Barbacetto Gianni - Campioni d'italia

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1 Gianni Barbacetto Barbacetto Gianni - Campioni d'italia Campioni d'italia Con una prefazione di Enrico Deaglio Le Querce Copyright 2002 Marco Tropea Editore s.r.l. Milano Marco Tropea Editore L'Italia è una Repubblica delle banane, come dice l'economist, o dei fichi d'india, come dice Gianni Agnelli? L'interrogativo sull'adeguatezza del nostro paese rispetto agli standard democratici e civili europei, sollevato durante l'ultima campagna elettorale dalla stampa nazionale ed estera, è ancora aperto. Quali sono le vicende, i personaggi, i casi che si fanno ambasciatori di un'italia poco seria e credibile? Per rispondere a queste domande, Gianni Barbacetto, inviato di Diario, presenta un campionario di italiani noti, notissimi o sconosciuti, che disegna il profilo di un paese dove le regole sono derise e l'illegalità è spesso considerata una carta da giocare nella partita per il successo. Nelle pagine di Campioni d'italia ci sono le storie di Flavio Briatore e Gianni Versace, di Enrico Cuccia e Giancarlo Elia Valori, di Raul Gardini e Vittorio Emanuele di Savoia, di Francesco Delfino e di Primo Greganti, di Licio Gelli, di Edgardo Sogno e di Roberto Formigoni... Non potevano mancare gli uomini del Presidente, da Pera a Scajola a Pisanu, e una ricostruzione delle prime tappe percorse dall'attuale governo di centrodestra. Sono tanti questi campioni d'italia che hanno attraversato da protagonisti, nel bene o nel male, i tre grandi sistemi dell'illegalità: la corruzione, la criminalità organizzata, l'eversione politica. E sorprendenti sono le analogie, i fili che uniscono personaggi, ambienti e tempi diversi: è come trovarsi in presenza di una coazione a ripetere, di uno spirito cattivo che predilige la furbizia e disprezza le regole. Riallacciando quei fili, Barbacetto consegna ai lettori tanti pezzi della nostra storia recente, i misteri, le trame e i tentativi di riscatto di uno "strano" paese. Gianni Barbacetto nato a Milano nel 1952, ha lavorato come giornalista al Mondo e all'europeo. Dal 1996 è inviato di Diario. Ha pubblicato Milano degli scandali (1991), con Elio Veltri; Il grande vecchio (1993); e Mani pulite (2002), scritto con Peter Gomez e Marco Travaglio. A Cristina e al Pesciolino Ringraziamenti Grazie a Dario, Vittorio, Lamberto, Paolo, Enrico, che mi hanno permesso di fare un mestiere che mi piace molto. Un ringraziamento a Corrado Stajano e a Catia Malavenda, Isabella Bertoletti, Gianni Ballarini, Enrico Bellavia, Paolo Biondani, Beppe Cremagnani, Monica Cuel, Enzo D'Antona, Peter Gomez, Vittorio Malagutti, Paolo Odello, Angela ed Enrica Olivella, Pino Sarcina, Giuseppe Traina, Marco Travaglio, Gianfrancesco Turano e a tutti gli amici che mi hanno dato una mano per questo libro. 1agina p

2 Prefazione nrico Deaglio Barbacetto Gianni - Campioni d'italia I "campioni d'italia" che sfilano nel libro di Gianni Barbacetto formano davvero un corteo stravagante: avanzano ognuno per proprio conto, senza disciplina, si sgambettano l'uno con l'altro, qualche volta gridano forte per farsi sentire, più spesso si nascondono per farsi temporaneamente dimenticare. Non sfilano neppure dietro un'insegna, né riconoscono un capo che non sia un capo di giornata, di occasione. Eppure, i quaranta personaggi formano un qualcosa di unico, rappresentano lo stile di un'epoca: è l'italia degli ultimi trent'anni, che ci passa davanti, facendo sberleffi all'italia ordinata delle forze e delle passioni organizzate, quella che con i propri sentimenti collettivi pensa di avere trasformato il paese. Come se, invece di servirvi al tavolo di un buon ristorante, vi facessero sedere in cucina davanti ai cuochi che preparano i cibi: non sempre è gradevole. Gianni Barbacetto ha scovato queste quaranta storie - che definisce "esemplari, o repellenti o bislacche" - per Diario e le ha narrate nel corso degli ultimi cinque anni, dall'inizio di vita del settimanale a oggi, fornendo sempre ottima materia per l'interesse dei lettori. Non erano storie visibili; erano piuttosto storie sconosciute o dimenticate che bisognava andare a rintracciare sui luoghi, ascoltando vecchi testimoni o rimettendo insieme carte sparpagliate: segreti di vite passate, inizi di carriera da far dimenticare, piccoli misteri che i protagonisti avevano tutta la comprensibile voglia di non far conoscere. La ricerca ha il fascino della perlustrazione di un grande palazzo ufficiale che i visitatori ammirano per la sua imponenza e razionalità e in cui però i turisti curiosi, eludendo la sorveglianza dei custodi, scoprono stanze senza finestre, cunicoli, passaggi segreti, cassaforti nascoste, quadri abbandonati che ritraggono personaggi sconosciuti, pergamene chiuse con la ceralacca. Ogni paese è affascinato dai suoi misteri, che in qualche modo ne plasmano l'identità nazionale. Gli inglesi si appassionano ancora alle vere generalità di Jack lo Squartatore, i francesi fanno il tifo per la vendetta del conte di Montecristo, i tedeschi sono attratti dai misteri delle foreste, dei suoi abitanti e dei suoi sortilegi, gli americani sono inquieti per l'enormità dei loro delitti, da John Kennedy alle Twin Towers, perché li considerano troppo facili da eseguire senza l'esistenza di qualche complotto. L'Italia fornisce il più lungo campionario di misteri: Chi mise le bombe? Chi sapeva dove era imprigionato Aldo Moro? Come crollarono veramente i grandi istituti bancari, i grandi gruppi industriali? Quanti sono e dove sono i soldi della mafia? Come hanno fatto alcune persone a diventare improvvisamente ricche? Il libro di Gianni Barbacetto fa sfilare un corteo vociante di protagonisti, ognuno dei quali ha qualcosa da dire, qualcosa da far sapere su come andarono realmente le cose, o perlomeno il pezzo di storia che li riguarda. Proviamo a nominarne qualcuno: il gangster romano che ottiene di essere sepolto in una cripta riservata ai papi; il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra, che architetta un sofisticato sistema di spartizione delle tangenti; la star della moda italiana che si ritrova ucciso a Miami nel più improbabile dei delitti; il terrorista fascista che scopre di essere stato usato come una pedina; il più importante banchiere italiano, terrorizzato da un incontro a New York, che si porterà il segreto nella tomba; il generale dei carabinieri che conosce fin troppo bene i segreti dei sequestri di persona; il giovane brigatista che fonda una colonna clandestina sotto gli occhi amichevoli di un carabiniere; l'industriale che fonda una fortuna sui rifiuti di Milano; il ragazzo della campagna di Cuneo che diventa un boss della Formula Uno e il fidanzato della donna più bella del mondo; il figlio del Re molto più vicino agli affari che all'etichetta di Corte; l'industriale sconosciuto cui tutti pubblicano libri e abbassano la voce quando viene pronunciato il suo nome. 2agina p

3 Sono tutti tipi molto tenaci e, tranne il figlio del Re, persone che si sono fatte da sole. Abituate a stare sulla breccia, a non dare nulla per perduto. Persone che non hanno ripensamenti, né tantomeno pentimenti. Persone pratiche, che inseguono un obiettivo, in genere di potere personale. Ad alcune di loro è capitato un incidente di percorso, ma la maggioranza continua a lottare, a ballare sulla corda, senza rete. Leggere le loro storie forse vi farà sobbalzare; forse vi farà indignare o forse solamente vi divertirà. Ma i "campioni d'italia" hanno comunque un pregio: non sono noiosi. Enrico Deaglio Introduzione: Banane? L'Italia è una Repubblica delle banane, come dice l'economist, o dei fichi d'india, come dice Gianni Agnelli? La domanda sulle banane è stata posta, in maniera provocatoria, nella campagna elettorale del 2001, conclusasi con la vittoria di Silvio Berlusconi. Famosi commentatori nazionali e autorevoli testate straniere (anche di parte conservatrice, come appunto l'economist) si sono chiesti se l'italia in cui il Berlusconi dei molteplici conflitti d'interesse e dei tanti processi in corso stava per ottenere un trionfo plebiscitario fosse da considerare un paese degno degli standard democratici e civili europei. Il trionfo, poi, in realtà non c'è stato: c'è stata una vittoria di misura del centrodestra, amplificata in Parlamento dal sistema elettorale maggioritario e dalle divisioni nel fronte antiberlusconiano. L'Italia non è (ancora) un paese berlusconizzato. Ma tutti i problemi su Berlusconi posti, in Italia e all'estero, prima della sua vittoria restano sul tappeto, senza soluzione. Ora, anzi, rischiano di aggravarsi. La domanda, dunque, può e deve essere posta di nuovo, come ha fatto ancora l'economist nell'estate 2001 quando, a proposito della legge che ha depenalizzato il falso in bilancio, ha commentato: "E' una legge di cui si vergognerebbero anche i cittadini di una Repubblica delle banane". La situazione non è migliorata dopo la data-svolta dell'11 settembre 2001, dopo l'attacco terroristico a New York e Washington: con le gaffe (o errori di sostanza?) del premier italiano su argomenti delicatissimi come il confronto tra Occidente e Islam, con l'evidenziarsi della scarsa considerazione di cui gode nelle cancellerie e nel consesso internazionale, con l'eco negativa che hanno avuto all'estero leggi che non aiutano certo la lotta al terrorismo, come quella sulle rogatorie internazionali... Strano paese, il nostro. Ma per rispondere alla domanda-provocazione sulle banane, naturalmente, non basta né un tranquillizzante no, né un troppo semplice sì. Si può rispondere, invece, raccontando alcune storie. Tirando i fili di alcune inchieste giornalistiche. Ricordando vicende del recente passato. Attraversando la vita di alcuni personaggi. E allora, ecco qui. Ecco le storie esemplari o bislacche o repellenti di italiani noti, notissimi o sconosciuti, ma che comunque disegnano il profilo di un curioso paese, dove l'illegalità è considerata una carta in più nella partita per il successo (Viva l'italia). Ecco poi tre gallerie di personaggi che hanno attraversato da protagonisti, nel bene o nel male, i tre grandi sistemi dell'illegalità italiana, la corruzione politica (Mani pulite è finita), la criminalità organizzata (La mafia non c'è più), l'eversione politica, di destra, di sinistra e di Stato (Innocenti eversioni). Infine, ecco in pillole i primi passi del regimetto che si è installato in Italia (Il fattore B). I fili che uniscono personaggi diversi e storie diverse e ambienti diversi e passato e presente sono sorprendenti: c'è qualcosa, in questo paese, che assomiglia a una coazione a ripetere, o a una pulsione da serial killer. Un cattivo spirito che fa ammirare la furbizia e disprezzare la legalità, in questo paese senza rivoluzione borghese e senza una destra degna di questo nome. 3agina p

4 Alla fine, ognuno potrà dire: ma guarda com'è parziale questo Barbacetto, ha dimenticato Tizio, ha sopravvalutato Caio, ha sottovalutato Sempronio... Ma nessun campionario è mai completo, nessun catalogo può pretendere di risultare esaustivo, nessuna mappa dell'impero è mai ricca quanto l'impero. Mi basta aver disegnato un grande coro di facce e di storie italiane, di furberie, codardie, porcherie, illegalità, e qualche eroismo. 1. Viva l'italia Vita da Formula Uno. Flavio Briatore Flavio Briatore "La Formula Uno non è uno sport. E' soltanto un business" ripete uno che se ne intende, uno che ha vinto due campionati del mondo di Formula Uno: Flavio Briatore, uomo dalla vita spericolata. Oggi si accontenta dei neopaparazzi che lo ritraggono con Naomi o senza Naomi, dei cronisti-invitati che raccontano le notti al Billionaire o nella sua principesca casa di Londra, dei nuovi nani e ballerine di regime che ne condividono le gesta. Ma per arrivare alla Costa Smeralda, allo yacht con i quadri d'autore, a non poterne più di Naomi, ce n'è voluta di fatica. Una vita intensa, da Formula Uno. Difficile da raccontare: perché sono due le storie di Flavio Briatore. Una è la favola di un giovane brillante e ambizioso che compie un salto dal bollito misto alla nouvelle cousine, che parte dalla campagna piemontese, dalla Provincia Granda, fa mille mestieri, dall'assicuratore al maestro di sci, fino ad approdare al successo: ai trofei di Formula Uno e, ancor più in alto, alle copertine patinate al fianco di Naomi Campbell. L'altra è la storia di affari non sempre limpidi, bische clandestine, polli da spennare al poker o allo chemin-de-fer, una latitanza in isole esotiche, bombe e autobombe, cattive compagnie, trafficanti d'armi e boss mafiosi. Che playboy, il Tribüla Le due storie hanno in comune il punto di partenza: Verzuolo, vicino a Saluzzo, provincia di Cuneo. Qui, il 12 aprile 1950, nasce Briatore Flavio, segno zodiacale Ariete, messo al mondo da due insegnanti elementari che sognano il figlio avvocato. Invece a Flavio basta e avanza il diploma di geometra, ottenuto ("con il minimo dei voti" dice compiaciuto) all'istituto Fassino di Busca, con tesina dal titolo "Progetto di costruzione di una stalla". Giovanotto, a Cuneo lo ricordano già smanioso di fare strada. Frequenta il Country Club, allora luogo d'incontro della Cuneo bene. E' un po' playboy, un po' gigolò. Il nomignolo che gli sibilano alle spalle, quando passa sotto i portici di corso Nizza, è Tribüla: in Piemonte si dice di uno che fa fatica, che si arrabatta. Ma il Tribüla ha fretta di arrivare. Va bene fare il maestro di sci a San Giacomo di Roburent, va bene tentare di vendere polizze d'assicurazione ras, ma Flavio cerca il posto giusto, l'affare vincente, il colpo grosso. Gli sembra di aver fatto un bel salto quando diventa l'assistente, il factotum di un finanziere locale molto noto a Cuneo, Attilio Dutto, che tra l'altro aveva rilevato la Paramatti Vernici, una ex azienda di Michele Sindona. Ma alle otto di un mattino fine anni settanta, Dutto salta in aria insieme alla sua auto: gran finale libanese per un piccolo uomo d'affari cuneese. La verità su quel botto del 1979 non si è mai saputa; in compenso sono fiorite leggende di provincia, secondo cui a far saltare in aria il finanziere sarebbe stato il clan dei marsigliesi... Di certo c'è solo che il Tribüla, dopo quel fuoco d'artificio, sparisce da Cuneo. Ricompare a Milano. Casa in piazza Tricolore, molta ricchezza esibita, cattivo gusto profuso a piene mani. Occupazione incerta. Frequenta agenti di cambio e remisiers, bazzica la Borsa, si dà arie da finanziere. Riesce a convincere il conte Achille Caproni (erede della famiglia che aveva fondato la Caproni 4agina p

5 Aeroplani) a rilevare la Paramatti. Diventa consulente della cgi, Compagnia generale industriale, la holding dei conti Caproni. Risultati disastrosi: la Paramatti naufraga nel crac; la cgi viene spolpata, il pacchetto azionario venduto all'efim (cioè allo Stato), le società del gruppo subiscono fallimenti a catena, gli operai sono messi in cassa integrazione, banche e creditori sono lasciati con un buco di 14 miliardi. Briatore, però, non se ne preoccupa: per un certo periodo si presenta in pubblico come discografico, gira per feste e salotti con una cantante al seguito: Iva Zanicchi. Il Tribüla continua faticosamente a inseguire il colpo grosso, a sognare il grande affare. Nell'attesa, si impegna in un'attività divertente e remunerativa: trova una compagnia da Amici miei con cui tira scherzi birboni ai polli di turno. C'è un finto marchese, Cesare Azzaro, che si ritiene il miglior giocatore di carte del mondo. C'è un conte vero, Achille Caproni di Taliedo, rampollo della famiglia che ha fatto volare gli aerei italiani. C'è un avvocato dal nome altisonante, Adelio Ponce de Leon. E uomini dello spettacolo e della tv, Pupo (al secolo Enzo Ghinazzi), Loredana Berté, Emilio Fede, al tempo - erano i primi anni ottanta - al vertice della sua carriera in rai, vicedirettore del Tg1 e conduttore del programma Test. L'ambiente è una sorta di laboratorio dell'"edonismo reaganiano" sbertucciato da Roberto D'Agostino: soldi, affari, gioco, belle donne, il tutto shakerato con una buona dose di cattivo gusto. Luoghi d'incontro, case e bische a Milano e Bergamo, le ville del conte Caproni a Vizzolo Ticino e a Venegono, hotel e casinò in Jugoslavia e in Kenya. Dalle stalle alla stella Le feste del contino Attilio, spalleggiato dal brillante Briatore, fanno rivivere alla villa di Vizzolo i fasti degli anni trenta, quando sulle rive del Ticino arrivava il Duce per pranzare con l'amico Giovanni, l'inventore della Caproni Aeroplani. Nella versione anni ottanta, invece, le feste, poi le battute di caccia, infine i safari in Africa sono occasioni per proporre grandi affari, allettanti business. Che restano però sempre progetti: di concreto c'è sempre e solo un mazzo di carte che spunta all'improvviso su un tavolo verde. Cadono nella rete l'imprenditore Teofilo Sanson, quello dei gelati (su quel tappeto verde lascia 20 milioni dell'epoca), il cantante Pupo (60 milioni), l'armatore Sergio Leone (158 milioni in due serate all'hotel Intercontinental di Zagabria), l'ex vicepresidente della Confindustria Renato Buoncristiani (495 milioni), l'ex presidente della Confagricoltura Giandomenico Serra (un miliardo tondo tondo, in buona parte in assegni intestati a Emilio Fede). E tanti, tanti altri... A posteriori, il Tribüla la racconta così: "Mi piacevano scala quaranta, scopa, poker, chemin... No, il black jack non l'ho mai capito, la roulette non mi ha mai preso. Tra noi c'erano anche bari, io non c'entravo nulla, però, lo ha scritto anche Emilio Fede nel suo libro. Dall''83 non gioco più, qualche colpo a ramino, stop". In verità la storia è più complessa: un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello, dedito al traffico di droga e al riciclaggio, aveva pianificato (e realizzato per anni) una truffa alla grande, con carte truccate e tutti gli optional del caso; e i polli da spennare, chiamati gentilmente "clienti", erano individuati con un'azione scientifica di studio e di ricerca, dopo aver comprato informazioni da impiegati compiacenti dentro le banche e dopo aver compilato accurate schede informative (complete di disponibilità finanziarie, interessi, relazioni, gusti: meglio agganciarli proponendo una battuta di caccia o portando un paio di ragazze molto disponibili?). Briatore, a capo di quello che i giudici chiamano "il gruppo di Milano", nel business aveva il delicato compito di agganciare i clienti di fascia alta, ingolosirli con qualche buon affare, farli sentire a loro agio con una adeguata vita notturna. E poi spennarli. Il gioco s'interrompe con una retata, una serie d'arresti, un'inchiesta giudiziaria e un paio di processi. Fede è assolto per insufficienza di prove, Briatore è condannato in primo grado a un 5agina p

6 anno e sei mesi a Bergamo, a tre anni a Milano. Ma non si fa un solo giorno di carcere, perché scappa per tempo a Saint Thomas, nelle isole Vergini, e poi una bella amnistia all'italiana cancella ogni peccato. Cancella anche dalla memoria un numero di telefono di New York ( ) segnato nell'agenda di Briatore accanto al nome "Genovese" e riportato negli atti giudiziari del processo alle bische: "E' un numero intestato alla ditta G&G Concrete Corporation di John Gambino, con sede in 920, 72 Street, Brooklyn, New York. Tanto il Gambino quanto il Genovese sono schedati dagli uffici di polizia americana quali esponenti di rilievo nell'organizzazione mafiosa Cosa Nostra". Donne e motori Il Tribüla di Cuneo ne ha fatta di strada. Malgrado la latitanza, Briatore ha finalmente conquistato, tra Saint Thomas e New York, la vita che ha sempre inseguito: soldi, affari e belle donne da esibire. Arie da playboy se l'è sempre date ("A sei anni il mio primo bacio, a quattordici la prima donna vera, Marilena, credo di Saluzzo. Vera, in quel senso lì"). Allora le sue fidanzate si chiamavano Anna Zeta, Beba. Più tardi arrivano Cristina, Nina, Giovanna, Emma. Infine Naomi. Un'amica di Giovanna racconta a chi scrive - dopo un giuramento e mille assicurazioni di anonimato e segretezza - una disperata telefonata notturna: Giovanna, in lacrime, le confidava di aver trovato Flavio in compagnia, a letto: ma - e ciò la faceva più soffrire - in compagnia di un uomo. Vita privata, fatti suoi. Figurarsi se qualcuno vuol mettersi a giudicare i suoi gusti. E' la vita pubblica di Briatore, invece, che dopo l'"incidente" delle bische compie un salto: Flavio, ricercato, condannato e latitante, alle isole Vergini spicca il volo definitivo verso il successo. Prima della tempesta, ai bei tempi della casa di piazza Tricolore, aveva conosciuto Luciano Benetton. A presentarglielo era stato Romano Luzi, maestro di tennis di Silvio Berlusconi e poi suo fabbricante di fondi neri. Aveva poco o nulla in comune, Benetton, con Briatore: non approvava certo la sua casa, il suo stile di vita, la sua esibizione di donne e di ricchezza. Ma il Tribüla è un grande seduttore, conquista uomini e donne, è affascinante, sa farsi voler bene. In più, il rigoroso Benetton era rimasto affascinato dalla diversità del suo interlocutore, dal suo lato oscuro: "E' un po' teppista ma è tanto simpatico" rispondeva Luciano agli amici che gli chiedevano che cosa avesse mai in comune con quel tipo, dopo averlo messo in guardia per le brutte storie che giravano sul suo conto. Fatto sta che Briatore apre alle isole Vergini qualche negozio Benetton e fa rapidamente carriera nel ristretto gruppo di manager dell'azienda di Ponzano Veneto. Come venditore è bravo. Riuscirebbe a vendere anche il ghiaccio al Polo Nord, dice di lui chi lo conosce bene. Il successo e i soldi fanno archiviare nel dimenticatoio anche un'altra storia che sfiora Briatore nei primi anni ottanta. Una vicenda complicata di titoli di Borsa che passano di mano, di azioni Generali, mica noccioline: un pacchetto di oltre 330 miliardi. Protagonisti: Mazed Rashad Pharson, sceicco arabo e finanziere internazionale, e Florio Fiorini, padrone della finanziaria sasea, ex manager eni, esperto di mercato petrolifero. Il pacchetto di Generali passa di mano per sette anni, prima di tornare in Italia, perché diventa la garanzia di opache transazioni internazionali: di petrolio tra la Libia e l'eni, di armi ed elicotteri da guerra (gli americani Cobra) che dopo qualche triangolazione (con il Venezuela, con il Sudafrica) finiscono a Gheddafi malgrado l'embargo. La vicenda, in verità, è rimasta oscura. Certo è che per recuperare le azioni si è mosso nientemeno che il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia e che, nel suo giro del mondo, il superpacchetto di Generali è passato anche per una sconosciuta fiduciaria milanese, la Finclaus, sede in corso Venezia, capitale sociale soltanto venti milioni, fondata nel 1978 da Luigi Clausetti, ma per qualche tempo nelle mani di Flavio Briatore. 6agina p

7 Stinchi di santo I personaggi che Briatore frequenta, quelli con cui discute di affari, donne e motori, continuano a non essere proprio stinchi di santo. Tanto che il suo nome anche negli anni novanta finisce dritto in una megainchiesta antimafia condotta dai magistrati di Catania, accanto ai nomi di mafiosi dalla caratura internazionale. Niente di penalmente rilevante, intendiamoci: lui, Briatore, non è stato indagato; ma la sua voce resta registrata in conversazioni con boss di rango. Felice Cultrera, uomo d'affari catanese che fa riferimento al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, è il centro dell'inchiesta antimafia. Stava imbastendo business di tutto rispetto: la costruzione di cinquemila appartamenti a Tenerife; l'acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istambul, Praga, Malta, Montecarlo, da usare per riciclare denaro sporco; la commercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore; l'intermediazione di armi pesanti e l'acquisto di elicotteri (con la presenza nell'affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul traffico d'armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi); l'avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong Kong, Montecarlo... Un vortice d'affari, di contatti, di relazioni. Ebbene, chi è uno degli interlocutori dell'attivissimo Cultrera? Proprio Flavio Briatore (del resto, il gruppo dei catanesi coltivava buoni rapporti anche con i fratelli Alberto e Marcello Dell'Utri e con il generale dei carabinieri Francesco Delfino). Nel maggio 1992, dunque, Cultrera e Briatore, intercettati dalla dia (la Direzione investigativa antimafia), conversano amabilmente di affari e affaristi. Briatore chiede consigli: racconta che un certo Cipriani (è il rampollo della famiglia veneziana), spalleggiato da tal Angelo Bonanno, aveva cercato di intromettersi nella fornitura di motori di Formula Uno; per convincere l'uomo del team Benetton, Cipriani gli aveva squadernato le sue referenze: "Sono amico di Tommaso Spadaro, sono amico di Tanino Corallo". Nomi d'oro, nell'ambiente: Spadaro è il ricchissimo boss padrone dei casinò dell'isola caraibica di Saint Martin; Corallo è l'uomo che qualche anno prima aveva tentato, per conto della mafia, la scalata dei casinò italiani di Saint Vincent, di Sanremo, di Campione. Cultrera ascolta con interesse, poi conferma all'amico Briatore che sì, è tutto vero: Bonanno "è uno pesante, inserito in una famiglia pesante". Infatti: Bonanno è un narcotrafficante del clan mafioso catanese dei Cursoti, coinvolto anche nell'indagine sull'autoparco di Milano. Dunque meglio non contrariarlo troppo. La seconda bomba Quando, il 10 febbraio 1993, una bomba esplode (è la seconda, nella vita di Briatore) davanti alla porta della sua splendida casa londinese in stile re Giorgio, in Cadogan Place, nell'elegante quartiere di Knightsbridge, distruggendo una colonna del porticato, sporcando di calcinacci i libri finti della libreria e facendo saltare i vetri tutt'attorno, qualche voce cattiva la mette in relazione con i traffici d'armi o altri commerci. Ma i giornali inglesi scrivono che si tratta di una "piccola bomba" dell'ira e che i terroristi potrebbero averla abbandonata proprio lì per paura di essere scoperti. Intanto Briatore è giunto al culmine (per ora) del suo successo. Il Tribüla si è preso le sue rivincite. Esibisce i suoi soldi, le sue donne, le sue case. Appartamento a New York, villa a Londra, attico a Parigi, pied-à-terre ad Atene, tenuta in Kenya (Lion in the sun). Aereo privato. Yacht di 43 metri, Lady in blue, con un Fontana e un Giò Pomodoro nel salone. Ha amici importanti soprattutto in Inghilterra (il mago della Formula Uno Bernie Ecclestone, ma anche David Mills, avvocato londinese di Berlusconi, specialista nella costruzione di sistemi finanziari internazionali "riservati", tipo All Iberian). Briatore è "arrivato" e lo fa vedere, senza risparmio. All'inizio degli anni novanta aveva preso in mano la scuderia Benetton di Formula Uno, creata nel 1986 da Davide Paolini e Peter Collins sulle 7agina p

8 ceneri della Toleman. Nel 1994 e nel 1995, con Michael Schumacher come pilota, la porta alla vittoria mondiale. "Ma la Formula Uno non è uno sport, è un business" ripete. E lui da questo business (offshore per definizione, fuori da ogni regola e da ogni trasparenza) ha saputo spremere miliardi. A trovare sponsor è bravissimo. Per il team spendeva molto, è vero, ma i suoi bilanci non hanno mai chiuso con disavanzi superiori ai tre miliardi: la Benetton, dunque, ha ottenuto una copertura pubblicitaria planetaria, del valore di almeno 15 miliardi all'anno, con esborsi piccolissimi o addirittura, dopo il 1993, con un guadagno di alcune centinaia di milioni. Ma Briatore non sta fermo. Mentre macina soldi in Benetton, cura anche business in proprio: compra e rivende la Kicker's (scarpe per bambini), acquista un'altra scuderia di Formula Uno, la Ligier (dopo qualche tempo la rivenderà ad Alain Prost), prende una quota della Minardi, poi diventa socio del team Bar. Forse è troppo anche per Luciano Benetton, che nel 1996 divorzia dall'amico "un po' teppista ma tanto simpatico". Niente di male, Briatore incassa una buonuscita di 34 miliardi (ma nulla è sicuro in questo campo) e subito si ripresenta con una sua azienda, la Supertech, in società nientemeno che con Ecclestone, che sviluppa i motori Renault e li fornisce a tre team, Bar, Williams, Benetton. Poi compra la casa farmaceutica Pierrel. Infine torna a guidare il team Benetton di Formula Uno. Ma apparire gli piace almeno quanto possedere. Le due cose si sono ben sposate nel Billionaire, discoteca con piscina ottagonale infarcita di vip a Porto Cervo, in Sardegna: buon investimento, ma soprattutto ottimo palcoscenico per le sue apparizioni in pantofoline di velluto bordeaux al fianco della Campbell. Storia ora finita, quella con Naomi, tra interminabili litigi e buonuscite miliardarie, per uno schiaffo scappato dalle mani dell'impulsivo Flavio. Storia mai iniziata, dicono i bene informati, invenzione a tavolino della pierre Daniela Santanché da Cuneo, amica di gioventù di Briatore e oggi pasionaria di Alleanza nazionale, deputata della Repubblica e animatrice del nuovo circo di regime, con i suoi nani e ballerine. Per Flavio Briatore la vita spericolata è diventata ormai vita dorata. Le brutte storie del passato nessuno le ricorda più. Il Tribüla di Cuneo è sparito: al suo posto, un uomo di successo, forse non raffinatissimo, ma ugualmente coccolato in salotti di ogni tipo, in cui si gioca al nuovo boom e si ripete il motto di Briatore: "Se vuoi, puoi". Sepolto come un papa. Renatino De Pedis Renatino De Pedis Enrico De Pedis, detto Renatino, è stato l'unico italiano che non ha potuto godere dell'assoluzione di Giulio Andreotti. Assoluzione doppia, a Palermo (dov'era imputato di mafia) e a Perugia (dov'era accusato di essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli). Assoluzione ecumenica, che ha mandato a casa puliti, a Perugia, tutti gli imputati davanti alla Corte d'assise: pulito Giulio Andreotti, senatore della Repubblica e sette volte presidente del Consiglio; pulito Claudio Vitalone, ex magistrato, ex senatore, ex ministro dc; puliti i mafiosi di Cosa Nostra (i boss Tano Badalamenti e Pippo Calò, il killer Michelangelo La Barbera) accusati di aver organizzato l'assassinio per fare un favore ad Andreotti; pulito Massimo Carminati, della banda della Magliana, che secondo l'accusa fu il secondo killer. Non ha potuto gioire, Renatino De Pedis - che della banda della Magliana è stato un boss - perché da molti anni riposa in pace: in una sontuosa tomba nella cripta di una basilica romana, in compagnia di santi, benefattori insigni e principi della Chiesa. Lui, che secondo la ricostruzione dei fatti presentata dalla pubblica accusa (e non accettata dalla Corte) fu uno dei protagonisti dell'operazione Pecorelli, lui che secondo i magistrati s'incontrò faccia a faccia con Vitalone per discutere gli affari della banda della Magliana, è stato il primo della compagnia a essere santificato: due mesi dopo la sua morte (anch'egli fu assassinato, il 2 febbraio 1990, in una delle tante faide tra i diversi gruppi che 8agina p

9 componevano la banda) fu inumato nella basilica di Sant'Apollinare in Urbe, dentro un sarcofago di marmo bianco, argento, oro e zaffiri. La procedura fu eccezionale: tutte le altre sepolture della cripta risalgono al secolo scorso, ma per il boss è stata fatta un'eccezione; e venne sbloccata grazie a un nulla osta concesso a tempo di record dal vicario di Roma, l'eminentissimo cardinale Ugo Poletti. Le vipere del Gianicolo "Conoscevo Renato De Pedis fin da piccolo, quando andavamo insieme al Gianicolo a cacciare le vipere per trarne il veleno che vendevamo in farmacia per raggranellare qualche lira." Così lo ricorda Fabiola Moretti, dark lady della Magliana. Entrata come testimone d'accusa nel processo Pecorelli, ne è uscita con un'accusa di falsa testimonianza. "Con De Pedis sono stata legata da un sincero vincolo di amicizia, diciamo pure fraterno, perché siamo cresciuti insieme, essendo nati nello stesso quartiere di Roma, ossia Trastevere." Inizi durissimi: "Ho avuto una vita difficile, sono cresciuta nella povertà e nella miseria e per vivere ho imparato a fare di tutto". Fabiola si lega ai boss del gruppo di Testaccio-Trastevere, i cosiddetti Testaccini, che poi diventeranno una delle batterie criminali federate nella banda della Magliana. Diventa la donna di Danilo Abbruciati, il capo dei Testaccini. "E' vero, ho commesso reati con le persone che mi sono state più care di tutti, Danilo e Renato. Danilo l'ho amato come nel nostro ambiente si sa amare. Voglio dire che il fatto che noi ci amassimo non significa che in certi casi non si litigasse di brutto. Se si potesse riesumare il corpo del povero Danilo gli si troverebbero ancora i segni delle coltellate che gli ho inferto. Eppure l'ho amato e lui mi ha amata..." Nel 1982 Abbruciati, il "povero Danilo", viene ucciso a Milano da una guardia giurata, mentre tenta di assassinare il vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone. Una morte che mostra come la banda della Magliana si fosse trasformata: certo, per anni si era dedicata con profitto al commercio di droga, all'usura, ai sequestri di persona, al traffico d'armi, al racket dei videogiochi, alle scommesse clandestine; ma era nel tempo divenuta qualcosa di più che una superbanda di gangster romani, era diventata un'agenzia di "servizi criminali" pronta a entrare in funzione per i più diversi lavori sporchi, a disposizione di molti poteri, al centro di una fitta rete di rapporti, di alleanze, d'affari: con Cosa Nostra rappresentata a Roma da Pippo Calò, con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, con i camorristi di Michele Zaza e Lorenzo Nuvoletta, con la 'Ndrangheta calabrese di Paolo De Stefano, con i milanesi di Francis Turatello; ma anche con i fascisti di Aldo Semerari e di Giusva Fioravanti, con faccendieri come Flavio Carboni, con la P2 di Licio Gelli, con i servizi segreti stregati da Francesco Pazienza, con ambienti e personaggi (quelli andreottiani) della magistratura e della politica. Dopo la morte di Abbruciati, è Renato De Pedis ad assumere la guida dei testaccini. Due anni prima era morto (ammazzato dai killer del clan dei Proietti) anche Franco Giuseppucci detto er Negro, boss del gruppo originario del quartiere della Magliana. De Pedis ne aveva ereditato i rapporti di un certo livello: "Non i contatti con persone della malavita, che erano piuttosto normali, ma" racconta Antonio Mancini detto L'Accattone "i contatti con organi dello Stato, con funzionari di questa o quella polizia". De Pedis, secondo la ricostruzione della pubblica accusa, incontra Claudio Vitalone almeno tre volte, tra il 1983 e il La seconda volta i due cenano insieme al ristorante romano La Lampara. E, sempre secondo l'accusa, coinvolto "da alcuni siciliani" Renatino "si adopera per organizzare l'omicidio Pecorelli". Uno dei killer del giornalista, Angelo La Barbera, consegna proprio a De Pedis la pistola, un'automatica cromata, usata per l'assassinio. Abbruciati dirà poi a Fabiola Moretti, che aveva in mano quell'arma: "Lì c'è l'abbacchio di Pecorelli". I diversi gruppi federati nella banda della Magliana fanno affari insieme, ma poi si affrontano anche in interminabili faide. De Pedis fa parte del commando che il 23 gennaio 1981 entra nella sala corse 9agina p

10 romana di via Rubicone e ammazza Orazio Benedetti detto Orazietto, ras delle scommesse ippiche, aderente al clan dei Proietti: una vendetta per l'uccisione di Giuseppucci er Negro, che sarà in seguito completata con l'uccisione dei fratelli Mario e Maurizio Proietti. Il mese successivo De Pedis decide, insieme agli altri boss della Magliana, l'eliminazione di Nicolino Selis, ras del gruppo di Acilia-Ostia. Renatino elimina anche uno spacciatore di cui la banda si era servita, Massimo Barbieri, ritenuto ormai inaffidabile. E secondo i racconti di un collega di banda, Maurizio Abbatino, De Pedis fa parte anche del gruppo di fuoco che dietro ordine di Pippo Calò elimina, il 17 ottobre 1981, Domenico Balducci detto Mimmo il Cravattaro, che nella vetrina del suo negozio di elettrodomestici di Campo de' Fiori aveva affisso il cartello: "Qui si vendono soldi". Alla fine, anche Renatino resta vittima della guerra tra le fazioni della banda. Venerdì 2 febbraio 1990, in via del Pellegrino, a pochi passi da Campo de' Fiori, due colpi secchi mettono fine alla sua carriera. Resta a terra, con un rivolo di sangue che gli esce dalla bocca. Ha trentacinque anni. Lascia (intestato a familiari o prestanome) un piccolo impero: ristoranti a Trastevere e nel centro di Roma, la boutique Coveri, un locale notturno di moda, il Jackie 'O, l'immobiliare Edda Prima e tanti altri negozi, imprese edili, società. Una tomba da papa Il corpo è trasportato all'istituto di Medicina legale. Quattro giorni dopo, il 6 febbraio, è tumulato al cimitero del Verano, area 73, nel loculo di proprietà del suocero, Aldo Di Giovanni. Ma è una soluzione provvisoria. Il 23 marzo la vedova, Carla Di Giovanni, presenta alla direzione dei servizi funebri comunali la domanda di "estumulazione" dal Verano. Subito accettata, con procedura eccezionale. Agli agenti della dia che negli anni novanta hanno cercato di capire come sia stato possibile un così inusuale trattamento, il direttore in carica dei servizi funebri ha dichiarato che se avesse dovuto trattare personalmente una pratica simile, data l'eccezionalità dell'evento avrebbe sicuramente chiesto parere all'avvocatura dello Stato. Invece il suo predecessore non ha trovato niente di strano nel mesto trasloco. Così dal 24 aprile 1990 Enrico De Pedis detto Renatino riposa, unico ospite del Novecento, in un grande sarcofago di marmo bianco, con incisa la scritta "ENRICO DE PEDIS". Sopra il sarcofago è posta una cornice d'argento con la sua fotografia. Sulla sinistra del sarcofago brilla la scritta "RENATO", composta con oro e zaffiri incastonati nel marmo candido. L'accettazione nella basilica di Sant'Apollinare è stata fulminea. Monsignor Piero Vergari, rettore della basilica e amico di De Pedis (era infatti anche cappellano del carcere di Regina Coeli) manda la vedova dal vicario di Roma Ugo Poletti, armata di una dichiarazione datata 6 marzo 1990 che dice: "Si attesta che il signor Enrico De Pedis, nato in Roma-Trastevere il 15/5/1954 e deceduto in Roma il 2/2/1990, è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica e ha aiutato concretamente tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi, sia di carattere religioso che sociale. Ha dato particolari contributi per aiutare i giovani, interessandosi specialmente alla loro formazione cristiana e umana". Una vita esemplare. La dichiarazione è accompagnata da una lettera firmata da "don Piero Vergari, rettore" e indirizzata a "Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Ugo Poletti, Vicario Generale di Sua Santità". Dice: "Eminenza Reverendissima. Per desiderio della famiglia De Pedis oso chiedere a cotesto Vicariato di Roma il nulla osta perché il loro congiunto Enrico De Pedis possa essere tumulato in una delle camere mortuarie site nei sotterranei della Basilica di Sant'Apollinare. Il lavoro di sepoltura sarà fatto da artigiani e operai specializzati in questo settore, che già hanno lavorato per la tumulazione degli ultimi Sommi Pontefici in Vaticano. Sarà questa anche un'occasione per risanare uno degli ambienti dei sotterranei, già luogo di sepoltura dei parrocchiani di Sant'Apollinare, da moltissimi anni lasciati in completo abbandono. Il defunto è stato generoso 10agina p

11 nell'aiutare i poveri che frequentano la Basilica, i sacerdoti e i seminaristi, e in suo suffragio la famiglia continuerà a esercitare opere di bene, soprattutto contribuendo nella realizzazione di opere diocesane. Mentre la ossequio con ogni cordialità, chiedo la Santa Benedizione per me, i sacerdoti che collaborano nel servizio pastorale della Basilica, i seminaristi e i poveri che assistiamo". Il cardinal Poletti quattro giorni dopo firma il nulla osta: "Si dichiara che da parte del Vicariato nulla osta, per quanto è di sua competenza, alla tumulazione della salma di Enrico De Pedis, deceduto il 2/2/1990, in una delle camere mortuarie site nei sotterranei della Basilica di Sant'Apollinare in Roma". I lavori nei sotterranei vengono svolti celermente. Costo dichiarato: 37 milioni dell'epoca. Nessuna interferenza del Comune o dello Stato. D'altra parte, il tono della comunicazione inviata in data 20 marzo da monsignor Vergari ai Servizi funebri comunali è perentorio: "Il sottoscritto Monsignor Piero Vergari, rettore della Basilica di Sant'Apollinare, attesta che la Basilica in base al Concordato tra lo Stato italiano e la Santa Sede dell'11 febbraio 1929 è proprietà esclusiva della Sede Apostolica che ha la facoltà di dare all'immobile l'assetto che crede senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di autorità governative, provinciali o comunali italiane". I frastornati agenti della Dia che stavano indagando su banda della Magliana e omicidio Pecorelli, di fronte a tanto onore funebre e a così autorevoli sponsor, si recano dalla vedova di De Pedis e cercano di chiederle almeno perché ha scelto proprio Sant'Apollinare. La vedova spiega: a quella basilica era legata per "motivi affettivi personali fin da ragazza", ma poi nel 1988 lì si sposò con Renatino. In seguito De Pedis divenne benefattore della basilica con "assidui, costanti e consistenti oboli". Nel giorno del matrimonio, con fare tra il serio e il faceto, aveva detto alla novella sposa: "Il giorno che mi tocca, piuttosto che al cimitero mi piacerebbe essere portato qui...". Giunto il momento, è stato realizzato il desiderio di Renato De Pedis, in vita "anima persa" dei testaccini, dopo la morte accolto come un papa nelle braccia misericordiose di Santa Madre Chiesa, che ha visto lontano e ha assolto il suo generoso benefattore ben prima dei giudici di Perugia. Il segreto del signor Mediobanca. Enrico Cuccia Enrico Cuccia La più grande seccatura gliel'hanno data da morto. Trafugare la sua bara dal cimitero di Meina e chiedere il riscatto: via, che mancanza di stile. E che pasticcione, il signor Giampaolo Pesce da Condove, Torino, che credeva di farci i soldi, con il suo ricatto maldestro, e invece si è fatto subito beccare. Brutta storia. Da dimenticare. Eppure c'è un'altra storia che Enrico Cuccia, il più grande banchiere italiano, avrebbe voluto dimenticare e soprattutto far dimenticare. Una storia che si sviluppa tra Milano e New York. Un viaggio a New York Il dottor Enrico Cuccia si svegliò molto presto, come ogni giorno. Ma invece di recarsi, come ogni giorno, a piedi dalla sua casa di via Maggiolini fino all'ufficio di via Filodrammatici, si fece portare da un taxi all'aeroporto, dove salì su un aereo per New York. Il viaggio fu tranquillo, il dottor Cuccia lesse, come di consueto. Arrivato a New York, al tassista chiese solo di essere accompagnato all'hotel Regency. Nelle sue trasferte americane, Cuccia era solito scendere al Pierre. Questa volta non gli sembrò il caso. Aveva chiesto che l'appuntamento segreto fosse fissato al Regency. Erano le 17,30 del 10 aprile 1979 quando arrivò il banchiere Michele Sindona (che viveva in una suite del Pierre, con le finestre su Central Park), accompagnato dal cognato Pier Sandro Magnoni e dall'avvocato Rodolfo Guzzi. Parlarono per circa due ore. Sindona protestò nervosamente contro quello che definì il "complotto" ordito contro di lui, che gli 11agina p

12 impediva di sistemare i conti delle sue banche italiane. Rinfacciò a Cuccia di essere il regista del complotto. Cuccia rispose soltanto che Sindona dava peso a "pettegolezzi di nessun valore". Già da due anni Cuccia riceveva telefonate anonime, pressioni, minacce per i suoi figli. Sapeva da dove provenivano. Magnoni in persona gli aveva riportato oscuri accenni ai pericoli che i suoi figli stavano correndo. E ora Sindona, in conclusione dell'incontro, gli disse: "Noi abbiamo due cose in comune: un disprezzo personale del pericolo, come dimostra la sua decisione di accettare questo viaggio a New York, e un vivo amore per la famiglia". Cuccia non tradì alcuna emozione. Domandò soltanto: "Devo mettere in relazione la dichiarazione riguardante il mio affetto per la famiglia, con un riprovevole messaggio che ho ricevuto dal Magnoni?". Sindona rispose di no. Ma gli chiese di vederlo a quattr'occhi, il giorno dopo, 11 aprile. Faccia a faccia, da soli: il più potente banchiere italiano, il grande vecchio silenzioso di Mediobanca, di fronte al bancarottiere Sindona, per l'italia latitante e ricercato, che dall'america bersagliava di minacce mafiose Cuccia e Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della banca che Sindona aveva portato al fallimento. "Il discorso a quattr'occhi fu allucinante" scrisse Cuccia nell'appunto che racconta l'incontro, uno dei tanti "verbalini" vergati a mano in cui il banchiere riportava puntigliosamente ogni colloquio importante. "Sindona premette che mi deve fare un discorso molto duro e mi chiede di lasciarlo parlare senza interromperlo. Premette che ha un figlio che ogni notte si sveglia di soprassalto urlando che stanno uccidendo suo padre; un altro figlio ha deciso di fare politica con un orientamento che dovrebbe consentirgli iniziative a favore di suo padre; sua figlia è in uno stato di depressione nervosa gravissimo e si è ridotta a pesare quaranta chili. [...] Quando avvenne il crac, i suoi due figli decisero di uccidermi. Egli riuscì a farli fermare a Ginevra dove erano arrivati, diretti in Italia, per eseguire la loro vendetta. Successivamente, egli si preoccupò di attuare una serie di prese di contatto con le comunità italiane negli Stati Uniti, facendosi accompagnare dai figli, in modo da esporre la verità sulle mie malefatte contro di lui; e a seguito di questa propaganda io fui dichiarato "miserabile", termine applicato a coloro che la mafia condannava a morte. Nel frattempo la mafia aveva completato le informazioni sui miei figli; aveva fatto seguire in macchina una delle mie figliole; aveva accertato che mio figlio si era trasferito in Germania. Sindona aveva dichiarato che io potevo essere più utile da vivo che da morto, e aveva quindi fatto sospendere specifiche iniziative nei miei confronti. Invece, Sindona riteneva di doversi assumere la responsabilità morale di fare scomparire Ambrosoli, senza lasciare alcuna traccia." Il linguaggio di Sindona riportato da Cuccia è allusivo: "comunità italiane negli Stati Uniti", "specifiche iniziative nei miei confronti". Ma comunque chiaro: quelle espressioni stanno per "mafia" e per "condanna a morte". L'appunto, e l'incontro, si concludono lasciando aperta la trattativa segreta tra un Sindona che minaccia e un Cuccia che non vuole salvarlo, ma sa che gli conviene fargli credere di avere ancora speranze. Una partita, però, sembra già chiusa. E Cuccia la rileva con il volgare pudore di un "invece". E' la partita tra Sindona e Ambrosoli: "Invece, Sindona riteneva di doversi assumere la responsabilità morale di fare scomparire Ambrosoli, senza lasciare alcuna traccia". Cuccia, siciliano come il suo interlocutore, sa che tipo di banchiere è Sindona, anche se solo in seguito emergerà chiaramente il suo ruolo di grande riciclatore dei narcodollari di Cosa Nostra. Facendo però onore alla sua fama di uomo silenzioso e riservatissimo, Cuccia non parlerà a nessuno dell'incontro di New York, della strana trattativa in corso con Sindona, delle minacce mafiose sentite con le sue orecchie. Quell'"invece" se lo tiene per sé. Come terrà, chiusi in cassaforte, i suoi verbalini, compreso l'appunto dell'11 aprile. Giorgio Ambrosoli - "invece" - muore nella notte dell'11 luglio 1979, esattamente tre mesi dopo l'incontro di New York: raggiunto da tre proiettili calibro 357 magnum. Il suo 12agina p

13 killer, William Joseph Aricò, detto Bill lo Sterminatore in ricordo di quando a New York faceva il venditore porta a porta di polvere di cianuro per sterminare gli scarafaggi, riceve da Sindona 50mila dollari, più tanti altri soldi che, ricattando il suo mandante, riesce a far accreditare sui conti di una società che ha chiamato Ace Pizza Corporation. Il 2 dicembre, cinque mesi dopo il lavoretto, dona al nipotino che compie un anno una catenina d'oro, dicendo al figlio Charles, padre del bambino: "Questo è un regalo di Ambrosoli". Cesare Romiti, l'erede C'è un segreto, dunque, nella lunga vita del dottor Cuccia, il gran banchiere di Mediobanca, morto a novantatré anni il 23 giugno Un segreto custodito per anni e ancora oggi oggetto di discussioni e polemiche. Non riguarda la finanza, gli aumenti di capitale, le scalate, le operazioni di Borsa, le alchimie societarie, i controlli incrociati, non riguarda quella Galassia del Nord degli imprenditori che Cuccia ha costruito e difeso per una vita, custode del capitalismo delle grandi famiglie. E' invece il segreto di una ambigua trattativa con Sindona, il banchiere della mafia, condotta sotto ricatto; e soprattutto di un silenzio pesante come piombo nei confronti delle minacce che riguardavano Ambrosoli, l'"eroe borghese" raccontato da Corrado Stajano. Quel silenzio, quella macchia nell'onore di Cuccia, erano stati oggetto di testimonianze e interrogatori nel 1985, durante il processo per la morte di Ambrosoli, concluso con la condanna di Sindona come mandante dell'omicidio. Ne era restata traccia nel libro su Cuccia di Fabio Tamburini, Un siciliano a Milano, pubblicato nel Ma era stato soprattutto Stajano, nel suo libro Un eroe borghese, del 1991, a sottolineare la responsabilità morale di Cuccia nella morte di Ambrosoli. Anni dopo, quando il banchiere di Mediobanca è morto, quel segreto e quel silenzio sono riemersi e diventati fragorosa, pubblica polemica. A cominciare è un amico di Cuccia, Cesare Romiti. L'ex amministratore delegato della fiat, presidente della rcs-corriere della Sera, ci tiene a passare come il primo allievo di Cuccia e si sente il suo erede, pronto a continuare la sua opera, preferibilmente dal ponte di comando di Mediobanca. Così il 24 giugno 2000 compare sul Corriere della Sera una lunga intervista in cui Romiti, nel giorno del suo settantasettesimo compleanno, ricorda il suo maestro. A un certo punto, il presidente rcs dice a Raffaella Polato, che firma l'intervista: "Bene, consiglierei come lettura d'obbligo in tutte le scuole Un eroe borghese di Corrado Stajano. E' avvincente, molto bello, ma a mio avviso non rende giustizia a Cuccia in un punto. Ed è quando si racconta che andò negli usa, incontrò Sindona e da lui seppe che si voleva eliminare il liquidatore, Giorgio Ambrosoli. L'accusa rivolta a Cuccia è di non aver parlato, di non aver riferito delle minacce, rendendosi di fatto complice dell'omicidio di Ambrosoli. Tutto questo non è vero: Cuccia scrisse immediatamente al giudice raccontando tutto. Per questo aveva rischiato a sua volta la vita. Eppure non disse nulla all'esterno e, quando lo raccontava alle persone a lui vicine, lo faceva con grande serenità". Dietro queste parole c'è un piccolo giallo inedito: sul Corriere, quel giorno, avrebbe dovuto apparire non un'intervista a Cesare Romiti, ma un articolo firmato da lui; così almeno secondo l'agenzia adn Kronos, che lo annuncia in rete il giorno prima. Letto il take d'agenzia, il comitato di redazione, che aveva uno sciopero in corso, si precipita dal direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, che gli consegna la copia della smentita scritta inviata all'adn Kronos: non sarà pubblicato alcun articolo di Romiti. Lo sciopero, poi, è di comune accordo sospeso, per permettere di dare esaurientemente notizia della morte di Cuccia. Il 24, dunque, esce l'intervista a Romiti. Il 25 un breve articolo riquadrato riporta le reazioni di Corrado Stajano e dell'avvocato Alberto Crespi, legale e consulente di Mediobanca. Stajano: "Nel mio libro mi attengo agli atti. Non risulta che Cuccia abbia riferito, dopo il suo incontro a New York con Sindona, delle mortali minacce fatte da questi nei confronti di Ambrosoli. 13agina p

14 Cuccia non parla con i magistrati, non parla con Ambrosoli, tace finché può anche su quel viaggio americano [...]. Neppure il 3 ottobre '85, testimone al processo, riferisce di una sua lettera ai giudici." Crespi: "Escludo che Cuccia abbia scritto ai giudici" (è smentita così l'affermazione di Romiti). "Tornato da New York, disse solo a me del suo colloquio con Sindona e mi comunicò la sensazione che quella volta Sindona facesse sul serio. E fui io a riportare queste cose a Urbisci, titolare dell'inchiesta, il giorno dopo." Il 30 giugno Crespi, intervistato dal Corriere con grande visibilità, ribadisce le sue tesi. Il giorno seguente, però, arriva al giornale la replica di Ovilio Urbisci, il magistrato che si era occupato della bancarotta di Sindona. E' una lettera firmata insieme all'avvocato Guido Viola, allora pubblico ministero dell'inchiesta di cui Urbisci era giudice istruttore: "Egregio direttore, in relazione alle dichiarazioni del professor Alberto Crespi, precisiamo quanto segue. Come già ribadito in altre occasioni (in particolare, vedi volume Un siciliano a Milano, pagine ), confermiamo che: fu la Procura della Repubblica, su segnalazione del solo avvocato Ambrosoli, a scoprire che, tra la fine del 1978 e gli inizi del 1979, erano in corso minacce telefoniche anonime non solo nei suoi confronti, ma anche del dottor Cuccia; il professor Crespi, nella primavera del 1979, ebbe a esternare forti preoccupazioni proprie e del dottor Cuccia per l'incolumità dell'avvocato Ambrosoli e degli stessi magistrati inquirenti e loro collaboratori; mai, però, venne riferito, prima dell'omicidio, di un incontro avvenuto in New York tra il dottor Cuccia e Sindona in cui quest'ultimo avrebbe profferito minacce dirette ed esplicite nei confronti di Ambrosoli". La dichiarazione smentisce seccamente Romiti e Crespi. Ma rischia di essere confinata nella rubrica delle lettere del Corriere. Solo all'ultimo momento viene spostata in un piccolo riquadrato a pagina 17, senza commento ma con un titolo salomonico: "Ambrosoli, la nostra verità". Esistono forse tante diverse verità sulla questione? Crespi interviene altre due volte. Il 2 luglio, il giorno dopo la pubblicazione della lettera di Urbisci e Viola, e poi ancora l'8 luglio. Ribadisce di aver "immediatamente e adeguatamente informato" la magistratura dell'"aumentata gravità del pericolo per la vita dell'avvocato Ambrosoli". Il 7 luglio è Silvio Novembre, il braccio destro di Ambrosoli che nella versione cinematografica dell'eroe borghese è interpretato da Michele Placido, a ribadire sul Corriere, intervistato da Sergio Bocconi, che Cuccia non parlò del suo viaggio a New York se non dopo la morte di Ambrosoli. Anche Enzo Biagi, nella sua rubrica settimanale sul Corriere, il 29 giugno scrive che Cuccia "non seppe reagire alle minacce del suo conterraneo" Sindona e si tenne per sé l'annuncio che il bancarottiere "avrebbe fatto sparire l'avvocato Ambrosoli". Come andò realmente? Qual era la partita in corso in Italia in quegli anni? Il banchiere della mafia Lo scontro in corso negli anni settanta era di quelli mortali. Senza esclusione di colpi. Da una parte Cuccia, la cosiddetta finanza laica, l'ordine del capitalismo italiano delle grandi famiglie. Dall'altra Sindona, che puntava a creare un polo finanziario alternativo a Mediobanca e che per questo era diventato il punto di riferimento di diversi centri di potere. La finanza vaticana di Paul Marcinkus e l'opus Dei. Gli andreottiani che controllavano il Banco di Roma e sognavano di togliere potere e primato a Milano. Alcuni ambienti massonici, in special modo quelli raccolti in un superclan che sarà poi scoperto come P2. Alcuni ambienti repubblicani americani, nostalgici del vigoroso stile anticomunista della strategia della tensione, e i loro terminali in Italia. Accanto a questi, Sindona aveva un alleato inconfessabile, ma non privo di forza di convincimento: la mafia palermitana di Stefano Bontate e i suoi alleati negli Stati Uniti, che insieme avevano fatto fare a Cosa Nostra il salto imprenditoriale, sulla scorta del fiume di eroina che veniva raffinata in Sicilia e venduta in America. Sindona, ex dipendente della filiale di Messina del Credito 14agina p

15 italiano, è un siciliano sveglio, che a Milano ha capito subito come si fa strada. Nel suo studio di fiscalista, in via Turati, correva tutta la Milano che conta, attirata dalla fama del "mago delle tasse": i rapporti molto speciali che aveva stretto con alcuni uomini chiave degli uffici tributari di via Manin gli permettevano di risolvere magicamente anche i casi disperati. Ma Sindona è abile, fantasioso, ambizioso: ben presto sveste i panni del fiscalista di successo per indossare il gessato del finanziere d'assalto. Parte alla conquista della Bastogi, allora salotto buono della finanza italiana, che custodiva pacchetti azionari del gruppo Pesenti, del gruppo Pirelli, della Centrale, della Snia. Progetta di fonderla con un'altra società, la Centrale, dopo averla espugnata. Apre le trattative per acquisire la Banca nazionale dell'agricoltura, allora la più vivace delle banche private italiane. Scala l'italcementi di Carlo Pesenti, che controllava l'industria del cemento, alcune banche, il colosso assicurativo ras, oltre al pacchetto di maggioranza della Bastogi e una partecipazione determinante per il controllo della Montedison. Intanto, i rapporti con Cosa Nostra gli forniscono almeno una parte della liquidità che serve per le sue ambiziose operazioni. Nella sentenza Andreotti di Palermo è scritto che "il collegamento di Sindona con la mafia italoamericana era ben presente anche all'ambasciatore italiano negli Stati Uniti". L'ambasciatore Roberto Gaja, infatti, nel 1975 rifiuta di partecipare a New York a una manifestazione di italoamericani in onore di Sindona e invia un rapporto di fuoco al ministero degli Esteri. Se il progetto finanziario di Sindona fosse riuscito, la storia d'italia sarebbe stata diversa e il banchiere, con i suoi alleati andreottiani, vaticani, massoni e mafiosi, avrebbe occupato nella finanza italiana il posto che è stato di Cuccia. Invece l'opa Bastogi, la prima offerta pubblica d'acquisto realizzata in Italia, fallisce per la resistenza dell'establishment economico, di cui Cuccia è già l'eminenza grigia. Sindona si concentra allora sulle sue banche, la Banca Unione e la Privata Finanziaria, e acquista negli Stati Uniti la Franklin National Bank. Gli affari però vanno male. Le banche ottengono pessimi risultati. Una sua società, la Moneyrex, si dissangua compiendo spericolate operazioni speculative nell'area dei cambi dopo aver scommesso sulla tenuta del dollaro. Sindona non si perde d'animo ed estrae dal cilindro la mossa che lo può salvare: un colossale aumento di capitale (da un milione a 160 miliardi) di una società fino ad allora sconosciuta, la Finambro, destinata a diventare la holding del suo gruppo. Cuccia appena viene a sapere del progetto inorridisce. Ugo La Malfa, appena diventato ministro del Tesoro, ritiene l'operazione inaccettabile. Nel giugno 1973, infatti, il governo Andreotti era caduto, al Tesoro era arrivato La Malfa e la Borsa, sotto gli effetti della stretta creditizia e di una politica economica più rigorosa, era crollata di 14 punti in una sola seduta. Tutti gli aumenti di capitale sono bloccati. Per Sindona è il crac. Il silenzio di Cuccia Nell'ottobre 1974 il giudice Urbisci emette un ordine d'arresto per Sindona, per "falsità in scritture contabili, false comunicazioni e illegale ripartizione degli utili". La Banca privata italiana, in cui ha fuso i suoi due istituti di credito, è posta in liquidazione coatta e affidata alle cure di un commissario liquidatore, l'avvocato Ambrosoli. Da quel momento, Sindona, fuggito a New York, tenta tutte le carte per salvarsi. Per far passare i piani di salvataggio e addossare alla collettività le perdite (almeno 250 miliardi dell'epoca) si danno da fare gli uomini più vicini ad Andreotti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Franco Evangelisti, il ministro dei Lavori pubblici Gaetano Stammati, i consiglieri del Banco di Roma Roberto Memmo e Fortunato Federici. Si muovono anche Licio Gelli, Massimo De Carolis e, senza troppa convinzione, Roberto Calvi, che in realtà aspira a prendere il posto di Sindona. Alcuni - pochi - uomini dello Stato si oppongono: Paolo Baffi, governatore della Banca d'italia; Carlo Azeglio Ciampi, direttore 15agina p

16 generale della Banca d'italia; Mario Sarcinelli, dirigente della vigilanza di Banca d'italia; Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle banche di Sindona. Sono granelli di sabbia in una potente macchina, che si inceppa. (Sarcinelli sarà in seguito arrestato, con accuse pretestuose, dalla magistratura romana; a Baffi sarà risparmiato il carcere soltanto in virtù dell'età avanzata; Ambrosoli sarà ucciso.) Allora, parallele alle trattative politiche e finanziarie, cominciano le minacce, le intimidazioni, le telefonate anonime, gli avvertimenti mafiosi. Nel maggio 1977 iniziano le pressioni su Cuccia. Un avvocato romano, Italo Castaldi, lo va a trovare e gli fa capire che qualcuno starebbe progettando il rapimento dei suoi figli. Cuccia capisce e allora apre una trattativa segreta con l'entourage di Sindona. Incontra Magnoni, genero del bancarottiere, all'hotel Claridge di Londra il 7 luglio 1977 e poi tante altre volte ancora a Zurigo. Ha decine di colloqui con l'avvocato di Sindona, Rodolfo Guzzi. Agli incontri tra uomini d'affari correttamente vestiti di grigio fanno da contrappunto decine di telefonate anonime e minacce di morte, in italiano o in inglese con accento italoamericano, al numero privato di Cuccia, "Dica a suo marito di non fare lo stronzo oggi alla riunione delle 16" grida una voce al telefono alla moglie di Cuccia, la mattina del 12 ottobre, "perché ha rotto le palle a tutti e ci penseremo noi." Il 17 novembre 1978 un attentato incendiario distrugge il portone di via Maggiolini 2, dove abita Cuccia. Il 5 ottobre 1979 va a fuoco la porta dell'appartamento del banchiere, al secondo piano. Cuccia non dice nulla ai giudici. Sceglie di giocare una partita rischiosa, da solo. Anche Ambrosoli è minacciato. Tra il 28 dicembre 1978 e il 12 gennaio 1979 riceve almeno sette telefonate anonime. L'ultima: "Non la salvo più, perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto! Lei è un cornuto e un bastardo!". Ambrosoli riferisce le minacce ai magistrati e il suo telefono è posto sotto controllo. Poi, per mesi, le minacce si fermano. Tanto che nell'aprile 1979 (quando Cuccia accetta l'incontro segreto a New York) Ambrosoli è un poco più tranquillo. Sperava che il pericolo fosse passato. Ricorda oggi il suo collaboratore più vicino, Silvio Novembre: "Allora mi diceva: sono convinto che se un autobus mi stesse venendo addosso, Sindona si metterebbe davanti a me, perché sa che se mi dovesse capitare qualcosa tutti penserebbero subito a lui". Invece era già pronto il killer. Se Cuccia avesse riferito la pesante minaccia di New York, sarebbe scattato un nuovo campanello d'allarme, e chissà... Invece Cuccia tace. E tace non soltanto con i magistrati, ma anche con Ambrosoli, il cui ufficio in via Verdi dista pochi passi dal portone di Mediobanca in via Filodrammatici. Lui che ha accettato tanti intermediari di Sindona, tace perfino con chi poteva far da tramite con Ambrosoli, l'avvocato Sinibaldo Tino, amico di Ambrosoli oltre che suo consulente, il cui studio era addirittura dentro il cortile di Mediobanca... "Nessuno ci ha scritto, nessuno ci ha avvertito" ribadisce a chi scrive Ovilio Urbisci. "L'avvocato di Mediobanca, Alberto Crespi, venne a dire che bisognava stare attenti, ma non mi raccontò nessun fatto specifico nuovo, non parlò del viaggio di Cuccia a New York. Che ci fosse pericolo, in generale, per Cuccia, per Ambrosoli, per Viola, per me, lo sapevamo già da mesi." Ha scritto Stajano: "Cuccia tiene le posizioni, tiene i nervi fermi, ascolta, corregge, media, attutisce, smussa, non rompe mai i fili. [...] Rifiuta, cancella, rigetta l'esistenza dello Stato, delle istituzioni, della legge scritta, dei giudici, dei carabinieri, rifiuta anche la legge naturale, la coscienza civile, la solidarietà umana". Quando lo stesso killer di Ambrosoli torna a Milano per regolare i conti con Cuccia, non lo trova: ha traslocato dall'appartamento di via Maggiolini. Aricò dopo qualche giorno di ricerche torna in America. Nella notte tra l'11 e il 12 luglio invece Ambrosoli era stato ucciso. Nessun politico ai suoi funerali nella chiesa di San Vittore, nessuna autorità di governo, nessun uomo della comunità degli affari milanese. Presenti invece il governatore della Banca 16agina p

17 d'italia Paolo Baffi e molti magistrati. Solo Marco Vitale lo ricorderà, in un articolo commosso sul Giornale. E' un anno terribile, il Il 29 gennaio il magistrato Emilio Alessandrini è ucciso a Milano dai terroristi di Prima Linea, agli ordini di Sergio Segio, capitan Sirio. Il 20 marzo a Roma è assassinato Mino Pecorelli, il direttore di Op. Il 21 luglio a Palermo tocca al vicequestore Boris Giuliano, seguito, il 25 settembre, dal giudice Cesare Terranova e dal maresciallo Lenin Mancuso. Mafia, terrorismo, P2, i sistemi illegali vanno all'assalto delle istituzioni, qualche volta ognuno per suo conto, altre volte insieme. Ecco i verbalini Il dottor Cuccia alla fine si decise a parlare. Ma era il dicembre Giorgio Ambrosoli era morto da diciassette mesi. Sono i magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo, ora, a indagare sulla sua morte e sullo stranissimo rapimento-alibi di Sindona, una messinscena siciliana gestita dalla mafia e dalla massoneria. "Cuccia rispondeva alle nostre domande sempre molto gentilmente" ricorda oggi Turone. Ma non si spingeva un millimetro più in là di esse. Così Colombo deve un poco aiutare la memoria e la volontà del banchiere, dopo un interrogatorio, facendolo accompagnare nell'ufficio di via Filodrammatici da un maresciallo, che finalmente torna a palazzo di Giustizia con i famosi verbalini redatti a mano da Cuccia, piccola grafia su fogli bianchi quadrati. E' ormai il settembre 1981, Ambrosoli è morto da ventisei mesi. Finalmente i giudici possono leggere i resoconti degli incontri con gli intermediari e con Sindona. Mandano a giudizio il bancarottiere: per omicidio. Il 3 ottobre 1985 Cuccia testimonia al processo, sotto gli occhi di Sindona e sotto il fuoco di domande dell'avvocato Giovanni Maria Dedola, che rappresenta la famiglia Ambrosoli. "Ho sempre camminato a piedi e senza scorta, ho pensato che il silenzio, in questa materia, è ancora la difesa migliore. Non ho avvertito Ambrosoli delle minacce fatte contro di lui perché altrimenti avrei avuto solo una denuncia per calunnia, non avevo nessun documento per comprovare un'accusa simile." Sindona, dopo la condanna per omicidio, muore nel carcere di Voghera per un caffè al cianuro. Cuccia incontra di nuovo il magistrato Gherardo Colombo qualche tempo dopo, quando questi nel corso di un interrogatorio gli contesta di aver contribuito, a partire dal maggio 1978 (Ambrosoli era ancora vivo, Sindona ancora minacciava) alla formazione dei fondi neri dell'iri, da usare per operazioni riservate, cioè tangenti: centinaia di miliardi extrabilancio in buoni del tesoro passati nelle mani di Cuccia e fatti transitare da Mediobanca nella società Spafid. L'inchiesta fu poi trasferita a Roma e sprofondò nell'oblio. Fondi neri. Operazioni riservate. Incontri al vertice tra il più grande banchiere privato e il finanziere della mafia. Affari chiusi con tre pallottole 357 magnum. E' anche questa, la storia del capitalismo italiano. Ucciso senza movente. Gianni Versace Gianni Versace C'è anche un uccello morto in questa storia. Una colomba ("Morning dove", dicono i rapporti di polizia) trovata stecchita - davvero - accanto al corpo di Gianni Versace: un particolare che neppure il miglior scrittore di thriller avrebbe saputo inventare. Potrebbe essere un perfetto avvertimento in stile mafioso, lasciato lì per far capire a chi deve capire. Non è l'unico animale morto in questa storia. Mi racconta Roger Falin, l'albergatore del Normandy Plaza Hotel dove il giovane Andrew Phillip Cunanan abitò per due mesi prima di correre a uccidere Versace: "La stanza di Cunanan, al terzo piano, ha la finestra che guarda su un piccolo laghetto, nel giardino sul retro dell'albergo. Ebbene, sarà un caso, ma nel periodo in cui Cunanan visse qui, in quel laghetto hanno smesso di vivere dieci pesci rossi e due tartarughe". Leggende di morte. 17agina p

18 Sono passati ormai alcuni anni da quel giorno del 1997 in cui Versace è stato ucciso a Miami Beach da due proiettili sparati da una strana pistola calibro 40. Ora c'è un'attrazione in più su Ocean Drive, capace di scatenare i flash dei turisti più delle architetture déco del Clevelander o dei neon azzurri dell'hotel Colony. Sono le meduse dorate della grande casa Casuarina di Gianni Versace a Miami Beach, sono i cinque gradini di pietra dove lo stilista è caduto, in una pozza di sangue. Anche se i Versace l'hanno ormai venduta, i turisti passano di qui per farsi scattare, dopo aver impostato un sorriso, la foto ricordo sul luogo del delitto. Famiglie che vengono dall'america latina, belle ragazze con scollature pericolose, bei ragazzi mano nella mano, coppie italiane in Lacoste, americani sui rollerblades e mille altri tipi di varia umanità: tutti qui, dove è stato ucciso il famoso stilista italiano, scena finale di una storia sbagliata. Proprio qui, dove c'era la macchia di sangue, sui gradini. Dove c'erano i fiori, le candele accese. Ora restano i flash delle foto ricordo. Poco più in là, nella veranda affacciata su Ocean Drive del ristorante I Paparazzi, resta una grande fotografia di Versace in una vistosa cornice dorata, con la scritta: "I Paparazzi will miss you ". Ci mancherai, Gianni. Una storia sbagliata. Con una vittima incolpevole, un assassino senza movente, cento buchi neri nelle spiegazioni ufficiali. Certo che se esiste al mondo un posto dove questa storia sbagliata può essere accaduta, questo posto è Miami Beach. Dunque proprio qui, la mattina di martedì 15 luglio 1997, uno sconosciuto ragazzo ventisettenne di nome Andrew Phillip Cunanan, già ricercato per quattro omicidi, avvicina un uomo, scambia con lui qualche parola, estrae una Golden Saber calibro 40 e gli spara due colpi alla testa. Cade a terra il noto stilista italiano che sta rientrando in casa a piedi dopo essere stato al vicino News Cafe a fare colazione e a comprare riviste (New Yorker, Newsweek, Vogue, Entertainment, People). Messi a segno i suoi colpi, Cunanan scappa, minacciando con la pistola i passanti. Due isolati più a nord si infila in un parcheggio pubblico, anch'esso, benché un po' scrostato, arricchito in alto dai suoi bravi fregi déco. Rifaccio lo stesso percorso, di corsa, in pochi minuti. Poi entro nell'ascensore, un cassone lucido e maleodorante. Il custode non mi vede neppure. Al terzo piano esco e mi dirigo a sinistra, nel settore B, dov'era parcheggiato il pickup Chevrolet rosso che Cunanan aveva rubato a una delle sue vittime precedenti. Ora al posto del camioncino dove Cunanan si cambiò d'abiti dopo il delitto è parcheggiata una Toyota Corolla. Poi di Cunanan si perdono le tracce. Fino a mercoledì 23 luglio, quando un settantunenne immigrato portoghese, Fernando Carreira, custode di una casa galleggiante sull'indian Creek da tempo disabitata, sente uno sparo che viene dalla houseboat, si spaventa, scappa, poi lancia l'allarme. In breve la Collins Avenue, la via lunghissima che attraversa tutta Miami Beach e che per un tratto è costeggiata dall'acqua dell'indian Creek, è bloccata da centinaia di poliziotti, appartenenti ad almeno quattro diverse agenzie: la polizia di Miami Beach, la polizia della contea di Dade, l'fbi, le teste di cuoio dello Swat Team. Dall'acqua, sull'indian Creek, arrivano i motoscafi e i sommozzatori della polizia. Dopo due ore, un assedio pesante e un assalto da telefilm a una casa abitata soltanto da un cadavere con la faccia spappolata, l'annuncio: nella houseboat è stato ritrovato il corpo dell'assassino di Versace, Andrew Phillip Cunanan, suicida. Il caso è risolto. Davvero? Un mese dopo, ammisero le polizie coinvolte, il caso era ancora aperto. "Abbiamo due inchieste in corso, una sulla morte di Versace, una su quella di Cunanan. Ci lavoriamo ventiquattr'ore su ventiquattro, divisi in due squadre" mi disse Alfred R. Boza, ufficiale della polizia di Miami Beach. "Le investigazioni federali proseguono" dichiararono secchi al quartier generale dell'fbi di Miami. "Abbiamo molte domande ancora senza risposta" affermò Rosemarie Antonacci, il magistrato dello State Attorney's Office di Miami che si occupava del caso. La storia sbagliata Versace-Cunanan era restata un pasticciaccio brutto ancora tutto da sgomitolare. 18agina p

19 Realtà e finzione Gli autori abituati ad avere Miami Beach come sfondo per le loro storie - un John Katzenbach, un Charles Willeford, un Carl Hiansen (quello di Striptease) - avrebbero certo ribaltato questo giallo sbagliato, che non riesce a convincere, che fa acqua da tutte le parti. Cunanan semina prove che lo incastrano. Lascia, al terzo piano del grande parcheggio déco, non solo il camioncino rosso che aveva rubato alla sua ultima vittima, William Reese, dopo averlo ucciso, ma anche altri oggetti e il suo passaporto. E' il capitolo finale della storia, però, quello meno convincente. Perché mai un giovane, armato, che ha già ucciso cinque persone, che dunque non ha più niente da perdere, si fa spaventare da un vecchio guardiano che scappa al primo rumore, abbandonando nella houseboat addirittura la sua pistola calibro 38 (come mi confermò il poliziotto Alfred Boza)? Perché l'allarme, generico, lanciato da Carreira, che neppure vede in faccia chi c'è nella casa galleggiante, viene preso tanto sul serio da far concentrare immediatamente gli uomini di quattro diversi corpi di polizia sulla riva dell'indian Creek? Perché due ore d'assedio armato con grande assalto finale a una casa in cui vi è soltanto un uomo morto? E perché, infine, solo dopo cinque lunghissime ore la polizia comunica che nella casa galleggiante è stato ritrovato il corpo senza vita di Cunanan? Katzenbach o Hiansen avrebbero di certo inventato un'altra trama, avrebbero messo in campo altri personaggi. Un killer mandato da qualche mafia, per esempio, a regolare conti segreti. Cunanan, il serial killer amante delle maschere in latex e dei riti sadomaso, sarebbe stato poi offerto come il colpevole perfetto, servito già morto nella casa galleggiante sull'indian Creek a quattro polizie litigiose e ben contente di chiudere il caso. Forse oggi risentiamo dell'influenza dell'archetipo di tutte queste storie, l'affaire Kennedy-Oswald. Forse amiamo troppo i complotti. Certo è che anche David Satterfield, il capo della cronaca cittadina del quotidiano di Miami, il Miami Herald, non nascose i suoi molti dubbi: "In questa storia vi sono coincidenze incredibili e molte stranezze" mi disse subito dopo l'omicidio. "Perché la famiglia Versace non ha fatto entrare in casa la polizia per due giorni, dopo l'assassinio? E come è davvero avvenuto l'assalto finale alla casa galleggiante? Quel giorno, alle 15 mi sono arrivate le prime segnalazioni, qui al giornale; alle 20 la polizia ci ha detto di non aver trovato nessuno all'interno, tanto che ho deciso di lasciare il giornale e andare a casa; alle 23, ormai in poltrona, sento alla tv che invece nell'houseboat è stato ritrovato il corpo di Cunanan." Ma la pista mafiosa è soltanto una possibile esercitazione letteraria, in questa città dove non esiste scarto tra realtà e finzione tv? Di rapporti pericolosi tra Versace e la mafia aveva scritto, nell'ottobre 1994, il supplemento domenicale del quotidiano britannico The Independent, che aveva pubblicato una lunga inchiesta della giornalista inglese Fiammetta Rocco. "Circolano voci che, come altri ricchi uomini d'affari del Meridione d'italia, Versace sia in qualche modo legato alla mafia." L'inchiesta poneva alcune domande sulla Gianni Versace International nv, società olandese "il cui capitale è stato aumentato tredici volte, da 200mila a 55,4 milioni di fiorini, tra il marzo 1990 e il settembre Da dove proviene tutto questo denaro? E che cosa fa questa azienda?". La famiglia Versace, invece di rispondere, portò in giudizio l'independent, che alla fine fu costretto a smentire e a pagare un indennizzo. In Italia fu invece Paolo Pietroni, ex direttore di Amica, inventore di giornali (Max, Sette, Specchio), autore (nascosto da uno pseudonimo) del romanzo Sotto il vestito niente, a rompere - per un giorno almeno - il clima d'omertà che circonda gli stilisti (sono grossi investitori pubblicitari: quale giornale oserebbe rischiare di perdere i molti miliardi dei budget della moda?). Conoscitore profondo e disincantato del fashion system, Pietroni affermò che la struttura internazionale del mercato della moda fornisce degli ottimi canali per costituire immense riserve di "nero" e anche per riciclare denaro sporco. Era il settembre 1994, Antonio Di Pietro e il pool Mani pulite 19agina p

20 avevano appena chiesto l'incriminazione per corruzione dei maggiori stilisti italiani (che saranno poi assolti in appello). Allora Pietroni dichiarò al Corriere della Sera: "Se Di Pietro, seguendo il buon senso, si chiede come mai siano stati accumulati in dieci anni tali e tanti ricavi, giungerà a questo dilemma: o la moda italiana ha fatto miracoli, o copre un marcio inimmaginabile, il riciclaggio di denaro sporco, come nei casinò". Argomentava Pietroni: "Dei 44mila miliardi di denaro nero sbarcato in Italia da narcotrafficanti o mafia russa, almeno novemila sono gettati nella moda: è un settore favorevolissimo al riciclaggio, perché esporta molto. Il lavaggio è favorito dal sottobosco, tipicamente italiano, della pletora di piccole aziende di jeansinari, scarpari, di vestiti, che magari muoiono in silenzio e ricompaiono dopo qualche anno sotto altro nome". Quanto alle grandi firme, continuava Pietroni, "non so se, inconsapevolmente, c'entrino i Ferrè, i Versace, i Valentino in questo giro. Ma sicuramente anch'essi possono essere usati... Prendiamo un commerciante di Hong Kong che apra un bel negozio con soldi inquinati. Viene in Italia, ordina cento capi a un milione l'uno. Basta che ne venda la metà ed è già a posto. E il resto magari lo svende. Quando mai il venditore saprà di che odore o colore sono i soldi, ammesso che gli interessi?". Dopo l'omicidio di Gianni Versace, Pietroni preferisce ridimensionare seccamente l'allarme lanciato nel 1994: "Fui frainteso: io mi riferivo al sottobosco, non al sistema della moda". Stop. Pietroni non vuole più scrivere romanzi. Ma se uno dei nostri autori, un Willeford, un Hiansen, volesse rivisitare tutta la storia? Prendiamo, dunque, un negozio Versace in Indonesia, o in Messico. Uno di quei negozi dove il giro d'affari è, in maniera apparentemente inspiegabile, altissimo, malgrado le condizioni di vita attorno. Mettiamo che Versace, in previsione della quotazione in Borsa, abbia deciso di fare chiarezza su conti troppo gonfi, e questa volta abbia mostrato di fare sul serio, fino a minacciare di interrompere i rapporti commerciali. Mettiamo che qualcuno non abbia gradito... (A Guadalajara, nuova capitale del narcotraffico, il fiorente negozio Versace del señor Misrachi è stato davvero chiuso, dopo molte chiacchiere.) La trama potrebbe essere avvincente. Ma chi oserebbe sfidare - seppure, per carità, a colpi di fiction - il potere dei Versace, la loro capacità di influire sui bilanci pubblicitari (e quindi sui direttori) di centinaia di giornali in tutto il mondo? Il settimanale Newsweek, uno dei newsmagazine più autorevoli del mondo, ha tentato di fare un'inchiesta investigativa sul delitto Versace, da pubblicare a un anno dalla morte. Ha scatenato due dei suoi inviati, tra Stati Uniti e Italia. Risultato: l'inchiesta non è mai stata pubblicata, in compenso nel numero del 7 dicembre 1998 di Newsweek la copertina e il primo articolo di una particolare sezione speciale pubblicitaria è stata dedicata (a pagamento) a Donatella Versace. Scuola di polizia La polizia seguita a ripetere che le cose, invece, sono più semplici di come noi italiani le vogliamo vedere. Un serial killer gay, venuto dal profondo del sogno americano; due colpi di pistola all'uomo ricco e famoso che era tutto ciò che il killer non sarebbe mai diventato; un suicidio che pone fine a una folle corsa senza alcun traguardo. fbi e polizia provano a smontare tutti i sospetti, a diradare tutti i dubbi. Abbiamo, dicono, molti testimoni dell'omicidio Versace, che hanno visto in faccia l'assassino, che l'hanno visto fuggire fino al garage déco: "Era Cunanan al cento percento" dichiara Alfred R. Boza, seduto nel suo piccolo ufficio nella sede della polizia di Miami Beach. "Abbiamo descrizioni che combaciano, rilasciate da testimoni sentiti separatamente. I nostri agenti in bicicletta [una specialità della polizia di Miami Beach, N.d.A.] sono arrivati immediatamente a Ocean Drive, sul luogo del delitto, prima ancora dell'ambulanza, che pure è giunta dopo soli quattro minuti. Da subito il ricercato per l'omicidio è stato Cunanan, tanto che durante i funerali di Versace, nella chiesa di Saint Patrick di Miami, abbiamo arrestato una persona che gli assomigliava come una goccia d'acqua: in realtà era un 20agina p

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