PRESENTAZIONE. Le curatrici EDDA ARCA e MARIA GRAZIA POZZATO

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1 PRESENTAZIONE Sono tante e diverse le interpretazioni date al movimento che anima le nostre vite. Gli autori di questo fascicolo ne seguono varie linee, ma approdano tutti alla consapevolezza di aver raggiunto una crescita personale attraverso relazioni ed esperienze familiari e sociali, o perseguendo con strenua tenacia la realizzazione dei propri sogni. Talora i racconti trattano di semplici traslochi o trasferimenti in ambiti piuttosto ristretti nello stesso paese, città o regione ma più spesso di spostamenti in luoghi lontani che assumono carattere di migrazioni definitive, o di viaggi che consentono di aprirsi ad altre culture. Non mancano testimonianze di vite attraversate dal dramma della guerra, che costringe a fughe e a cambiamenti continui e devastanti, generando paura e terrore nei protagonisti, apprensione e ansia nelle persone che condividono il loro destino. Movimento è soprattutto quello affrontato da chi, in momenti di crisi economica e sociale nel proprio paese, ieri come oggi, sceglie di trasferirsi in terre remote e sconosciute, ove trovare uno spazio per vivere. Ma molti dei protagonisti uomini e donne intraprendenti! sono sorretti dalla consapevolezza di possedere capacità e conoscenze adeguate ad ampliare i propri orizzonti, ad affrontare nuove sfide, a confrontarsi con ambienti e abitudini diverse, superando il disagio dello sradicamento, di incomprensioni o pregiudizi. In tutti permane la nostalgia della terra d origine; in qualcuno è forte il desiderio di ritornarvi definitivamente, quasi che la pienezza di vita si possa raggiungere solo rientrando là da dove si è partiti, per ritrovare il paesaggio, le persone, le atmosfere Ma quasi sempre è un desiderio frustrato: subentrano nuovi condizionamenti i figli, i nipoti, la casa e il ritorno risulta impraticabile. L attaccamento al luogo d origine può allentarsi se l integrazione è gratificante, dà sicurezza e soddisfazione perché dove ci si è stabiliti si sono messe nuove radici, si sono strette cordiali amicizie, si partecipa a pieno titolo alla vita di comunità, circondati dalla stima di tutti. Aver garantito a se stessi e alla propria famiglia decoro e dignità, superando condizioni difficili o limitazioni sociali, stimola il bisogno e il piacere di lasciare testimonianza degli eventi vissuti, considerati eccezionali o comunque fondanti per la propria identità personale e familiare. È di tali sentimenti che sono frutto questi nostri racconti, come un riappropriarsi di qualcosa di prezioso, che sentiamo parte della nostra interiorità. I protagonisti parlano senza dubbio di sé, ma anche di tanti compagni di strada accomunati da esperienze simili, quindi le vicende personali superano l ambito strettamente individuale per diventare storia collettiva. A rinsaldare la convinzione che in tutte le storie sono riconoscibili atteggiamenti e valori universali validi ieri come oggi, e che il desiderio di testimoniarli è costante e diffuso, aiuta la scoperta fatta da alcuni di noi delle memorie familiari qui riportate. Si tratta di lettere, foto, diari, documenti, che contengono notizie, osservazioni e riflessioni tante volte sentite rievocare in casa e che ora, a distanza di tempo, acquistano in umanità: in tanti anni di laboratorio (ben sei!) abbiamo imparato a immedesimarci in tante storie di vita, e anche a quelle del passato più lontano vogliamo dare nuova voce. Le curatrici EDDA ARCA e MARIA GRAZIA POZZATO 1

2 UTEM - Università della Terza Età di Montebelluna Sede operativa: Casa del Volontariato (ex Biblioteca), Via Dante Alighieri 14 Sito internet: Posta elettronica: Nell eventualità in cui immagini di proprietà di terzi siano state qui riprodotte, l UTEM ne risponderà agli aventi diritto che si rendano reperibili. 2

3 ADRIANA UNA NONNA CORAGGIOSA Qualche giorno fa, rovistando tra i vecchi documenti di famiglia, mi è capitato tra le mani il Bollettino N.1 del 1915 del Municipio di Feltre. Con esso si avvisavano i cittadini che il Comune si era regolarmente ricostituito a Firenze per sottrarsi all invasione austroungarica e li si invitava a far pervenire, al più presto, notizie sulla loro attuale sistemazione per poter compilare un elenco delle persone profughe da Feltre. Il Comune inoltre avvertiva che a Feltre si era formato un Comitato di Salute Pubblica impegnato a non abbandonare la città, qualunque evento si fosse prospettato. Al Comitato il Comune aveva consegnato un cospicuo fondo in denaro e tutti i generi essenziali, collocati nello Spaccio Comunale, per far fronte ai maggiori e più impellenti bisogni. A questo invito nonna Nicoletta confermò che sarebbe rimasta in paese. Era, la nonna, una donna alta, magra, dall aspetto fiero, orgoglioso, ma nello stesso tempo dolce. Vestiva sempre abiti scuri, un ampio grembiule arricciato ai fianchi con grandi tasche capaci di contenere la corona del rosario e la tabacchiera ben lavorata; uno scialle nero di lana le proteggeva le spalle e un fazzoletto scuro annodato sotto la nuca le copriva i capelli. Viveva sola in una grande casa ove sulle pareti d ingresso erano appesi, uno di fronte all altro, due grandi quadri del nonno e dello zio Tito, che incutevano rispetto e silenzio. Sulla facciata principale della casa sporgeva un terrazzino da dove si poteva assistere alla vita del paese. La nonna era solita trascorrervi le giornate leggendo e pregando. Nel giardino, limitato dalle mura e da una fontana, un tempo crescevano due grandi castagni e un piccolo pero e qui i giovani del paese si ritrovavano a far festa con musica e balli. Quando da piccola con la mamma andavo dalla nonna, lei non ci accoglieva con grandi effusioni, ma nel vederci il suo viso si illuminava di gioia: le bastava un come state? per accoglierci in casa. La mamma era l ultima di sei fratelli, la più esile, e per lei la nonna provava un particolare affetto, che manifestava anche a me conservandomi ogni anno la mia parte di pere. La ricordo sempre intenta a leggere, alle volte seduta sul piano della stufa ancora tiepido, con la lampada a carrucola sopra un libro: leggeva fino a tarda notte libri fantastici di antiche leggende, storie dei cavalieri della Tavola Rotonda o commoventi romanzi. A tarda età, quando gli occhi erano quasi spenti, teneva tra le mani il libro delle preghiere con lettere alte una spanna e leggeva ciò che sapeva a memoria. Era stato un vecchio dalla barba bianca ad insegnarle da piccola a leggere e a scrivere perché all epoca della sua infanzia, intorno al 1860, non c erano scuole in paese. Non parlava mai del nonno, morto molto giovane: un sant uomo a giudizio della gente, ma lei non l aveva mai amato, malgrado avessero avuto sette figli. Lo aveva sposato su consiglio di sua madre perché era figlio unico e quindi la famiglia in cui stava per entrare sarebbe stata meno impegnativa per lei, giovane sposa. Così al matrimonio che desiderava veramente aveva rinunciato quando già le pubblicazioni erano state fatte, ma conservò sempre nel suo cuore il ricordo del suo grande amore. La nonna non uscì mai dal paese. Solo una volta venne a trovarmi a Merano quando ero ammalata. Viaggiò però col pensiero e con il suo amore seguendo i figli nell avvicendarsi degli avvenimenti. 3

4 Il primo ad uscire di casa fu Tito, il più vecchio: nel 1911 partì per la guerra in Libia. Con angoscia la nonna attese il suo ritorno dopo che per tre volte le era stata annunciata la morte per mano di un araba (così si diceva). Lui invece tornò a casa col grado di capitano. Il peggio avvenne nella guerra del , quando Feltre fu invasa dalle truppe austroungariche che saccheggiarono e depredarono il paese. Si moriva di fame e di pellagra e gli oggetti più cari e significativi venivano barattati per un pugno di farina. I quattro figli della nonna furono subito arruolati ed inviati al fronte in postazioni diverse; le due figlie di sedici e diciassette anni, su sollecitazione del Comune, partirono profughe per Cesenatico, accolte in un istituto di suore. In questa immane tragedia la nonna era sola nella lotta per la sopravvivenza e sola attendeva con ansia le poche e scarne notizie dai suoi figli. Non tardò molto ad arrivare la notizia della morte del figlio Tito, avvenuta nel Questi si trovava in prima linea sul monte Caoriol e, mentre incoraggiava e incitava il suo battaglione all avanzata, fu colpito da due pallottole, una al cuore (ove teneva la foto del figlioletto) e una alla fronte. Il più giovane dei fratelli, venuto a conoscenza dell accaduto, lo volle vendicare. Sostenuto dall ideale di un Italia libera e unita, volle andare in prima linea, ma venne ferito gravemente dallo scoppio di una granata e ritornò grande invalido. Gli altri due fratelli furono subito spostati nelle retrovie e rientrarono alla fine del conflitto. La nonna raccontava che alla fine della guerra fu invitata a una cerimonia in onore del figlio Tito: nella piazza grande di Feltre un plotone di soldati sfilò davanti a lei presentando le armi e il comandante le appuntò sul petto tre medaglie al valore, d argento e di bronzo. Da allora la nonna, quando preparava la polenta, cantava una canzone che diceva: Il capitan della compagnia e l'è ferito e sta per morir e manda a dire ai suoi alpini perché lo vengano a ritrovar. Ogni volta grosse lacrime le scendevano sul viso. La sua nipotina se ne accorgeva e chiedeva: Perché piangi, nonna?. Perché anche mio figlio era capitano degli alpini ed è morto. UN EMIGRANTE ITALIANO Ero alla Coop a fare la solita spesa. Nel piazzale del negozio due carabinieri discutevano animatamente con un ragazzo di carnagione scura che si difendeva in un italiano stentato: Non ho fatto niente di male, ho solo un euro che mi ha appena dato un signore. Ve lo do, lasciatemi andare. Quelli invece non sentivano ragione: lo fecero salire in macchina e lo portarono via. Mi ricordai delle barche della speranza, di quanto i giornali scrivono e di quanti disperati finiscono in mare. Chissà quale buon dio aveva salvato questo poveretto dalla tragedia! Provai una grande pena. La storia dell emigrazione è sempre molto triste; è la storia di persone che per ragioni di guerra o di fame sono costrette a lasciare il proprio paese e gli affetti più cari e a cercare per sé e per la propria famiglia un luogo più sicuro ove poter vivere; persone coraggiose, pronte ad affrontare pesanti sacrifici, oltre che l indifferenza e a volte il disprezzo, pur di trovare qualche sicurezza. Molti ricordi tristi affollarono la mia mente. Anch io, sposando uno straniero, ho dovuto affrontare difficoltà impensabili e peggio di tutto il senso di esclusione dal mio stesso ambiente affettivo. 4

5 Anche nella mia famiglia ci sono stati degli emigranti. Zia Angelina era andata in Germania con il marito a gestire un albergo-ristorante frequentato da molti italiani. A Duisburg erano nati tre figli ma, allo scoppio della prima guerra mondiale, tutti dovettero abbandonare ogni cosa e rientrare in Italia. Si sistemarono alla meglio nella vecchia casa di Cesana e poco tempo dopo lo zio dovette partire per la guerra. La zia rimase sola ad accudire la famiglia in una situazione inimmaginabile. Furono anni difficili: l invasore austroungarico aveva razziato tutto e la zia e i suoi figli vissero con quel poco che poteva offrire la campagna. Alla fine del conflitto il Paese si trovò in una profonda crisi. Non c era lavoro e molti italiani dovettero emigrare. Anche Lindo, il figlio maggiore della zia, considerate le poche opportunità di studio e di lavoro in Italia, dopo essere stato in vari paesi europei, decise a soli diciassette anni di partire per gli Stati Uniti in quanto era risaputo lì le strade erano lastricate d oro. S imbarcò a Genova, da solo, e dopo parecchi giorni di navigazione giunse a New York. Era l inizio della grande depressione e le strade non erano certo lastricate d oro, anzi spesso non erano nemmeno asfaltate... Malgrado il lavoro fosse scarso, Lindo non si scoraggiò: voleva a tutti i costi realizzare il suo desiderio di studiare. Trovò sempre il modo di soddisfare le sue necessità e aiutare la famiglia in Italia. Fece i più svariati lavori, spostandosi continuamente in diverse parti del paese, correndo dove c era lavoro, qualsiasi esso fosse. Come in teatro gli artisti svolgono vari ruoli, così lui si adattava ai diversi lavori: boscaiolo, cuoco, operaio edile e operaio meccanico nelle acciaierie di Detroit. In tal modo si arricchì di esperienze di ogni genere. Più tardi colse un opportunità inaspettata e si trasferì sulla costa nordoccidentale del Pacifico, a Seattle, dove il verde paesaggio collinare gli ricordava Cesana, il suo paese lontano. Qui lavorò per ditte che realizzavano grandi progetti e finalmente, dopo tante esperienze e sacrifici, venne il momento di realizzare quanto aveva da sempre desiderato: approfondire gli studi. Si trasferì in California, dove frequentò l Università per diventare meccanico aeronautico. Per lui l istruzione era la chiave per una futura riuscita personale. Si laureò e ritornò a Seattle. Nel 1939, a ventinove anni, fu assunto come dirigente dalla Compagnia Aerea Boeing. Le sue capacità, la sua specializzazione nella lavorazione del metallo e la sua inventiva gli procurarono molti incarichi importanti. Mentre lavorava ad un progetto già ne aveva in mente un altro: si occupò dei prototipi di veicoli aerospaziali, delle navicelle, e poco prima di ritirarsi dal lavoro partecipò al progetto delle ruote del veicolo che gli astronauti avrebbero poi guidato sulla Luna. All interno della Compagnia Boeing Lindo era tenuto in grande considerazione. Anche chi non lo conosceva personalmente, sapeva che il suo lavoro aveva spaziato su tutta la tecnologia del ventesimo secolo. Ogni oggetto costruito da lui era fatto con la massima precisione: la forma speciale, una piccola decorazione rivelavano la sua firma. Si può portare via un ragazzo dall Italia, ma non si può portare via l Italia da un ragazzo. Malgrado il suo grande amore per la famiglia, solo dopo ventotto anni riuscì a tornare in Italia per un breve periodo e soltanto poco prima di morire rivelò al figlio la storia delle sue esperienze e della sua collaborazione ai progetti spaziali. 5

6 CARLO BISOGNA PARTIRE Che movimento in questo paese! Tutti vorrebbero andar via! Poi in molti sono andati via veramente. Io sono rimasto perché mi scartarono alla visita di idoneità: avevo le mani sudate e non si potevano avere le mani sudate per lavorare in un calzificio in Svizzera. Potrei scrivere tante storie di loro, dei miei amici: una per ognuno di loro. Mi limiterò a scrivere quella di Toni, che è anche la storia di altri. Toni era un giovane mio coetaneo, di famiglia contadina. La sua campagna in affitto ormai non bastava più per formare e mantenere una nuova famiglia: con l'avvento della meccanizzazione sarebbe bastato un solo fratello per condurre l'azienda del padre. Cosa fare dunque? Altri lavori qui non ce n erano, se non qualche attività artigianale mal pagata e senza contributi previdenziali. Bisognava emigrare. Toni aveva appena finito la naia. In quel periodo c'erano tante possibilità di emigrare: in Australia, in Canada, in Svizzera, ma anche a Milano, Genova, Torino... Scelse quest'ultima città. Partì armato solo del battesimo e del fil della schiena, come si suol dire. Aveva una valigia in mano e un biglietto del treno di terza classe. Andò a lavorare alla FIAT, nel reparto verniciatura. Perfino le lettere che mi scriveva sembrava che sapessero di vernice, dell aria soffocante che doveva respirare, aria decisamente diversa della campagna di suo padre. E dove andava a dormire? In un bugigattolo in un quartiere di periferia. Il pensiero fisso di Toni era sempre quello di tornare a casa, di tornare a vivere nel suo paese natio. E infatti, appena Toni ha potuto avere qualche soldo, si è comperato un bell appezzamento di terreno di circa seimila metri quadrati in una posizione centrale del suo paese. Dopo un po' di tempo su quel terreno si è costruito una grande bella casa. In seguito nella nuova Torino è riuscito a cambiare attività andando a lavorare in un vivaio di piante e fiori. Dopo alcuni anni si è messo in proprio in quel settore ed ha avuto fortuna. Toni però non è mai riuscito a dimenticare il suo paese, la sua gente, le strade, le case, la chiesa, il campanile... Ma la vita continuava là dove era emigrato: ormai nella sua Torino si trovò la fidanzata, anche lei di famiglia contadina e originaria della sua provincia. Si è sposato, ha avuto una figlia, poi un maschio, poi altre due figlie. Questi figlioli crearono un atmosfera gaia, serena, allegra, non solo in famiglia ma anche nella parrocchia e nel vicinato. A questo punto Toni era molto indeciso se tornare a casa nel suo paese o restare nel nuovo ambiente. Poi sono mancati i genitori e inoltre i figli volevano vivere nel luogo dove erano nati. Alla fine Toni prese una decisione sofferta: vendette la sua bella casa costruita in centro al paese natio, quella casa sulla quale aveva coltivato tanti sogni, tante speranze. Toni ora vive a Torino con i suoi figli e con i nipoti. Non mi scrive più, ma spesso mi telefona. I suoi discorsi tornano sempre sul vecchio paese, sulle persone e sulle cose che ha lasciato. Io non riesco proprio a convincerlo che quell ambiente non esiste più, che tutto è cambiato: le strade, le case, la gente, le abitudini. Tutto è cambiato! Tante cose ormai esistono solo nei suoi ricordi e nella sua nostalgia. 6

7 IN TANZANIA HO INCONTRATO GLI ANGELI Non ero mai stato in Africa. Questa volta mi sono deciso a raggiungere mia sorella missionaria, mi sono preparato e sono partito. Parto da Treviso con un aereo delle linee olandesi che si dirige verso nord. Comincio a non capire: l Africa è verso sud! Ma forse si vuole raggiungerla attraverso il polo nord Alle 23 precise, quando è notte fonda, un jumbo DC 10 decolla dall aeroporto di Amsterdam. Ho il posto vicino al finestrino e posso guardare in basso. Ma è buio pesto e non vedo niente, se non di tanto in tanto qualche agglomerato di luci che indica una città. Poi più niente. Quando comincia il chiarore del giorno, dovrei già essere oltre il Mediterraneo, penso. Guardando dal finestrino scopro invece qualcosa che assomiglia alla vasta banchisa polare. Questa enorme distesa di nubi si estende a perdita d occhio: sono cirri cumuliformi, tutti alla stessa altezza, così bianchi che fanno pensare alla distesa di un ghiacciaio. Ma ecco ora uno squarcio. Sotto non si vede se non terra arida e sabbia: è il deserto del Sahara. Ora invece si vedono dei serpenti di verde. Devono essere dei fiumi in secca in questa stagione. Poi si può ammirare il bel verde cupo intenso della lussureggiante vegetazione equatoriale. Mentre l aereo va, compaiono delle nubi sopra cui si staglia un enorme groviglio di rocce coperte di neve. Al centro vedo un anello di roccia (un vulcano?) e ancora neve. Ma dove sono? Sulle Alpi Dolomitiche o sul Monte Bianco? No, è il Kilimangiaro: la montagna più alta di tutta l Africa, che si erge a oltre 6ooo metri di altezza. Ora l aereo inizia l atterraggio sull aeroporto di Dar es Salaam. Sotto di noi c è l Oceano Indiano. Prima di uscire dall aeroporto bisogna cambiare moneta. Cambio 100 dollari: mi viene data una quantità di scellini che il mio portafoglio è incapace di contenere. Decido di metterli nella borsa. Povero paese, penso, con una moneta così debole! La missionaria della Consolata che è venuta a prendermi mi fa salire su uno sgangherato taxi: speriamo solo che prima di rompersi riesca a portarci a destinazione. Per la strada mi colpisce il gran numero di persone che camminano tranquille sulle piste battute ai lati. Sono uomini e donne, per lo più scalzi, che indossano brandelli di vestiti. Le donne portano tutte qualcosa sulla testa. Questa visione mi diventerà familiare per tutto il tempo che resterò in Tanzania, ovunque sia andato. È un popolo di gente giovane e solo il giorno dopo il mio arrivo sono riuscito a vedere un vecchio. Restiamo qualche giorno nella missione di Mbagala, dove c è la procura delle suore. Mentre vado e vengo, sulla strada vedo i più bei grappoli che abbia mai visto in vita mia: sono numerosi e bellissimi grappoli di bambini. Hanno i piedi nella polvere, sono mezzo svestiti, ma sono gai, vispi e allegri come tutti i bambini del mondo. Mi fermo a guardarli. Mi si dilata il cuore. È una sensazione fortissima che mi accompagnerà per tutto il tempo che resto in Tanzania. Intanto penso alle case lussuose nel nord del mondo, senza bambini ma piene di aggeggi elettronici. Qua invece non ci sono né case né comfort, ma ti si allarga il cuore nel vedere questi piccoli, ai quali le madri riservano moltissimo affetto e moltissimo tempo. Sei ricca, Tanzania! Anche se la tua moneta conta poco, anche se sono evidenti i segni della tua povertà, di questi bambini e di queste mamme c è da essere fieri! 7

8 Dopo due giorni andiamo a visitare la missione di Kilimaewa. Per una strada piena di buche, (grandi così non ne ho mai viste in vita mia) facciamo circa 100 chilometri, ma siamo sempre nella parrocchia di Dar es Salaam. Questa missione è stata fondata un anno e mezzo fa, ma le suore vi hanno già aperto un dispensario, hanno iniziato a fare il catechismo, insegnano a leggere e scrivere e anche un po di puericultura, visitano la gente dei villaggi. Andiamo in uno di questi villaggi, Mbulani, con un padre benedettino tedesco che dovrà amministrare un matrimonio, cinque prime comunioni, un battesimo, tutti durante la stessa celebrazione. Si parte con due macchine. Arriviamo al centro del villaggio, la gente ci aspetta. C è una sola casupola, di una muratura tutta speciale e con il tetto coperto di paglia. Sui miseri muri qualcuno ha scritto con il carbone: Mtakatifu Petro, cioè Chiesa di san Pietro. Il prete tedesco non vuol celebrare in chiesa, preferisce la piazza: è uno spazio con grandi alberi di acagiù e di mango ai quali sono appese delle bandierine tricolori formate da foglie e fiori rossi e gialli, e da pagine bianche di un vecchio calendario italiano. Arriva la sposa vestita di bianco: un grembiule delle suore, penso. Poi da un sentiero arriva lo sposo. Lo precede suo figlio quarantenne che intona l alleluia. Tutta la gente intorno canta e danza e al suono di strumenti rudimentali danzano perfino i bambini che a malapena si reggono in piedi. Durante la messa si celebrano i sacramenti. Poi padre Bedda si rivolge agli sposi ultrasessantenni: - Nswu benamu? Sei contenta? - Mdio, sì. - Wazere nankalyenga? Sei contento? - Mdio. - Ego coniungo vos Urla di festa! L austero padre tedesco tira fuori un grosso librone e chiede agli sposi di firmare. Per fortuna le suore provvidenziali hanno pensato a tutto: hanno portato il tampone per i timbri. Allora il celebrante prende la mano destra degli sposi, immerge i pollici nel tampone e poi li preme sul registro là dove c è scritto signature. Mentre loro fanno ciac col dito, una suora fa clic con la foto. Poi il pranzo nuziale, ma qui la civiltà del cucchiaio non è ancora arrivata. Allora tutti affondiamo le mani nell unica ciotola colma di riso e fagioli: non sono niente male! Intanto mi guardo attorno. Dove è la gioventù? Non si vede. Questo è un popolo senza ragazze. Sono tutte bambine o mamme. Infatti sono presenti una ventina di mamme con il loro bambino sulle spalle. Ma queste mamme sono giovanissime! Ci avviciniamo ad una di esse: ci dice che ha diciannove anni e già due bambini e che vuole regolarizzare anche lei la sua unione, come ora hanno fatto questi due nonni, sia in chiesa che in municipio lassù a Dar es Salaam. Le suore, che da tanto tempo hanno preparato il matrimonio di oggi, mi avevano anticipato che era importante, perché altri avrebbero preso esempio da questi due sposi. Torniamo a Kilimaewa. Dopo cena è già buio. Sto attento alle zanzare e faccio quattro passi nella boscaglia circostante: nessun rumore. Silenzio solenne. Solo mille voci di grilli, di gufi, di animali di tutte le specie rendono questo bosco pieno di armonia, di musica dolce che dà lode al creatore, mentre in alto un cielo pieno di stelle completa lo spettacolo. Ora mi ritiro a dormire nell alloggio preparato per me, mentre fuori due arcigni guerrieri, armati di arco e frecce, montano la guardia. Mi sembra di essere al Quirinale, scortato dai corazzieri. Ma per loro io sono molto più di un presidente: sono l uomo bianco, il loro ospite. 8

9 Al mattino seguente mi sveglio al richiamo della preghiera mattutina. Fedeli e suore pregano insieme in chiesa per invocare l aiuto di Dio all inizio della giornata. Quando mi alzo, al dispensario una lunga fila di ammalati aspetta già la suora. Altre due suore vanno a insegnare il catechismo agli adulti, un altra deve sovrintendere a tutto l andirivieni che c è in missione. Io e mia sorella ci offriamo di andare a prendere acqua al pozzo, distante circa tre chilometri. Poco dopo il nostro arrivo il luogo si popola di gente, di donne e ragazzi che vengono per vederci. Io indosso i mocassini, un paio di pantaloni da gelataio e un camicia chiara. Pure mia sorella veste di bianco. Mi sento come un gondoliere sul Canal Grande. E mentre pompo l acqua una donna sgrida mia sorella perché fa lavorare l uomo. Mia sorella le risponde non so che cosa non capisco la lingua ma tutti si mettono a ridere. Poi un altra donna si rivolge a me e mi chiede di sposarla, ma questa volta le donne non ridono. Subito mia sorella risponde che non si può perché io sono già sposato ed ho due figli. Ma la donna insiste: Che cosa importa? Sposi anche me! (nella religione musulmana e animista in effetti sono ammesse due, tre e anche quattro mogli). Il giorno dopo arriva padre Fedele, un frate cappuccino, e con lui si va a Kibiti, dove le suore vogliono fondare un altra missione: qua la chiesa, là la casa per le suore, là in fondo la scuola per il catechismo, dall altra parte il dispensario, di qua l orto Non sono persone comuni queste suore! Il giorno dopo è ancora festa. Siamo seduti su una specie di panca sotto un albero: io vestito sempre di chiaro, mia sorella di bianco. La gente ci guarda da lontano, ci spia. Chissà cosa pensano! Qualcuno si azzarda a raggiungerci per riverirci. Intanto arriva il padre per celebrare la messa. Si suona la campana, un vecchio cerchione di ruota di camion appesa ad un albero con uno spago. La gente si raduna in cerchio attorno a noi. Si parla. Ci dicono che noi siamo fortunati perché vediamo i nostri vecchi. Loro invece muoiono tutti giovani e i loro figli possono solo sentir parlare dei nonni. I nostri figli invece li vedono e si intrattengono con loro. Io faccio capire che anche noi abbiamo le nostre croci: spesso i nostri vecchi sono maltrattati, abbandonati, relegati in solitudine, oppure lasciati a vegetare nelle case di riposo. Ma loro ribattono: Sì, sì, tutto quello che volete, ma intanto i giovani vedono i loro nonni e possono sentirli raccontare del passato. Poi si parla di agricoltura, di scuola per l agricoltura. Sanno che sono un tecnico agrario. Si animano quando mia sorella traduce le mie parole. Vorrebbero a tutti i costi che venissi qua ad insegnar loro a coltivare la terra. Dicono che riceverei l aiuto di tutti e dello stesso governo. Parlano seriamente e cercano in ogni modo di convincermi. Intanto altra gente continua ad arrivare. Senza fretta, seduta sotto gli alberi, aspetta che il padre finisca di confessare per poi celebrare la messa. Il tempo qua non conta... Ora la messa è incominciata. Bella questa lingua kiswahili! Peccato che io non riesca a capire neanche una parola! Belli anche questi canti africani sentiti dal vivo, nel mezzo della foresta. La gente è seduta per terra. Le donne allattano i bambini. I ragazzi guardano e pregano con semplicità e fervore. Un poco più in là, assiepati, i musulmani e gli animisti ci osservano. Nel pomeriggio faccio un giro per il villaggio e trovo delle donne che con un bastone schiacciano il mais nel mortaio per fare la polenta. Zecchipenzi, il vecchio saggio, mi dice: Ora il dispensario lo abbiamo, tra poco avremo il mulino e allora saremo a posto. Sono andato io fin lassù a Dar es Salaam, a cento chilometri da qui, a chiederlo!. 9

10 L indomani siamo a Mbagala. Di mattina verso le otto faccio un giro per il dispensario per trovare suor Anna Clara che sta lavorando. Un sacco di pazienti aspettano il loro turno. Ne conto fino a duecento, ma sono sicuramente di più. Vedo anche un buon numero di ragazzine che sembrano giocare con le bambole: solo che le bambole sono bambini veri. I loro figli. Più tardi partiamo per Bagamoyo per una gita di tutta la giornata. C è mia sorella, suor Franca Lidia, suor Ester della tribù dei Wabena, e io. La città dista settanta chilometri, ma la strada è buona. È con profonda emozione che visitiamo questo luogo: di qua infatti partivano gli schiavi destinati a essere trasportati in America. Qui tutto parla di schiavi e di schiavismo. Sembra che Bagamoyo stesso voglia dire morte, disperazione. Siamo di fronte all isola di Zanzibar. Qui c era il porto. Ora si vede un mare bellissimo, l Oceano Indiano. Partendo dai laghi di Niassa e Tanganica gli schiavisti razziavano tutte le persone che trovavano e le portavano qui incatenate. Molti prima di arrivare morivano di fame, di malattie e di maltrattamenti. Ora si può osservare una sessantina di plinti in cemento ai quali gli schiavi venivano legati con catene di ferro. Nel museo di questo paese si possono leggere nomi e cognomi di schiavisti, copie di certificati di schiavi resi liberi e un proclama con il quale l Inghilterra vietava di portare schiavi in India e negli stati arabi perché dovevano servire in America. Tuttavia anche allora c erano persone come padre Massimiliano Kolbe. Qua a Bagamoyo sono arrivati i fratelli dello Spirito Santo che nel 1879 iniziarono a comperare schiavi per dar loro la libertà. Ed hanno continuato a farlo fino al Queste notizie si trovano nel museo. Anche il grande missionario ed esploratore David Livingstone dopo la morte è stato portato qua a spalle attraverso tutta la foresta dai suoi uomini di colore: molti morirono, ma quelli che arrivarono dissero: Adesso possiamo morire anche noi, il nostro compito lo abbiamo svolto. Suor Ester mi fa notare che da questo posto è partita l evangelizzazione della Tanzania. Ora tra i grossi frangipani circondati da piante di cocco, di banane e di acagiù c è un lindo cimitero dove si possono leggere nomi di missionari morti giovanissimi, fra cui quelli di cinque missionarie poco più che ventenni, morte tutte in un solo anno. Tornando visitiamo ancora qualche spiaggia africana, sempre bellissima e deserta; poi andiamo a Dar es Salaam (che vuol dire il luogo della pace ) nella procura dei padri della Consolata per ascoltare la messa vespertina. Purtroppo il celebrante, padre Aldo Pellizzari, è senza ostie. Allora prende un pezzo di pane, ne fa sei parti, le consacra: se non è pane azzimo, pazienza! Tornando a casa, mentre varchiamo il cancello della missione, scorgiamo suor Anna Clara che esce dal dispensario dopo aver visitato l ultimo malato della giornata. Erano tanti gli ammalati che avevo visto stamattina e suor Anna Clara ha dovuto lavorare tutta la giornata per poterli accontentare tutti. Ce l ha fatta, ma quante ore ha dovuto lavorare oggi? E per quale denaro? Per quale ricompensa? Per amore di Dio. Ma ora si nota che è stanca e domani deve iniziare di nuovo. A sera sono rientrate tutte le suore della comunità di Kilimaewa e c è molta festa in questa casa di procura, come se fossero ritornate a casa. Care suore, ho visto tante belle cose, ma la cosa più bella che ho visto siete voi, le vostre comunità! 10

11 INNOCENZA IL CONTINENTE La Sicilia, dove sono nata, è notoriamente un isola. E questo fatto i confini ben definiti, il mare che la circonda dava ai suoi abitanti dei connotati particolari e, talvolta, contraddittori. Uso un tempo passato perché mi riferisco alla Sicilia di almeno mezzo secolo fa, oggi so che molto è cambiato. Da una parte i siciliani avevano un attaccamento molto forte alla loro terra, con la quale si identificavano sentendosi isolani ; dall altra parte però c era la voglia di superare quei confini, di navigare, forse perché i siciliani portano nel DNA qualcosa di quei greci che, attraversando il mare, avevano in buona parte colonizzato l isola. Per i siciliani tutto il resto d Italia, dalle Alpi all estrema punta calabra o pugliese, senza differenza, era il continente. Sono stato in continente era l espressione usata da chi era andato a Roma o a Venezia o semplicemente a Reggio Calabria, traversando solo lo stretto di Messina. Il continente quindi aveva, nel sentire comune, quel qualcosa in più, non ben definito in verità, che creava fascino e attrattiva e rendeva un po snob chi c era stato. Ricordo un proverbio siciliano che recita: cu nesci, arrinesci, cioè chi va via, chi ha il coraggio di partire, riesce nella vita. E molti, in giro per il mondo, ci hanno provato. Nella mia famiglia, legatissima alla terra siciliana, Milano è stata, per motivi diversi, una meta. La prima ad andarci fu la mia sorellina minore che per quattro anni vi frequentò l Università Cattolica; aveva vinto una borsa di studio che le permetteva di essere ospitata gratuitamente al Marianum, un collegio universitario. Per mio padre questo fu motivo di grande orgoglio: l Università Cattolica era un miraggio per i cattolici illuminati come lui era; nelle parrocchie si raccoglievano fondi e molti si davano da fare perché fosse un vero centro di cultura cristiana. Tornata a casa Maria, fu la volta della sorella maggiore che, appena sposata, si trasferì a Milano perché il marito, toscano, vi aveva trovato lavoro presso l Alfa Romeo. Dopo due anni, quando a Milano ero appena arrivata io, dovette cambiare sede. Io quindi fui la terza di casa a trasferirmi a Milano. Mio marito, allora fidanzato, dopo la laurea aveva seguito a Palermo un corso per dirigenti di azienda e, in seguito ad un colloquio selettivo, aveva trovato occupazione presso una multinazionale con sede a Milano. Quando partì in treno per iniziare il suo lavoro mi mandò una foto del traghetto che lo portava in continente e sotto c era scritto: Ciao Sicilia, ma tornerò! Questa foto è ancora nel mio vecchio album, a testimoniare che non sempre la vita segue i percorsi che ciascuno di noi immagina. Io mi trasferii a Milano la stessa sera del mio matrimonio e quello fu anche il mio primo volo aereo. All aeroporto con i nostri vestiti nuovi, le valigie in pelle, regalo di nozze e mi vergogno solo a pensarci un orchidea in mano omaggio di un vicino di casa, accompagnati da un nugolo di familiari, eravamo proprio il prototipo degli sposini in viaggio di nozze! Al trasferimento a Milano, dopo cinque anni, ne seguì un altro, quello a Montebelluna. Anche quella volta ero convinta che non sarebbe stato per sempre; i nostri amici milanesi e i colleghi di lavoro di Umberto ci dicevano che spostarsi in provincia e per loro tutto il Veneto era provincia serve a far accelerare la carriera, ma che dopo alcuni anni si torna sicuramente a Milano. In verità, quando mio marito accettò quell opportunità di lavoro, noi non sapevamo bene dove fosse Montebelluna e devo confessare che la cercai nell atlante in provincia di Belluno. Ma quando mi ci recai per un giorno a vedere il posto e cercare casa, capii subito che mi sarei trovata bene e avrei ritrovato un po di quell ambiente naturale che a Milano mancava e che mi riportava alla mia infanzia: certo non c era il mare, ma il verde sì, e tanto! Quando ci trasferimmo, arrivando in auto, 11

12 percorrendo il viale della Vittoria, dissi alla mia bambina di quattro anni che in fondo avremmo trovato la nostra casa; lei batté le mani e disse: Che bello, abbiamo la casa nel parco Sempione!. Era l unica zona verde che conosceva! Ci sono rimasta a Montebelluna e mi ci sono radicata: si può dire che la mia vita da adulta, quella professionale, sociale, oltre che familiare, l ho vissuta qua. E la Sicilia? Quella è rimasta il mio punto fermo dove tornare di tanto in tanto. Ci sarò tornata un centinaio di volte almeno: in aereo, in treno, in auto, in occasione di feste o di lutti, di vacanze o no. E mi viene in mente una frase di Cesare Pavese tratta da La luna e i falò che dice: Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. 12

13 EZIO LE MIE ORIGINI E LA MIA TERRA Nel corso della vita per ragioni di lavoro mi sono allontanato più volte, anche per lunghi periodi, dal mio paese: Montebelluna. Ogni volta però ho sentito il suo richiamo ed ho finito con il ritornarvi. La mia, la nostra, è una cittadina dalle origini molto antiche e lo dimostrano i numerosi reperti del periodo paleoveneto ritrovati nel territorio e in piccola parte esposti nel nostro museo. Tuttavia la sua struttura attuale è relativamente recente e non ha certo il fascino di altri centri che ci circondano. Si trova però ai piedi del Montello, fra i colli che si estendono da Asolo a Conegliano, percorsi dalla Strada del vino bianco, il famoso Prosecco. Sulla Sinistra Piave, alle spalle di Pieve di Soligo, salendo lungo la collina s incontra Refrontolo, un paesino che beneficia di un clima particolare perché ha il sole lungo tutta la giornata. Forse proprio per questo, oltre al Prosecco vi si coltiva anche il Marzemino. Ebbene proprio da questa località trae origine la mia famiglia. Il nonno, negli anni di fine Ottocento, gestiva, da buon mugnaio, il Molinetto della Croda divenuto, nel tempo, mèta di turismo locale e non solo. In occasione del Natale vi si allestisce anche una mostra di presepi. È proprio qui che il 28 gennaio 1895 è nato il mio papà. La nonna raccontava che era nato prematuro ed era così minuto e fragile che la levatrice riteneva che avesse poche probabilità di vita. La mia bisnonna però lo avvolse in un panno e lo mise in una scatola da scarpe alitando su di lui per cercare di riscaldarlo e tenerlo in vita. Forse sarebbe sopravvissuto comunque, ma si diede grande merito alla mia bisnonna per averlo salvato. Nei primi anni del Novecento i nonni si trasferirono al mulino di Onigo, costruito lungo il torrente Curogna che scorre ai piedi della chiesa: ed è qui che mio padre è cresciuto e si é fatto uomo. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi in cavalleria ed era molto orgoglioso di appartenere a quel corpo perché aveva forgiato, diceva lui, degli esempi di valore nobili e coraggiosi. Terminata la guerra, rientrò in famiglia, assunse la conduzione di una cooperativa alimentare a Pederobba e prese in moglie una ragazza che, da militare, aveva conosciuto sulla sponda est del Garda. Con lei ebbe poca fortuna perché, dopo breve tempo, gli morì di parto assieme al neonato. Di questo, in famiglia, si é sempre parlato poco e credo di averlo saputo solo quando ero ormai più che ragazzo. All inizio degli anni Venti rilevò un piccolo negozio di generi alimentari, in via Piave a Montebelluna. Fu così che, proprio nell esercizio della sua attività, ebbe modo di conoscere la giovane che sarebbe diventata la mia mamma. Sposò Marcella il 24 luglio del 1924 ed ebbero quattro figli maschi. Contemporaneamente, assieme alla famiglia aumentava anche il lavoro e così papà acquistò lo stabile accanto al suo negozietto. Di quest abitazione ho solo pochi e vaghi ricordi. Avevo poco più di quattro anni quando ci siamo nuovamente trasferiti. Gli fu offerta una vecchia villa con molte stanze e annessi un porticato e alcune dipendenze che si trovavano a pochi passi dalla precedente abitazione. Furono fatte delle modifiche per ospitare il nuovo negozio aprendo un ingresso indipendente e a fianco un ampia vetrina. A sud dello stabile c era uno spazio con tanti fiori e, addossate alla casa, due viti di uva dolce da tavola e un albicocco, di cui riuscivo a cogliere i 13

14 frutti maturi dal balcone della mia camera al primo piano. Oltre una rete c era ancora un terreno coltivato a orto, più un vigneto intramezzato da piante di pesche e di fichi, al di là dei quali scorreva un fosso, utile per abbeverare l orto, le piante e i fiori. A fianco di tutto questo papà aveva fatto costruire due porcili e un pollaio: vi erano allevati diversi polli e tacchini per il consumo di famiglia, mentre i maiali servivano per il negozio. Erano macellati in gran numero e i salumi di papà erano noti per la qualità e l ottima dosatura delle spezie. Casa nostra era (ed è) comoda alla stazione ferroviaria e la gente arrivava anche in treno per acquistare i nostri insaccati. Da quando abbiamo smesso quest attività evito di mangiare salumi perché il ricordo m impedisce di accettare la diversità del gusto. Negli ultimi anni Cinquanta, sulle macerie del vecchio è stato ricostruito un nuovo stabile con quattro appartamenti e altri spazi più consoni all attività in espansione e alle nuove famiglie dei miei fratelli maggiori. Nel 1987, a causa dell evoluzione del settore, concentrato sempre più verso le grandi organizzazioni, abbiamo ceduto l attività indirizzando altrove i nostri interessi. Nel 1996, dopo un decennio trascorso nella Pedemontana feltrina, sono rientrato definitivamente a Montebelluna. Assieme a mia moglie Giuliana ho ristrutturato l appartamento dei miei genitori e ancora qui in via Piave stiamo trascorrendo serenamente la nostra terza età. Spesso salgo sulla bicicletta da corsa, supero il ponte di Vidor e da Col San Martino, attraverso Campea, Follina e Miane, salgo a Combai. Da qui fino a Valdobbiadene si corre lungo filari e filari di viti da cui si ricava il classico Prosecco ma anche il più nobile Cartizze. Altre volte da Follina proseguo per Cison di Valmarino, Tarzo, Corbanese, salgo le Mire per scendere poi a Refrontolo. Negli ultimi tempi le lunghe distanze in bicicletta si sono fatte pesanti per il mio fisico. Perciò frequento prevalentemente il Montello: oltre allo Stradone del Bosco lungo il Brentella c è la panoramica, la dorsale e ventidue prese con varie difficoltà di salita. Anche qui i vigneti si stanno sviluppando ogni anno di più assieme agli ulivi. A questo proposito mi è piaciuta la battuta di un amico: Sono salito sulla presa 3: a metà strada hanno piantato un vigneto che sembra un aeroporto!. Io aggiungo: hanno lavorato un anno intero a togliere crode e spianare il terreno. La terra del Montello è rossastra e cretosa, inadatta a coltivare la vite: infatti una volta il vino dei contadini locali aveva un bel colore giallo oro ed era aspro fino a legare i denti. Oggi invece le cantine della nostra zona producono degli ottimi vini. Non ho idea di come abbia potuto verificarsi questo miracolo! Più volte mi sono chiesto il perché dei sentimenti che nutro verso il mio paese di origine, che su di me esercita sempre un forte fascino. Penso che la risposta sia proprio in questi miei racconti. Io ne sono convinto e spero di essere riuscito convincente nel trasmettere le stesse sensazioni anche a chi leggerà. 14

15 FLORA FLORA 1954 A PIÙ VOCI Passo ore intere a disegnare, però a volte mi manca la carta da disegno e a volte i colori, che sono costosi e non sempre mi vengono comperati. In casa mia risparmiare è un imperativo a cui tutti dobbiamo sottostare: perciò il più delle volte mi devo accontentare di disegnare a matita su qualche vecchio quaderno che non uso più per la scuola. Mi piace molto disegnare paesaggi con montagne, prati verdi, torrenti e grandi castelli che si scorgono in lontananza, ma ancor di più mi piace disegnare principesse e fatine, sempre vestite con abiti sfarzosi e colorate nel modo più vivace. Conoscendo la mia passione per il disegno la mamma mi iscrive a una scuola d'arte che si tiene alla domenica mattina nelle sale del Dopolavoro Aziendale. Nel gruppo molto numeroso io sono tra le più giovani: gli altri allievi sono quasi tutti adulti e fanno dei disegni che mi sembrano bellissimi. Alla mia prima lezione il professore mi chiede di fare un ritratto a matita: un signore seduto, con la pipa in bocca, posa per noi. Io comincio a disegnare e ne viene fuori un disegno molto elementare che non ha nessuna somiglianza con il modello. L insegnante dice che non va bene, che devo rifarlo, e comincia a spiegarmi come fare; mi insegna a prendere le misure con la matita e ad osservare bene i rapporti tra le parti del viso e della testa; comincio un nuovo disegno e con mia grande soddisfazione il ritratto che ne esce è abbastanza somigliante. Il professore mi fa i complimenti e io provo una grande gioia; in cuor mio mi sento già una pittrice e, quando vengo a sapere che nella sala del vicino palazzo sono esposte le opere di pittura che hanno partecipato al premio Marzotto, vado a vederle. Ne rimango impressionata: è la prima mostra di pittura che visito e guardo estasiata tutti quei colori che illuminano le pareti. Passo da una sala all altra per vedere tutti i quadri e mi soffermo a lungo a guardare quelli che mi sembrano più belli; a volte quelli che hanno vinto dei premi non sono tra i miei preferiti: sono quadri difficili, apprezzo veramente solo quelli che riesco a capire. Quello che ha vinto il primo premio mi piace molto. Leggo il cartellino apposto a fianco: Filippo De Pisis Place Michele Premio Marzotto 1954 Torno a casa con la testa piena di sogni, ma non ho il coraggio di dire a nessuno che da grande vorrei diventare una pittrice. FLORA 1955 È lungo e freddo questo inverno. Quando mi affaccio alla finestra della camera vedo la casa dei nonni e la stanza dove i miei zii stanno lavorando al telaio; appena smontano dal lavoro in fabbrica cominciano un secondo lavoro che li impegna sempre di più. 15

16 L'altro giorno mi hanno regalato un bel foulard azzurro di lana morbida e calda; la mamma mi ha raccomandato di usarlo con cura, come tutte le cose che mi vengono regalate. La mamma oggi ha il turno in fabbrica di pomeriggio e io mi annoio molto quando devo restare a casa da sola con mio fratello perché non abbiamo tanti interessi in comune. I compiti per casa li ho fatti in fretta e ora non so cosa fare; forse è meglio che vada dalla nonna Caterina, almeno lì potrò giocare con mia cugina Elvia. Dalla nonna trovo le mie zie che stanno parlando del lavoro che non va più molto bene. Mi siedo in cucina e ascolto i loro discorsi preoccupati; sento parlare del Canada, che non so bene dove si trovi ma intuisco che è molto lontano: un altro mondo e un'altra vita. Forse la zia Carmen se ne andrà via con lo zio Angelo e questo mi rattrista molto. La zia mi piace tanto perché ha un carattere molto affettuoso ed è sempre sorridente, al contrario dello zio, che è sempre piuttosto serio. La zia Carmen aspetta un bambino ed è a casa dal lavoro, ma appena può va ad aiutare il marito che lavora al telaio. È stato lo zio Mario ad organizzare il lavoro e ora due stanze sono diventate un laboratorio; la casa sembra ancora più piccola, ma nessuno si lamenta perché il lavoro è importante per tutti. Anzi, ce ne vorrebbe sempre di più. ZIO MARIO L'avventura dei telai a mano Io e mio fratello, avuti in prestito due telai a mano con Jacquard, ordito e spolatrice, sgomberate due stanze, li mettemmo in grado di funzionare; mancava solo il filato. La Marzotto ci disse di no! Ci siamo rivolti a una tintoria industriale di Vicenza che, pagando, ci fornì il filato. Dura lana pettinata titolo 2x Scelti i colori ne comprammo 25 Kg. E cominciammo così a lavorare; io e mio fratello ai telai, mia moglie e la moglie di mio fratello al finissaggio. Incominciammo con delle sciarpe da uomo e da donna, erano capi meravigliosi. Li vendemmo subito nelle mercerie dei dintorni ricevendo incoraggiamenti. Continuammo con degli scialli da donna con filettature in oro o argento; seguirono le copertine da culla dei bambini tessute a nido d'ape. Avevamo anche un nostro viaggiatore con un nostro campionario; le cose sembravano andar bene, ma dopo qualche anno la crisi si fece sentire molto forte; le ordinazioni cessarono. Mio fratello decise di emigrare in Canada, poco dopo lo seguì la moglie con il bambino. Io smontai i telai e li misi in soffitta. ZIO ANGELO Addio all'italia Ho il mio lavoro, ma in Italia in questo periodo la situazione non si presenta tanto favorevole. Da diverso tempo per Valdagno corrono delle voci: che Marzotto offre lire (circa 80 dollari) a tutti coloro che si licenziano volontariamente, no QUESTION ASK... La ragione: Marzotto sta rinnovando lo stabilimento con macchinari moderni che richiedono meno 16

17 mano d'opera. Altra notizia che circola per Valdagno: il Canada richiede operai specializzati, preferibilmente veneti. Io e Carmen facciamo mille commenti su queste notizie, facciamo dei paragoni, esploriamo le varie opportunità. Per il momento sono solo ipotesi, commenti; le decisioni, se ci saranno, si faranno nel prossimo futuro. CONTE GIANNINO Eravamo nel Gli stabilimenti erano molti, con organici assai gonfiati ed incompatibili con una proficua gestione. La mentalità dell'azienda si era adagiata sugli alti profitti speculativi che la fine della guerra aveva comportato e l'efficienza industriale sembrava contare assai meno. Io ero, allora, molto giovane e non ero influenzato dai profitti di guerra. Mi proponevo invece la maturità industriale e, se occorreva, la imponevo. Dovetti licenziare decine di dirigenti e riordinare migliaia di lavoratori. C'era, allora, il cosiddetto blocco dei licenziamenti. Come si potesse andare avanti, non lo suggeriva nessuno. Tuttavia, poco per volta, lavorando molto e ragionando ancor più, le cose si rimisero a posto. Razionalizzazione del lavoro, riduzione dei costi, conquista dei mercati, creazione di nuovi prodotti: un po' di tutto. Mio padre mi nominò Vice-Presidente ed Amministratore Delegato. G.IANNINO MARZOTTO, Così è o mi parve, Ed. Fucina ZIO ANGELO Il dado è tratto Ora ho tutti i documenti necessari e posso partire quando voglio... Vado in una agenzia viaggi a Valdagno, per trovare un posto per il viaggio. Prenoto un posto sulla motonave Roma, in partenza da Genova il 7 aprile L'itinerario è Genova-Barcellona-Gibilterra-Lisbona-Halifax. Mancano due settimane alla partenza, ho ancora il mio posto di lavoro nel Lanificio, quindici giorni di tempo per la grande decisione. Questi sono i giorni più difficili della mia vita. Prendo una decisione che influenzerà il resto della mia vita. Il giorno 30 di marzo vado all ufficio del Lanificio e mi licenzio. Mi danno tutto quello che mi spetta e le centomila lire promesse e una stretta di mano con tanti auguri di buona fortuna. GIUSEPPE (un amico di famiglia) Una vita Venne la ristrutturazione dei reparti con numerosi licenziamenti e molti miei amici dovettero emigrare all'estero. Io e mia moglie lavoravamo poco e ci dividevamo i turni perché avevamo due figli da mantenere. Nel 54 venne il terzo figlio e le prospettive economiche a Valdagno erano difficili, così anch'io pensai di recarmi in Canada. Quel giorno (1955) ci recammo in Provincia a Vicenza per ottenere il passaporto dall'ambasciata canadese; purtroppo non accolsero la mia domanda (ero nella commissione sindacale di fabbrica), ma tutto sommato fu un bene. Nel 1957 misero in vendita gli appartamenti in affitto della Marzotto, così pensai di comperarne 17

18 uno, ma non avevo i soldi ed il termine per pagare il mutuo era di tre anni. Andai dal conte Giannino e ottenni di pagarlo in cinque anni. Metà della mia paga la lasciavo in conto per la mia casa; nelle ore libere andavo a lavorare come giardiniere: tra orti e giardini ne curavo 17. ZIO MARIO Nel 1954 per esaudire il desiderio di Maria di rivedere la sua famiglia, avendo una settimana di vacanza, con una piccola moto usata partimmo per la Calabria. Claudia (due anni) l'avrebbero accudita mia madre e le mie sorelle; Elvia di otto anni si trovava già in Calabria portata dallo zio Franco. Gloria era ancora un angelo nella mente di Dio. Così ho rivisto la mia Italia vista tante volte in grigioverde. A Rimini, provenienti dalla via Emilia, arrivavano gli emigranti meridionali a centinaia: famiglie intere su moto, Vespe, Lambrette, che andavano verso il Sud a passare le ferie. Era la conseguenza della grande immigrazione interna che ha fatto lavorare le grandi industrie del Nord e che ha fatto diventare grande l'italia di oggi. Al ritorno, sempre con la piccola moto, abbiamo percorso la strada Tirrenica mentre all'andata avevamo percorso l'adriatica, Statale N.11. Seguimmo così le vie consolari romane, la via Appia, la via Cassia, la via Emilia, percorrendo per 2500 chilometri un Italia che, vista a cavallo di una moto, rimarrà per me e per Maria un ricordo indimenticabile. ZIO ANGELO The golden years Siamo rimasti solo in tre in casa: io, Carmen e il cane Blanco. Casa grande con poca vita e troppa solitudine, ma non durerà per molto tempo. In meno di 10 anni di produzione la assembly line sforna il prodotto finito in abbondanza. La nostra casa diventa come un asilo infantile. Prima arriva Brandon, novembre 1982; Rachel dicembre 1984; Taylor novembre 1986; Andrew gennaio 1988; Evan settembre 1988; per ultima perché speciale e ci fa aspettare quattro anni arriva Natalie, giugno La nostra casa da troppo silenziosa diventa troppo rumorosa. Carmen si manifesta la miglior nonna del mondo. Tutte le domeniche prepara da mangiare per tutti: 12 persone! Io come specialista ho il compito del barbecue e devo fare attenzione che questa masnada di mascalzoni non mi rovini tutto l'orto. D'inverno o nelle domeniche piovose creano una baraonda che pare che sia un manicomio. Ultimo viaggio in Italia con Carmen Nel 1990 ritorniamo ancora un'altra volta in Italia. Non arriviamo in tempo per il campionato di calcio (soccer world cup) ma in tempo per i funerali della Nazionale Italiana. In questi giorni mio fratello Mario ha la visita di un suo compagno di naia che viene da Pesaro e da buon uomo di mare ci fa conoscere l'arte di friggere il pesce. Finite le vacanze ritorniamo a casa dai nostri cinque nipotini (Natalie era ancora nel drawing board). 18

19 ZIO MARIO La mia vita sentimentale Quando partii per fare il soldato non avevo nessun legame. La vita militare non concede tante conoscenze, anche se di gente, girovagando per paesi e città ne ho conosciuta parecchia. In Calabria, a Castrovillari, conobbi la mia ragazza "Maria": era la Pasqua del Nel 1945 ci siamo sposati; nel 1946 nasceva la nostra prima figlia Elvia. Nel 1953 nasceva Claudia e nel 1956 nasceva Gloria: erano tre bellissime bambine e sono diventate tre splendide donne. Le mie figlie, aiutate dalla mamma che a suo tempo aveva studiato alle Magistrali, si sono dimostrate tra le migliori allieve delle rispettive scuole. Si sono sposate con dei bravi giovani e ci hanno dato cinque nipotini che stanno crescendo come fiori e che sono il nostro vanto. Tutto andava bene, ma il 15 luglio 1995 Elvia, la nostra primogenita, si ammalò. Quando seppi della malattia, sbattei la testa contro il muro tante volte: perché proprio noi? FLORA Autobiografia nel DNA? "Le quattro stagioni della mia vita" è il titolo dell'autobiografia di Angelo, fratello di mia madre. Anche Mario ha scritto la sua autobiografia, che ha intitolato "La mia vita". Da questi libri sono ricavati i brani che ho trascritto. Angelo ha scritto la sua autobiografia per i figli e i nipoti, perché conoscessero le loro radici, le tradizioni, i costumi e i parenti lontani. Ha fatto un ottimo lavoro che è stato gradito moltissimo soprattutto dai figli. Mario ha scritto la sua autobiografia per cercare conforto al dolore per la morte della figlia, per dare un senso alla vita, per testimoniare la fatica del vivere ma anche la concretezza di una vita vissuta con dignità e piena di valori morali. Evidentemente l'autobiografia è una malattia di famiglia e forse anche gli abitanti del mio paese natale non ne sono immuni, se è vero che ho potuto leggere tante loro storie di vita. A casa della nonna Caterina si è fatta sempre autobiografia: autobiografici erano i lunghi racconti che venivano fatti durante i pomeriggi domenicali; le zie e la nonna erano delle grandi narratrici di vicende familiari e paesane, una fonte inesauribile di notizie, di informazioni e di sentimenti. Io cerco di raccontare perché niente della vita vada perduto; dopotutto la vita, nel bene e nel male, è tutto quello che abbiamo. Inoltre ricordare la mia infanzia mi fa tornare con il pensiero al piacere che provavo nell' ascoltare le persone che mi erano care. Quello stare insieme a raccontare e ad ascoltare tra nonni, zii, cugini, genitori, figli Lì è il vero senso della famiglia: sentire che si fa parte di un nucleo dove ci viene insegnata la vita. 19

20 EDDA PARTIRE Era già l ora che volge il disìo ai naviganti e intenerisce il core Addio, monti sorgenti dall acque ed elevati al cielo Me li recitava spesso la mamma questi struggenti passi poetici. Li aveva appresi a scuola da bambina, benché a Rossiglione, un borgo appenninico alle spalle di Genova, a quei tempi non si andasse oltre la quarta elementare. Ma la Liguria, come il Veneto e il resto d Italia, è stata a lungo terra di emigranti. E fra i quaranta milioni di connazionali che salparono verso altri lidi ci furono anche membri delle famiglie di mio padre e di mia madre. Il ramo paterno, veneto, ancora nell Ottocento vide partire i miei nonni per il Brasile, dove nacque la maggior parte dei figli. Fortunatamente, però, dopo alcuni decenni poterono tutti fare ritorno in patria. Nella famiglia materna la tentazione all espatrio era ancora più forte, data la vicinanza del porto. Così nella prima metà del Novecento s imbarcarono prima uno, poi un altro fratello di mia madre e in seguito tre nipoti due ragazzi e una ragazza rimasti orfani. Tutti diretti verso l America meridionale, ma non in un paese atlantico, bensì nel lontano Cile, sulle coste del Pacifico. Il primo degli zii si chiamava Egidio e fu tale il dispiacere in mia nonna e mia madre, che alla mia nascita, dieci anni dopo, decisero insieme di assegnare quel nome a me, naturalmente declinato al femminile (poi trasformato in Edda, percepito forse come un diminutivo/vezzeggiativo). Era il fratello più caro di mia madre, di due anni maggiore di lei. Lavorava a Genova e l aveva accompagnata lui in città per gli acquisti precedenti il matrimonio. Appena finita la seconda guerra mondiale, si presentò a noi attraverso un pacco-regalo e una bella fotografia. Prima ci giunse il pacco: una grossa scatola piena di caramelle e cioccolatini, una delizia che non ricordavamo quasi più! La foto color seppia la ricevemmo qualche tempo dopo, assieme a una lettera che colmava un lungo intervallo di silenzio. Essa mostrava una bella famiglia di cinque persone. Potemmo così ammirare il volto aperto e sorridente di lui, quello timido, ma illuminato da due occhi scurissimi, della zia cilena, e i tratti di entrambi riflessi nei visi di una bambina e due maschietti. Il momento più bello, però, fu quando lo zio ci fece visita. Era tornato in patria dopo oltre vent anni, con un lungo viaggio via mare attraverso il Canale di Panama, per riabbracciare i familiari rimasti in vita due sorelle, i cognati e vari nipoti e rivedere tanti amici rimasti lassù, nel paesino tra i monti. Scoprimmo in lui un uomo splendido d aspetto e di cuore: simpaticissimo, allegro e generoso (aveva portato un regalo a ogni parente ligure o veneto). Furono giorni di grande festa. Era uno spasso vederlo fare la doccia nel nostro prato industriandosi con un annaffiatoio appeso a un albero! Sapeva pure cucinare bene. Così il giorno in cui riempimmo in otto l automobile di papà per andare sulle Dolomiti a trovare mio fratello Sergio una gita memorabile per quei tempi, con visita anche 20

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