del vertice di San Pietroburgo del 5-6 settembre 2013 è reperibile all indirizzo 30

33 ricordati 4. La Strategia si articola su quattro macro obiettivi di medio-lungo periodo al 2020: - riduzione dei costi energetici; - raggiungimento e superamento degli obiettivi del Pacchetto europeo Clima-Energia 2020; - sicurezza dell approvvigionamento di fonti energetiche, in particolare di gas naturale, e riduzione della dipendenza dall estero; - sviluppo della filiera industriale dell energia. In quest ottica, nel rispetto delle linee-guida UE e anticipando i fondamentali concetti poi espressi dalla Strategia Energetica Nazionale, l Italia ha scelto di guardare con attenzione al cosiddetto corridoio sud, in particolare al progetto di gasdotto Trans-Adriatic Pipeline (TAP). Tale progetto, riconosciuto dall UE progetto di comune interesse, prevede entro il la costruzione di un gasdotto di circa 870 Km (di cui 117 sottomarini) per trasportare il gas naturale dall Azerbaigian al mercato europeo, attraversando Turchia, Grecia e Albania. Ciò al fine, sopra più volte ricordato, di differenziare, aumentandole, le fonti di approvvigionamento di gas naturale. I progetti in competizione per il trasporto di gas azero erano due: oltre al TAP, vi era il progetto Nabucco West, che prevedeva di veicolare il gas azero partendo dal confine turco per giungere in Austria passando per Romania, Bulgaria e Ungheria. Il 28 giugno 2013 il TAP è stato selezionato dal Consorzio Shah Deniz quale progetto vincitore per la realizzazione del corridoio meridionale. La vittoria del TAP, il cui consorzio era originariamente composto dalle aziende E.ON (tedesca), Statoil (norvegese) e Axpo (svizzera) e si è in seguito allargato a comprendere anche le compagnie BP, Socar, Fluxys e Total, ha rappresentato un esempio virtuoso di come l azione di governo e la diplomazia possano agire per l interesse nazionale. 4 Il testo integrale della Strategia energetica Nazionale è reperibile all indirizzo a_energetica_nazionale.pdf. 31

34 Ripercorriamo brevemente le tappe salienti dei passi che hanno portato il Governo ad appoggiare il progetto. L abbrivio dell intero processo si è avuto con la missione a Baku, nel luglio 2012, del Sottosegretario per gli Affari Esteri Marta Dassù e il Sottosegretario per lo Sviluppo Economico Enrico De Vincenti. Nel corso della missione sono state fornite le prime assicurazioni sull impegno del Governo italiano a favore del TAP e sono stati avviati con Atene e Tirana i negoziati per la conclusione di un primo accordo intergovernativo a tre. Successivamente, il 27 settembre 2012, i Ministri degli Esteri di Italia, Grecia e Albania hanno firmato un Memorandum quale intesa preliminare al successivo accordo intergovernativo di dettaglio. L accordo, firmato il 13 febbraio 2013, specifica i dettagli dell intesa, prevedendo disposizioni che riconoscono anzitutto la rilevanza strategica del gasdotto; definiscono i principi di collaborazione fra le parti, l ambito giuridico e il regime fiscale applicabile nei tre Paesi; stabiliscono la necessità di rispettare standard uniformi in materia di sicurezza, ambiente, lavoro, istituiscono una commissione mista con l incarico di monitorare il progetto e il rispetto degli standard sopra ricordati. Il 23 maggio scorso ha quindi avuto luogo a Tirana la firma di un Memorandum di Intesa tra i Governi di Albania, Croazia, Montenegro sui progetti di gasdotto TAP e IAP (Ionian-Adriatic Pipeline), che ha ampliato il supporto politico al progetto TAP. L intesa ha formalizzato il sostegno ai due progetti, ne ha evidenziato la complementarietà nel contribuire alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici della regione e ha previsto la loro interconnessione. Il 28 giugno, come detto, il progetto TAP è stato scelto dal Consorzio Shah Deniz quale progetto vincitore per la realizzazione del tratto europeo del corridoio meridionale. Il consorzio Shah Deniz ha usato criteri oggettivi per arrivare alla scelta: prezzi di mercato e tariffe di accesso alle reti, capacità nel realizzare le infrastrutture nei tempi previsti dal cronoprogramma, espandibilità dei volumi trasportati, disponibilità finanziaria, competenze ingegneristiche, trasparenza e coinvolgimento delle comunità locali. L 11 agosto 2013, durante una visita ufficiale del Presidente del Consiglio Enrico Letta in Azerbaigian - la prima 32

35 in 22 anni di indipendenza - l energia e il TAP hanno rappresentato il primo punto in agenda nei colloqui tra il Presidente Aliyev e il Premier Letta. Italia e Arzerbaigian hanno con l occasione adottato una Dichiarazione Congiunta in materia di cooperazione energetica che prevede la creazione di un Gruppo di Lavoro con Albania, Grecia e Arzerbaigian per monitorare i progressi nella realizzazione del TAP ed assicurare il rispetto della tabella di marcia dei lavori. Infine, il 5 dicembre 2013 il Parlamento ha approvato in via definitiva la ratifica dell'accordo TAP. In conclusione: in un panorama, quale quello energetico, che si presenta estremamente variegato in senso sia tematico sia geografico, e (più che mai come adesso) in repentina trasformazione, l azione della diplomazia italiana a supporto della più ampia politica governativa deve anch essa dotarsi di strumenti concreti, immediatamente operativi, che sappiano operare un raccordo funzionale con le altre amministrazioni dello Stato, che permettano non solo di reagire rispetto alla realtà che cambia, ma prevenire il cambiamento mediante elementi conoscitivi e di analisi che siano all altezza della sfida. I trend energetici, la volatilità dei prezzi, l andamento dei flussi in entrata, l approvvigionamento e la sua eventuale improvvisa sospensione, la complessa gestione ambientale e sociale dell energia, il supporto alle aziende italiane: per fare tutto ciò è indispensabile una politica estera adeguata al compito assegnato e consapevole delle sfide poste dal XXI secolo. 33

36 La sicurezza delle rotte marittime italiane nell'estero vicino Paolo Quercia Ricercatore Ce.Mi.S.S. L esplosione della pirateria nell Oceano indiano tra il 2008 ed il 2011 ha riproposto, anche all attenzione del grande pubblico, il problema della sicurezza delle rotte marittime italiane. In Italia, circa il 60% delle importazioni ed il 40% delle esportazioni avvengono per mezzo di trasporti marittimi che rappresentano il primo sistema di trasporto internazionale del nostro paese, di gran lunga superiore a quello degli altri sistemi ferroviario e stradale. Sono circa 500 milioni le tonnellate che ogni anno attraversano i confini italiani via mare (su un totale europeo di 3,5 miliardi) ed il nostro paese, assieme a Gran Bretagna e Paesi Bassi, è il primo movimentatore europeo di merci via mare. All interno di questo volume notevole di merci che viaggiano lungo le rotte marittime da e per l Italia, vi sono anche i prodotti che possono essere definiti di utilizzo strategico, come le materie prime necessarie ai processi industriali e gli approvvigionamenti energetici, da cui l Italia dipende in maniera rilevante. Oltre a gas e petrolio, vanno inclusi tra le materie prime strategiche anche alcuni minerali, metalli, prodotti siderurgici oltre che gli altri semilavorati che rivestono un ruolo cruciale per il nostro sistema industriale di trasformazione. L Italia è dunque un paese dall alto grado di dipendenza energetica dall estero e legato ad un numero ridotto di paesi fornitori, con la conseguenza che il nostro paese ha uno dei tassi di rischio per la sicurezza energetica (energy security risk index) più alto tra tutti i paesi dell area OCSE. Nessun paese paragonabile all Italia per dimensioni e ruolo nell economia mondiale si trova ad avere valori di rischio energetico così elevati. Queste sono le basi di vulnerabilità del nostro sistema di approvvigionamento energetico che ci portiamo dietro dagli anni settanta e di cui la dimensione, marittima rappresenta una quota rilevante. 34

37 Allo stesso tempo l Italia si trova in una posizione di prossimità strategica alle risorse energetiche del Nord Africa, del Medio Oriente e dell Eurasia, ma nonostante questo, le rotte di approvvigionamento energetico si snodano a cavallo di aree geopolitiche tutt altro che stabili e sicure. Non solo gas e petrolio sono estratti in paesi dall alto rischio politico, ma buona parte delle rotte marittime di trasporto verso l Italia attraversano aree a rischio di conflitto, interessate da fenomeni terroristici e di pirateria o da croniche forme di instabilità politica che possono trasformarsi in rischi di transito. Dopo la deriva d instabilità presa da numerosi paesi interessati dalle cosiddette rivolte della primavera araba, l area d insicurezza si è ulteriormente estesa al Mare Mediterraneo e oramai prosegue, senza soluzione di continuità, dalle coste meridionali del Mediterraneo fino all Oceano Indiano, interessando, pressoché nella sua interezza, la rotta marittima tra Europa, Golfo Persico e Asia. La presenza lungo tale direttrice di weak states e di failed states, nonché di un ampia gamma di minacce asimmetriche che vanno dalla pirateria, al terrorismo, ai traffici criminali, alla proliferazione di armi leggere, alla moltiplicazione dei mini-eserciti privati, rende sempre più insicure le rotte marittime strategiche italiane. Tale insicurezza è accresciuta dal fatto che molte di tali minacce sono di natura globale e transnazionale, e spesso si manifestano al di fuori dei confini nazionali degli Stati o nelle acque territoriali e lungo le coste di Stati scarsamente capaci di esercitare la propria sovranità e collaborare alla cooperazione marittima internazionale. Di particolare sensibilità e rilevanza per l Italia è ovviamente l area del Golfo di Aden, ove ogni giorno transitano 3,3 milioni di barili di petrolio e attraverso cui passano anche le 26 milioni di tonnellate di greggio annue dirette verso il nostro paese provenienti da Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait; ma anche le navi metaniere di LNG provenienti dal Qatar, per le quali si prevede nei prossimi anni una crescita dei volumi di importazione. L Italia è dunque un attore importante della geopolitica marittima internazionale, con la possibilità di accrescere ulteriormente il suo ruolo di hub energetico europeo, soprattutto in previsione della creazione di un vero ed integrato 35

38 mercato europeo del gas. Le debolezze e le vulnerabilità degli spazi marittimi da cui dipendono molte delle nostre rotte dovrebbero spingere l Italia a giocare un ruolo sempre più attivo nella costruzione della sicurezza marittima internazionale, sia con le necessarie missioni marittime internazionali, sia attraverso la stabilizzazione, assistenza o ricostruzione di alcuni paesi che svolgono un ruolo chiave di cerniera lungo le rotte energetiche nazionali. Libia, Egitto e Somalia sono tre paesi che, pur con diverse situazioni e modalità, dovrebbero vedere un impegno rafforzato italiano nella stabilizzazione interna anche ai fini di contribuire alla costruzione di una maggiore sicurezza marittima. E difatti chiaro che la protezione delle rotte marittime energetiche nazionali non è una questione che riguarda la sola sfera marittima né il solo strumento militare ma deve essere posta come un più generale obiettivo di politica estera. Obiettivo che, al tempo stesso, non può essere raggiunto con i soli sforzi nazionali e, per via della natura sempre più globale ed estesa delle minacce, necessita di un azione coordinata multilaterale assieme agli altri paesi interessati. È chiaro che la capacità coordinata di gestione delle crisi e di proiezione delle forze navali a supporto di altre misure militari o civili in questa vasta area di crisi, rappresenta uno dei migliori strumenti di risposta alle minacce alla sicurezza marittima che possono nascere. L esempio della pirateria somala, esplosa tra il 2008 ed il 2011 e faticosamente messa sotto controllo con un ampio dispositivo di azioni sia in mare che sulla terra, rappresenta un esempio importante sia del tipo di minacce che possono nascere e svilupparsi sia delle modalità di contrasto. Le tecniche di abbordaggio dei pirati e la vulnerabilità mostrate da molte delle grandi navi da trasporto hanno mostrato al mondo che con l utilizzo di team di pochi uomini malamente armati si può prendere il controllo di giganti del mare dal valore di svariate decine di milioni di dollari. E non è detto che il sequestro a fine di estorsione di un riscatto sia necessariamente l esito previsto per questo tipo di azioni paramilitare, che potrebbero, con minimi accorgimenti, trasformarsi in operazioni di carattere terroristico, volte a 36

39 mettere in atto attacchi suicidi o abbordaggi con la presa di ostaggi. Non si può che confermare quanto già sostenuto in numerose altre sedi, ossia che oggi il concetto di sicurezza marittima è sempre più portato ad espandersi ben oltre i limiti classici della difesa navale tradizionale, dovendo includere il contrasto e la prevenzione di quelle minacce asimmetriche o atipiche che possono impedire i liberi commerci e, soprattutto, mettere in pericolo l approvvigionamento di risorse energetiche. Nelle rotte marittime strategiche, specialmente in prossimità dei choke points e lungo le coste dei failed states, la sicurezza marittima necessiterebbe anche dello svolgimento di funzioni di polizia marittima e costiera surrogate, nel caso in cui non vi siano autorità statuali in grado o intenzionate ad operare che nel mare proliferino numerose attività illegali. In particolare il caso somalo dimostra che la criminalizzazione incontrollata e incontrastata di alcuni spazi marittimi che divengono zona franca per traffici di uomini, di armi, di droga, di rifiuti tossici, di armi di proliferazione di massa eccetera crea quel substrato da cui nascono e proliferano le minacce asimmetriche lungo le rotte strategiche e che mettono a rischio la libertà di movimento del naviglio e del flusso delle risorse strategiche. Abbiamo abbandonato la terraferma somala venti anni fa lasciandola in mano ai warlords e pensando che in mare i pescatori illegali e i trafficanti di armi e di uomini non potessero divenire un problema per gli interessi marittimi mondiali. Venti anni dopo ci siamo dovuti accorgere che pescatori e trafficanti sono divenuti pirati, sequestrano le navi, incassano riscatti di milioni di dollari, e pagano il pizzo agli al-shabaab legati ad al- Qaeda che nel frattempo avevano preso il controllo della terra. Abbiamo dovuto inviare le marine militari di mezzo mondo per evitare che il traffico marittimo tra Asia ed Europa fosse costretto a circumnavigare l Africa, marginalizzando così anche il Mediterraneo Orientale. Può sembrare superfluo, ma è necessario ricordare che l esplosione di queste minacce è l altra faccia degli effetti che la cosiddetta globalizzazione ha prodotto su paesi a bassa legittimità e bassa sovranità. La globalizzazione da un lato intasa sempre più le rotte di traffico marittime mondiali (che 37

40 nel 2011 hanno raggiunto il valore di milioni di tonnellate, livello storicamente mai raggiunto, più 46% rispetto a dieci anni fa) ma dall altro erode pericolosamente le sovranità degli stati più deboli, inclusi quelli che si affacciano lungo le rotte chiave della globalizzazione. Nel vacuum creatosi negli spazi marittimi, il più importante dei global commons della globalizzazione, a cavallo tra acque territoriali scarsamente presidiate e acque internazionali divenute la fragile vena giugulare del sistema economico mondiale integrato, si annidano i nuovi rischi asimmetrici per la sicurezza marittima. Rischi che obbligano anche alla militarizzazione delle navi mercantili, una prassi ormai crescente e per certi versi preoccupante, e al presidio continuo da parte di team militari di molte piattaforme petrolifere. Se la pirateria somala ha dimostrato la fragilità del sistema di trasporto marittimo mondiale, altri possono raccogliere gli involontari insegnamenti lasciati dai pirati dell oceano indiano, esportandone il modus operandi in altre regioni Africa Occidentale in primis o traducendoli in una grammatica politica del terrore. Se i meccanismi di mercato (assicurativi, finanziari e legali in primo luogo) hanno consentito la gestione dei danni collaterali della pirateria somala, essi sarebbero chiaramente impotenti nel caso di un escalation di atti terroristici in mare. Anche per questo, il valore e gli interessi in gioco sta chiaramente aprendo un ancora più ampio mercato globale per la sicurezza marittima oceanica privata, tarata per proteggere contro le minacce asimmetriche, pirateria e terrorismo in particolare. Su questo fronte, anche l Italia con il decreto 266 del 2012 fortemente voluto da Confitarma e divenuto operativo anche nella sua parte privatistica nel marzo 2013 dopo la crisi del caso Marò, ha dato il via alla cornice normativa che consente alle agenzie private di fornire personale per la protezione di quelle navi battenti bandiera italiana, quantomeno limitatamente all attraversamento delle acque a rischio pirateria. L approccio normativo italiano sembra, probabilmente a ragione, fortemente restrittivo ed orientato ad una forte prudenza verso la privatizzazione delle scorte armate a bordo delle navi battenti bandiera italiana, in controtendenza 38

41 rispetto al mercato mondiale, sia anglosassone che dei paesi emergenti o in via di sviluppo, (tra cui si registra anche un proliferare di società private di servizi di sicurezza che si spingono fino al punto di creare piccole flotte paramilitari affittabili dai privati o armerie galleggianti nelle acque internazionali dell Oceano indiano dal dubbio status giuridico). Per quanto riguarda l Italia al di là dei ritardi organizzativi nella predisposizione dei corsi autorizzati di addestramento del personale di vigilanza privato (che spingono molti armatori a fare ricorso a scorte armate di società basate in altri paesi) e l esistenza di zone grigie nella nostra legislazione circa la legalità del pagamento di eventuali riscatti rappresenta spunto di riflessione il fatto che il legislatore italiano non abbia preso in considerazione nella legge 266, la tipologia di nave da proteggere, la rilevanza strategica del carico o anche la rotta stessa della nave, se diretta o meno verso il territorio nazionale. Lo spirito della legge e dei decreti attuativi sembra più orientato sia nella sua componente forze armate che in quella vigilanza privata alla stretta tutela della beni patrimoniali trasportati e degli equipaggi, indipendentemente da ogni ulteriore considerazione di tipo politico strategico. Se l Italia è dunque un attore della geopolitica marittima internazionale, fortemente dipendente dagli approvvigionamenti strategici via mare, esso è anche un paese che ha deciso di conservare un importante flotta mercantile di bandiera, che rappresenta una industriale nazionale da tutelare e proteggere. Duplice è dunque la natura dei motivi per cui la protezione delle rotte marittime internazionali di accesso al Mediterraneo da Gibuti e da Suez rientri a pieno titolo tra gli interessi strategici nazionali e una delle dimensioni fondamentali della nostra sicurezza energetica. L Italia tuttavia, non ha ancora sviluppato un modello virtuoso di monitoraggio e prevenzione delle minacce marittime asimmetriche. Venendo da un decennio che ha visto, proprio in un area chiave per il nostro paese come quella del Golfo di Aden, svilupparsi sia gli attentati terroristici contro obiettivi navali sia civili che militari (quelli suicidi per mano di al-qaeda nel Golfo di Aden conto l USS Cole del 2000 e quello contro la petroliera francese 39

42 Limburg del 2002) che l esplosione della pirateria somala (che dal 2009 al 2012 ha visto oltre 120 navi, tra cui 4 italiane, cadere in mano ad organizzazione criminali transnazionali) la questione della tutela degli interessi nazionali marittimi dovrebbe essere posta con grande attenzione nell elaborazione delle strategie di sicurezza italiane. Non vi sono motivi particolarmente evidenti per escludere che il presente decennio offrirà nuove evoluzioni delle minacce marittime asimmetriche alle rotte strategiche italiane, con riguardo anche agli approvvigionamenti energetici. Se ciò dovesse avvenire, l insicurezza ed i costi di protezione verrebbero necessariamente a far lievitare la già elevatissima fattura energetica che il nostro paese paga e che, nel 2011, ha raggiunto il 3,9% del prodotto interno lordo nazionale. Nel 2011 abbiamo speso circa 62 miliardi di euro per importare 147 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Nel 2000 spendevamo, per 153 tonnellate equivalenti di petrolio, un valore, attualizzato ai prezzi del 2011, di circa la metà, ossia 36,6 miliardi di euro, pari al 2,4% del PIL. Questi dati sono importanti per realizzare che non ci sono margini economici per sottovalutare i rischi di sicurezza delle rotte di approvvigionamento energetico di petrolio e GLN, visto che già da alcuni anni siamo in una fase di alti prezzi dei prodotti energetici che continua a far lievitare la fattura energetica del paese anche con una riduzione delle nostre importazioni nette di prodotti petroliferi. L insicurezza potenziale delle rotte va letta dunque in parallelo con l altra grande minaccia per la sicurezza energetica nazionale, quella dei prezzi crescenti, dovuta in buona parte alla fortissima concorrenza della domanda asiatica, di cui non si prevede la diminuzione nel breve medio termine. Gli investimenti sulla sicurezza delle rotte strategiche marittime, sia in mare che in terra, rappresentano una necessaria polizza assicurativa per evitare, in un contesto di sicurezza sempre più globalizzato, ulteriori aggravi della già insostenibile spesa nazionale per gli approvvigionamenti energetici. 40

43 Sezione II La visione europea Verso un ruolo più attivo della PESC/PSDC nella sicurezza energetica S.E. Mihnea Constantinescu Ambasciatore incaricato per la Sicurezza Energetica di Romania Quasi un decennio è passato dall'adozione della Strategia di Sicurezza Europea (SSE). Questo quadro di base per l'azione strategica ha bisogno oggi di un aggiornamento; nuovi passi verso il suo consolidamento sono necessari in modo da riflettere le nuove sfide sulla scena globale. La Romania ha preparato e diffuso all'inizio di quest'anno un documento di posizione, convergente con la comunicazione adottata nel luglio scorso dalla Commissione Europea, che tratta le modalità per migliorare l'efficienza del settore della difesa e sicurezza. Uno dei settori specifici che sosteniamo fortemente come una nuova dimensione dell'azione PSDC è la sicurezza energetica. I problemi connessi con la sicurezza energetica potrebbero gravemente incidere sul funzionamento della nostra Unione Europea, delle nostre economie e anche sulla stabilità globale europea - e come tali sono al di là della capacità di ogni singolo stato per essere risolte. Io vengo da una regione in cui il nostro primo istinto è quello di collegare la sicurezza energetica alle mappe geostrategiche ( geostrategic mappinings ) delle risorse energetiche - il che significa che, in qualche modo inevitabilmente, può implicare un agenda controversa. Questo è solo un esempio dei preconcetti che circondano il dibattito sul ruolo della PSDC nella sicurezza energetica. Fra breve menzionerò altri tre. 41

44 Uno dei principali preconcetti qualifica il ruolo avanti della PSDC nella sicurezza energetica come troppo prudente di fronte alle sfide che dobbiamo affrontare oggi. L'immediato, istintivo riferimento è quello all aspettativa di inverni difficili ( nervous winters"). Si è spesso sostenuto che l'unione Europea dovrebbe assumere una posizione più coraggiosa per affrontare le interruzioni della fornitura di energia, qualunque sia la causa. In realtà, un tale approccio può solo scoraggiare l'emergere di una visione comune sulle missioni PESC. Un secondo preconcetto è che gli Stati Membri dell'ue hanno un approccio diviso sulle questioni di sicurezza energetica. Dobbiamo essere chiari su questo: la sicurezza energetica è indivisibile allo stesso modo in cui la sicurezza dell'ue è indivisibile. La risposta naturale dell UE a questo è quindi più integrazione e un mercato energetico rafforzato. Investire per raggiungere l'obiettivo di completare il mercato interno dell'energia dell'ue entro il 2014 dovrebbe essere visto anche come un contributo fondamentale a una PSDC sostenibile e dinamica. Dobbiamo riflettere su questo in preparazione del progress report della Presidenza lituana per il Consiglio dell Energia di dicembre. Il senso di solidarietà in una politica energetica dell'ue deve quindi essere visto come un riflesso pratico della PSDC. Per questo motivo penso che i corridoi prioritari trans-europei proposti e le aree che coprono le reti di elettricità e gas, infrastrutture petrolifere e le reti intelligenti ( smart grids ) basate sulla Facility Connecting Europe si riveleranno un compito gratificante. La stessa solidarietà dovrebbe riflettersi nel piano Nord-Sud per interconnessioni nell'europa Centro-Orientale adottato all'inizio di quest'anno. E speriamo che una coesione e solidarietà simili si applichino nel dibattito in corso sulla creazione di un Gas Market Optionality nel Sud-Est Europa. Il terzo preconcetto è l'esistenza di un divario concettuale (a conceptual gap) tra l'ue e la NATO quando si affronta la sicurezza energetica. 42

45 Un forte partenariato transatlantico e una più profonda cooperazione tra la NATO e l'ue restano i principali pilastri della sicurezza europea. Le vulnerabilità sulla mappa globale di energia richiedono un approccio europeo più risoluto e il coordinamento con la capacità della NATO di valutare i rischi e la stabilità del progetto. L'UE può adottare standard e regolamentazioni giuridiche uniformi e ambiziose per rafforzare la capacità dei governi nazionali di promuovere la sicurezza energetica o combattere la criminalità informatica. Questo sarebbe complementare alla capacità operativa unica della NATO, soprattutto quando si tratta di proteggere le comunicazioni, le attrezzature informatiche e le infrastrutture. Non dobbiamo dimenticare che, mentre noi continuiamo a costruire un forte profilo globale, la maggior parte delle minacce e delle opportunità che dobbiamo affrontare hanno origine nelle nostre immediate vicinanze. Questo ci porta direttamente ai legami comuni tra PESC / PSDC e il ruolo della NATO a livello globale quando valutiamo le sfide della sicurezza energetica. I documenti più rilevanti adottati dal Consiglio Europeo e dalla Commissione nel corso degli ultimi tre anni menzionano giustamente alcune priorità comuni. L'UE deve avere le capacità di monitoraggio necessarie per fornire l early warning e per migliorare la propria azione per rispondere alle sfide della sicurezza energetica. Stiamo anche cercando di impostare condizioni simili all'interno dell'alleanza. L UE deve allargare il proprio mercato energetico ai suoi vicini all'interno di una zona di regolamentazione comune con regole di commercio, transito e ambientali condivise. Stiamo anche cercando di coinvolgere i nostri partner di cooperazione con l'alleanza. L UE deve sostenere la reciprocità in termini di apertura del mercato e rispetto delle regole di mercato: i principi della Carta dell'energia, la non discriminazione, la concorrenza, la trasparenza e l'enforcement. E non dobbiamo perdere la fiducia 43

46 che prima o poi queste regole devono diventare presupposti per partenariati forti con l Alleanza Nord Atlantica. Da un punto di vista più pratico, vorrei aggiungere qui la necessità di promuovere scorte di riserva strategiche di carburante e di incoraggiare azioni di stoccaggio comuni con i paesi partner. E' anche molto opportuno, in questi giorni, elaborare un piano d'azione PSDC complementare con le valutazioni della NATO, per individuare i settori più vulnerabili della catena di fornitura e distribuzione. Quando parliamo di sfide energetiche a livello dell UE, nonché nel quadro della NATO, ciò significa che: abbiamo bisogno di consultazioni, abbiamo bisogno di elaborare una valutazione strategica e dei piani di emergenza e abbiamo bisogno di sviluppare le capacità per la protezione delle infrastrutture energetiche critiche. L UE deve estendere il proprio sostegno alla creazione di solidi competenze nazionali nella lotta al cyber-terrorismo - tenendo presente la necessità di garantire la sicurezza dei sistemi di trasmissione - i sistemi SCADA, le reti intelligenti, la grande ENTSO - e interconnessioni, e le centrali nucleari attive sul territorio dell'ue e nelle nostre vicinanze. Cambiare il nostro modo di utilizzare e produrre energia, e la lotta contro i cambiamenti climatici, sono questioni fondamentali della nostra sicurezza. Sia l'unione Europea che l'alleanza devono collaborare più strettamente per consentire il necessario salto tecnologico che si tradurrà in un uso più pulito e più efficiente dell'energia. Il modo in cui gestiamo le ramificazioni dell energia avrà anche effetti drammatici sulle nostre capacità militari nel corso del 21 secolo. Per questo motivo, la Romania sostiene il progetto dimostrativo GREEN GO sul fotovoltaico per le forze armate europee. Questo progetto va a dimostrare che la difesa, anche mentre compie la sua missione, è in grado di fornire una forte attrazione per l'innovazione e offrire un contributo lungimirante alla nostra sicurezza energetica collettiva. Questo è il percorso per garantire maggiore competitività: innovare, adattare, superare ed emergere con successo dall'altra parte. 44

47 In questo contesto, non posso non menzionare la necessità di partnership intelligenti per ridurre il gap tecnologico nel settore energetico tra le diverse parti d'europa. Ci aspettiamo che il piano UE SET contribuisca con maggiore ambizione al raggiungimento di questo obiettivo. L investimento pubblico-privato a sostegno della ricerca e dell'innovazione tecnologica sarà la soluzione logica per alleviare questa lacuna, con risultati tangibili anche per l'industria della difesa. Dovremmo anche chiedere che il Consiglio energia UE-USA sia meno diffidente sull'aspetto della sicurezza, invitando la NATO e l EDA a fornire il loro contributo a questa meritoria impresa. Ma abbiamo bisogno di determinare il giusto equilibrio tra incentivi e responsabilità corporativa, al fine di evitare un trasferimento abusivo del peso finanziario delle nuove tecnologie nei costi energetici operativi. In caso contrario, la sicurezza energetica diventerà un paradosso per la sicurezza stessa. Nonostante la nostra tentazione di fare a volte un po di connessioni artificiali tra la difesa e la sicurezza energetica quando si affronta la PSDC, dovremmo iniziare ad esaminare gli ingredienti più naturali per affrontare questi argomenti. Gli sforzi collettivi all'interno dell'ue non possono essere un sostituto per la responsabilità individuale di ogni Stato Membro per il proprio settore energetico nazionale. Non riesco a immaginare una PSDC sostenibile senza i solidi principi che definiscono le politiche energetiche dell UE: accessibilità, convenienza ed accettabilità. Aumentare gli investimenti in efficienza energetica, creare delle nuove interconnessioni, sviluppare capacità di stoccaggio del gas e l'impostazione di piani di emergenza per le carenze di energia sono indispensabili per tutelare le famiglie, così come la capacità di difesa. Ho dei dubbi che il consumo di gas o di energia elettrica delle famiglie può avere un orientamento ideologico o strategico. Ma è stato recentemente dimostrato che questo può determinare sia le scelte politiche che di orientamento strategico. 45

48 Per tutte queste ragioni, la responsabilità nazionale deve essere la risposta primaria a qualsiasi ambiguità che circonda il ruolo della PSDC nella sicurezza energetica. Questo significa buona governance - in realtà un pre-requisito per assumere l'adesione all'ue. Significa politiche energetiche responsabili e trasparenti a livello nazionale. E significa una capacità nazionale affidabile per proteggere le infrastrutture energetiche critiche (CEI). Le possibili connessioni tra PESC / PSDC e la sicurezza energetica sono molto rilevanti per la regione Sud-Orientale e del Mar Nero allargata. L'impegno dell'ue per Engaging with Partners beyond Our Borders" è un ambizioso piano per la cooperazione estera in materia di sicurezza energetica che dovremmo continuare ad applicare nella nostra vicinanza. L energia nella regione del Mar Nero dovrebbe cessare di essere vista solo come una fonte di argomenti controversi. Deve diventare una fonte di collaborazione emergente, prevedibilità e sicurezza per l'ue. Per noi è chiaro che stiamo entrando in quello che sarà un nuovo, diverso percorso in termini di diversità delle forniture di gas per l'europa. La sfida centrale nei prossimi mesi è quella di realizzare il Corridoio meridionale del gas e che funzioni in modo flessibile, rifletta la disponibilità di gas attuale, impedisca nuove linee di divisione tra i mercati ed eviti la persistenza di un approccio a somma zero. A lungo termine, le nuove scoperte di gas nel Mar Nero potrebbero offrire la prospettiva di diventare un'altra fonte per il Corridoio meridionale. La rivoluzione shale gas raggiungerà le coste del Mar Nero e la regione circostante. Nuove interconnessioni avranno un impatto sulla sicurezza energetica e la convenienza. E prima o poi il rovescio globale dei flussi di GNL raggiungerà anche le infrastrutture del gas in questa regione. Non da ultimo, la regione del Mar Nero potrebbe trarre vantaggio da un modello più evoluto di sicurezza energetica - tra cui i progressi tecnologici, l'efficienza energetica e la prevenzione dei pericoli (hazards prevention) - invece di essere 46

49 tenuti in ostaggio dalla logica delle pipeline e delle sfere di influenza. La sicurezza energetica nella regione del Mar Nero allargata potrebbe così diventare la cartina di tornasole di un obiettivo più ambizioso e strategico: creare un partenariato UE intelligente con i nostri vicini della regione, sfruttando il prezioso strumento della PESC, con tre obiettivi: - impostazione di una capacità congiunta per i piani di emergenza; - impostazione di un sistema per condividere le procedure complete di gestione delle crisi; - sviluppo di programmi comuni per la ricerca e l'innovazione. Una PESC intelligente nel Mar Nero potrebbe generare un'alternativa alle obsolete hard power e vago soft power. Ad esempio, i rischi ambientali posti dalle industrie, dal nucleare e dalle attività di trasporto delle risorse nella regione del Mar Nero, offrono anche l'occasione per fornire esperienza scientifica attraverso PSDC ed i programmi di partenariato della NATO. Non dobbiamo dimenticare che 170 milioni di persone provenienti da 17 paesi vivono sui fiumi che alimentano il Mar Nero, il che lo rende uno dei mari più inquinati del mondo. Le migliori prassi possono essere condivise in tutta la zona al confine con il Mare del Nord, il Mar Baltico e il Mar Nero, attraverso il Centro lituano di Sicurezza Energetica. Il Centro RACVIAC a Zagabria è anche pronto a includere la sicurezza energetica come una nuova dimensione della sua missione nel Sud Est Europa. Quando si parla di partenariato intelligente, non possiamo evitare di menzionare il caso convincente della situazione energetica della Repubblica di Moldova. Uno dei modi migliori per illustrare il significato della sicurezza energetica inclusiva è quello di trovare i mezzi adeguati per investire nelle interconnessioni energetiche della Repubblica di Moldova con l'europa. La Repubblica di Moldova si è coraggiosamente impegnata come membro della Comunità dell'energia. Sarebbe una grave responsabilità dell'ue se il risultato fosse una nuova carenza di gas invece di benefici attesi concreti e duraturi. 47

50 Il Trattato della Comunità dell'energia, la Politica Europea di Vicinato, il Trattato sulla Carta dell'energia, così come molti altri forum internazionali, raffigurano l'obiettivo strategico dell'ue per avviare ed ottenere dei benefici dall'attuazione di una politica energetica dell'ue. La Turchia è il nostro importante vicino, con cui condividiamo una visione comune sulla sicurezza. Dobbiamo incoraggiare la Turchia a fare pieno uso del suo potenziale per diventare un importante centro di transito di energia (energy transit hub) e in particolare di promuovere la sua integrazione rapida nel Trattato della Comunità dell'energia. L integrazione dell'ucraina nel Trattato che istituisce la Comunità dell'energia è un altro risultato strategico ed è nell'interesse della sicurezza dell'ue a sostenere gli sforzi destinati a riabilitare il suo sistema di trasporto del gas, migliorando nel contempo la trasparenza e il quadro giuridico. Spostandoci più ad Est, dobbiamo utilizzare tutte le opportunità per stabilire una cooperazione tripartita con la Russia e l'ucraina, per garantire l'approvvigionamento di gas stabile e senza interruzioni attraverso il Corridoio Orientale. In conclusione abbiamo una responsabilità europea per dare un'occhiata più da vicino alle interconnessioni tra la sicurezza energetica e la sicurezza europea in generale, e di portare un contributo ardito a un futuro approccio inclusivo della PSDC. Senza contestare il carattere strategico delle sfide che ci troviamo di fronte, si potrebbe sostenere che la loro soluzione risiede principalmente nella nostra azione a livello nazionale ed europeo, come quello che dovrebbe essere visto come una Politica di Sicurezza Energetica Comune comprendente. 48

51 Gli aspetti della sicurezza energetica nell Unione Europea: prospettive dalla Grecia S.E. Themistoklis Demiris Ambasciatore della Repubblica di Grecia La questione della sicurezza energetica è di estrema importanza, non solo per la Grecia e l Italia, ma anche per tutta l Europa. Sebbene l Unione Europea (UE) per molti anni abbia legiferato in materia di politica energetica e si sia evoluta rispetto alla Comunità europea del carbone e dell'acciaio, l idea di introdurre una politica energetica europea globale e inderogabile è stata approvata solo in occasione della riunione del Consiglio Europeo informale del 27 ottobre 2005 di Hampton Court. Nel marzo del 2006 la Commissione europea pubblicò il Libro Verde Una strategia europea per un energia sostenibile, competitiva e sicura, che incoraggiava formalmente l elaborazione da parte dell UE di una politica energetica esterna coerente. Inoltre, il Trattato di Lisbona del 2007 fornisce una base legale solida per la politica dell UE volta ad assicurare gli approvvigionamenti energetici. Prima del Trattato di Lisbona, la normativa energetica dell UE era basata sull autorità dell Unione Europea in materia di mercato unico e ambiente. Credo che per afferrarne l importanza, dovremmo prima di tutto avere una chiara idea di alcuni concetti e parametri che compongono il quadro. Alcuni potranno apparire semplici o ingenui, altri sono meno ovvi, ma credo che possa essere utile guardare ad essi come ad uno stabile punto di riferimento per ogni discussione sul tema dell energia in Europa. Alcuni fatti principali L energia è forse il settore più strategico non solo per l economia, ma per la vita dell uomo: non si può semplicemente farne a meno. È vitale per quasi tutte le nostre attività, e gli standard di vita che abbiamo raggiunto richiedono sempre maggior quantità di energia per un numero sempre maggiore di persone. Molti conflitti che oppongono nazioni 49

52 come nella fantascienza molte guerre tra pianeti sono chiaramente legati alla necessità di energia. L Europa è il maggior consumatore di energia, e il secondo maggior importatore mondiale, con i suoi Stati membri che importano circa il 55% del loro approvvigionamento energetico (approssimativamente l 84% di petrolio e il 64% di gas naturale). Allo stato attuale, 15 Paesi membri dell UE fanno sempre maggiore affidamento sul gas naturale, soprattutto per raggiungere obiettivi ambiziosi nelle riduzioni di diossido di carbonio e nelle emissioni di gas a effetto serra. Tutti noi sappiamo che il gas naturale è considerato il combustibile moderno del XXI secolo, l era della nuova energia. Le sue preziose riserve sparse per il mondo costituiscono il punto di partenza delle nuove vie energetiche e dei potenziali geopolitici. Allo stesso tempo, la crescita del fabbisogno dei Paesi, la deregolamentazione dei mercati europei e l autonomia rispetto alle forme di energia tradizionale, modificano l equilibrio delle forze, aprendo la strada a nuove opportunità di concorrenza internazionale. Gli analisti notano inoltre che le recenti decisioni politiche l annuncio del 2011 da parte della Germania di diminuire gradualmente, entro il 2020, l utilizzo degli impianti di energia nucleare, e la più attenta considerazione da parte di alcuni membri dell UE in merito allo sviluppo del gas non convenzionale potrebbero implicare una crescita più rapida nella dipendenza dell Europa dalle importazioni di gas naturale. È vero che il gas naturale non è l elemento principale nell attuale mix energetico che viene utilizzato in Europa, che impiega diverse risorse energetiche (petrolio, combustibili fossili, fonti rinnovabili). Tuttavia, l UE si affida molto al gas naturale, che rappresenta il 24% di tutte le risorse energetiche. Ci si aspetta che questa percentuale aumenti almeno fino al 30% entro il 2030: la Commissione Europea prevede che l UE importerà più dell 80% del suo fabbisogno di gas naturale entro il Molti Stati principalmente consumano ed importano energia, altri la producono e la esportano. Questo squilibrio piuttosto inevitabile conduce all utilizzo delle risorse energetiche come arma economica, e dunque politica, per esercitare pressione. 50

53 Mi riferisco nell ordine, solo per citare le più recenti, alle crisi che hanno interessato l Europa negli anni 2006, 2009, 2010 e 2011: questi sono tipici esempi dell utilizzo degli approvvigionamenti energetici come metodi di pressione. D altro canto, anche il consumo e la domanda di energia possono fungere da arma politica. Si pensi ad esempio al recente embargo petrolifero nei confronti di uno Stato. Uno specifico Stato, la Russia, è infatti il principale fornitore di gas naturale dell Europa, fornendo all UE circa un quarto degli approvvigionamenti di gas naturale. Ciò vuol dire che questa nazione può spesso essere tentata di trarre dalla sua condizione qualsiasi tipo di vantaggio, economico o politico. D altro canto, tale dipendenza non va in una sola direzione: l Europa è il mercato più importante per il gas naturale russo, e immagino che ciò venga tenuto in considerazione da Mosca. Un'altra questione è legata al fatto che molte regioni produttrici di energia sono caratterizzate da un alto livello di instabilità: regimi precari o in conflitto, popolazione sull orlo della rivolta etc. È dunque chiara la difficoltà nel distinguere la sicurezza energetica dalla sicurezza in generale, e questa è la ragione per la quale siamo praticamente di fronte ad una messa in sicurezza del settore energetico. Dovremmo inoltre tener conto del fatto che, contrariamente a quanto sta accadendo per il mercato petrolifero, che è un mercato globale, il mercato del gas naturale è un mercato regionale, dominato da gasdotti che collegano un numero limitato di Paesi all interno di una concreta area geografica. Di conseguenza, i gasdotti conducono ad un alto grado di interdipendenza tra i Paesi coinvolti. Nonostante gli sforzi dell UE di creare una politica energetica comune, l influenza esercitata sulle politiche energetiche degli Stati membri è stata minima. All interno troviamo dunque un mercato energetico piuttosto frammentato. Lo stesso accade con le politiche energetiche esterne degli Stati membri. Lo Stato membro preferisce trovare soluzioni ai propri problemi principalmente attraverso accordi bilaterali. 51

54 Una serie di sfide per l Europa nel settore energetico Alla luce di tutto ciò, è ovvio che l UE sta affrontando una serie di sfide nel settore energetico alle quali è necessario rispondere, attraverso decisioni politiche adeguate, ma anche mediante continui sforzi a livello nazionale e comunitario. Credo che i punti più critici siano i seguenti: - diminuire la dipendenza da uno o due fornitori importanti; - costruire strutture che possano garantire una diversificazione permanente delle risorse; - non esporre a rischi le relazioni con la Russia; - affrontare la richiesta globale in rapida ascesa e la concorrenza in materia di risorse energetiche proveniente da economie emergenti, come Cina e India; - promuovere una strategia e una politica energetica comune per l Europa; - trovare il modo, nei rapporti con Paesi terzi, di trarre vantaggio dalla complessità istituzionale e strutturale dell UE, evitando di considerare tale complessità come qualcosa che spinge gli Stati membri ad optare per accordi bilaterali; - combinare tutte le ben note misure e politiche per la liberalizzazione del mercato con azioni volte a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti; - alternare successivamente un approccio basato sul mercato ad un approccio geopolitico; - combinare l autosufficienza energetica dell UE con politiche che tengano conto dei cambiamenti climatici; - garantire ovviamente che tutti questi sforzi risultino essere a beneficio del consumatore finale, del cittadino europeo. Rispondere alle sfide sull energia e sicurezza europea Credo che i recenti sviluppi in merito al gas azero e al TAP rappresentino mosse positive per fornire importanti risposte alla maggioranza di queste sfide: 52

55 - il progetto TAP implica maggiori volumi di gas e non maggiori quantità, comunque significative, specialmente se si parla di una base a lungo termine nei prossimi anni; - costituisce comunque una fonte aggiuntiva, che contribuisce per l Europa alla diversificazione delle fonti energetiche; - sebbene sia stato progettato sulle basi di un approccio di mercato con criteri tecnocratici, ha una chiara valenza geopolitica, mutando esso gli equilibri tra produttori e consumatori di energie diverse; - crea collegamenti ulteriori tra l UE e territori delicati dell Asia Centrale; - mette da parte rapporti supplementari tra Turchia Albania Grecia Italia, il che vuol dire tra due Stati membri dell UE e due Paesi con chiare prospettive europeiste, avvicinandoli entrambi all infrastruttura dell UE; - incoraggia la politica di sicurezza energetica dell UE, e costituisce un importante parametro per il Corridoio Sud; - contribuisce all avvento di una nuova era di relazioni energetiche, non solo moltiplicando i collegamenti con l Asia Centrale, ma fungendo da invito ad esplorare le ulteriori possibilità emergenti nell immediato dal Nord Africa, e più avanti da Cipro, Israele, etc.; - inserisce un elemento del mercato globale in un settore che è principalmente caratterizzato dalla tipicità regionale; - grazie a questa tecnologia che rispetta l ambiente, si rende più realizzabile l obiettivo di un ambiente meno inquinato; - sebbene inizialmente i costi potrebbero non avere una diminuzione significativa, a lungo termine avrà un effetto positivo per i consumatori. Il gas azero, oltre ad agevolare l UE nella diversificazione energetica, nella politica esterna e nelle questioni di sicurezza, porterà benefici anche al mio Paese, in un periodo in cui la popolazione greca necessita davvero di credere in un futuro migliore. Il TAP, con un costo stimato di 1,5 miliardi di euro, è uno dei maggiori investimenti diretti stranieri di sempre, che si pensa creerà posti di lavoro diretti e indiretti. 53

56 Costituisce un voto di fiducia per la Grecia ad un punto cruciale della sua economia. Un voto di fiducia che riconosce la stabilizzazione dell economia greca e contribuisce al miglioramento del clima economico. Porterà al Paese il know-how in un settore molto dinamico e fino ad ora assente, come quello dei gasdotti. Alla Grecia, sinora fortemente dipendente dai singoli fornitori, viene data l opportunità di diversificare le sue fonti e di potenziare la propria sicurezza energetica, a beneficio della concorrenza sul mercato e, eventualmente, dei consumatori. La capacità di flusso invertito del TAP potenzialmente permette alla Grecia di avere accesso al gas da fonti come il Nord Africa, aumentando la propria capacità di approvvigionamento in caso di eventi inaspettati. Il progetto TAP può inoltre contribuire alla creazione di una nuova cultura di responsabilità, cooperazione e interdipendenza con le società locali, mentre dall altro lato, può incoraggiare l opinione pubblica greca ad accettare progetti imponenti, anche di carattere ambientale. Partecipando al progetto TAP e dunque contribuendo alla strategia europea per la creazione di un corridoio del gas meridionale che diversificherebbe ancor di più le fonti energetiche dell Europa la Grecia diventerebbe un attore di rilievo all interno dell UE per quanto riguarda il settore energetico. Esistono inoltre ulteriori benefici, ben più ampi a livello geopolitico: il progetto TAP migliora chiaramente l impronta della Grecia nella mappa energetica globale, incentivando gradualmente la trasformazione del Paese in un corridoio di transito del gas fondamentale, e nel fulcro energetico dell Europa sudorientale. La Grecia trarrebbe inoltre numerosi vantaggi dall aumento di cooperazione e stabilità regionale al quale contribuirebbe il gasdotto. Verrebbero infatti positivamente influenzati i rapporti con Albania, Turchia e Azerbaijan, come con i Paesi della regione che saranno collegati o auspicano un futuro collegamento con questo progetto attraverso i gasdotti IAP (Ionian Adriatic Pipeline) e Interconnector Grecia-Bulgaria (IGB) 54

57 come Croazia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria e anche Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Infine, dal momento che il progetto TAP riguarda una fonte energetica che rispetta l ambiente, è chiaro che esso agevolerà la Grecia nel raggiungimento dei suoi obiettivi ambientali, all interno dell azione europea contro i cambiamenti climatici. Per concludere, e per bilanciare le impressioni, vorrei inoltre aggiungere che, escludendo i già descritti benefici che le politiche europee e la Grecia trarrebbero trasportando il gas azero in Europa, questo rappresenterebbe un beneficio anche per lo stesso Azerbaijan e per l Asia Centrale. E io credo che ciò abbia pari importanza: il TAP non è un progetto utile alla sola Europa, e non deve essere concepito come un progetto a scapito di qualcuno. Al contrario, è un progetto molto vicino a ciò che generalmente viene chiamato progetto win-win. 55

58 Sfide, azioni e progetti relativi alla politica energetica nel contesto della sicurezza energetica in Polonia S.E. Wojciech Ponikiewski Ambasciatore della Repubblica di Polonia in Italia Le azioni e le attività intraprese nel campo dell energia hanno un significato elementare per lo sviluppo e la sicurezza del Paese. Negli ultimi anni, una crescita dinamica di molte regioni del mondo ha provocato un costante aumento della domanda di fornitura dell energia. Per colmare questa incessante fame di energia vengono utilizzate fonti energetiche nazionali e straniere il cui sfruttamento influisce notevolmente sulla sicurezza energetica nazionale. Il concetto della sicurezza energetica è un insieme dei fattori di carattere politico, sociale ed economico. In Polonia, per la sicurezza energetica si intende una stabile e costante fornitura di carburante ed energia - garantita a livello nazionale ai prezzi accettabili sia dall economia sia dalla società, in grado di soddisfare la domanda nazionale partendo dal presupposto di un ottimale sfruttamento delle risorse energetiche nazionali - applicando una diversificazione delle fonti e degli indirizzi di fornitura del petrolio e dei carburanti liquidi e gassosi. Tuttavia, la Polonia è anche consapevole del fatto che altri Paesi possono elaborare e adottare un altro concetto della sicurezza energetica, e così: i paesi senza l accesso diretto alle fonti di energia potrebbero semplicemente voler assicurarsi la fornitura o tutelare le loro infrastrutture contro attacchi terroristici; i paesi che dipendono dalle forniture estere dell energia sarebbero interessati alla diversificazione delle fonti; invece le società industrializzate che pongono attenzione alle questioni ecologiche potrebbero puntare sull importanza della riduzione di emissione dei gas serra e dell impatto ambientale. La sicurezza energetica dipende quindi sia dai fattori relativi all importazione dell energia stessa e delle materie energetiche sia dalla situazione interna di un singolo Stato. 56

59 La Polonia, attraverso una politica energetica equilibrata che prima di tutto è una derivata delle risorse nazionali di materie prime e delle infrastrutture necessarie per produrre l energia, tende a costruire le basi di un sistema solido ed efficace nell ambito della sicurezza energetica raccogliendo le specifiche direttive nel documento intitolato Polityka energetyczna Polski do 2030 roku (La politica energetica della Polonia fino all anno 2030), adottato verso la fine del Tra le principali sfide che la politica energetica polacca deve affrontare si possono elencare: il livello inadeguato dello sviluppo di infrastrutture produttive e trasporto dei carburanti e dell energia, la forte dipendenza dalle forniture estere del gas naturale e del petrolio, nonché gli impegni climatici. La risposta a queste sfide disegna le priorità polacche nel campo dell energia tra le quali spiccano in particolare: l incremento della sicurezza di forniture dei carburanti e dell energia, la diversificazione della struttura di produzione dell energia elettrica attraverso l introduzione di energia nucleare, lo sviluppo e il maggiore utilizzo delle fonti rinnovabili, il miglioramento dell efficacia energetica e la riduzione dell impatto ambientale. I ricchi giacimenti di carbone fossile e lignite costituiscono la base per produzione di energia elettrica in Polonia. Nel 2012, oltre l 80% dell energia ottenuta in Polonia era prodotta da queste fonti naturali. Inoltre è in continuo aumento l utilizzo delle fonti rinnovabili nella produzione dell energia elettrica che rispecchiano le percentuali raggiunte: l 8,0% nel 2011 e il 10,4% nel 2012 e del gas naturale che dal 3,6% nel 2011 ha raggiunto il 3,9% nel A causa degli scarsi giacimenti e delle esigue estrazioni del gas naturale e del petrolio nel territorio nazionale, la Polonia è costretta a importare queste materie. Nel 2012 intorno al 70% (ca. 11 mld m3) del consumo di gas naturale in Polonia e quasi l intero consumo del petrolio (intorno al 98%, ossia ca. 25 mln di tonnellate) si è basato proprio sull importazione. Tra le principali azioni volte a realizzare le priorità e a migliorare la sicurezza energetica in Polonia si possono elencare: la ricerca di idrocarburi nelle risorse non convenzionali, gli investimenti infrastrutturali e le procedure preliminari per la costruzione di 57

60 una centrale nucleare in Polonia. Nell ottobre 2013 si contavano 105 aree convenzionate nelle quali si svolgevano le ricerche di acquisizione del gas di scisto. Finora sono state realizzate 51 trivellazioni. Le prospettive riguardanti le risorse di gas non convenzionali hanno incoraggiato gli imprenditori polacchi, ma anche quelli stranieri - tra questi anche le grandi società - ad investire in tutto il territorio nazionale. Grazie agli investimenti nello sviluppo della base di risorse proprie, diminuisce in modo considerevole la disposizione per le eventuali interruzioni di fornitura estera. Oltre allo sviluppo delle risorse di giacimenti, altrettanto importanti sono gli investimenti indirizzati alla diversificazione delle forniture di energia, tra questi: la costruzione del LNG Terminal, la creazione della rete di collegamenti transfrontalieri e l ampliamento dell infrastruttura industriale e distributiva nazionale. Il LNG Terminal a Świnoujście, con la capacità di 5 mld Nm3 nella prima fase della sua operatività, permetterà alla Polonia, a partire dal 2014 di ricevere il gas liquido da qualsiasi regione del mondo. Il Terminal polacco sarà l unico impianto di questo genere nell Europa Nord-Centro-Orientale e uno dei più grandi dell intero Continente. Gli investimenti nello sviluppo della rete lungo i confini della Polonia, realizzati nel 2011, uniti alla possibilità di utilizzare un servizio di inversione virtuale nel gasdotto di Yamal, hanno creato le possibilità tecniche annue di importazione in Polonia di oltre 3,3 mld m3 di gas proveniente dalle nuove fonti (ca. 30% dell importazione attualmente realizzata). Entro l anno 2014 si progetta la costruzione di circa 1000 km dei nuovi gasdotti di trasmissione, mentre nei piani futuri si pensa alla realizzazione delle interconnessioni al confine con la Lituania e la Slovacchia. La costruzione del Terminal LNG a Świnoujście e l ampliamento delle connessioni chiave per il corridoio Nord-Sud - che si trovano ai confini della Polonia - porteranno a un importante cambiamento geopolitico dell intera regione. Prima di tutto queste realizzazioni diventeranno un importante fattore per l integrazione dell intera regione, incrementando anche la possibilità di diversificazione delle forniture di carburanti e, di conseguenza, diminuendo la dipendenza dagli attuali partner. Un altro fattore importante 58

61 per la sicurezza energetica della Polonia sono le azioni e le attività indirizzate alla espansione delle capacità di stoccaggio. Nel 2012 l importo dei progetti che avevano tale obiettivo superava il valore di 100 mln euro. Uno dei maggiori progetti che incrementerà considerevolmente le future capacità di produzione dell energia e diversificherà il bilancio energetico in Polonia, è la costruzione della centrale nucleare che dopo il 2015 dovrà fornire al sistema elettro-energetico circa 3000 MW d energia. Si tratta di un importante investimento nel contesto del rinnovamento del sistema energetico produttivo già esistente in Polonia il quale nella maggior parte (60%) era nato oltre 30 anni fa. Questo investimento garantirà la continuità e la stabilità della produzione di energia elettrica in Polonia per i prossimi decenni. L integrazione delle capacità ottenute dalla produzione dell energia dai carburanti fossili costituiscono gli investimenti nelle fonti di energie rinnovabili (FER) che annoverano un costante aumento. La partecipazione del FER nel consumo lordo dell energia è aumentato dal 7,1% nel 2005 al 10,9% nel Tra queste nuove fonti di energia le migliori prospettive di sviluppo le hanno l energia eolica e fotovoltaica (solare). Le fonti rinnovabili favoriscono la diversificazione del bilancio energetico, ma prima del loro maggiore utilizzo devono affrontare una sfida di instabilità del sistema dovuto alla mancanza di fornitura regolare e alla necessità di garantire grandi capacità di riserva basate soprattutto sulle energia gassosa. Inoltre lo sviluppo del FER significa un cambiamento di rotta per la trasmissione di energia elettrica che a sua volta richiede la necessità di grandi investimenti infrastrutturali. Nel caso della Polonia, lo sviluppo del FER nel settore elettroenergetico crea ulteriori sfide dovute alla necessità di garantire le quantità indispensabili di gas naturale per integrare la produzione della centrale elettrica. La metamorfosi del sistema energetico va di pari passo con la profonda preoccupazione dell ambiente naturale. La Polonia intraprende molte azioni volte a ridurre l inquinamento ambientale e a migliorare l efficienza energetica. Simili azioni diminuiscono la domanda di energia, anche quella importata. Il miglioramento dell utilizzo di energia in Polonia comprova la diminuzione dell intensità 59

62 energetica del PIL di oltre 25% negli anni (dal 164,3 al 122,6 kwh/1000 PLN) nonché un intenso processo dell efficienza energetica delle costruzioni ottenuto grazie all introduzione di modernizzazione dei sistemi termici. Soltanto nel 2012, seguendo un modello degli anni precedenti, grazie alle sovvenzioni finanziarie nazionali e dell UE (ca. 100 mln euro) sono stati realizzati circa 3000 investimenti di modernizzazioni dei sistemi termici. La realizzazione di tutte queste azioni è motivata dalla volontà di realizzare un moderno panorama energetico della Polonia, a misura del XXI secolo in cui troveranno spazio sia la tradizione energetica del nostro Paese sia le tecnologie innovative europee e mondiali. Nonostante le sfide di fronte alle quali si è trovato il settore energetico in Polonia siano importanti, tuttavia, gli obiettivi della politica energetica sono realizzati in modo armonioso, contribuendo a un regolare funzionamento dell economia e a una costante e stabile fornitura dell energia ai soggetti economici e agli utenti finali. Tutte le azioni e le attività intraprese servono notevolmente per realizzare una delle principali priorità, ovvero di cautelare la sicurezza energetica. Tale sicurezza si traduce ai vantaggi economici di tutti i fruitori del mercato energetico a partire dai produttori dell energia, attraverso i distributori e i fornitori, per finire all utente finale. Oggi il principale garante del miglioramento della sicurezza energetica sono gli investimenti destinati alla modernizzazione del settore di produzione e trasmissione dell energia, alle ricerche e allo sviluppo (R&S), e anche al settore di estrazione e acquisizione di materie energetiche. Basta ricordare che i soli investimenti indirizzati alla ricerca e all estrazione del gas di scisto, realizzati negli USA nel 2010, secondo la società l IHS CERA un organizzazione del settore, hanno provocato un aumento del PIL dell economia americana di circa 80 mld USD, creando ulteriori posti di lavoro. Considerando quindi tutti gli aspetti relativi alla questione della sicurezza energetica, la Polonia, mantenendo un alto livello di investimenti nel settore dell energia, costruisce non soltanto le solide fondamenta per la sicurezza energetica nazionale ma anche per un armonioso sviluppo economico. 60

63 La sicurezza energetica oggi: il punto di vista estone S.E. Urmas Paet Ministro degli Affari Esteri della Repubblica d Estonia Cinque anni fa la sicurezza energetica era uno dei temi più discussi in Europa. Oggi, con nuovi problemi economici e i rischi cibernetici, questo campo è rimasto maggiormente in secondo piano. La minore attenzione da parte dell opinione pubblica non implica che ci sia stata una svolta per il miglioramento nell ambito della sicurezza energetica. Si tratta di un settore, dove sono coinvolti molti aspetti diversi sicurezza, tecnologia energetica, questioni ambientali, aspetti socio-economici ed interessi politici, tra loro in contraddizione, di Paesi diversi. La considerazione di tutto ciò significa anche decidere quale sia il giusto equilibrio tra i vari campi, perché spesso ottenere risultati in uno comporta grandi problemi in un altro. Ogni decisione, presa nel settore energetico, comporta dispendi economici ingenti spesso non compresi dall opinione pubblica, sensibile più al costo quotidiano della vita che ad una politica lungimirante. Spesso i risultati di una decisione, presa o non presa, si vedono dopo un periodo di tempo di 7 8 anni. Purtroppo l Europa per lungo tempo ha rinviato tante decisioni importanti nel settore energetico, creando una situazione in cui l età media delle centrali elettriche e di altre infrastrutture energetiche è chiaramente vetusta. La prima causa è certamente la complicata situazione economica nella quale l avvio di grandi progetti è stato difficile. La seconda causa, anch essa rilevante, è l assenza di chiare e significative decisioni in campi affini, soprattutto nella politica ambientale. Senza conoscere le future normative ambientali ed il meccanismo per stabilire il prezzo per tonnellata di C02 nel commercio delle emissioni, non è possibile valutare la convenienza di possibili progetti e la capacità di concorrenza. Inoltre, alcune questioni energetiche sono diventate temi politici molto difficili, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo dell'energia nucleare. In Estonia, per esempio, il 61

64 carbone, la materia prima più importante per l energia, è tema di grandi discussioni in quanto, se da una parte fornisce sicurezza energetica, dall altra comporta pesanti effetti ambientali. Sul significato di sicurezza energetica esistono posizioni abbastanza simili. Generalmente, il sistema energetico nazionale è sicuro quando è in grado di sostenere permanentemente ed efficacemente i bisogni energetici. Tre sono gli aspetti da considerare: l economico, il tecnico e il politico. L aspetto economico riguarda soprattutto la reperibilità dell'energia, e comprende la capacità di autoproduzione, la dipendenza da fornitori esterni e i legami con altri paesi. L aspetto tecnico comprende la vulnerabilità dei diversi componenti del sistema energetico, la capacità di rifornirsi con le varie potenze produttive e i guasti delle infrastrutture. L ultimo, quello politico, si lega alla possibilità di influenze dall'esterno sulla politica energetica nazionale e alle attività più generali di intervento con le leve energetiche e la vulnerabilità dello Stato. Inoltre, la sicurezza energetica comprende un ambito più ampio di quello del singolo Stato. Dal punto di vista Estone, essenziali sono soprattutto la collaborazione con gli altri due Paesi baltici, con il Consiglio dei Paesi del Mar Baltico, con l'unione Europea e con la NATO. Poiché per alcuni aspetti nel settore energetico l Estonia, la Lettonia e la Lituania si trovano in situazioni simili e legate tra loro. Le competenze dell'unione Europea in politica di sicurezza sono abbastanza limitate, anche se il Consiglio Europeo degli Affari Esteri si è occupato di aspetti esterni della politica energetica. Ma naturalmente la parte prevalente dell attività dell UE in campo energetico è quella di rafforzare la sicurezza energetica per esempio lo sviluppo dell'efficienza energetica, l'ampliamento dei collegamenti ed altro. Per la NATO la sicurezza energetica in senso generale non è nella lista degli incarichi ordinari, ma è considerata nella valutazione generale dei rischi. Durante il Vertice di Bucarest la NATO ha considerato la sicurezza energetica come parte del suo ambito di sicurezza. La garanzia del rifornimento, la difesa delle infrastrutture con importanza critica, il supporto delle operazioni, inclusa l'efficienza dell'uso dei combustibili nel campo militare rientrano nelle valutazioni 62

65 della NATO. Allo stesso tempo, è chiaro che il ruolo e la potenza della NATO è diverso in queste tematiche concrete. Poiché le valutazioni individuali dei rischi dei paesi membri di entrambe le organizzazioni sono abbastanza diverse, anche la volontà di collaborare a livello internazionale mostra delle oscillazioni. L Estonia è nel gruppo di quegli Stati membri che tengono sotto controllo la sicurezza energetica, soprattutto la sicurezza dei rifornimenti, e l energia come arma politica, e allo stesso tempo ritengono che il rafforzamento della sicurezza energetica degli stati membri e dei partner sia un contributo importante per elevare la propria sicurezza come membro dell UE e della NATO. Parlando degli aspetti economici e sociali, oggi si può considerare la sicurezza energetica estone nel suo complesso forse addirittura più garantita rispetto alla media Europea. Questo è possibile soprattutto grazie all utilizzo del carbone nella produzione di energia dell'energia consumata in Estonia una gran parte (55-60%) proviene da questa fonte, inclusa la produzione di elettricità sia per uso domestico sia per l esportazione verso gli altri Paesi Baltici e la Finlandia. Secondo i dati Eurostat, l Estonia nel 2011 avendo importato solo il 10% del proprio fabbisogno energetico totale si è posizionata, a livello UE al secondo posto dopo la Danimarca, che è l'unico esportatore netto. Ma se guardiamo più nel dettaglio, il che vuol dire considerare i diversi fornitori di energia, il quadro è molto più complicato. Tutto il nostro gas consumato viene dalla Russia. Tutto il combustibile per gli autoveicoli viene importato. Nello stesso tempo, l Estonia esporta l energia elettrica, il petrolio prodotto dal carbone, la legna da ardere e la torba per un totale di c.a. il 10% del PIL (2011). La dipendenza dell'ue dalle importazioni dei fornitori energetici sta crescendo. Nello stesso tempo sappiamo che in tanti stati Europei esistono combustibili che potrebbero aiutare a cambiare questo trend preoccupante. Preferire l importazione dell energia all'uso di combustibili domestici è una comodità, che va ad incidere sul conto della sicurezza Energetica dell Europa. In Estonia, come in tutta l Unione Europea, i principali metodi seguiti per diminuire la dipendenza dall'importazione energetica sono stati l'aumento dell efficienza dell uso dell energia e lo sviluppo della 63

66 produzione di energia rinnovabile ed alternativa. Nella quantità di produzione di energia rinnovabile siamo arrivati al livello del 25%, con il quale l Estonia supera gli impegni presi in EU per l anno Le principali direzioni di lavoro in questo settore sono l'utilizzo della legna e dell energia eolica. Senza dubbio, molto importante è anche sviluppare l infrastruttura che permette di utilizzare fornitori diversi ed in questo campo nei Paesi Baltici ci sono dei cambiamenti in atto. I problemi dell'energia dei Paesi Baltici sono stati dibattuti seriamente sul tavolo dell Europa ed alcuni dei temi in discussione sono stati considerati in vari progetti. Nel 2009 gli otto stati membri dell UE che si affacciano sul Mar Baltico e la Commissione europea hanno firmato il memorandum di intesa BEMIP (Baltic Energy Market Interconnection Plan). In questo documento e nell'allegato piano d azione vengono dichiarati i metodi sia per organizzare il mercato dell'elettricità e del gas sia per lo sviluppo delle reti d interconnessione tra i paesi. Molti obiettivi del BEMIP sono stati raggiunti. Il secondo elettrodotto tra l Estonia e la Finlandia, Estlink-2, è stato costruito e si ritiene che, una volta ultimati i test, inizi il funzionamento dall'inizio del La potenza assorbita in Estonia nell ora di picco è oggi pari a MW, mentre la potenza congiunta dell Estlink-1 in funzione dal 2007 e dell Estlink-2 è di 1000 MW. L operatività di entrambi dovrebbe favorire la parità tendenziale dei prezzi dell elettricità in Estonia e Finlandia. Si presume che per la fine del 2015 sarà pronto l'elettrodotto tra Lituania e Svezia. Lituania e Polonia stanno lavorando al progetto per creare una propria via di connessione elettrica. Dunque, per quanto riguarda l elettricità, i Paesi Baltici sull'orizzonte temporale del 2016 stanno uscendo dalla situazione che è stata definita come isola di energia. Nello stesso tempo, nei Paesi Baltici ancora permangono collegamenti con potenza non sufficiente e soprattutto è necessario un terzo collegamento tra Estonia e Lettonia; gli esperti considerano che per la sua realizzazione ci vorranno ancora 5-7 anni. Nel frattempo i nuovi collegamenti esterni dei Paesi Baltici non forniscono ancora una utilità pienamente sufficiente. La produzione di elettricità in Estonia, Lettonia e Lituania era basata su materie prime 64

67 diverse in Estonia prevaletemene sul carbone, in Lettonia in gran parte sull'idroenergia e in Lituania, fino alla chiusura della centrale nucleare di Ignalina nel 2009, sull'energia nucleare. Purtroppo, al carbone sono legati molti aspetti ambientali, per le centrali idroenergetiche in Lettonia non si prevedono ampliamenti e in Lituania dopo la chiusura della centrale nucleare non esiste nessuna grande produzione di elettricità. In totale, c è un deficit di potenza produttiva di elettricità nei Paesi Baltici. Dopo la chiusura della centrale nucleare di Ignalina, avvenuta su richiesta dell UE, è stato considerato per una decade in Lituania un progetto in comune con i tre Paesi baltici e probabilmente con la Polonia di costruirne una nuova. Nel 2006 i primi ministri dei tre Paesi baltici hanno deciso di avviare lo studio di questo progetto. Purtroppo i negoziati non sono stati facili. Nel referendum del 2012 il popolo Lituano ha votato contro la centrale nucleare. In ogni caso, il dibattito in Lituania continua. Per l Estonia è di primaria importanza che questa centrale, qualora si realizzasse, porti profitto. Questo vuol dire che, cercando l equilibrio fra la sicurezza energetica e l'efficienza economica, non ci sarebbe la volontà estone di continuare a finanziare un progetto in perdita in ragione della sola sicurezza energetica. Nella situazione energetica attuale dell'europa è molto difficile trovare nuovi progetti proficui in modo chiaro. Il problema principale deriva dalla scarsa chiarezza delle questioni dell'ambiente (lo sviluppo delle tasse di emissioni) e dall'approccio critico verso le centrali nucleari dopo il disastro in Giappone. Ora una notevole parte del fabbisogno energetico della Lituania e della Lettonia è coperto dall'elettricità importata dalla Russia, che viene prodotta con standard ambientali e non solo, più bassi che in UE. Nel campo energetico un elemento importante è la gestione del mercato. Dall'estate del 2013 dopo l entrata della Lettonia tutti e tre i Paesi Baltici hanno partecipato all'attività della borsa elettrica dei Paesi nordici Nord Pool Spot. Tuttavia, la borsa non è ancora diventata completamente formatore di mercato in tutti Paesi baltici. Per arrivare a questo traguardo, oltre ai metodi diversi della gestione del mercato è necessario rafforzare i collegamenti tra i paesi, tra i quali quello tra l'estonia e la 65

68 Lettonia. Un mercato dell elettricità ben funzionante aiuta notevolmente a garantire la sicurezza, poiché aiuta differentemente della gestione del mercato basato sulle relazioni dirette tra produttori e consumatori - in modo efficace a risolvere i vari problemi causati dalla mancante trasparenza e flessibilità. Per quanto riguarda il gas, la realizzazione del piano dei lavori previsti nel BEMIP è stata molto più lenta. In tal modo l infrastruttura del gas dei Paesi baltici per lungo tempo non è stata ampliata, ed ora a causa della insufficienza infrastrutturale, per la mancanza di punti di fornitura supplementari e per la diversità della regolazione del mercato, non esiste il mercato regionale del gas. La Lituania ha intenzione di aprire per la fine del 2014 un terminal LNG nel porto di Klaipeda. Contemporaneamente, Lituania e Polonia lavorano per collegare i gasdotti tra i due paesi. La Commissione Europea sta decidendo per un LNG terminal regionale nella zona del baltico e, presumibilmente, sceglierà un luogo in Estonia o in Finlandia. La costruzione di questo impianto e il raggiungimento della sicurezza di rifornimento comporta sicuramente la necessità di costruire tra Estonia e Finlandia il gasdotto Baltic Connector nel mare. In Lettonia ci sono piani per ingrandire notevolmente i depositi di gas sotterranei, per i quali si deve aumentare la portata dei gasdotti nei Paesi Baltici. Quindi, ci sono in atto vari processi simultanei e gli esperti devono fare un serio lavoro per pianificare il futuro rifornimento del mercato Baltico ora c.a 4,5 miliardi di metri cubi. Il mercato del gas Europeo viene influenzato dagli LNG e anche dall' arrivo di gas da argille sul mercato dell'energia mondiale. In Estonia per il momento il gas non viene prodotto. In Lituania sono iniziati i lavori per studiare le possibilità di produzione di gas da argille, ma attualmente è ancora presto per parlare dei risultati e dell impatto sulla sicurezza energetica. Gli aspetti tecnici della sicurezza energetica si legano all affidabilità della potenza di produzione, alla complessità della rete dei collegamenti e alla possibilità di usare diverse linee di rifornimento. In generale, grazie alle centrali a vari blocchi che funzionano con combustibile solido si può considerare positiva la stabilità della produzione 66

69 dell'energia elettrica in Estonia. Allo stesso tempo, le due grandi centrali elettriche estoni a carbone sono vicine al confine di stato e utilizzano una comune sorgente di acqua di raffreddamento, e questo crea in sé dei rischi. Nelle centrali funzionano impianti con età diverse, ed un blocco di energia che è attualmente in costruzione, sicuramente innalza la sicurezza per il prossimo periodo, e si spera di testarlo nell estate del Allo stesso tempo, la rete elettrica in Estonia e nei tre Paesi baltici in totale non è cosi grande, in modo tale che sia tecnicamente facile garantire la frequenza e questo si può solo raggiungere tramite la collaborazione con la rete elettrica russa. Nel futuro si considera già, con i collegamenti Lituania-Polonia, la sincronizzazione con la rete continentale di UE. Le risorse di gas estoni vengono tenute nei depositi sotterranei in Lettonia e i combustibili liquidi in vari posti, compresi i Paesi nordici. Nello stesso tempo, i collegamenti con la Lettonia sono abbastanza limitati ed è necessario rafforzarli. Il Baltic Connector e la costruzione del terminale LNG regionale richiedono questo già di per sé. Il rifornimento dell Estonia e di altri Paesi Baltici con combustibili liquidi non è molto sicuro, perché intorno al Mar Baltico sono poche le raffinerie di petrolio e queste funzionano già a pieno ritmo. Il mancato funzionamento di una o più raffinerie, oppure l'interruzione del loro rifornimento per diverse cause, può causare problemi di rifornimento energetico. Ciò considerato, mantenere le riserve nazionali è una via certa per garantire la sicurezza e l Estonia ha lavorato seriamente su questa questione. Purtroppo sia in Estonia sia altrove è abbastanza difficile convincere il pubblico su alcune azioni importanti dal punto di vista della sicurezza energetica, per esempio la creazione di potenze di riserva e di riserve di gas, anche se ciò comporta l aumento dei prezzi. L'usura della infrastruttura energetica in Europa e la diminuzione della costruzione di nuove potenze causano problemi tecnici in futuro. Allo stesso tempo, l aumento dell efficienza dell'uso dell energia, il progresso dell energia rinnovabile e alcune diminuzioni della popolazione abbassano in qualche misura il peso degli investimenti in futuro. Gli aspetti politici della sicurezza 67

70 energetica sono per l Estonia e gli altri Paesi baltici importanti e provengono soprattutto dalla nostra posizione geografica. Le reti energetiche dei Paesi baltici sono state realizzate in grande parte con schemi del periodo dell occupazione Sovietica e sono collegate con la Russia e non tanto tra di loro. A questi collegamenti si deve attribuire il fatto che la Russia ha fatto pressioni sull'energia nelle relazioni con i vicini (per esempio con l Ucraina). Per questo, per i Paesi baltici l'obiettivo principale è quello di creare collegamenti supplementari e variare i fornitori, senza però rinunciare alla vasta collaborazione energetica con la Russia, che è geograficamente vicina ed è un fornitore importante per tutta l Europa. Per garantire la sicurezza energetica si prevede la gestione intelligente delle dipendenze esterne per eliminare i rischi eccessivi. I tre Paesi baltici, pur mettendosi insieme, sono una forza molto piccola nel mercato internazionale dell energia e perciò è ovvio che l Estonia abbia fortemente sostenuto le varie proposte, indirizzate a rafforzare il ruolo dell Unione Europea come ente unico nelle relazioni esterne in campo energetico. Tali questioni sono state discusse ripetutamente nell UE, tuttavia senza un significativo progresso. Lo scambio d'informazione sugli accordi con i paesi terzi dovrebbe secondo noi portare in futuro alla nascita dell UE come partner unico o almeno un partner con gli stessi principi. Durante la presidenza Lituana, l Estonia ha appoggiato prioritarie le misure esterne dell'energia e la realizzazione delle decisioni del Vertice del maggio Oggi per esempio si può vedere nei prezzi del gas la cosiddetta componente politica e questo è sicuramente un problema economico e politico. Fondamentale è anche sistemare il mercato energetico dell'ue. L Estonia sta realizzando volta per volta il Terzo Pacchetto Energetico UE, inclusa la separazione sostanziale tra produttori/fornitori di gas e gestori della rete. Questo processo è stato molto difficile in tutta Europa, ed è così anche nei Paesi baltici, dove ogni Stato sta prendendo strade diverse. Senza dubbio l UE deve fare qualcosa per quanto riguarda l importazione dell energia elettrica, la cui mancata regolazione comporta nella nostra area ovviamente la fuga del carbonio. Purtroppo l UE finora non è 68

71 stata capace di applicare metodi unici per quello che riguarda l importazione dell energia elettrica da paesi con standard ambientali, sociali e altro più bassi, e questo è un fattore importante che crea una situazione nella quale costruire nuovi impianti produttivi di energia nei Paesi baltici è diventato economicamente problematico. Proprio qui vediamo in modo molto chiaro la necessità di cercare l equilibrio tra i diversi ambienti della vita - l'importazione del 100% dell elettricità in uno dei Paesi baltici dalla vicina Russia potrebbe essere economicamente la soluzione migliore, ma questa porterebbe conseguenze di sicurezza politica importanti e avrebbe ripercussioni sull'ambiente globale. In Estonia dobbiamo considerare anche l aspetto sociale l'estrazione di carbone e il conseguente utilizzo per la produzione dell energia elettrica danno lavoro a decine di migliaia di persone in modo concentrato in una regione dell Estonia, e tale produzione ha inoltre permesso all Estonia di avere il prezzo dell elettricità tra i più bassi in UE. Il dibattito sulla sicurezza energetica continua, talvolta intensamente. Coloro che sono attivi nella politica della sicurezza devono mostrare le proprie preoccupazioni in modo articolato al pubblico, così che nel processo democratico possa crescere un approccio pratico e sostenibile per avere continuità a lungo termine. 69

72 La Sicurezza energetica nella Repubblica Ceca S.E. Petr Burianek Ambasciatore della Repubblica Ceca in Italia Per la sua prima Presidenza UE nel primo semestre 2009 la Repubblica Ceca ha indicato l energia tra i temi prioritari. In coincidenza con tale presidenza è scoppiata la crisi del gas tra Ucraina e Russia che ha interessato molti paesi UE a causa dell interruzione delle forniture di gas. Altra coincidenza sembra il fatto che il primo ministro italiano Letta ha, all inizio Settembre, annunciato che l energia sarà una delle priorità della prossima presidenza UE italiana del secondo semestre Il seguente testo ha come riferimento principale l aggiornamento della Dottrina nazionale energetica della Repubblica Ceca approvata e pubblicata nel novembre Nella prima parte analizzeremo l attuale composizione del mix energetico nella Repubblica ceca. Nella seconda parte delineeremo i principali obiettivi cechi nel comparto della sicurezza energetica. L attuale situazione energetica e le principali tendenze per i prossimi decenni L OCSE ha, recentemente, apprezzato i passi avanti realizzati dalla Repubblica ceca sulla politica energetica, sulla politica di protezione clima, sulla sicurezza degli approvvigionamenti di greggio e gas e sulla liberalizzazione del mercato dell elettricità. L OCSE, tuttavia, ha proposto ulteriori provvedimenti nel settore dell efficienza energetica. La rete di distribuzione elettrica con i paesi vicini è ben sviluppata e i nuovi collegamenti hanno contribuito ad un ulteriore sviluppo del mercato dell energia elettrica della regione Centro europea. La capacità della rete disponibile per la trasmissione di elettricità per le esportazioni e le importazioni equivale rispettivamente al 35% e al 30 % del caricamento della rete nelle ore di picco. 70

73 Il carbone resta la principale fonte energetica nella Repubblica Ceca, sia per quanto riguarda la produzione di elettricità, con una quota pari a circa il 54,7% del totale, sia per quanto riguarda il riscaldamento degli edifici tanto dalle centrali termiche quanto dagli impianti indipendenti privati. Per quanto riguarda la provenienza delle fonti energetiche, la Repubblica Ceca importa, conteggiando anche le forniture di combustibili per le centrali nucleari, una quota inferiore al 50% del proprio fabbisogno interno. La relativamente bassa dipendenza dall estero, tenuto conto che la media UE è di circa il 60%, è uno dei principali punti di forza del settore energetico del Paese. La Repubblica Ceca riesce a coprire l intera domanda di elettricità e del calore per riscaldamento. La struttura delle fonti energetiche resta stabile. Negli ultimi decenni il cambiamento più notevole ha riguardato la costruzione della centrale nucleare Temelin. Recentemente, il Governo ha avviato dei programmi di sostegno per lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Tuttavia, l aumento della quota prodotta dalle rinnovabili non è ancora sufficiente a fornire un sostanziale contributo alla riduzione del ricorso ai combustibili fossili. È previsto che l incidenza del carbone per la produzione di elettricità e per il riscaldamento decresca progressivamente soprattutto a causa dell esaurirsi dei bacini carboniferi. La Repubblica Ceca, se dovesse permanere l attuale modesto apporto delle fonti rinnovabili, sarà costretta a colmare il proprio fabbisogno energetico aumentando le importazioni. L obiettivo del Paese è quello di non superare, prima del 2030, la soglia del 65% di energia prodotta da fonti d importazione, e la soglia del 70% prima del La seconda più importante fonte di energia è il nucleare. Nelle due centrali attualmente operative si produce il 33% del fabbisogno elettrico nazionale. Tale percentuale è prevista in aumento. Infatti, è stato deciso l ampliamento della centrale Temelin con la costruzione di due nuovi reattori. Nel caso di ulteriore sviluppo del nucleare la produzione di elettricità potrebbe coprire il 50% della domanda. È anche auspicabile 71

74 che il calore prodotto dalle centrali nucleari venga sempre più utilizzato per riscaldare gli edifici delle grandi città. Altra fonte energetica importante è il gas, utilizzato sia per produrre l elettricità sia per riscaldamento (centrali termiche o caldaie individuali). Il 27% circa delle case utilizza il gas per riscaldamento. Col gas viene generato il 4% circa di elettricità. Grazie ad una maggiore efficienza energetica delle case, grazie ai numerosi progetti di ristrutturazione avviati con il sostegno finanziario pubblico, ad un uso degli impianti domestici moderni, ad un cambio di tessuto industriale a favore di settori che consumano meno energia e anche grazie ad aumento di prezzi del gas per gli usi civili, negli ultimi 10 anni si è assistito ad un calo dell utilizzo del gas del 20% circa, nonostante che, nel medesimo lasso di tempo, siano stati connessi nuovi utenti alla rete di distribuzione del gas. A breve, si prevede comunque un aumento dei consumi di gas legato ad un maggior utilizzo nel settore dei trasporti. Attualmente, il 100% di rifornimenti di gas viene importato. Principalmente dalla Russia e dalla Norvegia, con una piccola parte che viene acquistata sui mercati spot dell UE. La Repubblica Ceca, nel recente passato, ha posto in essere delle azioni strategiche per aumentare la sicurezza di tutti gli aspetti relativi alle forniture del gas: stabilità dei prezzi e diversificazione dei paesi fornitori. La diversificazione si è materializzata anche per quanto riguardano le vie di trasporto, quindi oggi anche il gas proveniente dalla Russia può raggiungere il mercato ceco tramite gasdotti diversi. Gran parte delle forniture, infatti, dipendono da contratti a lungo termine con prezzi prefissati siglati con operatori di diversi paesi, l approvvigionamento del gas è garantito da gasdotti che provengono da Germania, Slovenia e Polonia. Tale diversificazione è un vantaggio competitivo per la Repubblica Ceca, come è stato dimostrato nel corso della crisi del gas tra Russia ed Ucraina allorché non è stato necessario in alcun modo restringere le forniture di gas ai consumatori del Paese. Fino al 2012 la maggior parte del gas transitava nella direzione est-ovest con capacità di entrata 51 mld. m 3 all est e 29 mld. m 3 all ovest. Dopo la costruzione di gasdotto Gazela (con 72

75 capacità di 30 mld. m 3 per anno) la più importante direzione di transito è quella nord-sud, utilizzata per il trasporto del gas dal Nord Stream e dall OPAL in direzione Germania e Francia. Il Gasdotto Gazela sarà collegato con la rete ceca e, in momenti di crisi, potrà sopperire alle richieste di gas mancante. Nel 2011 è stato costruito il gasdotto STORK tra la Repubblica Ceca e Polonia con una capacità attuale di 0,59 mld. m 3 per anno, si prevede un aumento di capacità fino a 3 mld. m 3 per anno. I siti di stoccaggio del gas nella Repubblica Ceca hanno capacita totale di 3,442 mld. m 3 (pari al 35-40% del consumo annuale nazionale). Il consumo di petrolio permane stabile ad eccezione di quello per trazione. Per quanto riguarda la produzione di calore per riscaldamento il petrolio (oli leggeri di riscaldamento) concorre solo per il 2% circa. Il mercato degli idrocarburi è stato completamente liberalizzato. Oggi come oggi lo stato può intervenire solo per decidere, tramite lo strumento legislativo il livello obbligatorio di scorte strategiche di emergenza. Nel settore operano anche due importanti società pubbliche: la MERO Spa, proprietaria e gestore degli oleodotti Druzba ed IKL sul territorio della Repubblica Ceca e dell oleodotto IKL sul territorio tedesco. La MERO ha costruito anche grandi serbatoi per lo stoccaggio delle riserve strategiche di petrolio; la CEPRO che è proprietaria della rete dei tubi per il trasporto dei combustibili (benzina, gasolio) e di alcuni siti di stoccaggio. Per quanto riguarda il petrolio, la Repubblica Ceca è quasi interamente dipendente dalle importazioni; infatti solo una quota pari al 3% dei consumi viene coperta con il petrolio estratto in territorio ceco. Le importazioni per decenni erano assicurate dalla Russia attraverso l oleodotto Družba. Dal 1995, allorquando è entrato in esercizio l oleodotto IKL (Ingolstadt- Kralupy-Litvínov) che rifornisce le raffinerie delle due città ceche Kralupy e Litvínov attingendo il petrolio dall oleodotto TAL 5, che trasporta petrolio da Trieste alla Germania, le 5 L Oleodotto Transalpino (TAP) è lungo 753 Km e attraversa Italia, Austria e Germania, collegando il Porto di Trieste con i Land tedeschi della Baviera e del Baden.Wuttemberg. 73

76 percentuali del petrolio importato tramite il Družba e l IKL sono oggi quasi uguali, perché tramite IKL viene importato in gran parte anche il petrolio russo (la capacità disponibile dell import di petrolio è: 10 mil. t/anno del Družba contro gli 11 mil. t/anno dell IKL). L attuale capacità di stoccaggio dei serbatoi di emergenza è pari a 1,55 mil. m 3 di petrolio, cioè a circa 100 giorni di consumo medio. Comunque, la Repubblica Ceca si è già attivata per aumentare la capacità dei serbatoi in modo tale da rispettare la direttiva del Consiglio Europeo 2009/119/CE che stabilisce che il minimo di scorte di emergenza siano uguali a 90 giorni di importi netti. Nel 2010 la percentuale di elettricità prodotta dalle fonti rinnovabili ammontava all 8,3% del totale. Le centrali idroelettriche coprono oggi circa il 3% del fabbisogno di elettricità totale. Questa fonte, a causa della situazione morfologica del Paese, ha poco margine di crescita. Comunque, il suo ruolo è importante per la flessibilità e per la capacità di stabilizzare la rete e coprire il picco di consumo di elettricità durante la giornata oppure eccesso di produzione da altre fonti rinnovabili. La più grande centrale idroelettrica della Repubblica ceca è la Dlouhe strane 6. Di tipo a pompaggio 7, 6 La centrale è fornita di due turbine aventi ognuna una capacità pari a 325 MW. Essa può fornire elettricità pari ad un terzo di quella prodotta dai due reattori della centrale nucleare di Temelin (2x1000 MW). 7 Sostanzialmente un impianto idroelettrico a pompaggio è costituito da due bacini idrici, ubicati uno a monte e l altro a valle della centrale vera e propria, cioè dell edificio contenente le turbine e gli altri macchinari necessari alla generazione di elettricità. Nelle ore diurne di punta, durante i picchi di domanda elettrica, l acqua viene fatta fluire dal bacino superiore a quello inferiore azionando le turbine. Nelle ore notturne e nei giorni festivi, quando la domanda sulla rete è minima, la stessa acqua viene ripompata (da cui il nome) al bacino superiore, in modo da ricostituire l invaso occorrente al successivo ciclo di funzionamento. In pratica le centrali a pompaggio assorbono dalla rete energia elettrica poco pregiata (prevalentemente la produzione nelle ore notturne e di basso carico proveniente dal parco termoelettrico di base), per restituirne una quantità minore, ma di pregio molto maggiore, nelle ore di punta. Mediamente il rendimento globale è di circa il 70% o di poco superiore, cioè per ogni 10 kwh spesi per il pompaggio si ricavano 7 kwh nella fase di generazione. 74

77 essa è la terza centrale più grande al mondo di questo tipo. La Repubblica Ceca si è impegnata nei confronti dell Unione Europea a portare la percentuale di rinnovabili al 13% entro il Sarà difficile raggiungere quest obiettivo, sicuramente impossibile senza il sostegno finanziario pubblico il quale è previsto che nei prossimi anni diminuisca. Attualmente le centrali eoliche nel nord della Germania utilizzano la rete elettrica ceca per trasportare l elettricità verso il sud. La rete ceca degli elettrodotti non è in grado di sopportare il trasporto di così grandi volumi di elettricità. Una soluzione potrebbe essere trovata se l UE accettasse che la Repubblica ceca impegni i fondi destinati al raggiungimento dell obiettivo della percentuale di energia prodotta dalle fonti rinnovabili per la realizzazione di opere di potenziamento degli elettrodotti. Tale potenziamento servirebbe a permettere alla rete della Repubblica ceca di sopportare il passaggio dei grandi volumi di elettricità prodotta dalle centrali eoliche nel nord della Germania e che vengono indirizzate verso sud. Questo sarebbe un esempio di buona collaborazione internazionale; uno stato con migliori condizioni naturali per lo sviluppo delle fonti rinnovabili investe in centrali e l altro stato con una posizione geografica strategica per agevolare il trasporto di energia investe invece nelle infrastrutture per la trasmissione a lunga distanza. In tal modo la rete elettrica nella regione del centro Europa potrebbe funzionare bene e rimanere stabile mentre i costi verrebbero divisi in modo ragionevole. In caso contrario, le centrali eoliche in Germania, che producono elettricità in modo poco prevedibile e stabile, diventerebbero un rischio per la rete elettrica della Repubblica Ceca. Lo sviluppo di uso della biomassa nella Repubblica Ceca non dovrebbe causare ripercussioni sulla sicurezza alimentare. La Repubblica Ceca dovrebbe migliorare l uso energetico dei rifiuti. Nel 2009 solo il 9% di rifiuti non riciclabili sono stati usati per la produzione di energia. L obiettivo è quello di aumentare la percentuale sino all 80% entro il

78 Uno dei principali obiettivi per assicurare la sicurezza energetica della Repubblica Ceca è il rafforzamento della rete elettrica, la quale dovrebbe essere in grado di sostenere il transfer dell elettricità prodotta dalle fonti rinnovabili nel nord d Europa e consumata nel Sud. Il trasporto di elettricità prodotta dalle centrali eoliche nel nord della Germania, usando la Repubblica Ceca come il paese di transito, dovrebbe diventare una delle priorità della sicurezza energetica europea sostenuta adeguatamente anche dai fondi europei. Per assicurare la sicurezza energetica della Repubblica Ceca è necessario potenziare la rete elettrica interna. In tal modo, infatti, anche nel caso di blackout della rete europea di trasmissione, la Repubblica Ceca avrebbe la capacità per assicurare le forniture a tutte le utenze nazionali anche se solo per un breve periodo. Per quanto riguarda le forniture di gas esiste una rete ben sviluppata con serbatoi di emergenza di notevoli dimensioni. Per quanto riguarda il petrolio è importante che vengano realizzati serbatoi per assicurare la copertura per più di 100 giorni di consumo. La rete di riscaldamento, basata sul carbone, riesce a superare quasi ogni tipo di crisi. Obiettivi strategici del settore energetico fino al 2040 La politica energetica per i prossimi anni s impernia sui tre seguenti principali obiettivi: Sicurezza delle forniture energetiche vuol dire assicurare la fornitura di energia per tutti i clienti anche a fronte di eventi esterni drammatici e in situazioni di emergenza. Competitività (energetica e sostenibilità sociale) il prezzo finale dell energia per tutte le utenze dovrà essere simile rispetto a quello dei paesi della regione e degli altri paesi emergenti. Sostenibilità (sviluppo sostenibile) la struttura del settore energetico a lungo termine dovrà essere sostenibile nel rispetto all ambiente, ai parametri economici e finanziari, alla manodopera specializzata, impatto sociale (occupazione) e fonti primari (disponibilità). 76

79 Per quanto riguarda la sicurezza energetica, la priorità è rafforzarla. La situazione desiderata verrebbe raggiunta tramite una maggiore diversificazione dei paesi d importazione delle materie prime energetiche e un miglioramento dell infrastruttura dei trasporti per le importazioni dei combustibili in modo tale che la Repubblica Ceca mantenga la posizione strategica di paese di transito. Si dovrà tendere ad un maggior ricorso alle fonti domestiche e ad un loro più efficiente utilizzo. Nello stesso tempo bisogna creare condizioni per la loro ricerca, tutela territoriale e legislativa. Il mix energetico non dovrà essere dominato dalle fonti d importazione o non economiche. È inoltre necessario mantenere un sufficiente livello di scorte di combustibili d importazione. L infrastruttura energetica dovrà essere protetta e sviluppata velocemente per le necessità future. La rete elettrica e gas deve essere irrobustita per affrontare eventuali shock esterni e per poter funzionare in regime di isolamento. Il controllo dello stato nelle società strategiche energetiche non dovrà diminuire. Al contempo, non dovrebbe aumentare l influenza di paesi o società che sono già tra i principali fornitori di materie prime energetiche evitando che acquisiscano una posizione dominante nella filiera di settore, dall importazione alla distribuzione. I principali obiettivi per garantire la sicurezza energetica in prossimi anni sono: - nell ambito della politica estera sviluppare relazioni economiche, reciprocamente vantaggiose, con i paesi e le regioni d interesse dal punto di vista delle importazioni di fonti energetiche; - sostenere progetti di sviluppo delle infrastrutture di collegamento nord-sud (elettricità, gas, petrolio); - assicurare il reperimento di fonti energetiche per poter sostituire carbone nella produzione del calore per riscaldamento; - favorire la diffusione di sistemi di riscaldamento che possano utilizzare vari combustibili e cambiarli velocemente al minimo di 30%; 77

80 - mantenere le scorte di petrolio al livello di 90 giorni di importazioni nette e tentare di aumentarle a 120 giorni; - sostenere progetti di aumento della capacità di stoccaggio dei serbatoi di gas interrati; - effettuare gli investimenti tecnologici per poter variare la direzione d invio del gas in modo tale da utilizzare lo stesso gasdotto dall est (Slovacchia) verso ovest (Germania) o viceversa, a seconda, delle esigenze dei paesi al livello di 40 milioni m 3 ; - mantenere scorte di combustibile per le centrali nucleari per un periodo d esercizio pari a tre anni, oppure assicurare le forniture delle stesse con contratti a lungo termine o mantenere le scorte di uranio arricchito e produrre il combustibile in Repubblica Ceca. Quest obiettivo dovrà essere raggiunto in parallelo con l aumento della percentuale di energia nucleare presente nel mix energetico che dovrebbe raggiungere una quota del 50-60%; - sviluppare strategie energetiche regionali per assicurare alle grandi città forniture di energia anche in situazioni di emergenza, d isolamento dovuto a guasti o a calamità naturali; - porre in essere, a livello centrale e regionale, strumenti di coordinamento per affrontare situazioni di emergenza nel settore dell elettricità, del gas e del riscaldamento; - monitorare investimenti esteri nel settore energetico sopratutto in alcuni soggetti dell infrastruttura strategica per evitare situazioni che potrebbero significare una minaccia, la quale si potrebbe materializzare tramite uno sfruttamento del controllo di aziende energetiche come braccio di ferro per propri interessi economici e politici danneggiando la Repubblica Ceca. Nello stesso tempo non diminuire l influenza e controllo di stato nelle società strategiche. 78

81 Fonti rinnovabili di energia (FER) per la produzione di elettricità: quadro della situazione in Slovenia S.E Iztok Mirosic. Ambasciatore della Repubblica di Slovenia in Italia Boris Antolic Ministro Consigliere dell Ambasciata della Repubblica di Slovenia in Italia I paesi dell UE si sono impegnati affinché la quota di fonti rinnovabili di energia (FER) aumenti 8. Per raggiungere questo traguardo sono stati instaurati negli ultimi anni vari meccanismi a sostegno degli investimenti nel settore della produzione dell energia elettrica da fonti rinnovabili. Come la maggioranza dei paesi, inclusa l Italia, la Slovenia utilizza una versione del sistema delle tariffe d acquisto garantite (c.d. sistema feed-in). Il sistema elettrico sloveno è peraltro uno tra i sistemi più piccoli in Europa. La potenza di picco del consumo ammonta a circa 1900 MW. In Slovenia le fonti della produzione elettrica si suddividono approssimativamente in tre parti: un terzo appartiene all energia nucleare, un terzo all energia che proviene dalle centrali termoelettriche prevalentemente a carbone e, infine, l ultimo terzo rappresenta l energia idrica e le altre fonti rinnovabili. Pur essendo un mercato di esigue dimensioni, il mercato sloveno è comunque importante per la sua posizione geografica, considerando che fa da collegamento sia per il mercato continentale tedesco-austriaco, sia per il mercato italiano con il bacino energetico dell area balcanica. Le interconnessioni sono ben performanti in tutte le zone di confine sloveno, con l esclusione dell area di confine con l Ungheria, dove le condotte d interconnessione sono in fase di costruzione. Sul mercato sloveno sono presenti numerosi 8 Per informazioni in lingua inglese si può consultare il sito: (i dati statistici, la guida per gli investitori con la descrizione di tutta la procedura per la messa in opera delle centrali e dell entrata nello schema di sostegno). Info e dati statistici forniti da Borzen, per ulteriori informazioni contattare: Karlo Peršolja Borut Rajer 79

82 grossisti di energia elettrica. Al 30 giugno 2013 si registrano in Slovenia 51 gruppi di bilancio (di cui 17 sloveni e 34 delle aziende estere) e 20 sottogruppi di bilancio (di cui 15 sloveni e 5 esteri). In Slovenia è operativa anche la Borsa dell energia, partecipata dall azienda slovena Borzen e dall operatore sistemico ELES (www.bsp-southpool.com). Immagine: Situazione sul mercato sloveno e scambi transfrontalieri di elettricità La Slovenia ha dunque deciso di perseguire l obiettivo dell UE riguardo alle fonti rinnovabili, cioè di raggiungere la quota del 25% di FER nel consumo finale lordo di energia, servendosi anche dello schema di sostegno (finanziario) sotto forma di modello FIT. Anche se la Slovenia sta utilizzando questo schema già dal 2001, quindi prima che i più recenti obiettivi europei fossero fissati, nel 2009 lo schema è stato completamente riadattato. Tabella: Obiettivi settoriali FER in Slovenia negli anni (%) Settore Calore e freddo 20 22,3 30,8 Elettricità 28,5 32,4 39,3 Trasporto 0,3 2,6 10,5 Quota totale FER 16,2 17,7 25,3 80

83 L idea dello schema di supporto incluso quello sloveno - è chiara: creare le condizioni migliori di quelle di mercato (c.d. sovvenzioni), altrimenti gli investimenti non si realizzano. Di norma, gli investimenti in crescita portano alla riduzione del costo dell investimento, fino al punto in cui le singole tecnologie non hanno più bisogno di contributi di sostegno. Gli schemi di sostegno (finanziario) rappresentano prevalentemente uno strumento degli aiuti di Stato che però prevedono certi oneri amministrativi e presupposti per esempio il divieto di accumulare gli aiuti provenienti da diverse fonti. Negli attuali schemi di sostegno, gestiti dalla società Borzen, risultano inserite in data ben 3190 unità con potenza nominale complessiva di 461 MW, il che rappresenta circa il 14% di tutta la potenza installata in Slovenia. All inizio del 2009, quando la Borzen prese in gestione lo schema, vi erano inserite 560 unità con potenza complessiva di 210 MW. Per tradizione, il ruolo più importante tra le fonti rinnovabili per la produzione dell energia elettrica in Slovenia appartiene all energia idrica. Oltre alle grandi centrali idroelettriche su tre anelli fluviali sloveni (i fiumi Soča, Drava e Sava), esistono più di 450 piccole centrali idroelettriche, la maggioranza delle quali è stata inserita anche nello schema di sostegno. Le centrali più datate sono saltate fuori dallo schema di sostegno, ma tuttora producono elettricità. Nella tabella sottostante sono illustrate delle dinamiche inerenti le piccole centrali nello schema di sostegno. Nel 2009, dal numero complessivo di 570 centrali presenti nello schema, ben tre quarti di queste erano le piccole centrali idriche, mentre, secondo il criterio della potenza, la quota delle centrali idroelettriche rimase inferiore al 50%. Alla fine del 2011 circa 75% di tutte le piccole centrali idriche furono fuori dallo schema di sostegno. Dopo il 2011, invece, si segnalano solo 100 piccole centrali idriche nello schema (a causa di tecnologie superate). 81

84 Tabella: Piccole centrali idriche nello schema di sostegno nel periodo Numero di centrali nello schema Potenza installata delle centrali (MW) ,7 106,4 105,8 25,5 Rimane da rilevare che l incremento del numero delle centrali nello schema è stato molto asimmetrico. Dopo il 2009, il numero delle nuove centrali idriche rimane basso, più che altro, a causa delle procedure complicate per l ottenimento dei permessi, ciò nonostante emergono però molte centrali fotovoltaiche. Mentre nel 2009 quest ultime arrivano a produrre una modesta potenza di 1,6 MW, nel 2013 raggiungono quasi i 220 MW. Un importante incremento si segnala anche nelle centrali a biogas (34 MW nel 2013), con prevalenza del biogas da biomassa, seguito dal gas da deposito rifiuti. Tabella: Trend dello schema di sostegno ( ) Anno Quantità dell energia elettrica (in kwh) Sostegni finanziari erogati secondo i contratti (in EUR, IVA esclusa) Sostegno medio (in EUR/kWh) 0, , , ,02434 Dalla tabella sopra si evince che le risorse finanziarie necessarie per l erogazione di contributi a sostegno sono in notevole aumento, infatti, sempre più centrali si inseriscono nello schema, quindi i beneficiari di cospicui incentivi (in prevalenza le centrali fotovoltaiche), mentre la quantità di 82

85 produzione registra una stagnazione. Infatti, una centrale fotovoltaica media produce fino a 4 volte meno energia all anno di una piccola centrale idrica. Osservando attentamente la tabella sotto si nota che sono proprio le centrali fotovoltaiche cui vengono erogati quasi la metà dei sostegni. Tabella: Energia prodotta e sostegni finanziari erogati nel 2012 secondo le tipologie delle centrali Energia prodotta (GWh) Quota dell energia (%) Tipologia dell impianto Sostegno (mio EUR) Quota del sostegno (%) Centrali idroelettriche 100,6 5,8 6,5% 15,4% Centrali fotovoltaiche 121,4 38,2 42,5% 18,6% Centrali eoliche >0 >0 >0 >0 Centrali a biogas 150,6 18,3 20,4% 23,0% Centrali a biomassa 80,9 8,7 9,7% 12,4% Cogenerazione a combustibile fossile 199,0 18,4 20,5% 30,4% Altro 1,5 0,4 0,4% 0,2% TOTALE 654,0 89,8 100,0% 100,0% Anche nel 2013 si prevede la continuazione di questo trend e così di seguito, quando i pagamenti supereranno i cento milioni di Euro. Quando nuove centrali sono inserite nello schema, viene loro erogato un contributo di sostegno per 15 (FER) rispettivamente per 10 anni (coproduzione dell energia elettrica e del calore). La situazione delle centrali cambia in continuazione, poiché le nuove centrali entrano nel sistema (completata la costruzione e ottenute la rispettiva dichiarazione e la delibera sulla concessione del sostegno, quest ultima rilasciata dall autorità di competenza l agenzia pubblica per l energia), mentre delle altre lo abbandonano. In questo modo chiaramente si crea la 83

86 cosiddetta inerzia del sistema, che significa che i finanziamenti aumenteranno anche nel futuro. Questo fatto contraddistingue sia il nostro schema, come anche gli altri schemi, dove si eseguono i pagamenti in base alla produzione effettiva durante un lungo periodo. In ogni caso, la Slovenia non si distingue dagli altri paesi con i sistemi simili. I risultati e i problemi sono simili, come per esempio il notevole incremento delle centrali fotovoltaiche oppure la crescita veloce delle risorse necessarie per l erogazione dei sostegni. La Slovenia però ha una specificità la totale assenza degli impianti eolici. I motivi sono da cercare nuovamente fuori dallo schema di sostegno, poiché gli incentivi offerti sono adeguati. Le difficoltà si creano soprattutto nella collocazione territoriale degli impianti eolici rispettivamente nell ottenimento dei permessi. Come da Rapporto sul progresso, redatto in conformità a quanto previsto dalla Direttiva sulle Fonti rinnovabili (2009/28/ES), che alla fine del 2011 la Slovenia trasmise alla Commissione Europea, nel 2009 la quota delle fonti rinnovabili raggiunge il 33,8%, mentre nel 2010 è di 32,2%. La quota complessiva di FER (quota del consumo finale lordo di energia), invece, risulta essere cresciuta dal 18,99% al 19,9%, non solo per quanto riguarda l elettricità. È evidente che si debba fare ancora molto per raggiungere entro il 2020 il traguardo del 25% delle fonti rinnovabili nel consumo lordo finale di energia. Lo schema di sostegno rappresenta per una scarsa e dispersiva produzione dell elettricità da fonti rinnovabili indubbiamente uno degli strumenti per il raggiungimento di questo traguardo. Viste le esperienze slovene e quelle fatte all estero, tali schemi necessitano soprattutto di stabilità e prevedibilità. Negli anni passati in molti paesi europei questo non è stato sempre il caso e, in parte, neanche in Slovenia. La stabilità è qui intesa in senso dello sviluppo equilibrato e non in senso secondo cui niente deve cambiare. Al contrario, si deve cambiare e cambieranno ancora molte cose, sia l ammontare dei contributi di sostegno, come anche gli altri parametri. 84

87 La sicurezza energetica della Serbia S.E. Ana Hrustanovic Ambasciatore della Repubblica di Serbia in Italia Rade Berbakov Primo Consigliere dell Ambasciata della Repubblica di Serbia in Italia La sicurezza energetica di un paese non si può analizzare separatamente dalla regione in cui esso si trova, né separatamente da una più larga comunità internazionale a cui appartiene geograficamente o in altro senso. Quando si parla di questo argomento, analizzando la sicurezza, sia di rifornimenti di energia attuali che quelli futuri, della Serbia, occorre osservare la posizione del nostro Paese in un contesto più ampio di sicurezza dei rifornimenti della Regione in cui si trovano i paesi membri dell UE (Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Croazia) e i paesi che un giorno diventeranno membri dell UE (Macedonia, Bosnia ed Erzegovina, Albania, Montenegro). In generale, la sicurezza energetica di un paese è legata in modo inscindibile alle risposte alle seguenti domande: - si produce sufficiente quantità di energia? - ci sono delle riserve di energie nei casi di complicanze nei rifornimenti nel mercato? - esistono canali alternativi di rifornimenti nel caso che i canali esistenti siano insufficienti o interrotti? - esistono dei contratti flessibili sui rifornimenti? - è possibile effettuare la sostituzione di una fonte di energia con un altra? - quanta energia può essere risparmiata ovvero quale è l efficienza energetica? Come è noto, la sicurezza energetica è diversa per i diversi campi energetici, gas, petrolio, energia elettrica, e via dicendo. 85

88 La sicurezza dei rifornimenti di gas Quando si parla dei rifornimenti di gas, l intera Regione di cui fa parte la Serbia al momento è altamente dipendente dalle consegne di gas dalla Russia. L aumento di produzione di gas, il quale presumibilmente è possibile realizzare nei paesi della Regione, come soluzione per la diminuzione di questa dipendenza non è un opzione realistica. D altronde, è possibile in futuro diminuire la dipendenza della Regione dai rifornimenti di gas dalla Russia a seguito della costruzione del rigasificatore (terminal LNG), e a seguito della costruzione di nuovi gasdotti, i quali trasporteranno il gas dall Azerbaigian. Tuttavia, questo scenario non è fattibile prima del La Serbia che attualmente consuma circa 2,3 miliardi di m 3 di gas, provvede al 20% di questa quantità dai giacimenti nazionali, mentre sopperisce al residuo 80% con l importazione dalla Russia. Da questo dato si deduce che provvedere ai rifornimenti sicuri di questa fonte di energia è di importanza strategica per la Serbia. Come esempio di quello che può succedere ad un paese se non provvede tempestivamente alla diversificazione dei rifornimenti, può essere indicato il caso del 2010 quando, a seguito del contenzioso di gas tra la Russia e l Ucraina, una buona parte dell Europa fu esposta alla grande carenza di gas. A questa crisi furono particolarmente esposti paesi che non dispongono di stoccaggio di gas naturale in sotterraneo, come fu, all epoca il caso della Serbia. Oggigiorno, la Serbia dispone dello stoccaggio di gas naturale in sotterraneo Banatski dvor, di capacità di 450 milioni di m 3, il quale aumenta notevolmente la sicurezza energetica del paese. Si pianifica la costruzione di un altro stoccaggio di gas naturale in sotterraneo Srpski Itebej. Una delle priorità della Serbia ai fini di un futuro sviluppo del mercato di gas e di conseguenza dei sicuri rifornimenti dello stato con questa fonte di energia è la costruzione del gasdotto South Stream. A questo scopo, l impresa pubblica Srbijagas ha stipulato, nel 2010, l accordo sulla costituzione di un impresa congiunta con la Gasprom russa. Con questo 86

89 Accordo la Gasprom è diventata l azionista maggioritario con il 51% di azioni, mentre la Srbijagas è proprietaria della parte rimanente del 49%. Il compito della società congiunta è di progettare, di costruire e di gestire il tratto del gasdotto South Stream che si troverà sul territorio della Serbia. Ci si aspetta che la costruzione del tratto del South Stream sul territorio serbo potrebbe iniziare a fine anno corrente, e che la parte russa potrebbe finanziare il progetto, valutato a 1,7 miliardi di euro. Se questo modo di finanziare la costruzione viene accordato, la Serbia risarcirebbe l investimento al Gasprom al momento dell inizio del trasporto di gas, dalle tasse di trasporto riscosse (transport duty). Oltre alla costruzione di questa grande infrastruttura di gas, per la Serbia è di estrema importanza anche l interconnessione con i gasdotti esistenti della Regione. In questo senso, il collegamento a doppio senso con la Romania e con la Bulgaria rappresenta la priorità e i progetti ai quali la Serbia è molto interessata. Allo stesso modo, sono previste anche le possibilità di interconnessione del braccio principale del South Stream con la Bosnia ed Erzegovina e con la Croazia. La sicurezza dei rifornimenti di petrolio Riguardo ai rifornimenti di petrolio, la Regione a cui appartiene la Serbia come nel caso dei rifornimenti di gas manifesta una grande dipendenza dalle esportazioni. Attualmente la Regione si rifornisce dall oleodotto JANAF (dal quale si riforniscono la Croazia, la Serbia, la Bosnia ed Erzegovina), dall oleodotto Salonicco-Skopje (i rifornimenti della Macedonia) e dall oleodotto Drzba (i rifornimento dell Ungheria e una parte della Croazia). La Romania e la Bulgaria si riforniscono tramite i porti del Mar Nero. Un eventuale aumento della produzione di petrolio grezzo dalle fonti nazionali non può avere alcun impatto significativo sul cambio della posizione strategica dei paesi della Regione. Il che significa che anche in futuro essi dipenderanno dall importazione di petrolio grezzo e che come tali dovranno pianificare la loro politica energetica. 87

90 Considerata questa situazione, le possibili direzioni ai fini della diversificazione dei rifornimenti di petrolio con l obiettivo dell aumento della sicurezza energetica, nonché dell abbassamento del prezzo del trasporto di petrolio grezzo verso la Repubblica di Serbia sono i seguenti: - lo sviluppo dei nuovi progetti di infrastruttura (Oleodotto paneuropeo PEOP Costanza-Pancevo-Omisalj-Trieste); - interconnessione dei bracci dell oleodotto dalla Romania con le raffinerie di Pancevo (Pancevo-Ploesti); - l ottimizzazione del totale dei costi di trasporto per i rifornimenti dall oleodotto Druzba. Si parla da tanti anni della costruzione dei suddetti oleodotti. In questo momento non esistono precise scadenze relative all inizio della costruzione di questi oleodotti. In ogni caso, non è realistico aspettarsi che la loro realizzazione inizi nei prossimi anni. Anzi, si pone, sempre più spesso, la domanda della fattibilità della costruzione dell Oleodotto Paneuropeo PEOP, ovvero dell oleodotto che dovrebbe essere costruito sul tratto lungo la linea Costanza-Pancevo-Omisalj-Trieste. Nel momento in cui fu proposta la costruzione del PEOP e quando furono fatti gli studi sulla sua costruzione (la prima metà del decennio scorso), la situazione sul mercato di petrolio era completamente diversa. Il consumo di petrolio grezzo in Europa era molto maggiore, il prezzo di petrolio era più basso, e la politica energetica dei paesi che dovevano essere la destinazione finale era notevolmente diversa. Quanto all altro progetto, ovvero l interconnessione delle raffinerie serbe Pancevo e Novi Sad con l oleodotto rumeno esistente, le possibilità per la loro realizzazione sono un po migliori. A conferma anche il fatto che il pacchetto maggioritario della NIS (Naftna industrija Srbije Industria Petrolifera della Serbia) è stato venduto nel 2009 alla Gasneft russa, la quale attraverso grandi investimenti nelle raffinerie e in tutta l industria petrolifera della Serbia dimostra una palese intenzione di diventare il leader dell industria petrolifera di questa parte dell Europa. Per la realizzazione di questi progetti di business l interconnessione dell oleodotto con la Romania potrebbe incidere parecchio, dato che in questa maniera si 88

91 provvederebbe ai rifornimenti del mercato serbo di petrolio grezzo in modo alternativo. In questo per la Serbia è di estrema importanza anche la realizzazione del Contratto sulla Comunità Energetica, il quale prevede che i membri debbano implementare la Direttiva 119/2009/UE al più tardi entro il 1 gennaio Questa Direttiva impone ai paesi membri di stabilire delle obbligatorie riserve di petrolio e/o derivati del petrolio. Riguardo all implementazione della Direttiva, la Serbia ha intrapreso delle misure verso il processo della stabilizzazione di un quadro di leggi per la costituzione delle riserve obbligatorie, nonché dello stoccaggio di attuali riserve di petrolio e di derivati del petrolio, nelle attuali capacità di stoccaggio. Affinché si adempia alla summenzionata Direttiva nei tempi preposti, occorre fare dei significativi investimenti nelle capacità di stoccaggio, nonché per i rifornimenti di petrolio e di derivati del petrolio. La sicurezza nel campo elettroenergetico La Serbia ha adottato la legge sull energia ad agosto 2011, completamente adeguato alle Direttive 2003/54/UE, 2005/89/UE, 2005/89/UE. Nel 2011 la Serbia (senza il Kosovo e Metohija) ha speso GWh, ha importato 1792 GWh e ha esportato 2033GWh. In questo modo è stato realizzato il saldo positivo di 241GWh, mentre il saldo della Regione, per lo stesso anno, è stato negativo (-5860 GWh). La EPS (Elektro privreda Srbije Impresa di energia elettrica della Serbia), nelle sue proiezioni (tabella 1), ha fatto le previsioni del consumo lordo, per il periodo entro il 2017, per il territorio di consumo della Repubblica di Serbia. Queste proiezioni prevedono che nei prossimi anni sarà necessaria l importazione di energia elettrica in Serbia, visto che l EPS non potrà, con le capacità attuali, a sopperire al consumo del paese. La carenza di energia si riferisce al periodo invernale, mentre un eventuale surplus nel periodo estivo si potrebbe esportare conformemente alla situazione sul mercato regionale. 89

92 Tabella 1. La proiezione del consumo lordo della Repubblica di Serbia entro il ТWh Consumo/Consumo lordo Possibile importazione/acquisto Come già accennato, la situazione sul mercato elettroenergetico della Serbia è inscindibile dalla situazione della Regione. La Regione attualmente non dispone di sufficiente energia elettrica, e il deficit energetico diminuisce solamente negli anni con l idrologia favorevole, come avvenne nel La situazione è particolarmente critica d inverno. Mediamente, nella Regione, negli ultimi 7 anni, sono mancati da 1,5 a 10 TWx all anno. Il che significa che la sicurezza energetica della Regione, e dunque anche della Serbia, può essere sempre minacciata dalle condizioni meteo (l esempio del febbraio del 2012). Negli anni in cui la Regione non gode delle condizioni meteo positive, ovvero quando ci sono poche piogge, l unica difesa del sistema energetico sono le riduzioni dell energia elettrica. La situazione totale energetica in questa parte dell Europa è tanto più negativa se si includono la Grecia, l Italia e la Moldavia, paesi che tradizionalmente tendono verso il mercato della Regione dove fanno lo scambio di energia. Dal punto di vista della Serbia, la soluzione del problema del deficit di energia elettrica può essere analizzato a breve e a lungo termine. A breve termine (4-5 anni in anticipo) la soluzione è l aumento delle capacità di trasmissione affinché la Regione possa importare maggiori quantità (direzione nord e direzione ovest). A lungo termine (5-10 anni a partire da oggi), solamente la costruzione delle nuove capacità di costruzione nella Regione provvede alla sicurezza energetica della Regione come entità. In pratica, in questo momento, la Regione scarseggia di almeno 1000 MW di capacità produttive. 90

93 Quanto ai nuovi progetti elettroenergetici, per la Serbia sono di rilevanza strategica l aumento delle capacità della centrale di gas TE-TO Novi Sad di 230MW, nonché la costruzione delle centrali reversibili Bistrica di 720MW e Derdap 3 di 2400MW. Tutte queste centrali potrebbero essere attive entro il 2020, nel caso che si trovino i mezzi per finanziare tali progetti. Per quanto riguarda le interconnessioni a lungo raggio, la situazione della Serbia è positiva, il che non è del tutto caso della Regione. Per la Serbia anche la costruzione dell interconnessione Serbia Montenegro Italia che dovrebbe essere costruita dalla TERNA - è di particolare rilievo. Lo stato di fatto sugli altri aspetti della sicurezza energetica e le conclusioni Da quanto esposto sopra si può dedurre che la situazione attuale riguardo alla sicurezza energetica della Regione e della Serbia non è al livello invidiabile. Oltre all analisi della sicurezza di gas, petrolio ed elettroenergetica, esistono anche altri aspetti che condizionano la sicurezza energetica della Serbia. Uno degli aspetti è anche il commercio di energia. Esso si svolge tramite i venditori, e la borsa di energia elettrica, di gas e di petrolio non è sviluppata, e pertanto non esistono nemmeno dei contratti flessibili sui rifornimenti. La Regione dipende da un unico fornitore di gas il quali offre è vero dei contratti a lungo termine sui rifornimenti di gas, ma i quali non sono forse con eccezione nel caso della Serbia particolarmente flessibili. Infatti, si basano sulla formula petrolifera e sul principio pieno per vuoto. Considerato questo fatto, forse i paesi della Regione dovrebbero prendere in considerazione un approccio congiunto all atto dell acquisto di gas alfine di ottenere l abbassamento del prezzo. Dal punto di vista dei rifornimenti di petrolio grezzo e di derivati del petrolio, alcuni effetti si potrebbero ottenere acquistando le concessioni petrolifere, e la Serbia potrebbe aspettarsi un particolare beneficio dalla costruzione dell oleodotto da Ploestij fino a Pancevo. Alcuni minori effetti si potrebbero ottenere anche con l aumento della produzione 91

94 nazionale. Occorre prestare una particolare attenzione alla possibilità di concludere dei contratti flessibili a lungo termine sui rifornimenti di petrolio, il che non avviene al momento. D altra parte, la possibilità di rifornimenti dei derivati del petrolio nel caso della crisi è soddisfacente e attualmente non rappresenta un pericolo a scapito del sistema energetico dei paesi, nonostante le scorte delle riserve obbligatorie non sono sufficienti. Esiste un numero consistente di raffinerie e il surplus delle capacità nella Regione e nei dintorni, il che permette una certa flessibilità. Tuttavia, la chiave della sicurezza energetica della Serbia e dell intera Regione sta nelle capacità produttive di energia elettrica. Esistono potenzialità affinché la Serbia e l intera Regione producano una quantità sufficiente di energia che adempia al proprio fabbisogno. I progetti esistono ma generalmente mancano i mezzi finanziari per la loro realizzazione. In questo campo gli effetti maggiori si potrebbero realizzare con la costruzione delle centrali elettriche reversibili e un po di meno con la costruzione di centrali a gas per gli interventi in casi di eccessivo carico e delle condizioni idrologiche negative. Il paese che investirà per primo e che costruirà le centrali elettriche mancanti della potenza di 1000 MW e che investirà nelle centrali idroelettriche reversibili, potrà ottenere un vantaggio strategico rispetto agli altri paesi della Regione. Chi per primo completa la carenza del mercato sfrutterà i benefici della legge dell offerta e della richiesta. Al contempo, l interconnessione della Regione deve essere rafforzata tramite le costruzioni aggiuntive delle condotte di interconnessione. Un argomento collegato alla sicurezza energetica è l efficienza energetica la quale, in Serbia e nella Regione, globalmente parlando, è di livello più basso in Europa. Proprio questo segmento rappresenta un grande potenziale, visto che è sempre più economico risparmiare che produrre energia. Bisogna sottolineare che gli investimenti nella produzione di energia di fonti alternative e rinnovabili di energia, in Serbia e nella Regione, attualmente solamente agli inizi, in futuro aumenteranno la sicurezza energetica della Regione. 92

95 Infine, bisogna sottolineare che la visione della Serbia è che il suo settore energetico sfrutti una posizione geografica favorevole del Paese e che in questo modo diventi un vero traino dello sviluppo del Paese. Il Ministero dell Energia, dello Sviluppo e della Tutela dell Ambiente ha avallato la Bozza della Strategia di sviluppo energetico della Serbia entro il 2025, con le proiezioni entro il Secondo questa strategia, è previsto che la Serbia, entro il 2020, produca dalle fonti rinnovabili all incirca il 27% di energia totale, e che aumenti la sua efficienza energetica del 9%, e inoltre si pianifica il proseguimento della liberalizzazione del mercato di elettricità e di gas. Ormai si stanno intraprendendo le misure per aumentare la sicurezza energetica ed ecologica. Nei prossimi anni saranno costruite nuove centrali idroelettriche, termoelettriche, impianti per le fonti rinnovabili di energia e si presterà particolare attenzione all aumento dell efficienza energetica. 93

96 Nuovi Scenari Energetici: un occasione per l Europa Carlos Pascual Inviato Speciale per Energia USA Viviamo un'epoca di profondi cambiamenti nel settore dell'energia. Il concetto di domanda e offerta che molti di noi avevano in mente - i Paesi dell'area OPEC producono il petrolio che i Paesi sviluppati consumano - è ormai superata. Le innovazioni tecnologiche hanno permesso agli Stati Uniti di diversificare il proprio bacino di fonti di energia, una combinazione di iniziative green e significativi aumenti nella produzione di petrolio e gas naturale ha dato un grande contributo al rafforzamento della nostra sicurezza energetica nazionale. Tuttavia la nostra sicurezza energetica è legata a quella globale, e in particolare a quella europea. Sosteniamo l'impegno dell'europa per la diversificazione geografica delle sue fonti energetiche, per l'incremento di produzione sia di rinnovabili che di idrocarburi, per la modernizzazione dei suoi programmi nucleari e per la sua accresciuta efficienza energetica, il tutto mentre ricerca una maggiore integrazione del mercato europeo dell'energia. La tecnologia, l'imprenditoria, una buona regolamentazione e i prezzi per l acquisizione delle materie prime hanno radicalmente ridotto la dipendenza degli Stati Uniti dall'importazione di petrolio, e modificato la geografia dell'energia. Questo cambio fondamentale accresce la stabilità geopolitica (o sicurezza nazionale), favorisce la crescita economica a livello globale e, se gestito correttamente, può avere un impatto positivo sui cambiamenti climatici. L'Italia ha riconosciuto questo cambiamento quando ha stabilito come prioritario diversificare i paesi, le rotte e i flussi di approvvigionamento, nonché a diversificare la combinazione stessa delle fonti energetiche (fossile, rinnovabile), con l'obiettivo di rafforzare il suo ruolo di "energy hub" che metta in collegamento Africa, Europa centrale ed orientale e Asia. L'Italia ha accettato la sfida dell'unione Europea di ridurre le 94

97 emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990, aumentando del 20% il risparmio energetico ed incrementando fino al 20% il consumo di energia rinnovabile (l Italia ha raggiunto il 17%) entro il Infine, il governo italiano ha recepito il Terzo Pacchetto Energetico UE, che ha introdotto modifiche alle leggi del mercato interno volte ad ottimizzare la funzione e rafforzare l'integrazione di energia elettrica e gas. Sia l'italia che gli Stati Uniti comprendono che il concetto stesso di sicurezza energetica è cambiato notevolmente. Partiamo da alcuni dati. La United States Energy Information Agency (l'agenzia statunitense per l'energia) ha calcolato che presto la Cina prenderà il posto degli Stati Uniti diventando il primo importatore di petrolio al mondo. L'Agenzia internazionale dell'energia stima che gli USA potrebbero diventare il più grande produttore di petrolio, superando l'arabia Saudita, entro la fine del decennio. La produzione statunitense di petrolio è aumentata del 35% negli ultimi cinque anni. Solo nell'ultimo anno è aumentata di oltre un milione di barili al giorno. Se a questo aggiungiamo le misure adottate per incrementare l'efficienza energetica e ridurre il consumo, oggi gli Stati Uniti dipendono dalle importazioni per un valore inferiore 40% della produzione petrolifera interna. Questa cifra si attestava al 60% nel Quanto al gas naturale, abbiamo aumentato la produzione del 25% negli ultimi cinque anni. È il risultato della shale revolution, che ha dimostrato che trasformare radicalmente la produzione di gas e petrolio è possibile. Grazie a questa trasformazione, gli esperti anziché soffermarsi sulle importazioni di gas naturale per far fronte ai bisogni energetici americani, adesso riferiscono che disponiamo di forniture di gas sufficienti per i prossimi 250 anni. Già adesso i Paesi non-ocse consumano più energia di quelli OCSE. Questa tendenza avrà un accelerazione man mano che i Paesi industrializzati aumenteranno la loro efficienza energetica ed incrementeranno l'uso di energie rinnovabili, mentre i Paesi in via di sviluppo accresceranno l'uso di energia parallelamente alla crescita delle loro economie e ai miglioramenti nella qualità della vita. Il Dipartimento di Stato ha creato un Energy Resources Bureau nel 2011 per analizzare l'impatto dei flussi 95

98 energetici sulla geopolitica e per sviluppare delle strategie volte ad assicurarne l'accesso agli Stati Uniti ed ai nostri alleati in tutto il mondo. Ma quali sono le conseguenze geopolitiche di questi cambiamenti recenti, ma storicamente significativi, nel panorama energetico? Innanzi tutto, la maggiore autosufficienza energetica non cambia l'impegno degli Stati Uniti per la sicurezza globale, per la pace e la stabilità nel Medio Oriente, e la sicurezza delle nostre rotte di transito internazionali. C è chi salta alla conclusione che autosufficienza energetica significa che gli Stati Uniti si disinteresseranno delle questioni energetiche globali. C è anche chi ha chiesto espressamente "Gli Stati Uniti si tireranno fuori dalla questione della sicurezza energetica globale?" La risposta è "No". È nel nostro interesse continuare a partecipare alle discussioni e agli sforzi per promuovere la sicurezza energetica globale. Il petrolio è una materia prima globale. Qualsiasi interruzione delle forniture ne farebbe aumentare i prezzi a livello globale e il prezzo che paghiamo per l'energia (nel nostro Paese). Eventuali disfunzioni danneggerebbero le economie e il benessere di tutti i Paesi, con un impatto diretto anche sul benessere degli americani. Gli Stati Uniti hanno dimostrato chiaramente il loro impegno quando si sono uniti all'italia e agli altri alleati NATO nel sostenere una transizione democratica in Libia. Oggi lavoriamo in stretta collaborazione con l'italia, e non solo, per portare stabilità in Libia, migliorare le condizioni di vita e incoraggiare un rapido ritorno alla piena produzione del settore petrolifero e del gas. Nel corso dei prossimi anni la più grande domanda di energia in tutto il mondo arriverà dalle economie emergenti. Brasile, Cina, India, Sud Africa ed altri Paesi saranno i motori chiave della domanda e sono anche tra i nostri principali partner commerciali: sono Paesi che dettano il ritmo dello sviluppo a livello regionale. Non possiamo non interessarci di come questi Paesi supervisionano i loro settori energetici, perché farlo in maniera trasparente e con stabilità contribuisce alla stabilità non solo dei mercati del petrolio ma anche di Paesi ed intere regioni. Dobbiamo cambiare il nostro di modo di pensare la sicurezza energetica e il suo rapporto con la politica 96

99 estera e la sicurezza nazionale, dobbiamo riconoscere che ciò che accade nei mercati energetici in ogni parte del mondo ha delle conseguenze dirette su di noi. Abbiamo visto le conseguenze geopolitiche dei cambiamenti nell'energia globale con l imposizione di sanzioni al regime iraniano. Nel corso dell'ultimo anno queste sanzioni hanno prodotto una riduzione delle esportazioni iraniane pari a 1 milione di barili, portandole a 1,5 milioni di barili al giorno, con un impatto di 3-4 miliardi di dollari al mese. Anche l'italia ha contribuito nell'attuazione di queste sanzioni, e l'ha fatto ad un costo relativamente alto per i suoi stessi interessi commerciali. Allo stesso tempo, abbiamo visto interruzioni di forniture per altri 900 mila barili al giorno. Una delle principali ragioni è la disponibilità di forniture alternative. Ma più di tutto, gli Stati Uniti hanno incrementato la produzione di petrolio di quasi un milione di barili al giorno. Questo aumento della fornitura è stato fondamentale per bilanciare domanda e offerta nei mercati globali. Abbiamo detto con chiarezza all'iran che abbiamo la politica del doppio binario, negoziati e pressione. Il nostro obiettivo è che l'iran sia trasparente sul suo programma nucleare. Siamo impegnati per il dialogo, ma allo stesso tempo per esercitare pressione se il dialogo non avviene. Come abbiamo discusso le sanzioni con i Paesi che importavano petrolio dall'iran? Abbiamo avviato una discussione sui mercati globali, non abbiamo detto loro cosa fare. Piuttosto abbiamo esaminato le possibilità di mercato. Abbiamo parlato dei benefici derivanti dalla diversificazione dell'approvvigionamento, e a seguito della discussione ogni Paese ha preso la sua decisione riguardo i passi successivi da intraprendere. Diversificare le forniture aiuterebbe anche l'italia ad abbassare i suoi costi energetici, che attualmente sono tra i più alti in Europa. Questo accrescerebbe la competitività economica del Paese in Europa e nel mondo. Perseguire un obiettivo fondamentale di sicurezza nazionale - ovvero prevenire un Iran dotato di armi nucleari - ha richiesto discussioni dettagliate sugli equilibri energetici globali. Nel 97

100 mondo in cui viviamo oggi, le questioni di sicurezza e quelle di politica energetica sono diventate strettamente interconnesse. Abbiamo inoltre visto profondi cambiamenti nel mercato globali del gas naturale. Diversi Paesi in tutto il mondo guardano alla rivoluzione in atto negli USA, per via dello sviluppo dello shale gas ed altri gas non convenzionali, e stanno valutando se ripetere l esperienza nel proprio territorio. I mercati regionali stanno prendendo forma man mano che il commercio di gas naturale liquefatto cresce e diventa un'alternativa ai gasdotti point to point. Il prezzo del gas naturale comincia a dipendere da fattori diversi dal solo prezzo del greggio. Con il consolidamento di queste tendenze, i cambiamenti nei mercati globali del gas avranno un impatto fondamentale sulla geopolitica e sulla sicurezza internazionale. Alcune delle prime conseguenze geopolitiche dell espansione del gas negli Stati Uniti sono già emerse in Europa. Non importiamo più grandi quantità di GNL da Paesi come il Qatar e Trinidad e Tobago, come avevamo previsto. Tali quantità sono state invece reindirizzate verso altri mercati, Europa compresa. Le importazioni europee di GNL sono triplicate nell'ultimo decennio. Triplicate. Se sommiamo l'accresciuto commercio di GNL con le misure anti-monopolio che l'italia e la UE hanno implementato per assicurare l'accesso da parte di terzi e per richiedere che i gasdotti possano muoversi da ovest ad est e da nord a sud, quello che emerge è un mercato competitivo. Ciò ha permesso alle utenze dell'europa occidentale di rinegoziare i loro contratti di fornitura con Gazprom per ridurre i prezzi e migliorare le condizioni fiscali. Tale sviluppo ha avuto un impatto cruciale sull'area: oggi l'europa ha una sicurezza energetica maggiore di quanto non lo fosse dieci anni fa. Il deciso sostegno dell'italia verso la Trans-Adriatic Pipeline (TAP) è un esempio concreto del suo passaggio dalla dipendenza da un singolo fornitore a una gamma di fonti più diversificata e sicura. Come ha sottolineato recentemente il Sottosegretario agli Esteri Marta Dassù, il TAP è un progetto importante per rafforzare la sicurezza energetica dell'italia, così come dell'europa, e che potrebbe contribuire alla diversificazione delle forniture di energia per l'europa sud- 98

101 orientale e per i Balcani. Predisponendo un canale per il trasporto del gas dal giacimento di Shah Deniz in Azerbaijan al sud Italia, e poi all'europa, il TAP fornisce un accesso diretto al mercato UE per il gas azero e concorrenza diretta ai fornitori già esistenti. L'immediato futuro porterà dei cambiamenti ancora più profondi nei mercati globali del gas. L'aumento dell'offerta non verrà solo dagli USA: la produzione off-shore di gas di Israele aumenterà rapidamente, invertendo la storica dipendenza di Israele da combustibile d'importazione. Nuovi e grandi giacimenti verranno messi in funzione in Australia nel Le più grandi scoperte di gas naturale dell'ultimo anno sono state in Mozambico (una scoperta dell'italiana ENI e della compagnia americana Andarko) e in Tanzania. La Norvegia ha scoperto il suo più grande giacimento di gas naturale dal 1942 e la Russia ha annunciato l intenzione di produrre mille miliardi di metri cubi di gas entro il Oltre all'aumento della produzione di gas naturale, stiamo assistendo anche ad un incremento nel commercio di GNL. I mercati mondiali del gas stanno crescendo del 3% l'anno, mentre il mercato del GNL cresce tre volte più velocemente, accrescendo le potenzialità del commercio globale di gas naturale e riducendo l'importanza dei mercati monopolistici point-to-point rappresentati dai gasdotti. Il commercio internazionale del gas sta letteralmente diventando più fluido. In che modo possiamo mettere insieme la rapida crescita della domanda da parte delle economie asiatiche emergenti con l'altrettanto rapida crescita dell'offerta di gas naturale? In base all'esperienza europea notiamo l'importanza di investire nel hardware e nel software del commercio internazionale. Servono investimenti nelle infrastrutture, compresi i terminali di GNL e gasdotti interconnessi; ma serve anche uno sviluppo di quello che io chiamo il "software" del commercio, ovvero un clima economico che incoraggi gli investimenti, forti misure antimonopolio e requisiti di accesso per Paesi terzi in grado di promuovere la concorrenza. Con le giuste strategie, possiamo cambiare il modo in cui il gas sarà utilizzato in futuro. Possiamo aumentare la stabilità e 99

102 l'incidenza dei mercati del gas facendo sì che tali mercati siano soggetti ad una concorrenza equa e trasparente, cosa che non abbiamo visto spesso in passato. Quando i mercati funzionano bene, senza forzature, monopoli e senza sussidi, l'offerta incontra la domanda e le risorse energetiche mondiali raggiungono la loro destinazione più funzionale. Inoltre, se le economie asiatiche in crescita avvieranno la transizione dal carbone e dal costoso petrolio d'importazione al gas naturale - con una combustione più "pulita" ed emissioni di gas serra inferiori - ci saranno enormi benefici economici ed ambientali. Negli Stati Uniti l'abbondanza di shale gas ha fatto sì che molti generatori di energia passassero dal carbone al gas, contribuendo a ridurre le emissioni di diossido di carbonio ai livelli più bassi degli ultimi quindici anni. Lavorando allo sviluppo delle nostre risorse di shale gas, negli Stati Uniti abbiamo compreso l'importanza di discutere apertamente l impatto ambientale dello sviluppo, compresa la qualità dell'aria e dell'acqua, gli impatti sismici e le emissioni di metano. Questa consapevolezza ha messo gli Stati Uniti in una posizione che non vale solo per l oggi ma anche per il futuro. Stiamo attraversando una congiuntura davvero unica, che definisco "once in a generation opportunità". Grazie al rapido sviluppo delle risorse di idrocarburi negli USA, abbiamo l'opportunità di sostenere lo sviluppo economico, incoraggiare una maggiore concorrenza nel mercato globale e rafforzare la stabilità politica sia nei Paesi produttori che nei Paesi consumatori, affrontando allo stesso tempo le questioni ambientali e andando verso combustibili più puliti. Se riusciamo a cogliere questa opportunità, saremo in grado di far crescere le nostre economie e ad avere un impatto positivo sul pianeta. Anche l'europa ha la stessa opportunità, se continua a lavorare per costruire un mercato unico dell'energia. L'Italia è in una posizione ottima per diventare un attore fondamentale nello scenario energetico europeo se continuerà a diversificare le importazioni e a completare i progetti necessari, come i nuovi impianti di GNL e i nuovi gasdotti, che farebbero dell'italia un gas hub fondamentale per l'europa. 100

103 Unione Europea e shale gas revolution : implicazioni sulla condizione di sicurezza energetica Fabio Indeo Ricercatore Ce.Mi.S.S. La finalità che questo articolo si propone è quella di analizzare le implicazioni sulla condizione di sicurezza energetica europea derivanti da un successo della shale gas revolution, ovvero di un massiccio incremento della produzione globale di gas non convenzionale da scisti bituminosi. Infatti, un aumento della disponibilità di gas naturale sul mercato e una potenziale produzione europea di gas di scisto permetterebbero alla UE di ridurre la propria condizione di vulnerabilità in materia di sicurezza energetica. Tuttavia, una serie di fattori endogeni appare destinata a rallentare lo sviluppo di una produzione europea di gas di scisto, attenuando di fatto gli effetti positivi per la sicurezza energetica della UE. Inoltre, l'elevata domanda europea di gas manterrà sostanzialmente inalterata la dipendenza dalle importazioni, che continuerà a rappresentare una delle principali distorsioni della politica energetica europea. La cosiddetta shale gas revolution ovvero il previsto incremento della produzione di gas naturale nei prossimi decenni, trainata in larga misura dall'estrazione e dalla produzione di gas di scisto viene identificata come una sorta di "game changer" all'interno dello scenario energetico globale, in grado di influenzare e rovesciare il tradizionale equilibrio tra paesi produttori e consumatori: infatti, lo sfruttamento di queste riserve di gas definito non convenzionale potrebbe permettere ad alcune nazioni di mitigare la propria condizione di dipendenza energetica riducendo le importazioni o addirittura di raggiungere una condizione di indipendenza energetica o di diventare esportatori di idrocarburi. Uno scenario di questo tipo implicherebbe una graduale marginalizzazione geopolitica-energetica di alcune nazioni produttrici di gas naturale convenzionale - in primis la Russia - 101

104 che vedrebbero scalfito il loro tradizionale ruolo di supplier energetici. L'Unione Europea si caratterizza per un elevata domanda di gas ed una marcata dipendenza dalle importazioni: ne consegue che un aumento della disponibilità di gas naturale sul mercato e una potenziale produzione endogena di gas di scisto le permetterebbero di ridurre la propria condizione di vulnerabilità in materia di sicurezza energetica, sulla quale influiscono una serie di variabili. Partendo dal concetto di sicurezza energetica garantirsi un approvvigionamento di energia stabile, abbondante e relativamente a buon mercato si evince come la combinazione tra la forte dipendenza europea dalle importazioni di gas (67% del fabbisogno), il ristretto novero dei paesi fornitori Russia, Norvegia ed Algeria coprono da sole oltre i 2/3 delle importazioni il progressivo esaurimento delle riserve endogene (la UE dispone di soli 2,3 trilioni di metri cubi, tcm, di riserve di gas) delinei una condizione di pericolosa vulnerabilità 9. Infatti, in assenza di un efficace strategia di diversificazione geografica delle rotte di approvvigionamento e dei fornitori, una improvvisa interruzione delle forniture è destinata a pesare negativamente sulla sicurezza energetica europea, creando uno squilibrio tra domanda ed offerta. Le cosiddette guerre del gas tra Russia ed Ucraina nel 2006 e 2009 e tra Russia e Bielorussia nel 2007 costituiscono un efficace esempio, considerato che la Russia è il principale fornitore di gas per la UE (30% delle importazioni comunitarie ). Recentemente, la condizione di instabilità ed insicurezza connessa agli eventi della primavera araba ha evidenziato la minaccia di una potenziale interruzione delle forniture provenienti dal Nord Africa (soprattutto dall'algeria, terzo supplier europeo, e da Egitto e Libia, rilevanti partner energetici per l'europa meridionale) o transitanti dallo stretto di Suez, chokepoint energetico attraversato dalle importazioni di gas naturale liquido (gnl) provenienti dal Qatar, maggiore esportatore al mondo di gnl e quarto supplier europeo. 9 European Commission, "EU energy in figures", Statistical Pocketbook 2013, pp , 102

105 Le previsioni sulla crescita della domanda europea di gas sembrano destinate ad accentuare questa condizione di vulnerabilità e di dipendenza dalle importazioni. Secondo l'international Energy Agency nel 2035 la domanda UE di gas raggiungerà di 644 miliardi di metri cubi (mmc) l'anno: con una produzione domestica di circa 100 mmc (escludendo una produzione europea di shale gas) le importazioni si dovrebbero attestare sui 540 mmc 10, aggravando la dipendenza dai fornitori tradizionali, in modo particolare dalla Russia che - attraverso i gasdotti Nord e South Stream - si accinge potenzialmente a raddoppiare i volumi di gas importati nel vecchio continente. Sulla base di questi dati, è evidente che un incremento della produzione del gas di scisto assume una rilevanza strategica per la condizione di sicurezza energetica della UE, in quanto capace di ampliare l'offerta di gas sul mercato e la rosa dei potenziali fornitori: sul fronte interno inoltre, lo sviluppo di una potenziale produzione europea di gas di scisto le consentirebbe di ridurre la quota delle importazioni e la dipendenza dalle forniture estere. A seguito del successo della shale gas revolution, gli Stati Uniti hanno mutato il proprio status energetico diventando i maggiori produttori mondiali di gas (dopo esser stati i maggiori importatori di gnl), decuplicando negli ultimi 10 anni la produzione di gas di scisto 11 : la prospettiva che entro il 2016 gli Stati Uniti diventino esportatori di gas potrebbe giovare alla UE, in quanto potenziale mercato delle future esportazioni statunitensi e dei volumi di gas precedentemente importati dagli stessi Stati Uniti (Trinidad e Tobago, Qatar), attuando proficuamente la strategia di diversificazione geografica degli approvvigionamenti. Per rendere concretamente realizzabile questa prospettiva, l'unione Europea deve necessariamente 10 International Energy Agency, "Golden Rules for a Golden Age of Gas", World Energy Outlook 2012, IEA 2012, pp. 78, 81, o2012_goldenrulesreport.pdf. 11 U.S. Energy Information Administration, "How much shale gas is produced in the United States?", EIA, 7 Maggio 2013 (last revised), 103

106 raddoppiare la capacità delle proprie infrastrutture di rigassificazione, raggiungendo i 300 mmc entro il Si verrebbe così a delineare un interessante scenario di cooperazione energetica in ambito NATO, che rafforzerebbe i legami tra le due sponde dell'atlantico con l'impegno diretto degli Stati Uniti nel perseguimento della sicurezza energetica europea, divenuto da tempo un obiettivo strategico della politica estera europea e dei singoli stati membri. Questa auspicabile integrazione energetica all'interno dell'alleanza Atlantica che consentirebbe la riduzione delle importazioni provenienti da paesi non NATO verrebbe altresì consolidata attraverso la condivisione delle tecnologie avanzate e dell'esperienza maturata dalle compagnie energetiche statunitensi, in modo da sfruttare razionalmente le riserve europee di shale gas, avviandone la produzione e la commercializzazione. La UE possiede il 10% delle riserve mondiali di gas di scisto tecnicamente recuperabili, pari a 25 tcm 13,che contribuiscono a supportare le ambizioni europee volte a rafforzare la propria condizione di sicurezza energetica attraverso una produzione endogena di shale gas. Nonostante la UE sia destinata a mantenere nei prossimi decenni il suo status di importatore di gas a causa di una domanda crescente la produzione europea di shale gas risulterà utile per compensare la drastica riduzione della produzione di gas convenzionale, cercando altresì di ridurre la dipendenza dalle importazioni russe, nordafricane e mediorientali 14. Secondo l'international Energy Agency, nel 2035 la produzione europea di gas si attesterà sui 12 J. Teusch, Shale Gas and the E.U. Internal Gas Market: beyond the hype and hysteria, CEPS Working Document, No. 369, Settembre 2012, p.6, 13 Energy Information Administration, "Technically Recoverable Shale Oil and Shale Gas Resources: An Assessment of 137 Shale Formations in 41 Countries Outside the United States". EIA. Giugno 2013, p. 27, M. Kuhn, F. Umbach, "Strategic Perspectives Of Unconventional Gas: A Game Changer With Implications For The EU's Energy Security", EUCERS STRATEGY PAPER, Vol.1, No.1, Maggio 2011, p

107 165 mmc (rispetto ai 201 mmc del 2010), e sarà composta al 47% da gas non convenzionale: in questo modo, le importazioni annue sarebbero attorno ai 479 mmc, inferiori rispetto ai 540 mmc dello scenario che non prevede una produzione endogena di gas di scisto 15. La UE inoltre considera il gas non convenzionale come una fonte energetica pulita e sicura, che può supportare la transizione verso un economia e un mix energetico (per la produzione di elettricità) fondati su un ridotto impiego del carbone e sull'abbattimento delle emissioni inquinanti. Secondo la Commissione Europea deve essere tenuto in considerazione l'impatto economico e strategico relativo allo sviluppo di una produzione endogena di gas non convenzionale - o comunque geograficamente accessibile ai mercati del vecchio continente -, considerata la forte dipendenza da un ristretto novero di nazioni importatrici, i costi elevati e i rischi (geopolitici e di sicurezza) connessi al trasporto marittimo e terrestre dei volumi di gas 16. Tuttavia, esistono diversi ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo dello shale gas europeo e che mettono in dubbio la possibilità di replicare il modello statunitense: la densità di popolazione (le attività di esplorazione e di produzione del gas di scisto necessitano di vasti territori possibilmente non abitati), la scarsità di investimenti e tecnologie non all'altezza, le difformità legislative rispetto agli Stati Uniti e soprattutto problematiche ambientali connesse all inquinamento delle falde idriche (legate alle attività di fracking o fratturazione idraulica, principale tecnica estrattiva dello shale gas) e il rischio terremoti, che alimentano l opposizione popolare e di movimenti ambientalisti contro questa opzione energetica International Energy Agency, 2012, op.cit., pp.78, European Commission, "Unconventional Gas: Potential Energy Market Impacts in the European Union", Report By The Energy Security Unit Of The European Commission s Joint Research Centre, 2012, pp.5-6, gas.pdf. 17 R. Komduur, "Europe not ready for unconventional gas, yet", European Energy Review, 21 Giugno 2010, 105

108 Inoltre, si rileva come sulla questione dello sviluppo di una produzione di shale gas sia emersa all'interno della UE una frattura ideologica che contrappone la vecchia Europa (Francia, Germania) alla nuova Europa (nazioni dell'europa centrale e sud orientale), fondata su percezioni differenti rispetto alla finalità di preservare la propria condizione di sicurezza energetica. Infatti nazioni come Bulgaria, Polonia e Romania premono per promuovere lo sviluppo dello shale gas in Europa, in quanto fortemente dipendenti dalle importazioni di gas russo 18. Al contrario, la Francia - pur avendo le seconde maggiori riserve di gas di scisto in Europa - è stata la prima nazione del vecchio continente a proibire nel giugno 2011 le attività di fracking, fortemente osteggiate dall'opinione pubblica nazionale. Per quanto concerne la Germania, negli ultimi due anni il governo tedesco ha modificato la propria posizione sul gas di scisto passando da un divieto delle attività di fracking ad una sostanziale apertura, soggetta però a stringenti clausole ambientali. Nel caso tedesco, lo sfruttamento delle riserve di gas di scisto influirebbe notevolmente sulla condizione di sicurezza energetica, determinando una riduzione della forte dipendenza dalle importazioni russe, che rappresentano il 40% del totale 19. La Polonia è la nazione europea che maggiormente sostiene e promuove lo sviluppo dello shale gas: infatti, lo sfruttamento delle proprie riserve - le più grandi in Europa intaccherebbe notevolmente l'influenza economica e geopolitica di Mosca, da cui dipendono il 70% delle importazioni polacche di gas 20. Questa considerazione strategica è alla base della decisione del governo bulgaro e romeno di revocare la moratoria sulle attività di esplorazione e sfruttamento delle riserve nazionali di 18 B. Fox, Cold War politics hang over E.U. shale gas revolution, euobserver, 17 Maggio 2013, 19 International Energy Agency, 2012, op.cit., pp ; "Germany moves to allow controversial shale gas drilling", Euractiv, 28 Febbraio 2013, D. Kenarov, "Poland's Shale Gas Dream", Foreign Policy, 26 Dicembre 2012, m. 106

109 shale gas, considerando che la dipendenza di entrambe dalle importazioni di gas russo oltrepassa il 90%. Pur non facendo parte della UE, l Ucraina sembra aver puntato decisamente sullo sviluppo del suo enorme potenziale di shale gas - terze maggiori riserve in Europa attirando l interesse delle maggiori compagnie energetiche internazionali con le quali sono stati conclusi degli accordi. Nonostante l'apporto teoricamente offerto dallo shale gas per rafforzare la sicurezza energetica europea, in realtà gli effetti e i benefici di questa opzione risulteranno considerevolmente circoscritti. Le prospettive di una produzione europea di gas di scisto si scontrano con ostacoli difficilmente superabili, in primis le problematiche ambientali e i costi elevati: considerando i progressi compiuti, solo l'ucraina appare in grado di avviare una produzione nei prossimi anni, mentre la Polonia sembra dover ridimensionare le proprie ambizioni a causa delle conformazione geologica del terreno che rende complicate le attività di esplorazione e sfruttamento. Se l'auspicata cooperazione energetica in ambito NATO rappresenta una considerevole evoluzione strategica, funzionale all'esigenza di diversificazione delle rotte di approvvigionamento, in realtà in termini quantitativi l'apporto statunitense alla sicurezza energetica europea appare limitato: infatti, nel 2035 gli Stati Uniti potranno destinare all'esportazione solo 34 mmc di gas all'anno, volumi insufficienti destinati ad incidere parzialmente sul totale delle importazioni, che oscilleranno tra 479 e 540 mmc. 107

110 Sicurezza alimentare vs sicurezza energetica: conflittualità e criticità in ambito UE Silvia Bolognini Ricercatore di Diritto Agrario Università degli Studi di Udine Funzione energetica e altre funzioni demandate all agricoltura: un rapporto difficile Negli ultimi anni la funzione energetica dell agricoltura è stata riscoperta e arricchita di ulteriori contenuti. Ciò ha determinato un vero e proprio scompenso fra le richieste funzionali rivolte al settore primario e la capacità di quest ultimo di rispondere a esse in modo adeguato o, quanto meno, soddisfacente. Le conflittualità e le criticità connesse alla funzione energetica dell agricoltura possono essere comprese a pieno solo laddove vengano messe in relazione con il concetto di multifunzionalità dell agricoltura, una multifunzionalità destinata a essere ulteriormente valorizzata, come emerge tra l altro dai numerosi appelli rivolti alla PAC (tuttora) in fase di elaborazione, affinché in essa venga dato sufficiente spazio (anche) agli strumenti volti a incentivare la produzione di beni pubblici, in particolare, di quelli di carattere ambientale (il paesaggio, la stabilità climatica, la conservazione della biodiversità, la qualità e la disponibilità delle risorse idriche, la funzionalità del suolo e la qualità dell aria). In tale ottica, la sintesi delle conflittualità e delle criticità emerse in seno al sistema agroalimentare europeo in seguito all intensificarsi dell attenzione rivolta alle energie nuove e rinnovabili, nel novero delle quali possono essere incluse senz altro anche le agro-energie, è facilitata dall impiego del termine «sostenibilità». Espressioni come quelle di «sostenibilità alimentare», «sostenibilità ambientale», «sostenibilità paesaggistica», «sostenibilità idrica», «sostenibilità economica», «sostenibilità sociale», sono in grado di focalizzare i diversi profili e i molteplici ambiti in relazione ai quali il modo in cui il settore primario ha risposto, e 108

111 sta tuttora rispondendo, alla nuova missione energetica affidatagli, si è rivelato non all altezza delle aspettative. Spesso le azioni volte al soddisfacimento delle esigenze connesse all approvvigionamento energetico mediante il ricorso alle energie nuove e rinnovabili e, in particolare, alle agro-energie, sono state realizzate senza tenere sufficientemente in conto gli altri interessi pubblici ai quali l attività agricola è chiamata a contribuire, in molti casi in misura decisiva, se non addirittura determinante, il che in talune circostanze ha finito con il mettere persino a rischio il perseguimento e la tutela di tali interessi. L inadeguatezza della risposta offerta dal settore primario nell assolvere alla funzione energetica è stata oggetto di parecchie riflessioni critiche: alcune di esse si sono incentrate solo (o per lo più) su alcuni dei profili interessati dalla valorizzazione della funzione energetica dell agricoltura, com è accaduto, ad esempio, in relazione al contemperamento delle esigenze connesse alla sicurezza energetica con quelle riconducibili alla sicurezza alimentare; altre, invece, hanno assunto i toni di una vera e propria valutazione complessiva dell impatto che tale valorizzazione ha avuto (e sta avendo) sul ruolo svolto dall agricoltura nel perseguimento e nella tutela di una pluralità di interessi pubblici. In verità, il più delle volte, i profili e gli ambiti sui quali la valorizzazione della funzione energetica dell agricoltura ha inciso, si sovrappongono e si mescolano, offrendo un ulteriore conferma, da un lato, del carattere multifunzionale dell agricoltura, dall altro, dell assunto da sempre evidenziato dalle fonti primarie europee in forza del quale l agricoltura costituisce un settore intimamente connesso all insieme dell economia. E questo vale anche e soprattutto per la «sostenibilità alimentare» del possibile contributo del settore primario al soddisfacimento delle esigenze connesse all approvvigionamento energetico. 109

112 La necessità di indagare la natura delle conflittualità e delle criticità in cui si estrinseca l insostenibilità alimentare della funzione energetica demandata all agricoltura Il modo in cui le conflittualità insite nel rapporto tra la funzione energetica e le altre funzioni demandate all agricoltura e le criticità da esse derivanti sono tra loro concatenate, costringe a chiedersi quale sia la natura a esse ascrivibile: se siano congenite, ovvero radicate nelle attività in cui può estrinsecarsi il contributo del settore primario all approvvigionamento energetico; congiunturali, vale a dire riconducibili al complesso degli elementi e dei fattori che in questo periodo caratterizzano la situazione economica dell UE (e del nostro Paese, così come degli altri Stati membri) oppure, infine, sistemiche, ovverosia in qualche modo frutto delle teorie e dei principi sui quali poggia la disciplina riservata, in ambito europeo e nazionale, agli istituti e alle attività riconducibili al settore primario. Tale quesito, lungi dall essere un mero esercizio teorico, è un passaggio obbligato per l individuazione degli strumenti necessari ad assicurare una pacifica convivenza tra le molteplici funzioni assegnate all agricoltura: le criticità possono essere superate solo laddove siano chiarite le cause che le hanno determinate e laddove, sulla base di tale chiarimento, vengano poi elaborate le soluzioni più consone. Il giurista è destinato, peraltro, ad assumere posizioni concettuali differenti a seconda della risposta data a tale quesito. Se gli elementi di conflittualità che hanno determinato la crisi in atto si dovessero palesare come congeniti e, quindi, in buona sostanza inevitabili, il nodo da sciogliere sarebbe, innanzi tutto, quello relativo al ruolo giocato dal settore primario e, in particolare, dalle agro-energie nel più ampio contesto delle energie nuove e rinnovabili ai fini del raggiungimento degli ambiziosi obiettivi che l UE si è prefissata in campo energetico (anche in ragione degli obblighi assunti a livello internazionale): occorrerà chiarire se tale ruolo sia fondamentale, o no, e se il contributo del settore primario sia indispensabile, o no. 110

113 E se la risposta dovesse essere positiva come pare, in ragione dell emergenza energetica con la quale l UE è chiamata a fare i conti, occorrerà interrogarsi sul rapporto paritetico o gerarchico intercorrente tra le diverse funzioni demandate all agricoltura; il che, a ben vedere, equivarrà a interrogarsi sul rapporto paritetico o gerarchico intercorrente tra i diversi interessi pubblici sottesi a tali funzioni. In tale prospettiva, il rapporto fra agricoltura, sicurezza alimentare e sicurezza energetica, le conflittualità insite nel quale sono efficacemente rappresentate dalla locuzione «sostenibilità alimentare», si rivela emblematico. Il concetto di «sostenibilità alimentare» e il contributo del settore primario alle esigenze di approvvigionamento energetico Con l espressione «sostenibilità alimentare» delle agro-energie si è soliti indicare tanto la necessità che la preferenza accordata da un numero sempre crescente di operatori del settore primario alla produzione energetica, anziché a quella agroalimentare, non comprometta la disponibilità delle derrate alimentari e non metta conseguentemente a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari (food availability), quanto l esigenza di scongiurare il pericolo che un eventuale riduzione della disponibilità delle derrate alimentari si traduca in un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (food accessibility). A dire il vero, come si cercherà di chiarire meglio in seguito, al concetto di «sostenibilità alimentare» parrebbero potersi ricondurre anche profili attinenti alla food safety, ma non v è dubbio che con tale espressione si voglia fare riferimento in primis alla capacità di dare spazio alle energie nuove e rinnovabili e alle agro-energie senza compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari. Per verificare se effettivamente le conflittualità connesse al rapporto fra sicurezza alimentare e funzione energetica dell agricoltura sono congenite, occorre, innanzi tutto, indagare le diverse tipologie di attività in cui potrebbe estrinsecarsi il contributo del settore primario alla produzione energetica. 111

114 Com è noto, il contributo che può venire dal settore primario in termini di sviluppo delle energie nuove e rinnovabili può assumere ben tre differenti declinazioni: l agricoltura può finalizzare la propria produzione vegetale a scopi energetici, come accade, ad esempio, nel caso delle colture energetiche; può impiegare nella produzione di energia le proprie sostanze organiche di scarto, quali, in particolare, i sottoprodotti e i rifiuti di origine sia vegetale, sia animale; può, infine, destinare il suolo agricolo all installazione di impianti energetici, quali, in particolare, quelli fotovoltaici ed/o eolici. Ebbene, di conflittualità congenita si può parlare solo con riferimento a quelle attività che comportano una sottrazione del terreno agricolo alla produzione alimentare: ci si riferisce evidentemente a quelle attività che si estrinsecano nella realizzazione di colture energetiche (la colza, il girasole, la soia, il mais, ecc.), i cui frutti possono essere impiegati, appunto, per la produzione di biocombustibili, nonché a quelle attività che comportano la destinazione di terreni agricoli all installazione di impianti energetici (pannelli fotovoltaici ed/o eolici). Laddove, al contrario, l agricoltura contribuisca alla produzione di energia destinando a essa principalmente i residui agricoli di origine sia vegetale, sia animale, non essendo in tal caso necessaria la sottrazione di terreni alle coltivazioni alimentari, non solo non si può ragionare di natura congenita delle conflittualità, ovverosia di insostenibilità alimentare delle agro-energie, ma non si pone nemmeno un problema di pacifica convivenza della funzione energetica dell agricoltura con quella alimentare (nondimeno, in tale ipotesi, si potrebbe rilevare la sussistenza di conflittualità connesse alle sostenibilità ambientale, paesaggistica e idrica, delle agroenergie). L insostenibilità alimentare sarebbe configurabile, dunque, solo con riferimento alle colture energetiche e alla destinazione di terreni agricoli all installazione di impianti energetici. Solo le prime, tuttavia, possono essere ricondotte a pieno titolo nel novero delle agro-energie; l attività che si estrinseca nell installazione di impianti energetici su terreni agricoli esula dal campo dell attività di produzione agraria, in quanto prescinde dall attività di coltivazione del fondo e del 112

115 bosco e da quella di allevamento di animali. Vero è che, nel nostro ordinamento, il legislatore, seppure a fini fiscali, in presenza di taluni presupposti e mediante il ricorso formale al vincolo della connessione, ha ricondotto anche tale tipologia di attività al campo dell agrarietà un agrarietà che a noi pare debba essere definita quanto meno virtuale ; tale riconduzione, però, non solo non è corretta, ma, proprio perché effettuata ex lege, induce a propendere per la natura anche sistemica (e non solo congenita) delle conflittualità e delle criticità a essa connesse. La natura tendenzialmente congenita delle conflittualità e delle criticità connesse alla funzione energetica dell agricoltura e il rapporto gerarchico o paritetico degli interessi pubblici sottesi alle diverse funzioni demandate all agricoltura Appurata la natura congenita dell insostenibilità alimentare ascrivibile a talune delle attività in cui si estrinseca il contributo del settore primario all approvvigionamento energetico, occorre cimentarsi con l interrogativo relativo alla loro indispensabilità e alla necessità di continuare a fare affidamento su di esse per il perseguimento degli obiettivi di energy security postisi dall UE; interrogativo al quale fa da corollario la riflessione circa il rapporto paritetico o gerarchico intercorrente fra l interesse pubblico all approvvigionamento energetico e l interesse pubblico all approvvigionamento alimentare. A tal proposito, va sottolineato che l ottica dalla quale muovono le istituzioni europee e nazionali è tutto fuorché chiara e uniforme: le loro prese di posizione sembrerebbero ispirarsi a una sorta di logica di compromesso e andare più nella direzione di un contemperamento degli interessi connessi alla sicurezza energetica e alimentare a fasi alterne (che in alcuni casi premi, cioè, la prima a discapito della seconda e in altri riconosca, al contrario, alla sicurezza alimentare una posizione gerarchicamente sovra ordinata). In tale contesto il giurista non può rimanere fermo a guardare, ma deve assumere un ruolo propositivo, contribuendo egli stesso a chiarire se taluni interessi pubblici debbano o non essere reputati prioritari, 113

116 nonché richiamando l attenzione sulla pericolosità di politiche che, soprattutto con riferimento al ruolo assegnato all agricoltura, procedono per emergenze e paiono dimenticare o sottovalutare il fatto che mentre molte delle altre funzioni demandate all agricoltura possono essere in certa misura assolte anche dagli altri settori produttivi, quella alimentare è di sua esclusiva spettanza e necessita per tale ragione di un trattamento di riguardo. La funzione energetica dell agricoltura e la sostenibilità alimentare nel contesto della food security: la natura anche sistemica delle conflittualità e delle criticità Il quadro confuso che si intravede in ordine al rapporto paritetico o gerarchico sussistente tra le molteplici funzioni demandate all agricoltura, rafforza l impressione che le conflittualità insite nel rapporto fra agricoltura, esigenze energetiche ed esigenze alimentari, abbiano anche una natura sistemica e, con riferimento a taluni profili, congiunturale. Per quanto concerne la natura sistemica di dette conflittualità, è sufficiente chiedersi se la responsabilità del ritorno della food insecurity possa e debba essere addossata per intero alla produzione agro-energetica per rendersi conto che, in verità, il quadro è assai più complesso. I problemi che negli ultimi anni l UE ha dovuto affrontare in relazione all insufficiente approvvigionamento e all aumento dei prezzi delle derrate alimentari sono imputabili a una pluralità di cause, alcune di natura congiunturale, altre di natura strutturale. In questa sede ci preme osservare che le ragioni che inducono a rinvenire delle conflittualità e delle criticità nel rapporto fra sicurezza alimentare e sicurezza energetica in agricoltura risiedono nella destinazione dei terreni agricoli ad attività diverse dalla produzione alimentare. Ma, allora, non può essere passato sotto silenzio che questa non è la prima volta che il sistema agroalimentare europeo mette l operatore del settore primario nella posizione di preferire la sottrazione del proprio terreno agricolo all attività di produzione alimentare. 114

117 Il legislatore europeo, a partire dagli anni Ottanta, per far fronte al problema delle eccedenze produttive, prima, e per assolvere agli obblighi assunti in sede di WTO, poi, è intervenuto più volte sulla PAC, al fine di indirizzarla maggiormente verso traguardi e scopi differenti dalla food security, quali, in particolare, quello dello sviluppo rurale e quello della tutela dell ambiente. Finché sono stati mantenuti gli aiuti accoppiati alla produzione, il sistema si è mostrato tendenzialmente in grado di conservare una sorta di equilibrio. Al contrario, allorquando, a partire dalla riforma di medio termine, è stato introdotto il regime di pagamento unico e si è assistito, da un lato, alla riconduzione al concetto di attività agricola anche del mero mantenimento del terreno in buone condizioni agronomiche mantenimento, che di fatto, esattamente come nel caso delle colture energetiche o dell installazione di impianti energetici, comporta la sottrazione di terra alla produzione alimentare (seppure con le dovute differenze in ambito ambientale) e, dall altro, all introduzione di aiuti alle colture energetiche, il sistema ha iniziato a manifestare delle forti criticità. Certo le colture energetiche e l installazione di impianti energetici sui terreni agricoli di fatto hanno ridotto la produzione alimentare, ma se l operatore del settore primario ha ritenuto di orientarsi in tale direzione è anche perché tali attività gli sono apparse come più accattivanti e remunerative sotto il profilo economico. E ciò è successo non solo perché per lo meno inizialmente l UE e gli Stati membri hanno riconosciuto degli incentivi economici a favore di chi optasse per tali tipologie di attività, ma anche perché a partire dalla riforma di medio termine l agricoltura europea si è privata di qualsivoglia strumento di programmazione della produzione e ha lasciato completamente soli gli operatori del settore primario. Che l agricoltura europea non fosse (e probabilmente non lo è ancora) matura per una trasformazione della PAC così radicale è confermato proprio dall attrattività che gli incentivi inizialmente previsti (a livello sia europeo, sia nazionale) per le colture energetiche hanno assunto agli occhi degli agricoltori. 115

118 Attualmente, a livello sia europeo, sia nazionale, gli incentivi sono stati ridotti e rivisti; ma ciò non toglie che la destinazione dei terreni agricoli alla produzione energetica possa risultare comunque più allettante perché meno aleatoria o rischiosa. È il sistema, dunque, a dover essere ripensato e rivisto, nell ottica di dotare gli operatori del settore primario di strumenti in grado di consentire loro di prevedere l andamento del mercato, sì da orientarli nuovamente verso le produzioni alimentari. La funzione energetica dell agricoltura e la sostenibilità alimentare nel contesto della food safety: la natura anche congiunturale delle conflittualità e delle criticità Alle conflittualità insite nel rapporto fra agricoltura, sicurezza alimentare e sicurezza energetica può essere ascritta, infine, anche una natura congiunturale. Per quanto concerne nello specifico la sostenibilità alimentare, ciò trova conferma nell incidenza che le colture energetiche e la destinazione di terreni agricoli all installazione di impianti energetici sono destinate ad avere anche sulla food safety. La riduzione delle disponibilità alimentari è da più parti indicata come la prima responsabile della volatilità e dell innalzamento dei prezzi delle derrate e dei prodotti alimentari. Nella particolare congiuntura economica che stiamo vivendo, l aumento dei prezzi dei prodotti agricoli è destinato a incidere sulle abitudini alimentari dei consumatori: diversi studi hanno messo in evidenza come le scelte dei consumatori si stiano orientando con sempre maggiore frequenza verso alimenti meno costosi, ma qualitativamente inferiori. Viene allora da osservare che la riduzione delle derrate alimentari causata anche dalla funzione energetica dell agricoltura, incidendo sull aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, può contribuire a spingere ulteriormente i consumatori verso l acquisto e il consumo di prodotti alimentari che costano meno, ma che sotto il profilo nutrizionale sono meno sicuri. 116

119 Brevi considerazioni conclusive Il quadro delle conflittualità e delle criticità connesse al contemperamento delle esigenze energetiche con quelle alimentari, di certo non rassicurante, offre l occasione per rimettere in discussione alcune delle scelte fatte finora a livello politico, economico e normativo. La funzione energetica dell agricoltura deve continuare a essere valorizzata perché offre un ulteriore elemento di competitività del settore primario, ma occorre che tale valorizzazione sia accompagnata da un ripensamento delle logiche di sistema, che consentano, nei limiti del possibile, di attenuare le conflittualità congenite, di far venire meno quelle sistemiche e di ridurre considerevolmente quelle congiunturali. È necessario intervenire con una certa urgenza soprattutto sulle conflittualità di natura sistemica, che sono determinate per lo più dalle scelte effettuate dal legislatore europeo in seno alla PAC. Si ha, invero, la sensazione che, anziché essere state le conflittualità congenite a determinare le criticità in seno al sistema, siano state le criticità già presenti in seno al sistema ad accentuare le conflittualità congenite. Ammesso che, com è stato osservato, il disaccoppiamento sia un percorso a senso unico che non permette marcia indietro, diviene indispensabile individuare degli strumenti idonei a dotare l agricoltura europea della capacità di conciliare le esigenze connesse alla food security con quelle dell energy security. Certo dalle novità portate dalla tecnologia potrebbe venire un aiuto, in termini di aumento della produzione o di sostituzione di certi prodotti con altri, per ottenere non solo cibo, ma anche energia. Tuttavia, il ricorso agli OGM, al di là del fatto che pare essere più un percorso ad ostacoli che una strada in discesa, non pare essere l unico espediente possibile, né tanto meno la soluzione definitiva. Parrebbe preferibile cercare di compensare il più possibile la perdita di qualsivoglia strumento di programmazione in agricoltura: un contributo in tal senso potrebbe venire dalle associazioni dei produttori agricoli e dalle organizzazioni interprofessionali, che, allo stato attuale, potrebbero acquisire un ruolo di fondamentale importanza nell adeguamento delle 117

120 produzioni agricole alle richieste del mercato, anche nell ottica di un contemperamento delle esigenze connesse alla food security con quelle collegate alla energy security. Incentivare la costituzione e assicurare l effettiva operatività delle associazioni dei produttori agricoli e delle organizzazioni interprofessionali potrebbe rivelarsi quanto mai utile anche al fine di ovviare a quella carenza di informazioni di natura commerciale e tecnica che risulta penalizzante nel contesto di un mercato che è chiamato nuovamente a far fronte alla sfida della food security, oltre che a quella della qualità del prodotto, della tutela della salute del consumatore e della tutela dell ambiente Ormai decisamente numerosi sono i contributi dottrinali in cui viene affrontata la questione della funzione energetica dell agricoltura e delle conseguenze dalla stessa determinate: si vedano, ex multis, M. D ADDEZIO, Agricoltura e contemperamento delle esigenze energetiche ed alimentari, in Agricoltura e contemperamento delle esigenze energetiche ed alimentari, Atti dell Incontro di studi di Udine, 12 maggio 2011, rielaborati e aggiornati, a cura di M. D Addezio, Milano, 2012, p. 83 ss.; EAD., Quanto e come è rilevante l'agricoltura nel Trattato di Lisbona?, in Riv. dir. agr., 2010, I, p. 248 ss.; EAD., La responsabilità civile dell impresa agroalimentare, in Riv. dir. agr., 2011, I, p. 41 ss.; EAD., Sicurezza degli alimenti: obiettivi del mercato dell Unione europea ed esigenze nazionali, in Per uno studio interdisciplinare su agricoltura ed alimentazione, Atti del Convegno di inaugurazione dell Osservatorio sulle regole dell agricoltura e dell alimentazione (ORAAL) svoltosi a Pisa, gennaio 2010, a cura di M. Goldoni ed E. Sirsi, Milano, 2011, p. 252 ss.; EAD., Dinamiche competitive tra usi della terra destinati alla produzione di alimenti ed usi destinati alla produzione di energie rinnovabili, in Agricoltura e in sicurezza alimentare tra crisi della PAC e mercato globale, Atti del Convegno IDAIC di Siena, ottobre 2010, a cura di E. Rook Basile e A. Germanò, Milano, 2011, p. 266 ss.; EAD., Sicurezza e coordinamento delle esigenze alimentari con quelle energetiche: nuove problematiche per il diritto agrario, in Agricoltura Istituzioni Mercati, 2011, fasc. 3, p. 11 ss.; L. COSTATO, Considerazioni conclusive, in Agricoltura e contemperamento delle esigenze energetiche ed alimentari, cit., p. 167 ss.; ID., La situazione mondiale in materia di energia, materie prime, ambiente e alimentazione, in Agricoltura Istituzioni Mercati, 2007, fasc. 3, p. 13 ss.; ID., Dalla food security alla food insecurity, in Riv. dir. agr., 2011, I, p. 3 ss.; A. JANNARELLI, La nuova food insecurity: una prima lettura sistemica, in Riv. dir. agr., 2010, I, p. 565 ss.; M. GOLDONI, Utilizzazione di terreni agricoli per la realizzazione di impianti energetici: aspetti giuridici, in Agricoltura e contemperamento delle esigenze energetiche ed alimentari, cit., p. 31 s.; F. ADORNATO, Farina o benzina? Il contributo dell agricoltura a un nuovo modello di sviluppo, in Agricoltura Istituzioni Mercati, 2008, fasc. 1, p. 1 ss.; M. GIUFFRIDA, La produzione di energia da fonti rinnovabili nel quadro della PAC dopo il Trattato di Lisbona, in Riv. dir. 118

121 Sezione III La visione internazionale L energia canadese: sicura, affidabile, responsabile S.E.Joe Oliver Ministro delle Risorse Naturali del Canada Il mondo sta vivendo un radicale riallineamento della crescita economica globale e delle nuove fonti di energia, e di conseguenza un mutamento fondamentale nei mercati dell energia. Sia la Banca Mondiale, sia l Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico prevedono che la rapida crescita dei mercati emergenti risulterà in una considerevole espansione della classe media globale, che passerà da meno di due miliardi di persone nel 2009 a quasi cinque miliardi entro i prossimi vent anni. Ciò comporterà un notevole aumento del consumo energetico. L Agenzia Internazionale dell Energia (AIE) prevede, nel suo ultimo rapporto World Energy Outlook, che la domanda globale di energia salirà di più di un terzo entro il Il 93% dell aumento previsto della domanda energetica proverrà dai paesi non OCSE (con Cina, India e Medio Oriente responsabili essi soli del 60% di questo incremento). Tenendo presente che già la metà del petrolio viene consumata dal settore dei trasporti, l AIE prevede che entro il 2035 il numero di automobili usate nel mondo raddoppierà, fino a raggiungere il numero di 1,7 miliardi di unità. Già al giorno d oggi l Italia dipende dalle importazioni per far fronte a oltre l 80% del suo fabbisogno energetico, nonostante possegga la quinta riserva di greggio e la sesta di gas naturale più grandi d Europa. Assicurare la sicurezza energetica su base globale è una sfida sempre più difficile. Nel 2010 l Italia ha importato circa due milioni di barili al giorno di greggio e di 119

122 prodotti petroliferi raffinati da diversi paesi fra cui Libia, Arabia Saudita e Russia. La sicurezza energetica è fondamentale per il mantenimento della crescita economica e della stabilità. In un mondo in cui molte delle fonti di petrolio e gas continuano a essere soggette a incertezza politica, tutti i paesi si preoccupano di sviluppare fonti di energia affidabili e durature. Questo è quindi un momento cruciale per l industria energetica canadese, date le sue abbondanti risorse e la domanda globale per acquisirle. Il contesto energetico, in pieno mutamento, offre un opportunità imperdibile per il Canada e per coloro che investano in Canada. Pochi paesi sono così ben posizionati per diventare uno dei più importanti fornitori di sicurezza energetica sul lungo periodo, sia per le potenze economiche emergenti che per quelle consolidate. Con 172 miliardi di barili, di cui 168 nelle sabbie bituminose, il Canada possiede le terze riserve petrolifere mondiali. Con l avvento di nuove tecnologie di estrazione, si stima che l ammontare del petrolio recuperabile potrebbe superare di molto i 315 miliardi di barili. Queste riserve di petrolio potrebbero essere, di gran lunga, le più vaste del pianeta. Stime attuali delle nostre risorse di gas naturale commerciabili le indicano in 37 trilioni di metri cubi; ciò basterebbe per mantenere la nostra produzione attuale di gas per più di 200 anni, con vaste aree del Canada non ancora esplorate. Il Canada gode già di un eccellente rapporto commerciale con l Italia e con l Unione Europea. Nel 2012, il commercio bilaterale fra il Canada e l Italia ha raggiunto 6,9 miliardi di dollari canadesi, posizionando l Italia al decimo posto fra i partner commerciali del Canada. Il mese scorso abbiamo annunciato che il Canada e l Unione Europea hanno concordato in principio un Accordo per la promozione commerciale e degli investimenti. Si tratta del più grande e ambizioso accordo commerciale mai raggiunto dal Canada. Esso copre infatti i più importanti aspetti del rapporto economico bilaterale fra Canada e UE, ivi compresi il commercio di beni e servizi, gli investimenti egli appalti pubblici. E siamo intenzionati a 120

123 continuare a sviluppare il commercio con i nostri partner dell UE. Storicamente, la maggior parte del carburante fornito dal Canada al mercato europeo consisteva in diesel, raffinato sulla Costa del Golfo degli Stati Uniti. Tuttavia sono in progetto altri due oleodotti per collegare il paese da ovest a est, in modo da rifornire di petrolio canadese la Costa Orientale del Canada, da dove poi il petrolio potrebbe essere trasportato in Europa. Il volume delle risorse canadesi è importante tanto quanto la disponibilità, l affidabilità e il senso di responsabilità che il Canada offre. Dal 2010 abbiamo assistito all aumento dell attività di alcune delle principali imprese di progettazione italiane sul suolo canadese. La Saipem Canada, italiana, è l azienda del settore oil & gas più attiva in Canada, che nell ambito del progetto denominato Canadian Natural Resources Horizon Oil Sands Project ha sviluppato l Husky s Sunrise Energy Project e la realizzazione di un impianto di preraffinazione (upgrader). Fra le altre importanti imprese italiane in Canada vi è la Technip che, in consorzio con Samsung and Huanqiu, ha vinto l appalto per la progettazione e i servizi del progetto Pacific Northwest LNG sulla costa occidentale canadese. Il governo del Canada è impegnato ad attrarre questo tipo di investimenti mantenendo un mercato libero e aperto che accolga gli investimenti diretti esteri, garantendo una giusta, trasparente e stabile normativa specifica per i progetti principali ed un sistema fiscale altamente competitivo. Il Canada è una democrazia stabile ed è un grande sostenitore, oltre che un fautore, dei principi del libero mercato. Solo il 20% delle riserve mondiali di petrolio non è controllato da imprese statali ed il 60% del petrolio in mano alla libera impresa si trova in Canada. Ci sarà pure un motivo se Forbes Magazine ha descritto il Canada come uno dei migliori posti nel mondo per fare affari! Ciò è molto importante, poiché abbiamo bisogno d investimenti per sviluppare le nostre risorse e realizzare le infrastrutture necessarie per fornirle ai mercati, la cui domanda di energia non cessa di crescere. 121

124 Il Canada è anche un paese in cui gli investitori possono responsabilmente contribuire allo sviluppo energetico. Nel nostro paese, rispettiamo precisi principi ambientali per sviluppare le nostre risorse energetiche. Per esempio, il Governo ha recentemente introdotto severe sanzioni per le imprese che non aderiscono alla normativa ambientale. Abbiamo avanzato nuove misure per rafforzare le normative canadesi, già di assoluta eccellenza, in tema di sicurezza marittima e degli oleodotti, basate su principi scientifici appurati, imposte tramite normative trasparenti e sostenute da tecnologie all avanguardia. Il Canada ha compiuto passi fondamentali per ridurre le emissioni di gas serra, con l introduzione di normative severe per i veicoli leggeri e pesanti ed è stato il primo grande utilizzatore di carbone a proibire la costruzione di nuovi impianti elettrici alimentati a carbone che si avvalgono di tecnologie tradizionali. Ora abbiamo predisposto la chiusura di tutte le centrali a carbone, secondo una tempistica che riflette il loro ciclo economico. Siamo il primo paese al mondo ad averlo fatto. Le emissioni del settore oil & gas sono già oggetto di normative provinciali e di altre, federali, attualmente in fase di ultimazione. Le sabbie bituminose del Canada sono soggette ad un monitoraggio scientifico di prim ordine che riguarda aria, terra e acqua. Inoltre, tutto il territorio interessato dall impatto ambientale derivante dalla estrazione di petrolio deve essere riportato al suo stato naturale per legge, mentre il 90% dell acqua utilizzata per la produzione delle sabbie bituminose è oramai riciclata. Le emissioni di gas a effetto serra (GHG) per barile di produzione nelle sabbie bituminose sono state ridotte del 26% fra il 1990 ed il 2011, mitigando non solo l impatto ambientale della produzione ma anche i costi e rendendo le risorse del Canada più competitive sul mercato mondiale. La normativa ambientale del Canada è una delle più rigorose e più efficaci del mondo. Il Canada ha difatti diminuito le sue emissioni di gas serra del 4,8% mentre l economia è cresciuta dell 8,4% dal 2005 al

125 Quale esempio del fatto che il sistema normativo del Canada sia un catalizzatore per l innovazione, 14 imprese che operano nel settore delle sabbie bituminose hanno formato un associazione canadese per le sabbie bituminose (Canadian Oil Sands Innovation Alliance) e lavorano insieme per accelerare lo sviluppo di tecnologie sostenibili, divenendo così un esempio senza precedente di collaborazione fra imprese concorrenti. Quest associazione comprende compagnie come la francese Total, la norvegese Statoil e la britannica Royal Dutch Shell. Dalla formazione dell associazione avvenuta diciotto mesi fa, le imprese hanno condiviso 446 tecnologie e innovazioni distinte, con un costo congiunto di più di 700 milioni di dollari canadesi. I governi canadesi, da parte loro, stanno contribuendo e già solo nel 2012 hanno investito più di un miliardo di dollari in ricerca e sviluppo nel settore dell energia. Nel contempo, quando si parla di sicurezza dell energia, è necessario che i paesi riconoscano l importanza di evitare politiche che impediscono il libero flusso di fornitura globale del petrolio, scoraggiano gli investimenti nello sviluppo energetico e finiscono per agire da ostacolo per la sicurezza energetica in generale. Ecco perché abbiamo serie riserve sulla Direttiva sulla Qualità del Carburante così come viene attualmente proposta dalla Commissione Europea: essa risulta non scientificamente fondata, discriminante per le sabbie bituminose, dannosa per l industria della raffinazione europea inclusa l Italia e di ostacolo per il raggiungimento dei suoi stessi obiettivi ambientali. Il Canada sostiene iniziative che si basano su principi scientifici fondati che portano alla riduzione tangibile e globale dei gas serra ed è fermamente convinto che tutte le nazioni che producono petrolio debbano essere trattate in modo equo, nonché in relazione alla intensità delle loro emissioni GHG. Qualsiasi misura che ignori l attuale emissione dei gas serra del greggio non avrà l impatto desiderato né sulle emissioni all interno dell UE, né globalmente. In un momento in cui, in tutto il mondo, si vanno esaurendo i tipi di greggio più accessibili e più leggeri, i paesi non hanno altra scelta se non incrementare la dipendenza da risorse petrolifere più pesanti e 123

126 meno accessibili. Onde mantenere i nostri obiettivi di sicurezza, dobbiamo assicurarci che tutti si conformino alle stesse regole. Oggi l Unione Europea importa il greggio da alcuni paesi instabili, che hanno normative ambientali molto meno severe di quelle canadesi. La Direttiva sulla Qualità del Carburante finirebbe con lo scoraggiare le importazioni di petrolio dal Canada, limitando così l accesso ad una fonte energetica stabile, affidabile e responsabile. L Italia è al secondo posto nell Unione Europea per la sua capacità di raffinazione interna. Il greggio canadese delle sabbie bituminose e il suo greggio sintetico (un petrolio leggero derivato dalle sabbie bituminose) potrebbero diventare una valida fonte di fornitura alternativa, in grado di aumentare la sicurezza energetica italiana. L Italia ed il Canada intrattengono eccellenti relazioni bilaterali fondate su stretti legami commerciali, politici e culturali. Questo rapporto è in continuo sviluppo grazie a un impegno condiviso basato su valori democratici e stretti legami transatlantici. Il Canada e l Italia condividono lo stesso approccio alle questioni globali e regionali e sono partner in diverse istituzioni multilaterali, quali le Nazioni Unite, il G8, il G20, l OCSE e la NATO. In qualità di forte alleato e amico di lunga data il Canada è disponibile a sostenere l obiettivo italiano di aumentare la propria sicurezza energetica e ad alimentare la prosperità globale. 124

127 Energia, Sicurezza, Sviluppo I B.R.I.C.S. nel Mediterraneo Marco Ricceri Segretario generale Eurispes Il destino dell economia di mercato, con il suo mirabile meccanismo dell offerta e della domanda, si decide al di là dell offerta e della domanda W. Roepke Due considerazioni iniziali. La prima riguarda il tipo di approccio al problema. Mai come per la questione della sicurezza energetica è necessario il ricorso al metodo scientifico dell analisi dei sistemi, vale a dire ad un metodo di analisi che tenga in considerazione l eterogeneità dei fattori che incidono su di essa, la loro molteplicità e interrelazioni. Infatti, per quanto sia una questione specifica e ben individuata, sulla sicurezza energetica influiscono una pluralità di esigenze e di forze che continuamente si confrontano ed interagiscono tra loro, in una ricerca di punti di equilibrio mai stabili, mai raggiunti una volta per sempre, ma sempre mutevoli; punti di equilibrio soggetti a continui cambiamenti, aggiustamenti, rotture e ricomposizioni. Sulla sicurezza energetica, fenomeno complesso per sua natura, incidono, ad esempio, i fattori dello sviluppo economico, dell evoluzione politica ed istituzionale, delle dinamiche sociali ed anche culturali e religiose, della ricerca scientifica e tecnologica. La seconda considerazione riguarda l approccio alla valutazione dei più vasti processi di globalizzazione del mondo contemporaneo, nei quali la questione della sicurezza energetica è inserita, ma solo per richiamare l attenzione su una esigenza specifica: aver chiaro che tipo di strumenti interpretativi sono utilizzati. La globalizzazione, come processo di integrazione e trasformazione continua degli assetti geo-politici e geoeconomici, disegna un mondo che è sempre diverso dal momento in cui avviamo la nostra osservazione. Il mondo globalizzato di dieci-quindici anni fa, con il suo sistema stellare 125

128 incentrato sul ruolo prevalente degli USA e del Giappone, è ben diverso dal mondo globalizzato di oggi, segnato come da un arcipelago di aree geo-politiche e geo-economiche in via di progressiva ricomposizione. In questo quadro d insieme si inseriscono le valutazioni che riguardano l evoluzione nel breve, medio e lungo termine del fenomeno specifico della sicurezza energetica: tendenze, prospettive, scenari. Ma, appunto, qui sta il nodo da sciogliere in via preliminare; perché spesso, anche nei tanti documenti degli enti ed agenzie specializzate, si fa notevole confusione tra i diversi strumenti orientativi delle scelte: la individuazione di una tendenza, per la sua caratteristica intrinseca, è fatta sulla base della estrapolazione dei dati che riguardano una determinata situazione iniziale esistente, mentre la elaborazione di una prospettiva l arricchisce degli elementi della visione che la volontà degli uomini intende imprimere ad un determinato processo. Uno scenario, infine, non può non essere costruito come valido strumento scientifico di orientamento che sull insieme dei fattori che direttamente o indirettamente influiscono sulla evoluzione del fenomeno oggetto di interesse. Il Rapporto sull energia mondiale 2013 dell AIE Nel Rapporto sull Energia Mondiale 2013 (WEO 2013), l Agenzia Internazionale dell Energia AIE fa riferimento ad uno scenario disegnato fino al 2035 e pone l accento sul fatto che la domanda mondiale di energia è destinata a crescere di un terzo rispetto alla situazione attuale, che i maggiori consumatori saranno la Cina, l India e i Paesi del sud est asiatico. Un ruolo particolare nella dinamica dei consumi sarà svolto dal Medio Oriente, dove una domanda crescente di energia porterà quest area ad essere il secondo più grande consumatore di gas al mondo nel 2020 e il terzo più grande consumatore di petrolio al Il Brasile, per il quale è previsto che il consumo di energia crescerà dell 80% al 2035, è destinato a diventare uno dei più importanti produttori di petrolio. Riguardo ai Paesi OECD, la crescita dei loro consumi al 2035 sarà modesta, meno della metà rispetto ai consumi dei Paesi non OECD. Siamo di 126

129 fronte a profonde trasformazioni di mercato ha dichiarato nel presentare il Rapporto il direttore esecutivo dell IEA, Maria van der Hoeven e questi cambiamenti del settore energetico sono legati alle risposte che gli Stati saranno in grado di dare alle sfide della crescita economica, della riduzione delle emissioni inquinanti, dei miglioramenti tecnologici. Sulla dinamica dei prezzi dell energia, sottolinea il Rapporto, avrà molta influenza la capacità/volontà o meno degli Stati di impegnarsi per il miglioramento dell efficienza energetica, la quale richiede in ogni caso una capacità di eliminare a livello internazionale sia le molte barriere che ancora ostacolano il libero mercato, sia il sistema dei sussidi ai combustibili fossili, stimati in 600 trilioni di dollari. Come sostengono l OECD, già dal 2005, l UNEP-ONU nel 2011, e la stessa AIE nell ultimo rapporto speciale Redrawing the Energy Climate Map, in particolare questi sussidi sono un elemento di grandissimo freno alla competizione internazionale verso nuove soluzioni tecnologiche. Finché c è un sistema di sussidi di questo tipo, - sostiene l ex Ministro italiano dell Ambiente, Corrado Clini (2013) - il cui ammontare è cinque volte superiore rispetto a quello per le rinnovabili, è molto complicato riuscire a mettere in moto un cambiamento. Un problema specifico su cui il Rapporto 2013 dell AIE richiama l attenzione riguarda il settore delle raffinerie. Lo spostamento della bilancia dei consumi di petrolio verso l Asia e il Medio Oriente è accompagnato da un continuo incremento della capacità di raffineria in queste regioni. Di conseguenza, in molti Paesi dell OECD, la minore domanda di energia è destinata ad intensificare la pressione sull industria della raffinazione; nella prospettiva al 2035 molti impianti di raffinazione saranno a rischio di sotto-utilizzazione o di chiusura, con l Europa in una situazione di particolare vulnerabilità. Per inciso: è quello che sta accadendo attualmente in ambito UE, dove il sistema della raffinazione è entrato in crisi, ed in particolare in Italia dove nell ultimo anno sono state chiuse numerose raffinerie con pesanti conseguenze sia sul piano occupazionale, sia sul piano della stessa sicurezza nazionale (la questione aperta delle scorte strategiche di uno Stato). 127

130 B.R.I.C.S.: i nuovi competitor nell area Mediterranea La sottolineatura dell AIE del ruolo sempre più importante che il Medio Oriente è destinato ad assumere nella domanda globale di energia nella prospettiva del 2035 stimola a focalizzare l attenzione ai complessi cambiamenti che stanno avvenendo nell area mediterranea e al nuovo, crescente ruolo svolto dai grandi player internazionali, i B.R.I.C.S., i grandi protagonisti del mercato dell energia e dei processi di sviluppo mondiale. L area mediterranea, che anni addietro sembrava come posta ai margini dei processi di globalizzazione, attualmente ne risulta sempre più profondamente coinvolta. Una valutazione attenta della sfida dei nuovi competitor internazionali che si stanno affermando nel Mediterraneo costituisce per tutti Italia e UE in primo luogo - un grande banco di prova anche riguardo alla questione aperta della sicurezza energetica. In generale, l azione dei B.R.I.C.S. nell area mediterranea segue il principio politico della non interferenza negli affari interni dei singoli Stati e un approccio pragmatico nella ricerca e costruzione delle condizioni favorevoli alla loro penetrazione economica e commerciale. La preferenza è data agli accordi bilaterali tra gli Stati, accompagnati e sostenuti però dalla organizzazione di importanti piattaforme strategiche utili a promuovere confronti, verifiche, iniziative di carattere generale. Un interessante elemento di novità introdotto da questi nuovi competitor è la valorizzazione delle risorse umane, in particolare quelle relative alle comunità di cittadini che hanno collegamenti tra i B.R.I.C.S. ed i paesi dell area mediterranea, per nascita, discendenza, emigrazione. In base a questa impostazione di penetrazione economica, gli stessi moti della primavera araba, pur avendo causato un blocco e/o un ridimensionamento temporaneo delle iniziative economiche e commerciali, sono stati interpretati dai B.R.I.C.S., in modo realistico, come una opportunità per riprendere, e rafforzare ulteriormente il loro processo di inserimento stabile nell area. Di seguito, un quadro sintetico delle loro principali linee strategiche. 128

131 RUSSIA La Russia ha una lunga tradizione di presenza attiva nel Mediterraneo che è stata interrotta a seguito della dissoluzione dell URSS ma che negli ultimi tempi ha ripreso con rinnovato vigore. Significative, a questo riguardo, le visite compiute nel 2005 e 2006 dal presidente Putin nei principali Stati dell area: Egitto, Israele, Palestina, Algeria, Marocco. In passato l URSS, in particolare, aveva sostenuto i Paesi dell area mediterranea nei loro processi di decolonizzazione e promosso importanti investimenti soprattutto in grandi opere infrastrutturali. Ad es. l URSS ha partecipato alla costruzione della diga di Assuan in Egitto, alla costruzione della diga Tilezdit e di impianti metallurgici in Algeria, alla costruzione di grandi opere in Marocco, Libia, Tunisia. Attualmente i maggiori partner commerciali della Russia nell area mediterranea sono, nell ordine: Israele, Egitto, Marocco, Tunisia (fonte UNCTAD). Gli avvenimenti della primavera araba - che il governo russo ha definito una sorpresa attesa - hanno in parte bloccato temporaneamente l avvio di grandi investimenti (ad es. la costruzione dell autostrada costiera in Libia) ma non alterato la politica di penetrazione economica e commerciale nell area. Gli strumenti della cooperazione In generale la Russia privilegia gli accordi bilaterali che in diversi casi hanno portato alla organizzazione di zone economiche speciali, ad esempio con Siria, Giordania, Libano, Egitto, Tunisia, Marocco. La Russia ha lo status di Osservatore nella Organizzazione della Cooperazione Islamica OIC, posizione finalizzata a rafforzare la collaborazione con il mondo arabo; inoltre, ha promosso uno speciale Consiglio Russo-Arabo per gli Affari Economici, che ha lo scopo di favorire la diffusione delle informazioni commerciali e gli incontri tra le imprese. La Russia ha promosso accordi di collaborazione tra le Camere di Commercio russe e degli Stati arabi. 129

132 I principi ispiratori: politica ed economia Il Mediterraneo è considerato dalla Russia come una priorità strategica per molteplici motivi tra cui: a) la vicinanza dei confini con la CIS Comunità degli Stati Indipendenti; b) la influenza dei movimenti terroristici e fondamentalisti religiosi nelle regioni del Caucaso e in altri Stati confinanti, ad es. il Tajikistan e il Kyrgyzstan; c) il valore dei mercati e delle risorse economiche dell area. Queste ragioni hanno indotto la Russia a svolgere un ruolo di protagonista attivo nel consolidamento del processo di pace in M.O. e di stabilizzazione dell area mediterranea. Le linea della politica estera russa sono state definite nel Decreto presidenziale del 7 maggio 2012 creare le condizioni esterne favorevoli per promuovere lo sviluppo a lungo termine e la modernizzazione della Federazione russa e rafforzare la sua posizione di partner egualitario nei mercati globali. Al fine di consolidare la propria presenza, oltre ai normali strumenti diplomatici, la Russia sta usando anche due elementi particolari: a) i debiti che alcuni Paesi dell area hanno contratto con la Russia ai tempi dell URSS e che devono essere ancora in parte saldati. In questo caso la Russia tende ad utilizzare la sua posizione creditoria per costruire delle situazioni di vantaggio utili alla sua maggiore penetrazione nell area; b) la diffusa presenza di cittadini russi o di origine russa in alcuni paesi dell area e, in certi casi, le loro comunità di religione ortodossa. In questo caso la Russia si propone anche l obiettivo di dare un contributo all arresto del processo di de-cristianizzazione in atto nel mondo arabo. Aree e settori di maggiore interesse Sul piano politico, i principali interessi russi sono collegati alle questioni della sicurezza (processo di pace in Medio Oriente) ed al possibile diffondersi del fondamentalismo religioso e del terrorismo di matrice islamica in Russia e negli stati confinanti. Quanto allo sviluppo economico e commerciale, in generale va detto che il Mediterraneo rappresenta ancora una parte molto modesta dell export russo (10,8 mld di dollari nel 2010); ma la 130

133 valutazione russa è che esistono comunque delle ampie potenzialità di espansione. I settori di maggiore interesse russo riguardano, nell ordine: l energia, le opere di irrigazione, le infrastrutture, gli armamenti, l alta tecnologia, l istruzione e il turismo. In particolare, riguardo al petrolio, la Russia, che è un esportatore netto di questa risorsa, ha un interesse specifico nella ricerca e prospezione di nuove fonti e nel relativo trasporto (ad es., importanti investimenti in tal senso sono stati fatti in Egitto, Libia, Algeria). Le risorse umane: i cittadini russi nel Mediterraneo Nell area mediterranea esiste una notevole presenza di comunità russe, costituite da cittadini russi o di origine russa; è una realtà sociale alla quale le autorità russe guardano con particolare attenzione per il contributo che tali comunità possono dare nel sostegno alle politiche di espansione. Alcuni esempi: oltre russi vivono in Siria, circa 1 milione di cittadini russi o di origine russa vivono in Israele. Di notevole, crescente entità sono i flussi turistici dei cittadini russi ai luoghi santi ortodossi di Israele. Diecine di migliaia di donne russe hanno sposato cittadini dell area mediterranea; migliaia di emigrati musulmani provenienti dal Caucaso lavorano nell area. Rapporti con gli Stati La Siria è stata da sempre un alleato della Russia ed ha favorito le sue politiche in Medio Oriente. Il porto di Tartus svolge una funzione importante per la presenza militare russa nel Mediterraneo. In Siria, come si è detto, vivono circa cittadini russi o di origine russa. In Algeria la società Gasprom ha fatto accordi nel 2006 con la società algerina Sonatrac per ricerche di petrolio nel Sahara. Nel 2010 il provider russo di telefonia mobile Vimplecom ha acquistato la principale società algerina del settore, Orascom. Da rilevare che la Russia organizza da tempo in Algeria delle grandi esposizioni dei propri prodotti (2010, 2011, 2013). In Libia la società russa Lukoil ha effettuato nel 2011 il più grande 131

134 investimento mai fatto in Africa (impianti petroliferi). La società russa Tatneft ha acquisito 3 dei 14 contratti di appalto per ricerche petrolifere nella Sirte e a Ghadames. La Società delle autostrade russe RZD ha cominciato la costruzione di 500 km di autostrada tra Sirte e Bengasi, con collegamenti in Tunisia e in Egitto (il 70% delle strutture di servizio sarà acquistato in Russia). In Egitto le società russe Lukoil (dal 2004) e Novatek (dal 2008) hanno accordi di prospezione petrolifera. L Egitto importa da tempo la quasi totalità del suo grano dalla Russia. Molto intensi sono anche i rapporti con Israele: dal 2010 esiste un accordo per la fornitura all aeronautica russa di veicoli aerei (UAVs) e di partenariato per la loro costruzione in loco. La Russia è per Israele il principale sbocco per l esportazione della propria produzione di armamenti. Una importante collaborazione è stata avviata negli ultimi tempi tra la società russa Rosnano e il Fondo russo Skolkovo (che fa capo al famoso distretto industriale e tecnologico) per scambi ed attività comuni nell alta tecnologia, informatica, robotica, biomedicina, efficienza energetica, tecnologie nucleari. CINA La Cina è comunemente individuata dagli osservatori come una potenza emergente nell area mediterranea. Molto interessante è l approccio culturale e politico con cui i cinesi guardano e definiscono quest area. Infatti, per i cinesi la parte sud ed est del mediterraneo viene chiamata con il termine Asia dell Ovest e Nord Africa WANA, quasi un prolungamento del continente asiatico, che esclude gli Stati del Golfo; mentre con il termine Medio Oriente i cinesi individuano i 22 Stati che appartengono alla Lega Araba, la Palestina, e i tre Stati non arabi: Israele, Turchia, Iran. Gli strumenti della cooperazione Le relazioni con gli Stati arabi del Golfo sono di antica data, ma nell ultimo decennio hanno avuto un nuovo grande impulso. Nel 2004, la Cina ha promosso con la Lega Araba la organizzazione 132

135 di un organismo permanente: il Forum di Cooperazione Cina e Stati Arabi CASCF con l obbiettivo di promuovere la collaborazione nei più diversi ambiti di attività: politica, economica, di sicurezza, etc.. I risultati finora raggiunti sono stati notevoli nei più diversi settori. In particolare, gli scambi commerciali sono aumentati da 36,7 md di dollari nel 2004 a 200 md di dollari nel Analoga crescita si è registrata nelle attività di investimento. La Cina ha promosso dal 2010, proprio nella provincia autonoma di Ningxia Hui, caratterizzata da una larga presenza di popolazione musulmana, l organizzazione di una piattaforma permanente - il Forum Economico e Commerciale Arabo-Cinese CAEFT alla quale fa riferimento una grande Fiera cinese per gli investimenti e il commercio. Nella provincia dello Xinjang, altra realtà con forte presenza musulmana, è stata avviata dal 2011 l Esposizione Euro Asia. A queste iniziative si aggiungono gli accordi bilaterali di cooperazione con i singoli Stati che la Cina ha siglato in tutto il mediterraneo, a cominciare dall Egitto, considerato come partner strategico. I principi ispiratori: politica ed economia I principi che ispirano la politica cinese nell area sono sostanzialmente due: contribuire alla stabilità e rispettare la non interferenza negli affari interni. Questi principi sono intesi come la pre-condizione per promuovere al meglio le proprie molteplici iniziative politiche, culturali e scientifiche, economiche e commerciali. Il rispetto di questi principi è stato rigidamente mantenuto anche in occasione dei recenti avvenimenti della primavera araba, un fatto che ha generato un generale consenso ed apprezzamento da parte dei protagonisti di quegli eventi. Una conferma viene dalla continuazione degli scambi di visite tra ministri e primi ministri delle varie realtà avvenute nel 2011 e Non è un caso, ad esempio, che la 5^ conferenza del Forum di cooperazione arabo-cinese - CASCF si sia svolta nel 2012 a Tunisi. 133

136 Aree e settori di principale di interesse Petrolio: dal 1993, la Cina è diventata un grande importatore di petrolio; quello proveniente dal Medio Oriente costituisce ormai oltre la metà del totale di petrolio importato dall estero. Terrorismo e sicurezza: la Cina ha gravi problemi interni di terrorismo nella sua parte occidentale, in particolare nella regione dello Xinjiang, dove operano cellule e strutture terroristiche che fanno capo all organizzazione East Turkistan, collegata ad Al Qaeda, e presente anche nei combattimenti in Siria. Per comprendere la natura di questo problema, segnato da gravi atti terroristici e azioni destabilizzanti, bisogna considerare due elementi: a) la notevole diffusione del mondo mussulmano nella parte occidentale della Cina, ad es. nella regione autonoma di Ningxia Hui, che ha antiche radici storiche; b) il fatto che nei decenni passati la Cina, in particolare dopo le grandi riforme e le aperture avviate nel 1978, ha guardato soprattutto ad est, promuovendo lo sviluppo in quella direzione, con il risultato che la parte occidentale della Cina è rimasta relativamente povera ed arretrata. Soltanto nell ultimo decennio la Cina ha promosso una politica di riequilibrio con la Strategia dello Sviluppo Occidentale (Westward Development Strategy). È in queste regioni occidentali che si è manifestato il terrorismo di matrice musulmana. Da qui un ulteriore esigenza in questo caso politica - della Cina di promuovere buoni rapporti con gli Stati del Golfo per trovare un sostegno utile a contenere ed eliminare questo fenomeno. Scambi commerciali: il Medio Oriente costituisce il 7 partner commerciale della Cina. Nel 2011, gli scambi commerciali hanno raggiunto 268,9 mld di dollari, con incrementi annui molto elevati (nel 2011 pari a +36%). Tali scambi sono sostenuti da altrettanto elevati iniziative reciproche di investimento. Le risorse umane Notevoli sono gli scambi delle persone. Ogni giorno circa persone viaggiano dalla Cina agli Stati arabi e viceversa. In 134

137 Cina studiano circa studenti arabi. 500 medici sono stati inviati dal governo cinese a svolgere il proprio servizio negli Stati arabi. Elevata e diffusa la presenza di comunità cinesi nell area mediterranea. Ad esempio, durante il conflitto in Libia, la Cina ha organizzato il rimpatrio di oltre cittadini cinesi presenti in quel Paese. Rapporti con i singoli Stati Con la Libia la Cina ha avviato rapporti fin dal 1978, l anno delle grandi riforme cinesi. Prima della guerra le compagnie cinesi avevano appalti per 18 md di dollari nel settore delle infrastrutture, ponti e strade, ferrovie, telecomunicazioni, edilizia (appalti bloccati nel 2011; nel 2012 sono riprese le relazioni con il nuovo governo per sbloccare la situazione e consentire alla Cina di partecipare alla ricostruzione). Da tener presente che nel corso del conflitto la Cina ha mantenuto relazioni costanti con entrambe le parti. Con Israele la Cina ha rapporti diplomatici dal 1992 ed una positiva collaborazione che ha favorito una grande crescita degli scambi, aumentati del 200 per cento in venti anni, fino ad un volume di 10 md di dollari nel Tutto ciò nonostante il fatto che la Cina abbia sempre appoggiato il movimento palestinese ed abbia riconosciuto il nuovo Stato fin dal Un particolare rapporto preferenziale lega la Cina all Egitto perché i cinesi non dimenticano che l Egitto è stato il primo Stato arabo e il primo africano a riconoscere la nuova Cina nel 1956, favorendo l apertura delle relazioni tra la Cina e gli Stati arabi ed africani. Per questa ragione l Egitto è considerato dai cinesi un partner strategico. In conseguenza di ciò la Cina ha stabilito con l Egitto un accordo di cooperazione strategica già dal 1999, preso successivamente come modello per altri accordi di cooperazione nell area mediterranea. Con l Egitto gli scambi commerciali ammontano a 8,8 mld di dollari (2011) ed hanno registrato un incremento pari a +26% rispetto al La Cina è stato il primo Paese visitato ufficialmente dall ex presidente Morsi (In quella occasione la Cina ha stanziato un prestito di 200 mld di dollari). 135

138 BRASILE Il Brasile può essere definito come un nuovo venuto nell area mediterranea, anche se le sue iniziative politiche ed economiche risalgono ormai a diversi anni fa, in pratica dai primi anni del La promozione di un ruolo attivo nell area è stata perseguita con particolare intensità dai due presidenti precedenti, Cardoso ( ) e Lula da Silva ( ). Gli strumenti della cooperazione In particolare il presidente Lula ha puntato ad organizzare una vera e propria piattaforma diplomatica stabile, come strumento di lavoro per promuovere collaborazioni e scambi nei più diversi ambiti di attività. È nato così il South American and Arab Countries Summit - ASPA che si svolge ormai regolarmente dal 2005 (il secondo summit si è svolto a Doha nel 2009, il terzo a Lima nel 2012). Da sottolineare che con questa piattaforma il Brasile si è fatto promotore del collegamento dei Paesi dell area mediterranea con tutto il Mercosur, cioè con tutta l area dell America Latina. Nell ambito di questa iniziativa generale, il Brasile ha promosso la firma di Accordi specifici del Mercosur Accordi di libero commercio-ftas - con alcuni Paesi: Israele (2007, primo Stato firmatario di questo tipo di accordi) Egitto, Giordania, Siria (2010), Palestina (2011). Sono in via di perfezionamento accordi con il Marocco (politiche di co-sviluppo) e con gli Stati del Golfo (Gulf Cooperation Council GCC). Accordi particolari sono stati siglati dal Brasile con Turchia ed Iran. Un particolare strumento di collaborazione è la Camera di Commercio Arabo-Brasiliana- CCAB, attiva da circa 60 anni e riconosciuta ufficialmente dalla Lega Araba. 136

139 I principi ispiratori: politica ed economia I principi che hanno guidato l avvio di queste iniziative, in sintesi, sono stati i seguenti: inserimento per mezzo della partecipazione (presidenza Cardoso) e inserimento per mezzo della diversificazione dei partner (presidenza Lula). In base a tali principi le attività degli anni precedenti che erano sostanzialmente concentrate sugli scambi commerciali bilaterali si sono arricchite di numerose altre iniziative, in particolare politiche, finalizzate: a) a promuovere quella che il presidente Lula ha definito come la cooperazione Sud-Sud, b) ad ottenere il sostegno degli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa al rafforzamento della posizione del Brasile nell ambito delle Nazioni Unite. Le iniziative economico-commerciali sono state dunque collegate a precisi obbiettivi politici, e ciò è stato considerato coerente con il ruolo attivo che il Brasile stava assumendo in quegli anni nell ambito del più ampio processo della globalizzazione. In questa ottica politica, ad esempio, il Brasile ha puntato a costruire buone relazioni sia con gli Stati arabi, sia con Israele; a svolgere un ruolo di mediatore tra Israele e la Palestina, tra Israele ed Iran. Gli avvenimenti della primavera araba non hanno mutato questo approccio della politica di penetrazione brasiliana nell area mediterranea; anzi, al contrario, lo hanno rafforzato a proporre agli stati dell area come modello la propria esperienza di transizione democratica avvenuta negli anni 80. Accordi commerciali e scientifici Israele, come abbiamo già detto, primo firmatario di accordi con il Mercosur (2007), è l unico paese dell area che ha con il Brasile dei rapporti di scambio in materia di difesa ed armamenti. Nel 2003 l Aereonautica militare brasiliana ha aperto un ufficio permanente a Tel Aviv e avviato l acquisto di velivoli a controllo remoto per il controllo dei confini. Più di 700 industrie e centri di business israeliani vendono prodotti al Brasile. Un altro Paese dell area mediterranea con cui il Brasile sta intensificando i rapporti maturati nell ambito del Summit 137

140 ASPA è il Marocco, con il quale è stata avviata una collaborazione in materia di sicurezza alimentare, agricoltura familiare, agricoltura nei terreni aridi, desertificazione, pesca (2011). Risorse umane: Il ruolo degli arabo-brasiliani Il Brasile sostiene la propria politica nell area anche valorizzando il ruolo attivo e il contributo dei propri cittadini di origine araba. Si tratta di una popolazione numerosa, calcolata tra i 10 e i 12 milioni di persone, risultato di una emigrazione iniziata a fine 800 e proseguita nel secolo successivo, in particolare da Libano, Siria, Egitto, Palestina, Iraq. Questa importante risorsa umana consente al Brasile: a) da un lato, di dimostrare a livello internazionale di essere una società multietnica e tollerante, in grado di garantire il rispetto e la convivenza di etnie diverse; b) dall altro, di facilitare l apertura e/o l intensificarsi degli scambi commerciali e delle collaborazioni (ad es., tra le professioni) con il mondo arabo. Le dimensioni degli scambi commerciali Grazie alla nuova strategia complessiva, gli scambi commerciali tra il Brasile e il mondo arabo sono raddoppiati nel periodo ed hanno raggiunto nel 2011 il volume di 25 mld di dollari. Il Brasile vende principalmente zucchero, carne, grano; nel Maghreb esporta macchinari agricoli, in Egitto, Palestina, Giordania, Libano e Siria esporta servizi e materiali da costruzioni. Dal mondo arabo il Brasile importa soprattutto petrolio e derivati, prodotti chimici, fertilizzanti. Negli ultimi tempi il Brasile ha promosso investimenti diretti nel settore petrolio-gas in Libia. È opinione degli esperti che il volume degli scambi sia ancora molto basso e destinato a crescere ulteriormente nel prossimo futuro. 138

141 INDIA L India non ha ancora definito una strategia complessiva precisa nei confronti dell area mediterranea. In assenza di ciò, attualmente privilegia gli accordi bilaterali con i singoli Stati, utilizzando a questo fine anche i legami storici che ha sempre avuto in particolare con gli Stati del Medio Oriente e dell area del Golfo. Gli strumenti della cooperazione Preferenza per accordi bilaterali tra Stati. I principi ispiratori: politica ed economia Il principio politico di riferimento è quello del non allineamento; l approccio ai problemi è di tipo pragmatico. In genere è la ricerca del vantaggio economico che guida la costruzione dei rapporti politici. Rapporti con i singoli Stati Particolarmente intensi sono i rapporti con Israele, Egitto, Siria. Israele: pur avendo sempre sostenuto la causa palestinese, l India ha stretto importanti accordi con Israele fin dagli anni 90 (la normalizzazione dei rapporti è avvenuta nel 1992). Il settore principale di collaborazione è la sicurezza ed Israele è uno dei principali fornitori di armamenti all India. L india condivide con Israele attività di ricerca scientifica e tecnologica, produzioni riguardanti le tecnologie satellitari. Modesti investimenti indiani sono stati effettuati in Egitto e Siria nel settore petrolifero. Con gli Stati del Golfo gli interessi indiani riguardano soprattutto l importazione di petrolio e la tutela delle condizioni sociali dei numerosi lavoratori indiani che operano in quegli Stati. 139

142 Risorse umane: i lavoratori indiani La presenza di lavoratori indiani nell area è molto numerosa. Si calcola che negli Stati del Golfo siano presenti circa 5 milioni di lavoratori indiani. In occasione dei moti della primavera araba, la principale preoccupazione dell India è stata l organizzazione del rimpatri di lavoratori dall Egitto e di lavoratori dalla Libia. Bibliografia: Adamishin amb. Anatoly: La Russia e l Europa, Fondazione U.La Malfa, Camera Deputati, Roma, Agenzia Internazionale per l Energia-AEI: Rapporto sull Energia Mondiale, Londra, Clini Corrado: Intervento, Safe Newsletter, Roma, Commissione Europea: Comunicazione Sinergia del Mar Nero una nuova iniziativa di cooperazione regionale, (COM def.) Bruxelles, 11 aprile Commissione Europea: Comunicazione Un partenariato per la democrazia e la prosperità condivisa con il Mediterraneo meridionale (COM(2011) 200 def., Bruxelles, 8 marzo Deaglio Mario: La bussola del cambiamento, Centro Documentazione e Ricerca Luigi Einaudi, Torino Lazard&Co, Milano Istituto Nazionale per il Commercio estero ICE: Rapporti economici e commerciali tra l Italia ed i Paesi del Nord Africa, Roma, Istituto Affari Internazionali IAI: The Mediterranean Region in a Multipolar World, Mediterranean Paper Series 2013, Roma Parlamento Europeo, Commissione per il Commercio Internazionale: Parere su una nuova iniziativa di cooperazione regionale nel Mar Nero, Bruxelles 12 ott,2007 (PE v03-00). Parlamento Europeo, Roberta Anastase: Relazione sulla Comunicazione della Commissione Europea: Sinergia del Mar Nero Una nuova iniziativa di cooperazione regionale, Bruxelles gennaio

143 Le dimensioni strategiche della rivoluzione dello Shale Gas: le visioni condivise dalla NATO e dai Paesi del Golfo Giuseppe Morabito Chief of NATO Defense College Regional Cooperation Course Il 19 settembre 2013, la Middle East Faculty (MEF) del NATO Defense College (NDC) ha organizzato un workshop riguardante la rivoluzione dello shale gas e la sua utilizzazione nei paesi della NATO e le conseguenze per i suoi partner del Golfo Arabico. L iniziativa è nata dalle preoccupazioni condivise da entrambe le parti della partnership NATO e i Paesi del Golfo, che sono state messe in risalto durante varie conferenze ed incontri negli ultimi dodici mesi sia nelle capitali europee sia del Golfo Arabico. In particolare tale problematica è stata evidenziata sia durante la conferenza denominata Manama Dialogue 2012 organizzata dall I.I.S.S. del Bahrain nel dicembre 2012 sia nel corso del NATO Gulf Workshop organizzato dalla MEF-NDC nello scorso marzo. Infatti, la rivoluzione geopolitico-economica conseguente dal futuro sfruttamento dello shale gas è evidente per tutti gli attori in gioco, ma le preoccupazioni a riguardo sono, come logico sia, inquadrate in modo variegato e differente. Da parte dell Alleanza la domanda principale può essere riassunta come: Qual è l impatto della rivoluzione dello shale gas sul tradizionale rapporto che ci lega ai Paesi del Golfo?. Per i Paesi del Golfo la domanda centrale riguarda non tanto l aspetto economico ma la sicurezza, in altre parole: Gli Stati Uniti e i nostri alleati europei si allontaneranno dal Golfo?. Le differenze nel modo in cui la rivoluzione dello shale gas è percepita e le preoccupazioni che pongono in essere non dovrebbero essere sottostimate: esse si concretano nelle differenti percezioni e preoccupazioni dei vari attori che conducono il processo decisionale. Questo è il contesto nel quale è stato organizzato il workshop: l obiettivo era quello di esaminare dettagliatamente tutte queste decisioni, portando scienziati, imprenditori, economisti, decision makers politici e militari della NATO a discutere insieme scambiandosi 141

144 prospettive in un contesto interdisciplinare. Alcuni trend oggi sembrano scontati. Entro il 2035 gli Stati Uniti produrranno 342 miliardi di metri cubi di shale gas: ciò corrisponderà al 47% della produzione totale mondiale di gas, evidenziando una marcata differenza dalle capacità USA che erano del 16% del Secondo le stime del Dipartimento di Energia degli USA, lo shale gas fornirà gas agli USA per circa i prossimi novanta anni. Quest abbondanza ( gas bonanza ) di gas, come oggi è chiamata dagli economisti, genererà una nuova grande redistribuzione globale dei poteri tra importatori e esportatori di energia. Complessivamente, Exxon Mobil prevede che l America settentrionale diventerà un esportatore netto di energia entro il 2025: e l Agenzia Internazionale per l Energia prevede che gli Stati Uniti supereranno come capacita di produzione sia la Russia, maggiore attuale produttore di gas, sia l Arabia Saudita, maggiore produttore di petrolio. Tuttavia, si deve tenere in conto che tanto più l industria americana di shale gas cresce, più cresce la domanda di regolamentazione legislativa interna agli USA. Fino ad oggi non esiste una regolamentazione di tipo nazionale e le condizioni per il fracking variano a seconda della legislazione interna di ciascuno Stato. Nel frattempo, i paesi europei e del Golfo sono e sono stati molto meno attivi in questo campo. In Europa, questioni di tipo legislativo, incertezze di tipo ambientale e controversie politiche riguardanti la tecnica del fracking hanno lasciato il continente nella confusione. Alcuni paesi, che erano inizialmente entusiasti (ad esempio la Polonia) hanno ridimensionato le proprie attese dopo il risultato negativo dell analisi costi / benefici; in altri paesi (ad esempio la Francia), la questione è diventata di tipo politico ed è strettamente connessa con, il già presente, ampio sfruttamento del nucleare da parte del nostro vicino d oltralpe. Nel Golfo, nonostante si dica che l Oman e il Kuwait stanno preparando progetti ambiziosi e che ci sono segni di un dibattito in corso in Arabia Saudita, le monarchie arabe non stanno tuttavia affrontando in maniera propositiva la rivoluzione dello shale gas. Discutibilmente, la prospettiva di una domanda asiatica per il petrolio e il gas convenzionale che andrebbe a mitigare il 142

145 rischio di una rilevante e immediata riduzione delle esportazioni del Golfo nel vicino/prossimo futuro. Quanto precede, spiega, solo parzialmente, la mancanza di entusiasmo nella regione riguardo alla prospettiva dello sfruttamento dello shale gas. Complessivamente, queste tendenze sembrano avvalorare una tesi che si è diffusa negli ultimi anni tra i principali attori del mercato dell energia. La tesi in questione è la seguente: gli Stati Uniti stanno attraversando un mutamento sostanziale della loro posizione globale geopolitica, in particolare, ci sono indicatori che evidenziano un allontanamento dal Grande Medio Oriente (MENA Region) a favore dell Asia. La rivoluzione dello shale gas sta favorendo tale passaggio. Di conseguenza, il ruolo della NATO nel Golfo è probabilmente destinato a diminuire e le potenze asiatiche quali Cina e India sostituiranno le potenze occidentali in quell area. Tuttavia, una tale visione del sistema internazionale come un equazione a risultato zero è troppo semplicistica per essere presa seriamente in considerazione, date le implicazioni strategiche dell innovazione apportata dallo shale gas. In primo luogo, l`assunto secondo il quale gli Stati Uniti lasceranno il Golfo Arabico, data la ricchezza di questi giacimenti di energia, è fuorviante. Un esempio può essere quello per cui, a differenza della convinzione diffusa, gli Stati Uniti non hanno lasciato il Medio Oriente seguendo il ritiro delle truppe dall Iraq nel Dicembre In realtà, il livello dell impegno americano nella regione, invece che diminuire, sta aumentando in maniera rilevante. Dando credito alla minaccia dell Ayatollah Khamenei di chiudere lo Stretto di Hormuz nel gennaio del 2012, la Marina statunitense ha raddoppiato nell area il numero delle navi in operazioni di pattugliamento strategico. Durante lo stesso periodo, la I Brigata della I Divisione Cavalleggeri dell esercito USA è stata trasferita dall Iraq al Kuwait. Questa unità di circa unità più carri armati e artiglieria, svolgerà un ruolo di forza a risposta mobile USA nella regione del Golfo. Complessivamente, gli Stati Uniti mantengono ancora quasi soldati nell area. Nel campo della vendita di armi, Washington non è mai stata così attiva: l acquisto degli aerei F- 16 fighter dagli Emirati Arabi Uniti nel 2013 (per un valore di 5 143

146 miliardi di dollari americani) segue quello dell Arabia Saudita del 2011 di 84 aerei F-15 (un affare record di 29,4 miliardi di dollari). Washington gioca altresì un ruolo cruciale nella formazione dell`architettura difensiva del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Le monarchie del GCC fanno sempre più affidamento sui sistemi di armi americani (attraverso acquisti pianificati e confermati di batterie Patriot) e sulle strutture di comando del Comando Centrale degli Stati Uniti. Infine, l avvio, lo scorso anno, di un primo dialogo strategico US-GCC va nella direzione di unire tutti questi sforzi. D altro canto, l idea che la Cina o l India rimpiazzino le potenze occidentali nel Golfo, come conseguenza della rivoluzione dello shale gas, appare molto discutibile. Sebbene le relazioni golfo-asiatiche si siano intensificate in numerosi settori economici, la visione di un emergente nesso strategico golfo-asiatico minimizza molte contraddizioni sostanziali. Innanzitutto, per esempio, l India e la Cina hanno consolidato le loro relazioni economiche e politiche con l Arabia Saudita, hanno rafforzato i legami militari con Israele e, allo stesso tempo, hanno mantenuto la cooperazione con l Iran. Inoltre, i legami dell Arabia Saudita con l India, il Pakistan e la Cina sono stati rinforzati, nonostante il livello di competizione esistente all interno di tale triangolo. In realtà, questi rapporti contraddittori dimostrano la riluttanza da parte dei Paesi del Golfo e asiatici a pensare in maniera strategica il riavvicinamento golfo-asiatico. In secondo luogo, la tesi di un riavvicinamento Golfo-Asia non affronta il problema del costo. La forza militare degli Stati Uniti rimane il garante principale della sicurezza per i mercati globali. Com è stato evidenziato durante il workshop, è la supremazia strategica USA che assicura la pace globale. Tale missione di supremazia conta non solo perché salvaguarda le importazioni americane ma, più in generale, perché garantisce la stabilità del flusso globale delle merci. Il modo di funzionare dei mercati è tale che se gli Stati Uniti lasciassero una regione senza fornire la sicurezza della medesima, si alzerebbero i prezzi non solo di quei prodotti provenienti dalla suddetta area, ma su scala globale. È possibile fare un interessante comparazione tra l instabilità nel 144

147 Golfo di Aden e l aumento della pirateria nel Un numero crescente di pirati somali (le stime parlano di più di 1.000), traendo vantaggio dall assenza del principio della legge in Somalia, ha attuato attacchi sempre più frequenti e sfrontati contro navi commerciali che trasportavano importanti carichi come petrolio, cibo e armi nell Oceano Indiano e nel Golfo di Aden. In appena un anno (2008), i costi di assicurazione per il trasporto merci attraverso il Golfo di Aden si sono innalzati dai 900 US$ fino a US$. Di conseguenza, la NATO e altri attori hanno dispiegato navi per contenere tale fenomeno che al momento appare del tutto ridimensionato. In altre parole, la rivoluzione dello shale gas potrebbe garantire agli Stati Uniti una leva d influenza sui suoi fornitori di energia ma Washington non ha alcun interesse a creare un vuoto di sicurezza nel Golfo Persico. Tale considerazione ci conduce a un terzo punto e cioè che l opinione diffusa riguardo alla rivoluzione dello shale gas e le sue implicazioni geopolitiche sovrastimano il ruolo dell economia nella definizione degli orientamenti politici. L impegno strategico statunitense ed europeo nel Golfo è guidato non solo dalla domanda di energia, ma altresì da interessi di sicurezza nazionale. Tra questi, la prevenzione rispetto a un Iran in possesso dell arma nucleare, e più generalmente la prevenzione di una proliferazione di armi di distruzione di massa, prevale sulle considerazioni economiche tanto che, più che lo shale gas, sarà questo l elemento che guiderà la politica transatlantica nel prossimo futuro. Se si concorda che lo shale gas non costituisce una rivoluzione strategica per la NATO e i suoi partner del Golfo, la sua importanza non dovrebbe comunque essere sottovalutata. Come non è da sottovalutare l evidenza che una maggiore disponibilità di shale gas da parte dell Europa potrà anche causare la necessità di ridefinire alcuni equilibri commerciali nel Mediterraneo tutti a scapito dei produttori della costa nord africana. Come si può evincere dall attenzione rivolta al futuro economico durante il workshop, tale argomento probabilmente assumerà maggiore risonanza nei prossimi anni e molte sfaccettature che lo riguardano dovranno essere ulteriormente approfondite. L idea è che i futuri incontri siano svolti al fine di 145

148 aggiornare e raffinare le proprie considerazioni sull interazione tra le tendenze del settore energetico qual è la rivoluzione dello shale gas e i problemi inerenti, la sicurezza e la stabilità del Golfo Arabico. Quando la pressione sale, coloro i quali detengono il potere decisionale hanno necessità di conoscere che tipo d impatto avrà tale combinazione sulla pianificazione militare e sull impegno diplomatico della NATO nel Golfo. Da settembre a novembre nel corso di visite all estero e in conseguenza di un attenta partecipazione alle conferenze in Italia ho notato che sempre più di frequente, ma oserei dire sempre, i relatori che elaborano teorie sul futuro della MENA Region non dimenticano mai di parlare di fracking. In particolare, la NATO - MEF si propone di inserire la rivoluzione quali uno dei principali temi da trattare nel 2014 con il titolo: Shale gas e il cambio della rotazione degli interessi geo-politico-economici mondiali con riferimento sia ai rapporti NATO Golfo sia a quelli Europa - Africa settentrionale. 146

149 Instabilità in Medio Oriente e Sicurezza Energetica Nicola Pedde Ricercatore Ce.Mi.S.S. Breve introduzione storica alla rilevanza energetica del Medio Oriente Sin dalla seconda metà del secolo XIX, il legame tra le regioni del Medio Oriente e gli idrocarburi è stato particolarmente intenso. Tanto da indurre nel tempo alla diffusa convinzione che la regione fosse in realtà l unica sorgente del prezioso minerale. Al contrario, invece, la rilevanza energetica del Medio Oriente è sorta solo quale conseguenza del fatto che in tali luoghi l industria petrolifera ha dato avvio a quelle economie di scala inizialmente necessarie a rendere fruttuoso lo sfruttamento del petrolio. Determinando in tal modo una rilevanza geografica solo economicamente giustificata, e non già geomorfologicamente. La disponibilità di petrolio, in sintesi, è stata per lungo tempo attribuita solo alle aride regioni del Medio Oriente, senza considerare quanto al contrario gli idrocarburi siano ben più largamente presenti in molte aree del pianeta, come le successive fasi di esplorazione hanno praticamente dimostrato. Lo sfruttamento del petrolio ad opera degli inglesi e degli americani, inoltre, venne concentrato inizialmente in Iran e in Arabia Saudita, determinando l attribuzione di un connotato di fondamentale importanza comune ai due paesi. Anche in questo caso, tuttavia, la rilevanza era giustificata solo dalla protezione delle economie di scala che garantivano la redditività delle attività svolte in loco, spesso intenzionalmente impedendo l espansione delle attività di esplorazione e produzione anche in aree adiacenti, a garanzia degli investimenti e dei lucrosi guadagni. È con la seconda guerra mondiale, tuttavia, che la dimensione energetica della rilevanza regionale assume proporzioni 147

150 considerevoli, consolidandosi poi in modo ancora più marcato nel successivo periodo della Guerra Fredda. Anche il Medio Oriente entrò quindi nell orbita delle alleanze strategiche tra il Patto di Varsavia e l Alleanza Atlantica, andando ad assumere nel tempo geometrie variabili non pochi paesi transiteranno dall uno all altro fronte e dimensioni di rilevanza eterogenee soprattutto in conseguenza dell ampliamento delle attività di ricerca e produzione. I poli di rilevanza della produzione regionale, tuttavia, restarono per lungo tempo l Arabia Saudita e l Iran, che al tempo stesso costituivano anche il baluardo delle alleanze con l Occidente e gli Stati Uniti in particolare oltre ad Israele, chiaramente. Ciò che mutò radicalmente per la prima volta il quadro del mercato energetico globale, e quindi ancor più quello regionale, fu il cosiddetto shock petrolifero del La crisi sorse, ufficialmente, in conseguenza dell appoggio occidentale ad Israele durante la guerra dello Yom Kippur dell ottobre 1973, quando lo stato ebraico si trovò a dover fronteggiare contemporaneamente l attacco egiziano e siriano, rispettivamente nel Sinai e sul Golan. Il sostegno economico e militare ad Israele da parte dei paesi europei e degli Stati Uniti che consentì in pochi giorni ad Israele di avere la meglio sul campo di battaglia spinse i paesi arabi aderenti all Opec (Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio) a decretare un embargo dei prodotti petroliferi verso quei paesi che avevano dichiaratamente aiutato Israele nel corso della guerra. La decisione, tuttavia, aveva anche una motivazione squisitamente economica. L Opec, infatti, riteneva che i bassi prezzi del petrolio che sino ad allora avevano caratterizzato il mercato, dovessero essere rivisti al rialzo. Ritenevano, pertanto, che i tempi fossero maturi per un azione di forza contro il sistema economico occidentale, giudicato erroneamente debole ed in profonda crisi. L occasione della guerra con Israele, quindi, fornì il pretesto per una dichiarazione di guerra sui mercati delle materie prime, determinando in breve tempo una gravissima crisi economica 148

151 conseguente all indisponibilità dei flussi tradizionali di petrolio sui mercati europei e nord americani. Ciò che l Opec aveva tuttavia sottovalutato, era la capacità dei paesi consumatori di individuare nuove fonti di approvvigionamento in tempi relativamente rapidi. Venne avviata una poderosa azione di esplorazione in Europa, Africa, Nord e Centro America ed Asia, incrementando in brevissimo tempo i volumi della produzione e la capacità di trasporto verso i tradizionali mercati di consumo, ribaltando in meno di un decennio il disequilibrio di forze generato dalla crisi petrolifera del Venne dato forte impulso anche alla ricerca, avviando lo sviluppo del mercato del gas naturale, sino ad allora considerato di fatto materiale di scarto della produzione petrolifera. Ed è proprio in questo ambito che iniziò l irreversibile ed oggi sempre più evidente fase di declino del mercato petrolifero tradizionale, a graduale vantaggio di ulteriori componenti del mercato degli idrocarburi. L austerity petrolifera costituì anche il volano di sviluppo delle energie alternative e delle rinnovabili, fornendo in tal modo impulso ad una vera e propria rivoluzione tecnologica nel settore dell energia, che contribuì ulteriormente alla complessiva ridefinizione del paniere energetico globale. In meno di dieci anni, gli effetti della guerra petrolifera si erano drammaticamente rivolti contro chi la guerra aveva voluto. I paesi occidentali misero in produzione abbondanti e qualitativamente ottimi giacimenti di petrolio, in aree diverse dal Medio Oriente, riducendo drasticamente la rilevanza dei mercati tradizionali nel paniere energetico globale. Le politiche di efficienza dei consumi dettero risultati insperati, riducendo il fabbisogno ed incrementando la quota di energia prodotta da fonti diverse dal petrolio. Lo sviluppo del mercato del gas naturale aprì invece una nuova frontiera energetica, caratterizzata da attori importanti non solo diversi da quelli mediorientali, ma spesso ubicati nelle stesse aree di consumo. Rivoluzionando in tal modo considerevolmente l intera filiera del settore. 149

152 L Opec dovette alla fine arrendersi all evidenza della nuova realtà del mercato nel 1981, a meno di dieci anni da quella guerra che tanto improvvidamente aveva scatenato. Con i prezzi del petrolio crollati a poco più di dieci dollari al barile, e con un sistema dell approvvigionamento non più esclusivo monopolio del Medio Oriente e del petrolio, dovette ritagliare per sé l ingrato ruolo di calmieratore del mercato, stabilendo da quel momento in poi non più quanto produrre, ma quanto tagliare nella produzione regolando le quote dei singoli e sempre più riottosi aderenti al cartello. Il mercato energetico post-shock e i nuovi attori di sistema Nonostante la straordinariamente ampia portata dei mutamenti nel sistema energetico globale, buona parte della stampa ha continuato nel corso degli ultimi quarant anni ad attribuire una valenza strategica al Medio Oriente spesso eccessiva. Dopo i fatti dello shock petrolifero del 1973, e poi della rivoluzione iraniana del , la gran parte dei paesi occidentali come si è detto mutò atteggiamento nella propria strategia di accesso alle risorse, e nella gestione delle stesse sotto il profilo del consumo. Il mercato petrolifero è stato caratterizzato da un ampio incremento sia sotto il profilo dell offerta che dell ubicazione geografica di produzione, riducendo sensibilmente la rilevanza del Medio Oriente, ed aprendo nuovi fruttuosi mercati in Asia, Africa e nelle Americhe. L ingresso della Russia post sovietica nel mercato globale della produzione di petrolio e gas naturale, ha ulteriormente mutato il quadro del sistema, definendo nuovi poli e nuovi equilibri nel mercato energetico. E i mutamenti hanno riguardato anche la stessa area del Medio Oriente, dove alle tradizionali aree di produzione consolidatesi tra il XIX e XX secolo, si sono aggiunti nuovi attori sino a quel momento rimasti nell ombra di un diktat produttivo di fatto imposto dagli attori storici della produzione. In trent anni abbiamo quindi assistito all emergere di nuove realtà come quelle degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell Algeria e del 150

153 Sudan, andando ad ingrossare le fila di un sistema produttivo sempre più globalizzato e competitivo. Tutto questo, chiaramente, a danno degli attori che storicamente hanno dominato il sistema della produzione, e che lo hanno tenuto in pugno soprattutto grazie alla propria capacità di rappresentare elementi insostituibili del complesso ingranaggio petrolifero. L Arabia Saudita, ad esempio, ha consolidato la sua importanza a cavallo tra gli anni Settanta e la fine del XX secolo grazie a due fattori. Il primo era chiaramente quello dei volumi produttivi, che con oltre 9 milioni di barili al giorno di media rappresentava un pilastro non amovibile del sistema petrolifero. L altro fattore era invece rappresentato dalla cosiddetta spare capacity, ovvero la capacità aggiuntiva di produzione in aggiunta alla quota ordinaria. Sebbene il dato sulla spare capacity saudita sia segretato, se ne è potuta apprezzare la dimensione nel 2003, in occasione dell avvio del conflitto in Iraq, quando la sola Arabia Saudita riuscì a compensare nello stesso momento il venir meno della produzione irachena (2,5 milioni di barili regolati dal programma ONU oil for food), parte dell output nigeriano, interessato da attentati lungo il delta del Niger (si stima tra i e i barili al giorno di ammanco sul totale) e parte del greggio venezuelano, non immesso sul mercato a causa di una serie di ricorrenti scioperi nel settore petrolifero (anche in questo caso per volumi stimati tra i e i barili al giorno). Per un totale di circa 3.4/4.0 milioni complessivi di barili al giorno. In pratica, la capacità produttiva di un paese come l Iran. Questa straordinaria combinazione di fattori, che attribuiva all Arabia Saudita una straordinaria forza commerciale ed un ancor maggiore valore strategico nel complesso del sistema della produzione petrolifera, è andato gradualmente diminuendo nel corso degli ultimi vent anni. Non solo l ingresso della Russia nel mercato ha diminuito la valenza assoluta della produzione saudita, ma la graduale crescita di attori come Canada e Stati Uniti (quest ultimo ormai prossimo a rimontare dopo trent anni alla testa delle nazioni produttrici), hanno 151

154 ulteriormente vanificato il potenziale della sua spare capacity, determinando un irreversibile fase di lento declino. A questi fattori, si sono poi aggiunti gli effetti della diversificazione per fonte di energia, tramite la crescita di rilevanza del gas naturale e delle energie rinnovabili, che hanno ulteriormente intaccato il valore ed il ruolo dei produttori tradizionali, determinando l ascesa di nuovi e più competitivi attori sul mercato. Miti e leggende delle guerre del petrolio nel Medio Oriente contemporaneo Alla luce del mutato scenario complessivo nel sistema globale della produzione petrolifera, parlare oggi di guerre del petrolio risulta alquanto improbabile, e spesso funzionale più ad interessi terzi rispetto a quelli energetici. Il mercato di settore gode nel suo complesso di un certo consolidato equilibrio, garantito soprattutto dal fatto che le compagnie petrolifere, siano esse quelle nazionali che quelle private, possono conseguire i profitti attesi solo in costanza di condizioni generali di equilibrio e stabilità. Non c è variabile peggiore di un conflitto per chi investe denaro e tecnologie in un settore di sviluppo, soprattutto in uno come quello petrolifero, dove i ritorni sugli investimenti sono prodotti nel medio e lungo periodo, e quindi necessariamente risultanti da una prolungata stabilità dei mercati e delle aree di produzione. Il mercato è poi oggi non più dominato da cartelli, come negli anni Sessanta e primi Settanta con l Opec, ma al contrario da un oligopolio diffuso della produzione, e da una eterogenea matrice di consumo in seno ai paesi industrializzati. In quest ultimo ambito, infatti, la composizione del sistema di consumo si è divisa tra paesi altamente industrializzati (in alcuni casi definiti post-industriali) ed emergenti, con matrici di consumo spesso diverse tra loro. La crescita della produzione industriale cinese ha assorbito la gran parte della produzione tradizionale di petrolio delle aree del sud est asiatico e del Golfo Persico, espandendo il suo raggio sino all Africa e al Sud America. Al tempo stesso gli Stati Uniti e soprattutto l Europa 152

155 hanno diversificato le proprie matrici di consumo, incrementando fortemente quello del gas naturale e delle rinnovabili. In questo modo sono anche mutati largamente gli attori tradizionali del rapporto bilaterale tra fornitore e consumatore, con l emergere di nuovi poli di sviluppo. L Algeria e la Libia si sono affermate come produttrici di petrolio prima, e come poli di sviluppo del gas naturale poi, diventando un nuovo perno del sistema di approvvigionamento del sistema europeo. La Russia, già storicamente legata all Italia da accordi commerciali sin dai tempi più cupi della Guerra fredda, ha assunto il ruolo di player di riferimento nel settore del petrolio e del gas nell est europeo e nei Balcani, soprattutto grazie allo sviluppo di una estesa rete di gasdotti in collaborazione con la Turchia. Quest ultima si è invece affermata come snodo strategico delle direttrici di trasporto del gas e del petrolio in direzione dell Europa e del Mediterraneo, approfittando della propria collocazione geografica per fungere da raccordo pressoché obbligato di conciliazione dei divergenti interessi russi ed americani nella regione. In tal modo, rispondendo all esigenza di impedire il transito attraverso l Iran lungo la più logica e conveniente rotta nord-sud, ma anche favorendo il bypass della Russia attraverso il corridoio est-ovest della Baku-Tblisi- Ceyhan, che per prima aveva scardinato il monopolio delle direttrici russo centriche sviluppate da Mosca ai tempi dell Unione Sovietica e poi perpetuate nell epoca della Federazione di Stati Indipendenti. Sul fronte dei conflitti, infine, una parte residuale delle crisi attualmente in atto nella regione del Medio Oriente ha una effettiva valenza energetica. Quella caratterizzata dagli elementi più marcatamente di interesse energetici è senza dubbio la crisi libica, le cui dinamiche iniziali restano ancor oggi avvolte da una spessa coltre di mistero, e soprattutto ipocrisia, tra alcuni paesi europei. In modo particolare, forte è il sospetto che, ad una moderata forma di protesta locale sorta per motivi prettamente economici e sociali nelle aree della Cirenaica si sia inserita prepotentemente l azione della Francia e del Qatar, 153

156 al fine di favorire l allargamento del fronte di crisi determinando la fine del regime di Muhammar Gheddafi. La rivolta, aumentata per dimensione e, soprattutto, per capacità di reazione da parte governativa, ha determinato la necessità dell innalzamento dello scontro e del coinvolgimento di alcune nazioni occidentali. Senza il cui apporto non sarebbe in alcun modo stato possibile avere la meglio sulla ben oliata macchina della sicurezza del regime libico. Le finalità di una crisi di portata così ampia, sono state da molti individuate nel tentativo francese di scardinare il ruolo italiano in Libia, prevalentemente nel settore energetico, ma anche nell imminenza dell erogazione del considerevole importo che l Italia si era impegnata a versare alla Libia quale compensazione per i danni di guerra. Non ha invece una motivazione energetica la crisi in atto in Siria, che rientra al contrario nel tentativo di scardinare il sistema delle alleanze regionali dell Iran, nell ambito di una più ampia ed articolata inimicizia tra Tehran e Riyadh. Lo stesso dicasi nel caso dell Egitto, che, nonostante sia un produttore di petrolio e gas, è transitato nel corso degli ultimi vent anni da esportatore ad importatore netto di energia, in conseguenza dell esplosione demografica del paese e della contestuale incapacità di diversificazione della filiera industriale nazionale. Anche l instabilità dell Iraq è frutto di una lotta settaria senza quartiere all interno del contesto nazionale, soprattutto tra le comunità sciite e sunnite, e l unico elemento di connessione tra crisi ed energia è riscontrabile nelle regioni settentrionali, dove le minoranze curde cercano di rendersi autonome dal governo centrale, gestendo in parziale autonomia la produzione locale. In conclusione, quindi, è possibile ribadire come la struttura global del sistema energetico sia stata oggetto di variazioni importanti nel corso degli ultimi quarant anni, mutando profondamente la fisionomia della rilevanza che un tempo poteva essere attribuita alle regioni del Medio Oriente. La gran parte delle crisi che interessano la regione, al contrario, sorge proprio dall incapacità dei paesi produttori nell aver saputo diversificare le proprie economie rispetto al sistema dei rentierstate, andando progressivamente ad indebolire la propria 154

157 capacità di sostenere le politiche economiche e sociali che da anni regolavano gli equilibri delle società della regione. La gran parte delle recenti e meno recenti crisi del Medio Oriente, quindi, poco ha a che vedere in modo diretto con l elemento energetico, affondando al contrario le ragioni storiche delle stesse nel malcontento maturato a livello sociale dopo anni di mala gestione delle finanze pubbliche e dei programmi di politica industriale. 155

158 Sicurezza energetica eurasiatica e cooperazione regionale Alessandra Russo Analista indipendente La transizione geopolitica che ha fatto seguito alla disintegrazione dello spazio sovietico e alla (re)integrazione di Cina e India nell economia globale ha portato al centro delle considerazioni strategiche delle grandi potenze una regione, quella centroasiatica, che in precedenza era stata a lungo considerato un hinterland amorfo del nucleo imperiale russo. La rilevanza attribuita alla regione caucasica è dovuta, da una parte, alla presenza di ingenti quantità di risorse naturali e materie prime (non solo idrocarburi, ma anche risorse idriche, metallifere e minerarie); e dall altra, al posizionamento pivotale degli stan 22 rispetto sia ai maggiori esportatori di prodotti energetici che ai mercati maggiormente in espansione. La centralità geopolitica di questo spazio regionale va rintracciata in riflessioni che predatano il recente riemergere della logica Great Game, come quella di Mackinder, che caratterizza l Eurasia come una massa continentale inaccessibile dal mare e quindi non esposta agli attacchi delle potenze marittime. Mackinder identifica questi territori come il cuore dell Isola- Mondo, il nucleo dell heartland e quindi il pivot attorno a cui ruota lo sviluppo globale (Mackinder 1904). In effetti, l Asia centrale si è sempre configurata, nel corso dei secoli, come crocevia di civiltà, punto di incontro e di scambio economico, religioso, culturale: è sufficiente pensare al revival subito dalla retorica sulla Via della Seta e agli accostamenti con l immagine del ponte (quando non di buffer, secondo le interpretazioni e i risvolti politici) tra il Medio Oriente, la Cina, il sub-continente indiano e il fianco meridionale russo. Spykman rivede parzialmente la teoria di Mackinder, stabilendo la centralità del rimland, ossia la costa eurasiatica; se secondo Mackinder, l attore in grado di controllare l heartland, è 22 Kazakistan, Kirghizstan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan. 156

159 destinato a dominare non solo l Eurasia ma il mondo intero, per Spykman, la posizione di predominio globale è invece condizionata dal controllo del rimland (Spykman 1944). Nel corso degli anni Novanta, non pochi autori hanno rivisto queste teorie per applicarle al caso eurasiatico, arrivando ad affermare che who controls the Silk Pipelines controls the world (Robbins 1993). Secondo i dati forniti per il 2011 dall Energy Information Administration, principale agenzia statunitense responsabile della raccolta, analisi e disseminazione di informazioni relative proprio al mercato energetico globale, Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan contribuiscono in modo preponderante alla produzione di petrolio e gas. In particolare, il Kazakistan è secondo solo alla Russia, nella regione eurasiatica, per quanto riguarda sia la presenza di riserve petrolifere (concentrate principalmente a Tengiz e Karachaganak) che la produzione di petrolio; mentre Turkmenistan e Uzbekistan sono rispettivamente il secondo e terzo maggiore produttore di gas su scala regionale, ancora dopo la Russia. Produzione tot. petrolio (migliaia di barili al giorno) Riserve accertate petrolio (miliardi di barili) Produzione tot. gas (migliaia di metri cubi) Riserve accertate gas (migliaia di miliardi di metri Kazakistan Turkmenistan Uzbekistan Mondo 1, *18* *12* *42* 2.41 *14* *39* 0.60 *43* 66.2 *20* *49* 0.59 *44* 63 *14* 87,483 1,526 3,168 cubi) Petrolio e Gas in Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, secondo i dati forniti da U.S. Energy Information Administration per il I numeri segnalati con asterisco indicano la posizione del paese a livello globale, per l anno precedente (fonte: *6* 1.83 *18*

160 Pur non potendo contare su ingenti quantità di idrocarburi sul proprio territorio, il ruolo di Kirghizistan e Tajikistan nella filiera produttiva energetica regionale non è da trascurarsi, in virtù della concentrazione di risorse idriche, sempre più funzionali quando non essenziali alla produzione di energia (generazione elettrica; estrazione, trasporto e lavorazione di petrolio, gas e carbone, per esempio il mantenimento della pressione nei giacimenti; irrigazione delle culture destinate alla produzione di biocarburanti e sabbie bituminose, IEA World Energy Outlook 2012). Un approccio regionale? In questo contesto, quindi, sia attori regionali che extraregionali (non ultimi, Stati Uniti ed Unione Europea) identificano la funzione ultima del pivot centroasiatico come integrazione continentale, del transito e dell offerta di contatti via terra sia in direzione est-ovest che nord-sud. Mappa dei corridoi energetici della regione eurasiatica (fonte: JBC Energy GmbH) Proprio per questo, un approccio connettore all Asia centrale (Matveeva 2007), concentrato sullo sviluppo infrastrutturale e di corridoi per il trasporto di idrocarburi, ha ispirato alcune iniziative di cooperazione su base regionale, tra cui l Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione: interessante, quest ultima, se si considera che i suoi membri controllano 158

161 circa un quarto delle risorse petroliere mondiali e più della metà di quelle gasiere, e che vi partecipano come osservatori o partner di dialogo paesi dal peso strategico nell export (Iran) e nell import (India). La struttura cooperativa alla base dell OSC ha origini negli anni Novanta con l avvio di negoziati sulla delimitazione e smilitarizzazione delle frontiere sino-russe e sino-kazakhe, sino-kirghise e sino-tagike. La definizione dei confini ha rappresentato l input per la formazione del gruppo Shanghai-5, che gradualmente ha esteso la propria agenda al coordinamento in materia di sicurezza non convenzionale e si è istituzionalizzata prima nel Forum di Shanghai, e poi nell Organizzazione vera e propria, che resta imperniata sulla diarchia sino-russa e influenzata dalle criticità di questo condominio egemonico. L equilibrismo di potere tra Mosca e Pechino ha investito anche l interpretazione dell OSC come emergente blocco geoeconomico. Per Pechino una delle funzioni primarie della propria politica centroasiatica è proprio quella di fornire garanzie al paese sull approvvigionamento energetico; tuttavia, le reazioni cinesi rispetto a meccanismi multilaterali in materia di sicurezza energetica si sono rivelate alquanto tiepide, soprattutto in riferimento al fatto che, tra il 2006 ed il 2007, a Mosca sia stata preconizzata l istituzione di un club energetico collegato alla struttura dell OSC non un OPEC del gas che potrebbe indurre i paesi importatori alla diversificazione delle rotte, ma piuttosto un comune dispositivo regolatore delle esportazioni di idrocarburi. Nonostante le reciproche reticenze tra Cina e Russia, l OSC qualche timida mossa in quella direzione l ha compiuta, almeno a livello declaratorio: già nel 2004 aveva infatti esteso la propria agenda ad includere il settore energetico, con la firma di un piano di azione che gettava le basi per una cooperazione tra la triade dei membri produttori (Russia, Kazakistan, Uzbekistan) e quella dei consumatori (Cina, Kirghizistan, Tajikistan). Successivamente, durante il Vertice OSC di Mosca, nell ottobre del 2005, il Segretario Generale Zhang Deguang ha annunciato l intenzione degli stati membri di promuovere progetti energetici congiunti, e la stessa tematica della sicurezza energetica si è rivelata centrale anche durante il Vertice di 159

162 Bishkek nell agosto del 2007, quando i membri hanno stabilito un comune denominatore di interesse per un mercato energetico unificato. Proprio in quella occasione è tornato alla ribalta il wishful thinking del Kazakistan, che negli ultimi venti anni ha ripetutamente giocato nel ruolo del visionario eurasiatista e che in una ipotesi di strategia energetica comune asiatica (da notare: non solo centroasiatica ) avrebbe incluso allora un agenzia OSC per l energia e una borsa OSC per le transazioni sul mercato energetico (RiaNovosti 16/08/2007). Eppure, al netto delle dichiarazioni e della firma di accordi raramente resi operativi, le politiche energetiche dei paesi membri dell OSC sembrano viaggiare su binari diversi da quelli della cooperazione regionale; su quest ultima prevale infatti la preferenza sia russa che cinese per logiche bilaterali e l avanzamento di due tipi di strategie perseguite in particolare dai paesi centroasiatici, l una tesa a bypassare il territorio russo, eludendo le rotte tradizionali di reminiscenza sovietica, e l altra tesa a capitalizzare il proprio potenziale di transito a vantaggio del proprio sviluppo economico, commerciale e infrastrutturale, tramite investimenti cinesi. L avvicendarsi di negoziati a geometria variabile e le intricate politiche multi-vettoriali perseguite soprattutto da Astana e Ashgabat mostrano quanto i tre aspetti sopraindicati siano interconnessi, e tangibili, per esempio, in due progetti infrastrutturali promossi dalla Cina, quali l oleodotto Kazakistan - Xinjiang ed il gasdotto Turkmenistan Xinjiang. Le prime importazioni dirette cinesi dai giacimenti centroasiatici sono transitate infatti dall oleodotto Atyrau-Alashankou, e dal gasdotto che si snoda da Sama-Depe ad Horgos. Nel primo caso, l oleodotto è volto non solo a saziare la sete energetica cinese (secondo dati riportati dall EIA, nel 2011 il petrolio kazako ha rappresentato poco più del 4% delle importazioni cinesi totali di petrolio, mentre quello russo poco meno dell 8%), ma anche a soddisfare le velleità kazake di potenziamento della propria capacità di export, diversificando le rotte, cercando di aggirare gli ostacoli legati allo status del mar Caspio e assicurandosi sbocchi sui terminali del Mar Nero. Per questo motivo Astana è impegnata su più fronti, tuttavia non escludendo mai dai propri 160

163 calcoli strategici Mosca. Ciò è vero anche per quanto riguarda l oleodotto Atyrau-Alashankou, attraverso cui passa non solo il petrolio kazako ma anche quello russo (dalla Siberia Occidentale). Nel secondo caso, l arteria (che transita attraverso l Uzbekistan e che dovrebbe in futuro raggiungere anche Tajikistan e Kirghizistan) ha come obiettivo principale quello di emancipare le rotte del gas turkmeno e di trovare nuovi mercati a est; nel 2011, infatti, la Cina ha importato 30 miliardi di metri cubi tra gas naturale liquefatto e gasdotti, e la metà di questi sono passati attraverso il corridoio centroasiatico (EIA). Nonostante non si possa certamente azzardare un ipotesi di relativa marginalizzazione di Mosca nella formulazione delle strategie energetiche centroasiatiche, sia l oleodotto Kazakistan - Xinjiang che il gasdotto Turkmenistan Xinjiang possono essere considerati il risultato di una politica energetica russa che è figlia di una sfiducia di fondo nei confronti di Pechino, della consapevolezza del proprio peso specifico in materia di approvvigionamento energetico ma anche di un relativo indebolimento di Mosca nei confronti del giardino dell impero. D altro canto, i ritardi nella costruzione sia di un oleodotto russo che transitasse verso la Cina (quello che oggi è conosciuto come corridoio Siberia Orientale Oceano Pacifico ed è finanziato da prestiti cinesi) che del gasdotto dell Altai (dalla Siberia occidentale al nord-ovest della Cina), hanno in parte accelerato la presa di Pechino sugli stan. Lunghezza (km) Capacità max. Oleodotto Kazakistan Xinjiang Fase I ESPO Fase II Gasdotto Turkmenistan Xinjiang Gasdotto dell Altai milioni di barili all anno 587 milioni di barili all ann o Da 220 a milioni di barili all anno 40 miliardi di metri cubi all anno Corridoi Russia-Cina e Asia centrale-cina a confronto 30 miliardi di metri cubi all anno

164 L Unione Europea in disparte? L Unione Europea si è presentata come attore tardivo nello scenario centroasiatico, con l adozione nel 2007 da parte del Consiglio di una strategia dedicata alla regione, dettata anche dalla necessità di diversificare le forniture energetiche, riducendo la dipendenza da approvvigionamenti e corridoi a gestione russa. In riferimento al settore energetico, da una parte l UE ha lanciato, nel 2004, l Iniziativa di Baku, che mirava ad una progressiva integrazione dei mercati energetici dell UE, del Mar Caspio e del Mar Nero, e nel 2010, l Investment Facility for Central Asia per promuovere investimenti infrastrutturali a livello regionale; eppure, dall altra parte, Bruxelles è mossa sul piano bilaterale, attraverso i Memorandum di Intesa con Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Questi vettori di cooperazione non hanno tuttavia arginato la relativa marginalità europea, che si è manifestata con crudezza in un contesto in cui Mosca si sta gradualmente voltando ad est (emblematico lo sviluppo dei giacimenti siberiani e di Sakhalin e di ESPO, ma anche la proposta di un gasdotto trans-coreano proprio per il transito di gas russo). Mentre quello europeo è un mercato in contrazione, l altro grande mercato occidentale, quello statunitense, sta puntando sulla produzione di shale gas per rendersi indipendente dalle importazioni di LNG dalla Russia; allo stesso tempo, il Giappone post-fukushima ha aumentato la sua domanda di petrolio, gas e carbone potendo sempre meno contare sulla produzione di energia nucleare. Ad indebolire ulteriormente ogni tentativo di strategia energetica comune europea vi sono, paradossalmente, gli stessi stati membri e le compagnie energetiche europee, che perseguono i propri obiettivi talvolta non allineandosi all interesse di creare rotte alternative rispetto alle infrastrutture a partecipazione russa e persino contribuendo alla realizzazione di pipeline in competizione strategica rispetto ai progetti promossi dall UE. Fra questi ultimi, il corridoio sottomarino transcaspico (da Turkmenbashi a Baku) dovrebbe trasportare verso i mercati europei gli idrocarburi turkmeni e kazaki, convogliandoli verso il corridoio del Caucaso meridionale (per ora alimentato da 162

165 risorse azere). Nonostante le trattative trilaterali tra Bruxelles, Baku e Ashgabat abbiano recentemente (settembre 2012) confermato la comune volontà di sviluppare il corridoio transcaspisco, i sogni energetici turkmeni, proprio come quelli russi, guardano sempre meno ad ovest e ai mercati europei, e sempre più a sud, verso la realizzazione di TAPI, il corridoio trans-afgano che trasporterebbe il gas turkmeno verso il Pakistan e l India (è importante sottolineare che nella scelta turkmena non vi è solo una visione alternativa alla direttrice occidentale degli export, ma anche la pragmatica consapevolezza che il progetto transcaspico si sconta con la realtà delle dispute sullo status legale del Mar Caspio). Qualche riflessione conclusiva L atteggiamento dell UE nei confronti del complesso centroasiatico ha spesso esitato tra un approccio regionale e un attitudine orientata a valorizzare le specificità dei singoli paesi, finendo spesso col realizzare, perciò projects with a national orientation under a regional strategy rather than, as desired, regional projects with national implementation (International Crisis Group 2006). La strategia del 2007 ha apparentemente assecondato una tendenza bilateralista che pure è prevalente, come già affermato, nel quadro della cooperazione energetica centroasiatica; l Unione Europea ha cercato solo limitatamente e recentemente una sponda nelle organizzazioni regionali esistenti quali l Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, senza peraltro specificare i termini in cui questi contatti potrebbero realizzarsi. In altri termini, nonostante Bruxelles abbia tentato di elaborare una strategia interregionale per interfacciarsi con il complesso centroasiatico, ha dovuto tenere in considerazione il fatto che i cinque stan non si sono coagulati in dispositivi regionali che prescindano dal ruolo della Russia e della Cina. Questi sono i due attori a cui continuare a guardare per cercare di risolvere il groviglio dei corridoi energetici attraverso cui passano le risorse centroasiatiche; tuttavia, se da una parte la posizione di transito può esporre gli stan a dinamiche di interdipendenza 163

166 asimmetrica (Russo 2012), dall altro la produzione di idrocarburi può offrire loro margini di manovra e l opportunità di giocare carte preziose su più tavoli: da Mosca a Pechino, passando per Bruxelles. Bibliografia: International Crisis Group, Central Asia: What Role for the European Union?, Asia Report No. 113, 10/04/2006. Mackinder H.J., The Geographical Pivot of History, The Geographical Journal, No. 23, Matveeva A., The Regionalist Project in Central Asia, Working Paper No. 13, Crisis States Research Centre, London School of Economics, March Paik K., Sino-Russian Oil and Gas Cooperation: The Reality and Implications, Oxford University Press (Oxford Institute for Energy Studies), Robbins G., The Post-Soviet Heartland: Reconsidering Mackinder, Eurasian Studies, Vol. 1, No. 3, Russo A., Turchia in transito: essere o non essere un hub, questo è il problema!, Meridiani Relazioni Internazionali, 21/03/2012. Spykman N.J., The Geography of the Peace, Harcourt, Brace and Company, Verda M., Gli accordi di sicurezza della Federazione Russa, in Clementi M. (a cura di), Gli accordi di sicurezza nel sistema internazionale contemporaneo ( ), Rubbettino,

167 Sicurezza ed indipendenza energetica: energia idroelettrica, fattore di sviluppo locale e di tensione regionale. Il caso dell Asia Centrale Lorena Di Placido Ricercatore Ce.Mi.S.S. La nascita delle repubbliche post-sovietiche dell'asia Centrale ha implicato un complessivo ripensamento della distribuzione delle risorse naturali locali, generando tensioni transfrontaliere che durano tuttora e creano una reale minaccia alla sicurezza regionale. La gestione dei corsi d'acqua risulta di cruciale importanza per gli stati nei quali hanno origine - Kirghizistan e Tagikistan, poveri e politicamente deboli - che ambiscono all'indipendenza energetica mediante la costruzione di centrali idroelettriche. Di contro, i paesi a valle Uzbekistan e Kazakhstan - politicamente più rilevanti e ricchi di idrocarburi e minerali - rivendicano l'utilizzo di quelle acque per coltivazioni agricole fondamentali per le economie nazionali. Nella problematica gestione idrica dello spazio centroasiatico entrano in gioco gli interessi di potenze regionali e di istituzioni transnazionali che sostengono i diversi progetti per la costruzione delle centrali. Nel complesso, il livello di tensione resta piuttosto elevato: alcuni tratti di confine sono tuttora minati e periodicamente si verificano scontri armati in alcune località di frontiera. Gestione delle risorse idriche e crisi transfrontaliere in Asia Centrale Unica nelle sue funzioni essenziali per la vita, non rinnovabile ed, anzi, insostituibile, l acqua rappresenta una fondamentale risorsa naturale, spesso definita come oro blu. Dato il suo progressivo diminuire in diverse parti del globo, è opinione comune a molti analisti che entro il 2030 numerose crisi transfrontaliere saranno determinate proprio dall accaparramento delle risorse idriche, con il rischio di generare conflitti dal Medio Oriente alla Cina, dall India 165

168 all Africa e all America Latina. Lo spazio centroasiatico, retroterra della missione ISAF, prossima al profondo ridimensionamento previsto per il 2014, si inserisce in tale quadro, rappresentando un chiaro esempio di come un fattore di sviluppo potenziale per le comunità locali possa costituire, in realtà, una pericolosa fonte di tensione transfrontaliera e persino una minaccia per la sicurezza regionale. La questione dello sfruttamento delle risorse idriche in Asia Centrale è esplosa all indomani della dissoluzione dell Unione Sovietica, esasperando una complessità che trova le sue ragioni proprio nella modalità di utilizzo dell acqua imposta da Mosca. La logica di interdipendenza quasi assoluta tra le diverse componenti dell URSS imponeva un criterio di contrappesi tale per cui ciascuna repubblica federata veniva specializzata nella fornitura di una particolare risorsa della quale abbondava (ad esempio l acqua), ricevendone in cambio un altra della quale era priva (ad esempio gas, elettricità o petrolio per finalità industriali o per il riscaldamento). Con l indipendenza, tale meccanismo di compensazione ha cessato di esistere e ciascuna repubblica ex sovietica ha acquisito il controllo sulle risorse nazionali. Il dato saliente è che mentre gas e petrolio sono monetizzabili e comunemente venduti sul mercato, lo stesso non accade per l acqua. Per di più, in Asia Centrale le repubbliche ricche di acqua - Kirghizistan e Tagikistan - sono anche le più povere delle altre risorse, le più arretrate economicamente - si pensi che per entrambi i paesi ben oltre un terzo del PIL è dato dalle rimesse dei migranti - e deboli politicamente, mentre quelle che mancano di acqua - Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan - sono quelle che ne hanno una grande necessità per fini agricoli, che abbondano di gas e petrolio e che godono dei migliori risultati in campo economico, nonché della maggiore influenza in ambito politico. Quindi, dal 1991 ad oggi è avvenuto che, in modo implicito e spontaneo, si siano delineati schieramenti contrapposti animati da interessi fortemente contrastanti, i cui paesi, oltre a contendersi l accaparramento della risorsa naturale di cui scarseggiano, sono anche portatori di istanze politiche profondamente diverse capaci di creare uno stato di tensione transfrontaliera profonda 166

169 e costante, talvolta al limite dello scoppio di un conflitto armato. Non può essere dimenticato, tuttavia, che già le politiche sovietiche di sfruttamento estremo e irrazionale dei fiumi ne avevano diminuito in misura drammatica la portata di acqua, impoverendoli al punto che alcuni di essi si sono via via esauriti nel loro fluire, lasciando a secco le popolazioni che un tempo ne erano fruitrici finali e generando disastri ambientali di straordinaria portata, come quello del Mare d Aral. Negli anni 60 del secolo scorso, la decisione delle autorità sovietiche di privilegiarne l utilizzo per la produzione di cotone, piuttosto che per la pesca, ha indotto a una massiccia deviazione dei fiumi tributari Amu Darya e Syr Daria, originari rispettivamente dai monti del Pamir (Tagikistan) e del Tien Shan (Kirghizistan) che ne ha provocato, tra il 1963 e il 1987, il depauperamento per circa il 60% del suo volume. Tempeste di sabbia e di sale hanno devastato i territori adiacenti, compresi tra Kazakhstan e Uzbekistan, distruggendo le produzioni agricole e compromettendo la salute delle popolazioni residenti. Nonostante avessero generato uno tra i maggiori disastri ambientali nella storia dell umanità, i pianificatori sovietici hanno comunque proseguito nello studio di fattibilità per la deviazione dei fiumi siberiani, sempre per sostenere la coltivazione del cotone in Asia Centrale. Su tutto il problema della gestione delle risorse idriche regionali gravano, inoltre, le tensioni dovute alla definizione strumentale dei confini avvenuta nei primi anni dell era staliniana, allorquando i sovietici riconquistarono i territori centroasiatici dell ex impero zarista, scegliendo di suddividerli nelle attuali cinque entità, che prendono il nome dal gruppo etnico dominante, accanto al quale ne vivono numerosi altri. Questo ha determinato una situazione particolarmente tesa nella Valle del Ferghana, un area complessa, divisa tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, che risultano protagonisti delle più aspre tensioni regionali dovute allo sfruttamento dell acqua, a causa dei progetti di costruzione di nuove centrali idroelettriche: Rogun in Tagikistan e Kambarata 1 e 2 in Kirghizistan. 167

170 Rogun Il progetto di Rogun prevede la costruzione sul fiume Vakhsh (nel sud del Tagikistan) di quella che potrebbe diventare la diga più alta del mondo (334,98 metri di altezza), per un costo complessivo che viene stimato in 2-5 miliardi di dollari; una volta entrata in funzione, la centrale idroelettrica ad essa collegata dovrebbe produrre 3600 MW. Inizialmente proposta nel 1959, la costruzione di Rogun è iniziata nel 1976, per poi venire congelata al momento della dissoluzione dell Unione Sovietica. Nel 1994 la Russia ha firmato con il Tagikistan un accordo per la conclusione dei lavori, in seguito denunciato dalle autorità di Dushanbe per inadempienza. Nell ottobre del 2004, ulteriori negoziati bilaterali hanno portato agli accordi con la RUSAL per ultimare Rogun, insieme ad altri progetti finalizzati alla produzione di alluminio. Con vicende altalenanti, una parte dei lavori è stata ultimata tra il 2010 e il Il 2015 resta la data presumibile per il completamento della centrale, nuovamente sospeso ad agosto 2012 in attesa di uno studio di fattibilità del progetto da parte della Banca Mondiale, richiesto dal governo tagiko. L Uzbekistan ha vivacemente contestato la realizzazione del progetto, nella convinzione che, a lavori ultimati, ci sarebbe stato un depauperamento massiccio dei corsi d acqua vitali per le proprie coltivazioni di cotone, del quale è il sesto produttore mondiale. Inoltre, secondo alcuni esperti, l area di interesse per la costruzione della diga sarebbe a grave rischio sismico. Le rassicurazioni delle autorità di Dushanbe riguardo alla garanzia di sufficienti risorse idriche comunque a disposizione per tutti i fruitori di quelle acque, grazie a tunnel che le trasporterebbero a valle aggirando la diga in costruzione, non hanno convinto gli uzbeki, che, nei periodi di maggiore tensione bilaterale, hanno utilizzato vari mezzi di dissuasione o ritorsione nei riguardi del Tagikistan, che vanno dal congelamento delle relazioni diplomatiche al blocco stradale e ferroviario (con ripercussioni a cascata per l intera regione e sui rifornimenti alla coalizione multinazionale in Afghanistan), al fermo delle forniture di gas. 168

171 La costruzione di Rogun, sostenuta anche da istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, oltre alla Banca Mondiale e agenzie statali come USAID, detiene una rilevanza di carattere transnazionale. Dal 2007, nell ambito del programma di cooperazione CAREC (Central Asian Regional Economic Cooperation), l Asian Development Bank ha inaugurato il progetto CASA 1000 (Central Asia South Asia Electricity Trade and Transmission Project, cofinanziato da Banca Mondiale, Banca Islamica di Sviluppo ed alcuni investitori privati) nel quale il Tagikistan è coinvolto insieme al Kirghizistan per fornire un migliore approvvigionamento energetico ad Afghanistan e Pakistan attraverso la connessione a una nuova rete regionale. Nelle more del completamento delle infrastrutture, il 16 settembre 2013, in un incontro svoltosi a Islamabad, i paesi coinvolti in CASA 1000 hanno convenuto che Afghanistan e Pakistan riceveranno da Kirghizistan e Tagikistan rispettivamente 300 MW e 1000 MW di elettricità all anno. La Russia si è progressivamente posta ai margini della costruzione di Rogun, promettendo un sostegno economico mediante la partecipazione a CASA 1000, poi ritirato per non compromettere i delicati equilibri che regolano i rapporti tra Mosca e le diverse capitali della regione. Kambar-Ata 1-2 La costruzione della centrale idroelettrica di Kambar-Ata rappresenta un importante progetto di investimento per il Kirghizistan, che la ritiene vitale per ottenere energia sufficiente per il fabbisogno interno e margini di guadagno interessanti dalla vendita di quella in esubero. Il progetto si articola in due parti, per la realizzazione di due centrali denominate Kambar-Ata 1 e 2 (rispettivamente capaci di produrre, in prospettiva, 1200 e 360 MW), da realizzarsi in parallelo con un costo complessivo di 3 miliardi di dollari. Oltre a Toktogul (1200 MW), Kurpsai (800 MW), Tash-Kumyr (450 MW), Shamaldy-Sai (o Shamaldy-Say, 240-MW) e UCH-Kurgan (180 MW) esse rappresentano due tra gli investimenti da realizzarsi sfruttando le acque del fiume Naryn. 169

172 La costruzione di Kambar-Ata 1 è iniziata nel 1986 e subito interrotta dal collasso dell Unione Sovietica. Nel 2008, con l inserimento di investitori francesi e americani (Electricite de France e Pricewaterhouse Coopers) sono ripresi gli studi di fattibilità per il completamento anche del progetto complementare di Kambar-Ata 2. I lavori per la realizzazione di Kambar-Ata 1, tuttora in corso, hanno subito un importante accelerazione alla fine di agosto Come nel caso del progetto tagiko di Rogun, l Uzbekistan si oppone alla realizzazione della centrale, che lo priverebbe dell acqua essenziale per le coltivazioni di cotone a valle e, in modo del tutto analogo, il contrasto bilaterale ha subito negli anni fasi alterne con frequenti momenti di crisi nei quali sono state attuate da parte uzbeka diverse forme di ritorsione. La Russia ha mantenuto una posizione di sostanziale equidistanza nel contrasto tra le due repubbliche ex sovietiche, per evitare che uno sbilanciamento a favore dell una o dell altra compromettesse la propria influenza nella regione. La situazione è rimasta tale fino al 2009, quando - per consolidare la propria presenza militare in Kirghizistan a discapito della coalizione multinazionale attiva in Afghanistan, che aveva in locazione la base aerea di Manas nei pressi di Bishkek - la Russia ha promesso consistenti aiuti a fronte di una rafforzata cooperazione in ambito economico e militare, reiterati con decine di accordi siglati anche negli anni successivi per finanziamenti a progetti di investimento ad hoc, tra i quali quello per la costruzione di Kambar-Ata. L 8 maggio 2013, la Russia ha, inoltre, ratificato un accordo specifico che la impegna nella costruzione della diga e della relativa centrale. Lo schieramento di Mosca non è risultato affatto gradito all Uzbekistan che ha cercato nel Kazakhstan un sostenitore più affidabile. I due paesi, seppure con modalità diverse, condividono il medesimo interesse rispetto allo sfruttamento delle risorse idriche regionali, anche se nel caso kazako il contrasto bilaterale riguarda più l utilizzo a scopo agricolo dei corsi d acqua che hanno origine nel Xinjiang (Cina occidentale) piuttosto che nel Kirghizistan. In particolare, nel corso di un incontro del 16 giugno 2013, i presidenti uzbeko e kazako 170

173 (rispettivamente, Islam Karimov e Nursultan Nazarbaev) hanno siglato un accordo di Partnership Strategica nel quale l accesso all acqua viene esplicitamente menzionato come potenziale minaccia alla stabilità regionale (come già si era espresso Karimov nel settembre 2012, nel corso di una visita proprio in Kazakhstan). I due presidenti hanno pertanto richiesto l intervento delle Nazioni Unite in qualità di mediatore. Alcune riflessioni conclusive Allo stato attuale, con i progetti infrastrutturali di maggiore criticità ancora in corso, grazie al sostegno di agenzie e istituzioni di carattere transnazionale, non si ravvisa la possibilità di addivenire a una qualche soluzione di compromesso per la definizione di un equilibrio nello sfruttamento delle acque capace di soddisfare le diverse parti in causa. Fin quando non ci sarà una partecipazione vantaggiosa ai progetti in corso anche per i paesi a valle che ne temono la realizzazione, non sarà possibile ipotizzare il superamento del muro contro muro espresso in scaramucce di confine, forme di embargo energetico e blocco delle vie di comunicazione. Più che da un ente sovranazionale di vocazione mondiale, come le Nazioni Unite invocate da Karimov e Nazarbaev, un tentativo di mediazione potrebbe giungere da organismi di portata locale, pienamente calati nella realtà economica e nelle prospettive di sviluppo regionale, come l Asian Development Bank, già impegnata come capofila del progetto CASA Allo stesso modo, la questione dell'utilizzo delle acque per finalità diverse da quella della produzione energetica va affrontata a livello regionale, per un razionale utilizzo delle risorse idriche disponibili che provenga da una gestione condivisa e consapevole, in grado di tenere conto dei bisogni dei paesi a valle e del necessario ammodernamento delle infrastrutture di distribuzione e irrigazione. Fin quando mancheranno efficaci strumenti di cooperazione regionale, la questione idrica rimarrà sullo sfondo ad alimentare un clima di diffidenza reciproca e di diffusa rivalità. 171

174 Risorse energetiche ed equilibri geostrategici in Afghanistan Cristiana Era Analista G-Risk Un sistema di reti viarie e di passaggi in territori aspri che dal vecchio continente arrivava in Cina: era la via della seta che aveva i punti nevralgici in Asia centrale e che nel corso dei secoli fece fiorire città quali Samarcanda, Bukara e Khiva, attraversata da avventurieri, esploratori ed eserciti. Il controllo di questi percorsi garantiva l approvvigionamento di merci preziose, quali la seta appunto. Dopo secoli di decadenza la Silk Road ritorna nuovamente al centro degli interessi economici internazionali nella versione contemporanea del XXI secolo: alla seta e ad altri prodotti si sono sostituite le materie prime, soprattutto le risorse energetiche, che stanno facendo dell Asia centrale un area ad alto potenziale di sfruttamento e di transito per l oro nero (il petrolio) e l oro blu (il gas). Le rotte energetiche sono quelle su cui si muovono le potenze emergenti dell Asia, ma anche gli antichi colonizzatori (Russia e Regno Unito), gli imperi più recenti (Stati Uniti e Cina) e medie e piccole potenze occidentali sull orlo di una crisi energetica (Unione Europea). Secondo le proiezioni dell International Energy Outlook 2013, il consumo energetico mondiale aumenterà del 56% entro il 2040, in gran parte nei Paesi non appartenenti all OECD e le cui economie stanno sperimentando una crescita stabile di lungo periodo. E l incremento della domanda riguarderà soprattutto il gas naturale, il cui consumo dovrebbe attestarsi intorno ai 3,20 trilioni di metri cubi nel , anche grazie al minor impatto ambientale e a costi ridotti rispetto ad altre fonti 24. Al tavolo del Grande Gioco siedono oggi più giocatori, essendoci nuove entità territoriali indipendenti che anticamente non esistevano. E queste ultime, in alcuni casi hanno in mano il futuro energetico di altre nazioni, 23 La stima ufficiale è di 113 trilioni di piedi cubi. 24 Cfr.: US Energy Information Administration, Energy Outlook

175 in altri l opportunità di potersi rendere meno dipendenti dalle influenze e dagli interessi politici dei vicini. È il caso dell Afghanistan, naturale connessione tra l Asia settentrionale e quella meridionale. Rispetto a quelle di Paesi quali il Turkmenistan, il Kazakhstan e l Uzbekistan, le risorse energetiche afghane sono minori, anche se in compenso il territorio è ricco di materie prime quali il rame, l oro, il ferro, il piombo, il litio e le terre rare, quest ultime fondamentali per l industria high-tech. Tuttavia, l Afghanistan settentrionale contiene l estremo lembo sud del bacino di Amu Darya, secondo al mondo per le riserve di gas ma ricco anche di petrolio; mentre a nord-est condivide con il Tagikistan il Bacino Afghano-Tagiko. Le maggiori esplorazioni sul territorio vennero effettuate durante l occupazione sovietica: tra gli anni 60 e gli anni 80 vennero individuati 15 giacimenti (7 di petrolio e 8 di gas), ma gli eventi successivi impedirono ulteriori esplorazioni e anche la limitata produzione di gas e petrolio di quegli anni si ridusse drasticamente. Di fatto, nonostante il suo significativo potenziale energetico oggi l Afghanistan è un Paese importatore, dipendente da gas e greggio proveniente da Pakistan, Uzbekistan, Iran e, in misura minore, Turkmenistan. Il Paese è oggi ancora fortemente dipendente dall agricoltura ma il governo Karzai negli ultimi due anni, con una decisa accelerazione nel 2013, ha puntato molto sullo sviluppo del settore che sarebbe in grado non solo di rendere l Afghanistan autosufficiente, ma soprattutto riuscirebbe a colmare l imminente riduzione degli aiuti internazionali e delle entrate derivanti dall indotto della presenza militare straniera che attualmente costituiscono la maggior parte del budget dell amministrazione. Molte delle riserve energetiche non sono state fino ad ora esplorate o sfruttate, sia per mancanza delle condizioni politiche e di sicurezza adeguate, sia per la mancanza della necessaria tecnologia. In Afghanistan ci sono cinque bacini sedimentari maggiori: Amu Darya, Afghano-Tagiko, Tirpul, Katawaz e Helmand. Il bacino di Tirpul, che copre un area di km², è situato ad ovest, nella Provincia di Herat, ma può essere considerato un prolungamento di quello dell Amu Darya. 173

176 Katawaz e Helmand non sono mai stati esplorati ma secondo gli esperti presentano un quadro geologico favorevole e potrebbero rivelare la presenza di grandi giacimenti di petrolio o di gas. Le risorse sono concentrate in due aree principali, il bacino dell Amu Darya e quello afghano-tagiko. I 6 bacini energetici afghani come identificati dall USGS Amu Darya Il bacino dell Amu Darya si estende per una superficie di oltre km² che attraversa Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan e Iran anche se la quasi totalità della provincia ( km²) è situata all interno dei confini turkmeni e uzbeki 25. Le esplorazioni nella parte afghana dell Amu Darya, che comprende le Province di Jowzjan, Balk, Faryab e Sar-e-Pul, sono iniziate nel 1956 ma nonostante abbiano portato alla scoperta dei giacimenti di gas di Angot, Yatimtaq, Khwaja Gogerdaq e Khwaja Bulan negli anni sessanta, il bacino è ancora relativamente poco esplorato, rispetto alla porzione situata in Turkmenistan e Uzbekistan 26. Nel 2009 la United States Geological Survey (USGS) e il Ministero per le Miniere e l Industria afghano hanno condotto uno studio congiunto 25 Cfr.: Gregory F. Ulmishek, Petroleum Geology and Resources of the Amu- Darya Basin, Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan, and Iran, U.S. Geological Survey Bulletin 2201 H, Cfr.: 174

177 finanziato dall Agenzia americana per il Commercio e la Cooperazione sulle potenziali risorse petrolifere e di gas non ancora scoperte nella parte settentrionale del Paese. Le stime rivelano un potenziale di circa miliardi di barili di greggio, di 1.032,5 trilioni di metri cubi di gas naturale 27. Nell Amu Darya sarebbero concentrate le riserve di gas, mentre la maggior parte di quelle petrolifere sono state localizzate nel bacino afghano-tagiko. Lo studio, poi reso pubblico alla fine del 2011, rappresenta un aggiornamento di un lavoro della USGS fatto nel 2006 e corregge al rialzo tutte le stime precedenti: i bacini conterrebbero 18 volte la quantità di petrolio precedentemente accertata e 3 volte quella di gas 28. Bacino Afghano-Tagiko E il bacino al confine con il Tagikistan ed è quello dove in passato sono stati trivellati la maggior parte dei pozzi, diventando, quindi, quello più esplorato. La produzione di petrolio, tuttavia, non ha mai avuto grossi investimenti ed incentivi. Dopo il 1989 la produzione è stata interrotta del tutto a causa delle turbolente vicende interne. Solo recentemente il Ministro per le Miniere e l Industria, Wahidullah Shahrani, ha cercato di attrarre investimenti stranieri per lo sviluppo dei giacimenti di Mazar-i-Sharif e del resto del bacino, che si stima contenere 1,9 miliardi di barili di greggio e gas. Secondo le dichiarazioni ufficiali, il governo di Kabul spera di ottenere 16 miliardi di dollari dallo sfruttamento delle risorse petrolifere e di gas. Sfortunatamente, nonostante l impegno di questi ultimi dieci anni della comunità internazionale, le condizioni sul terreno rimangono critiche e le grandi multinazionali straniere preferiscono adottare una strategia di attesa per vedere cosa succederà dopo le elezioni presidenziali di primavera e il successivo ritiro delle truppe ISAF 29. I risultati dell intensa opera di addestramento delle forze afghane 27 La stima ufficiale è di trilioni di piedi cubi. 28 Cfr.: 29 Cfr.: 175

178 dell ANSF (Afghan National Security Force) da parte dei militari della Coalizione non convincono la maggior parte degli investitori sull effettiva stabilizzazione del Paese che, tra l altro, continua ad essere afflitto da una dilagante corruzione, elemento che certamente non favorisce la presenza dell imprenditoria straniera. La conseguenza di questo stato di incertezza sul futuro del Paese è la decisione da parte delle principali multinazionali di investire nei Paesi confinanti che offrono migliori garanzie di sicurezza e stabilità. Le gare di appalto per le concessioni dei diritti di sfruttamento non sono comunque andate deserte, ma hanno visto l afflusso di investitori minori, disposti a correre rischi. A settembre il Consiglio dei Ministri afghano ha approvato l accordo con tre compagnie, due straniere (la turca TAPO e la Dragon Oil di Dubai) e una locale (Gruppo Ghanzanfar), per l esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti di Mazar-i-Sharif e di altre aree nel bacino afghano-tagiko. Anche la Cina, che sta iniettando capitale in tutta l Asia allo scopo di accaparrarsi quante più risorse energetiche possibili per poter sostenere la sua sorprendente crescita e modernizzazione del sistema economico, ha mostrato interesse per i giacimenti afghani. Ma i rapporti con Kabul nel corso degli ultimi anni sono stati controversi, in parte per il mancato sfruttamento dei giacimenti di Sar-e-Pul e Faryab per i quali Beijing aveva ottenuto le concessioni 30 ma anche a causa dei contrasti che sono sorti con il governo afghano a proposito dello sfruttamento della miniera di Ainak 31, che contiene grandi depositi di rame e che doveva rappresentare il più grande 30 Nel 2011 la China National Petroleum Corporation si aggiudicò l appalto per le trivellazioni in quelle due Province, ma le attività di esplorazione sono state ostacolate dalle intimidazioni che i gruppi di miliziani legati alla figura del Generale Abdul Rashid Dostum hanno condotto nei confronti degli ingegneri cinesi. 31 La miniera di Ainak si trova nella provincia di Logar dove si ritiene che vi sia uno dei più grandi giacimenti di rame del mondo. I diritti di estrazione furono acquisiti dalla China Metallurgical Group Corporation nel 2007, ma il progetto non è mai stato portato a termine per una disputa su alcuni templi buddisti antichi che la compagnia cinese avrebbe dovuto far preservare dagli archeologi, oltre all impegno di far costruire una ferrovia e una centrale elettrica e mai portato a termine. Per un resoconto della vicenda, cfr.: 176

179 investimento straniero della storia dell Afghanistan. Al momento il progetto sembra essersi arenato e le trattative per riavviarlo fra la compagnia China Metallurgical Group Corporation (MCC) e il Ministero per le Miniere e l Industria sono ancora in corso, anche se si fanno più insistenti le voci di un possibile ritiro dei cinesi 32. Un corridoio energetico tra Asia settentrionale e Asia meridionale Gli investimenti stranieri saranno determinanti per l economia afghana. Lo sfruttamento delle risorse trova i suoi limiti, come già indicato, nelle precarie condizioni della sicurezza e nella corruzione ma anche nella mancanza di infrastrutture, il cui costo di realizzazione ricadrà necessariamente sulle compagnie straniere. Significativo è il fatto che nell area dell Amu Darya la produzione petrolifera è stata interrotta perché non vi è la possibilità di raffinare il greggio. E da qui si arriva inevitabilmente ad un altro nodo cruciale, quello di oleodotti e gasdotti che consentono il trasporto di petrolio e gas. Se il suo potenziale potrebbe rendere l Afghanistan energeticamente indipendente, la sua collocazione geografica ne fa, sempre potenzialmente, un corridoio strategicamente rilevante per il trasporto dal nord verso sud e verso est (cioè verso India e Cina). Uno dei progetti più importanti da questo punto di vista è il TAPI 33 che porterebbe il gas dal Turkmenistan a Pakistan e India attraverso il territorio afghano, passando per le province di Herat, Helmand e Kandahar. Il TAPI è un progetto di vecchia data che è stato interrotto e ripreso più volte e che ha avuto un momento di rinnovato impulso negli ultimi anni grazie alle pressioni degli Stati Uniti che in esso vedono un contrappeso all influenza iraniana nel Paese. L idea di un gasdotto che potesse trasportare il gas dal giacimento turkmeno di Dauletabad fino al porto indiano di 32 Cfr.: 33 TAPI è l acronimo di Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India, i Paesi interessati dal progetto. 177

180 Fazilka risale agli anni 90, prima della presa di Kabul da parte dei talebani. La prima pianificazione, basata su uno studio di fattibilità effettuato dallo sponsor principale, la Asian Development Bank, prevedeva un costo di 7,6 miliardi di dollari per un percorso di circa km, con una capacità di trasporto di 33 miliardi di metri cubi l anno. Lo studio venne poi aggiornato nel 2008 e nello stesso anno a Islamabad i quattro Paesi partecipanti firmarono il Gas Pipeline Framework Agreement che prevedeva l inizio dei lavori nel 2010 e l avvio del trasporto del gas nel Ad oggi, però, il TAPI è ancora sulla carta a causa delle numerose problematiche regionali che hanno ostacolato l avvio dei lavori, adesso previsti per il Tra queste, la rivalità fra Pakistan e India, la questione sicurezza nelle aree sotto il controllo dei Pashtun, e la concorrenza di altri progetti che meglio rispondono agli interessi di due potenze come Cina e Iran. Fig.2 Percorso del TAPI (fonte: Canadian Centre for Policy Alternatives) Come ponte territoriale di connessione fra Asia settentrionale e Asia meridionale, la partecipazione dell Afghanistan al TAPI è fondamentale per l esistenza stessa del progetto. E questo mette Kabul nella posizione di poterne trarre il più ampio 178

181 profitto, sia in termini di influenza politica che di flussi di investimenti e di entrate relative ai diritti di transito (stimate in diverse centinaio di milioni di dollari). In altre parole, il TAPI potrebbe rappresentare uno stimolo per l economia afghana con effetti positivi per l occupazione e una valida alternativa all indotto della presenza internazionale e degli aiuti che subiranno drastiche riduzioni dopo il Ma, come già detto, sul tavolo vi sono altri due progetti. Il primo, denominato IPI, dovrebbe portare il gas iraniano a Pakistan e India; di fatto la sua realizzazione boicotterebbe il TAPI e il significato stesso di un corridoio che da nord a sud trasporta il gas ai due destinatari principali. Anche nel caso dell IPI, comunque, la posizione di Nuova Delhi e di Islamabad ha oscillato nel corso del tempo. L India ha poi confermato il supporto al TAPI; lo stesso ha fatto il Pakistan che tuttavia, opportunisticamente, porta avanti anche il progetto con l Iran. In un incontro bilaterale a margine dell apertura della 68 sessione dell Assemblea Generale dell ONU, il premier pakistano Mohammad Nawaz Sharif e il Presidente iraniano Hassan Rouhani hanno concordato sulla necessità di accelerare la costruzione del gasdotto. Il progetto, che ha un costo stimato attorno a 1,5 miliardi di dollari e con un estensione di 900 chilometri in territorio iraniano (già completati) e di 700 chilometri in quello pakistano, ha subito un arresto a causa dell improvviso ritiro della ditta appaltatrice creando un vuoto finanziario di 500 milioni di dollari che però Teheran si è detta pronta a coprire. Il secondo progetto è in realtà ancora alla fase iniziale di proposta, ma presenta molte caratteristiche che potrebbero costituire un duro colpo per il TAPI senza però minacciare il progetto iraniano-pakistano: un gasdotto che dal Turkmenistan farebbe arrivare il gas in Cina passando per l Afghanistan settentrionale e il Tagikistan. Una delle caratteristiche rilevanti di questo progetto è al tempo stesso anche uno dei più grossi ostacoli al TAPI: la sicurezza. Mentre il percorso del TAPI prevede l attraversamento di regioni fortemente instabili quali quelle di Kandahar e Quetta, un gasdotto che evita le zone dominate dai pashtun in Afghanistan 179

182 e Pakistan è più sicuro e automaticamente lo rende più attraente per gli investimenti 34. Al di là dei possibili sviluppi di uno o di un altro progetto, è facile concludere che le nuove strategie delle potenze in Asia passano per le reti di trasporto energetico. Iran e Cina hanno forti interessi il primo a vendere, il secondo ad acquistare sia sui giacimenti che sui gasdotti che determineranno gli equilibri nella regione nel futuro prossimo. Gli Stati Uniti, forse troppo impegnati nella exit strategy afghana o distratti da altre questioni internazionali, sembrano sottovalutare l aggressività della politica energetica della Cina, i tentativi dell Iran di mantenere l influenza in Asia centrale e i desideri della Russia di riconquistare l impero ad est. Secondo il World Energy Outlook dell AIEA, l Agenzia Internazionale per l Energia pubblicato nel novembre 2012, gli Stati Uniti saranno energeticamente indipendenti entro il 2020, ma quello che è in atto in Asia centrale è l ennesima partita del Grande Gioco e non si tratta solo di energia: passare la mano in questo momento pensando di poter fare a meno di giocare potrebbe voler dire essere tagliati fuori da uno scacchiere regionale in cui si trovano molti dei più grossi giacimenti di materie prime del mondo. 34 Cfr.: al

183 Aspetti della sicurezza energetica in India Costantino Moretti Analista indipendente L India è un paese che vive una brillante stagione caratterizzata da una notevole crescita economica. Secondo l Ufficio di Statistica Indiano 35, il PIL del Paese nel 2012 è stato pari a miliardi di dollari USA 36 ed è stimato che nel 2013 raggiunga la ragguardevole cifra di miliardi di dollari USA, con un tasso positivo medio del 7,5% circa negli ultimi dieci anni e del 8,7% circa solo negli ultimi cinque anni. L attuale situazione energetica Indiana L impetuoso sviluppo economico indiano ha richiesto, naturalmente, una sempre maggiore quantità di risorse energetiche ed il Paese, a partire dall inizio di questo secolo, pur avendo nel sottosuolo notevoli quantità di materie prime energetiche, ha dovuto integrare la propria produzione ricorrendo ai mercati esteri. Il carbone è la principale risorsa energetica del paese con quota di circa il 53%, seguito dal petrolio per circa il 30% e dal gas naturale per circa il 10%. Quote percentuali irrisorie si hanno dalle altre fonti, nucleare compreso. In India le riserve stimate di carbone sono pari a 293 miliardi di tonnellate. Nel periodo ne sono state estratte circa 540 milioni di tonnellate; tuttavia, tale ingente quantitativo non è stato sufficiente a far fronte alle richieste interne, tanto che nel medesimo periodo il Paese ne ha dovuto importare ulteriori 103 milioni di tonnellate. Per dare un parametro di riferimento 35 Central Statistics Office Energy Statistics 2013 New Delhi, marzo Secondo le rilevazioni della Banca Mondiale, l India nel 2012 ha avuto un PIL pari a miliardi di dollari USA, che ha permesso al Paese di raggiungere il 10 posto tra i Paesi più industrializzati, subito dietro all Italia la quale, nel medesimo periodo, ha fatto registrare un PIL pari a miliardi di dollari USA. vds (visitato il ). 181

184 dell aumento esponenziale delle importazioni di carbone, basti pensare che nel periodo l import indiano si era attestato su circa 21 milioni di tonnellate. Nell arco di tempo preso in considerazione dal vigente piano quinquennale di sviluppo 37, il carbone, pur essendo una fonte altamente inquinante, non solo continuerà a mantenere il primo posto tra le risorse energetiche, ma dovrebbe addirittura aumentare ulteriormente l incidenza, tenuto conto che, secondo le previsioni, al termine del quinquennio il 67% dell aumento della produzione di energia elettrica sarà assicurata dal carbone. Per quanto riguarda il petrolio, nel l India è risultata essere al quarto posto tra i Paesi maggiormente consumatori con una quota pari al 4% del totale mondiale, dietro a USA (20,5%), Cina (11,4%) e Russia (5%) 38. Il petrolio grezzo viene lavorato in 22 impianti 39 per una capacità totale annua di raffinazione pari a milioni di tonnellate metriche annue 40. Pur avendo riserve stimate pari a circa il 4% del totale mondiale, il 73% circa del totale del petrolio lavorato in India è d importazione. L India detiene circa lo 0,8% delle riserve stimate di gas naturale mentre ne consuma una quantità pari al 1,9% del totale mondiale, con una quota importata dall estero di circa il 20%. Sino al 2004 l India era riuscita tuttavia a far fronte con la produzione interna alle richieste di gas naturale provenienti dal proprio settore produttivo; ma a partire da tale anno è diventata importatrice netta di gas naturale, acquistandolo principalmente dal Qatar. Non essendo dotata di collegamenti tramite oleodotti o gasdotti con i paesi produttori, in India la quasi totalità dell import di petrolio e di gas arriva via mare. 37 aprile 2012 marzo Energy statistics raffinerie sono di proprietà pubblica, 2 sono gestite da joint-venture pubblico/privato e 3 sono private. vds.: (visitato il ) tonnellata metrica è pari a 7,33 barili (http://petroleum.nic.in/petstat.pdf). 182

185 Problematiche sociali legate all energia Nel campo dell energia in India continuano a persistere delle gravi criticità infrastrutturali con ricadute sociali molto forti. Di recente il Ministero dell Ambiente e delle Foreste indiano 41 ha reso noto che il consumo pro capite di energia elettrica, pari a 566 KWh 42, è il più basso tra quelli dei Paesi maggiormente sviluppati; circa l 85% dei nuclei familiari che vivono in zone rurali e il 12% circa dei nuclei familiari che vivono in zone urbane, ovvero 84 milioni di nuclei familiari, non sono stati ancora allacciati alla rete di distribuzione dell energia elettrica; una rete di distribuzione rilevatasi quindi non sufficiente a sopportare i picchi di richieste d energia tanto che, senza accennare ai due consecutivi blackout che il 30 e il 31 luglio 2012 hanno lasciato per svariate ore al buio 20 dei 28 stati dell India 43, tutte le imprese e le abitazioni civili di prestigio hanno dei generatori di corrente per sopperire alle frequenti interruzioni dell erogazione elettrica. Le strategie di politica energetica Secondo la Commissione di pianificazione quinquennale, il consumo di energia nel periodo dovrebbe attestarsi sui 738,07 MTOE 44. Per raggiungere tale obiettivo il Paese sarà 41 P. Garg, Ministry of Environment and Forests: Energy Scenario and Vision 2020 in India, in Journal of Sustainable Energy & Environment n , pagg L Ufficio Centrale di Statistica indiano ritiene che a marzo 2012 il consumo pro capite di energia abbia raggiunto gli 879 KWh. Energy Statistics Tra gli altri vedasi: H. Pidd India blackouts leave 700 million without power in The Guardian e S. Denyer R. Lakshmi India blackout, on second day, leaves 600 million without power in The Washington Post MTOE è l acronimo in inglese di un milione di tonnellate equivalenti di petrolio. La tonnellata equivalente di petrolio è l unità di misura per calcolare l energia rilasciata dalla combustione. Il valore convenzionale di una tonnellata di petrolio grezzo è di 42GJ. vds: 183

186 costretto ad importare circa il 38% in più di risorse energetiche, rispetto al periodo Per l India l obiettivo di raggiungere l indipendenza energetica non è legato al problema della scelta tra le differenti risorse energetiche interne disponibili, ma piuttosto a quello di sviluppare il più possibile tutte le differenti risorse energetiche interne sino a che esse siano competitive per disponibilità e prezzo rispetto alle risorse energetiche d importazione. L attuale situazione del settore energetico indiano, che è caratterizzata, come sopra esposto, da un massiccio ricorso alle importazioni via mare, da una non equa distribuzione interna e da un forte ricorso all utilizzo del carbone era stata già prevista dalle autorità indiane fin dagli anni novanta del secolo scorso. Infatti, il Ministero indiano per il petrolio e il gas naturale pubblicava nel febbraio del 2000 uno studio intitolato Hydrocarbon Vision 2005, la prima seria raccolta ed analisi di dati sulla situazione energetica indiana, concentrato sui settori del petrolio e del gas naturale. Tale limite è stata superato nell agosto del 2006 col documento Integrated Energy Policy, redatto da un gruppo di esperti sotto gli auspici della Commissione di Pianificazione. Tale studio, oltre ad esaminare il contributo che ogni singola fonte energetica può offrire allo sviluppo del Paese, analizza gli aspetti generali che ruotano intorno al settore energetico offrendo previsioni di sviluppo sino al , ovvero sino alla scadenza del 15 piano economico quinquennale. È in tale documento che per la prima volta viene articolato esaustivamente il concetto di sicurezza secondo l ottica Indiana. La definizione che ne scaturisce, valida ancora oggi, è la seguente: We are energy secure when we can supply lifeline energy to all citizens irrespective of their ability to pay for it as well as meet their effective demand for safe and convenient energy to satisfy their various needs at competitive prices, at all times and with a prescribed confidence level considering shocks and disruptions that can be reasonably expected. Da tale definizione di sicurezza energetica deriva l invito al governo centrale indiano di prendere in considerazione le seguenti esigenze fondamentali: 184

187 - soddisfare le richieste energetiche di un paese che, secondo le previsioni di crescita riportate nello stesso studio, dovrebbe vedere aumentare il PIL del 8,5% all anno sino al periodo ; - garantire i bisogni di energia a tutta la popolazione per favorire lo sviluppo sociale, la salute e la sicurezza in maniera quanto più armonica possibile, senza distinzione di censo o di altri fattori. L intervento governativo dovrà mirare ad elevare i livelli di vita della popolazione cercando, al contempo, di arrivare ad un uso più efficiente e con minori ricadute ambientali dell utilizzo di energia sia per quanto riguarda gli usi domestici sia per quanto riguarda gli usi industriali; - assicurare la regolarità e la competitività dei prezzi delle forniture delle materie prime energetiche in modo da favorire le esportazioni dei prodotti indiani. Per raggiungere tale obiettivo, l India, vista la sua dipendenza dall estero, dovrà prima di tutto trovare adeguate e stabili risorse di energia diversificando i paesi fornitori, le tipologie di risorse energetiche e le modalità di trasporto. Due raccomandazioni vengono avanzate dagli esperti per il raggiungimento della sicurezza energetica: - costituire una riserva di risorse energetiche pari alla quantità di petrolio importato per 90 giorni, in modo da poter fronteggiare eventuali fluttuazioni di prezzo delle materie prime nel breve periodo. Secondo gli esperti, tali riserve potrebbero essere localizzate anche in Paesi vicini 45 ; - intessere relazioni bilaterali privilegiate, attraverso una strutturata azione di diplomazia energetica, con quegli Stati che hanno nel proprio sottosuolo considerevoli riserve di idrocarburi, spesso estratte in esclusiva da compagnie petrolifere nazionali o sotto controllo dello Stato stesso. 45 Nello studio viene citato Singapore quale località consona allo scopo. 185

188 La diplomazia energetica indiana tra Iran e USA Una forte azione di diplomazia energetica indiana si era rivolta, a metà degli anni novanta del secolo scorso, verso quei Paesi esportatori di petrolio e gas naturale i quali, all epoca, non trovavano piena fiducia nella gran parte della comunità internazionale, quali, ad esempio, il Sudan, il Venezuela e, soprattutto, l Iran 46. Con l Iran i rapporti commerciali si sono rilevati eccellenti e forieri di reciproca soddisfazione, tanto che nel 1999 i due Paesi stavano per finalizzare gli studi dettagliati per la costruzione di un oleodotto che li avrebbe collegati passando attraverso il Pakistan: l IPI (Iran-Pakistan-India), opera vagheggiata sin dal lontano 1966 e attualmente, a seconda dei punti di vista, sospesa o abbandonata principalmente a causa delle sanzioni internazionali a cui è sottoposto l Iran La realizzazione dell oleodotto avrebbe inoltre prodotto: un miglioramento dei rapporti tra India e Pakistan, una sorta di pacificazione energetica ; - uno sbocco sicuro della produzione di greggio iraniano con il sostanziale superamento delle criticità legate alla navigazione dello Stretto di Hormuz. L avvicinamento energetico dell India all Iran è stato il motivo principale che ha spinto gli USA a prospettare all India la fine dell embargo nucleare. Tale politica, preannunciata nel corso della storica visita dell allora Segretario di stato americano Rice a New Delhi nel marzo del 2005, ha trovato attuazione il 20 luglio 2007 con la firma del cosiddetto Accordo 123, destinato a regolare i rapporti nel settore del nucleare civile tra i due 46 Le imprese pubbliche indiane operanti nel settore degli idrocarburi sono attualmente presenti in 22 paesi: Vietnam, Russia, Sudan, Myanmar, Iraq, Iran, Egitto, Siria, Cuba, Libia, Mozambico, Brasile, Kazakhstan, Gabon, Colombia, Trinidad e Tobago, Nigeria, Venezuela, Oman, Australia e Timor Est. Fonte: 47 Sul sito internet del Ministero del Petrolio indiano il progetto dell IPI appare essere ancora in una fase negoziale Several critical issues, viz., the delivery point of Iranian gas, the project structure, guarantees related to safety of the pipeline and security of supply, besides pricing of gas are yet to be resolved. visitato il

189 paesi. Dalla firma dell Accordo 123, le relazioni tra India e Usa si sono avviate su corsie preferenziali tanto che l attuale amministrazione americana nel nuovo documento di strategia per la difesa, denominato Sustaining U.S. global leadership: priorities for 21st century defence, collega l economia e la sicurezza degli USA agli sviluppi nel quadrante che va dall Oceano Indiano alle coste occidentali americane, elevando l India alla posizione di partner strategico di lungo termine, anche dal punto di vista di una possibile collaborazione per assicurare la sicurezza dell intero Oceano Indiano. Per quanto riguarda l energia nucleare, secondo alcuni studi tecnici, pubblicati in coincidenza con la firma di tale Accordo, entro il 2050 l India, grazie all accesso alle tecnologie civili americane, riuscirebbe a coprire circa il 40% del proprio fabbisogno energetico interno. Il nucleare garantirebbe elevate quantità di energia, favorirebbe la riduzione delle emissioni di Co2 e soprattutto allevierebbe il problema della dipendenza dalle importazioni. Oggi, dopo 6 anni dalla firma dell Accordo 123, il nucleare apporta soltanto una minima percentuale (il 2%) al fabbisogno energetico indiano e le previsioni più aggiornate non indicano sostanziali miglioramenti, anche se permane l impegno governativo di produrre dal nucleare 60 GW nel 2030 dalle attuali 4,8GW. Il Segretario di stato americano in carica, John Kerry, nel corso della sua visita a New Delhi dello scorso giugno 48, ha annunciato che la società Westinghouse nel settembre 2013 avrebbe concluso un accordo per la vendita di reattori nucleari alla Nuclear Power Corporation indiana; tale contratto dovrebbe essere un primo effetto di natura commerciale dell Accordo 123. Va rilevato tuttavia che il recente incidente occorso al reattore nucleare di Fukushima, in Giappone, ha dato buona linfa ad un crescente e sempre più forte movimento anti-nucleare interno Kerry era accompagnato in India anche da Ernest Moniz, professore di fisica nucleare al MIT e poco prima nominato Segretario di stato per l energia. 49 International Energy Agency Understanding Energy Challenges in India. Policies, Players and Issues, settembre 2012, pag. 84 https://www.iea.org/publications/freepublications/publication/india_study_fi NAL_WEB.pdf. 187

190 L India, anche a causa delle difficoltà incontrate nel far fronte alle esigenze energetiche con la produzione nucleare interna, pare aver riaperto il capitolo Iran con buona pace dell attuale amministrazione americana. Una recente visita del ministro degli esteri indiano Salman Khurshid in Iran, avvenuta il 4 maggio 2013, è stata l occasione per affrontare con l omologo iraniano Ali Akbar Salehi anche la questione energetica. L India, pur avendo contratto le importazioni di greggio iraniano del 42% nel primo semestre 2013 rispetto al medesimo periodo dell anno precedente e del 45% nel mese di giugno di quest anno rispetto al mese precedente (del 26,5% nel periodo 1 aprile marzo 2013 rispetto all anno precedente e nel successivo mese di giugno di ben il 60% su base annuale), rimane comunque tra i primi quattro mercati di sbocco delle esportazioni iraniane 50. Tale contrazione è riferibile in primis alle difficoltà riscontrate dagli armatori e dalla proprietà delle raffinerie a trovare coperture assicurative nel caso di trasporto o raffinazione di petrolio iraniano. Il governo indiano pare abbia trovato una soluzione attraverso la costituzione di un apposito fondo assicurativo di 314 milioni di dollari USA 51. L attuale accordo di pagamento del greggio iraniano prevede che il 45% dell importo venga pagato in rupie su un conto corrente acceso presso uno sportello della UKO Bank a Kolkata 52 e il restante attraverso una compensazione di prodotto indiani. Gli importi depositati a Kolkata, non potendo a causa delle sanzioni essere inviati in Iran utilizzando i canali bancari ufficiali, giacciono in India con grande apprensione per le autorità iraniane, visti gli attuali negativi corsi della moneta 50 N. Verma India s Iranian oil imports more than halve in June trade, Reuters A. Aneja, Deepening of India-Iran energy ties, a win-win outcome in The Hindu A. Aneja, Deepening of India-Iran energy ties, a win-win outcome in The Hindu

191 indiana 53. L intenzione manifestata da Salehi in tale occasione è stata quella di poter utilizzare tali fondi per finanziare attività produttive in India, oltre che per pagare solo le forniture di beni indiani come avviene ora. Da parte indiana è stato auspicato, tra l altro, un aumento delle importazioni di prodotti indiani quali, ad esempio, quelli farmaceutici e tessili 54. Conclusioni I recenti piani economici quinquennali hanno tutti miseramente fallito riguardo la realizzazione dei progetti di politica energetica mirati a garantire la diversificazione delle fonti energetiche e dei mercati esteri di approvvigionamento. Riguardo invece all azione di diplomazia energetica l India pare, al momento, essere stata più fortunata. Aver concluso con gli USA l Accordo 123, che ha aperto la strada alla cooperazione nucleare nel settore civile è, sicuramente, un motivo di grande soddisfazione dal punto di vista diplomatico anche se permangono forti dubbi sull effettivo contributo che il nucleare civile può offrire alla differenziazione del mix energetico del Paese. Il vento che spira da Teheran pare sia cambiato. Il nuovo presidente Hasan Rohani ha dimostrato, fin dal primo giorno successivo alla propria elezione, di voler utilizzare toni concilianti e di possedere una volontà di aperture nei confronti della comunità internazionale in merito alla questione del nucleare, che dovrebbero permettere di compiere dei passi epocali verso la definizione di un accordo internazionale sull argomento. 53 tra gli altri vedasi: R. Kumar in: Why the rupee might reach 70 against dollar against-dollar L interscambio tra i due paesi si è attestato nel 2012 a circa 15 miliardi di USD e l export indiano è stato di soli 2,5 miliardi di USD in M. Singh Roy, R. Agarwal, P.Kumar Pradham e M. Alam Rizvi Iran under Hassan Rohani: Imperatives for the region and India in ISDA Issue Brief i_

192 L India, che non è riuscita a sedersi al tavolo negoziale nel cosiddetto Gruppo , potrebbe giocare il ruolo fondamentale di pontiere tra le esigenze iraniane e le preoccupazioni della comunità internazionale. Se l India s impegnasse su tale dossier e riuscisse a favorire un raggiungimento di un accordo tra le parti, essa probabilmente guadagnerebbe: - un maggior credito presso le cancellerie internazionali; - un canale preferenziale per le forniture di gas e petrolio dall Iran; - una maggiore attenzione da parte del proprio competitor d area, la Cina, il quale attualmente vede con sufficienza gli sforzi che l India compie per assurgere a potenza d area 56. Nel campo energetico tuttavia il problema più impellente da risolvere è quello relativo alla questione socio-ambientale. È necessario che l India affronti con determinazione la questione del superamento del carbone quale principale componente del proprio mix energetico aumentando il ricorso a fonti d energia rinnovabile e favorisca le opere infrastrutturali per portare l energia elettrica e il gas in ogni angolo del Paese. 55 Il Gruppo è costituito dai 5 paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell ONU (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) più la Germania. 56 A tal proposito, vds A. Armellini in La politica estera e le ambizioni di superpotenza in India Atlante geopolitico 2013 Treccani.it 190

193 Il concetto di sicurezza energetica in Cina e Taiwan Rodolfo Bastianelli Analista indipendente Il problema della sicurezza energetica, in un area di rilevante significato strategico qual è l Asia orientale, costituisce una tra le questioni più sensibili per i Paesi della regione. Ma per due di questi, la Cina Popolare e Taiwan, il tema riveste un importanza fondamentale soprattutto alla luce delle forti tensioni che hanno spesso caratterizzato i rapporti tra Pechino e Taipei nell ultimo decennio. Ed anche se con l elezione nel 2008 del nazionalista Ma Ying jeou le relazioni sembrano essersi stabilizzate all insegna del mantenimento dello status quo, la formula diplomatica con la quale da un lato l isola si impegna a non proclamare la sua sovranità accettando di agire sulla scena internazionale solo come uno Stato de facto indipendente, la ricerca della stabilità economica e politica resta comunque al centro dei programmi su entrambe le rive dello Stretto. La politica energetica della Cina Popolare tra rischi ed autosufficienza Il rapido sviluppo dell economia cinese ha portato il Paese a diventare il principale consumatore di energia davanti agli Stati Uniti. Stando alle statistiche, Pechino è oggi il più importante produttore ed utilizzatore mondiale di carbone il quale rappresenta tuttora il 70% delle fonti energetiche cinesi ed il secondo di petrolio che copre invece il 19% delle forniture, mentre nonostante il governo abbia in questi ultimi anni cercato di promuovere un programma di diversificazione energetica, l uso di fonti alternative conta per appena l 11% del fabbisogno ripartito tra il 6% proveniente dall idroelettrica, il 4% dal gas naturale, l 1% dal nucleare e lo 0,3% dalle rinnovabili. Istituzionalmente, il compito di organizzare la politica energetica spetta alla National Development and Reform Commission (NDRC) unitamente ad altri quattro ministeri ed alla National Energy Administration (NEA), 191

194 l organismo istituito nel 2008 allo scopo di regolare l intero mercato energetico cinese. Sul piano economico, dopo la riorganizzazione effettuata dall esecutivo tra il 1994 ed il 1998, il settore è controllato da due aziende statali integrate quali la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China Petroleum and Chemical Corporation (SINOPEC), quest ultima attiva principalmente nella raffinazione e nella distribuzione degli idrocarburi. Riguardo alla provenienza degli approvvigionamenti petroliferi, si può notare come l 85% di questi provenga da giacimenti onshore situati nella regione nord orientale del Sinkiang/Uighur ed in quella centrale del bacino dell Ordos mentre il 15% derivi invece da giacimenti offshore dislocati nella regione della Bohay Bay, nel Mar Cinese Orientale ed in quello meridionale, due aree queste dove i contenziosi territoriali nei quali è implicata Pechino con i Paesi limitrofi hanno fortemente limitato le capacità estrattive dei giacimenti esistenti 57. Il forte incremento della domanda energetica ha portato tuttavia ad un consistente aumento delle importazioni petrolifere il cui valore è più che raddoppiato nell ultimo decennio. In base agli ultimi dati, la Cina Popolare nella prima metà del 2012 ha importato la cifra record di 5,6 milioni di barili di greggio al giorno, provenienti principalmente dal medio oriente, anche se negli ultimi anni una crescente importanza hanno assunto le forniture provenienti dall Africa ed in particolare dall Angola e dal Sudan 58. Sul piano geopolitico 57 Il contenzioso nel Mar Cinese orientale coinvolge Cina Popolare, Giappone e Corea del Sud nella delimitazione delle rispettive Zone Economiche Esclusive, disputa resa ancora più sensibile dopo la scoperta avvenuta nel 1995 di un importante giacimento di gas naturale che per Pechino rientrava all interno della ZEE cinese. Indicato con il nome di Chunxiao Gas Field il deposito, a detta del governo giapponese, si trovava invece situato in un area dove le ZEE dei due Paesi venivano a sovrapporsi, cosa che portò all apertura di un contenzioso risoltosi solo cinque anni fa con un accordo in base al quale le risorse del giacimento sarebbero state sfruttate congiuntamente da Tokyo e Pechino. La disputa esistente nel Mar Cinese meridionale al contrario riguarda la sovranità sulle isole Spratly e Paracel nonché sulla delimitazione di altre aree marittime e coinvolge diversi Paesi della regione in una complessa disputa giuridica e diplomatica. 58 Per un analisi della situazione energetica cinese vedi il rapporto China preparato dall U.S. Energy Informations Administration, Department of Energy, Washington D.C. Aprile

195 comunque la dipendenza da importazioni provenienti da aree considerate potenzialmente instabili sta aprendo tra gli analisti tutta una serie di interrogativi sui potenziali rischi che questa potrebbe porre alla crescita economica cinese, mentre dal lato commerciale e finanziario proprio il forte incremento della domanda da parte di un Paese di oltre un miliardo di abitanti come la Cina avrebbe l effetto di alterare profondamente i valori del mercato petrolifero internazionale. Non va infine dimenticato come il rapido aumento dei consumi abbia creato anche gravissimi problemi ambientali accentuati poi dalla scarsa efficienza dell apparato energetico cinese. Attualmente la Cina Popolare rappresenta il secondo Paese al mondo per emissione di biossido di zolfo (SO 2 ), le cui emissioni causano le piogge acide che frequentemente colpiscono il Paese, mentre quelle di biossido di nitrato (NO 2 ) dal 1980 sono aumentate sei volte di più di quelle degli Stati Uniti. TAIWAN: PAESI FORNITORI DI PETROLIO / DATI 2013 Fonte: Bureau of Energy, Taiwan Ministry of Economic Affairs 193

196 CINA: PAESI FORNITORI DI PETROLIO / DATI 2011 Fonte: China s Energy Import Dependency: Status and Strategies, pag. 29 E la conferma di quanto ormai sia grave il problema dell inquinamento è venuta da quanto accaduto in Ottobre in alcune aree della Cina nord orientale, dove per due giorni ogni attività è stata di fatto paralizzata da una pesante coltre di smog provocata proprio dal massiccio uso del carbone come fonte energetica nonché dall usanza, tipica in questa parte del Paese, di bruciare i campi una volta terminato il raccolto 59. Ma il problema più importante che l incremento della domanda energetica sta ponendo per i dirigenti cinesi riguarda non solo l inquinamento ma la sicurezza delle forniture, un discorso questo che vale soprattutto per gli approvvigionamenti di greggio. Conclusa nel 1993 l autosufficienza petrolifera, attualmente la Cina importa almeno metà del suo fabbisogno, il 50% del quale proviene dal Medio Oriente 60. Come sottolineano 59 Vedi su questo l articolo Airpocalypse : Severe pollution cripples northeastern China, apparso sul Los Angeles Times il 22 Ottobre In Medio Oriente il principale fornitore petrolifero della Cina rimane l Arabia Saudita, che contribuisce per almeno un quinto delle importazioni ed ha sempre rassicurato Pechino sul fatto che potrà sempre contare sugli approvvigionamenti sauditi per la sua crescita economica. Nel resto della regione mentre Pechino ha ridotto le importazioni provenienti dall Iran soprattutto per effetto delle sanzioni imposte a Teheran, al contrario sta pianificando importanti investimenti petroliferi in Iraq dove la China National 194

197 gli analisti questo scenario rende particolarmente vulnerabili le importazioni cinesi non solo per l instabilità dell area di provenienza ma soprattutto perché la totalità del traffico petrolifero passa attraverso rotte navali controllate dagli Stati Uniti i quali, nel caso le tensioni con Pechino dovessero portare ad un conflitto armato, potrebbero decidere di interdire la navigazione alle petroliere cinesi in transito nell Oceano Indiano e nello Stretto di Malacca. Ma se gli osservatori ritengono altamente improbabile il verificarsi di un simile scenario, al contrario i dirigenti cinesi considerano realistica questa eventualità, sottolineando come proprio il blocco marittimo deciso dagli Stati Uniti nei confronti del Giappone alla vigilia della seconda guerra mondiale fu una delle cause che portarono i due Paesi in conflitto. La sicurezza energetica per Pechino assume quindi un valore essenziale per la stabilità interna. In un Paese dove alla crescita economica è attribuita un importanza fondamentale, i dirigenti politici cinesi riconoscono che per assicurare gli attuali tassi d espansione è necessario disporre di adeguate forniture energetiche senza le quali si produrrebbe una fase di rallentamento in grado di generare forti tensioni sociali, in quanto gli eventuali problemi nell approvvigionamento petrolifero potrebbero causare una spinta inflazionistica e, di conseguenza, un ondata di malcontento tra la popolazione. Come ebbe a sottolineare l allora Premier Wen Jiabao in un discorso davanti al Congresso Nazionale del Popolo tenuto nel marzo di due anni fa, la Cina deve mantenere il suo tasso di crescita all 8% annuo e contenere l inflazione, dato che solo conservando questi livelli di espansione sarà possibile continuare a creare un adeguato numero di nuovi posti di lavoro e tenere così sotto controllo il tasso di disoccupazione 61. Queste linee guida della politica Petroleum Corporation (CNPC) rappresenta una delle più importanti compagnie operanti nel Paese. Va infine ricordato come anche la politica energetica cinese riflette i principi della non ingerenza e del rispetto della sovranità interna seguiti normalmente dalla diplomazia cinese. In questo modo Pechino ha potuto siglare importanti contratti di fornitura petrolifera con Paesi come l Iran, il Sudan ed il Venezuela negli ultimi anni isolati dalla comunità internazionale. 61 Vedi su questo l analisi di JOHN LEE, China s Geostrategic Search for Oil, 195

198 cinese, riassunte sotto la formula del New Security Concept in base al quale l indipendenza energetica, l igiene alimentare, la salute pubblica ed il contrasto al crimine ed al terrorismo sono ritenuti elementi fondamentali per la sicurezza nazionale, tanto che nel report China Security preparato nel 2006 si affermava in toni quanto mai preoccupati come la situazione energetica del Paese stava cambiando da un quadro di relativa dipendenza ad uno di assoluta dipendenza, aggiungendo inoltre come la Cina fosse al momento incapace di difendere le rotte navali nelle quali transitava il greggio. Gli stessi concetti erano stati in precedenza chiariti prima da Hu Jintao, che nel 2004 affermò come si dovesse dare uguale importanza alla ricerca di fonti alternative al petrolio, e l anno seguente dallo stesso Wen Jiabao, per il quale la Cina doveva ridurre la sua dipendenza energetica dall estero al meno del 5% entro il Questo scenario ha prodotto due importanti conseguenze nella politica energetica cinese. Sul piano internazionale Pechino, proprio per ridurre la sua dipendenza dalle rotte marittime, ha avviato dei programmi di cooperazione con Russia, Uzbekistan e Kazakhstan per il trasporto di petrolio e gas naturale attraverso una rete di pipeline passanti attraverso l Asia, mentre dal lato interno sta progettando la formazione di una riserva strategica di petrolio sul modello di quanto esistente negli Stati Uniti al fine di assicurare la continuità delle forniture in caso di eventuali problemi nei rifornimenti internazionali 62. La sicurezza energetica di Taiwan all ombra di Pechino Pur rappresentando una delle più vibranti economie mondiali, Taiwan, dal lato della sicurezza energetica, si presenta invece come un Paese estremamente vulnerabile. Rimasta in grado fino al 1978 di produrre il 20% delle proprie disponibilità l isola, dopo l esaurimento delle sue modeste pubblicato su The Washington Quarterly s, Volume 35, No. 3, Estate 2012, pagg Sulla politica energetica cinese vedi il rapporto China s Energy Security and Its Grand Strategy, The Stanley Foundation, Policy Analysys Brief, Settembre 2006 e China s Energy Rise. The U.S. and the New Geopolitical Strategy, Pacific Council on International Policy, Aprile

199 riserve di greggio, gas naturale e carbone, è praticamente priva di risorse naturali ed oggi importa quasi interamente il suo fabbisogno energetico che, per almeno il 90%, è rappresentato da carbone e petrolio, le cui forniture provengono da un area potenzialmente a rischio come quella mediorientale, mentre per il restante 8% è costituito invece da energia nucleare 63. Questo quadro di estrema dipendenza è quindi potenzialmente pericoloso per la sicurezza del Paese, il quale tra l altro si trova a subire un ulteriore fattore di rischio dalla sua complicata posizione internazionale e dai suoi difficili rapporti con la Cina Popolare che impediscono a Taipei di partecipare ai lavori delle organizzazioni internazionali nonché di siglare accordi globali sulla sicurezza e la cooperazione energetica. La forte dipendenza dalle importazioni costituisce poi per Taiwan anche un notevole danno economico. L aumento dei costi per l approvvigionamento ha difatti causato un notevole aumento dei debiti delle compagnie energetiche statali, tanto che a settembre il governo è stato costretto ad allentare il controllo esercitato sui prezzi, una mossa che, a detta degli analisti, si tradurrà in maggiori costi di produzione per le imprese e, di conseguenza, in un possibile rallentamento della crescita economica 64. Ma la dipendenza energetica di Taiwan costituisce un problema non solo per l economia ma soprattutto per la sicurezza dell isola. Allo stesso modo di quelle cinesi, anche le importazioni petrolifere taiwanesi passano attraverso le rotte marittime dell Oceano Indiano e dello Stretto di Malacca, ma a differenza di quanto avviene per la Cina Popolare, la loro vulnerabilità non dipende dai rischi di un eventuale confronto militare con gli Stati Uniti ma dall evolversi dei rapporti con Pechino. Nel caso di una crisi diplomatica con Taipei, difatti la Cina potrebbe decidere di bloccare il transito delle forniture dirette a Taiwan, cosa che 63 Seconde stime ufficiali, nel 2012 il 47,96% del fabbisogno energetico taiwanese era rappresentato dal petrolio, il 29,69% dal carbone, il 12,14% dal gas naturale, l 8,32% dal nucleare mentre il restante 1,91% proviene da fonti idroelettriche ed energie rinnovabili. 64 Sulla situazione energetica taiwanese vedi il rapporto Taiwan s Severe Energy Security Challenges, Taiwan-U.S. Quarterly Analysis, No. 12, Brookings Institution, settembre

200 porterebbe entro un mese al blocco di tutte le attività economiche dell isola. E non va inoltre dimenticato come nell ultimo decennio anche le importazioni di carbone dalla Cina Popolare siano sensibilmente aumentate, tanto che oggi queste contano per un quarto delle intere forniture taiwanesi. Tuttavia, dopo l arrivo alla presidenza nel 2008 dell esponente nazionalista Ma Ying jeou al posto del democratico progressista Chen Shui bian le compagnie energetiche dei due Paesi hanno avviato programmi di cooperazione e di sfruttamento congiunto di alcuni campi petroliferi nello stretto di Taiwan. La Cina Popolare continua comunque a rappresentare un potenziale pericolo per la sicurezza taiwanese, alla luce dei programmi di ammodernamento della flotta militare e del recente dispiegamento di missili anti navali lungo la costa cinese meridionale recentemente decisi da Pechino 65. Ed alla luce di questo scenario, il governo taiwanese ha tracciato un ambizioso programma tendente a diversificare le importazioni ed ampliare l area dei Paesi di provenienza al fine di assicurare una maggiore sicurezza energetica, incrementare lo sviluppo di tecnologie a bassa intensità di carbone così da migliorare la produzione, ridurre la dipendenza dall energia nucleare rinnovando tutti i criteri di sicurezza esistenti negli impianti ad iniziare dalla nuova quarta centrale di Longmen la cui entrata in funzione è prevista per il 2015 e, soprattutto, portare entro il 2025 al 16% del totale la quota proveniente da fonti rinnovabili 66. Si tratta però di un obiettivo considerato di improbabile realizzazione da parte degli analisti, non solo perché la posizione geografica e la configurazione del territorio taiwanese rendono difficile la costruzione di impianti eolici, ma anche per il fatto che i costi di realizzazione di strutture ad energia solare sono almeno tre volte maggiori di quelle funzionanti a petrolio, carbone e gas naturale. 65 Sulla politica energetica seguita da Taiwan negli ultimi anni vedi l articolo Taiwan s Energy Security Battle, apparso su The Diplomat il 18 Aprile New Energy Policy of Taiwan, Bureau of Energy, Ministry of Economic Affairs, Taipei

201 Australia e Sicurezza Energetica: commercio e investimenti S.E. David Ritchie Ambasciatore d Australia in Italia L Australia viene spesso descritta come un paese fortunato e quando si parla di risorse energetiche questa descrizione certamente corrisponde al vero. L Australia è dotata di abbondanti risorse, di alta qualità, diversificate, rinnovabili e non-rinnovabili, tra cui il carbone, il gas, l uranio e l energia eolica e solare. L Australia è il nono produttore al mondo di energia, con oltre il 2,5% della produzione energetica mondiale ed il 5% dell esportazione di energia al mondo ed è anche uno dei tre esportatori netti di energia dell OCSE. Investimenti nella sicurezza energetica Tutto ciò si traduce in un contributo molto significativo per l economia australiana. Le stime ufficiali parlano di proventi derivanti dalle esportazioni energetiche pari a circa 177 miliardi di dollari australiani nel Il carbone rappresenta per l Australia il prodotto energetico d esportazione da cui trae maggiori profitti, seguito dal petrolio grezzo e dal gas naturale liquefatto (GNL). Il settore energetico produce significative e diversificate opportunità di impiego. Le abbondanti risorse energetiche australiane determinano un vantaggio in termini di concorrenza, cosicché le famiglie e le imprese sostengono costi al dettaglio relativamente contenuti per l energia se paragonati a molte altre economie dell OCSE. Tuttavia, la disponibilità di un enorme quantitativo di risorse energetiche pronte all uso rappresenta solo una parte degli elementi per la riuscita dell equazione energetica in termini di sicurezza. In Australia per sicurezza energetica si intende una fornitura adeguata, affidabile e concorrenziale di energia. Per garantire tale fornitura il paese necessita di solide infrastrutture energetiche, che comprendano impianti, catene 199

202 di rifornimento energetico, reti di informazione tecnologica e di comunicazione. Malfunzionamenti a queste importanti infrastrutture per un periodo prolungato avrebbero un impatto sulla sicurezza e sulla fornitura energetica, non solo in termini di fabbisogno energetico interno dell Australia, ma anche per le cospicue esportazioni energetiche, soprattutto verso l Asia, che sono utilizzate da diversi paesi per una parte del loro approvvigionamento energetico. Soltanto significativi livelli di investimento pubblico e privato nelle infrastrutture energetiche, sostenute da politiche di mercato, possono garantire che l Australia mantenga il suo predominio tra le economie sviluppate come principale produttore energetico. In passato le infrastrutture hanno posto dei limiti alle esportazioni di carbone dall Australia, ma l ampliamento dei porti ha diminuito tali limiti. L incremento delle esportazioni di carbone termico, ad esempio, è stato ottenuto grazie al potenziamento delle infrastrutture nei terminal di Newcastle e di Kooragang Island. L upgrade delle infrastrutture ferroviarie di Goonyella, nel Queensland, ha inoltre aumentato la capacità di esportazione del carbone metallurgico. Un altro fattore importante per l aumento delle capacità di esportazione è stato quello di migliorare l efficienza nell utilizzo delle risorse esistenti, soprattutto a Newcastle. Il famoso Outback australiano ha sempre rappresentato una sfida in termini logistici e garantire la consegna sicura ed affidabile delle risorse minerarie che vi si trovano verso la costa per l esportazione, oppure verso i centri urbani per l uso domestico, rappresenta un aspetto fondamentale della sicurezza energetica. Il Governo federale e le amministrazioni statali, nonché le aziende del settore privato dell industria mineraria, hanno investito importanti somme nel miglioramento di tali infrastrutture e l impatto economico, evidente nella domanda di minerali australiani dall Asia e soprattutto dalla Cina, è stato significativo ed è stato uno dei fattori che ha contribuito a far sì che l economia australiana 200

203 mantenesse sostenuti livelli di crescita per oltre due decenni, mentre molti altri paesi attraversavano periodi di recessione. Il costante sostegno del Governo australiano ad iniziative che favoriscono l efficienza energetica contribuirà a far sì che il settore privato e le famiglie possano ridurre i costi e a migliorare la produttività energetica. A questo proposito esistono molti progetti, tra cui l Energy Efficiency Exchange, l Energy Efficiency Council ed il Nationwide House Energy Rating Scheme. Tra le altre misure volte a ridurre il consumo energetico in Australia vi è la Strategic Framework for Alternative Transport Fuels, una strategia per l utilizzo di combustibili alternativi per i trasporti, pubblicata nel La Strategic Framework è essenziale perché il settore dei trasporti rappresenta la porzione maggiore di consumo finale di energia in Australia, con oltre il 38% di consumo finale di energia impiegato nello spostamento di persone e beni nel paese. Inoltre si deve considerare che il settore dei trasporti è di gran lunga il maggiore consumatore di carburanti liquidi (compreso GPL e prodotti raffinati) e rappresenta circa il 73% del consumo finale. Il documento espone una strategia a lungo termine a sostegno dello sviluppo determinato dal mercato di carburanti alternativi per il trasporto, al fine di garantire la sicurezza nella disponibilità di carburante liquido. L Australia si impegna, entro il 2020, a ridurre le emissioni di gas serra nell ordine del 5% rispetto al livello del Il Governo metterà in atto politiche di azione diretta per favorire la riduzione delle emissioni, come ad esempio l Emissions Reduction Fund, un fondo per investire in attività volte a ridurre le emissioni da qui al Il ruolo dell industria Le infrastrutture energetiche australiane assumono varie forme: dalle centrali per la produzione energetica, alle miniere e ai sistemi di trasporto (stradali, ferroviari e marittimi), alla rete 201

204 delle telecomunicazioni, fondamentale per gestire progetti di così vasta portata. L Australia dispone di aziende eccellenti che operano in questi settori e che portano il loro know-how anche all estero. Si va da alcune delle maggiori aziende del settore, come Woodside per il gas naturale, o Leighton Group, il più grande appaltatore del settore minerario, a società minori in settori di nicchia, come Po Valley Energy, impegnata nell esplorazione di petrolio e gas in Italia e altrove. È tuttavia evidente che per sviluppare le infrastrutture necessarie per sfruttare le proprie risorse energetiche naturali l Australia non può provvedere da sola, infatti il settore energetico australiano attira investimenti esteri consistenti, che sono ben accolti e incentivati dal Governo australiano. Per maggiore chiarezza è il caso di menzionare alcune cifre: nel biennio un totale di 523,52 miliardi di dollari australiani sono stati stanziati per costruzioni ingegneristiche ancora da completare. Nello stesso periodo, soltanto nel settore del petrolio, gas, carbone e altri minerali, si sono realizzate costruzioni ingegneristiche del valore di miliardi di dollari australiani, con un incremento dell 81,8% rispetto all anno precedente. Tali statistiche mostrano come vi siano ancora molte attività in corso nel settore delle costruzioni di infrastrutture e ingegneristiche, che si prevede verranno portate a termine nei prossimi anni. Vi sono quindi interessanti opportunità di investimento per aziende straniere specializzate e la loro partecipazione allo stesso tempo permette di sviluppare reti infrastrutturali di alta qualità, che soddisferanno il fabbisogno energetico australiano nei decenni a venire. Solo per fare qualche esempio, nel 2013 l azienda tedesca Siemens ha annunciato un investimento ad Adelaide in un distretto tecnologico sostenibile; la Electricity Generating Public Company Ltd di Tailandia ha acquisito il suo primo impianto eolico in Australia; First Solar (Australia), la filiale australiana del produttore di energia solare statunitense, si è aggiudicata contratti per la fornitura di servizi di ingegneria, approvvigionamento e costruzione di due importanti progetti per la produzione di energia solare nel New South Wales, uno 202

205 dei quali sarà il più grande stabilimento per la produzione di energia solare dell emisfero australe. Queste aziende offrono un livello di conoscenza o un economia di scala che sono essenziali per i grandi progetti tecnologicamente avanzati e rappresentano la spina dorsale degli investimenti nelle infrastrutture energetiche australiane. L Australia vanta un economia aperta e attraente per gli investitori esteri ed il settore energetico si sta dimostrando particolarmente fruttuoso. Australia e Italia: partner naturali nel settore energetico Il settore energetico australiano offre molte opportunità anche alle imprese italiane. Alcuni esempi possono spiegare cosa si intenda in Australia per sicurezza energetica e quali siano le opportunità per una collaborazione internazionale. ENI è una delle imprese italiane più conosciute in tutto il mondo. Opera in Australia dal 2001 nel settore offshore, sia in acque convenzionali sia in acque profonde, nel Western Australia e nel Northern Territory, spesso in collaborazione con altre aziende australiane o estere del settore. Uno dei maggiori progetti per migliorare la sicurezza energetica australiana è lo sviluppo del giacimento di gas di Blacktip, sulla punta settentrionale dell Australia, un progetto che, in questo caso, è di proprietà e gestito al 100% da ENI. Il gas prodotto nel giacimento viene fornito all ente del Northern Territory, Power Water Corporation, sulla base di un accordo venticinquennale e viene utilizzato per generare energia elettrica per la comunità locale. Lo sviluppo del giacimento ha contribuito all incremento della sicurezza energetica degli utenti per uso domestico in questa regione remota. Ha inoltre contribuito ad assicurare forniture di gas per uno sviluppo industriale ed economico a lungo termine, necessario in quest area. In questo modo l ENI fornisce assistenza per soddisfare una forte necessità in un angolo remoto dell Australia. Questo è un 203

206 ottimo esempio di cosa si intenda per sicurezza energetica in Australia. Vale la pena notare, inoltre, che oltre agli aspetti puramente commerciali, ENI è stato un promotore attivo di iniziative per la popolazione indigena locale, attraverso l offerta di corsi di formazione e occupazione per la popolazione locale, la creazione di un forum per minimizzare l impatto delle proprie attività industriali e la promozione dell arte e della cultura indigena. A fianco di ENI in Australia ha lavorato la sua controllata Saipem, un appaltatore nel settore petrolifero e del gas, con particolare esperienza in acque profonde, approvvigionamento e servizi di gestione di progetti. Saipem si è aggiudicata il contratto di ingegneria, approvvigionamento, installazione e costruzione della piattaforma Blacktip e della conduttura per l esportazione. Recentemente Saipem ha vinto un contratto per la posa di condutture per l esportazione in acque profonde per Ichthys LNG Project, nel Western Australia. Si tratta di un progetto su vasta scala con investimenti di società taiwanesi e giapponesi. Sia ENI, sia Saipem hanno buone possibilità di poter beneficiare delle opportunità commerciali offerte dall atteso e significativo sviluppo delle risorse energetiche che avrà luogo nella parte settentrionale dell Australia. In molti altri modi le imprese italiane hanno contribuito a garantire la sicurezza energetica australiana. Società come Italgru, GE Italia e Magaldi Power sono attive nella fornitura di importanti componenti per l industria energetica e sono in grado di produrre componenti che soltanto poche società al mondo sono in grado di costruire. GE Italia, ad esempio, e specificamente la sua controllata Nuovo Pignone, ha fabbricato le enormi turbine che saranno utilizzate per il Gorgon LNG Project nel Western Australia. Si è deciso di costruire turbine del peso di tonnellate in Italia e spedirle in Australia, con tutte le sfide logistiche che ciò comporta, piuttosto che costruirle sul luogo, nel delicato habitat in cui si sviluppa il Gorgon Project. È così che l expertise ingegneristica italiana aiuta l Australia nello sviluppo economico e a proteggere l ambiente. 204

207 Le infrastrutture dei trasporti costituiscono un altro elemento fondamentale per garantire la sicurezza energetica, considerando che le abbondanti risorse energetiche australiane si trovano spesso in luoghi remoti e logisticamente impervi da raggiungere. Ne è un esempio l accordo firmato nel 2009 tra Ansaldo STS Australia, del gruppo Finmeccanica, e l Australian Rail Track Corporation (ARTC), per la fornitura di sistemi di segnalamento che aumentino capacità, affidabilità ed efficienza dei corridoi per il trasporto del carbone che ARTC possiede o gestisce nel New South Wales e Victoria. Ansaldo STS ha costantemente fornito tecnologie di punta per le proprie operazioni in Australia, vincendo nel 2012 un contratto per la fornitura di un sistema di segnalamento satellitare per una nuova linea ferroviaria per il trasporto merci nell ambito del progetto Roy Hill Iron Ore nella regione di Pilbara, nel Western Australia. Si deve inoltre considerare come la rete di comunicazioni funzioni da collante per tenere insieme le infrastrutture. Ancora una volta un azienda italiana, Prysmian Group (ex Pirelli Cables), offre un importante contributo in tal senso ed è presente in Australia dal Nel 2011 Prysmian si è aggiudicata un contratto dal Governo australiano per la fornitura di cavi di fibre ottiche per lo sviluppo della nuova rete nazionale per la banda larga, con cui Prysmian è divenuto uno dei maggiori fornitori di cavi di fibre per la rete nazionale a banda larga, con un ampia gamma di cavi di comunicazione a nastro e multi fibra, compresi i cavi termite-resistente, a prova di roditori e ad elevata resistenza. Prysmian è inoltre uno tra i primi fornitori di cavi per l energia elettrica in Australia e disegna, produce, distribuisce e installa cavi e sistemi di trasmissione e di distribuzione di energia a bassa, media, alta ed altissima tensione. Le aziende italiane contribuiscono inoltre in maniera significativa allo sviluppo delle infrastrutture e dei trasporti in Australia, con vantaggi per la circolazione in termini di rapidità e efficienza e con una conseguente diminuzione nel consumo di carburante e un minor impatto ambientale. Le conoscenze italiane nel campo delle infrastrutture e dei trasporti sono state 205

208 premiate con contratti a imprese come Ghella, che fa parte di un consorzio internazionale, per il progetto Legacy Way a Brisbane; e come Rizzani De Eccher, per il progetto South Road Superway ad Adelaide, sempre nell ambito di un consorzio internazionale. Il contributo delle aziende italiane va dalle infrastrutture ai mezzi di trasporto, come i camion e gli autobus, con IVECO, la controllata del gruppo Fiat, che produce veicoli per il mercato australiano nello stabilimento a Dandenong, nel Victoria, impiegando oltre 600 persone e creando numerosi altri posti di lavoro in settori correlati, dai concessionari fino ai fornitori. Conclusioni Il fatto che le esigenze del settore della sicurezza energetica australiana creino opportunità commerciali per le aziende estere costituisce un vantaggio per l economia australiana. Gli investimenti esteri nelle infrastrutture energetiche creano occupazione e garantiscono che il paese si avvalga delle tecnologie di punta che queste aziende internazionali sono in grado di offrire. L Australia è fortunata a disporre di molte risorse energetiche naturali, però tali risorse valgono poco senza le infrastrutture necessarie per un loro uso sostenibile e proficuo. 206

209 Africa Nord-Occidentale, idrocarburi tradizionali, non convenzionali e altri asset strategici Eleno Triva Analista indipendente Pier Vittorio Romano Direttore Responsabile di Informazioni della Difesa L Africa Nord-occidentale, e soprattutto i suoi stati di maggiore importanza, Algeria e Marocco, pur con differenze sostanziali dovute alle peculiari caratteristiche e vicende storiche diverse, è interessata da un attivismo nel settore della esplorazione e sfruttamento delle potenzialità degli idrocarburi nei loro territori. Algeria: quale strategia per gli idrocarburi di scisti? L Algeria, che è un grande produttore di idrocarburi estratti con le tecnologie ordinarie, ha scoperto, da più di venti anni, il più grande giacimento di petrolio nel paese. Il 26 ottobre 2013 il ministro algerino dell'energia Youcef Youcefi dichiarava che la Sonatrach aveva "scoperto un nuovo giacimento di petrolio di circa 1,3 miliardi di barili nel bacino di Amguid Messaoud nel centro-nord dell'algeria" Questo sito, che dista un centinaio di chilometri dalla regione di Hassi Messaoud, è il più grande giacimento di petrolio in Algeria, e sarà sviluppato nei prossimi tre o quattro anni. Algeri, da tempo, si sta interessando alle potenzialità di petrolio e gas che possono essere estratti secondo le nuove tecnologie (in realtà si tratta di una tecnologia non nuovissima, ma la cui messa in opera era considerata troppo complicata e costosa). A differenza degli idrocarburi convenzionali, contenuti in sacche la cui estrazione avviene per pompaggio, gli idrocarburi non convenzionali - petrolio e gas di scisti - sono intrappolati in rocce caratterizzate da microporosità che rende il loro recupero impossibile senza stimolazione. Si tratta di una operazione chimica o idrodinamica, denominata fracking (o fratturazione) che permette la liberazione degli idrocarburi contenuti nelle rocce. Questa operazione ha un impatto sul costo di esercizio che è 4-5 volte superiore a quello convenzionale, ma porterebbe sul 207

210 mercato enormi quantità di idrocarburi. La controversia che circonda lo sfruttamento di petrolio e gas di scisti è relativo non solo al suo costo, ma anche al suo impatto sull'ambiente e alle attività umane. Infatti, al fine di compensare la bassa produttività si devono moltiplicare le perforazioni, accompagnate da una rete di canalizzazioni e strutture di superficie molto importanti. Al di là del suo costo, l'attuazione di questo dispositivo richiede spazi ampi ed esclude ogni altra attività umana, rurale o urbana. Inoltre richiede grandi volumi di acqua, un sistema per il trattamento e lo stoccaggio dei rifiuti e l'uso di sostanze chimiche. Il miracolo americano e altrove Gas e petrolio originati dagli scisti hanno causato un vero e proprio miracolo energetico negli Stati Uniti, le cui riserve di gas sono aumentate di più di miliardi di m 3. La produzione corrente ha raggiunto il 62% della produzione totale di gas naturale negli Stati Uniti. L economia americana continua a risalire la china della recessione grazie al boom energetico. Nel secondo trimestre del 2013, l economia è cresciuta del 2,5% grazie alle esportazioni di prodotti e non di servizi. In prima fila c è il petrolio e tutti i suoi derivati, prodotti grazie al crescente impiego del fracking. Nel 2011, dopo sessanta anni, gli Stati Uniti sono tornati ad essere un esportatore netto di prodotti petroliferi. La produzione interna ha anche dato una grossa spinta alla raffinazione che prima dipendeva dall importazione di greggio e tra i compratori figurano molte economie emergenti: India, Brasile, Cina e Turchia. Il boom energetico americano non solo sta riportando la bilancia commerciale in equilibrio, un fenomeno che non si verificava dai tempi della Guerra Fredda, è anche fonte di tensione con la Russia e, quindi, in un certo senso contribuisce a ricreare l atmosfera di tensione politica tra le ex due superpotenze e pone un dato nuovo con i tradizionali alleati di Washington nel Golfo, Arabia Saudita in primis. E questo richiama alla memoria il discorso del Presidente George W. Bush all indomani dell invasione dell Iraq quando 208

211 venne annunciato che gli Stati Uniti puntavano a una risistemazione del Medio Oriente. Riduzione dei prezzi? Il boom degli idrocarburi da scisti originati dagli USA, secondo quanto emerso da un rapporto dei servizi di intelligence tedeschi (BND) e reso pubblico dalla agenzia di stampa Reuters alla fine di Ottobre 2013, rischia di avere un impatto depressivo sul regime internazionale dei prezzi e in particolare del petrolio e ridurli alla soglia degli 80 dollari al barile. La tempistica di questa riduzione non sarebbe immediata e il risultato si vedrà nel medio termine (10-20 anni) con contraccolpi su alcuni paesi, quali Russia, Libia, Iran, Venezuela, Yemen e la regione del Medio Oriente. La stessa Reuters, considerando l impatto del petrolio di scisti, prevede un prezzo di 95 dollari a barile nel 2020, con un calo di 20 dollari rispetto alla previsione formulata nel Ipotizzando un tasso di inflazione del 2,5% l'anno, che significherebbe che il Brent sarebbe costato solo 80 dollari nel 2020, in termini reali, ovvero a valore attuali, inferiore ai 109 dollari. Questo ha portato al crollo dei prezzi del gas sul mercato interno degli Stati Uniti e ha iniziato a incidere sulle dinamiche globali dei mercati, dove per la coincidenza della crisi finanziaria mondiale e l'abbondanza di idrocarburi, ha causato una fortissima concorrenza tra i produttori e gli esportatori di mercato. Questo tipo di idrocarburo esiste in altre parti del mondo, tra cui tre paesi con riserve simili o addirittura superiori a quelli degli Stati Uniti quali Algeria, Cina e Argentina. Tutti e tre hanno dimostrato la loro intenzione di seguire l'esempio americano e hanno iniziato la ricerca e la valutazione, a volte preceduta da un cambiamento del contesto giuridico e contrattuale, al fine di migliorare il quadro operativo. Tuttavia rimangono ancora molte sfide, quali gli investimenti per i costi di estrazione, la gestione ambientale, il know-how tecnologico, ma anche l'obiettivo, ovvero la resa e la sicurezza energetica e il contesto generale delle politiche energetiche, quali sub componenti della politica economica e di sicurezza. 209

212 Transizione Nel 2013 l Algeria, che ha dato il via libera allo sfruttamento del gas di scisti dopo la modifica della legge sugli idrocarburi dispone, secondo stime attendibili, di circa miliardi di m 3 di riserve di tale gas. In confronto le riserve di gas convenzionali sono stimati miliardi m 3, con una produzione media annua di 85 miliardi di m 3, di cui 55 miliardi destinati per l'esportazione. Per gli idrocarburi liquidi non convenzionali - petrolio di scisti - le disponibilità sono stimate in 215 miliardi di barili, ma non vi sono dettagli su quelle recuperabili. E in corso un dibattito tra analisti ed esperti che ritengono che il potenziale convenzionale rimanga ancora da scoprire in aree con poca o nessuna esplorazione, mentre altri mettono in dubbio riserve e potenziale. Per Algeri appare fondamentale definire una strategia a lungo termine che tenga conto di tutte le ipotesi e modelli evolutivi del consumo di energia in funzione di tutte le risorse disponibili, fossili (convenzionali o meno) o rinnovabili. Da qui la necessità di gestire i proventi della rendita petrolifera, tema cruciale dopo il 2030, a causa del previsto rapido aumento del consumo interno che ora è di circa 30 miliardi di m 3 di gas/anno, ma è destinato a raddoppiare entro il 2030 per raggiungere i 60 miliardi di m 3 /anno. Quale sarà il livello di consumo interno nel 2040, 2050 e oltre? In primo luogo, si devono prendere in considerazione le risorse, sfide e vincoli e preparare la pianificazione di un possibile sfruttamento di idrocarburi non convenzionali che non emergerà in modo significativo prima del Per quel momento, diversi temi, quali il futuro del progresso tecnologico, i costi, i problemi legati all ambiente e alla stabilità del territorio dovrebbero essere in via di soluzione. L altro aspetto che l Algeria dovrà affrontare sarà la politica energetica in termini di fabbisogno e sviluppo, abbandonando le politiche di rendita e accumulazione di plusvalenze per orientarsi decisamente verso lo sviluppo. 210

213 Gas di scisti, i rischi del mestiere Come accennato, l estrazione di petrolio e gas di scisti, richiede enormi quantità di acqua ma l area sahariana (87 % dell'algeria) contiene sufficienti risorse idriche in grado di soddisfare tutte le esigenze, ma a patto di un riuso oculato dell acqua. Il sistema idrico del Sahara conterrebbe miliardi di m 3 di acqua, di cui il 60% in Algeria. Oggi, per l uso agricolo e industriale si utilizzano circa 1,5 miliardi di m 3 all anno, con circa pozzi ed altre forme di drenaggio sotterraneo. Questa risorsa è rinnovata ad un tasso di 1 miliardo di m 3 l anno ma non è disponibile dappertutto e vi sono regioni, come il sud-ovest algerino, poverissime di acque. Lo sfruttamento di idrocarburi non convenzionali dovrebbe richiedere, secondo le stime, per la perforazione di pozzi, al massimo 150 milioni di m 3 di acqua l anno, purché l obiettivo del trattamento dei rifiuti sia il recupero di almeno il 50% del volume utilizzato per ogni operazione di fratturazione. Gestione dei rifiuti Analogamente importante e obbligatoria sarà la gestione ed il trattamento delle rimanenze dei processi estrattivi. La fratturazione idraulica è utilizzata in Algeria da decenni senza problemi e, in altri casi, quando il gas contiene biossido di carbonio (CO2), quest ultimo viene immesso nuovamente in uno strato geologico profondo senza influire sull ambiente. Infine, riguardo i vincoli in termini di superficie e di impatto con l ambiente e la popolazione con le sue attività, l Algeria sarebbe in una posizione vantaggiosa disponendo delle vaste distese del Sahara, utilizzabili più efficacemente di aree urbanizzate e semi urbanizzate come la regione parigina, le pianure agricole polacche o americane, dove risultano esserci bacini di sfruttamento per idrocarburi di scisti. 211

214 Il Marocco, un futuro di idrocarburi? Mentre l Algeria è una realtà consolidata nel panorama mondiale degli idrocarburi, il Marocco solo da alcuni anni si è lanciato decisamente nella esplorazione in questo settore. Sinora in Marocco non erano emerse potenzialità o bacini di sfruttamento. Ma, come accennato, i governi di Rabat, soprattutto negli ultimi anni, hanno moltiplicato la concessione di licenze esplorative a compagnie per ricerche sia inshore che offshore. Per cominciare è bene ricordare il caso Talsint, località nella provincia di Figuig nella regione dell Atlante (o Orientale) ove, nel 2000, venne annunciata ufficialmente la scoperta di importanti giacimenti di petrolio e gas, rivelatasi, invece, di scarsa consistenza. In realtà la cautela dovrebbe oggi farla da padrona. Anche l'ufficio Nazionale degli Idrocarburi e Miniere (ONHYM), l ente statale che dipende dal Ministero dell Industria, cerca di calmare le acque; parla solo di stime di potenziale geologico differenziando queste informazioni dalla nozione di redditività economica o operativa. Infatti la scoperta di un giacimento non è sinonimo di un suo consequenziale sfruttamento sul piano economico. È proprio per questo che si dovranno attendere almeno 10 anni per avere una stima realistica delle potenziali riserve, sempre che tali potenzialità corrispondano alle aspettative. Un altra congiuntura positiva del rinnovato interesse internazionale per gli idrocarburi in Marocco sono gli echi creati dalla crisi libica e da alcune incertezze in Algeria relativamente alla sicurezza, quale l attacco di terroristi islamici al sito di In Amenas, e dell assetto istituzionale, con riferimento allo stato di salute del Presidente Boutelika. Tuttavia il Marocco importa il 95% di idrocarburi e questo lo rende gravemente esposto alle fluttuazioni del mercato. L attuale politica energetica basata sulla promozione delle energie rinnovabili possiede un gap più ampio di quello previsto in considerazione delle difficoltà del consorzio per le centrali eoliche che potrebbe essere colmato da quanto trovato offshore. Riguardo la continental shelf a ridosso del Marocco, alcuni analisti riportano un rinvigorito interesse di alcune major 212

215 companies quali BP e Chevron. 10 pozzi esplorativi verranno resi operativi nel prossimo anno a fronte dei 9 complessivi presenti dal L ottimismo geologico e supportato dai recenti findings in Brasile, in considerazione delle simili caratteristiche geologiche. Altre compagnie, in genere quelle minori quali San Leon Energy, Kosmos Energy, Repsol Exploraciones, Longreach oil, Chariot Oil, Pura Vida, Nautical Petroleum, Cairn Energy e Gulfsands Petroleum, sono attratte anche dai vantaggi fiscali che l amministrazione locale garantisce. Agli inizi di novembre 2013, Cairn Energy e Gulfsands Petroleum hanno iniziato le loro indagini, rispettivamente nella regione di Gharb e a 120 km al largo della costa di Boujdour, con perforazioni previste nel Tuttavia una parte delle aree di esplorazione insiste nel Sahara Occidentale, che annesso unilateralmente dal Marocco nel 1975, è considerato dalle Nazioni Unite territorio sotto disputa e quindi rappresenta un limite alle attività senza considerare le incerte linee di demarcazione della Zona Economica Esclusiva tra Spagna, che conduce analoghe esplorazioni nelle acque delle Canarie, assai contestate dalle amministrazioni locali, e Marocco/Sahara Occidentale. I fosfati, il vero petrolio marocchino In termini di capacità estrattive è comunque utile sottolineare che il Marocco è il quarto produttore mondiale di fosfati (dopo USA, Russia e Cina), con una capacità produttiva stimata in quasi 19 milioni di tonnellate l'anno, estratti dai campi di Benguerir, Khouribga, e dalle miniere di Youssoufia, nel Marocco centrale, per un totale di 85 miliardi di m 3 di riserve, e da quella di Boucraa, nel Sahara Occidentale, con circa 1 miliardo di m 3. Poiché i produttori di fosfati sono pochi e la popolazione mondiale è in continua crescita, i fertilizzanti per l agricoltura saranno uno degli aspetti critici del futuro unitamente all acqua. Il fosforo non scomparirà ma diverrà molto costoso. Quindi solo i paesi più "ricchi" avranno fertilizzante per far produrre il loro 213

216 cibo con la conseguenza di innescare un circolo vizioso che renderà economicamente poco valide le operazioni di vendita e produzione agricola. Secondo questa logica, i paesi produttori di fosfati si arricchiranno grazie ai ricavi dei concimi estratti dai fosfati. Con la popolazione mondiale che raggiungerà i 9 miliardi entro il 2050, il Marocco si potrebbe trovare al centro di tutte le strategie globali orientate ad assicurare cibo per tutti e a combattere la fame, in quanto i fosfati sono fondamentali nel processo di preparazione dei concimi e fertilizzanti per l agroindustria e l'office Cherifien des Phosphates (OCP), è il più grande esportatore mondiale di fosfato grezzo, acido fosforico e fertilizzanti fosfatici. Recentemente altre nazioni stanno entrando in questo mercato quali Kazakhstan, Arabia Saudita, Algeria, India, Giordania, Israele, Egitto, Australia e Sudafrica. Conclusioni Da queste brevi note emerge che le prospettive energetiche, in senso ampio, della parte Occidentale del Nord Africa, sono indubbiamente interessanti se verranno confermate. La tempistica non è immediata e questo rappresenta un punto interrogativo aggiuntivo sulle dinamiche regionali, stante le difficoltà libiche. Se le proiezioni relative agli idrocarburi prodotti da scisti verranno confermate, i dati del mercato potrebbero cambiare, mentre le coste atlantiche del Marocco e del Sahara Occidentale, con una vasta porzione dell Algeria sudoccidentale, sembrano averne in abbondanza. Tuttavia non si può ignorare l incognita che l incremento estrattivo di questi idrocarburi e l avvio di esportazioni da parte di un paese leader nel settore, quale gli Stati Uniti, potranno avere sia sulle dinamiche globali sia su quelle trans-regionali, regionali e sub-regionali (Medio Oriente, Nord Africa ed Europa, Mediterraneo). In prospettiva questa nuova situazione potrà mutare realtà consolidate e aprire nuovi scenari, con opportunità e rischi. 214

217 La sicurezza energetica in Africa Marco Cochi Ricercatore Ce.Mi.S.S. Dall inizio del nuovo secolo, il tema della sicurezza energetica è ricomparso ai primi posti nelle agende politiche dei governi di tutto il mondo, che hanno ripreso a focalizzare la loro attenzione su una questione primaria per il buon funzionamento della macchina statale. Il rinnovato interesse sul livello di soddisfacimento della domanda energetica interna e, in particolare, sulla prevedibilità degli andamenti della quantità di energia disponibile a lungo termine, si è ampliato di pari passo con l aumento della dipendenza da gas e petrolio per usi industriali, riscaldamento e trasporti in generale. Uno dei punti che incidono maggiormente nella questione è la distribuzione diseguale degli idrocarburi a livello globale. Tale aspetto ha influenzato in maniera sostanziale le politiche di sicurezza energetica dei singoli Paesi impegnati nell accaparramento di fonti di energia. Questi ultimi, per garantirsi la certezza degli approvvigionamenti si sono orientati a distribuire la dipendenza su una gamma di risorse più estesa possibile, riducendo in questo modo le preoccupazioni riguardo l instabilità nei singoli Stati produttori, i timori di espropriazioni di aree petrolifere per motivazioni politiche e il rischio di imprevisti tagli di fornitura. Per questo motivo, molti governi stanno investendo in energie rinnovabili come quella solare, eolica, geotermica, idroelettrica e da biomasse, così come nel nucleare, senza trascurare la continua esplorazione di nuove regioni che potrebbero ancora fornire grandi quantitativi di combustibili fossili. Un esplorazione motivata dalla crescente domanda globale di prodotti petroliferi, come evidenziato dalle stime dell Energy Information Administration americana (EIA), che dai quasi 88 milioni di barili al giorno (b/g) del 2010, prevede che la domanda totale giungerà a 92 milioni di b/g nel 2020 per arrivare a quasi 103 milioni di b/g entro il

218 In questo scenario, una delle regioni che ha attirato maggiore attenzione è il continente africano. Tale interesse, è stato inizialmente ispirato da una serie di scoperte di nuovi giacimenti di petrolio, gas naturale e altri idrocarburi nel Golfo di Guinea, a partire dalla fine degli anni Novanta. L area in questione conta la più alta densità di riserve off-shore a livello mondiale, oggi ampiamente fruibili grazie ai recenti sviluppi tecnologici nelle attrezzature di prospezione, che rendono possibile lo sfruttamento di giacimenti sottomarini a costi sostenibili, anche in acque molto profonde. Nondimeno, il Golfo di Guinea è una delle poche zone al mondo dove si considera la presenza di importanti giacimenti sfruttabili su larga scala di light sweet crude, un petrolio di ottima qualità povero di zolfo, che permette in altri termini di ottenere più benzina e gasolio per unità raffinata. Una prospettiva di investimento senza dubbio invitante per le compagnie petrolifere ed i governi dei Paesi consumatori. Tuttavia, l Africa sub-sahariana offre anche altri vantaggi. In qualità di produttori di petrolio relativamente nuovi, con esigue capacità tecniche e capitali limitati, molti Stati della regione sono disposti ad accettare royalty più basse e cedere un maggiore controllo sulle loro risorse petrolifere, rispetto ai Paesi che hanno al loro attivo un esperienza più consolidata nella produzione di greggio. Di conseguenza, per le compagnie i profitti potenziali possono essere molto alti. Questa serie di fattori ha contribuito a determinare l acuirsi dell interesse dei Paesi consumatori verso i giacimenti africani, ormai diventati uno scenario privilegiato per quel che riguarda l estrazione del greggio. Tra i Paesi del continente che detengono le maggiori riserve di petrolio, primo fra tutti è la Nigeria, che fa parte dell Opec, seguito da Angola e Sudan, mentre altri Paesi come Gabon, Repubblica del Congo, Ghana e Guinea Equatoriale si stanno evidenziando come ottimi partner energetici per l estrazione. L ultimo Stato africano ad entrare nel grande gioco è stato lo Zambia, diventato in breve tempo uno dei nuovi fornitori dei Paesi asiatici. Nel 2008, l economia zambiana, strettamente dipendente dall industria del rame, di cui è il maggior 216

219 produttore del continente, era stata fortemente penalizzata a causa del crollo ai minimi storici delle quotazioni del metallo rosato. La repentina discesa del prezzo del rame aveva falcidiato le esportazioni di uno Stato che affidava a questa risorsa il 70% delle sue entrate di valuta straniera. Invece, adesso l ex Rhodesia del Nord può vantare una crescita annua del Pil pari al 7,3%, ripresa che deve in gran parte al greggio. Per avere una disamina più circostanziata riguardo l evoluzione del fabbisogno energetico mondiale di questi ultimi anni e il ruolo africano, può essere utile analizzare le politiche energetiche portate avanti da uno dei principali player mondiali, la Cina, che per far fronte alla sua esponenziale crescita economica è diventata uno dei maggiori consumatori mondiali di oro nero. Nel 1980, il Paese asiatico produceva due milioni di barili al giorno consumandone uno. Recenti dati 68 rilevano che, nel 2009 e 2010, la Cina ha registrato una crescita della domanda di oltre il 12%, attestandosi a 9,4 milioni di barili al giorno. Pechino per far fronte ad un simile incremento ha progressivamente elaborato una strategia onnicomprensiva nei confronti del continente africano, si è quindi posta sia sotto il profilo economico sia sotto quello politico sullo stesso piano delle potenze occidentali, che intrattengono rapporti consolidati con i Paesi africani da tempi ben più remoti. Per comprendere meglio i termini della questione, è necessario considerare l elevata crescita economica registrata negli ultimi anni dal Dragone asiatico. Una crescita costante e sostenuta che ha consentito alla Repubblica popolare di entrare nel terzo millennio come il paese a maggior crescita economica a livello mondiale, grazie ad una molteplicità di fattori, tra cui un notevole aumento della produzione industriale. Proprio la straordinaria performance del settore industriale ha fatto sì che, dal 1993 ad oggi, la Cina sia diventata il primo importatore netto di petrolio al mondo 69, scalzando dalla prima posizione gli Stati Uniti, con la conseguenza che la percentuale odierna di /come-importatore-di-petroliobr-. 217

220 energia richiesta dal gigante asiatico sia superiore al 15% della domanda aggregata globale. Nell orientare la politica estera è quindi diventato fondamentale, per il governo di Pechino, l obiettivo del mantenimento della sicurezza energetica. Per accaparrarsi riserve sicure e stabili di energia, la Cina si è impegnata in campo politico-diplomatico ed ha incoraggiato l utilizzo di capitali statali e privati per investimenti in Paesi esteri dove poter sviluppare l industria estrattiva e costruire le infrastrutture necessarie per portare queste risorse in patria o sul mercato. Le risorse energetiche africane sono abbondanti, relativamente poco sfruttate e, in quanto collocate di frequente in contesti di forte instabilità politica, spesso soggette ad una debole concorrenza internazionale. Sulla base di questi due fattori, il continente nero rappresenta un bacino ideale per il rifornimento certo e duraturo di risorse energetiche, come dimostrato dal fatto che la Cina riceve dall Africa più del 30% del suo intero volume di importazione di greggio. L approccio cinese al continente è dunque ispirato più dai bisogni interni che da una visione politica globale. La sua attenzione verso la macroregione è interamente riconducibile alla necessità di assicurare un ambiente favorevole allo sviluppo interno, sia in termini di risorse che di nuovi sbocchi commerciali. L elemento fondante del partenariato sino-africano è da ricercarsi nel pragmatismo economico: nessuna condizione politica ma solo contratti da firmare. Attraverso la lente della non ingerenza, dittature o democrazie sono identiche agli occhi di Pechino. L unica condizione che il governo cinese impone è il rispetto del principio della cosiddetta one-china policy 70, attraverso cui riconosce particolare attenzione agli Stati che hanno rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan, per supportare la causa della riunificazione cinese. Una clausola alla quale ha ormai aderito quasi tutto il continente, visto che Pechino mantiene rapporti diplomatici ufficiali con cinquanta Stati africani su cinquantaquattro. L ex Impero di mezzo ripaga a suon di dollari la fedeltà africana ottenendo in cambio i diritti nella prospezione e nell estrazione in Nigeria, in compagnia della 70 en.wikipedia.org/wiki/one-china_policy. 218

221 Shell e della nostra Eni, oltre al controllo del 50% dell estrazione del petrolio del Sudan e del 25% di quello dell Angola. Non a caso, fra i primi dieci fornitori di greggio della Cina, i tre Paesi africani figurano a fianco degli Stati arabi. Evitando di soffermarsi sulla redistribuzione della ricchezza prodotta dal greggio e dei privilegi a essa correlati, ormai l Africa sembra avere le carte in regola per diventare l alternativa al Medio Oriente dal punto di vista energetico. È proprio su questo scenario che si sta spostando il confronto economico fra l asse atlantico e l ormai conclamato competitor cinese, in buona compagnia di altri due nuovi player delle economie cosiddette emergenti, Brasile e India. Al momento, è ancora difficile prevedere cosa comporterà a livello geopolitico ed economico tale spostamento, ma appare ormai evidente che attraverso il petrolio, l Africa è riuscita ad ottenere una nuova statura internazionale, un ritorno d importanza strategica, dopo la parentesi seguita all ondata d indipendenze degli anni Sessanta e Settanta. Nella sostanza il continente si afferma come zona d interesse per la sicurezza energetica, sempre più dominata dall obiettivo di aumentare le dimensioni e la diversificazione del mercato mondiale. Ai fini di una corretta analisi, è necessario rilevare anche gli elementi a sfavore della nuova frontiera africana dell energia, che in larga parte presenta ancora delle zone con livelli di protezione dei diritti civili e amministrativi molto al di sotto degli standard richiesti per attivare una presenza strutturale di processi produttivi duraturi. A questo vanno aggiunti altri fattori, come l insicurezza, l instabilità politica, l elevato livello di corruzione e la carenza di infrastrutture adeguate. Quest ultimo elemento, oltre a concorrere nello specifico al rallentamento dei ritmi d estrazione, in generale costituisce uno dei principali ostacoli per lo sviluppo del business in Africa. Lo rileva un recente studio 71 elaborato dalla società di consulenza Ernst & Young, sottolineando che se nei prossimi due decenni il continente intende continuare a progredire, lo sviluppo delle 71 _Getting_down_to_business/$FILE/Africa_attractiveness_2013_web.pdf. 219

222 infrastrutture dovrà essere posto in cima ai piani di investimento. Secondo Ernst & Young, uno dei settori chiave che richiederà maggiori risorse per incentivare la crescita economica è proprio quello energetico. Una considerazione effettuata sulla base dei non pochi problemi che in questo ambito affliggono i Paesi africani. Tra questi, la totale mancanza di reti pubbliche per la distribuzione di energia elettrica in alcuni Stati, che per porre fine a questa situazione hanno avviato imponenti progetti per la produzione, come nel caso dell Etiopia, che ha in cantiere la più grande struttura idroelettrica dell intero continente, la Diga del grande rinascimento (Grand Renaissance Dam GRD), che il governo di Addis Abeba intende costruire lungo il corso del Nilo Azzurro. La monumentale opera sorgerà esattamente nella regione di Benishangul-Gumuz per un costo stimato di 4,7 miliardi di dollari e la sua realizzazione è stata assegnata da Addis Abeba all italiana Salini Costruttori. Secondo diverse stime, a pieno regime, la GRD avrà una capacità produttiva di energia elettrica pari a 6mila Mw/anno. Un altro importante progetto riguarda l Angola, che lamenta ancora una marcata inadeguatezza delle infrastrutture esistenti rispetto al fabbisogno nazionale di prodotti petroliferi lavorati. Per ovviare a questa carenza, nella città portuale di Lobito, al confine con la Namibia, sta per essere ultimata dalla coreana Samsung la costruzione della seconda e tanto attesa raffineria del Paese. L impianto avrà una capacità a pieno regime di 200mila b/g, quantitativo più che sufficiente per soddisfare la domanda interna dell ex colonia portoghese. Oltre a quella di Lobito, in Africa è prevista la realizzazione di un altra importante raffineria che dovrebbe sorgere in prossimità del terminale petrolifero di Skhira, in Tunisia. I negoziati del progetto, che consiste nella realizzazione di una struttura con una capacità minima di 120mila b/g, vanno avanti dal Dopo alterne vicende, nel gennaio 2012, la Qatar Petroleum ha riavuto la concessione dell appalto dal governo tunisino, anche se nel luglio scorso il primo ministro 220

223 libico Ali Zeidan ha manifestato l intenzione del suo governo di voler subentrare nella realizzazione dell impianto. Nonostante la messa in opera di questi progetti a livello nazionale, gli Stati africani per garantire la sicurezza energetica alle loro economie devono cominciare a pensare in maniera regionale e in qualche misura anche continentale. Le ragioni di tale approccio per lo sviluppo del settore energetico sono riconducibili a due fattori. In primo luogo, i costi per operare investimenti nello sviluppo di infrastrutture energetiche sono spesso proibitivi perché la loro redditività è basata su economie di scala. Un impedimento che per essere superato richiede risorse comuni. Per fare un esempio, sono pochissimi i Paesi africani che potrebbero permettersi un investimento di 4,7 miliardi di dollari su un singolo progetto come la nuova diga in Etiopia. In secondo luogo, c è il problema dei mercati. Pur rappresentando il 12 % della popolazione del pianeta, l Africa consuma uno scarso 3% dell elettricità mondiale, di cui oltre il 75 % ripartito tra Africa settentrionale (33%) e meridionale (45%). Il residuo è suddiviso tra il resto degli Stati subsahariani. Inoltre, l accesso all energia elettrica sul continente rimane relativamente basso, con tassi medi del 43%, con il Nord Africa che si attesta al 99%, mentre le altre sub-regioni oscillano tra il 12 e il 44% 72. Questo significa che i progetti su vasta scala, come quello etiope della Grande diga, per avere un feedback positivo devono garantirsi l accesso ai mercati internazionali. 72 sustainabledevelopment.un.org/content/documents/3214interconnection_po werpools.pdf. 221

224 L interazione fra sicurezza energetica e cambiamenti climatici in Africa Marco Massoni Ricercatore Ce.Mi.S.S. I cambiamenti climatici sono oggi tra i problemi maggiori per chi deve gestire a livello nazionale o locale ed internazionale o globale le politiche ambientali. Sette su dieci disastri sono oggi legati al clima e circa duecento milioni di persone potrebbero diventare profughi a seguito di impatti climatici entro il Il degrado ambientale derivante dai cambiamenti climatici mina lo sviluppo sostenibile e rappresenta una seria sfida per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell ONU 73. Il problema del cambiamento climatico è dunque una questione cruciale nell agenda dello sviluppo globale, che preoccupa in maniera crescente per quello che riguarda sia la scarsità delle risorse e la loro più opportuna gestione sia l equità e le asimmetrie tra Paesi sviluppati e Paesi in Via di Sviluppo (PVS); le emissioni di carbonio 74 oggi generate nelle zone ricche e più industrializzate del pianeta determinano 73 Gli 8 OSM sono i seguenti: - sradicare la povertà estrema e la fame; - assicurare l educazione primaria universale; - promuovere la parità di genere; - ridurre la mortalità infantile; - migliorare la salute materna; - combattere l AIDS/HIV, la malaria e le altre malattie; - garantire la sostenibilità ambientale, migliorando la qualità dell aiuto anche mediante il trasferimento tecnologico; - sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo. 74 Secondo l Agenzia Internazionale dell Energia (IEA) il mondo si sta allontanando dall obiettivo concordato dai Governi di limitare l aumento della temperatura media globale nel lungo termine entro i 2 gradi Celsius ( C). Le emissioni mondiali di gas ad effetto serra sono in rapida crescita. Ebbene sarebbe sufficiente applicare quattro politiche energetiche, sì da mantenere fattibile l obiettivo dei 2 C ovvero: adottare misure specifiche per l efficienza energetica, da cui deriverebbe il 49% dei risparmi emissivi; limitare la costruzione e l uso delle centrali di generazione a carbone meno efficienti (21%); minimizzare le emissioni di metano (CH4) durante la produzione di petrolio e gas naturale (18%); accelerare la (parziale) eliminazione dei sussidi al consumo di fonti fossili(12%). 222

225 conseguenze negative ai danni delle popolazioni e delle comunità più povere del mondo, le cui emissioni di carbonio sono invece molto modeste. Ad esempio in Africa le emissioni pro capite rappresentano un dato trascurabile rispetto a quelle globali, le cui nefaste conseguenze per l ecologia africana rischiano di provocare nel medio periodo effetti pressoché irrimediabili. Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia significativa per lo sviluppo dell Africa 75, dal momento che può compromettere i più che incoraggianti risultati economici recentemente conquistati da parte degli Stati africani emergenti. I cambiamenti climatici costano oggi all Africa nel suo insieme circa quattro punti percentuale del proprio PIL ogni anno, moltiplicando le minacce nelle zone a rischio di conflitto persistente. È interessante infatti osservare come l impatto diretto del cambiamento climatico sia meno rilevante in sé rispetto invece al suo ruolo di amplificatore (triggering) degli effetti di altre tendenze già in atto in Africa, quali soprattutto: un elevato tasso di crescita della popolazione nei prossimi decenni, prima che la curva demografica vada stabilizzandosi; un alto tasso di urbanizzazione; la stagnazione della produttività agricola, e, infine, il danno antropico ambientale sottoforma di deforestazione incontrollata, erosione del suolo e declino della fertilità del suolo specialmente nelle regioni semiaride come il Sahel. Pertanto, per far fronte alla sfida del cambiamento climatico, i governi africani non potranno esimersi dall approntare quanto prima tanto meglio piani di fattibilità per l elettrificazione regionale di grandi dimensioni. Inoltre dovranno immancabilmente investire non solo in tecniche agricole eco-compatibili, sviluppando nuove generazioni di sementi, in grado di sopportare meglio la siccità e la salinità, ma anche e soprattutto in programmi di educazione pubblica che spieghino diffusamente l impatto del cambiamento climatico sulla vita e sulle abitudini delle comunità, raccomandando semplici pratiche, al fine di meglio preservare il proprio ambiente. Vero è che malgrado numerose 75 Dall inizio del XX Secolo la temperatura media di tutto il Continente è aumentata notevolmente e si prevede che aumenterà di 3-4 gradi centigradi entro la fine di questo secolo, con ricadute negative su più ambiti. 223

226 difficoltà, gli Stati africani sono sempre più attenti a parlare con una sola voce nei fori internazionali sul clima, poiché responsabili di quella governance globale, necessaria a garantire la mitigazione 76 dei cambiamenti climatici ed il relativo adattamento 77. In effetti nel corso dell ultimo decennio gli Stati africani sono riusciti a negoziare in modo sempre più efficace e strategico sia bilateralmente sia a livello multilaterale, come è ampiamente dimostrato ad esempio dall istituzione nel 2009 in seno all Unione Africana (UA) 78 della Conferenza dei Capi di Stato e di Governo sul Cambiamento Climatico (CAHOSCC), rappresentata da otto Paesi (Algeria, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Mauritius, Mozambico, Nigeria e Uganda). Si noti che l Africa è un esportatore netto di energia, vendendo al resto del mondo 570 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e che solamente il 60% della produzione di energia africana è consumata in loco, mentre il resto viene esportato. Pur assistendo ad un vero e proprio oil boom in questi ultimi anni in Africa, tuttavia una decina di Nazioni africane (Algeria, Egitto, Marocco, Namibia, Niger, Nigeria, Senegal, Tunisia, Uganda e Sudafrica) si sta rivolgendo ad una speciale forma di energia pulita il nucleare anche per diversificare le fonti di approvvigionamento energetico. L era dei combustibili fossili è tutt altro che finita, ma la loro posizione sarà tendenzialmente sempre meno dominante. 76 La Mitigation (mitigazione) concerne quel range di azioni, necessarie a limitare l ampiezza oppure il tasso di cambiamento climatico a lungo termine. 77 Con il termine Adaptation (adattamento) ci si riferisce a quelle modifiche nei sistemi ecologici, sociali o economici come risposta a stimoli climatici attuali o attesi e dei loro effetti o impatti. Più precisamente riguarda o i cambiamenti nei processi, nelle pratiche e nelle strutture per moderare i danni potenziali o il beneficiare di opportunità con il cambiamento climatico. 78 La commissaria dell UA responsabile del portafoglio Infrastrutture ed Energia è l egiziana Elham Mahmoud Ibrahim. 224

227 INDICE DI VULNERABILITÀ IN FUNZIONE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO La cartina del sesto rapporto annuale del Maplecroft s Climate Change and Environmental Risk Atlas 79, rappresentativa dell Indice di Vulnerabilità del Cambiamento Climatico per il 2014, indica nella categoria del rischio estremo ben dieci Paesi africani, molti dei quali nel Golfo di Guinea: Guinea-Bissau, Sierra Leone, Sud Sudan, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Etiopia, Eritrea, Repubblica Centroafricana (RCA), Ciad e Senegal. APF & SE4A Durante la più recente Presidenza italiana del G8 nel 2009 fu convocata una Sessione Speciale dell Africa Partnerhisp Forum (APF) 80 sui Cambiamenti Climatici (Addis Abeba, 3 settembre 2009). Fu un momento topico per fare il punto della situazione prima della Conferenza delle Parti (COP-15) in seno alla United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) di Copenaghen, che si svolse nel dicembre dello stesso anno. Allora l Italia si era fatta promotrice di un iniziativa G8 specifica su questo tema, con la creazione anche di un Gruppo Esperti di Alto Livello Energia Africa 81. Le considerazioni di allora sono attuali ancor oggi: l Africa è il continente meno responsabile, 79 Cfr. (ultimo accesso: ). 80 L Africa Partnership Forum (APF) è il foro di discussione del partenariato e del dialogo continuativo fra il G8/OCSE e l Unione Africana/NePAD. 81 La XVIII Sessione dell APF, che si è tenuta a Parigi il 25 aprile 2012, copresieduta da Belgio, Benin, Etiopia e Stati Uniti, ha avuto come core topic proprio l energia. 225

228 ma allo stesso tempo quello maggiormente danneggiato dai cambiamenti climatici, indotti dal fattore antropico, dal momento che produce meno del 4% delle emissioni di gas globali nel loro insieme (Global Greenhouse Gas Emissions). Secondo gli esperti dell APF, quanto alla mitigazione, è urgente che la comunità internazionale intervenga, per ridurre le emissioni globali, riconoscendo allo stesso tempo però le legittime esigenze di sviluppo all Africa. Per quello che riguarda l adattamento, il cambiamento climatico è una realtà e non un futuribile, impattando già in modo sostanziale sugli ecosistemi africani, sicché sapersi adattare con successo è fondamentale, per conseguire uno sviluppo sostenibile. Resta inoltre essenziale sfruttare appieno il potenziale dell innovazione tecnologica oggi disponibile, al fine di rispondere alle sfide della mitigazione e dell adattamento, riformando e proporzionalmente incrementando i meccanismi finanziari dedicati. Un altra iniziativa molto indicativa è quella voluta nel 2010 dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, la Sustainable Energy for All Initiative (SE4A) 82, con il proposito di assicurare l accesso universale a servizi energetici moderni, raddoppiare entro il 2030 il ricorso all energia rinnovabile, così come di bissare il tasso di miglioramento dell efficienza energetica, garantendo la sicurezza energetica sottoforma di produzione differenziata dell energia (energy-mix), riducendone drasticamente il costo, così da migliorarne l accesso, attraverso la promozione di un cospicuo ma preciso set d investimenti diretti esteri (IDE) in Africa. Per far ciò, è decisivo, tecnicamente parlando, sviluppare appieno il potenziale di risorse dell Africa, immaginando sistemi idroelettrici di grandi dimensioni a livello regionale e continentale, promuovendo la cooperazione regionale sull energia con un uso efficiente delle infrastrutture, in modo tale che i quadri giuridici e normativi siano tra loro resi omogenei o perlomeno armonizzati. 82 Cfr. (ultimo accesso: ). 226

229 Il Grande Corno d Africa e la nuova potenza verde, l Etiopia Nella regione del Corno d Africa allargato nel 2012 sono stati individuati ingenti giacimenti petroliferi ed è stato avviato un importante piano di lavoro congiunto tra Sud Sudan, Kenya ed Etiopia, in maniera tale da dare luogo al più importante corridoio logistico della regione, che prevede la costruzione di una ferrovia, di un autostrada e di un oleodotto, che confluiranno nel Porto di Lamu (Kenya). Tra l altro il progetto consentirà maggiore indipendenza al Sud Sudan, per esportare il proprio greggio. Sempre in Africa Orientale l Etiopia ha predisposto un processo d industrializzazione accelerata attraverso lo sviluppo di progetti infrastrutturali massicci, soprattutto nei settori dell energia e dei trasporti, garantendosi una crescita a ritmi vertiginosi, pur non essendo un Paese esportatore d idrocarburi; è esemplare il processo di diversificazione degli approvvigionamenti energetici portato avanti da Addis Abeba, oramai leader africano dell energia verde. Per il settore eolico il 26 ottobre l Etiopia ha inaugurato ad Ashegoda il più grande impianto eolico di tutta l Africa Sub- Sahariana, composto di 84 turbine disposte su una superficie di cento chilometri quadrati, in grado di erogare una potenza di 120 MW, pari a 400 gigawatt (GW) l anno. Per quello che riguarda il settore geotermico l Etiopia e una società statunitense-islandese, la Reykjavik Geothermal (RG), hanno firmato un accordo, per la costruzione nella zona della Corbetti Caldera del più grande impianto geotermico in Africa dalla capacità di 1000 MW al costo di quattro miliardi di dollari. Il Progetto Corbetti si gioverà della sponsorizzazione un finanziamento a fondo perduto della Geothermal Risk Mitigation Facility (GRMF) di USAID e del finanziamento della banca di sviluppo tedesca KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau), così da coprire i costi ed il rischio derivante dalle perforazioni esplorative. Reykjavik si aspetta i primi 10 MW di potenza già per il 2015, con un aumento di 100 MW nel 2016, e l equilibrio a 500 MW per il Per quanto riguarda il settore idroelettrico, si prevede che entro il 2018 l Etiopia sarà in grado 227

230 di produrre circa MW grazie alle sole sue dighe. A fine maggio 2013 sono cominciati infatti i lavori per opera dell italiana Salini per la deviazione del corso del Nilo Azzurro per la costruzione della diga Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), che con una capacità di contenimento di 85 milioni di metri cubi sarà esclusivamente finalizzata alla produzione di energia e non a fini agricoli, così da non ridurre la portata d acqua per i Paesi vicini. Con i 6mila MW di potenza (più del triplo di quanto previsto per Gibe III, sul fiume Omo al confine con il Kenya) è destinata ad essere la più grande centrale idroelettrica d Africa. Contro questo progetto faraonico si è scagliato Il Cairo, per timore di dipendere dalle decisioni di Addis Abeba in futuro. Benché si registrino tensioni crescenti con l Egitto ed il Sudan, a causa anche della recente ratifica da parte di Addis Abeba del Trattato dei Paesi del Bacino del Nilo 83, cha rimette in discussione il diritto di veto del Cairo e di Khartoum sull uso esclusivo delle acque dell omonimo fiume, tuttavia siamo ancor lungi dal temere seriamente, perlomeno nell immediato, un idroguerra. JAES La Strategia Congiunta Africa-Unione Europea (Joint Africa-EU Strategy JAES), operativa dal 2007, ha sviluppato nel corso del tempo due Piani d Azione, i quali limitatamente al settore dello sviluppo sostenibile e del cambiamento climatico da una parte e a quello dell energia dall altra, indicano gli obiettivi, i risultati attesi, gli attori e le azioni prioritarie da perseguire ed implementare nel quadro dei rapporti intercontinentali tra le due capitali, Addis Abeba e Bruxelles, vale a dire la sostenibilità ambientale ed il cambiamento climatico secondo una visione condivisa mediante l implementazione di due specifici partenariati e cioè l Africa-EU Partnership on Climate Change e l Africa-EU Energy Partnership. La cooperazione euro-africana 83 L accordo quadro di cooperazione firmato nel 2010 da sei dei dieci membri della Nile Basin Initiative che riunisce gli Stati rivieraschi delle sponde del fiume prevede una revisione in senso più equo sullo sfruttamento delle acque del Nilo. 228

231 tiene debitamente conto dei settori cruciali inerenti al cambiamento climatico: la sicurezza alimentare, l agricoltura sostenibile e la gestione del territorio, il degrado del suolo, la desertificazione, la conservazione della biodiversità, le questioni di biosicurezza, compresi gli organismi geneticamente modificati (OGM), la prevenzione dei rifiuti tossici, la gestione ecologicamente corretta dei rifiuti, l uso sostenibile e la gestione delle risorse naturali, tra cui le foreste, le risorse ittiche e la gestione integrata delle acque nonché i sistemi di allerta precoce per migliorare la gestione del rischio di catastrofi. Le sfide energetiche globali hanno determinato l esigenza per l Africa e per l Unione Europea di rafforzare la cooperazione e la solidarietà nella gestione sostenibile delle loro risorse energetiche e di continuare a promuovere l accesso all energia, la sicurezza energetica e la cooperazione regionale anche attraverso la EU Energy Facility ed altri strumenti finanziari. L Africa e l UE hanno manifestato interesse ad avviare un dialogo sull uso pacifico dell energia nucleare, nell ambito delle disposizioni dell Agenzia Internazionale per l Energia Atomica (AIEA) e del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e in linea con gli standard internazionali di sicurezza. Perentoriamente detto, sembra ancora una volta che la mancanza di supporto politico per parte europea a tale visione strategica dia adito a nulla più che ad un mero wishful thinking di stampo burocratico, se paragonato empiricamente all efficienza dell aggressività sistemica mostrata da Cina e USA sul versante energetico in Africa. Power Africa Elettrificare l Africa è il motto dell iniziativa Power Africa, un piano di sviluppo del Governo americano, finalizzato ad aiutare quei Paesi africani (per il momento solo sei Stati anglofoni: Etiopia, Ghana, Kenya, Liberia, Nigeria e Tanzania 84 ) che, pur 84 In Etiopia il 17% della popolazione ha accesso all elettricità, mentre è importato il 5,3% dell energia netta utilizzata a fronte di 1,180 MW di capacità di generazione installata; in Ghana il 60,5% della popolazione ha accesso all elettricità, mentre è importato il 27,8% dell energia netta 229

232 essendo caratterizzati da un elevata crescita economica, non si trovano nelle condizioni di sostenerne il relativo fabbisogno energetico, dato che dispongono d infrastrutture inadeguate, costose, obsolete ed inquinanti. Queste Nazioni sono state scelte anche per aver fissato propri ambiziosi, ma non velleitari, obiettivi nella produzione di energia elettrica, con l impegno di modificare il proprio quadro normativo in materia. Lo scopo è di arrivare a farli produrre fino a 10mila MW di energia pulita nel prossimo quinquennio. L iniziativa dunque intende aiutare questi Paesi ad impostare uno sviluppo energetico sostenibile, incrementando la connettività e l accesso all energia pulita, approfittando del vantaggio peculiare dell Africa rispetto ai Paesi sviluppati, costituito proprio dall assenza di precedenti strutture da ammodernare, una rivoluzione tecnologica dagli esiti sorprendenti, in virtù della sua versatilità strutturale a favore del leapfrogging. Power Africa lavorerà anche a stretto contatto con la Banca Africana di Sviluppo (BAD), che vi concorre attraverso un suo fondo ad hoc, la Sustainable Energy for Africa (SEFA), a garanzia contro i rischi parziali degli investimenti. Inoltre Mozambico e Uganda parteciperanno a Power Africa attraverso il loro coinvolgimento nell Energy Governance Capacity Initiative (EGCI), che mira a rafforzare e a razionalizzare le già esistenti capacità nazionali di gestione delle rispettive risorse energetiche. Invece di impiegare molto tempo ad individuare quale potesse essere il migliore ambiente utilizzata, a fronte di 1,985 MW di capacità di generazione installata; in Kenya il 16,1% della popolazione ha accesso all elettricità, mentre è importato il 19,3% dell energia netta utilizzata a fronte di MW di capacità di generazione installata; in Liberia non vi sono dati disponibili circa l accesso all elettricità o l importazione di energia a fronte di 197 MW di capacità di generazione installata; in Mozambico lo 11,7% della popolazione ha accesso all elettricità, mentre il 22,5% dell energia netta utilizzata viene esportato a fronte di MW di capacità di generazione installata; in Nigeria il 50,6% della popolazione ha accesso all elettricità, mentre il 128,5 percento dell energia netta utilizzata viene esportato a fronte di MW di capacità di generazione installata; in Tanzania il 13,9% della popolazione ha accesso all elettricità, mentre il 13,9% dell energia netta utilizzata è importata a fronte di 957 MW di capacità totale di generazione installata; infine in Uganda il 9% della popolazione ha accesso all elettricità, ma non vi sono dati disponibili sulle importazioni di energia a fronte di 529 MW di capacità di generazione installata. 230

233 favorevole agli investimenti americani ed al trasferimento tecnologico in Africa in ambito energetico, si è preferito dare seguito ad un approccio decisamente più pragmatico e solerte, in perfetto stile americano businness-oriented, per cui si valuterà cosa effettivamente gli Stati Uniti possano fare attraverso i noti strumenti, o caso per caso addirittura creandone di nuovi, nelle grosse operazioni energetiche ad elevato potenziale trasformativo. Da un punto di vista metodologico Power Africa intende adoperare un approccio multisettoriale ad alto valore aggiunto, che cerchi di sfruttare i punti di forza peculiari degli Stati Uniti, ottimizzando e mettendo a sistema un ampio volet di sinergie quali quelle delle tecnologie energetiche, delle transazioni del settore privato, della politica e delle imprescindibili riforme delle normative nazionali e regionali africane, onde poter veramente colmare le lacune nel settore energetico continentale. Si ricorrerà all assistenza tecnica, ai prestiti garantiti, ai servizi legali, agli studi di fattibilità e ad azioni diplomatiche mirate, affinché le opportune riforme abbiano luogo con il conseguente reale impegno dei rispettivi governi africani, così da rimuovere i consueti ostacoli burocratici ed accelerare efficacemente il processo. Partecipano all iniziativa il Dipartimento di Stato, USAID, Ex-Im, OPIC, il Dipartimento del Tesoro, il Dipartimento del Commercio, il Dipartimento dell Energia, il Dipartimento dei Trasporti, MCC e USADF. Il coordinamento, volto ad evitare la sovrapposizione delle attività, e l information sharing tra i vari attori viene assicurato dall Interagency Transactions Solutions Team, che si riunisce settimanalmente a Washington 85. Power Africa si avvale pure di un ufficio di 85 Gli Stati Uniti s impegneranno per più di 7 miliardi di dollari di finanziamento per i prossimi cinque anni, coinvolgendo le seguenti istituzioni americane a favore del progetto di elettrificazione di tutta l Africa Sub- Sahariana: l Agency for International Development (USAID) fornirà 285 milioni di dollari in assistenza tecnica, sovvenzioni e mitigazione del rischio, in modo da attrarre investimenti privati. La Overseas Private Investment Corporation (OPIC) si impegnerà fino a 1,5 miliardi di dollari di finanziamento e di assicurazione per progetti energetici. La Export Import Bank (Ex Im) metterà a disposizione fino a 5 miliardi di dollari a sostegno delle esportazioni degli Stati Uniti per lo sviluppo di progetti di energia. La Millennium Challenge Corporation (MCC) investirà fino ad un miliardo di dollari mediante il suo 231

234 coordinamento a Nairobi. Prende così forma un modo efficace di fare sviluppo per il futuro, che ambisce ad essere replicato anche in tutti gli altri settori diversi da quello dell energia. È evidente che l interesse americano non nasce dal nulla, ma cerca di recuperare il ritardo accumulato in questi due decenni rispetto all avanzata cinese. L Africa, che dispone di enormi risorse naturali (geotermiche, idroelettriche, eoliche, solari ed il gas naturale 86 ), molte delle quali ancora del tutto inesplorate, presenta alcune delle economie a più rapida crescita al mondo 87. Calcolate in oltre 600 milioni le persone 88 in Africa Sub-Sahariana che non hanno alcun accesso all energia elettrica, tale scacchiere richiederà oltre 300 miliardi di dollari di investimenti, per raggiungere l accesso universale all energia elettrica entro il 2030; si tratta di cifre indisponibili secondo i canoni di qualsiasi programma di sviluppo tradizionale. Finora solo Washington è stata capace di sintetizzare in maniera country compact, per aumentare l accesso e l affidabilità e la sostenibilità della fornitura di energia elettrica mediante investimenti in infrastrutture energetiche, la politica e le riforme normative e il potenziamento delle capacità istituzionali. L OPIC insieme con la Trade and Development Agency (USTDA) forniranno fino a 20 milioni di dollari per la predisposizione dei progetti e la loro fattibilità tecnica quanto alle energie rinnovabili in particolare. Il coordinamento di tutte queste attività sarà delegato all Africa Clean Energy Finance Initiative (US-ACEF), grazie anche al supporto dell Africa Clean Energy Development and Finance Center (CEDFC) basato a Johannesburg. L African Development Foundation (USADF) lancerà la Off Grid Energy Challenge del valore di 2 milioni di dollari, destinati a sovvenzionare fino a dollari imprese africane per sviluppare o espandere l uso di tecnologie per l energia elettrica a beneficio delle popolazioni rurali e marginalizzate. Infine nel 2014 OPIC e USAID convocheranno una conferenza dedicata ai temi degli investimenti in infrastrutture e dell energia in Africa. 86 L Africa dispone del 4 percento delle riserve verificati al mondo di gas naturale ed il 10 percento del potenziale non sfruttato al mondo per energia idroelettrica. Le risorse geotermiche nella Rift Valley in Etiopia e Kenya hanno il potenziale per fornire fino a MW di potenza. 87 Tra il 2001 ed il 2010 erano africane 6 delle Nazioni che sono cresciute più rapidamente al mondo (The World s Ten Fastest-Growing Economies): Angola, Nigeria, Etiopia, Ciad, Mozambico e Rwanda. Ancora, entro il 2015 saranno africani sette dei dieci Stati a maggiore crescita: Etiopia, Mozambico, Tanzania, Congo, Ghana, Zambia e Nigeria. Si prevede che il PIL africano passerà dagli attuali duemila miliardi di dollari ai trentamila nel 2050 ossia maggiore di quello dell eurozona e degli Stati Uniti insieme. 88 Più di due terzi della popolazione dell Africa Sub-Sahariana è senza elettricità, e più del 85 per cento di coloro che vivono nelle zone rurali non ha accesso all elettricità. 232

235 operativa le linee guida necessarie a sviluppare la produzione di energia pulita senza impatti se non residuali dal punto di vista climatico in Africa 89. Vedremo presto chi saprà trarre vantaggio da tanto fervore. L INIZIATIVA POWER AFRICA La cartina indica gli Stati africani fruitori della Power Africa Initiative (Etiopia, Ghana, Liberia, Kenya, Nigeria e Tanzania) e quelli dell Energy Governance and Capacity Initiative (EGCI), cioè Mozambico ed Uganda. 89 L universalizzazione dell elettrificazione in Africa dal punto di vista dell impatto sul cambiamento climatico in particolare quanto all effetto serra è stimata tra l 1 ed il 4% per il

236 Sicurezza e sviluppi energetici: il futuro è dell Artico Lucio Martino Ricercatore Ce.Mi.S.S. Tutti sanno che ci vuole dell'acqua per produrre del cibo. Non tutti sanno che ci vuole dell'energia per produrre dell'acqua e ancora meno che ci vuole dell'acqua per produrre energia. Acqua ed energia sono intimamente interconnesse. Con l'eccezione dell'energia eolica e di alcune forme di energia solare, per produrre energia sono necessarie grandi quantità d'acqua, cosa questa che ne riduce tanto la disponibilità quanto la qualità. In Europa e negli Stati Uniti la quantità d'acqua impiegata nel settore energetico è già maggiore di quella impiegata per l'agricoltura e con l'avvento delle più recenti tecnologie estrattive è destinata a crescere notevolmente. Acqua ed energia sono così legate l'una all'altra al punto che i cambiamenti nella disponibilità e nella distribuzione dell'una non possono non impattare nella disponibilità e nella distribuzione dell'altra. Nel prevedibile futuro, lo squilibrio tra regioni ricche e povere d acqua è destinato ad aumentare. Le risorse idriche delle regioni polari aumenteranno, mentre diminuiranno quelle delle regioni dal clima più moderato, come il Mediterraneo e il Medio Oriente. Anche per questo i grandi protagonisti del mercato dell energia hanno da qualche tempo deciso di allargare i propri orizzonti in direzione di quella nuova frontiera rappresentata dal Mar Glaciale Artico. Con il progressivo aprirsi della regione a nuove e importanti attività economiche, paesi anche geograficamente molto lontani guardano ora all Arctic Council con crescente interesse. Nel giro di pochi anni, il cambiamento climatico sembra trasformare l Artico da ultima frontiera a centro del mondo. Il Mar Glaciale Artico occupa un bacino approssimativamente circolare. Le sue dimensioni sono pressappoco equivalenti a 234

237 una volta e mezzo quelle del continente europeo. Come il Mar Mediterraneo, è quasi completamente circondato dalla terraferma ed è ricco di numerose isole. Negli ultimi venti anni, ha perso una distesa di ghiacci paragonabile al doppio dell estensione territoriale della Francia. La portata del processo di trasformazione causato dal cambiamento climatico in questa particolare regione sembra così grande da poter modificare gli equilibri politici internazionali conseguenti alla fine del bipolarismo. Questa nuova accessibilità del Mar Glaciale Artico alimenta delle problematiche che trascendono gli interessi delle nazioni litoranee e coinvolgono buona parte del pianeta. In particolare, grandi interrogativi riguardano le conseguenze dell impatto sulla regione di un aggressivo insieme di attori non governativi intenzionati a sfruttarne le abbondanti risorse. Se il ghiaccio, che ne rende difficile la navigazione e quasi impossibile l accesso alle risorse sottomarine, continuerà come sembra a contrarsi, questioni economiche, ambientali e militari, incrociandosi l una nell altra, non potranno non creare un nuovo sistema regionale sulla cui portata sembra difficile fare previsioni. Almeno un terzo delle riserve mondiali d idrocarburi si ritiene siano concentrate nell Artico, vale a dire in una regione resa accessibile da un evoluzione climatica che la rende poi sempre più ricca d acqua. Due i grandi vincitori: l Alaska per il petrolio e la Federazione Russa per il gas, ma anche la Groenlandia e il Canada sono destinati in un futuro ormai prossimo a produrre enormi quantità d energia. La grande disponibilità di idrocarburi e di risorse idriche si sposa poi con un affinità culturale e una stabilità politica che non ha pari in nessuna altra regione ad alta produttività energetica. Infine, l apertura di nuove rotte commerciali, nell attribuire all Artico un assoluta centralità nei flussi commerciali tra Asia e Occidente, sembra dischiudere per l intera comunità artica un futuro di preminenza economica e strategica. Il più agevole accesso garantito a queste risorse dalla contrazione della calotta polare e dai progressi registrati nelle tecnologie estrattive, potrebbe aprire ben presto accese dispute territoriali legate ai diritti di sfruttamento dei giacimenti sottomarini presenti. È proprio sotto questa luce che si 235

238 spiegano iniziative come la missione del sottomarino robotizzato russo che ha piantato la bandiera della Federazione nelle profondità del Mar Glaciale Artico, le periodiche crociere scientifiche dei rompighiaccio statunitensi e le varie dichiarazioni con le quali gli Stati Uniti e la Federazione Russa rivendicano i propri diritti di sovranità e giurisdizione su gran parte del Polo Nord. Con tutta probabilità, il rischio che i paesi confinanti con il Mar Glaciale Artico arrivino un giorno a un qualche attrito sulla spartizione delle risorse regionali sembra notevolmente esagerato, posto che oltre il novanta per cento delle ingenti risorse minerarie regionali si trovano all interno delle presenti, ben consolidate, delimitazioni territoriali. In prospettiva, più che lo sfruttamento delle riserve energetiche regionali, è il controllo delle rotte commerciali a preoccupare maggiormente. Tuttavia, sebbene Canada, Norvegia e Federazione Russa siano in palese disaccordo sui confini settentrionali della piattaforma continentale Euroasiatica, e persino Stati Uniti e Canada registrano importanti divergenze sul controllo dei traffici marittimi, tutti questi paesi sembrano determinati a dirimere queste controversie in maniera pacifica. Gli indizi in questa direzione non mancano, a cominciare dalla recente risoluzione di una disputa concernente una parte del Mare di Barents che aveva contrapposto per quasi quarant anni Federazione Russa e Norvegia. Analogamente, il Canada e gli Stati Uniti, per quanto lontani da una vera intesa sul proprio ruolo in questa così particolare parte del mondo, hanno ormai da qualche tempo raggiunto un primo accordo sulla regolamentazione dei principali problemi dell arcipelago canadese. D altra parte, lo strumento principale per risolvere le rivendicazioni sulla sovranità e, quindi, sul controllo e sullo sfruttamento del Mar Glaciale Artico è una Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare che a volte sembra creare più problemi di quanti non risolva. Questa convenzione, in pratica ratificata da tutti tranne che dagli Stati Uniti, sostiene che qualsiasi paese litoraneo può rivendicare un estensione marittima pari a duecento miglia nautiche, e può liberamente sfruttare qualsiasi risorsa naturale all interno di tale zona. Tale 236

239 area di sovranità può poi essere estesa di altre centocinquanta miglia alla presenza di una qualche evidenza scientifica che descriva la relativa piattaforma continentale sommersa come la naturale estensione del paese rivendicante. Proprio su queste basi, la Federazione Russa, il Canada e la Danimarca reclamano come proprio territorio la cosiddetta dorsale di Lomonosov, una sezione continentale sottomarina lunga quasi duemila chilometri, che dalle Nuove Isole Siberiane raggiunge le Isole Artiche Canadesi, dividendo il Polo Nord in una parte europea e in una parte americana. In gioco è la sovranità sul Mare di Barents, sul Mare di Bering, sul Mare di Ohotsk e, ovviamente, sulla porzione centrale ancora ghiacciata del Mar Glaciale Artico. Nonostante l alto livello di collaborazione tipico dei paesi della regione, il futuro dell Artico non sembra esente dallo sviluppo di una dimensione militare. In diversa misura tutti gli Stati costieri sono già da qualche tempo impegnati nel potenziamento delle proprie capacità di combattimento in questo molto particolare teatro di operazioni. Le iniziative intraprese in tal senso non mancano e spaziano dalla decisione statunitense di estendere l area di responsabilità dell U.S. Northern Command fino ad abbracciare buona parte del Mar Glaciale Artico, al trasferimento del Comando Operativo norvegese all interno del Circolo Polare Artico, alla pianificazione da parte delle autorità russe di una brigata ottimizzata per il combattimento in condizioni climatiche estremamente rigide, all intenzione del governo danese d istituire un nuovo Comando Artico e, infine, allo stanziamento disposto dal governo canadese di quasi trentacinque miliardi di dollari per il progressivo potenziamento della propria marina militare. Un altro sintomo di questo particolare stato di cose è poi ravvisabile nella scelta fatta ormai da diversi anni dalle marine militari di Stati Uniti, Canada e Norvegia di far svolgere nelle acque del Mar Glaciale Artico la propria esercitazione annuale congiunta. Da parte sua, la Federazione Russa, di quando in quando, intensifica le attività delle proprie unità sottomarine, mobilita la sua flotta di navi rompighiaccio e lancia i suoi bombardieri 237

240 strategici in missioni che sfiorano i confini del Canada e degli Stati Uniti. In effetti, la Federazione Russa è in una posizione molto diversa rispetto a quella degli altri paesi costieri. Estensione territoriale a parte, sono circa quattro milioni i Russi residenti nell Artico. Le altre regioni artiche sono ancora molto meno densamente popolate e spesso vi risiedono solo popolazioni native. Il concorrere di questi fattori rende quasi inevitabile una politica di forti rivendicazioni regionale. Inoltre, sebbene Stati Uniti e Canada possano contare su di una rete di piattaforme estrattive e d impianti portuali, la Federazione Russa ha un vantaggio notevole anche nel settore infrastrutturale. Stante questo quadro, quello che sembra davvero mancare è la presenza di una qualche seria minaccia. Tutti gli attori regionali, nell ambito delle proprie possibilità, sembrano prepararsi per fronteggiare delle evenienze ancora molto difficili da intravedere. In ogni caso, questa crescente attenzione riservata all Artico non sembra risparmiare neppure una NATO a volte presentata dal segretario generale Rasmussen come l istituzione tra tutte più adatta a occuparsi delle questioni strategiche regionali, anche perché l Arctic Council non ha, e non vuole avere, una dimensione militare. Eppure, la NATO sembra lontana da un qualsiasi consenso sul proprio ruolo in questa regione. Un ulteriore prova di quanto sia bassa la propensione ad attribuire alla NATO un ruolo nel Mar Glaciale Artico è offerta dal fatto che Cold Response, quell esercitazione che da otto anni coinvolge in Norvegia le forze di molti dei paesi membri e dei paesi partner, si svolge sempre sotto l egida dell Alleanza Atlantica. Il Canada si è sempre opposto a qualsiasi coinvolgimento della NATO nell Artico, giudicandolo lesivo dei propri diritti di sovranità. Gli altri paesi sembrano soprattutto preoccupati della possibilità che l attribuzione alla NATO di una qualche responsabilità in questa regione finisca con l indispettire una Federazione Russa che da diverso tempo ha espresso molto chiaramente il proprio rifiuto nei confronti di qualsiasi collaborazione con la NATO in questo particolare teatro. Da ultimo, altri attori non propriamente regionali stanno cercando di ritagliarsi un ruolo di 238

241 maggior rilievo nelle discussioni multilaterali riguardanti le questioni comuni ai paesi e ai popoli dell Artico. La Spagna si è appellata al Trattato di Parigi del 1920 per chiedere alla Norvegia il libero accesso alle riserve biologiche e minerarie intorno all arcipelago di Svalbard, mentre nell ottobre del 2008 il Parlamento Europeo ha approvato una prima risoluzione sull Artico alla quale hanno fatto seguito almeno altri due simili documenti a firma della Commissione. Le autorità cinesi, da parte loro, hanno a più riprese descritto la gestione dell Arctic Council come un qualcosa destinato ad avvantaggiare i pochi e a danneggiare i molti e hanno in più occasioni annunciato il lancio di diverse iniziative di breve e di medio periodo volte a potenziare l esplorazione e lo sfruttamento dell intero Mar Glaciale Artico. Infine, la primavera scorsa, la Casa Bianca ha presentato una finora inedita National Security Strategy for the Arctic Region. L obiettivo dichiarato del nuovo documento è di porre gli Stati Uniti nelle condizioni migliori per rispondere efficacemente alle emergenti opportunità pur impegnandosi al tempo stesso nella protezione della specificità di questo particolare ambiente naturale. Al suo interno sono identificate tre principali linee d azione: proteggere gli interessi di sicurezza nazionale, promuovere una gestione responsabile delle questioni artiche e favorire la cooperazione internazionale. Al fine di tutelare l interesse nazionale, il nuovo documento identifica come necessario il potenziamento delle infrastrutture regionali, il miglioramento della raccolta e della condivisione delle informazioni riguardanti il traffico marittimo, la difesa della libertà di navigazione e uno sfruttamento responsabile delle locali risorse d idrocarburi al fine di contribuire alla sicurezza energetica della Nazione. Per perseguire una gestione responsabile della regione artica e proteggere l ambiente, gli Stati Uniti si ripromettono poi di valutare e monitorare le sfide ambientali, adottare una gestione integrata dell intero dispositivo di risorse naturali artiche, aumentare la ricerca scientifica e migliorare la mappatura del Mar Glaciale Artico, dei suoi corsi d acqua e delle relative zone costiere. Infine, per rafforzare l attuale 239

242 livello di cooperazione internazionale, secondo l U.S. National Security Strategy for the Arctic Region, gli Stati Uniti devono poi aumentare il proprio volume di collaborazione con gli altri Stati artici ogni qualvolta interessi comuni e valori condivisi lo rendono possibile, utilizzando l Arctic Council come un forum in cui promuovere gli interessi degli Stati Uniti e la cooperazione con tutte le altre parti interessate, compresi gli Stati non appartenenti alla comunità artica. Oltre alle priorità strategiche di cui sopra, il nuovo documento traccia i principi destinati a guidare la politica statunitense in questa particolare regione, vale a dire il mantenimento della pace e della stabilità e la continua consultazione con le popolazioni native. Sempre in questa nuova elaborazione strategica, gli Stati Uniti riconoscono poi la necessità di sviluppare le infrastrutture regionali e le capacità strategiche necessarie per esercitare una propria sovranità su quei settori dell Artico di propria competenza. Tuttavia, non è fatta alcuna menzione di specifici piani per l aggiornamento di una flotta di navi rompighiaccio ormai inadeguata, per la costruzione di nuove infrastrutture portuali o per la realizzazione degli impianti e delle attrezzature necessarie per far agevolmente operare la U.S. Coast Guard nelle regioni settentrionali dell Alaska. Completamente assente è poi qualsiasi calendario come qualsiasi informazione di bilancio. Allo stesso modo, il nuovo documento non offre nessun dettaglio sul come migliorare la conoscenza della regione artica. La maggior parte di questi obiettivi non sono raggiungibili in assenza di un adeguato programma di finanziamento. Come nel caso di molte altre simili elaborazioni concettuali prodotte negli ultimi anni, anche questo nuovo documento strategico non sembra molto di più di un altra lunga lista di cose tanto desiderabili quanto poco realizzabili. Quello in cui la U.S. National Security Strategy for the Arctic Region sembra riuscire molto bene è invece nel segnalare agli altri stati dell Artico e all intera comunità internazionale che gli Stati Uniti riconoscono un proprio ruolo e una propria responsabilità in una regione che d ora in avanti occuperà una ben più rilevante posizione all interno della propria visione strategica. 240

243 In ogni caso, molto del futuro della regione dipenderà dagli effetti delle migrazioni causate dallo sviluppo economico e, quindi, dall eventuale affermarsi di una nuova identità regionale che potrebbe anche condurre alla nascita di un inedita Federazione Artica. Intanto, in quest ultima riunione, i ministri degli esteri degli otto paesi membri hanno deciso l ingresso in qualità di osservatori di paesi quali Cina, India, Giappone, Italia, Corea del Sud e Singapore. Posto che a diversi di questi paesi era già stata più volte negata tale possibilità, la svolta di metà maggio sembra rispondere al desiderio di evitare che continuando a isolare l Arctic Council dal resto del mondo, quest ultimo finisca con l organizzare un qualche altro tipo di organismo internazionale all interno del quale il peso attribuito agli otto paesi dell Artico sarebbe stato minore. 241

244 Sicurezza energetica e biocarburanti: dinamiche e rischi globali Alessandro Politi Ricercatore Ce.Mi.S.S. Se le stime di consumo di energia globale, consumo di biocarburanti, resa per ettaro ed intensità energetica fossero vere, sarebbero necessari almeno 100 milioni di ettari coltivabili a livello globale, cioè un po meno di quanto è necessario per la sicurezza alimentare di un miliardo di cinesi. Tenendo conto di problemi concreti come rischi ecologici sistemici nei vari continenti, stress idrico presente e futuro, land and water grabbing, si può comprendere come l obbiettivo ipotetico del 27% di biocarburanti nel trasporto globale entro il 2050 presenti serie incognite. Un altro aspetto spesso sottaciuto nell intero dibattito energetico, ed anche in quello agricolo, è l entità dei sussidi dedicati fondamentalmente ad interessi corporativi (negli USA $5 miliardi annui per il petrolio e $20 miliardi per l agricoltura in genere): un fattore che non solo distorce prezzi e mercati, ma che scoraggia sostanzialmente la ricerca innovativa nel settore in un periodo in cui il denaro pubblico è scarso. Al momento i biocarburanti rappresentano lo 0,8% dei consumi globali nel 2011 e diversi scenari prevedono una crescita intorno al 2-4% nei consumi globali. Ancor più delle fonti energetiche fossili e nucleari, l attuale catena d approvvigionamento è molto concentrata (4 paesi: USA, Brasile, Germania, Argentina) e presenta una significativa vulnerabilità nell Indonesia e nella Malesia, le maggiori produttrici di olio di palma. Si tratta quindi di una fonte energetica complementare sui cui investire risorse pubbliche con prudenza. 242

245 La necessità di un approccio olistico Il dibattito sui biocarburanti è spinto da tre vettori significativi: gli interessi di un industria energetica nascente, le preoccupazioni di sicurezza energetica e la maggiore attenzione ai fattori di sostenibilità ecologica. È però impossibile considerare la questione in modo settoriale precisamente perché attiene a risorse vitali come acqua, terre agricole, cibo. La questione dei biocarburanti è uno di quei classici problemi trasversali che non può semplicemente essere confinata al solo settore dell energia oppure al dibattito tra energia fossile e rinnovabile, perché tocca aspetti non solo strategici come la terra, l acqua e le colture alimentari, necessari per produrre il biocarburante, ma anche altamente culturali, politici e di psicologia collettiva che possono trasformare un dibattito in una disputa e questa a sua volta in una forte tensione od un conflitto. Il furto o la conquista di terre, acqua e cibo sono stati visti infatti da millenni come casus belli inevitabili. Per questo è opportuno applicare una metodologia già impiegata e pubblicata dal CeMiSS nelle sue Prospettive Generali 2013 che va sotto il nome di flussi strutturanti 90. I flussi strutturanti sono flussi di materie, merci, persone, energia, capitali e conoscenza in senso lato che travalicano i confini politici esistenti e che strutturano le relazioni all interno di un determinato spazio geopolitico complesso attraverso il loro fluire ed il loro essere intercettati e valorizzati da organizzazioni esistenti (siano esse statali o non statali). Una lista dei flussi strutturanti (o shaping flows) si può trovare nel riquadro seguente. 90 Cfr. AAVV. (coord. scientifico Alessandro Politi), Osservatorio Strategico, Prospettive 2013, CeMiSS, Roma 2013, pp nell Appendice metodologica. Vedi anche egico/documents/osservatoriostrategico2012/cemiss_prospettive_2013.pdf (06/10/2013). 243

246 Gli shaping flows Fonte: Prospettive 2013, op. cit.. Come si vede, seguono un ordine ascendente, che rispecchia in parte la classificazione della piramide di Maslow, correlato con i bisogni primari per la sopravvivenza e poi progressivamente con necessità più sofisticate. Il mondo globalizzato inoltre rende evidente la necessità di un approccio olistico e quindi capace di seguire interazioni trasversali per due motivi: uno empirico ed uno politico. Alla base della motivazione empirica c è la constatazione ricordata dal famoso battito di ali di una farfalla in Cina che causa un tornado in Texas: quello che avviene in una parte del pianeta finisce per avere ripercussioni più o meno forti in altre, specie se è legato a flussi strutturanti 91. Invece la base della motivazione politica nasce durante la Rivoluzione Francese con il concetto d interesse generale (intérêt général), cioè non la somma degl interessi individuali, ma una finalità d ordine superiore all interesse comune e che lo trascende perché incarna l interesse di un intera popolazione. Sino al duplice avvento dell ecologia e della globalizzazione, l idea d interesse generale era difficilmente identificabile e giustificabile proprio perché espresso da una parte in causa come la popolazione o il governo di uno stato nazionale. Invece quando si adotta il punto di vista complessivo della sostenibilità della vita sul pianeta e quindi della specie Homo sapiens, tenendo conto del fatto che il pianeta è uno, non riproducibile, non ancora base di future colonie e dotato di scarse risorse rinnovabili, si 91 L esempio è correlato alla teoria del caos, ma è metaforicamente applicabile anche ai sistemi complessi. 244

247 comprende facilmente quale sia l interesse generale che trascende ogni altra considerazione parziale. È come vivere in un astronave senza pezzi di ricambio e poche risorse di acqua e cibo riproducibili. L apparente teoricità del concetto ha d altro canto concrete conseguenze strategiche: un azione non può essere valutata soltanto sul metro immediato e di breve dell interesse nazionale, ma deve considerare l interesse generale del pianeta proprio per assicurare un futuro anche al proprio stato. Il conflitto delle priorità Partendo da questa base si può vedere che il primo conflitto di priorità in un programma di biocarburanti è quello tra il flusso strutturante dell ecosistema e la sostenibilità delle coltivazioni che dovrebbero fornire la materia prima per il biocarburante. La seguente mappa fa vedere i rischi sistemici ecologici nei vari paesi a livello globale in associazione con la coltivazione o prodotto prevalente. ECORISCHI SISTEMICI E COLTIVAZIONI PER BIOCARBURANTI Fonte: Elaborazione dell Autore di una carta FAO, SOLAW (State of the World s Land and Water Resources for food and agriculture) La legenda delle coltivazioni è la seguente: E etanolo, B biodiesel, P olio di palma, J Jatropha. La grandezza delle lettere è proporzionale all importanza della produzione stimata a livello globale. Cfr. FAO The state of the world s land and water resources for food and agriculture 245

248 Come si vede, tutti i maggiori produttori di etanolo, olio di palma e jatropha sono esposti a rischi ecosistemici non trascurabili che riguardano in particolar modo potenze ormai affermate come Brasile, India, Cina e potenze emergenti come il Messico e l Indonesia. L unica area dove la produzione di biodiesel è per ora sostenibile è in Germania ed include quasi tutti i suoi vicini. È importante comprendere che la produzione di biocarburanti è estremamente concentrata nel mondo e che per resa energetica ci vuole 1,5 barile di biocarburante per averne uno equivalente di petrolio. Stati Uniti (48%), Brasile (22,4%) ed Unione Europea (16,5%) rappresentano l 86,9% della produzione mondiale. Dopo i due giganti, i grandi produttori sono Germania (4,8%) ed Argentina (3,8%, dati 2012). La seconda contraddizione riguarda la tensione a cui sono sottoposti i sistemi idrogeologici rispetto all esigenza di avere biocarburanti, altre colture ed ulteriori usi. In questo caso sono particolarmente utili due mappe che fanno vedere lo stress idrico ed i futuri rischi di siccità. (SOLAW) - Managing systems at risk. Food and Agriculture Organization of the United Nations, Rome and Earthscan, London; _RISK_MAP.pdf (7/10/2013). 246

249 STRESS IDRICO GLOBALE AL 2008 Fonte: WWF/The Nature Conservancy, Freshwater Ecoregions of the World (FEOW), 2008 RISCHI DI SICCITÀ A MEDIO-LUNGO TERMINE Fonte: Maplecroft and CARE, Humanitarian Implications of Climate Change Mapping emerging trends and risk hotspots, second edition November

250 Ancora una volta si conferma la vulnerabilità a breve ed a medio-lungo termine di larga parte dei produttori di biocarburanti, Stati Uniti, Cina ed India in testa, seguiti subito dopo da Brasile, Messico e da ampie porzioni del Sud-Est asiatico 93. Questo combinato disposto, peraltro già considerato da diversi Stati a rischio idrico, porta ad una più sottile ma non meno potenzialmente rischiosa sinergia di rischi che va sotto il nome di accaparramento di terre (land grabbing), ma che in realtà è anche una significativa incetta di falde acquifere. Qui le classifiche cambiano considerevolmente se si fotografa la situazione all anno corrente perché ci sono solo cinque grandi acquirenti mondiali (nell ordine: Corea del Sud, Cina, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone), mentre i paesi che hanno ceduto più ettari sono in ordine decrescente: Indonesia, Madagascar, Filippine, Pakistan, Laos. È evidente che Pechino da un lato è impegnata a compensare la sua forte perdita di terre arabili, visto che ha perso 8,2 milioni di ettari dal 1997 al 2009, avvicinandosi pericolosamente alla linea di guardia di 120 milioni di ettari da conservare. Altrettanto chiaro è che l Indonesia e la sua popolazione vengono sottoposte a richieste sempre più difficili da conciliare tra olio di palma, canna da zucchero, mais, sfruttamento industriale del legname e necessità alimentari (talvolta ridotte al 4,2% dell intera area sfruttabile). 93 Gli Stati Uniti devono inoltre tener conto che una buona parte degli stati della costa orientale che non subiscono tensioni idrogeologiche potrebbero affrontarle nel giro di un decennio a causa dello sfruttamento incontrollato degli scisti gassosi e petroliferi. È anche utile notare che l Indonesia, che nel 2008 non subiva alcuna pressione sulle risorse idriche, rischia in alcune zone grandi siccità a medio e lungo termine. 248

251 SITUAZIONE DELL ACCAPARRAMENTO DI TERRE (2013) Fonte: The Diplomat, Chinese Farms Go Global By Elleka Watts, May 31, 2013 Se però si considera diacronicamente il fenomeno, allora l intreccio fra paesi che fanno e subiscono incetta di terre e di acque è molto più complesso, anche se i paesi che cedono in affitto terre a lungo termine sono pochi e significativi. IL FENOMENO GLOBALE DEL LAND GRABBING ( ) Fonte: Global land and water grabbing Maria Cristina Rullia, Antonio Savioria, and Paolo D Odorico, Edited by B. L. Turner, Arizona State University, Tempe, July 30,

252 L insieme di queste mappe più la seguente, portano ad individuare una vulnerabilità sistemica dell Indonesia nella fornitura di olio di palma per la produzione di biodiesel da cui l UE dipende. IL COMMERCIO GLOBALE DI BIOMASSE Fonte: OECD/IEA, Technology Roadmap, Biofuels for transport 2011 Il problema dei margini d efficienza Il principale argomento, insieme a quello ecologico, impiegato a favore dell uso di biocarburanti è quello della sicurezza energetica, definito dall IEA (International Energy Agency) come la disponibilità ininterrotta di fonti di energia ad un prezzo accessibile. È una definizione che risale praticamente alla nascita dell IEA nel 1974 (subito dopo il primo shock petrolifero, 1973) e che, se concettualmente è ancora 250

253 impiegabile, non può decisamente rivestire il senso che aveva 40 anni fa. I prezzi sono cambiati, lo stato dell economia globale è decisamente in crisi e non promette di uscirne in modo affidabile prima del 2018, le risorse energetiche facili da sfruttare (bassi costi d estrazione ed al consumo) sono in parte esaurite, ma la struttura dei consumi a favore dei carburanti fossili è rimasta sostanzialmente invariata, insieme a tendenze all aumento globale dei consumi, specialmente per i nuovi attori economici, cioè Cina ed India. Distinguendo per grandi periodi, sino al 1991 si pensava che la sicurezza energetica fosse una risultante di un controllo politico-militare più o meno diretto sui luoghi di produzione, poi per tre lustri si è pensato che fosse una questione di portafoglio e solo da un decennio si è capito che è necessaria una diversificazione e, soprattutto un risparmio nei consumi. In sostanza: il primo barile di petrolio che si controlla è quello che si risparmia. Purtroppo, come si può vedere dal grafico seguente, esistono forti sussidi al consumo che tanto depauperano il bilancio degli stati (tanto produttori, quanto consumatori), quanto distorcono i prezzi di mercato. Un prezzo depurato dai sussidi sarebbe più sostenibile a livello globale e sarebbe il più potente incentivo a risparmiare ed investire in tecnologie alternative convenienti. Spostare linearmente sussidi da un carburante all altro non sarebbe la politica più conveniente. 251

254 IMPORTANZA DEI SUSSIDI NEI PAESI OCSE PER CARBURANTE Fonte: OECD, Inventory of estimated budgetary support and tax expenditures for fossil fuels 2013, 2012 A questa distorsione si aggiungerebbe quella dei sussidi agricoli; ancora una volta è l OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che segnala il fatto che nel 2012 questi sussidi sono aumentati nei 47 paesi membri dal 15% al 17% degli introiti agricoli nel giro di un anno. I paesi dell UE, benché sotto assalto finanziario, continuano a pagare 252

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