Green economy e green management : aziende e territori

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1 Green economy e green management : aziende e territori di Edo Ronchi Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile La coincidenza della grande recessione del ,una crisi finanziaria e economica globale che ha scosso alcune delle fondamenta del nostro tipo di sviluppo economico, con la più grande crisi ambientale della storia dell umanità, la crisi climatica, sta alimentando la ricerca di soluzioni in grado di affrontarle, congiuntamente, tutte e due. L UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite, il 22 ottobre del 2008, lanciava un programma di Global green New Deal,il primo manifesto globale della green economy : un progetto di sviluppo sostenibile globale con l obiettivo sia di rivitalizzare l economia globale, creando posti di lavoro, sia di affrontare la crisi climatica, promuovendo investimenti, privati e pubblici, per lo sviluppo di tecnologie pulite e di infrastrutture ecologiche, in particolare per l efficienza energetica, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per il risparmio di risorse naturali. AL Gore sul New York Times del 9 novembre 2008,scriveva : Le iniziative temerarie e di grossa portata necessarie a porre rimedio alla crisi del clima sono esattamente le stesse che occorre intraprendere per risolvere la crisi economica e la crisi della sicurezza energetica. In altre parole un low carbon economy è una via per affrontare insieme le crisi della nostra epoca,economiche e ambientali ed è,quella low carbon la caratterizzazione principale dela green economy. La crisi economica : la Grande Recessione del è stata

2 innescata dall esplosione di alcune bolle speculative finanziarie. Nella crisi finanziaria vi sono state responsabilità accertate sia di singoli speculatori che hanno ingannato i mercati e i risparmiatori, sia di grandi imprese finanziarie e di credito, fondate su castelli di strumenti finanziari effimeri e a volte vuoti, che hanno reso milionari i loro manager,ma che poi sono crollate miseramente, sia di un sistema di regole e controlli del tutto inadeguato a fronteggiare le dinamiche della globalizzazione dei mercati finanziari. Nel settore finanziario vi sono state quindi indubbie e gravi responsabilità per l innesco della recessione. Quello finanziario però è un settore dell economia, che condivide i difetti di un sistema economico fondato sulla crescita sempre più veloce dei fatturati e dei consumi, sul credito facile e sull indebitamento ; su un benessere ridotto all aumento quantitativo dei consumi ; sull insofferenza verso regole e limitazioni. La crisi finanziaria ha innescato una recessione economica, così ampia e profonda, anche perché il nostro sistema economico è fragile. E ovvio, per esempio, che con meno soldi disponibili e con maggiore difficoltà di accesso al credito,per la crisi finanziaria, si comprino meno auto. Ma quanto può crescere la produzione di automobili nei paesi industriali maturi, con un mercato in gran parte di sostituzione? Con nuove auto,sempre più grosse, con sempre più SUV, sempre più costose e ad alti consumi, in città congestionate e inquinate dal traffico? Oppure : è ovvio che con meno soldi si comprano anche meno case, ma si può fondare lo sviluppo su una continua espansione del mercato immobiliare a prescindere dal fatto che, in molte zone, molte case e molti capannoni restano vuoti e il territorio sia ormai saturo per un eccessiva proliferazione insediativa? E ovvio che la riduzione del reddito disponibile e dell aspettativa di un suo futuro aumento, abbiano prodotto un calo dei consumi. Ma siamo

3 proprio sicuri che una ripresa dei consumi si baserà su una massiccia ripresa del consumo di beni superflui o, comunque, ritenuti poco utili e di bassa qualità? Le produzioni e i consumi sono molto più globalizzati rispetto ad ogni altra epoca del passato. Sono ormai presenti massicciamente sui mercati produzioni di Paesi di nuova industrializzazione,come la Cina,l India,l Indonesia il Brasile e altri, e i Paesi a industrializzazione matura hanno una pressante necessità di innovare e differenziare le loro produzioni per mantenere i propri spazi di mercato o trovarne altri. Chi pensasse di superare questa crisi cercando semplicemente di ripercorrere vecchie strade del passato,rilanciando la vecchia crescita economica,non andrebbe da nessuna parte. La consapevolezza,specie nei Paesi industriali maturi,come l Italia, della necessità di profondi cambiamenti economici è molto diffusa: mai come oggi le parole d ordine di chi vuol mantenere un ruolo economico ed uno spazio nel nuovo mercato globalizzato sono innovare, differenziare, convertire. L altra crisi,ripetutamente definita nelle conferenze delle Nazioni Unite come crisi epocale,è quella climatica. Negli ultimi 30 anni il mondo si è messo a correre: la popolazione mondiale è aumentata di più di due miliardi,da 4,445 a 6,77,con una crescita del 52 %.La globalizzazione dello sviluppo ha prodotto una crescita economica mondiale del Pil più che doppia di quella della popolazione,del 125%: in dollari costanti 2000, il Pil mondiale è passato da 17.6 mila miliardi nel 1980 a 39,7 mila miliardi nel Nonostante la recessione del , una crescita economica mondiale così consistente, in pochi decenni, non si era mai vista. Anche i consumi mondiali di energia primaria hanno fatto registrare un accelerazione con un tasso di crescita ben più elevato di quello della popolazione: un aumento, dal 1980 al 2009,di circa il 70%, da 6,6 miliardi di tonnellate equivalenti di

4 petrolio a 11,16 miliardi di tep. Quindi la crescita mondiale delle emissioni inquinanti,di gas di serra,nonostante la flessione prodotta dalla crisi del , nell ultimo trentennio è stata impressionante : da 18 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 nel 1980 a 29,4 miliardi di tonnellate nel La crescita delle emissioni globali è stata così rapida e così consistente che gli oceani,le foreste e i suoli non le hanno potute assorbire tutte, provocando una rilevante variazione della concentrazione di CO2 in atmosfera : dal valore di 339 parti per milione nel 1980 a quello di 389 ppm.,misurato nel dicembre Un aumento della concentrazione di gas di serra in atmosfera di 50 ppm in soli trent anni non si era mai visto. Nel 1750, all avvio dell era industriale, la concentrazione misurata di CO2 era di 280 ppm : in 260 anni è aumentata di 109 ppm, 50 dei quali solo negli ultimi trent anni. La conoscenza e l innovazione tecnologica hanno rivoluzionato produzioni e consumi,ma i progressi ambientali e l aumento della produttività delle risorse naturali, che pure ci sono stati, non sono bastati a rendere lo sviluppo economico globale sostenibile per la capacità di carico del nostro Pianeta. La velocità della crescita dei consumi delle risorse e dell incremento degli impatti ambientali globali è,infatti, superiore a quella dei progressi tecnici e dei miglioramenti ambientali. La crisi climatica mette in discussione una premessa importante che ha caratterizzato lo sviluppo economico mondiale fino al secolo scorso: la possibilità di emettere in atmosfera quantità illimitate di gas derivati dall uso massiccio di combustibili fossili, la fonte energetica di gran lunga prevalente. Per contenere la crisi climatica entro livelli sostenibili ed evitare esiti catastrofici,dovremo tagliare drasticamente(oltre l 80% entro il 2050 ) le emissioni mondiali di gas di serra e quindi anche l uso dei combustibili fossili. Ed è quello che hanno cominciato a fare importanti Paesi e numerose

5 imprese hanno puntato su produzioni di beni e servizi amici del clima,a basse o nulle emissioni di gas di serra,dando il via ad una nuova economia verde: la low carbon economy. Secondo quanto emerge da uno studio dell HSBC Global Research Center l ammontare dei fondi stanziati a favore degli investimenti per affrontare la crisi climatica nei pacchetti di rilancio dell economia è stato pari a circa 487miliardi di dollari. In termini assoluti gli incentivi verdi della Cina sono stati la parte maggiore: pari a 218 miliardi di dollari. Altri Paesi asiatici come la Corea del Sud, per

6 stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro e rivitalizzare l economia,ha lanciato un pacchetto di misure ecologiche per un ammontare di circa 30 miliardi di dollari per sviluppare energie rinnovabili, efficienza energetica, veicoli a basse emissioni e risparmio di risorse naturali. Il Giappone ha stanziato circa 35 miliardi di dollari per misure ecologiche. In Europa la Germania ha investito 13,8 miliardi di dollari in diversi piani nella direzione della green economy : da quello per l efficienza energetica degli edifici a quello che punta a produrre il 30% dell energia consumata con fonte rinnovabile entro il 2020, raddoppiando l attuale produzione. La Francia ha avviato un impegnativo pacchetto di rilancio dell economia promuovendo la low carbon economy,impegnando risorse pubbliche per 7,1 miliardi,in particolare nei settori definiti con la legge Grenelle I : potenziamento dei trasporti pubblici, efficienza energetica degli edifici, sviluppo delle rinnovabili e del riciclo dei rifiuti. Il Regno Unito ha impegnato 3,7 miliardi di dollari in incentivi verdi. L Italia purtroppo, come è noto, è rimasta alla coda dei grandi paesi europei mobilitando la quota più bassa di incentivi per misure ecologiche, pari a 1,3 Mld di dollari nel A conferma del maggiore impegno per il clima,si registra una crescita delle rinnovabili anche nel 2009,anno di crisi economica: investimento nelle rinnovabili ha riguardato il 61% della capacità elettrica aggiuntiva installata in Europa, con un aumento, sull anno precedente, del 39% dell eolico e del 16% del solare. L elenco delle altre misure,oltre alle rinnovabili, con doppio beneficio ambientale ed economico, e dei Paesi che le hanno promosse nell ambito del pacchetto per il clima,è lungo: per l efficienza energetica degli edifici, fino agli edifici autosufficienti che producono tutta l energia che vi si impiega, dagli autoveicoli a bassi consumi all auto a idrogeno, dalle plastiche biodegradabili al potente sviluppo dell industria del riciclo.

7 Non si tratta più solo di un industria attenta all ambiente, rispettosa della normativa ambientale vigente: si parla appunto di green economy, come orizzonte low carbon dell intera economia,necessario non solo per tutelare il clima ma anche per recuperare competitività economica. A conferma di un indirizzo che si va ormai affermando vorrei citare il recente Piano straordinario per l efficienza energetica elaborato da Confindustria lo scorso anno. Nel 2010 si stima un consumo finale lordo di energia al 2020 pari a 145,6 Mtep, con una riduzione di circa 21 Mtep, rispetto alla stima del Tale riduzione deriverebbe per 10,2 Mtep dalla crisi economica e per 10,8 Mtep dalle azioni di risparmio energetico già previste e in corso dal Per raggiungere l obiettivo europeo di riduzione del 20%, servirebbe un nuovo programma governativo di misure di risparmio energetico di ulteriori 12 Mtep (33 21) al Questo piano avanzato dalla Confindustria propone interventi di efficienza energetica, per raggiungere l obiettivo europeo di riduzione dei consumi energetici, in nove settori ( trasporti, motori e inverter,illuminazione, edilizia,caldaie a condensazione, pompe di calore,elettrodomestici, gruppi statici di continuità, cogenerazione), da realizzare entro il 2020, producendo un risparmio energetico di 9,8 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, nonché una riduzione di 39,4 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Questo piano per l efficienza energetica, con 16,7 miliardi di euro di incentivi pubblici in dieci anni, attiverebbe, sempre in 10 anni, 130 miliardi di euro di investimenti e 238,4 miliardi di euro di nuova produzione industriale ; creando nuovi occupati, produrrebbe il risparmio di 25,6 miliardi di euro di bolletta energetica e di 5,2 miliardi di euro di risparmi per il costo delle emissioni di CO2 evitate. Un esempio concreto di come,con la green economy, sarebbe possibile affrontare

8 la crisi climatica con misure in grado di promuovere un nuovo sviluppo e nuova occupazione. Sia la crisi finanziaria che quella climatica stanno evidenziando le forti difficoltà di sistemi di governance a fronteggiare le nuove problematiche della globalizzazione: sia a livello del G20 per la regolazione dei mercati finanziari,sia nella trattativa internazionale per un nuovo accordo,post Kyoto per il clima,non si è ancora giunti ad un intesa su nuove e più incisive modalità di regolazione globale. E difficile fare previsioni sugli esiti di tali trattative,ma un dato è certo: dopo gli anni della fiducia cieca nella mano invisibile del mercato globale,è subentrata maggiore prudenza. Si punta su una maggiore forza di regole comuni e condivise,su politiche pubbliche non solo per salvare le banche dal fallimento o per assistere Paesi sull orlo del collasso minacciati da crisi finanziarie, ma per indirizzare e orientare lo sviluppo. C è una diffusa preoccupazione sull aumento dei debiti e dei deficit pubblici, ma anche una forte richiesta di più incisive politiche pubbliche, a tutti i livelli,locale,regionale e nazionale, a forte contenuto verde. Lo stesso fenomeno si registra,specie nei paesi industriali maturi, in ampi settori delle imprese che producono beni e servizi con sempre maggiore valenza ecologica,che sono gestite con criteri di sostenibilità ecologica e che fanno di questa caratterizzazione un fattore di identità e di competitività. E non si tratta di greenwashing: di campagne pubblicitarie con connotati ecologici,utilizzati strumentalmente per mimetizzare produzioni e modalità produttive che di ecologico hanno ben poco. No, si tratta sempre più spesso di vere green company,di imprese seriamente impegnate,gestite con consapevolezza ecologica. Sui territori,infine dove più ci si avvicina ai cittadini si, una crisi di civiltà In questi tempi di crisi,quando si sente la necessità di nuove narrazioni politiche con un interpretazione delle attese e aspirazioni

9 ,largamente presenti fra i cittadini nelle nostre società industriali mature, verso un economia più orientata al benessere, alla qualità e meno, o comunque non in modo così unilaterale come in passato, al consumismo ed alla corsa alla crescita economica qualunque,come scrive nel febbraio 2008, la Commissione incaricata dal Presidente della Repubblica francese, Nicholas Sarkozy, composta da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jan Paul Fitoussi indicatori di benessere. E in particolare scrive questa Commissione che la sostenibilità ecologica è diventata una preoccupazione centrale perché pone la sfida di definire se, almeno, l attuale livello di benessere potrà essere mantenuto nelle future generazioni. La nostra stessa concezione del benessere sta cambiando,verso modelli più sobri e di migliore qualità. Secondo taluni ricercatori (Es. Giampaolo Fabris in La società postcrescita, Egea,2010) questa crisi promuoverà comportamenti più responsabili e meno consumisti non solo congiunturali, ma durevoli dei consumatori italiani. Per esempio la nostra civiltà oltre che sulla continua crescita dei consumi di energia ha prodotto anche una continua crescita della produzione dei rifiuti,cresciuti più del pil e più dei consumi. E possibile che, in un contesto come quello attuale, di disagio sociale e malessere economico così diffusi, la produzione di rifiuti diminuisca,non solo nella fase più acuta della recessione economica e della riduzione dei consumi? La crescita della produzione di rifiuti comporta sprechi di risorse, di materiali, di prodotti, di energia,quindi anche maggiori emissioni di gas serra. Imparare a ridurre gli sprechi e la produzione di rifiuti avrebbe un valore aggiunto importante : ci aiuterebbe a vivere meglio anche con meno risorse naturali; ci aiuterebbe a risparmiare capitale naturale senza rinunce a beni e servizi utili, tagliando gli sprechi. Facciamo un esempio : gli scarti alimentari, gli avanzi di cibo sono una quantità

10 enorme,costituiscono circa il 40% in peso dei rifiuti urbani: avanzi dei pasti, pasti interi non consumati, prodotti scartati dopo un lungo transito nei frigoriferi, prodotti scaduti ecc. Una diversa consapevolezza,una gestione più razionale, informata e consapevole della spesa, della conservazione e dell utilizzo dei prodotti alimentari, potrebbe portare a significative riduzioni degli sprechi e della produzione dei rifiuti. Al termine di una lunga inchiesta sulla recessione il New York Times,conclude: anche se si moltiplicano i segnali che la Grande Recessione allenta la sua morsa sull economia, la ripresa sarà debole perché la resistenza a spendere continuerà.il paragone è con la Grande Depressione degli anni Trenta: anch essa segnò una lunga ritirata dei modelli di vita consumistici, l emergere di una nuova frugalità,l esaltazione della virtù austera del risparmio. Non è più soltanto un fenomeno economico,ma un ribaltamento di valori,un cambiamento culturale. L inversione di tendenza rispetto ai decenni di euforia consumistica. Una retromarcia favorita dal fatto che vi si adeguano anche i ceti più abbienti, quelli che storicamente fanno tendenza perché i loro stili di vita diventano i modelli da imitare. cosi scrive Federico Rampini nel suo recente libro Slow Economy. E difficile capire, nella riscoperta di una maggiore sobrietà dei consumatori, quanto sia presente una nuova consapevolezza e quanto,invece, vi sia solo il dover fare di necessità, virtù. Fatto sta,in ogni caso, che questa maggiore sobrietà dei consumatori c è e che,probabilmente,non durerà poco.si sente ormai spesso dire che, quando erano ragazzi, i genitori ed anche i nonni attuali avevano ragionevoli e diffuse aspettative di un futuro migliore di quello dei loro genitori ; mentre al contrario i ragazzi di oggi, in tanti, si aspettano un futuro peggiore di quello dei loro genitori. E probabile che il loro

11 futuro non abbia grandi possibilità di essere migliore, se si dovesse continuare a puntare su una civiltà consumista,che non può continuare a crescere e ad essere estesa a nuovi miliardi di persone. Attenzione però: un problema non è risolvibile se si utilizzano per risolverlo gli schemi che lo hanno prodotto. Se il futuro viene cercato all interno dell ulteriore crescita della civiltà consumista è probabile che non possa più essere migliore. E,invece, possibile valorizzare una maggiore sobrietà dei consumi e degli stili di vita come fattore di nuovo sviluppo? Anziché puntare su una società che vuole avere sempre di più a costi sempre minori, si potrebbe puntare su un futuro dove si consumi meno ma meglio, puntare sulla migliore qualità degli stili di vita, su più relazioni e meno oggetti, sulla qualità del territorio,delle città e dell ambiente, anziché sulla cementificazione diffusa, su più ricchezza culturale e sull economia della conoscenza, anziché sull affollamento dei centri commerciali? Cercando un futuro migliore,sostenibile e desiderabile,oltre la crisi economica e climatica, forse non stiamo cercando solo una nuova economia,ma una nuova civiltà. Milano,22 febbraio 2011

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