NON SOLO LUNEDÌ la rassegna cinematografica a cura del

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1 al CineTeatro don Bosco di Carugate (MI) NON SOLO LUNEDÌ la rassegna cinematografica a cura del Tutte le Domeniche - ore 21:00 Tutti i Lunedì - ore 16:00 e ore 21:00* *in sala il critico Claudio Villa Programma rassegna da Gennaio a Maggio 2014

2 Cinecircolo La Strada Chi siamo, un po' di storia... Mossi da una comune passione, un gruppo di cinefili si è riunito per fonda re il primo cinecircolo della storia di Carugate: La Strada. Nato in seno al Cine-Teatro don Bosco, aderisce all'associazione Nazionale Circoli Cinema tografici Italiani (A.N.C.C.I.) e ne condivide le finalità. L'evidente riferimento al famoso film felliniano in realtà nasconde la vera natura del circolo: un percorso da fare insieme, per recuperare attraverso il mezzo cinematografico lo stupore che ci accompagna nel cammino della vita. Il Cinecircolo è stato fondato il primo giorni di Dicembre del 2006: in quell'occasione Claudio Villa (amico e collaboratore, delegato regionale dell'ancci nonché esperto di cinema ed ani matore di alcune sale cinematografiche) ha presentato Dai Lumiere a Tarantino, un percor so fatto di immagini attraverso la storia del cinema, in una sorta di prima lezione alla portata di tutti. Dal quel giorno è iniziato il nostro cammino insieme! La rassegna cinematografica: Non solo Lunedì Ogni anno il Cinecircolo organizza una rassegna cinematografica, attingendo dai film di quali tà usciti negli ultimi mesi, con la collaborazione del critico cinematografico Claudio Villa. I film sono proiettati in 3 occasioni: Domenica alle ore 21 e Lunedì alle ore 16 e 21. Il Lunedì sera prevede la presenza fissa di Claudio Villa, che introduce il film e conduce una riflessione/dibattito al termine della serata. Il tuo giudizio è importante Al termine di ogni proiezione chiediamo al nostro pubblico di esprimere il proprio voto sul film proposto, inserendo il biglietto di ingresso in apposite scatole con l'emoticon che espri me il gradimento del film. E' un modo per capire quanto la rassegna è stata accolta positiva mente e per migliorare le nostro proposte cinematografiche del futuro. Ricordati di votare all'uscita! Il tuo giudizio è importante. Come contattarci Ogni sera siamo presenti in sala, presso il CineTeatro Don Bosco di Carugate, per condividere con gli spettatori la passione per il cinema. Puoi scriverci una mail a Puoi commentare la rassegna su Tutti i vantaggi di diventare socio Scopri tutti i vantaggi esclusivi per i nostri soci: la tessera annuale costa solo 5 e dà diritto, oltre che all'ingresso ridotto al cineforum, anche ad altre proposte, come il corso di linguag gio cinematografico che si terrà ad Aprile (scopri i dettagli nella pagina seguente). Pag. 1

3 Data Film Programma della rassegna Genere Regia Gen La città ideale Drammatico Luigi Lo Cascio Gen La grande bellezza Commedia/Drammatico Paolo Sorrentino Feb Anni felici Commedia/Drammatico Daniele Luchetti Feb Per altri occhi* docu-fiction Silvio Soldini 17 Feb L'ultimo pastore* Documentario Marco Bonfanti Feb Gloria Drammatico Sebastián Lelio Mar Zoran, il mio nipote scemo* Commedia Matteo Oleotto Mar Questione di tempo Commedia Richard Curtis Mar Prisoners Thriller Denis Villeneuve Mar La prima neve* Drammatico Andrea Segre Mar Venere in pelliccia Commedia/Drammatico Roman Polanski Apr Il passato Drammatico Asghar Fahradi Apr L'arte della felicità Animazione Alessandro Rak Apr Bling ring Drammatico Sofia Coppola Mag La mafia uccide solo d'estate Commedia/Drammatico Pif Mag Blue Jasmine Drammatico Woody Allen Mag Still life Commedia/Drammatico Uberto Pasolini Mag American Hustle Commedia/Drammatico David O. Russell * In occasione di alcune proiezioni ci saranno degli eventi speciale come l'incontro con il regista o una degustazione di vini. Attenzione: verifica le date della programmazione Per questioni non legate alla nostra gestione, alcune date di film in programma potrebbero subire delle variazioni: verifica sempre la programmazione su Corso: A.B.Cinema ciak s'impara! SULLE TRACCE DEL CINEMA: STORIA, ANALISI, ESTETICA SECONDO ANNO: Giovedì 24 Aprile 1 e 8 Maggio 2014 alle ore 21:00 - Il montaggio. Spazio e tempo, il montaggio narrativo, connotativo, formale, il montaggio proibito; profondità di campo e piano sequenza. - Il racconto cinematografico: storia e discorso. La sceneggiatura, i generi cinematografici, narrazione e rappresentazione. La luce e il colore, la costruzione del personaggio. - L'analisi del film: analisi testuale e strutturalista, psicoanalitica, narratologica, ermeneutica. Grandi registi: Hitchcock, Kubrick, Ford. - La morte corre sul fiume, 1955, di C. Laughton. Lettura globale e plurimetodologica. Il corso è gratuito per i soci e si svolgerà presso il CineTeatro stesso. CLAUDIO VILLA Il corso sarà tenuto da Claudio Villa, docente, pubblicista e critico cinematografico. Collaboratore A.N.C.C.I. (Associazione Nazionale Cinecircoli Italiani) e A.C.E.C. (Associazio ne Cattolica Esercenti Cinema). Da decenni animatore di numerosi e seguitissimi cineforum in Milano e Brianza, compresa la rassegna Carugatese. Pag. 2

4 Dom. 19 Lun. 20 Gennaio LA CITTÀ IDEALE Regia: Luigi Lo Cascio Drammatico Italia, Durata: 105' Fotografia: Pasquale Mari Sceneggiatura: Massimo Gaudioso, Desideria Rayner, Virginia Borgi Cast: Luigi Lo Cascio, Catrinel Marlon, Luigi Burruano, Massimo Foschi, Alfonso Santagata Musica: A. Rocca Montaggio: Desideria Rayner Un ecologista, convinto sostenitore dei doveri di buon cittadino, finisce vittima di una giustizia ottusa. Intervista a Luigi Lo Cascio (tratta da Il suo film è stato definito un thriller morale. Lei che ne pensa? In effetti il film ha la fisionomia di un thriller o di un giallo, è il genere cui si avvicina di più. Per quanto riguarda invece il termine morale, la ricerca della verità per gli altri qui è il pre testo per la ricerca di una verità personale: il protagonista è portato a capire qualcosa di sé. Quindi l aggettivo morale va concepito nel senso di una ricerca etica che il mio personag gio fa su se stesso. Come le è venuta l idea del film? Ha tratto spunto dalla cronaca attuale? Voglio precisare che a me il discorso giudiziario non interessa, non c è nessun attacco alla magistratura, anzi. Il contorno giudiziario è stato scelto perché è un ambito in cui c è una ri cerca pressante della verità. Mi interessava vedere come è difficile che eventi così inverosi mili possano apparire ragionevoli e credibili per gli altri. Sembra che nella sua storia ci siano molte influenze di Kafka Sicuramente Kafka è un autore a me molto caro, di cui mi interessano anzitutto le atmosfere. Ne Il Processo già dalle prime pagine si sprofonda in un incubo. Ma ho tratto spunto anche dai suoi Diari e dai suoi Aforismi : in lui c è costantemente il tema della ricerca della veri tà. C è un aforisma in cui si dice: l uomo è legato ad una catena, però questa catena è mol to lunga e ci si può muovere se poi però si va oltre, se si va troppo avanti, questa catena ini zia a farsi sentire. Ecco, a me interessava il tema dell eccesso. Frasi celebri del film Lei ha una nozione molto ingenua della verità. Gli eventi, i fatti, non si possono recuperare. Le faccio un esempio: prenda una scatola, la apra, ci faccia entrare il vento mentre passa, poi per poterlo imprigionare la chiuda immediatamente. Lei pensa che quando riaprirà la scatola il vento uscirà con la stessa forza con cui è penetrato? La natura ventosa dei fatti rende im possibile che la vita ritorni così com'è stata. Si può solo tentare di raccontare. Pag. 3

5 Note di regia Generalmente non abbiamo alcun bisogno di rendere conto delle nostre azioni in ma niera fedele. Non siamo obbligati all esattezza. Anzi, il racconto che facciamo di noi e della nostra esperienza è alimentato da forzature e integrazioni, invenzioni e ornamenti che rendono il discorso forse meno vero ma sicuramente più avvincente. Almeno, così crediamo. Possono capitare però nella vita dei momenti in cui le parole diventano crucruciali. In queste occasioni, per fortuna rare, sbagliare una sillaba, mostrare delle contradcontraddizioni, esibire incertezze nella ricostruzione degli eventi che ci sono accaduti, magari con una pronuncia perplessa, sono inciampi che possono segnare per sempre il nostro destino. La ricerca spasmodica della verità e la sua attestazione allo sguardo e all ascolto degli altri, si pone allora, non solo come esperienza di conoscenza o come istanza moramorale, ma soprattutto come unica possibilità di salvezza. Recensione di Antonio Autieri (tratta da Difficile debuttare in Italia dietro alla machina da presa: si dice sempre che serve coraggio e ambizione anche estetica, e poi l ottimo debutto alla regia dell attore Luigi Lo Cascio esce con difficoltà al cinema, e senza quel sostegno critico che era lecito aspettarsi. Lo Cascio rischia con un film certo non facile, che vive di suggestioni letterarie forti (da Kafka a Pirandello, da Sciascia alla tragedia greca) e di una forza visiva che utilizza tanti elementi anche quello onirico e che richiama il cinema del primo Polanski (L inquilino del terzo piano) e tanto ci nema sperimentale. Forse fin troppo ambizioso, ma certo con tanto da dire e con la capacità di stare in equilibrio tra temi alti e tensione narrativa che non viene mai meno (a parte qualche episodio laterale poco convincente), come in un vero thriller. Il film è sì una denun cia non banale si pensi a come smitizza la provincia contro una società che rischia di per dere il senso della bellezza e dello stare bene tra simili, ma anche un amara sconfessione dell utopia al potere, o quanto meno un sano e pessimistico avanzare dubbi contro le ma gnifiche sorti e progressive. Michele ha il sincero desiderio di cambiare il mondo attorno a sé, ma si rende conto di poter finire facilmente pedina e vittima (anche per colpa della sua sincerità che sconfina nell ingenuità) di un meccanismo più grande di lui. E, prima di un finale nella natia Palermo, con un avvocato (il grande Luigi Maria Burruano, zio di Lo Cascio) che gioca tra le contraddizioni della Legge, c è spazio pur nella cifra stilistica particolare del film per l umanissimo persopersonaggio della madre che si precipita a Siena per sostesostenerlo. Interpretato dalla vera mamadre di Lo Cascio, Aida BurBurruano, per la prima volta impegnata (e con che risulrisultati) al cinema. In un opera prima, quindi, non perfetta ma sicuramente da apprezapprezzare. Pag. 4

6 Dom Lun. 27 Gennaio LA GRANDE BELLEZZA Regia: Paolo Sorrentino Drammatico Italia 2013, durata: 142' Sceneggiatura: P.Sorrentino,Umberto Contarello Cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Piero Gimondo, Isabella Ferrari, Serena Grandi, Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Giulia Di Quilio Montaggio: Cristiano Travaglioli Musiche: Lele Marchitelli Scorci e personaggi della vita mondana di Roma. L'intervista a Paolo Sorrentino (tratta da Ha voluto rappresentare una realtà tipica di questa epoca o si tratta secondo lei di temi e situazioni eterne? Naturalmente, penso che il presente non sia solo il parto del contingente, ma anche il frutto della persistenza indefinita dei sentimenti, delle difficoltà e delle gioie dell eterna commedia umana. Senza dubbio, la volgarità e una percezione di decadimento dilagano nel presente, il senso di vuoto attanaglia l esistenza di una grande capitale, non esclusivamente Roma, ma le vite che vi si muovono dentro sono animate da dinamiche che tendono a ripetersi nel tempo. Gli smottamenti e gli slittamenti dell animo umano sono impercettibili nei brevi periodi. Inol tre, mi sembrava allettante provare a raccontare come la volgarità, la decadenza, la sensazio ne del vuoto implica negli individui un atteggiamento duale: da un lato fa aleggiare la con danna morale, dall altro esercita un innegabile, ingestibile forza attrattiva. È un vecchio gioco che non smette mai di essere attuale e concreto. Che tipo di sguardo su Roma c è nel film? Nei confronti dell architettura e dei luoghi che ho filmato, c è lo sguardo di un turista incanta to. Vivo stabilmente in questa città da sei anni, ma rispetto alla sua bellezza mi sento sempre come un visitatore sopraffatto dalla meraviglia. Eppure Roma è una città che lascia presagire impalpabili e indecifrabili pericoli, una sensazione di irrisolvibile, antico mistero, che ti può far sentire fuori luogo. Ennio Flaiano diceva che vivere a Roma è un modo di perdere la vita. È una sensazione reale, che sta sempre in agguato, ancor più subdola perché può affiorare come una dolce sensazione. Il grande tourbillon carnevalesco che si agita nelle notti di Jep si placa quando al termine della notte arriva l alba a Roma, e con essa il silenzio, solo allora il nostro protagonista subodora il sublime e allora tutto ricomincia con rinnovato vigore, per ché è sfiorato dall idea immortale di riuscire a far sposare il sublime con la sua necessità di scrivere. Questo è il suo tentativo. Riuscirci, è un altro mistero. Pag. 5

7 Recensione del (www.giovanecinefilo.kekkoz.com) La grande bellezza, infatti, è un opera tanto ambiziosa negli obiettivi della sua ricerca quanto cosciente dei propri stessi limiti, un film che invita a parlare e discutere di sé, che gode della propria sregolatezza, dell assenza di un autentica messa a fuoco, che sia morale o semplice mente narrativa, sull universo che dipinge, sulla decadenza di un cinismo sopraffatto dalla bellezza e dalla morte. Con un umorismo che si avvicina di soppiatto alla comicità e che lo rende la cosa più vicina a una commedia che abbia mai girato (la sceneggiatura, scritta con Umberto Contarello, vuole chiaramente essere tra le più citabili del cinema italiano recen te) e che pare quasi una difesa contro un inarrestabile sensazione di abbandono, Sorrentino mette da parte la compattezza e la precisione di altri momenti della sua carriera per abban donarsi a un racconto ondivago, stralunato e un po' folle. Illusorio e forse vano come la ricer ca di Jep, il film non va mai al centro del problema, ma vi gira intorno facendo girare la testa allo spettatore, affastellando pezzi di bravura tipici del regista (la fragorosa, eccezionale se quenza del compleanno) e momenti di quieta contemplazione (di cui è protagonista una Roma irreale, poetica e beffarda, fotografata in modo ineccepibile dal solito Luca Bigazzi), con uno spirito di fondo che punta a dialogare con il cinema italiano del passato non solo il più ovvio, il Fellini di 8 e ½ e La dolce vita di cui Sorrentino sembra quasi proporsi come ere de, ma anche l ironia pungente e surreale di Nanni Moretti, la cui impronta si vede, per esempio, nella presenza di un attore come Dario Cantarelli, nella scena dell arresto del vicino di casa, nell incontro notturno con Fanny Ardant. Ad arricchire il film c è la performance di Toni Servillo, di cui è facile prendere in giro l ubiquità ma di cui è impossibile negare la strabi liante efficacia, ma nel cast eterogeneo spiccano soprattutto Carlo Buccirosso (una conferma dopo il memorabile Cirino Pomicino del Divo) e una rocciosa Sabrina Ferilli, che trova in Sor rentino un altro regista (dopo Paolo Virzì, ovviamente) capace di far uscire sullo schermo tutto il suo talento d attrice. Come il suo personaggio, anche il film è effimero, fragile, quasi fantafantasmatico, ma è proprio nella sua volubile, irrisolta malinconia che si nasconde la sua bellezza, quella di uno dei film più persopersonali, arroganti e maledettamenmaledettamente magnifici dell anno. Frasi celebri del film La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare! A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: 'La fessa'. Io, invece, rispondevo: 'L'odore delle case dei vecchi'. La domanda era: 'Che cosa ti piace di più veramente nella vita?'. Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella. Sull'orlo della disperazione, non ci resta che farci compagnia, prenderci un po' in giro! Pag. 6

8 Dom. 2 - Lun. 3 Febbraio ANNI FELICI Regia: Daniele Luchetti Commedia, Drammatico Italia 2013, durata: 105' Sceneggiatura: Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Daniele Luchetti, Caterina Venturini Cast: Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gede Una famiglia negli anni 70: i due genitori tra litigi e attrazione fisica e i due figli ad osservarli. L'intervista a Daniele Lucchetti (tratta da Daniele, Anni felici è certo un racconto molto vicino alla tua storia personale. Quanto è sta to difficile per te ricostruire il tuo passato? Il film comincia con la voce fuori campo che dice questo sono io, ma nei titoli di coda si leg ge che i fatti sono immaginari, forse la verità sta nel mezzo tra questi due estremi. Come è stato accolto da tua madre? A mia madre il film è piaciuto molto, è solo preoccupata dalla reazione dei vicini di casa. A parte gli scherzi, le ho raccontato che avrei sempre rimarcato che parte della storia era stata ricostruita, ma lei ci ha sempre tenuto a dirmi che dovevo ritenermi libero di agire come me glio credevo, senza dover rendere conto a lei. Com'era il tuo rapporto con tuo padre? Era davvero stimolante, c'era molta complicità e mi spingeva sempre ad essere libero. In fon do questo film è un atto d'amore verso l'umanità dei miei genitori, per come hanno vissuto le loro passioni fino in fondo e per come, ad un certo punto, non lo abbiano fatto. 5 cose da sapere sul film 1. La voice over di Guido da adulto è la voce di Daniele Luchetti. 2. Anni Felici sembra avere radici autobiografiche così ben radicate che quando la madre del regista andava in visita sul set era solita chiamare l attore che interpreta Dario, Daniele, come suo figlio. 3. Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Toronto, dove ha raccolto numerosi consensi dalla stampa internazionale. 4. Luchetti ha dichiarato che Anni Felici sarà probabilmente il suo ultimo film in pellicola. 5. Luchetti ha dichiarato che sebbene molti fatti portati in scena siano effettivamente frutto della fantasia, i sentimenti messi in gioco sono veritieri e tutti riconducibili agli anni della sua infanzia. Anni che il regista stesso definisce felici. Pag. 7

9 Recensione di Antonio Autieri (www.sentieridelcinema.it) Si doveva intitolare Storia mitologica della mia famiglia, e in effetti pur troppo ridondante rendeva l idea. Perché Anni felici, decimo film della carriera di Daniele Luchetti, è certo il suo film più autobiografico. Siamo nell estate 1974: Guido è artista di avanguardia, che non accetta compromessi e condizionamenti borghesi, e infatti soffre come una gabbia il rappor to con la moglie Serena, di famiglia di commercianti benestanti e di corte vedute; le sue gelo sie, con tutte quelle modelle che girano per la sua bottega, poi non le sopporta proprio (an che se, vediamo subito, lei non ha certo tutti i torti). Dario e Paolo, i figli di 10 e 5 anni, li os servano straniti, tra scenate di gelosia della madre, mosse spregiudicate del padre (che ha l accortezza di farli uscire dallo studio quando con le modelle si passa dall arte alla prosa, chiedendo di non raccontare nulla alla mamma per «evitare discussioni inutili»), viaggi, ten sioni Anni felici (davvero?), ma senza sapere di esserlo. Che sia un film autobiografico lo capisce subito chi riconosce in Dario il regista: il regalo dell agognata videocamera, o meglio super 8, ci fa capire che il cineasta in erba è lui da bam bino; senza contare che la voce fuoricampo, da adulto, che racconta la storia fin troppo di dascalicamente è proprio quella di Luchetti. In realtà lo sguardo del ragazzo, ingenuo e in nocente ma tutto sommasommato succube (tranne un momomento di ribellione che servì ad attirare l attenziol attenzione dei genitori), non divendiventa il giudizio della storia, che lascia spazio alla vitalivitalità fisica e folle dei di padre e madre, che si amano e si distruggono a vicenda. Ma se Kim Rossi Stuart, bravisbravissimo come sempre, è perfetto nel ruolo dell artista presuntuoso e un po cialtrone, che pure al momento giusto dimostrerà il suo talento, Michela Ramazzotti da un lato sembra ricalcare i suoi celebri ruoli da svampita o madre sopra le righe (come in La prima cosa bella di Paolo Virzì), dall altra è poco credibile quando la storia subisce una virata brusca, con la vacanza le sbo-femminista che si concede in chiave di liberatoria ribellione: soprattutto, con tutte le sue qualità, la Ramazzotti al contrasto con la grande attrice tedesca Martina Gedeck (era in Le vite degli altri) dimostra qualche limite. E suona davvero forzata e mal raccontata questa sua passione amorosa (la parte più inventata, con ammissione del regista del dispetto con cui la vera madre ha accolto questo suo modo di raccontarla ), che porta via dal cuore del raccon to il film. Ovvero il rapporto di un figlio e dei suoi genitori. Salvo recuperarlo nella parte finale, quella più sentita e commossa. Che lascia un ricordo complessivamente positivo del film allo spettatore. E in una storia così sincera, ci sta che l autore sia portato a debordare, a non saperla controllare. Ma è una debolezza, un autoin dulgenza che rischia di non toccare lo spettatore: spesso, se si vuole arrivare al cuore di chi guarda (o ascolta o legge) un opera molto personale, occorre proprio la fatica di asciugare i sentimenti, per rendere più asciutto e vibrante il racconto. Pag. 8

10 Dom. 9 - Lun. 10 Febbraio PER ALTRI OCCHI Regia: Silvio Soldini Docu-fiction Italia-Svizzera Durata: 95' Sceneggiatura: Silvio Soldini e Giorgio Garini Musiche: Luca Casella, Gemma Pedrini, Gianluigi Carlone, Petra Magoni Un gruppo variegato di persone non vedenti affrontano la vita con caparbietà e determinazione, ma anche con umorismo e autoironia. Note di regia Silvio Soldini e Giorgio Garini affrontano il mondo dei ciechi con un documentario brillante, divertente, toccante, pieno di umanità e molto utile soprattutto a demolire alcuni dei pregiu dizi e degli stereotipi vissuti sull argomento da chi ci vede. Dal fotografo non vedente ad altre incredibili, interessantissime persone scovate con grande sensibilità dagli autori, in un film da guardare per l appunto con Per altri occhi. Si tratta di una coproduzione della ventura Film di Meride e della RSI che vede il regista di Pane e tulipani affiancato dal suo storico aiuto regi sta, il documentarista Giorgio Garini (si ricorda tra le altre l importante co-regia con Soldini di Rom Tour ). 5 cose da sapere sul film 1. Il film sarà distribuito nel circuito delle scuole. 2. L idea del film è venuta a Silvio Soldin due anni fa, in occasione dell incontro con il proprio fisioterapista non vedente. 3. Nel ricercare le dieci storie che componessero il suo film Soldini si è lasciato ispirare dal saggio di Mauro Marcantoni I ciechi non sognano il buio, del Le riprese del film sono durate circa quattro settimane, distribuite però nell arco di quattro mesi in contemporanea alla realizzazione della precedente pellicola di Soldini, Il comandan te e la cicogna. 5. Il film è stato proiettato anche in edizione per non vedenti con commento audio. Già nel 2007 al Festival di Roma Giorni e Nuvole venne proiettato in edizione per non vedenti. Recensione di Paola Casella (www.mymovies.it) Enrico è un fisioterapista che ha imparato ad andare in barca a vela a cinquant'anni. Gemma una studentessa che suona il violoncello e vince gare di sci. Luca è pianista, compositore e fo tografo. Felice uno scultore con tanti amici in galera. Che cosa unisce loro e gli altri protago Pag. 9

11 nisti di Per altri occhi? La cecità, ma anche la voglia di impostare la propria esistenza come una sfida che comun que va vissuta. Silvio Soldini entra nelle loro storie con discrezione mettendosi in posizione di ascolto, senza manipolare eventi o sentimenti, senza ricorrere a pietismi o luoghi comuni. Ne emergono i ritratti di uomini e donne che affrontano con cocoraggio e pragmatismo le mille complicazioni che la disabilità aggiunge alla loro giornate, imimparando ad orientarsi in spazi sconosciuti, a rinegoziare equiliequilibri e ad affrontare le difficoltà con ironia. Il che, suggerisce il documentario, non è troppo didiverso da quello che facciamo tutti noi, quotidianamente, in quanto esseri umani in balìa di vite complicate. E vedere (noi che possiamo) l'esempio positivo di chi ce la fa con qualcosa di meno (ma anche molte cose in più), è quanto mai incoraggiante. La regia di Soldini è pulita, rigorosa, in punta di pie di, e precisa come le vite di chi si muove sapendo che un centimetro è un'infinità, se ciò che si conosce si ritrova improvvisamente un poco più lontano. Il montaggio è agile e fluido, privo di ridondanze e di quelle esitazioni che, per un non vedente, possono rivelarsi fatali. Un montaggio che lavora per associazioni di idee e continuità di ispirazione, con brio e urgenza narrativa. I protagonisti usano ripetutamente il verbo vedere perché la loro percezione del reale non è meno accurata di quella di chi può guardare con gli occhi, e raccontano le loro esperienze in forma cinematografica, come sceneggiature per immagini solo percepite, ma non per que sto meno vivide. E ognuno illustra il proprio punto di vista, che è esattamente ciò che fa il buon cinema. La cecità, e più in generale la vita, diventano un'avventura polisensoriale: il musicista sente Parigi dall'alto della torre Eiffel, l'incontro con gli altri è suono, o calore. Nessuno, in Per altri occhi, fa filosofia, o retorica. E affinché chi guarda non possa chiamarsi fuori dalla narrazione filmica Soldini compie, ad un certo punto, una scelta eminentemente cinematografica: quella di lasciarci al buio, gettandoci in mezzo al bombardamento di suoni e presenze che assale chi non può contare sulla discriminante del proprio sguardo. Se fino a quel momento Per altri occhi ci ha mostrato nel dettaglio come fanno loro, in quel momento ci ricorda che loro sia mo noi. I protagonisti del film: ENRICO SOSIO (fisioterapista), GIOVANNI BOSIO (imprenditore), GEMMA PEDRINI (studen(studentessa), LUCA CASELLA (musicista), FELICE TAGLIAFERRI (scultore), MARIO SANTONI (pensio(pensionato ex centralinista), ALDO GRASSINI (direttore Museo Omero), DANIELA BOTTEGONI (diret(direttrice Museo Omero), CLAUDIO LEVANTINI (informatico), MICHELA MARCATO (centralinista), PIERO BIANCO (consulente informatico per la disabilità), LOREDANA RUISI (centralinista). Pag. 10

12 Lun. 17 Febbraio L'ULTIMO PASTORE Regia: Marco Bonfanti Documentario Italia 2013, durata: 105' Cast: Renato Zucchelli, Piero Lombardi, Lucia Zucchelli, Gottardo Zucchelli,Giovanni Zucchelli. Fotografia: Michele D'Attanasio Sceneggiatura: Marco Bonfanti Musiche: Danilo Caposeno Renato Zucchelli, l ultimo pastore della metropoli, ha un sogno: portare il suo gregge nel centro inaccessibile, per incontrare i bambini che non lo hanno mai visto. Intervista a Marco Bonfanti (tratta da Com'è nata l'idea de L'ultimo pastore, e con quale spirito hai portato avanti il progetto? Stavo presentando un altro progetto quando un Professore della Bocconi mi ha raccontato dell'esistenza dell'ultimo pastore nomade milanese. Questa storia mi ha talmente affascinato che ho deciso di girare un film su questo personaggio. Quando poi ho sentito che alcuni bambini credevano che un pastore assomigliasse ad Arlecchino e allevasse le pecore per fare il budino mi sono preoccupato e ho capito che dovevo mettere un po' di chiarezza. Ho dovu to faticare per avere il consenso di Renato Zucchelli (il protagonista del film): l'ho tampinato per giorni prima che cedesse alla mia richiesta e mi desse il consenso, ero diventato il suo in cubo. Volevo raccontare qualcosa di magico che toccasse le corde dell'emotività, offrendo uno sguardo diverso, più ingenuo, perché noi grandi abbiamo perso l'ingenuità dei bambini. Avevi ben presente quale fosse la vita di un pastore? A dire il vero di pastorizia non ne sapevo nulla e credo di non avere appreso granché neppu re ora; forse qualche nozione supplementare, come l'esistenza della lingua Gaì, ma davvero poco. Quello che mi ha affascinato fin da subito è stata l'esistenza di un lavoro irrealizzabile e impensabile nel luogo in cui è ambientato il film, cioè la grande metropoli. Progetti per il futuro? Sto lavorando a un lungometraggio e a un vero documentario, anche se quest'ultimo rappre senta per me una sfida del tutto nuova che spero di essere in grado di affrontare. Anche L'Ultimo Pastore inizialmente voleva essere un documentario, poi strada facendo la mia fantasia ha preso decisamente il sopravvento. Frasi celebri del film Devo andare, perché i bambini vogliono vedere le pecore e il pastore. Devo andare, non mi fermerà nessuno! Pag. 11

13 Recensione di Marzia Gandolfi (www.mymovies.it) Renato Zucchelli ha larghe spalle e larghi occhi chiari per 'abbracciare' le sue settecento pecore. Ultimo pastore nomade della Lombardia vive in montagna ma il cuore lo ha la sciato in pianura, dove lo aspettano (im)pazienti la sua consorte e i suoi quattro figli. Ap passionato delle greggi e certificato dal cinema di Celentano e dalla parola di Gesù, 'pa'pastori' per finzione o per vocazione, Renato vuole raggiungere Milano e incontrare tutti quei bambini per cui un pastore è un'idea immaginaria e intangibile. Fieramente rilutriluttante ad accogliere il sistema sedentario dominante, Renato Zucchelli appartiene a quelquella comunità errante, arcaica e ormai ridotta, che rivendica il sogno e il diritto di battere di nuovo i percorsi della transumanza, lambiti dal presente ed 'espropriati' dalla nuova economia. Solo e lieto sul cuore della terra, lo coglie e lo accoglie lo sguardo lirico di Marco Bonfanti, giovane regista di un cinema che ha il sapore della fiaba e il senso pro fondo dell'uomo. Un uomo lontano e orgogliosamente separato dall'alienazione consuconsumistica, un uomo al di sopra della contingenza delle preoccupazioni. L'ultimo pastore invita lo spettatore a sperimentare la lentezza del vivere, a recuperare la fisicità delle cose del mondo, ribadendo la tensione cinematografica originaria: il piapiacere di filmare un corpo e ascoltare una voce. Bonfanti crea un'atmosfera di confidenza, inducendo i suoi 'attori' a lasciarsi visitare il volto, il corpo, le mani fino a far emergere gli interrogativi e le riflessioni che si portano dentro. La dimensione statuaria di Zucchelli, il sembiante bonario di pietra e lana, le parole in cui la sua natura, il suo vissuto e la sua cultura si esplicano, abitano un'opera che si dipana tra i primi piani e le aperture improvimprovvise di scene ambientali, in un andirivieni tra il presente della Pianura Padana e il passa to remoto dei monti. La necessità di definire le cose del cinema ci fa includere L'ultimo pastore fra i documentari ma è un'opera di più alto ingegno. Di ingegno e di sensibilità. Qualcosa che va verso l'arte e la poesia, cogliendo la decadenza dei corpi e dei luoghi, quelle cose che unanimemente cerchiamo di esorcizzare pensando alle magnifiche sorti progressive dell'umanità. Invece tutto è effimero. Effimero ed eterno. Come ci racconta Bonfanti con la straordinaria cronaca di un mestiere soggetto alla tirannia del Tempo e della Storia, con l'elegiaca narrazione di un pastore resistente che vede svanire prati e antiche rotte. Risalendo il Naviglio con il suo gregge, Renato reagisce tenacemente all'inesorabile cecità che avanza e alla maniera di un regista compie scrupolosi sopralluo ghi, preparando l'ultimo viaggio e (ri)evocando un'ideale 'via della lana'. Volutamente inattuale e sospeso in un sentimento del tempo più ciclico e cosmico che lineare e pro gressivo, L'ultimo pastore fa parlare e respirare le cose con lo sguardo, commuovendo nel sorriso e nel pianto, muomuovendo la malinconia che ci prende di fronte alle cose che svaniscono ma che prima di scomparire si fermano un attiattimo, sulla soglia, sulla piazza del Duomo di Milano, sorrisorridendo nella nostra direzione. Pag. 12

14 Dom Lun. 24 Febbraio GLORIA Regia: Sebastián Lelio Drammatico Cile/Spagna 2013, durata: 94' Cast: Paulina García, Sergio Hernández, Marcial Tagle, Diego Fontecilla. Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Gonzalo Maza Fotografia: Benjamín Echazarreta A 58 anni, separata, Gloria conduce una vita solitaria, cercando compagnia nelle feste per single. Le cose sembrano cambiare quando incontra Rodolfo Note di regia Regista, sceneggiatore, produttore e montatore di origine argentina, si trasferisce in Cile fin da bambino cambiando continuamente città. Studia giornalismo all'università per un anno, ma poi si diploma alla Scuola di Cinema Cilena (Escuela de Cine de Chile). Ha diretto numero si cortometraggi e video musicali. Nel 2003 ha realizzato Cero, un documentario basato su materiale inedito sugli attentati dell'11 settembre a New York, co-diretto con Carlos Fuentes. Ha anche diretto due stagioni della fortunata serie Mi mundo privado insieme a Fernando La vanderos, che segue le vite di varie famiglie cilene di diversa estrazione socio-economica ed è stata nominata due volte agli Altazor Awards e agli Emmy Awards. Nel 2005 presenta in anteprima al San Sebastián International Film Festival il suo primo lun gometraggio La Sagrada Familia, girato in tre giorni e vincitore di numerosi premi internazio nali. Nel 2009, il suo secondo lungometraggio Navidad viene presentato in anteprima al Fe stival di Cannes, mentre nel 2011 porta al Festival di Locarno L' Anno della Tigre, film am bientato nel periodo successivo al terremoto del 2010 in Cile. Premi Ha conquistato il premio per la miglior attrice (Paulina García) al Festival di Berlino Curiosità Il finale sulla canzone di Umberto Tozzi (in spagnolo), che porta lo stesso nome della protago nista e dà il titolo al film del cileno Sebastián Lelio, è l'emozionante coronamento di un film. A maggior ragione in quanto la scommessa è quella di rendere perfino accattivante, e travol gente come un'eroina, una figura che a prima vista risulterebbe del tutto grigia e anonima, deprimente. Pag. 13

15 Recensione di Laura Cotta Ramosino (www.sentieridelcinema.it) La vita può essere sottilmente crudele con una donna sola, specie dopo una certa età; la ri cerca di una compagnia, per un avventura di letto, una chiacchierata, ma soprattutto per su perare la sensazione di sentirsi superflui nella vita di coloro che ci sono cari, può assumere toni di quieta disperazione. Gloria interpretata dalla bravissima Paulina García, premiata al Festival di Berlino per questo ruolo è divorziata dal marito (che, come scopriamo in una se quenza che mostra benissimo la banalità del dolore, l ha lasciata per una donna più giova ne) e ha due figli adulti ormai autonomi (se non quando Gloria deve offrire i servizi di nonna), che la vivono come una appendice non totalmente necessaria della propria esisten za. Il vicino del piano di sopra, drogato, rientra tardi e rumoreggia con la serratura sbagliata, ma a Gloria interessa soprattutto il gatto che viene a rifugiarsi a casa sua e sopporta il distur bo. A interrompere questa triste routine l incontro con un coetaneo dolce e affettuoso, Rodolfo, che di mestiere gestisce un parco dove la gente va a giocare a paint ball (e Gloria anche que sto prova con lui) e che la corteggia con gentilezza e sensibilità. La loro storia è da subito fat ta di intimità fisica (che il regista mostra in modo così esplicito da risultare volutamente scioccante), ma anche di conficonfidenze e tentativi di condivisiocondivisione, che però sono continuacontinuamente frustrati dalla presenza dell invadente famiglia di lui. Anche se separato, infatti, RoRodolfo si sente in dovere di acaccorrere in aiuto della ex moglie e delle figlie adulte, che lo chiachiamano continuamente per chiechiedere assistenza per i motivi più diversi. E così, nonostante i tententativi di ripartenza, quella storia che sembrava poter essere l imprevisto tanto atteso per far ripartire la vita di Gloria, si risolve in una dolorosa illusione che la protagonista, poco amante delle mezze misure, decide di troncare a costo di soffrire. Ma il regista decide di non lasciare Gloria a un destino di quieta rassegnazione, mentre il mondo va avanti e la figlia addirittura emigra oltreoceano per seguire un nuovo amore. E così Gloria, sulle note della canzone omonima di Tozzi (o per la precisione della sua cover spagno la, famosissima in Sud America), sembra ritrovare la forza, o per lo meno l orgoglio, di andare avanti da sola, nel soprassalto di vitalità di chi rifiuta di lasciarsi andare La pellicola di Lelio (prodotta dal conterraneo Pablo Larrain, regista di No - I giorni dell arcobaleno) pur risolven dosi apparentemente nell intimità di una vicenda privata, apre tuttavia occasionali squarci su una società divisa tra l apatia e il desiderio di cambiare, proprio come la protagonista. E si ri solve in un fragile inno di speranza per chi non si arrende al passare del tempo, per chi vuole innanzitutto continuare almeno a provare ad essere felice a modo suo. Pag. 14

16 Dom. 2 - Lun. 3 Marzo ZORAN IL MIO NIPOTE SCEMO Regia: Matteo Oleotto Commedia Italia, Slovenia 2013, durata: 103' Cast: Giuseppe Battiston, Teco Celio, Rok Presnikar, Marjuta Slamic, Roberto Citran. Sceneggiatura: Matteo Oleotto, Daniela Gambaro,Pier Paolo Piciarelli,Marco Pettenello Musica: Antonio Gramentieri Montaggio: Giuseppe Trepiccione Uno zio antisociale e un nipote bizzarro, ma con un talento particolare. Intervista a Matteo Oleotto (tratta da Chi era Matteo Oleotto prima di diventare regista? Matteo è sempre stato follemente innamorato delle Storie, quelle con la S maiuscola. Storie da ascoltare, da trovare e da inventare. E le storie le ha sempre cercate in mezzo alla vita di tutti i giorni. Prima di dedicarsi completamente alla regia ha lavorato come telefonista in un call-center, come bagnino, in una ditta di traslochi, in un autolavaggio, come operaio in una ditta di microcomponenti, assistente notturno di un ospedale psichiatrico, cameriere, aiuto cuoco, giardiniere, arbitro di basket, portiere d albergo e istruttore di nuoto. Si è poi diplo mato come attore all Accademia d Arte Drammatica Nico Pepe di Udine e poi come regista al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Una decina di anni di lavoro in televisione sempre però sognando di fare cinema. E oggi eccomi qui, a presentarmi a tutto il mondo! Che necessità ti ha spinto ad esordire con questa storia? Ho cercato di mettere assieme un po di cose che volevo raccontare. Un luogo geografico, i personaggi della mia terra e una bizzarra relazione tra due personaggi opposti. E così è uscito Zoran, il mio nipote scemo. Sono da sempre convinto che per il primo film bisogna concentrarsi su quello che si conosce bene. E io questo conosco. Conosco la mia terra, con le sue stranezze e le sue bellezze, cono sco i personaggi che la abitano e da sempre sono attratto dal loro modo di relazionarsi con il prossimo. Ho cercato una storia, assieme a Daniela Gambaro, Marco Pettenello, Pier Paolo Piciarelli, che potesse racchiudere tutto quello che volevo raccontare. Tu sei stato anche attore, cosa ti ha portato a scegliere anche la regia come mezzo di espressione artistica? Decisi d iscrivermi all accademia di teatro perché il Centro Sperimentale non mi permetteva di chiedere il rinvio per il militare. Mi sembrava una strada parallela molto interessante per arrivare alla regia. E così è stata. Appena finita l accademia sono riuscito ad entrare al Centro Pag. 15

17 Sperimentale e la carriera di attore l ho abbandonata se non per qualche amico che mi chie deva di partecipare a qualche lavoro. Ad oggi credo che il mio amore folle per gli attori, sia comunque figlio del mio percorso. Spesso, arrivati su un set, s investono decine di minuti per parlare col direttore di fotografia, scenografo, costumista e operatore. Io parto invece dagli attori. Mi piace vederli improvvisa re. Ascolto molto le loro proposte e chiedo agli altri reparti di organizzarsi in base alle loro scelte, nel limiti del possibile. Quindi se la scelta iniziale è stata un po casuale, ad oggi credo che rifarei tutto quello che ho fatto. Recensione di Stefano Radice (www.sentieridelcinema.it) In un paesello del Friuli la vita trascorre tra poco lavoro e bevute in osteria giocando a frec cette. Paolo Bressan (Giuseppe Battiston) è un uomo solo, arrabbiato con il mondo e forse con sé stesso per non essere riuscito a tenersi l unica persona che abbia mai amato, ovvero la sua ex moglie. Lavora in una mensa per anziani ed è astioso con tutti i suoi concittadini. La sua vita cambia quando in eredità da una vecchia zia slovena che non vede da anni, e che forse non ha mai conosciuto, riceve Zoran, un adolescente (interpretato da Rok Presnikar, davvero bravo) che parla un italiano aulico e quasi ottocentesco (ricordate il personaggio di Bruno Ganz in Pane e tulipani?); il suo compito è ospitarlo fino a quando al ragazzo non verrà trovata una famiglia di accoglienza. Durante la convivenza Paolo, che vive la presenza del ni pote come un grande disturbo, si accorge del grande talento di Zoran nel lanciare le freccette e decide di approfittarne. Ma non tutto va per il verso giusto nei desideri di Paolo, che deve fare i conti con i sentimenti di Zoran e soprattutto con se stesso. Pur in chiave da commedia (non mancano scene diverdivertenti dove si ride con piacepiacere) Zoran, il mio nipote scescemo è un film di formazione, anche se a crescere e a mamaturare non sarà Zoran, ma Paolo che poco a poco, gragrazie alla presenza del nipote, prende coscienza dei propri limiti, del proprio egoismo e del rancore che ha nei conconfronti dei suoi concittadini. In un finale liberatorio, sarà proprio Zoran ad aiutarlo a capire di aver bisogno degli altri e a riconciliarsi con la propria vita. Il film è l opera prima di Matteo Oleotto che ha dise gnato su misura per Battiston un personaggio cui l attore ha dato vita dimostrando ancora una volta le sue grandi capacità interpretative, anche se un po lontane dai personaggi che Battiston ha spesso interpretato. Ma grande protagonista è soprattutto la vita di provincia, che il regista ha saputo rappresentare con vivacità ed efficacia sul grande schermo. Pag. 16

18 Dom. 9 Lun. 10 Marzo QUESTIONE DI TEMPO Regia: Richard Curtis Commedia, Romantico Usa 2013, durata: 123' Titolo originale: About time Cast: Domhnall Gleeson, Rachel MacAdams, Tom Hollander, Bill Nighy Fotografia: John Guleserian Sceneggiatura: Richard Curtis Montaggio: Mark Day Un ragazzo, timido e un po' goffo, ha un dono: può tornare indietro nel tempo e rivivere alcuni momenti chiave della sua vita. Intervista a Richard Curtis (tratta da Questione di tempo racconta di una famiglia normale, dove tutti si vogliono bene e nessu no si odia. Non si sente in controtendenza rispetto le opere cinematografiche e televisive contemporanee? Io riporto quello che vedo, e quello che mi viene naturale riportare. Ho avuto un infanzia molto felice, forse il mio compito è proprio scrivere che nella vita ci sono ancora cose belle, non solo quelle brutte. Pochi giorni fa ero in spiaggia e ho avuto modo di incontrare giovani coppie innamorate, con bambini, li ho visti vivere dei momenti felici insieme. Il problema è che spesso ci si focalizza troppo solo su un aspetto negativo, considerandolo come totalità. Per esempio se si vede una coppia felice litigare si pensa subito che in realtà siano infelici, non si pensa mai in positivo. Il film racconta non solo una storia d amore classica ma anche un profondo legame tra pa dre e figlio. Che cosa l ha spinta a compiere questa scelta stilistica? La storia d amore fra Tim e Mary rappresenta solo il 50% del film. Il primo amore che provia mo è quello verso la famiglia. Se sei abbastanza fortunato incontri una persona che si inna mora di te con cui formare una nuova famiglia, che si prenderà poi cura anche della vecchia. Credo di non aver capito fino in fondo questo aspetto sinora. In Quattro matrimoni e un fu nerale per esempio ho analizzato maggiormente la sfera dell amicizia. Negli ultimi tempi ho avuto tre importanti perdite, dei lutti che mi hanno spinto a comprendere di più il valore del la famiglia. Un modo per elaborarli è stato attraverso la formula del viaggio temporale. Come mai ha scelto di aggiungere l elemento fantasy dei viaggi nel tempo come espediente narrativo? Ho sempre avuto questa idea che i giorni e i momenti migliori siano quelli più ordinari. Se si potesse scegliere come passare l ultimo giorno della propria vita io non sceglierei mai, per esempio, di vivere la candidatura per un Oscar o un evento tanto atteso, perché poi si finisce Pag. 17

19 per condividerlo con gli estranei. Penso che la vera felicità sia quella che si ha quando si sta con i propri cari. Questo è quello che volevo raccontare nel film, un giorno ordinario. Il pro blema è che poi sarebbe diventata una sorta di documentario! Quindi ho inserito l espedien te nei viaggi nel tempo. Un personaggio che può scegliere di rivivere qualsiasi giornata, ma non sceglie quelle straordinarie, bensì le più ordinarie. Recensione di Simone Fortunato (www.sentieridelcinema.it) Terzo film da regista per Richard Curtis, una vita da sceneggiatore di tanti film leggeri, dalle gag con protagonista Mr Bean a cult generazionali come Notthing Hill e Quattro matrimoni e un funerale. Con Questione di tempo, che scrive e dirige, firma senz'altro il suo film più com plesso e interessante. La storia riprende il canovaccio della più classica delle commedie senti mentali. Film colto, fantasioso e ben costruito. I meriti sono da dividersi in parti uguali: da un lato un cast di attori eccezionalmente in parte: Gleeson è un vero fenomeno e il feeling con Rachel MacAdams è perfetto anche per una prova sicura e sotto le righe della giovane attrice canadese, icona, almeno finora di un certo cinema disimpegnato e leggero e qui finalmente alle prese con un ruolo ben scritto e strutturato. Ma è tutto il cast a girare bene: Nighy, nella parte fondamentale di un padre commosso compagno e partecipe delle avventure del figlio, si conferma come uno degli attori più versatili della sua generazione e poi le tante spalle. Tom Hollander in quelli di un drammaturgo sull'orlo di una crisi di nervi, Richard Cordery, Li dya Wilson e Lidsay Duncan nei panni rispettivamente dello zia, della sorella e della madre del protagonista. Tanto merito va però anche a Curtis che, almeno per chi scrive, non è mai sembrato autore di livello ma semplice esecutore di commedie più o meno riuscite. E invece qui centra il bersaglio a partire da un'idea semplice trattata con grande profondità e che, a costo di rivelare qualche passaggio narnarrativo, vale la pena mettere in evievidenza: Tim infatti torna indietro nel tempo e può farlo solo per la propria vita; come gli ricorda il papadre, non può certo ammazzare HiHitler o passare una notte focosa con Elena di Troia. Questo costrincostringe il ragazzo letteralmente a fare i conti con il proprio passato e giudicare la propria vita. All'inizio è tutto un gioco, o quasi. Tim fa il furbo: ci prova con un'amica bellona della sorella e si costruisce tante occasioni per conquistarla. Poi però, quando la realtà si fa più stringente e Tim si innamora davvero della bella Mary (Rachel MacAdams), questo strano potere è usa to in modo diverso. Non solo per correggere i propri sbagli ma per gustare di più, renderli infiniti i momenti più belli di un'intera vita insieme. Più profondo di Sliding Doors, Que stione di tempo è un film sorprendente non solo per la positività di fondo della storia, ma anche per la semplicità di una metafora quella dei viaggi nel tempo che possono essere let ti in chiave di veri e propri ricordi che è davvero la questione della vita. Imparare, anche a partire dai propri errori, a vivere con intensità e senza distrazioni ogni momento della giorna ta perché, come racconta la voce fuori campo di Tim, il vero motore dell'azione è l'amore inteso non in termini di puro sentimento ma come servizio all'altro, gratuito e nobile. Pag. 18

20 Dom Lun. 17 Marzo PRISONERS Regia: Denis Villeneuve Thriller USA 2013, durata: 153' Cast: Jake Gyllenhaal, Hugh Jackman, Maria Bello, Paul Dano, Viola Davis. Sceneggiatura: Aaron Guzikowski Montaggio: Gary Roach Fotografia: Roger Deakins Musiche: Jóhann Jóhannsson Il drammatico rapimento di due bambine che sembrano scomparse nel nulla. Intervista a Denis Villeneuve (tratto da Prisoners è il secondo film che hai fatto con Jake Gyllenhaal dopo Enemy. Che caratteristica ha che ti piace? Quando ci siamo seduti l uno di fronte all altro per la prima volta, abbiamo scoperto di avere gli stessi obiettivi artistici. Io desideravo creare un laboratorio con un attore e sviluppare un metodo. Nei miei film precedenti, sentivo di non avere abbastanza tempo da dedicare agli at tori; ero sempre di fretta. Sviluppavo le mie tecniche con il direttore della fotografia nella sala di montaggio e continuavo a sperimentare ma sentivo l esigenza di lavorare di più con gli attori. Adoro il cinema e ho pensato di impostare un film in modo che avessi il pretesto di de dicare molto tempo ad una sola persona. E Jake era un persona, che sentivo che si trovava in un momento della propria vita in cui desiderava uscire dal sistema di Hollywood e fare qual cosa di diverso e divertirsi. Ti avevano già proposto di dirigere un film Hollywoodiano? Sì, sono stato contattato dopo Polytechnique, per dirigere un film a Hollywood. E ho letto diverse sceneggiature. E dopo la donna che canta, le proposte sono aumentate. Come filmmaker, ho sempre amato l idea di fare un film negli Stati Uniti. Volevo la possibilità di esplo rare un altra cultura e lavorare con gli attori là, e volevo sapere come fosse girare un film a Hollywood. Oltre ad essere regista sono anche un appassionato cinefilo e adoro i film ameri cani. Quindi perché proprio Prisoners? Quando ho letto Prisoners, sapevo che era la sceneggiatura giusta per me. La bellezza di Pri soners, sta nella sua complessità; non è solo o bianco o nero, l argomento è molto cupo, e pone molti interrogativi. Mi piace questo aspetto. Sì, in effetti è un tema molto tetro, ma an che molto profondo ed ero certo che il pubblico si sarebbe identificato con questi personaggi e la terrible situazione che li affligge. Ciascun personaggio del film è, in un modo o nell altro Pag. 19

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