Conciliazione: una questione irrisolta

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1 Conciliazione: una questione irrisolta relazione di Marina Piazza Gender Milano Io intanto vorrei dire che credo che la questione della conciliazione, per come si è realizzata finora e della conciliabilità per le prospettive che apre sia una delle questioni più intricate della contemporaneità perché mette insieme tantissimi aspetti sociali e perché fa emergere le interdipendenze tra quello che succede dentro la famiglia tra uomini e donne, tra generi e tra generazioni. Non dimentichiamoci che noi - per come è stato detto anche stamattina parliamo molto della conciliazione per quanto riguarda i piccoli, i bambini, ma il dramma più grande che ci si presenta, e che ci si aprirà davanti come un baratro, è quello degli anziani non autosufficienti. La conciliazione è però in relazione anche con il mercato del lavoro e però è anche in relazione con le diverse politiche e i loro paradigmi predominanti in tema di conciliazione, cura, occupazione eccetera. Quindi non è un questione marginale quella che stiamo affrontando da tanti anni e che è stata affrontata anche stamattina, ma una questiona e assolutamente centrale del funzionamento di una società e, per riprendere anche molto brevemente quello che diceva stamattina Rossana Trifiletti, nella formulazione iniziale, europea, e per così dire teorica della conciliazione, la conciliazione si presentava come un'azione politica con la finalità di ridisegnare l'organizzazione complessiva della società cioé in qualche senso si potrebbe dire che sia come il riconoscimento della necessità di una società che cura. Con l'andare del tempo io penso che ci siano stati due fattori che, come sottolineano molto bene molte autrici, ultimamente anche Saraceno e Naldini (2011), a partire dal trattato di Amsterdam e dalla definizione della strategia europea per l'occupazione hanno in qualche modo inficiato questa visione complessiva della conciliazione anche in sede europea e rappresentato due deficit e due potenziali fattori di stravolgimento e di fallimento. Il primo fattore è che le

2 politiche di conciliazione hanno in qualche modo oscurato le politiche di pari opportunità e possono perfino costituire uno svantaggio per le donne se non si dà priorità al coinvolgimento degli uomini nel lavoro di cura, nel lavoro domestico, come precondizione per poter modificare la divisione di genere nella famiglia, nel lavoro e costruire uguaglianza nella vita pubblica. La settimana scorsa ero ad un convegno della Banca d'italia ha fatto un intervento Andrea Ichino per sostenere la sua posizione di detassazione del lavoro femminile e diceva Se ci fosse qui c'era, era andata via per un momento la Ministra per le Pari Opportunità le direi altro che quote nella rappresentanza, bisogna fare le quote in famiglia. Qui se non si risolve questo problema è inutile che noi discutiamo di qualsiasi altro problema. Dopodiché però lui portava come risoluzione di questo problema la detassazione del lavoro femminile che a mio parere è eventualmente uno spicchietto, se siamo sempre d'accordo il che non è sicuro, di una visione più complessiva. Però questo è importantissimo e questo fattore è stato in qualche modo oscurato in questi ultimi tempi, a partire proprio dal fatto che la conciliazione è stata inserita nella strategie europea per l'occupazione e quindi si è messo tutto l'accento su questa cosa dell'occupazione femminile. Secondo fattore: il modello del breadwinner universale, donne e uomini nel mercato del lavoro, doppia carriera eccetera, che è il modello europeo, oscura il fatto che non si affronta attraverso questo modello la cesura insensata che c'è nelle vite di uomini e di donne tra il volerci essere e trasformare nel mondo e nelle società e la voglia e la responsabilità di prendersene cura. Naturalmente sono importantissimi i servizi, ma non bastano perché bisogna riconoscere il fatto dell'importanza della cura e non, come a volte fa l'unione Europea, come rischio per la presenza nel mercato del lavoro, ma come un'attività umana irrinunciabile che è al fondamento dell'etica della cittadinanza. Non tenere conto di questo implica, in questa fase soprattutto, tra le giovani donne, un gap fortissimo tra soggettività di donne e uomini e politiche pubbliche.

3 Mi torna in mente qualcuno che stamattina diceva Avendo soldi si comprano servizi non basta perché bisogna riconoscere la voglia, il desiderio di uomini e di donne di stare anche un po' con i loro bambini, di dare qualcosa che poi gli ritorna in termini di amore, di affettività. Fatta questa premessa, proprio rapidamente, perché penso che siamo tutti d'accordo, come la conciliazione è entrata a far parte delle politiche nazionali? Io credo, e lo sappiamo tutti, che il tema della conciliazione sia entrato nelle politiche italiane ed europee a partire dal '93-95, e quindi nelle politiche italiane una decina di anni fa, ma ma non è mai diventato il fulcro delle politiche sia sociali che lavorative. A mio parere è diventata una pratica discorsiva, retorica, che copre vistosi arretramenti. Si parla sempre di conciliazione, in realtà non si fa mai nulla. Perché l'italia è uno dei paesi europei su questo vado veloce perché si è detto anche stamattina in cui si è meno lavorato per adeguare le politiche attive del lavoro, le politiche sociali e familiari alle trasformazioni in atto nel mercato del lavoro, nella composizione delle famiglie, nelle identità dei soggetti donne e uomini. Stamattina c'era uno studente che diceva è una novità, ma no non è una novità è una novità perché di fatto non si è mai lavorato in questo senso. D'altra parte non bisogna dimenticare che noi veniamo da un mondo strano perché vorrei ricordare che - adesso non ce li ho a memoria, ma più o meno, quasi un segmento della sentenza della Corte Costituzionale del 1969 in cui si appoggiava il prepensionamento delle donne, in cui si diceva bisogna tener conto che la donna ha meno resistenza fisica degli uomini e che è quindi opportuno delimitare il periodo di distrazione dalle cure domestiche. Dunque il lavoro come distrazione dalle cure domestiche, è da lì che veniamo e quindi ce la portiamo dietro tutta questa cosa. Al contrario, diciamo, in questi ultimissimi tempi il modello familista nostro del welfare è uscito assolutamente rafforzato dai tagli recenti che hanno ridotto drasticamente, qualche volta anche azzerato, i dieci fondi a carattere sociale. E' stata una manovra complessiva che ha portato alla riduzione di quasi il 79% dei 10 fondi a carattere sociale tra il 2008 e il 2011 e ha praticamente consegnato alle famiglie la risoluzione dei problemi sociali.

4 Anche il mancato finanziamento, che è durato 1 anno e mezzo, dell'articolo 9 della legge 53, che ha bloccato tutti i bandi per le azioni nelle aziende, e che è stato fatto perché siamo sempre in un clima surreale è stata fatta questa chiusura del bando in contemporanea con la riforma del bando stesso perché doveva diventare qualcosa di molto più utile ed è stato bloccato, anche questo è stato dovuto alla scarsità di fondi a disposizione del Ministero erogatore oltre che forse anche alla presenza non particolarmente accogliente del Sottosegretario Giovanardi. I risparmi derivati dalla parificazione dell'età pensionabile nella pubblica amministrazione, quasi 4 milioni di euro tra il 2010 e il 2020, che avrebbero dovuto essere destinati per principio, per regola, alla conciliazione, sono spariti, affondati nelle sabbie mobili della spesa pubblica e in effetti quando ora propongono il pensionamento anche nel privato non hanno neanche fatto riferimento perché tanto sanno che sarebbero andati persi anche questi. Per ultimo la manovra ultima che fa pagare alle donne prezzi altissimi, quasi che l'obiettivo sia quello di scoraggiare le donne dal presentarsi o restare nel mercato del lavoro e riconfinarle a casa. E questo naturalmente crea una contraddizione pazzesca tra un modello di cura ormai alle nostre spalle, tradizionale, tra le identità, i desideri, le voglie delle donne, e gli orientamenti di autonomia e di presenza delle donne. Volevo darvi solo un dato: in Lombardia, nel 2010, sono aumentate del 14% le donne che hanno dato le dimissioni dopo il rientro dal congedo di maternità, entro il primo anno di vita del bambino, e per il 2011 si stima il 18% in meno di assunzioni di donne il dato nazionale peraltro è del 20%. Allora si potrebbe definire il quadro italiano come un quadro di forte immobilismo istituzionale, segnato da qualche increspatura come per esempio gli accordi territoriali per le reti di conciliazione del febbraio 2010 nell'ambito dell'intesa sottoscritta tra Governo, Regioni e Province autonome per la suddivisione dei fondi per azioni di conciliazione, complessivamente, in tutta Italia 38 milioni di euro. Oppure l'intesa tra Governo e parti sociali sulle linee guida per la conciliazione firmata il 7 marzo 2011.

5 insomma, complessivamente scarsità di fondi, non so, ci possiamo domandare come si domandavano ad un recentissimo convegno dell'irss a Milano Ma dobbiamo fare le nozze con i fichi secchi?, domandiamocelo, forse possiamo anche pensare che è così e che bisogna darsi da fare noi, in mancanza... Allora ritorniamo un po' al tema della vostra ricerca che più che una ricerca, come avete spiegato, è un tentativo di far entrare questo tema nel discorso pubblico e quindi di diffusione e sensibilizzazione. La conciliazione, come sappiamo io lo chiamo un ecosistema è fatta di tre sottosistemi. A livello di primo sottosistema c'è la relazione di scambio tra donne e uomini nelle famiglie, nel lavoro di cura. Cosa si può fare da questo punto di vista? Una cosa che si potrebbe fare e che non si sta facendo è l'intervento legislativo perché qui è in gioco tutto il sistema dei congedi parentali noi è vero che abbiamo i congedi parentali a livello europeo, però siamo l'unico paese europeo in cui i congedi parentali non possono essere fatti part-time, siamo l'unico paese europeo in cui sono pagati al 30% invece che al 45 o 50 % come in altri paesi, insomma si potrebbe molto intervenire su questo e si potrebbe intervenire sul congedo di paternità - adesso c'è stato un disegno di legge che ancora non è stato firmato e che portava a 4 giorni il congedo di paternità obbligatorio io penso che questo o si fa, anche se sembra un diktat, obbligatorio, o non si fa altrimenti finisce come i congedi parentali perché lì non ci sono solo le resistenze degli uomini, ci sono anche le ostilità delle aziende. Un padre che prende il congedo parentale o che potrebbe prendere il congedo di paternità in via non obbligatoria, viene immediatamente marchiato come un lavoratore femminilizzato e viene considerato come peggio delle donne. La seconda area è quella della sensibilizzazione, che è soprattutto quello che avete fatto in questo vostro intervento, diciamo, soprattutto tra i giovani, soprattutto nelle scuole e ci sono state esperienze in diversi paesi europei, pochissimi in Italia, ma anche a Prato stiamo portando avanti un'esperienza che dura da 4 o 5 anni e che riguarda le scuole dell'infanzia. E' un percorso lungo, poco frequentato ma sicuramente un investimento strategico. Si dovrebbe

6 renderlo un obiettivo che passi in tutte le scuole e bisogna farlo bene, perché non si tratta tanto di andare a parlare nelle scuole di pari opportunità, che va sopra 10 metri alla testa dei ragazzi. Si tratta di andare a scavare e a ricercare gli stereotipi, a farli parlare loro. Se un ragazzo dice le donne devono stare a casa non posso dirgli ma sei scemo? devo capire e fargli capire perché devono stare a casa, quindi affrontare gli stereotipi, come dice sempre la Lambertini, è andare a interrogare, interrogare, interrogare fino allo sfinimento e non a dire delle cose. Quindi sono interventi complessi, che devono essere fatti da persone formate, si devono formare gli insegnanti perché poi siano portati avanti nel tempo perché io credo che come un po' risulta anche dagli incontri che avete fatto ancora questa divisione dei ruoli non sia scomparsa, nonostante questo anelito alla parità che si coglie a volte nei giovani, ma riappaia sotto traccia perché non è soltanto una divisione materiale del lavoro, è soprattutto una divisione simbolica. Se un uomo pensa che il lavoro di cura, di affettività, di accoglimento sia un attentato alla sua virilità, se una donna pensa che se non raggiunge la perfezione nel lavoro di cura non verrò considerata una buona moglie, una buona figlia, una buona madre, siamo sul terreno simbolico e lì bisogna lavorare, scavare, con molto approfondimento perché gli stereotipi sono delle armi potentissime, perché sono strutture congelate di senso e quindi bisogna lavorare a disfare per liberare energie e desideri dalla clausura di strutture già fatte. E per questo io penso che tutta l'azione di sensibilizzazione nelle scuole sia importantissima, anche perché nonostante l'anelito dichiarato alla parità i dati delle ricerche direbbero che sembra che le donne in qualche modo abbiano ridotto il lavoro domestico in senso reale, materiale, e però gli uomini partecipano ancora poco. Allora qualcuno dice è una rivoluzione bloccata o è una convergenza ritardata?, nel senso che si presume che saranno forse più le donne ad adottare dei comportamenti maschili che gli uomini ad adottare comportamenti femminili. La terza area è quella delle campagne mediatiche. Negli altri paesi d'europa, e basterebbe citarne solo uno, l'olanda, che ha fatto una campagna che è durata un anno e mezzo e che ha coinvolto tutti i media, tutte le scuole, tutte le università

7 eccetera eccetera finanziata con il Fondo Sociale Europeo. Noi abbiamo qualche piccola punta carsica di queste campagne ma non è che abbiamo delle campagne vere e proprie che sono poi rivolte appunto ai giovani Il secondo sottosistema è la trasformazione di come può agire la conciliazione all'interno delle organizzazioni di cui ha parlato Luca Salmieri stamattina. Io credo che benché la necessità del benessere organizzativo e quindi anche il tema della conciliazione venga astrattamente recepita dalle organizzazioni, poi molto spesso il suo recepimento si traduce in non azioni e anche la difficoltà che voi avete avuto a trovare delle aziende è naturalmente un esempio di questa difficoltà. Ci sono state diverse esperienze di conciliazione anche grazie al finanziamento dell'articolo 9 della legge 53 soprattutto anche per l'input dell'unione Europea perché sono avvenute soprattutto nelle grandi multinazionali, però i progetti finanziati sono al di sotto delle possibilità di finanziamento e poi sono esperienze rimaste carsiche, poco conosciute, non hanno creato sistema, non hanno dato origine aduna vera cultura della conciliazione Allora io sono d'accordo che esistano delle pratiche di conciliazione anche nelle piccole aziende dalle quali è più difficile tirarle fuori, naturalmente, perché sono molto più informali e tuttavia è importante tirarle fuori, ma secondo me bisogna vedere dei fenomeni un pochino più generali, e bisogna partire dalle trasformazioni del mercato del lavoro, in questa fase. La cosa che è interessante è vedere che a volte nella stessa azienda ci sono misure di conciliazione e discriminazioni palesi. Non so, magari fanno qualcosa e poi si rifiuta il part-time alla donna che lo chiede quando ritorna dalla maternità, con discriminazione e anche mobbing. E su questo volevo dire una cosa che veniva fori anche un po' dal report di Luca, cosa si è fatto di più? Si è fatto un po' di più nel tentativo di liberare lavoro, servizi per riassumere, il maggiordomo in azienda che ormai è una parola che passa, cioè fare tutte quelle cose che sennò un lavoratore o una lavoratrice perde tempo a fare come fare tutte le pratiche, eccetera, aiutare... dopodiché potrebbe venire il dubbio: ma lo fai per liberare il tempo perché lui o lei stia di più con il suo bambino o perché te lo dia di più in azienda?

8 Si è fatto di più per progetti per il sostegno e il supporto al rientro dalla maternità o dalla paternità - ci sono degli esempi molto belli da questo punto di vista, non sempre, perché io ho sentito dalla consigliera del Veneto la registrazione fatta per essere portata in processo di un imprenditore che telefonava a questa che aveva fatto il secondo figlio e le diceva: Non farti vedere mai più in quest'azienda, non voglio vederti mai più, quindi delle cose fatte bene e poi un sostrato di mobbing...da questa ricerca che ho fatto un anno e mezzo fa in provincia di Venezia il libro si chiama Attacco alla maternità perché veramente ci sono delle situazioni quasi incredibili oggi come oggi. Si è fatto qualcosa sui nidi aziendali, si è fatto molto molto meno sulla flessibilità degli orari. Nel sistema delle imprese quindi l'insieme delle misure di conciliazione, in Italia, ha avuto un andamento carsico, diciamo, e io mi sono chiesta perché. Perché non è stato accolto? Potrebbe invece essere qualcosa che serve all'organizzazione... perché nonostante le trasformazioni del mercato del lavoro resiste ancora oggi e non è stato intaccato il modello organizzativo di base, e cioè nonostante i cambiamenti il modello di base è il modello male oriented anytime, anywhere, disponibilità totale. E in cui la disponibilità di tempo e di spazio implica una carriera lineare, mentre le donne sono quelle che esercitano l' opting out, che si tirano fuori per parti importanti della loro vita e appunto anche nei documenti se voi andate a vedere i documenti sulla flexi-curity, i documenti europei, l'attività di cura svolta prevalentemente dalle donne viene vista come una costrizione del tempo disponibile per il lavoro retribuito come rischio, appunto e non come una preziosa attività sociale, oltre che individuale, il cui coinvolgimento ha un valore intrinseco perché produce benessere sociale. Secondo perché la conciliazione è stata interpretata solo come una serie di misure a favore delle donne, alimentando una visione di tutela che è tipica del modello fordista dove le donne sono sopportate, considerate soggetti deboli e da tutelare, ma la cui tutela pesa sull'azienda come un costo aggiuntivo.

9 Terzo perché la conciliazione è stata considerata come una questione a sé, e non come una componente vitale del processo di riorganizzazione del lavoro. Questo è l'elemento di base, secondo me, riorganizzazione che dovrebbe collegare valorizzazione delle competenze e rifiuto dello spreco dei talenti e azioni di contrasto agli stereotipi con le misure di conciliazione. Non ti diamo un part time, poveretta che poi devi tornare ma vogliamo che il tuo talento possa svilupparsi anche in azienda. Volevo citarvi questo, una manager del personale di una grande azienda che adesso per nostra fortuna è anche Assessore al benessere della città di Milano, lei diceva E' incredibile la cecità dei datori di lavoro rispetto al peso della frustrazione da negazione. Lei dice Ma come, ti nego un part time quando ritorni dalla maternità e non penso a tutto quello che perdo rispetto alla tua motivazione di lavoro? E' una vera perdita e ci si àncora ancora a posizioni rigide di un mercato del lavoro che ormai è obsoleto invece che fare una lettura intelligente dello spazio e del tempo flessibile. Infine, perché l'articolo 9 della L. 53 riguarda specificamente le aziende e le organizzazioni e nella sua prima formulazione presentava molte criticità, burocratiche ed altro, poi dopo è stato bloccato, adesso è ricominciato, vediamo come va. Io non sono molto ottimista. Il secondo fattore, secondo me il fatto più importante, è che le trasformazioni del mercato del lavoro sono andate alla velocità della luce in questi ultimissimi anni e non si tratta più di destandardizzazione degli orari, ma di destandardizzazione dei rapporti di lavoro. Allora, oggi le giovani donne ma anche i giovani uomini che entrano nel mercato del lavoro come lavoratori a progetto, partita Iva, lavoratrici intermittenti, precarie, interinali... allora i dati ISTAT ci dicono che il 43% delle donne italiane con età inferiore ai 40 anni e addirittura il 55% della forza lavoro femminile sotto i 30 anni non potrebbe accedere alla maternità con tutte le tutele previste oggi dalla legge. Quindi quando abbiamo queste giovani donne che lavorano un mese se va bene e che non hanno nessuna tutela, ma con che coraggio andiamo a parlare loro di conciliazione se non c'è il lavoro? Prima della conciliazione vorrei il lavoro. Allora: vorrei il lavoro, vorrei

10 anche il lavoro che vorrei, perché c'è anche questo desiderio di non entrare in una macchina massacrante ma di correre anche qualche rischio per la realizzazione di sé e allora bisogna rompere questo modello che lega il welfare al lavoro. E per esempio una delle proposte può essere quella dell'indennità di maternità universale, quindi la maternità è un fatto sociale e devono avere la maternità le donne che lavorino, che non lavorino che siano studentesse, che siano disoccupate, eccetera eccetera. E questa è una nuova frontiera della conciliazione perché qui non possiamo più parlare di conciliazione pensando ad un mercato del lavoro che esiste ancora perché è vero che la maggioranza è ancora in questo rapporto non direi privilegiato ma standard ma è vero anche che sempre e di più c'è un mercato del lavoro e una società molto mobile per cui alle volte non si può nemmeno fare la distinzione tra lavoro e vita, vita e lavoro/lavori si intersecano talmente che tu non devi restare attaccata a vecchie formule. L'altro sottosistema è quello del pubblico è molto difficile fare una politica trasversale come per definizione è la politica di conciliazione, perché ci sono tutte vie molto parallele e trovare la trasversalità tra i vari assessorati, fare protocolli... Insomma, qui il problema si pone proprio nel senso di dire: la conciliazione o interessa tantissimi attori sociali parti sociali eccetera, vari assessorati, o è trasversale quindi, e ridisegna la mappa del welfare o non è e quindi potremo dire, con il titolo di un libro peraltro bello di Egidio Riva non Quello che resta della conciliazione ma quando comincerà la conciliazione? perché finora non l'abbiamo ancora vista. Naldini, M. e Saraceno, C. 2011, Conciliare famiglia e lavoro. Vecchi e nuovi patti fra sessi e generazioni, Bologna, il Mulino. Riva, E Quel che resta della conciliazione. Lavoro, famiglia, vita privata tra resistenze di genere e culture organizzative, Milano, Vita e Pensiero.

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