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1 UNIVERSITEIT GENT FACULTEIT LETTEREN EN WIJSBEGEERTE ACADEMIEJAAR LA RELATIVA NON STANDARD IN ITALIANO: DATI DAL CORPUS CLIPS Masterproef voorgedragen tot het bekomen van de graad van Master in de Taal- en Letterkunde: Frans-Italiaans Door Frederik Van Rampelberg Onder leiding van Prof. Dr. C. Crocco

2 INDICE 0 INTRODUZIONE LE RELATIVE NELL ITALIANO PARLATO LA MORFOSINTASSI DEL PARLATO Quadro generale Un altra grammatica del parlato? RELATIVE STANDARD VS NON STANDARD IN CINQUE (1988) LE RELATIVE NON STANDARD NELLE OPERE SUL PARLATO Sabatini (1985) L italiano dell uso medio : una realtà tra le varietà linguistiche italiane, in Holtus-Radtke 1985, pp Berretta (1993) «Morfologia», in Sobrero Benincà 1993 «Sintassi», in Sobrero Aureli (2004) «Le relative non standard in alcuni corpora di italiano parlato (LIP, LIR, LABLITA, AVIP)» in Albano Leoni (a cura di) (2004) LE RELATIVE NON STANDARD E LE ALTRE VARIETA «DIA» Le relative non standard in diafasia Le relative non standard in diastratia Le relative non standard in diacronia LETTERATURA SPECIALISTICA SULLE RELATIVE NON STANDARD GIULIANA FIORENTINO (1999) MASSIMO AURELI Pressione dell uso sulla norma. Le relative non standard nei giudizi degli utenti Analisi di corpora di italiano parlato PRESENTAZIONE DEL CORPUS IL CORPUS CLIPS LA SELEZIONE DEL CORPUS TIPOLOGIA DEI DIALOGHI ANALIZZATI Map Task Test delle differenze La porzione del CLIPS analizzata SPOGLIO E ANALISI LINGUISTICA DEI 20 DIALOGHI DEL CORPUS CLIPS APPROCCIO METODOLOGICO

3 4.2 LA NUMEROSITA DELLE RELATIVE Le relative standard Le relative non standard Relative non standard e variazione diafasica ANALISI LINGUISTICA DELLE RELATIVE NON STANDARD Il complemento relativizzato dalle strategie non standard Relativizzazione non standard e tipo di verbo coinvolto RIPENSARE LE RELATIVE NON STANDARD CONCLUSIONI BIBLIOGRAFIA

4 0 Introduzione Nel presente contributo si presentano i risultati di uno spoglio fatto per un fenomeno sintattico particolare del parlato italiano: la relativa non standard, ovvero le frasi relative estranee alla codificazione grammaticale tradizionale. Si è scelto di analizzare un campione rappresentativo del corpus CLIPS che presenta parlato dialogico elicitato con map task e il test delle differenze (cfr. cap. 3) per studiare la distribuzione del fenomeno ed il suo comportamento linguistico. Nel primo capitolo, dopo la presentazione del quadro generale della sintassi del parlato ( 1.1) sono presentati alcuni autori che parlano della relativa non standard nell ambito della grammatica italiana ( 1.2) o della lingua italiana parlata ( 1.3). Vari linguisti, come Sabatini (1985), Berretta (1993) e Benincà (1993) hanno descritto la lingua italiana parlata mettendo l accento su un certo numero di tratti linguistici costitutivi, tra i quali una o varie strategie non standard per la relativizzazione. In un paragrafo successivo sarà studiato il rapporto tra le relative non standard e le varietà diafasica, diastratica e diacronica ( 1.4) in modo di espandere il solo punto di vista diamesico adoperato in questo lavoro. Nel secondo capitolo vengono presi in considerazione due autori che hanno dedicato vari articoli/libri alla relativa non standard: Fiorentino (1999) e Aureli (2003, 2004, 2005). Saranno presentati i loro principali risultati per la distribuzione e per l analisi linguistica delle relative non standard. Il terzo capitolo presenta poi il corpus analizzato per lo spoglio fatto in questo lavoro: il corpus CLIPS. Dopo i motivi per la selezione del corpus adoperato, ho dedicato una particolare attenzione ai due metodi di elicitazione di parlato dialogico utilizzati nel mio campione di 20 dialoghi, cioè il map task e il test delle differenze. Infine, il quarto capitolo è dedicato alla presentazione dei principali risultati emersi dallo spoglio. Dopo la spiegazione dell approccio metodologico che ho utilizzato ( 4.1), vengono messe in evidenza due analisi: quella della distribuzione delle varie strategie non standard per la relativizzazione ( 4.2) e quella linguistica che studia il tipo di complemento relativizzato e il tipo di verbo presso le relative non standard ( 4.3). Ho scelto di paragonare i miei risultati con quelli di Fiorentino (1999) e Aureli (2003) al fine di poter misurare le mie ipotesi, basate su un numero ridotto di relative non standard individuate (solo 8 casi), alle loro che comunque 4

5 sono fondate su un corpus più ampio (il LIP per Fiorentino 1999) o su vari corpora di parlato italiano (LIP, LIR, LABLITA, AVIP, C-ORAL-ROM per Aureli 2003). Si arriverà ad alcune ipotesi conclusive che tendono verso la necessità di ripensare lo statuto delle relative non standard nel quadro generale dei tratti sintattici che descrivono la lingua parlata ( 4.4). 5

6 1 Le relative nell italiano parlato La relativa non standard è un fenomeno morfosintattico che s inserisce in una lista di vari tratti fonologici, morfologici, sintattici e lessicali che caratterizzano l italiano parlato. Nel paragrafo 1.1 sarà descritta la morfosintassi del parlato, ambito nel quale si ritrova la frase relativa e, di conseguenza, anche le relative non standard. Accanto a un quadro generale della morfosintassi del parlato ( 1.1.1) saranno presentate alcune riflessioni sull esistenza o meno di un altra grammatica del parlato in base a certi tratti costitutivi della lingua parlata ( 1.1.2). Poi si analizzerà la differenza tra relative standard e relative non standard, basandosi sull articolo di Cinque (1988) sulla frase relativa ( 1.2). Nella parte successiva saranno esaminati diversi lavori sull italiano parlato che prendono in considerazione le relative non standard; saranno trattati in ordine cronologico Sabatini (1985), Berretta (1993), Benincà (1993) e Aureli (2004) ( 1.3). Per finire questo primo capitolo sulle relative non standard nell italiano, si parlerà brevemente di alcune altre dimensioni della variazione linguistica che sono legate strettamente alla diamesia : la diafasia, la diastratia ed infine la diacronia. 1.1 La morfosintassi del parlato La relativa non standard viene considerata come un fenomeno presente nell italiano parlato. Moltissimi sono gli studi sul parlato che menzionano i pronomi relativi non standard, tra di essi Berretta (1993), Sabatini (1985) e (1990) e D Achille (1990). Nel paragrafo che segue ( 1.1.1) sarà presentato un quadro generale della morfosintassi del parlato, ambito nel quale si colloca la frase relativa (non standard). Si constaterà che la morfosintassi del parlato presenta vari tratti particolari dall osservazione dei quali sorge una importante domanda linguistica legata al parlato: il parlato ha un altra grammatica? Ci si soffermerà su questa problematica nel paragrafo Quadro generale La presenza di relative non standard costituisce una delle caratteristiche morfosintattiche principali dell italiano parlato. Vari specialisti, come Berretta (1993), Benincà (1993), 6

7 D Achille (2003) e Sabatini (1985), hanno descritto il comportamento linguistico della lingua parlata mettendo l accento su certi tratti particolari che procurano al parlato una propria identità diversa rispetto alla lingua scritta. L esistenza di questi tratti prova che la lingua parlata costituisce una particolare varietà del diasistema italiano, in particolare una varietà diamesica, identificabile sulla base del canale di comunicazione. Sabatini (1985) parla di «italiano dell uso medio»: questa definizione si oppone ai precedenti tentativi di spiegare la lingua italiana odierna come un italiano regionale, popolare, o tecnico. Secondo Sabatini nella situazione linguistica contemporanea è presente una varietà della lingua nazionale «che sposta il baricentro della norma»: è la varietà dell italiano dell uso medio che comprende un certo numero di tratti sintattici, morfologici e fonologici che costituiscono la nuova norma nel sistema linguistico italiano. L italiano dell uso medio si allontana dalla varietà standard scritta formale per il fatto che esso viene utilizzato, soprattutto nel parlato, non solo da persone incolte, ma anche da parlanti di istruzione superiore in situazioni di media formalità. Per costruire un quadro generale della morfosintassi del parlato nel quale si inserisce il fenomeno della relativa non standard, si è scelto di presentare brevemente alcuni tratti (morfo)sintattici tipici della lingua parlata, basandosi su Il parlato italiano contemporaneo di Berretta (1993). Secondo Berretta (1993) la lingua parlata non è dotata di tratti sintattici o morfologici peculiari che non figurino anche nella lingua scritta (cf ). Alcuni tratti della sintassi del parlato si definiscono «in termini di assenza o minore frequenza di tratti rispetto allo scritto» (Berretta 1993, p. 251). Altri tratti, invece, sono più legati al mezzo fisico della lingua parlata e sono tipici per le produzioni orali. Per l assenza di tratti peculiari (morfo)sintattici nell italiano parlato, si pensi anche alla formulazione de Berruto (1985): «Vi sono quindi due diverse possibilità di caratterizzazione del parlato, l una basata sulla frequenza maggiore/minore di forme e strutture, l altra basata sulla presenza/assenza di forme e strutture» (Berruto 1985 in Holtus 1985 p. 139). Si propongono di seguito due esempi che illustrano il primo gruppo di tratti sintattici, cioè quello descritto in negativo rispetto allo scritto, e il secondo gruppo, cioè quello dei tratti più peculiari per il parlato. I) La lingua parlata preferisce la paratassi all ipotassi: sono rare le subordinate e sono frequentissime invece le coordinate. Non si tratta di una caratteristica particolare del parlato, 7

8 ma di una minore presenza di un tratto della lingua scritta, cioè la costruzione di subordinate complesse. II) La presenza della prosodia costituisce un tratto particolare del parlato: lo scritto riproduce alcune caratteristiche prosodiche attraverso la punteggiatura, ma in generale si può dire che la prosodia è una risorsa linguistica tipica del parlato. Quando si analizza la morfologia del parlato, salta agli occhi la sua semplificazione rispetto al sistema morfologico dello scritto. Molti tratti morfologici si definiscono come riduzioni delle possibilità offerte dalla grammatica dello scritto. Si presenteranno due esempi morfologici che riguardano il paradigma verbale, poi due che riguardano il paradigma pronominale. Nel paradigma verbale si constata che il presente viene utilizzato anche per indicare il futuro ed il passato. Di nuovo non si tratta di una caratteristica particolare del parlato, si tratta di un fenomeno che si ritrova soprattutto nelle produzioni orali, ma che occorre anche, in modo meno frequente, nello scritto. Come il presente sia primordiale nell ambito del tempo, così l indicativo costituisce il modo più importante: il suo uso viene generalizzato e si sostituisce a varie funzioni occupate dal congiuntivo nello scritto. Nel paradigma pronominale si ritrova la stessa tendenza alla generalizzazione di alcune forme del sistema scritto: si tratta di una semplificazione delle risorse offerte dalla lingua scritta. Anche qui si illustrerà con due esempi che riguardano i pronomi personali. Nella terza persona del singolare dativo, il sistema linguistico dello scritto conosce due forme : «gli» per un referente maschile e «le» per un referente femminile. Nella lingua parlata spesso la forma del maschile s estende a quella del femminile: il paradigma più complesso dello scritto (una forma per il maschile e una per il femminile) viene semplificato nella lingua parlata, dove viene utilizzata una sola forma per i due generi grammaticali. Nell ambito dei pronomi dimostrativi la lingua parlata utilizza in modo frequente le forme «questo» e «quello» trascurando la forma «ciò» utilizzata soprattutto allo scritto. Ogni tratto menzionato sopra indica la tendenza della lingua parlata ad un uso parziale delle risorse offerte dal sistema linguistico, all opposto dello scritto che si caratterizza per un maggiore uso delle risorse linguistiche. La causa, secondo De Mauro (1967), della minore o maggiore uso delle risorse linguistiche viene legata alla maggiore o minore possibilità di riferimento alle circostanze extralinguistiche, cioè quelle che non sono presenti nella lingua, nel sistema linguistico. La lingua scritta non permette la possibilità di riferire alle circostanze extralinguistiche: questa mancanza «è compensata da una maggiore ridondanza sistemica» (De Mauro 1967, p. 8

9 106). Nel testo scritto deve esserci tutto quello che serve per capirlo: deve essere autonomo usando al massimo le risorse linguistiche. Nella lingua parlata, invece, molta informazione è nel contesto: il testo parlato è più dipendente dal contesto e pertanto le risorse linguistiche sono meno utilizzate e si fa maggiore affidamento sulle informazioni accessorie. Emerge quindi l importanza della variazione diamesica: esiste un opposizione tra lingua scritta e lingua parlata che viene resa chiara da vari tratti fonologici e morfosintattici, che caratterizzano il parlato come una varietà distinta dalla lingua scritta. La relativa non standard non costituisce un tratto solo marcato in diamesia, ma in quasi ogni altra dimensione di variazione linguistica italiana. Si ritornerà dettagliatamente su quest osservazione fondamentale in 1.4. Ora si analizzerà brevemente come le relative non standard sono inserite nella descrizione delle peculiarità del parlato in Sabatini (1985, 1990), due contributi fondamentali per l analisi e la caratterizzazione del parlato contemporaneo. Sabatini (1985) inserisce la relativa non standard costruita mediante il che polivalente, seguito o meno da un pronome clitico di ripresa, nella lista dei 28 tratti morfosintattici che caratterizzano la varietà dell italiano presa in considerazione da lui, cioè l italiano dell uso medio. In un articolo più recente, Una lingua ritrovata : l italiano parlato, Sabatini (1990) continua la riflessione sull italiano contemporaneo, elaborando una lista riassuntiva di 14 tratti «costitutivi dell italiano parlato nazionale dell uso medio» (Sabatini 1990, p. 266). Tra questi tratti fondamentali per la caratterizzazione dell uso contemporaneo della lingua italiana Sabatini menziona il che polivalente il quale possa assumere la funzione di pronome relativo: «- il che polivalente sia con valore temporale, sia con altri valori (spaziali, personali)». Questo quadro generale della morfosintassi dell italiano parlato contemporaneo mostra che le relative non standard costituiscono, accanto a numerosi altri fenomeni, un tratto distintivo dell italiano parlato odierno Un altra grammatica del parlato? Dopo il riconoscimento di alcuni tratti linguistici ben definiti e distinti che caratterizzano il parlato, sorge il problema di stabilire se questi tratti siano pertinenti per «una 9

10 caratterizzazione di un eventuale grammatica propria dell italiano parlato» (Berruto 1985, p. 120). I vari tratti esaminati, tra gli altri, da Sabatini (1985), Berretta (1993) potrebbero implicare l esistenza di un altra grammatica del parlato diversa da quella dello scritto. La nozione altra grammatica pone un problema teorico-metodologico: quando si può parlare di un altra grammatica? Berruto (1985) pone il problema nei termini seguenti : «perché si parli di un altra grammatica occorre una radicale diversità, nel nucleo per così dire e non nei margini» (Berruto 1985, p. 121). Berrutto vuole verificare se l italiano abbia una grammatica «non riconducibile a quella della lingua italiana standard scritta». Per poter parlare di un altra grammatica, le differenze tra lingua parlata e lingua scritta devono essere fondamentali, «nel nucleo». Però si deve sottolineare che il grosso delle strutture grammaticali (morfologiche e sintattiche) della lingua italiana sono uguali nello scritto e nel parlato : «nella morfosintassi e nel lessico le differenze sono spesso di grado (in particolare concernono la frequenza di occorrenze) piuttosto che di regole diverse» (Berretta 1993, p. 244). I tratti che Berruto (1985) ha analizzato sono fenomeni grammaticali diversi nello scritto e nel parlato, si tratta di differenze periferiche e non centrali. Per formulare una ipotesi su un eventuale altra grammatica del parlato, Berruto analizza alcuni tratti morfosintattici tipici dell italiano parlato contemporaneo 1, descritto tra l altro da Sabatini (1985), (1990) e Berretta (1993). Tra i fenomeni inseriti nella lista dei tratti, Berruto parla anche dell «assenza o scarissima frequenza di il quale come pronome relativo, a vantaggio di che» (Berruto 1985, p. 124). Accanto al tratto legato al pronome relativo, Berruto menziona anche il che polivalente (pp ). I due fenomeni sono chiaramente collegati alla materia che si prende in considerazione in questo lavoro, cioè la relativa non standard (cfr. il paragrafo 1.2.2, dedicato alla tipologia delle relative non standard). Berruto ritiene che il che polivalente sia uno dei tratti specifici del parlato, ed in particolare uno dei «candidati a caratterizzare un italiano parlato colloquiale trascurato» (Berruto 1985 p. 140). Esso costituirebbe cioè un tratto morfosintattico marcato in diafasia, la variazione di lingua legata alla situazione della comunicazione, ovvero una variabile stilistica. I vari tratti che Berruto ha considerato devono essere legati a un gruppo di quattro fattori importanti che spesso interagiscono : «i principi fondamentali di funzionamento del parlato» (Berruto 1985, p. 143). Si tratta dell «egocentrismo», cioè del fatto che il parlato è spesso 1 Si tratta di parlato conversazionale spontaneo, senza marcatezza diatopica. (Berruto 1985, p.123) 10

11 centrato sul parlante; della «semplificazione» linguistica, cioè la riduzione delle risorse offerte dal sistema linguistico; della «non pianificazione» del parlato e della «percettività», cioè l uso di strategie atte «a migliorare l articolazione del discorso e la sua decodificabilità» (Berruto 1985, p. 144). Anche Voghera (1991) mette l accento sul fatto che «le peculiarità del parlato, e in particolare la sintassi, derivano da alcuni principi che sono propri di questa forma di comunicazione» (Voghera 1991, p. 76). Questi fattori o principi hanno un ruolo di primo piano nell elaborazione delle varie strategie che, nel parlato, stabiliscono il primato della semantica sulla morfosintassi. Questa prevalenza della semantica si può illustrare descrivendo un tratto tipico della sintassi del parlato: il cosiddetto «accordo ad sensum», cioè l accordo non secondo le proprietà grammaticali (la morfosintassi), ma secondo il senso (la semantica) dei costituenti. Nel parlato si ritrovano, secondo Berruto, varie regole «più allentate e rilassate» (Berruto 1985, p. 145) rispetto a quelle della grammatica dello scritto. Sono regole che allentano la rigidità del sistema linguistico italiano, ma che non sono intrinsecamente differenti da quelle dello standard scritto. Concludendo la sua caratterizzazione del parlato, Berruto constata che la lingua parlata non ha un altra grammatica, quanto piuttosto una grammatica «più libera e più agile» rispetto a quella dello scritto. Anche Voghera (1991) risponde negativamente alla domanda sull esistenza di un altra grammatica per il parlato: «Mi pare di poter dire che la risposta a questa domanda è stata sostanzialmente negativa; si ammette però che le peculiarità del parlato, e in particolare la sintassi, derivino da alcuni principi che sono propri di questa forma di comunicazione» (Voghera, 1991, p. 76). Secondo Voghera (1991) sono responsabili di certi tratti morfosintattici particolari del parlato alcuni fattori tipici del parlato: l implicitezza, la scarsa pianificazione e la mancanza di autonomia. Un altra studiosa importante nel dibattito sull eventuale altra grammatica del parlato è Sornicola, che ne ha scritto un articolo nel 1982: «L italiano parlato: un altra grammatica?» In questo articolo Sornicola descrive alcuni fenomeni che marcano la frammentarietà testuale del parlato, tra i quali anche il che polivalente (cf. Sornicola 1982, pp ). Dopo aver enumerato alcuni fenomeni tipici del parlato, Sornicola ricerca i fattori che sono responsabili della frammentarietà tipica del parlato. La maggior parte dei fattori presi in esame da Sornicola siano ripresi da Berruto (1985) (si veda sopra). Così Sornicola (1982) parla della scarsa pianificazione del testo parlato, ma 11

12 anche dell egocentrismo delle produzioni orali: due fattori ripresi da Berruto nella sua caratterizzazione del parlato. Oltre a questi due fattori, Sornicola ne menziona due altri: l enfasi e l importanza del contesto situazionale. L enfasi, cioè la presenza di fattori emotivi, causa molti fenomeni di scissione del testo: si pensi per esempio alla «ripetizione di elementi singoli» (Sornicola 1982, p. 90). Il contesto situazionale costituisce un altra caratteristica della lingua parlata, già descritta da De Mauro (1967) e ritenuta fondamentale da Sornicola per la frammentarietà del parlato, soprattutto per spiegare la numerosità dei pronomi deittici. Come farà anche Berruto (1985), Sornicola (1982) mette l accento sul prevalere della semantica nel parlato a detrimento della morfosintassi. Nella sua conclusione, anche Sornicola difende l idea che l italiano parlato non abbia una propria grammatica rispetto alla lingua scritta. In conclusione, sia Berruto (1985), sia Sornicola (1982) difendono l idea che la lingua parlata non abbia una sua propria grammatica, tenendo conto di una lista di tratti del parlato che corrispondono a «regole allentate e rilassate» (Berruto 1985, p. 145) rispetto a quelle dello scritto. Non si tratterebbe quindi di regole intrinsecamente differenti e particolari del parlato, ma di regole che dipendono dai fattori universali, descritti sopra, che governano il funzionamento del parlato. Le relative non standard non figurano nella lista delle caratteristiche particolari dell italiano parlato utilizzata da Sornicola e Berruto, che menzionano solo il che polivalente, una delle possibili strutture di formazione relativa non standard. Tuttavia, anche le altre strutture non standard per la relativa italiana corroborano la presa di posizione di Sornicola e Berruto per quanto riguarda il dibattito sulla possibilità di un altra grammatica del parlato. Tutte le costruzioni non standard per la formazione di frasi relative illustrano la dipendenza della morfosintassi del parlato da quella dello scritto. Si mostrerà infatti che le relative non standard corrispondono a varie riduzioni del paradigma standard. Nei paragrafi che seguono si spiegherà come sono formate le relative non standard, quali sono le loro particolarità rispetto alla formazione standard ( 1.2) e come sono trattate nella letteratura sulla lingua parlata ( 1.3). 12

13 1.2 Relative standard vs non standard in Cinque (1988) Quando si parla di relative non standard nell italiano parlato, si deve tener conto dell opposizione legata alla natura standard non standard del fenomeno linguistico preso in considerazione. L opposizione standard non standard implica che ci siano due possibilità per costruire una frase relativa: rispettando la codificazione grammaticale (relativa standard) o producendo una realizzazione estranea alla norma grammaticale (relativa non standard). In un lavoro che tocca la problematica delle relative non standard, si deve spiegare quali sono le strutture standard al fine di poter indicare le loro particolarità e i motivi per cui esse sono estranee alla codificazione della grammatica. Nel paragrafo che segue saranno analizzate le produzioni standard e non standard della frase relativa: si parlerà dell articolo sulla frase relativa elaborato da Cinque (1988), il quale distingue due strategie per la relativizzazione, una standard e una non standard Nella Grande Grammatica italiana di Consultazione di Renzi (1988), Cinque (1988) definisce la frase relativa come «una frase subordinata costruita come modificatore di un elemento nominale. Per essere un modificatore appropriato, esso deve predicare qualcosa di tale argomento nominale» (Cinque 1988, p. 443). Si illustra la sua definizione con un esempio fittizio 2 : «Questo è il libro che tutti gli studenti devono leggere per la settimana prossima.» Cinque (1988) individua due diverse strategie con le quali si costruisce una frase relativa. La prima strategia è quella standard che utilizza un pronome relativo (con alternanza tra che e cui o «articolo + quale»), per esempio : «Questi sono gli studenti dai quali ho ricevuto un bellissimo regalo.» La seconda, invece, appartiene soprattutto alla «lingua colloquiale trascurata» (Cinque, 1988, p. 443) e utilizza che seguito da un pronome di ripresa che può essere omesso. Questa è la strategia non standard che sarà descritta nel prossimo paragrafo ( 1.3). Le due strategie vengono considerate come equivalenti, perché sono presentate sullo stesso piano nell articolo sulla frase relativa. Ciò vuol dire che Cinque (1988) distingue due diversi 2 Ogni esempio del paragrafo dedicato alla relativa standard sarà fittizio. 13

14 modi tra i quali un locutore italiano può sciegliere per la realizzazione di una frase relativa: un paradigma con pronomi relativi e un altro con il solo che al quale si accompagna in alcuni casi un pronome clitico di ripresa. Anche il secondo paradigma è un paradigma completo, autonomo nel quale tutti i complementi sono relativizzate con il che, anche «i complementi che nell altro paradigma richiederebbero l uso dei nessi preposizione seguita da pronome relativo (cui o articolo + quale ) vengono relativizzati sempre dal solo che» (Cinque 1988, p. 497). Le due strategie per la relativizzazione (standard e non standard) sembrano essere presentate come due possibilità differenti e autonome tra le quali può scegliere il parlante. Aureli (2003) osserva che «il fatto di porre le due strategie (standard e non standard) sullo stesso piano sembra suggerire che la seconda, anche se marginale e tipica dello stile spontaneo, venga considerata come strategia alla pari dell altra, e non come sottoprodotto di essa.» (Aureli 2003, p. 12). Per quanto riguarda la relativa standard non si presenterà tutto l articolo legato alla strategia standard, cioè quella con un pronome relativo. Visto il soggetto del presente lavoro, ci si limiterà alla bipartizione della strategia con pronomi relativi creata da Cinque (1988). La costruzione con pronomi relativi si suddivide, secondo Cinque (1988) in due tipi fondamentali: il primo ha un antecedente modificato dalla frase relativa, il secondo non ha un antecedente, perché esso «è incorporato dal pronome relativo stesso» (Cinque 1988, p. 444). Per finire, si spiega quali sono e quando si utilizzano i pronomi relativi della costruzione standard del primo tipo : che, cui e il quale e si presenta un illustrazione del secondo tipo, cioè della frase relativa introdotta da un pronome relativo che incorpora il suo antecedente. Dei tre pronomi relativi che, cui e il quale Bernini (1991) afferma che «il primo serve per relativizzare costituenti non preceduti da preposizione (principalmente soggetti, oggetti diretti e avverbiali temporali); il secondo relativizza costituenti preceduti da preposizione (ovvero tutti gli oggetti obliqui); il terzo relativizza tutte le funzioni sintattiche». Si illustra con un esempio di ogni pronome relativo: 1) «Questi sono i libri che Anna e Maria hanno comprato a Milano.» 2) «Ho ritrovato gli articoli di cui ti ho presentato il contenuto.» 3) «Sono andato in Francia, il paese nel quale ho trovato un ottima bottiglia di vino. 14

15 Il secondo tipo di costruzioni con pronome relativo viene rappresentato da frasi relative che non hanno un antecedente, il quale è incorporato nel pronome relativo detto indipendente : Chi dice questo non conosce la verità 1.3 Le relative non standard nelle opere sul parlato Come si è visto in precedenza la relativa non standard fa parte dei vari tratti che caratterizzano la morfosintassi del parlato. Ora saranno presi in considerazione alcuni studi sull italiano parlato che mettono in evidenza la relativa non standard. Per le opere scelte si ricercherà come descrivono la relativa non standard e quali sono le strutture non standard trattate da ogni opera. Si parlerà in ordine cronologico di Sabatini (1985) Berretta (1993), di Benincà (1993) e infine di Aureli (2004), quattro analisi sull italiano parlato che fanno riferimento alla problematica della relativa non standard Sabatini (1985) L italiano dell uso medio : una realtà tra le varietà linguistiche italiane, in Holtus-Radtke 1985, pp Nel suo famoso articolo Sabatini (1985) fornisce una descrizione della situazione linguistica dell italiano contemporaneo di media formalità, il cosiddetto italiano dell uso medio. Sabatini presenta una lista di 35 tratti fonologici, morfosintattici e lessicali che caratterizzano la lingua scritta ma soprattutto parlata degli italiani non incolti. Tra le particolarità della morfosintassi non menziona le differenti strategie della relativa non standard, ma fa riferimento al che polivalente, un tipo di connettivo generico che può assumere varie funzioni : a) «il che con valore temporale, equivalente ai più formali in cui, dal momento in cui, nel momento in cui» b) «il che che congiunge le due parti di una frase scissa» c) «il che con apparente funzione di soggetto o oggetto, contraddetta da una successiva forma pronominale cha ha funzione di complemento indiretto» d) «il che sostitutivo di una congiunzione più nettamente finale o consecutiva o causale» (Sabatini 1985, pp ). 15

16 La casistica di Sabatini (1985) quindi, descrive soltanto una delle tre strategie non standard formulate da Berretta (1993) e Aureli (2004), cioè la relativa analitica, in altri termini la relativa non standard caratterizzata da un che invariabile seguito da un pronome clitico di ripresa (cf ), come nell esempio seguente tratto dal corpus CLIPS : p1#162: c'ha un grande quadrato <sp> p2#163: <tongue-click> <eeh> sì <sp> che però se ne vede solo un pezzo 3 Sabatini (1985) non menziona il che invariabile senza ripresa pronominale, al contrario di Berretta (1993), Benincà (1993) e Aureli (2004). Nello stesso libro di Holtus-Radtke (1985) nel quale si tratta dell italiano parlato in prospettiva diacronica e sincronica (Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart) figura il saggio scritto da Berruto (1985) nel quale presenta una «caratterizzazione del parlato» (Berruto 1985, p. 120). Come Sabatini (1985), Berruto (1985) descrive il che polivalente tra le caratteristiche sintattiche dell italiano parlato, attribuendogli tre funzioni differenti : a) il «che eventivo-esplicativo-consecutivo» b) il «che enfatizzante-esclamativo, che dà luogo a una pseudo-relativa c) il «che presentativo» È chiaro che il che invariabile con o senza ripresa pronominale non entra in questa lista di funzioni occupate dal che polivalente. Berruto (1985, p. 131, nota 10) tratta di sfuggita alcune altre funzioni del che polivalente, che sono marcate sia in diastratia, sia in diafasia o in diatopia. Interessante per questo studio, che tocca la relativa non standard, è l osservazione sul che marcato in diastratia : «come mi pare il caso del che pronome relativo invariabile, o meglio introduttore di frase relativa con ripresa clitica» (Berruto 1985, p. 131). Secondo Berruto (1985) il che invariabile seguito o meno di un pronome clitico di ripresa, ovvero due 3 Esempio preso dal corpus CLIPS, DGtdA01N. Le trascrizioni di questo esempio e dei seguenti sono leggermente semplificate rispetto alla codifica originale adottata nel corpus. 16

17 strategie di relativizzazione non standard, è un fenomeno marcato in diastratia, cioè presente nelle produzioni orali delle classi sociali più basse, ovvero nell italiano popolare (cf. 1.4) Berretta (1993) «Morfologia», in Sobrero In quest articolo Berretta (1993) presenta una descrizione della morfologia dell italiano contemporaneo, con una particolare attenzione per le strutture dell italiano parlato. Berretta (1993) colloca la relativa non standard nel paragrafo che analizza i pronomi, caratterizzando i pronomi relativi come un illustrazione del fatto che nell uso parlato «singole forme vengono usate in una gamma di significati più ampia di quella prevista dallo standard, a scapito di altre che scompaiono o sopravvivono negli usi più formali e sorvegliati» (Berretta 1993, p. 207). A causa di questa riduzione del paradigma standard, molte opposizioni dello standard si perdono nella morfologia del parlato. Berretta (1993) distingue due strategie per la formazione di frasi relative : da un lato una strategia standard, con il che per i casi soggetto e oggetto e con il cui preceduto da una preposizione per gli altri casi, dall altro parla di una strategia «più nota delle varietà basse (che polivalente dell italiano popolare)» che utilizza un che invariabile per tutti i casi. Per la strategia con il che invariabile, è chiaro che l espressione del caso si perde perché questo che funziona più come un subordinatore generico. Ma l italiano parlato conosce un altra strategia che permette di ricuperare l espressione del caso: l uso di pronomi atoni che possono seguire sia il che invariabile che i pronomi relativi standard. Berretta (1993) distingue quindi quattro strategie fondamentali per la relativizzazione: a) «che invariabile senza ulteriori marche, con perdita delle opposizioni di caso» b) «che invariabile più clitici di ripresa, con codificazione separata della dipendenza (che) e del caso (clitici)» c) «che/di cui/a cui, ecc., o più raramente il quale/del quale/al quale, ecc., con codificazione sullo stesso elemento e della dipendenza sintattica e del caso (tranne, si noti, l opposizione soggetto/oggetto diretto, neutralizzata nella forma che) : è il tipo standard d) «la somma dei paradigmi standard e dei clitici di ripresa con doppia codificazione del caso (e recupero dell opposizione soggetto/oggetto)» (Berretta 1993, p. 231). Berretta (1993) mette anche l accento sul caso sintattico del relativo che determina la scelta di una particolare strategia non standard. Constatando che «la ripresa con clitici è più frequente 17

18 all accusativo e al dativo, mentre scendendo a ruoli sintattici di rango più basso diviene più probabile il solo che non flesso» (Berretta 1993, pp ). Riassumendo le relative non standard illustrano la tendenza della morfologia del parlato a semplificarsi rispetto al paradigma dello scritto. Lo standard conosce vari pronomi relativi che marcano il caso dell antecedente, invece all italiano contemporaneo (ed anche parlato) che utilizza soprattutto il che invariabile, senza marca di caso, talvolta seguito da un pronome di ripresa che esprime il caso del relativo Benincà 1993 «Sintassi», in Sobrero Benincà (1993) analizza «alcune caratteristiche generali, apparentemente tipiche dell italiano parlato spontaneo» (Benincà 1993, p. 247), tra le quali la frase relativa non standard. Anche Benincà (1993) sottolinea, come Berretta (1993), un importante tendenza dell italiano contemporaneo: la semplificazione del paradigma dei pronomi relativi dello standard. Benincà (1993) distingue due paradigmi per la relativizzazione: da un lato il paradigma completo dello standard che contiene vari pronomi relativi (che, cui e il quale preceduti da preposizioni) e che si utilizza nell «italiano accurato e formale» (Benincà 1993, p. 279), dall altro il paradima del parlato informale nella quale la relativa viene introdotta da un che invariabile per tutti i complementi. Questo che invariabile può essere seguito da un pronome clitico di ripresa che esprime la funzione grammaticale del pronome relativo. La presenza o meno di un pronome clitico di ripresa non è completamente arbitraria. Seguendo l ipotesi formulata anche da Berretta (1993), Benincà difende l idea che con un dativo la funzione grammaticale sia espressa da un pronome di ripresa. Il che invariabile non viene considerato come un pronome relativo, ma come un subordinatore generico. Benincà (1993) mette l accento sul fatto che la presenza di un che invariabile seguito o meno da un pronome clitico di ripresa non sia una novità dell italiano parlato contemporaneo. Si tratta di un fenomeno già presente da secoli nell italiano, fatto sul quale si ritornerà più in dettaglio nel paragrafo seguente ( 1.4). Accanto alle due strategie fondamentali per la relativizzazione descritte sopra, Benincà ne aggiunge una terza: l aggiunta di un pronome di ripresa al paradigma standard con pronome relativo. Questa strategia si ritrova «nel parlato non meditato» (Benincà 1993, p. 283), ovvero nel parlato non particolarmente controllato. 18

19 1.3.4 Aureli (2004) «Le relative non standard in alcuni corpora di italiano parlato (LIP, LIR, LABLITA, AVIP)» in Albano Leoni (a cura di) (2004). Accanto al paradigma standard della relativizzazione si ritrovano nell italiano parlato varie strategie non standard, cioè non accettate dalla grammatica normativa. Si tratta della strategia che Cinque (1988) presenta accanto alla strategia standard, consistente nella costruzione di una relativa attraverso un «che seguito da pronome di ripresa, di norma clitico, che può essere talvolta omesso» (Cinque 1988, p. 443). Malgrado il fatto che abbia legato questa struttura alla lingua colloquiale trascurata, Cinque tratta questa costruzione sullo stesso piano della costruzione standard, mettendo l accento così sull esistenza di due possibilità equivalenti per la realizzazione di frasi relative. Per la tipologia delle differenti strutture non standard, mi baserò sul lavoro di Massimo Aureli (2004). Sarà presentato un confronto tra i risultati del suo spoglio delle strutture relative non standard in alcuni corpora di italiano parlato e i risultati ai quali si arriverà nei capitoli seguenti per il corpus CLIPS (cf. 3 e 4). Aureli (2003, 2004, 2005) distingue tre grandi tipi de strutture relative non standard : il che polivalente, la relativa ipercodificata e la relativa analitica. Si tratta di tre strategie alle quali corrisponde sempre una struttura standard: per l identificazione dei fenomeni non standard, infatti, Aureli utilizza il criterio della corrispondenza con lo standard codificato. Per la sua tipologia delle relative non standard, Aureli si basa su Berretta (1993): al tipo «a» corrisponde il che polivalente, al tipo «b» la relativa ipercodificata, al tipo «c» la relativa standard e al tipo «d» la relativa analitica. Ai tipi distinti da Berretta (1993) corrispondono i tipi distinti da Aureli. Inoltre per il tipo «b», Aureli (2004) ha introdotto una nuova espressione, cioè ipercodificata, al fine di denominare questa strategia di relativizzazione individuata da Berretta (1993). Ora, si presenteranno individualmente le tre grandi categorie di relativizzazione non standard che hanno tutte un antecedente nominale, illustrate da esempi incontrati mentre lo spoglio del corpus CLIPS. Si nota che per l analisi linguistica di alcuni dialoghi del corpus CLIPS, si è utilizzata questa tripartizione per organizzare le relative non standard ritrovate. In primo luogo, Aureli distingue il che polivalente, una struttura non standard nella quale si incontra un che invariabile che relativizza ogni complemento. Aureli mette l accento sul fatto che l espressione «che polivalente» si riferisce spesso a un altro genere di subordinata, cioè la frase subordinata generica introdotta da che. Nell ambito delle relative non standard, perciò, il termine «che polivalente» viene utilizzato per strutture in cui: 19

20 a) il che introduce una frase subordinata b) tale subordinata agisce come modificatore di un antecedente nominale c) la funzione dell elemento relativizzato dal che è disambiguabile, sostituendo al che una delle forme del paradigma standard delle relative (Aureli 2004, pp. 6-7). Si illustra con un esempio di una relativa non standard costruita con il che polivalente preso dal corpus CLIPS: <sp> <inspiration> proviamo# sul tetto che ci sono<oo> delle<ee> <sp> s+ <sp> = che polivalente (su cui) 4 In secondo luogo, Aureli parla della relativa ipercodificata che è caratterizzata da una doppia codificazione del caso, attraverso il pardigma standard (pronome relativo) e l aggiunta di un pronome clitico di ripresa «con cui si chiarisce quale sia il caso da attribuire all elemento relativizzato» (Aureli, 2005 p. 175), per esempio: poi c'è# <sp> vabbè <NOISE> {<NOISE> i'<ii> [dialect]} cespuglio che lo si vede meglio nel mezzo =relativa ipercodificata 5 Infine, Aureli distingue la relativa analitica, una struttura non standard poco frequente nella quale si ha un che invariabile seguito da un pronome di ripresa. Nei dialoghi CLIPS analizzati è stato ritrovato solo un esempio di relativa analitica. Poichè CLIPS raccoglie dialoghi prodotti da studenti universitari, ciò suggerisce la scarsissima presenza di questa costruzione nell italiano parlato dei colti. Si illustra questo tipo di relativo con un esempio preso dal corpus LIP e presentato in Aureli (2004): La terapia del gatto # che voleva parlarne e meglio di me ne parlera # il professor # Nistri (LIP, FD16) 4 CLIPS, DGtdA01M. 5 CLIPS, DGtdA02F. 20

21 Queste tre categorie sono quelle utilizzate negli studi di Aureli e saranno anche quelle sulle quali ci si baserà per lo spoglio linguistico delle relative non standard nel corpus CLIPS presentato in questo lavoro. 1.4 Le relative non standard e le altre varietà «dia» La presenza di relative non standard viene considerata come un fenomeno tipico del parlato: si tratta quindi di un tratto marcato in diamesia. In questo lavoro si studia la relativa non standard in un corpus di italiano parlato (CLIPS), di conseguenza la prospettiva è diamesica, cioè legata al mezzo di trasmissione del messaggio. La variazione diamesica è sempre legata alle altre dimensioni di variazione : la diatopia, la diafasia e la diastratia. Berruto (1993) mette l accento sul fatto che la variazione diamesica è «un opposizione che percorre le altre dimensioni di variazione e allo stesso tempo ne è attraversata» (Berruto 1993, p. 37). Questo intreccio delle varie dimensioni «dia» nell ambito della diamesia viene illustrato tra l altro da Berretta (1993), la quale osserva che molte definizioni del parlato sono di tipo diafasico. Si pensa per esempio alla definizione di Sabatini (1985) che identifica l italiano parlato con l italiano dell uso medio, cioè utilizzato in certe situazioni comunicative, ovvero secondo Berretta «con una varietà di lingua lungo l asse della variazione diafasica (definita cioè dalla funzione e dalla situazione d uso» (Berretta, 1993 p. 242). In un lavoro che parla di un fenomeno tipico dell italiano parlato si deve tener conto non solo della varietà diamesica, ma anche delle altre dimensioni di variazioni che l attraversano. In altre parole, si deve analizzare se la relativa non standard sia solo un fenomeno marcato in diamesia, oppure essa sia marcata anche in diafasia ( 1.4.1) o in diastratia ( 1.4.2). Per completare le varie dimensioni «dia» si parlerà anche brevemente della relativa non standard in prospettiva diacronica (D Achille 1990 e Sabatini 1990) ( 1.4.3) Le relative non standard in diafasia La relativa non standard viene talvolta inserita nella lista di fenomeni marcati in diafasia. Come si è detto più sopra, nel suo articolo sulla frase relativa Cinque (1988) ritiene l esistenza di un modo particolare di relativizzazione «che appartiene alla lingua colloquiale trascurata» (Cinque 1988, p. 443). Anche Berruto (1985) inserisce il che polivalente (anche il che 21

22 invariabile introduttore di una frase relativa) tra i vari tratti del parlato che «potrebbero sembrare candidati a caratterizzare un italiano parlato colloquiale trascurato) Berruto 1985, p. 140). Berruto (1985) mette inoltre l accento sul fatto che il che polivalente si ritrova sia nelle produzioni dei colti sia in quelle degli incolti e in situazioni formali e informali. Bernini (1993) ha studiato la relativizzazione nella lingua degli studenti universitari e constata che la relativa non standard formata da un che invariabile seguito da un pronome di ripresa caratterizza le varietà meno sorvegliate. Queste descrizioni sull asse diafasico sembrano mostrare che il fenomeno della relativa non standard viene spesso legato ai registri medio-bassi Le relative non standard in diastratia Accanto alla diafasia, il parlato s intreccia con un altra dimensione di variazione, cioè la diastratia. Così, nel parlato si ritrovano vari tratti che dipendono dalla classe sociale dei parlanti (diastratia). Certi fenomeni tipici del parlato sono ritenuti frequenti nelle produzioni linguistiche delle classi sociali più basse. I fenomeni linguistici prodotti dalle classi meno istruite e dunque diastraticamente basse si ritrovano anche nel parlato trascurato dei registri bassi. Esiste uno stretto legame tra variabili diastratiche e variabili diafasiche, legame segnalato tra l altro da Berretta (1993) secondo la quale certe strategie di relativizzazione non standard come «il tipo con solo che e con che più clitici sono tipiche del parlato popolare e colloquiale molto informale» (Berretta 1993, p. 264). Nel caso della relativa non standard molti autori, come Berruto (1993), collocano questo fenomeno nella lista dei tratti particolari dell italiano popolare. Con il termine «italiano popolare» si intende secondo Berruto «la varietà sociale per eccellenza dell italiano, vale a dire quell insieme di usi frequentemente ricorrenti nel parlare e (quando sia il caso) nello scrivere di persone non istruite e che per lo più nella vita quotidiana usano il dialetto» (Berruto 1993, p. 58). Si tratta quindi di una varietà della lingua italiana molto bassa che viene parlata da persone che hanno per madrelingua non l italiano standard, ma un dialetto. Nella sua descrizione delle caratteristiche sintattiche dell italiano popolare, Berruto (1993) menziona il che invariabile utilizzato come intoduttore della frase relativa. Questo che relativizza «qualunque posizione sintattica, con ripresa disambiguante attraverso un clitico, ma anche senza» (Berruto 1993, p. 62). Berruto (1993) 6 ritiene due strategie non standard 6 Si nota l analisi di queste due strategie non standard come fenomeni tipici dell italiano marcato in diastratia elaborata in Berruto (1985) cf

23 per la relativizzazione utilizzate nell italiano delle classi sociali più basse : il che polivalente e la relativa ipercodificata 7. Anche Berretta (1993) inserisce il che polivalente utilizzato al posto del che pronome relativo nella lista dei tratti tipici delle varietà diastratiche basse. Secondo Berretta la scelta di una strategia di relativizzazione standard o non standard non dipende solo da fattori linguistici, ma anche da fattori sociolinguistici, come per esempio la classe sociale dei parlanti. Nel suo articolo pubblicato nel 1985, Berruto presume che molti tratti del parlato siano variabili laboviane (Berruto 1985, p. 139). Dalla descrizione della relativa non standard presentate sopra si deve ritenere che anche questo fenomeno tipico del parlato costituisce una variabile laboviana. Si tratterebbe cioè di un fenomeno sensibile sia alla classe sociale del parante (diastratia), sia al registro, cioè la situazione in cui avviene la comunicazione (diafasia). Si ritrovano le relative non standard soprattutto nella lingua parlata dalle classi sociali piuttosto basse in situazioni di comunicazione molto informali e trascurate. Però, quest ipostesi meriterebbe uno studio dettagliato in base a vari spogli di corpora differenziati in diafasia e in diastratia. In questo lavoro invece, viene presentato uno spoglio di materiali omogenei dal punto di vista diamesico (parlato dialogico non pianificato), diafasico (stessa situazione comunicativa informale) e diastratico (parlanti della stessa classe sociale, cioè gli studenti universitari). Si è scelto quindi di studiare un campione con molte caratteristiche costanti. Invece, dal punto di vista diatopico i materiali analizzati sono eterogenei: sono stati infatti presi in considerazione dialoghi di quattro città, cioè Firenze, Milano, Napoli e Roma Le relative non standard in diacronia Accanto alla diastratia e la diafasia si parlerà di una terza dimensione fondamentale in cui si potrebbe trattare la relativa non standard : la diacronia, che studia la storia di un fenomeno linguistico. In questa prospettiva si è scelto di parlare di due autori che hanno descritto il che polivalente o altre relative non standard nella storia: Sabatini (1990) e D Achille (1990). La presenza di relative non standard non costituisce un tratto moderno che si è sviluppato nell epoca contemporanea. Al contrario, si tratta di un fenomeno che ha una lunga storia. D Achille (1990) ha voluto «verificare l antichità» di alcuni fenomeni, misurandone anche «il grado di accettazione ai vari livelli di scrittura nelle diverse epoche» (D Achille, 1990 p. 17). Tra i fenomeni analizzati da D Achille (1990) è presente anche il che relativo indeclinato 7 Per il termine ipercodificata faccio riferimento a d Aureli (2003). 23

24 senza o con ripresa pronominale, ovvero due strategie non standard per la relativizzazione. D Achille (1990) non limita la presenza di relative non standard al solo italiano popolare, ma tratta il fenomeno anche nella lingua dei colti che possono utilizzare varie costruzioni non standard in certi livelli diafasici. D Achille presenta un percorso storico di occorrenze della relativa non standard a partire dal Duecento fino al Settecento. L autore espone i contenuti delle grammatiche normative e quelle storiche, e presenta i dati estratti da un corpus che contiene testi dalle origini dei fonti per l italiano fino al Settecento. Il che invariabile seguito o meno da una ripresa pronominale viene attestato già nei testi dell italiano antico del Duecento: si ha a che fare, quindi, con un fenomeno linguistico antichissimo. Anche Sabatini (1985) e (1990) sottolinea che l italiano parlato contemporaneo, ovvero l italiano dell uso medio «in molti suoi tratti costitutivi non è affatto una creazione recente, ma ha radici plurisecolari e assai robuste ed estese» (Sabatini 1990, p. 261). Difendendo l ipotesi di una continuità tra i secoli passati e certi fenomeni linguistici dell epoca contemporanea, Sabatini parla di 14 tratti che sono costitutivi dell italiano parlato nazionale dell uso medio che sono tutti «di data antichissima (variabile dai cinque ai dieci secoli e più)» (Sabatini 1990, p. 268). Tra questi tratti, menziona la polivalenza del che, fenomeno che insieme con gli altri tratti particolari dell italiano parlato nazionale non costituisce un innovazione della lingua contemporanea, ma un tratto già presente da secoli nella lingua italiana. 24

25 2 Letteratura specialistica sulle relative non standard Lo scopo di questo capitolo sarà di presentare alcune opere particolari dedicate specificamente alle relative non standard. Esiste una letteratura specialistica che si occupa della costruzione relativa estranea alla codificazione grammaticale tradizionale. Si tratterà in particolare di due autori: Fiorentino e Aureli. La prima ha scritto un libro nel quale viene descrito ampiamente il fenomeno della relativizzazione non standard ( 2.1). Il secondo ha dedicato vari articoli, oltre alla sua tesi di dottorato al soggetto della relativa non standard ( 2.2). 2.1 Giuliana Fiorentino (1999) Nel suo libro intitolato Relativa debole. Sintassi, uso e storia in italiano, Giuliana Fiorentino (1999) affronta la problematica della relativizzazione non standard seguendo differenti punti di vista. L autrice presenta un analisi diacronica del fenomeno risalendo al latino tardivo per finire alle varie lingue romanze. La presenza della relativa non standard, ed in particolare la strategia con il che polivalente, non si limita all italiano: si tratta infatti di un fenomeno che si ritrova nell insieme delle lingue romanze. Accanto alla prospettiva diacronica, quindi, Fiorentino (1999) presenta anche uno studio comparativo della relativizzazione non standard: paragona le principali lingue romanze (il francese, lo spagnolo e l italiano) mettendo l accento sulla presenza di tali costruzioni nelle lingue prese in considerazione. Fiorentino (1999) dedica una particolare attenzione alle relative non standard nell italiano che sono ampiamente descritte in un capitolo separato. Queste relative non standard sono chiamate deboli perché la forma che introduce queste relative è l esito dell indebolimento del pronome relativo (Fiorentino 1999, p. 16). Accanto alle relative standard, Fiorentino (1999) distingue due sottotipi principali della relativizzazione debole denominandoli rispettivamente CR 8 debole con ripresa pronominale [ ] e CR debole senza ripresa pronominale (Fiorentino 1999, p. 16) ai quali aggiunge una terza strategia, cioè la CR pleonastica [ ] che unisce le caratteristiche della CR standard e di quella debole con ripresa in quanto è introdotta dal relativo ma contiene anche l elemento di ripresa (Fiorentino 1999, p. 16). 8 CR è l abbreviazione utilizzata da Fiorentino per indicare la Clausola Relativa. 25

26 Le varie strategie di relativizzazione non standard individuate da Fiorentino (1999) rispecchiano quelle descritte da Berretta (1993) e Benincà (1993). Nella parte dedicata alle relative non standard dell italiano, si ritrova uno studio sul fenomeno in prospettiva diacronica (con analisi del Novellino per il 200 e la Cortigiana per il 500) che si conclude con un analisi della relativizzazione non standard in un corpus di parlato del 900, cioè il LIP. 9 Fiorentino ha studiato le frasi relative presenti in un campione di 180 testi, 45 per le quattro città analizzate: Milano, Firenze, Roma e Napoli ed ha scoperto che il 16,6% delle relative oblique sono non standard. Quando si studiano separatamente le relative «deboli», ovvero non standard, si constata che la strategia con il che invariabile senza ripresa pronominale costituisce la strategia più frequente, rappresentando 14,1% di tutte le frasi relative oblique. Le due altre strategie individuate da Fiorentino (1999) sono meno importanti: la strategia con il che invariabile seguito da una ripresa pronominale costituisce il 2,5% di tutte le frasi relative oblique, la strategia «pleonastica» ne costituisce solo lo 0,4%. Accanto ai suoi risultati legati alla distribuzione delle varie strategie non standard, Fiorentino (1999) sottolinea un altra scoperta fondamentale. Quando si analizza la strategia non standard con il solo che invariabile, l autrice sottolinea il fatto che la metà «di esse relativizzano complementi di tempo», mentre l altra metà relativizzano «altri complementi circostanziali o obliqui» (Fiorentino 1999, p. 94). Le sue analisi hanno messo in evidenza «la correlazione abbastanza sistematica tra CR deboli e relativizzazione di complementi circostanziali» (Fiorentino 1999, p. 108). Quest ipotesi viene spiegata da Fiorentino (1999) stabilendo un legame tra la presenza di frasi relative non standard e certe caratteristiche semantiche del complemento che esse relativizzano. I complementi circostanziali, ovvero i complementi che non sono essenziali alla costruzione del verbo, sono ritenuti «semanticamente prevedibili, in quanto i loro antecedenti sono lessemi che appartengono a campi semantici in qualche modo ciroscritti e caratterizzati da un tratto specifico (rispettivamente (+tempo), (+luogo), (+ modo), (+ causa))» (Fiorentino 1999, p. 40). Grazie alla loro specificità semantica, i complementi circostanziali non presentano difficoltà per la decodifica grammaticale del che invariabile. Accanto all analisi condotta sul corpus LIP, Fiorentino (1999) parla, sempre nell ambito della relativa non standard nell italiano, di alcune variabili sociolinguistiche. 9 Lessico di frequenza dell Italiano Parlato (LIP), De Mauro, Mancini, Vedovelli, Voghera (a cura di) (1993), Milano, Etas. 26

27 Colpisce che Fiorentino non abbia potuto studiare la variazione diastratica, perché il LIP non presenta materiali che appartengono alla dimensione dialettale. I materiali del LIP sono variati regionalmente, presentando quattro località (Milano, Firenze, Roma e Napoli), ma non contengono materiali di «italiano popolare». Per qualche osservazione sulla variabilità diastratica Fiorentino (1999) si è servita di «altra bibliografia o di altro materiale per avanzare ipotesi circa la dimensione diastratica della variabilità delle CR» (Fiorentino 1999, p. 113). Fiorentino dedica una particolare attenzione anche alla variabilità diafasica, perché i materiali del LIP analizzati da lei presentano vari tipi di testi distinti sull asse diafasico. In questo contributo invece, analizzerò un corpus non differenziato sul piano diafasico: sono stati studiati 20 dialoghi realizzati nella stessa situazione comunicativa informale (cfr. capitolo 3). Di conseguenza qui non si parlerà della variabilità diafasica. Si è scelto di parlare solo della variabilità diatopica, tenendo conto della corrispondenza tra le quattro località italiane prese in considerazione da Fiorentino e quelle che saranno analizzate in questo studio: Firenze, Milano, Roma e Napoli. Fiorentino (1999), accanto alla sua analisi diacronica e il suo studio del LIP ha fatto, in modo superficiale, qualche osservazione interessante per quanto riguarda la distribuzione delle relative non standard nelle varie città. Una prima osservazione tocca la maggiore o minore presenza di relative non standard nelle quattro città. La percentuale più elevata di relative non standard è legata alla città di Roma, con il 41,3% del totale di relative oblique non standard. Firenze e Napoli presentano distribuzioni più o meno uguali con rispettivamente il 22,8% e il 20,7%. A Milano si ne ritrovano meno, con il 15,2%, una minore presenza che si spiegherebbe secondo Fiorentino (1999) con il «primato di un uso più standardizzato della lingua» (Fiorentino 1999, p. 113). Una seconda osservazione riguarda le relative non standard con ripresa pronominale. Questa strategia debole si ritrova soprattutto a Firenze: più o meno la metà di queste costruzioni è stata ritrovata nella sezione di Firenze. Secondo Fiorentino questa particolarità «potrebbe essere l effetto di un interferenza col dialetto» (Fiorentino 1999, p. 113). 2.2 Massimo Aureli Massimo Aureli è un altro studioso che si è occupato della materia complessa delle relative non standard. Ha scritto vari articoli che saranno presentati nei paragrafi che seguono. Nel primo paragrafo ( 2.2.1) si parlerà di un suo articolo nel quale si tratta in generale del 27

28 fenomeno senza utilizzare analisi approffondite di corpora. Nel secondo ( 2.2.2) invece saranno presi in considerazione i suoi contributi basati su analisi dettagliate di vari corpora di italiano parlato. Questo paragrafo costituirà il raccordo con il capitolo 3 di questo lavoro, nel quale sarà presentato lo spoglio di alcuni dialoghi del corpus CLIPS, che non è stato analizzato da Aureli Pressione dell uso sulla norma. Le relative non standard nei giudizi degli utenti (2003) In questo lavoro Aureli presenta uno studio sul rapporto tra la norma e l uso della lingua analizzandi alcune strutture per la relativizzazione non accettate dalla grammatica, ovvero estranee alla norma. Per analizzare il rapporto tra uso e norma della lingua, Aureli (2003) ha studiato i giudizi di 420 studenti romani sulla correttezza o scorrettezza grammaticale di un campione di 25 frasi. L articolo è quindi caratterizzato da una prospettiva metalinguistica: gli studenti riflettono sulla propria lingua parlata. Il corpus di 25 frasi si compone di relative standard, relative non standard e frasi non relative tutte prodotte nel parlato. Aureli ha voluto «coprire la vasta tipologia di strutture che nell italiano permettono di realizzare frasi relative» (Aureli 2003, p. 4) e per evitare il riconoscimento da parte degli studenti dello scopo dell analisi, cioè uno studio grammaticale nell area della frase relativa, Aureli ha aggiunto alle 23 frasi relative due frasi che contengono un che non relativo. Per quanto riguarda le relative non standard, Aureli (2003) distingue tre principali strategie, basandosi sulle riflessioni di Berretta (1993): le relative con il che polivalente, le relative analitiche e le relative ipercodificate (cfr. 1.3). La somministrazione del questionario è stata realizzata in due modi: prima attraverso l ascolto e poi attraverso lo scritto. Queste due modalità di somministrazione presenteranno risultati abbastanza diversi. In generale Aureli (2003) riscopre due grandi fenomeni legati alla pressione dell uso sulla norma: 1) la relativa ipercodificata, pur essendo una struttura non standard, ha tuttavia delle importanti percentuali di giudizi di correttezza grammaticale ; 28

29 2) la relativa con il che polivalente [ ] nonostante sia la struttura più semplificata e ipocodificata 10 tra la relative non standard prese in esame, non è tuttavia quella con le più basse percentuali di giudizi di correttezza grammaticale. (Aureli 2003, p.10). Aureli ha constatato che le relative ipercodificate sono quelle più accettate nell oralità e nello scritto. Le due altre strategie invece sono quasi solo accettate nella sfera dell oralità, cioè sono giudicate quasi sempre, come il caso del che polivalente, corrette nel parlato, mentre nello scritto hanno percentuali di correttezza molto basse. Per quanto riguarda le relative non standard con il che polivalente si nota che nel parlato sono giudicate più corrette delle relative analitiche che però presentano «un grado maggiore di codificazione, ovvero un maggior numero di informazioni per la decodifica» (Aureli 2003, p. 12). Nello scritto, invece, le relative con il che polivalente sono quelle con le percentuali di giudizi di correttezza grammaticale più basse. Aureli riformula quest osservazione dicendo che nell orale «a un grado maggiore di codificazione non corrisponde una più alta percentuale di giudizi di correttezza grammaticale» (Aureli 2003, p. 12). Questo fenomeno viene spiegato con il fatto che il che polivalente costituisce la struttura di base alla quale si aggiungono i clitici per formare le relative ipercodificate. Come la strategia standard, quella con il che polivalente costituisce una strategia consolidata e accettata. Aureli (2003) conclude affermando che le relative non standard sono largamente accettate nel parlato. Non si tratta di costruzioni periferiche o di accidenti linguistici, ma di strategie di relativizzazione «saldamente affermate» all orale. La struttura con il che polivalente costituisce persino una «forma consolidata e cristallizzata all orale» (Aureli 2003, p. 18), nonostante il suo grado minore di informazioni per la decodifica Analisi di corpora di italiano parlato La maggior parte delle analisi elaborate da Aureli si basano su corpora di parlato italiano nei quali ha studiato le frasi relative non standard. In un articolo scritto nel 2004 Aureli presenta la sua analisi di tali costruzioni in quattro corpora : LIR, LIP 11, LABLITA e AVIP. 10 Il che invariabile esprime solo la dipendenza sintattica, non il caso dell elemento relativizzato. 29

30 Il LIR e l AVIP contengono solo un tipo testuale: il primo contiene 64 ore di parlato radiofonico, mentre il secondo presenta parlato elicitato con il metodo di map task. I due altri corpora, LIP e LABLITA, contengono vari tipi testuali: LABLITA contiene parlato spontaneo, ma anche testi tratti dal cinema, dai media; monologhi, ma anche dialoghi. Per la tipologia testuale del LIP cfr Quando parla della tipologia delle frasi relative (per la descrizione completa vede sopra 1.3.4) Aureli (2004) mette l accento sul che polivalente, limitando tuttavia la portata dell etichetta «polivalente». Aureli (2004) difende l ipotesi secondo la quale il termine che polivalente «si dovrà allora intendere limitata nella sua portata, e riferita esclusivamente a tutti quei casi di struttura relativa non standard realizzata da che invariabile senza ulteriori marche» (Aureli 2004, p. 6). Dopo una breve descrizione del corpus analizzato, Aureli (2004) presenta i risultati del suo spoglio cominciando con il rapporto tra le relative non standard e le relative standard. Viene messa in evidenza la scarsissima presenza del fenomeno nel corpus preso in considerazione: nei corpora LIP, LIR e LABLITA le relative non standard costituiscono al massimo il due percento del totale di frasi relative. La parte dell AVIP 12 presenta una maggiore presenza e conta il 6,12% delle relative. Vista la scarsa presenza del fenomeno, Aureli (2004) ha scelto di mettere in rapporto le relative non standard con quelle standard. Accanto alla bassa frequenza delle relative non standard, Aureli (2004) mette in evidenza un altra particolarità: le relative ipercodificate si costruiscono quasi sempre con un che invariabile seguito da una ripresa pronominale. Sono rarissime le relative ipercodificate costruite dalle forme cui o il quale. 13 Ricapitolando, si può dire che «le relative non standard registrate sono quasi esclusivamente realizzate da un che invariabile o da un che invariabile più ripresa pronominale» (Aureli 2004, p. 10). Dopo lo studio del rapporto tra relative standard e relative non standard, Aureli continua la presentazione dei suoi risultati analizzando i vari tipi di relative non standard. 11 Nel corpus di Aureli (2004) è stata studiata la sola sezione di Firenze. Non sono analizzate le sezioni relative a Milano, Roma e Napoli. 12 AVIP contiene vari esempi di parlato elicitato (ottenuto grazie al metodo map task) e cosituisce una varietà di parlato differente dal resto del corpus. Per il termine map task si riferisce al capitolo Aureli (2004) ne ha ritrovati solo due. 30

31 In ogni parte del corpus il che polivalente si presenta come la strategia più frequente, seguito dalla relativa ipercodificata. La relativa analitica è la strategia meno frequente della quale Aureli (2004) non ha ritrovato nessun esempio nel corpus AVIP 14. Merita una particolare attenzione il che polivalente, vista la sua alta frequenza in ogni parte del corpus (sempre più della metà delle relative non standard). La strategia del che polivalente è messa in rapporto alla presenza di relative indirette: a una maggiore presenza di relative indirette corrisponde una maggiore presenza di relative non standard formate dalla strategia del che polivalente. L analisi linguistica delle relative non standard elaborata da Aureli (2004) mostra che tali strutture sono utilizzate soprattutto per la relativizzazione dell oggetto diretto e dei complementi locativo e temporale 15. Quando si studiano le categorie sintattiche relativizzate dai tre tipi di relativa non standard, è chiaro che il che polivalente relativizza soprattutto complementi locativi, accanto ai complementi temporali che sono meno frequenti, ma comunque relativamente importanti. Si può concludere che «i complementi indicanti una qualche sorta di localizzazione (sia essa spaziale o temporale), quelli che più generalmente vengono realizzati con la strategia non standard del che polivalente» (Aureli 2004, p.15). Quest ipotesi potrebbe spiegare la maggiore frequenza del che polivalente nel corpus AVIP, che contiene dialoghi elicitati dal metodo map task, che come si vedrà (cf. capitolo 3) favorisce la presenza dei complementi locativi 16. Per quanto riguarda la relativa ipercodificata, essa si utilizza quasi esclusivamente per la relativizzazione dell oggetto diretto. La relativa analitica, invece, è molto meno frequente (solo otto casi); non è possibile quindi arrivare a formulare delle ipotesi soddisfacenti. Aureli (2004) conclude che «nonostante le relative non standard non siano particolarmente rilevanti da un punto di vista quantitativo, l analisi dei dati ha messo in evidenza significative costanti nel loro funzionamento» (Aureli 2004, p. 20). Così, il che polivalente costituisce la strategia non standard più frequente e si utilizza soprattutto per la relativizzazione di un particolare tipo di relativizzazione indiretta : i locativi ed i temporali. La relativa ipercodificata, invece, si utilizza quasi esclusivamente per la relativizzazione dell oggetto diretto. 14 Nelle altre sezioni, il fenomeno è scarsamente rappresentato (più o meno 10% delle relative non standard). 15 Almeno il 70% delle relative non standard sono legate all oggetto diretto e ai complementi locativo e temporale. 16 Nel map task infatti i parlanti devono ricostruire un percorso da seguire su una mappa. 31

32 Da questi particolari usi dei vari tipi di relativa non standard, Aureli ritiene che «non sembra esserci un alternanza libera tra che senza e con ripresa» (Aureli 2004, p. 21). La scelta di una particolare strategia non standard non è arbitraria, ma dipende dal complemento relativizzato. In un contributo al volume Parole e Numeri (2005) Aureli ha indagato le varie funzioni del che nell italiano parlato. Anche per questo articolo, l analisi è basata su vari corpora di italiano parlato. La prospettiva statistica dell articolo si lega al suo scopo, cioè di «fornire un quadro di diverse modalità in cui la lingua è usata» (Aureli 2005, p. 171). Aureli ha elaborato un analisi statistica delle varie occorrenze di che presenti in una porzione del LIP, la quale contiene tre località differenti: Milano, Napoli e Roma. Il corpus di Aureli (2005) contiene due modalità comunicative: «scambio comunicativo bidirezionale con presa di parola libera faccia a faccia [ ], scambio comunicativo bidirezionale con presa di parola non libera faccia a faccia» (Aureli 2005, p. 172). Per presentare i risultati della registrazione delle occorrenze di che, Aureli (2005) utilizza sei classi di analisi nelle quali entrano i vari che. Così Aureli (2005, pp ) distingue: 1) il che introduttore di completiva «sembrava che fosse rimasto molto colpito (MA1)» 2) il che introduttore di relativa «Dobbiamo ancorarci a quello che dice la legge (NC1) 3) le forme non standard introdotte da che «Le brigate rosse l unico partito che volevano trattare era il partito socialista (conversazione privata)» (la forma con il solo che) «Un ingiuria come sempre da parte della regia che gli è venuto veramente un brutto carattere! (trasmissione radiofonica, esempio tratto dal LIR ( ))» (la forma che più ripresa pronominale) 4) la frase scissa «È da aprile che va avanti (RA7)» 5) il che che non entra nelle classi precedenti 6) i casi di dubbi. 32

33 Dopo la presentazione del corpus e delle classi d analisi utilizzate, Aureli (2005) espone i risultati dello studio: vuole misurare la distribuzione delle varie funzioni del che, ma anche l eventuale rapporto tra le varie funzioni e la modalità comunicativa. Sul totale delle occorrenze di che nella parte del LIP presa in considerazione da Aureli (2005) il che occupa spesso la funzione di introduttore della completiva e quella di introduttore della relativa. Queste due funzioni corrispondono a più dell 80% delle occorrenze. Quando si distinguono le due modalità di comunicazione, cioè quella con presa di parola libera e non libera, si nota una prevalenza delle funzioni completiva e relativa nella seconda tipologia, quella in cui la presa di parola non è libera 17. Accanto a queste due funzioni più importanti, le occorrenze di che come introduttore non standard della frase relativa, si aggirano intorno al 2,5% del totale. Questa percentuale piuttosto bassa corrisponde alle osservazioni formulate in Aureli (2004) nelle quali mette in evidenza la scarsa presenza delle relative non standard (2,12% sul totale delle relative nel LIP 18 ). Anche le altre funzioni che possono essere occupate dal che rimangono piuttosto nella sfera della marginalità rispetto alla funzione completiva e quella relativa con percentuali di frequenza basse. Un analisi più dettegliata del che completivo e del che relativo, le funzioni più frequenti, mostra alcuni fenomeni interessanti. La distribuzione dei due che dipende dalla tipologia comunicativa presa in considerazione: negli scambi con presa di parola libera sono più frequenti i che completivi 19, mentre negli scambi con presa di parola non libera esiste una prevalenza per i che relativi 20. Dalla letteratura specialistica sulle relative non standard, si deve ritenere che tali costruzioni costituiscano un alternativa per la relativizzazione utilizzata accanto al paradigma standard. L alta percentuale di persone che accettano le relative non standard, giudicandole corrette, (cf 2.2.1) sembra provare quest ipotesi. Fiorentino (1999) e Aureli (2004) hanno mostrato che la strategia di relativizzazione non standard con il che polivalente è quella più frequente. Gli stessi autori hanno messo in evidenza la scelta per una strategia dipende soprattutto da fattori sintattici e semantici. Così la strategia con il che polivalente senza ripresa pronominale si utilizza per relativizzare complementi di tempo e di luogo. La strategia con il che seguito da 17 74,5% del totale per la prima tipologia, 85% per la seconda. 18 Si noti che Aureli (2004) ha preso in considerazione la sola sezione di Firenze. 19 Soprattutto a Milano. 20 Anche in questo caso soprattutto a Milano. 33

34 un pronome clitico, ovvero la relativa ipercodificata, si utilizza per la relativizzazione dell oggetto diretto. 34

35 3 Presentazione del corpus 3.1 Il corpus CLIPS 21 Il corpus CLIPS (Corpora e Lessici di Italiano Parlato e Scritto) 22 si suddivide in due parti: una sezione di italiano parlato, ed una sezione di italiano scritto (che contiene anche un lessico). Il progetto per la raccolta del corpus si è svolto tra gli anni 1999 e 2004; CLIPS costituisce quindi uno dei corpora di lingua italiana più recenti. Siccome in questo lavoro si studiano le relative non standard nell italiano parlato, ci si limiterà alla descrizione della sezione di italiano parlato e non ci si soffermerà sulla sezione di italiano scritto. La sezione dell italiano parlato costituisce uno strumento molto utile per lo studio linguistico della lingua parlata: il corpus è costituito da circa 100 ore di parlato con una distribuzione uguale di parlanti di sesso maschile e femminile. Per rappresentare fedelmente la situazione linguistica contemporanea il corpus presenta un ampia stratificazione che si basa soprattutto su due dimensioni di varietà linguistica: la diatopia e la diafasia. Al fine di coprire tutte le diverse regioni italiane, sono stati raccolti materiali in 15 città: Bari, Bergamo, Bologna, Cagliari, Catanzaro, Firenze, Genova, Lecce, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Roma e Venezia. Anche dal punto di vista diafasico, il corpus si presenta variamente articolato. Esso contiene infatti testi con differenti modalità di interazione comunicativa. Così si ritrovano vari tipi di parlato : a) Il parlato radiotelevisivo b) Il parlato dialogico, raccolto sul campo c) Il parlato letto d) Il parlato radiofonico e) Il parlato ortofonico 21 Cfr. Il corpus CLIPS, presentazione del progetto a cura di Federico Albano Leoni, Il corpus CLIPS costituisce un progetto, diretto da di Albano Leoni, del Cluster (C18) LINGUISTICA COMPUTAZIONALE : RICERCHE MONOLINGUI E MULTILINGUI (Legge 488) finanziato dal Ministero dell Istruzione, dell Università e della Ricerca. 35

36 Ogni tipologia comunicativa si distribuisce sulle 15 città prese in considerazione. Per i materiali di parlato letto, sono stati registrati anche alcuni parlatori professionisti di una compagnia di doppiaggio cinematografico al fine di poter rappresentare alcuni esempi di parlato ortofonico iperarticolato. Il CLIPS è un corpus accessibile che si può consultare facilmente visitando il sito internet con il link I materiali raccolti sono presentati nella loro forma audio (in un file Wave) e sono, in parte, corredati di una trascrizione (in un file di testo). 3.2 La selezione del corpus Per poter ben studiare certi fenomeni che sarebbero tipici della lingua parlata (cfr. cap. 1), il linguista ha bisogno di corpora strutturati di italiano parlato. Già nel 1985, Sobrero ha messo in luce la necessità di un corpus ampio e sistematizzato per analisi linguistiche approfondite: «Sulle caratteristiche dell italiano parlato disponiamo oggi di molti studi parziali, relativi ad aree geografiche limitate e/o a singoli fenomeni linguistici [ ]. Manca tuttavia uno studio d insieme, e la ragione è evidente: i corpora rilevati sono parziali, differenti, occasionali, e non possono dar luogo ad analisi complessive» (Sobrero 1985, p. 77) All inizio degli anni Novanta, la mancanza di tali corpora viene sottolineata tra l altro da Berretta (1993), che ha studiato il parlato italiano contemporaneo. Berretta (1993), soffermandosi sugli studi sul parlato, mette in evidenza «l assenza di corpora pubblicati sistematici nella scelta dei testi e nella trascrizione, paragonabili a quelli disponibili per il francese, l inglese o il tedesco» (Berretta 1993, p. 241). Inoltre Berretta nota che i pochi corpora esistenti non presentano un grande interesse per lo studio linguistico, vista la quasi sola presenza di testi monologici. Quando Berretta nel 1993 sottolinea la scarsa presenza di corpora, gli studi sul parlato si trovano tuttavia alle soglie di un momento di fondamentale evoluzione. Di seguito si sintetizza la storia degli studi sul parlato che, finora, conosce tre fasi importanti. Inizialmente si è cercato di rendere conto delle particolarità del parlato partendo dall esame di testi scritti (per esempio dialoghi teatrali o lettere), considerati un modello al quale rapportare e sulla base del quale valutare la lingua parlata. 36

37 In una seconda fase sono fiorite analisi di testi parlati registrati e trascritti. È cominciato lo studio del parlato a partire dal parlato, in modo autonomo dai riferimenti allo scritto. A queste due fasi si può aggiungere una terza molto recente, rappresentata da una parte della linguistica del corpus degli ultimi decenni. Questo sviluppo è reso possibile da migliorie tecnologiche e da una crescente consapevolezza scientifica. Le raccolte di corpora di parlato e gli studi condotti su di essi rappresentano uno sviluppo della tradizione dell analisi delle forme del parlato reale (interazioni faccia a faccia, monologhi, parlato radiofonico e televisivo ecc) registrato e trascritto. (Cfr. Appunti del corso di linguistica di Ba3) Prima della prima metà degli anni Novanta, gli studi sul parlato, come quello di Sabatini (1985), si basavano su testi scritti e su singole registrazioni di parlato che non uscivano da un vasto panorama della situazione linguistica contemporanea. Le poche registrazioni di parlato non rappresentavano la lingua parlata contemporanea perché prendevano spesso in considerazione per lo più testi monologici e non testi di parlato reale, dialogico. A partire del 1993 la situazione cambia profondamente con la creazione del primo corpus dell italiano parlato, il LIP (Lessico di frequenza dell italiano parlato, 1993, a cura di De Mauro, Mancini, Vedovelli, Voghera). A partire della creazione del LIP, molti altri corpora sono nati fino ad oggi, come l AVIP (Archivio delle Varietà di Italiano Parlato, 1999, a cura di Bertinetto) ed il LABLITA (corpus raccolto e curato dal Laboratorio Linguistico del Dipartimento di Italianistica dell Università di Firenze). Tra i corpora recentemente raccolti in Italia spicca per dimensioni e per varietà dei materiali contenuti il corpus CLIPS, del quale si tratterà in questo contributo. Per questo lavoro si è scelto di analizzare una porzione specifica del CLIPS. Saranno studiati 20 dialoghi 23 (parlato semi-spontaneo elicitato attraverso due diversi tipi di giochi, cfr. 3.3) che sono tutti omogenei dal punto di vista diamesico (parlato), diafasico (conversazione informale) e diastratico (studenti universitari trai 20 ed i 30 anni). L obbiettivo non è quindi quello di arrivare ad un indagine estensiva, ma di analizzare la presenza di un fenomeno tipico del parlato in una porzione circoscritta del corpus CLIPS. Al fine di articolare dal punto di vista diatopico i 20 dialoghi presi in considerazione, si è scelto di analizzare le quattro città che sono anche studiate nel LIP, cioè Firenze, Milano, Napoli e Roma. Questa variazione diatopica ci permette di non presentare un unico campione di dati, ma un tipo specifico di testo, prodotto da persone con caratteristiche sociolinguistiche simili in varie località d Italia. 23 Si noti che il parlato dialogico rappresenta 60 delle 100 ore di parlato raccolte nel CLIPS. 37

38 Inoltre il corpus CLIPS non è mai stato soggetto ad un analisi delle relative non standard. Nell ambito delle relative non standard, la letteratura specialistica sull argomento si è basata prevalentemente sul LIP (cfr. Fiorentino e Aureli), un corpus articolato non solo in diatopia, ma anche dal punto di vista diafasico (con varie tipologie comunicative) e diastratico (con molte articolazioni sociali). Dalle tabelle 2-4 risulta chiaro che il LIP non presenta una classe omogenea di parlanti come è nel caso nei dialoghi di CLIPS, che sono tutti prodotti da studenti universitari, dunque di persone con lo stesso grado d istruzione e la stessa età. In questo lavoro, invece, si vuole studiare la relativa non standard in una sezione del corpus CLIPS che presenta omogeneità diafasica, diastratica e diamesica. I risultati di questo spoglio verranno quindi paragonati con quelli di lavori già elaborati su altri corpora (da Fiorentino e da Aureli). Età Parlanti Titolo di studio Parlanti Professione Parlanti sconosciuta 795 sconosciuto 1085 sconosciuta senza titolo 12 scolari, studenti media inferiore secondaria 252 disoccupati, operai, pensionati impiegati medi, attività specializzate laurea 215 dirigenti, professionisti e oltre 90 Tabelle 2-4: Ripartizione dei parlanti per età, per titolo di studio e per professione nel LIP Fonte: De Mauro, Mancini, Vedovelli, Voghera 1993: 51s Tipologia dei dialoghi analizzati 24 Il corpus che costituisce la base per lo spoglio contiene 20 dialoghi tratti dal corpus CLIPS. Si tratta di parlato semi-spontaneo 25, ovvero di parlato elicitato. I testi non appartengono tutti allo stesso tipo di dialogo, ma si suddividono in due grandi tipi. Si tratta di due tecniche utilizzate per raccogliere un parlato più o meno spontaneo in un contesto particolare non influenzato da eventuali fattori esterni. La registrazione del parlato 24 Cfr. Cerrato, 2006, Sulle tecniche di elicitazione di dialoghi di parlato semi-spontaneo. 25 Si dice semi-spontaneo per differenziare questo tipo di parlato dal parlato spontaneo vero e proprio, esemplificato dalle conversazioni faccia a faccia non pianificate. 38

39 non avviene in situazioni reali, come per la registrazione fatta in strada, ma in situazioni controllate. I parlanti sono due e si trovano in una stanza silenziosa, senza rumori e senza distrazioni, seduti ad un tavolo sul quale è messo un tipo di paravento, affinché i parlanti non si vedano, e con due microfoni. In questo luogo partecipano ad un gioco grazie al quale parlano liberamente; la presenza dei microfoni viene in genere velocemente dimenticata e i parlanti conversano senza far attenzione alla registrazione delle loro voci. Nel corpus CLIPS si ritrovano due giochi/tecniche per elicitare materiale parlato, ovvero per stimolare parlato semi-spontaneo: il map task ( 3.3.1) e il test delle differenze ( 3.3.2) Map Task Il map task costituisce il primo gioco utilizzato nel corpus CLIPS. Si tratta di un gioco che serve ad elicitare scambi comunicativi finalizzati a dare e a ricevere indicazioni utili per disegnare un itinerario su una mappa schematica (Cerrato 2006, p. 4). I due parlanti si trovano nella stessa stanza, ma sono separati da un pannello in modo che non si vedono, per stimolare così la comunicazione verbale. Ogni locutore riceve una mappa sulla quale sono indicate alcune icone accompagnate dai rispettivi toponimi. Le due mappe non sono però uguali: su una mappa viene rappresentato un itinerario, sull altra figurano solo le icone. A causa delle differenze presenti tra le due mappe, i ruoli dei due parlanti non sono gli stessi: un parlante, detto instruction giver, possiede l itinerario e deve dare istruzioni e indicazioni all altro parlante, detto instruction follower, che deve ricostruire l itinerario sulla sua mappa. A questo compito, cioè la ricostruzione dell itinerario da parte dell instruction follower, si aggiunge una difficoltà : anche per quanto riguarda le icone, ci sono alcune differenze, per esempio un icona che si trova in luoghi differenti sulle due mappe. Queste piccole variazioni nelle due mappe favoriscono la varietà elocutiva e stimolano la spontaneità del parlato registrato. Nella sezione di dialoghi del corpus CLIPS, si è utilizzato un tipo particolare del map task, in modo da invertire i ruoli di giver e follower a metà del compito. La tecnica del map task è stata anche utilizzata nel corpus AVIP, uno dei corpora analizzati da Aureli (2004). Nel suo studio, Aureli ha preso in considerazione la sola parte di parlato elicitato con il metodo del map task senza soffermarsi sul parlato letto ed il parlato infantile che sono presenti nell AVIP in maniera più limitata. 39

40 Per quanto riguarda la durata del compito che deve essere eseguito, questa non è fissa. I locutori hanno tutto il tempo di cui hanno bisogno per finire il lavoro. Dalle esperienze dell AVIP, si sa che il tempo necessario per l esecuzione del compito s aggira intorno ai 20 minuti. Un esempio di due mappe differenti usate nel compito del map task, preso dal corpus CLIPS, mta_p1.jpg e mta_p2.jpg Test delle differenze Accanto al gioco del map task, in cui un parlante deve ricostruire l itinerario seguendo le indicazioni del secondo parlante, esistono vari altri giochi grazie ai quali si può stimolare una conversazione semi-spontanea. L altro gioco che si ritrova nel corpus CLIPS è quello del test delle differenze (spot the difference) e fa parte delle «situazioni gioco», che secondo Cerrato «hanno il pregio di coinvolgere il parlatore per distrarlo dalla condizione di registrazione e condurlo ad esprimersi con molta naturalezza» (Cerrato 2006, p.5). Nel test delle differenze, come nel gioco di map task, i parlanti devono svolgere un compito. I due locutori ricevono due disegni identici in tutto tranne che in un certo numero di piccoli dettagli. Lo scopo del gioco è scoprire le differenze tra le due vignette 26 chiedendosi come sono le cose che si trovano sui disegni. 26 Generalmente le vignette sono prese da un giornale di enigmistica. 40

41 Come nei dialoghi di map task, i parlanti si parlano, ma non si vedono, dunque sono obbligati a riuscire nel compito solo attraverso la conversazione (e senza comunicazione visiva). Una seconda analogia con i dialoghi map task è costituita dal fatto che i dialoghi del test delle differenze sono semi-spontanei. Si tratta di una situazione artificiale, costruita, ma che permette un parlato abbastanza spontaneo grazie al tipo di gioco che è presentato ai locutori. La conversazione si svolge mediante lo scambio verbale di descrizione delle vignette, di domande e risposte su singoli dettagli. Di conseguenza, i parlanti dimenticano la presenza del microfono e così nasce una discussione spontanea che tende ad arrivare alla soluzione del problema. Al contrario del map task, il compito del test delle differenze è a tempo: gli studenti hanno dieci minuti per trovare il massimo di differenze possibile. Un esempio di due vignette usate nel compito del test delle differenze, preso dal corpus CLIPS, tda_p1.jpg e tda_p2.jpg La porzione del CLIPS analizzata Come antecipato in 3.1, in questo contributo si vuole presentare uno spoglio di una porzione di CLIPS consistente in 20 dialoghi suddivisi in quattro gruppi corrispondenti a quattro città italiane : Firenze, Milano, Napoli e Roma. Per ognuna di queste città si sono analizzati cinque dialoghi, tra i quali due del tipo map task e tre del tipo test delle differenze. 41

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