UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PADOVA

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1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PADOVA DIPARTIMENTO DI SCIENZE ECONOMICHE ED AZIENDALI M.FANNO CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN ECONOMIA E DIREZIONE AZIENDALE TESI DI LAUREA I MODELLI DI INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE MEDIE IMPRESE: UN ANALISI COMPARATA RELATORE: CH.MO PROF. DIEGO CAMPAGNOLO LAUREANDO: CRISTIAN CECCATO MATRICOLA N ANNO ACCADEMICO

2 INDICE ABSTRACT 3 INTRODUZIONE 4 1. CAPITOLO PRIMO IN MEDIA STAT VIRTUS? Premessa Le medie imprese e il sistema produttivo italiano Le medie imprese secondo Mediobanca Le medie imprese secondo GE Capital Le medie imprese: altre fonti Una prospettiva internazionale Conclusioni CAPITOLO SECONDO UNA RICOGNIZIONE TEORICA IN TEMA DI INTERNAZIONALIZZAZIONE Premessa Il ruolo della globalizzazione La teoria del vantaggio monopolistico La teoria dell internalizzazione Il paradigma eclettico della produzione internazionale L investimento diretto estero pro-trade Le modalità dell internazionalizzazione Le esportazioni dirette Le esportazioni indirette Gli accordi strategici Le joint ventures internazionali Gli investimenti diretti esteri Scelte localizzative e attrattività dei paesi Il processo di internazionalizzazione Conclusioni 65 1

3 3. CAPITOLO TERZO ANALISI DEI DATI Premessa Il campione Le esportazioni Le strategie di penetrazione commerciale La produzione all estero Quando e perché le imprese italiane producono all estero? Un confronto tra diverse classificazioni Conclusioni CAPITOLO QUARTO MEDIE IMPRESE: DISCUSSIONE DEI MODELLI DI INTERNAZIONALIZZAZIONE Premessa Le esportazioni Le esportazioni: scelte localizzative Le esportazioni: un analisi settoriale Le strategie di penetrazione commerciale Le strategie di penetrazione commerciale e l export La produzione all estero La produzione all estero e le esportazioni La produzione all estero: motivi e attività svolte Limiti e prospettive per una ricerca futura Conclusioni 162 APPENDICE: I SETTORI INDUSTRIALI SECONDO LA CLASSIFICAZIONE ATECO RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 166 2

4 ABSTRACT Il sistema economico italiano è caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese. Le imprese di media dimensione sono considerate la punta di diamante del tessuto produttivo del nostro paese e sono dotate di una forte proiezione internazionale. Non sono solo le grandi imprese italiane a competere nei mercati globali, ma anche quelle medie e piccole. Il nostro obiettivo è analizzare la relazione tra la dimensione dell impresa e l internazionalizzazione. A tal fine applichiamo tre diverse definizioni di media impresa: la prima fornita dall Unione Europea, la seconda da Mediobanca R&S e la terza da GE Capital. L analisi svolta è di tipo quantitativo ed è basata su un campione fornito da Unicredit e contenente dati che si riferiscono al triennio I principali risultati ottenuti possono essere così sintetizzati: è presente una relazione tra la dimensione dell impresa e la competizione internazionale attraverso l export: le grandi imprese che esportano sono, in percentuale, più di quelle medie, mentre quest ultime sono, in percentuale, più di quelle piccole. La stessa relazione sussiste se osserviamo il rapporto tra esportazioni e fatturato totale. applicando diverse definizioni di media impresa si ottengono delle differenze, in quanto secondo le classificazioni di Mediobanca R&S e di GE Capital non sussiste la relazione di cui al punto precedente, bensì la presenza di una massa critica necessaria per la competizione nei mercati internazionali, per la quale le percentuali di medie e grandi imprese che esportano sono tra loro simili; per quanto riguarda le strategie di penetrazione commerciale, le percentuali di medie e grandi imprese che ricorrono a queste forme sono simili e sempre maggiori a quelle delle piccole. L unica eccezione è la struttura fissa a gestione diretta, modalità nella quale le grandi imprese si distinguono con percentuali di ricorso maggiori di quelle delle medie; è presente una relazione tra la dimensione dell impresa e la produzione all estero: più grande è la dimensione e maggiore è la percentuale di imprese che producono all estero, sia attraverso investimenti diretti esteri che accordi contrattuali; le medie imprese sono meno dipendenti dalla produzione all estero, in quanto il valore dei beni che realizzano al di fuori del paese d origine è, in percentuale sul loro fatturato totale, minore di quello delle piccole e delle grandi imprese. 3

5 INTRODUZIONE Il tessuto economico italiano è caratterizzato da una presenza particolarmente forte di piccole e medie imprese. La categoria delle imprese di medie dimensioni è, in Italia, significativamente rilevante. Questa affermazione non tiene conto tanto della numerosità, quanto dell importanza dell apporto che queste unità produttive danno al sistema economico italiano. Le medie imprese sono, infatti, da più autori considerate la punta di diamante del sistema produttivo italiano (Corò, 2008; Coltorti, 2010; Venanzi, 2012). Queste hanno reagito meglio delle piccole e grandi imprese alle crisi che hanno, nel tempo, attraversato il nostro sistema economico. Nel periodo di stagnazione nei primi anni del ventunesimo secolo, inoltre esse hanno consolidato la loro posizione competitiva. Le medie imprese italiane hanno una forte proiezione internazionale. Esse sono attive in delle nicchie di mercato, le quali sono formate da un numero limitato di tipi di prodotto. Questa strategia garantisce spesso, però, una leadership a livello mondiale (Gagliardi, 2006). Le medie imprese italiane sono alfieri del made in Italy all estero. Esse effettuano produzioni ad elevata qualità, tipiche del nostro paese e le esportano in tutto il mondo. Esse sono, inoltre, particolarmente eccellenti nella produzione di tecnologie ed in particolare di beni capitali e produttivi. Questa è l altra categoria di produzioni nelle quali le medie imprese italiane svolgono un forte ruolo nei mercati internazionali. Per questo motivo le medie imprese italiane, pur rappresentando numericamente una quota marginale del sistema produttivo italiano, hanno un ruolo fondamentale nella creazione del prodotto interno lordo del nostro paese. Tutte le ragioni sopra descritte ci hanno indotto a effettuare una analisi sui modelli di internazionalizzazione che le medie imprese italiane scelgono. L internazionalizzazione è un tema molto importante, in quanto il dibattito su di essa è molto acceso. Vi sono discussioni sulla positività di questo fenomeno (Coltorti, 2010) e su quali siano le modalità da scegliere, per le imprese di un paese in cui la manifattura è ancora importante (Corò, 2008). Vi sono discussioni su quali siano le strategie che meglio si adattano alle imprese di varie dimensioni e settori (Iacobucci e Spigarelli, 2007) e su quali siano le motivazioni che portano a queste conclusioni (Resciniti e Matarazzo, 2012). Di sicuro c è che in questo momento particolare per il nostro sistema produttivo, l internazionalizzazione è la forza trainante, in quanto i consumi interni non solo ristagnano, bensì decrescono. Al fine di comprendere se, anche nella scelta delle strategie di competizione all estero, le imprese italiane di medie dimensioni si distinguano da quelle piccole e da quelle grandi, abbiamo deciso che l analisi da effettuare 4

6 deve essere una analisi comparata. Questo al fine di comprendere se, date le particolari produzioni nelle quali le medie imprese sono competitive, anche i modelli di internazionalizzazione scelti siano diversi rispetto a quelli di piccole e grandi imprese. Abbiamo, quindi, effettuato un analisi su un campione di imprese italiane, contenente sia piccole che medie e grandi imprese. I limiti delle tre classi dimensionali sono stati basati sulla definizione di media impresa data dall Unione Europea. Secondo questa sono medie le imprese tra i 50 e i 249 addetti (compresi), che rispettano almeno un limite tra il fatturato inferiore ai 50 milioni di euro e il totale attivo di bilancio inferiore ai 43 milioni di euro. Abbiamo analizzato le modalità di entrata nei mercati esteri maggiormente scelte dalle imprese di ogni categoria dimensionale. Abbiamo effettuato, per ogni modalità di entrata, anche un analisi dell incidenza che i flussi commerciali e produttivi hanno sul fatturato. Per ogni modalità di internazionalizzazione abbiamo, inoltre, effettuato una analisi delle scelte localizzative effettuate da piccole, medie e grandi imprese. Abbiamo anche cercato di comprendere come le scelte di strategie di penetrazione commerciale e di produzione all estero influiscano sulle scelte relative all export. Nel caso della produzione all estero, abbiamo cercato di comprendere come essa si relazioni ad una serie di motivazioni che spingono all internazionalizzazione. Abbiamo, inoltre, analizzato i modelli di internazionalizzazione scelti da piccole, medie e grandi imprese, a seconda del settore nel quale esse sono operative. Dall analisi effettuata è emerso che le esportazioni sono la modalità di internazionalizzazione maggiormente scelta dalle imprese italiane: sia piccole, che medie e grandi. Abbiamo, inoltre, notato una relazione tra la dimensione e la dipendenza del fatturato totale dalle esportazioni: il grado di apertura internazionale maggiore lo hanno le grandi imprese, seguono le medie e poi le piccole. Le aree maggiormente scelte come target delle esportazioni sono i paesi europei, seguiti dal Nord America e dai paesi asiatici. Analizzando le strategie di penetrazione commerciale abbiamo visto come solo nel caso della strategia più avanzata, ovvero la struttura fissa a gestione diretta all estero, le grandi imprese risultino scegliere tale modalità in misura significativamente maggiore rispetto alle medie imprese. In tutte le altre strategie di penetrazione commerciale, invece, medie e grandi imprese si comportano nel medesimo modo. Anche in questi casi, i paesi maggiormente scelti come obiettivo di queste strategie sono i paesi europei. Abbiamo visto, altresì, come la scelta di una strategia di penetrazione commerciale all estero si colleghi con una maggiore dipendenza dalle esportazioni. In tutti i casi descritti le diversità tra i modelli delle medie imprese e quelli delle piccole e delle grandi sono legati alla dimensione dell impresa stessa. In alcuni casi abbiamo, 5

7 addirittura, notato delle similarità tra le strategie delle grandi e quelle delle medie imprese, mentre le piccole imprese sono caratterizzate da un grado di apertura internazionale minore. Il caso nel quale le strategie internazionali delle medie imprese si distinguono in modo sostanziale rispetto a quelle delle piccole e delle grandi imprese è stato scoperto analizzando la produzione all estero. Sebbene la percentuale di imprese che localizzano all estero parte della loro catena del valore attraverso investimenti diretti esteri e accordi contrattuali di produzione sembri legata alla dimensione dell impresa, diversamente avviene per l incidenza della produzione all estero sul fatturato. Le medie imprese hanno quest ultimo valore molto minore rispetto a quelli delle altre categorie dimensionali. La motivazione sembra essere quella addotta da alcuni autori, i quali affermano che le medie imprese localizzino all estero la realizzazione di attività a basso valore aggiunto, per poi effettuare le trasformazioni maggiormente rilevanti in Italia ed esportare i prodotti finiti (Nanut e Tracogna, 2011). Abbiamo, invece, avuto una conferma relativamente ai settori nei quali le medie imprese risultano particolarmente competitive a livello internazionale, cioè la meccanica e il tessile. Conferma, seppur parziale, l abbiamo ottenuta anche rispetto al fatto che gli investimenti diretti all estero e l export non siano fattori sostitutivi, bensì complementari, soprattutto per le imprese di dimensione non piccola. Le imprese medie e grandi che producono all estero, infatti, esportano anche in misura maggiore. Anche in questo caso, inoltre, i paesi europei sono quelli maggiormente scelti per questa modalità di internazionalizzazione, sia nel caso degli investimenti diretti all estero che degli accordi contrattuali. Al fine di aumentare la profondità dell analisi abbiamo confrontato i risultati che si ottengono applicando la definizione di media impresa dell Unione Europea con altre due definizioni di media impresa: una è fornita da Mediobanca R&S e l altra da GE Capital. La prima afferma che sono medie le imprese tra i 50 e i 499 addetti, con un fatturato tra i 15 e i 330 milioni di euro, mentre la seconda definisce il Mid Market, il quale è costituito da imprese tra i 5 e i 250 milioni di euro di fatturato. Effettuando un confronto tra i risultati dell applicazione delle diverse classificazioni, si nota un diverso numero di medie imprese: 1208 applicando la definizione dell Ue, 1379 con quella di Mediobanca R&S e, infine, ben 2128 con quella di GE Capital. In tutti e tre i casi le medie imprese sono attive prevalentemente nei settori meccanici, tessili e delle industrie alimentari. Analizzando le strategie di internazionalizzazione di piccole, medie e grandi imprese, a seconda delle diverse definizioni sopra descritte, emerge che anche i risultati in merito all export cambiano. Con la definizione dell Unione Europea c è significatività sia nelle differenze tra la percentuale di piccole e quella di medie imprese che esportano, che tra la percentuale di medie e grandi imprese esportatrici. Applicando le definizioni di Mediobanca R&S e di GE Capital, invece, troviamo 6

8 significatività solo nelle differenze tra i valori delle piccole e quelli delle medie imprese. Questo configura una presenza di una massa critica necessaria per competere nei mercati internazionali, la quale è superiore ai limiti dimensionali delle medie imprese secondo l Unione Europea. Analizzando il grado di dipendenza del fatturato dalle esportazioni, invece, abbiamo riscontrato delle significatività nelle differenze tra i valori dell indice export/fatturato delle piccole e quello delle medie imprese e tra quello delle medie e quello delle grandi imprese, applicando le definizioni dell Unione Europea e di Mediobanca R&S. In questo caso, infatti, l unica definizione sulla base della quale non c è significatività tra i valori delle medie e quelli delle grandi imprese è quella di GE Capital. Applicando le diverse definizioni di piccole, medie e grandi imprese abbiamo riscontrato anche alcune differenze nei risultati relativi alle modalità di internazionalizzazione maggiormente strutturate. Una prima diversità è relativa alla percentuale di imprese che ricorrono a strutture fisse gestite da imprese miste partecipate. Applicando la definizione di Mediobanca R&S abbiamo una significatività delle differenze tra i valori di tutti gli aggregati dimensionali, mentre ricorrendo alle classificazioni dell Ue e di GE Capital, le uniche differenze significative sono tra i valori di piccole e medie imprese. Dato che le grandi imprese, secondo Mediobanca R&S, sono di dimensioni maggiori, sembra esserci una massa critica che influenza il ricorso a questa forma di internazionalizzazione. Le altre diversità tra i risultati ottenuti applicando le diverse definizioni sono relative alla produzione all estero. Mentre i risultati attinenti alle percentuali di imprese che producono all estero sono simili per tutte e tre le definizioni, delle differenze si riscontrano relativamente all incidenza della produzione all estero sul fatturato totale di piccole, medie e grandi imprese. Mentre applicando le definizioni di Mediobanca R&S e quella dell Unione Europea abbiamo delle significatività nella differenze tra tutti gli aggregati dimensionali, applicando la classificazione di GE Capital non c è nessuna differenza significativa. Questo avviene sia relativamente alla produzione tramite investimenti diretti esteri che accordi contrattuali di produzione. In conclusione, possiamo affermare di aver potuto confermare con questa analisi l originalità dei modelli di internazionalizzazione delle medie imprese italiane. È stato, inoltre, confermato che questi particolari modelli potrebbero essere dovuti alle produzioni nelle quali le imprese italiane di medie dimensione si distinguono. Questi risultati sono coerenti anche con quanto affermato dalla letteratura internazionale circa i fattori che favoriscono o rendono necessaria l internazionalizzazione (Hymer, 1976; Dunning, 1988). Coerenti risultano, inoltre, le scelte tra esportazioni e modalità di entrata maggiormente strutturate nelle diverse nazioni (Porter, 1990). Sono state identificate alcune discordanze tra le opinioni, relative alle medie imprese, 7

9 di vari organismi, come l Unione Europea, Mediobanca R&S e GE Capital. Il fine perseguito in questa analisi non è stato quello di mettere in dubbio queste diverse opinioni, bensì quello di mettere in luce quali diversità nelle strategie si possono creare andando a modificare il corpo delle medie imprese. Ogni commento a delle statistiche di questo tipo non può prescindere da una consapevolezza di tale pluralismo. Il lavoro è organizzato in quattro capitoli, ognuno suddiviso in vari paragrafi. Nel primo capitolo viene effettuata una presentazione delle medie imprese attraverso le principali statistiche prodotte a livello nazionale in tema. Nel secondo capitolo è presente una ricognizione teorica della letteratura su alcuni temi dell internazionalizzazione. Nel terzo capitolo sono presentati i risultati della nostra analisi statistica sui modelli di internazionalizzazione delle medie imprese. Nel quarto capitolo, infine, viene effettuata una discussione dei risultati della nostra analisi, alla luce dei contributi della letteratura presentati e sono effettuate delle conclusioni generali. 8

10 1 IN MEDIA STAT VIRTUS? 1.1 Premessa In questo momento così drammatico per il nostro sistema produttivo sta emergendo la tendenza dell Italia a confermarsi paese esportatore. Questo tratto del nostro sistema paese è proprio ora ben segnalato dal fatto che le esportazioni sono l unica componente economica del Prodotto Interno Lordo (PIL) in crescita. Allo stesso tempo infatti assistiamo non al ristagno, ma addirittura alla decrescita di tutte le altre componenti. Questo aiuta a farci capire l importanza dell internazionalizzazione per le nostre imprese. La media impresa si è conquistata il centro della scena economica per le sue performance, per la sua capacità di essere internazionale e di restare nello stesso tempo ancorata al contesto di origine (Costa, 2012). In questo capitolo noi presenteremo le caratteristiche delle medie imprese italiane, svolgendo anche alcuni confronti con le medie imprese dei maggiori paesi europei. Presenteremo, inoltre, dei dati sull internazionalizzazione delle imprese italiane e, su di questi, svolgeremo alcune analisi. 1.2 Le medie imprese e il sistema produttivo italiano Un importante fattore di distinzione del tessuto imprenditoriale italiano rispetto ai sistemi produttivi degli altri paesi europei è rappresentato dall importanza delle così dette PMI, ovvero le imprese piccole e medie. All interno di questa categoria si distinguono per competitività le medie imprese. Nella letteratura ci sono varie definizioni di questi aggregati produttivi. Una delle definizioni maggiormente rilevanti è quella fornita da Mediobanca R&S, la quale parla di medie imprese come le imprese organizzate come società di capitale che realizzano un fatturato annuo tra 15 e 330 milioni di euro, che occupano non meno di 50 e non più di 499 addetti e che non sono controllate da imprese di grande dimensione e da gruppi stranieri (Mediobanca R&S, 2013). Secondo Daniela Venanzi (2012) nel 2010 le imprese medio-grandi presentavano in media non più di 500 dipendenti e 180 milioni di fatturato, mentre le medie imprese non più di 165 dipendenti e 65 milioni di fatturato. Vi sono poi delle imprese così dette del Quarto Capitalismo. Queste sono medie imprese (e alcune 9

11 grandi imprese) che derivano da una duplice trasformazione. Parte è infatti dovuta alla crisi del modello fordista della grande impresa, che portò allo snellimento delle fabbriche. Parallelamente grazie alla crescente esternalizzazione delle grandi imprese, nacquero delle imprese più piccole che risposero a tale esigenza delle imprese di dimensioni maggiori (Coltorti, 2008). Queste imprese sono, inoltre, caratterizzate da una presenza internazionale. Diversa è, invece, la definizione delle soglie dimensionali delle imprese fornita dall Unione europea nel 2011, secondo la quale le micro-imprese hanno meno di 10 addetti e non superano almeno un parametro tra il fatturato annuo di 2 milioni di euro e il totale di bilancio di 2 milioni di euro e le piccole imprese hanno meno di 50 addetti e non superano almeno un parametro tra i 10 milioni di fatturato e i 10 milioni di totale attivo. Infine le medie imprese hanno meno di 250 addetti e non superano almeno un parametro tra i 50 milioni di euro di fatturato e i 43 milioni di euro di totale attivo. Infine, una definizione di mid market particolare viene, invece, data da GE Capital (2012). Secondo questa struttura la definizione dei parametri dimensionali che distinguono le medie imprese varierebbe da paese a paese. Così nel mercato tedesco risulterebbe media l impresa tra i 20 e i 1000 milioni di euro di fatturato, in quello italiano tra i 5 e i 250 milioni di euro, in Francia tra i 10 e i 500 milioni di euro e, per finire nel Regno Unito l impresa media è tra i 15 e gli 800 milioni di sterline di fatturato, corrispondenti a tra 20 e 1000 milioni di euro. Il mid market inglese è, perciò, simile a quello tedesco. La punta di diamante del sistema produttivo italiano viene da molti considerata essere formata dalle medie imprese (Coltorti, 2011; Venanzi, 2012). Non è, infatti, un caso che le medie imprese, come messo in luce da Venanzi nel 2012, abbiano reagito alla crisi del 2008 meglio delle grandi imprese. Le medie imprese risultano (secondo i dati, derivanti da una ricerca di Mediobanca, citata dall autrice) maggiormente solide in ben quattro fondamentali. Innanzi tutto, le imprese di medie dimensione hanno pareggiato nel 2010 i livelli del fatturato e del valore aggiunto che le stesse avevano nel 2006, mentre questo non avviene né per le grandi imprese, né per i grandissimi gruppi. In secondo luogo, sebbene anche le medie imprese abbiano sofferto una riduzione sia dell occupazione che degli investimenti, in entrambi i casi tale calo risulta, comunque, meno accentuato rispetto alle grandi imprese. Le imprese di media dimensione risultano aver sofferto meno della crisi anche se osserviamo degli indici di redditività operativa e di redditività netta, valori che, per quanto riguarda i grandi gruppi, tendono ad azzerarsi nel Infine, anche la generazione di cash flow risulta aver risentito meno della crisi nelle medie imprese che non nelle grandi. Nello stesso periodo, le imprese di medie dimensioni risultano essere, inoltre, meno indebitate e il costo del debito risulta, per esse, essere minore. È infatti da notare che sia nella fase nella quale in Italia prevalse la 10

12 grande impresa, cioè negli anni 50 e 60, che in quella nella quale si affermarono i sistemi locali di piccola impresa (anni 70 e 80), l economia italiana viveva una fase espansiva. Al contrario la media impresa ha dimostrato in questi anni di poter emergere in una fase di crisi (Corò, 2008). Le ragioni di questa recente dimostrazione di maggiore competitività da parte delle medie imprese può essere anche fatta risalire a ragioni riguardanti le scelte effettuate in passato dalle grandi imprese. Secondo Coltorti (2011), infatti, le grandi imprese italiane hanno affrontato il processo di globalizzazione in un ottica di riduzione dei costi e delocalizzazione all estero di quote importanti di attività produttive. Nel contempo in Italia si sono affermati dei sistemi produttivi che rientrano nel così detto Quarto Capitalismo, il quale è rappresentato quasi nella sua interezza da imprese di medie dimensioni. Queste imprese hanno, inoltre, sviluppato un modello di business particolare (Coltorti, 2008). Esse sono specializzate nella produzione di una gamma limitata di beni e cercano di costituirsi o si sono già costituite delle nicchie di mercato, in modo da riuscire a raggiungere il livello di leader mondiale, nonostante la loro media dimensione (Gagliardi, 2006). Questa situazione viene raggiunta dalle medie imprese italiane, in particolare, nei settori dei beni di fascia alta del made in Italy e nei beni di capitale e nelle tecnologie di produzione. In entrambi i casi i mercati maggiormente importanti risultano essere quelli dell Asia ed Europa orientale (Corò, 2008). La struttura produttiva delle imprese del Quarto Capitalismo è snella e spesso c è il ricorso all organizzazione per filiera o reti. Questo da luogo a due vantaggi: il primo è dovuto alla flessibilità che si ottiene, mentre il secondo a un economia di costi di produzione, raggiunta attraverso il ricorso all esternalizzazione (Gagliardi, 2006). In questo contesto la produttività diminuisce all aumentare delle dimensioni e questo è verificato sia in Italia che in Germania e Spagna (Coltorti, 2011). Il modello di business sopra descritto consente, infatti, la sostituzione delle economie di scala tradizionali, collegate alla grande dimensione dell impresa con economie di scala esterne all impresa, ma interne al sistema. Queste consentono, quindi, di aumentare l efficienza a tutte le imprese, siano esse piccole, medie o grandi. La diffusione di tecnologie di rete ha, infatti, elevato i potenziali di frammentazione tecnica dei cicli produttivi. Il fenomeno della frammentazione della produzione si è pertanto esteso anche a settori tipicamente scale intensive, come l automotive e la chimica, mentre nell informatica si osserva l aumento del ricorso ad acquisizione in service di costosi applicativi (Corò, 2008). In ultima analisi da sottolineare è il fatto che il Quarto Capitalismo può essere considerato un motore di sviluppo secondo il modello di Romer (Coltorti, 2011). Le ragioni principali sono tre. La prima è costituita dal fatto che mantiene molto ampia la platea degli imprenditori e quindi il potenziale per nuove idee e progresso tecnico. La seconda ragione è costituita dalla 11

13 solidità patrimoniale e dalla flessibilità sopra descritte, mentre la terza è dovuta al fatto che questa organizzazione è non rival, in quanto è assumibile anche da nuovi entranti (Coltorti, 2011). Uno dei vantaggi delle medie imprese viene indicato nel loro carattere imprenditoriale. Questa caratteristica non si limita, inoltre, all imprenditore, ma tende a caratterizzare anche i dipendenti e in alcuni casi potrebbe contraddistinguere anche fenomeni riguardanti la pubblica amministrazione (Corò, 2008). Secondo Audretsch (2007), infatti, l economia imprenditoriale pone maggiore attenzione al mercato che non alla gerarchia. Baumol (2002) sottolinea, inoltre, il ruolo degli incentivi di mercato nel creare e diffondere l innovazione, fino al punto di riconoscere nel capitalismo imprenditoriale il maggiore successo nel costruire condizioni durature di benessere (Baumol, Litan, Schramm, 2007). Le medie imprese rappresentano, inoltre, il terreno ideale per l innovazione, in quanto è vero che investono in ricerca e sviluppo meno delle grandi imprese, però oltre una certa soglia dimensionale la produttività della ricerca si riduce a causa di problemi di coordinamento organizzativo. Questi sono causati da maggiori difficoltà nella distribuzione degli incentivi all innovazione e dalla maggior distanza tra la produzione e la commercializzazione dell innovazione (Corò, 2008). La presenza di spazi di crescita anche all interno dei settori tradizionali si adatta, inoltre, alla ricerca di nicchie di mercato ad alto valore, nelle quali le medie imprese italiane sono molto competitive. Le imprese di media dimensione sembrano preferire, infatti, delle piccole innovazioni tendenti ad una evoluzione, piuttosto che cambiamenti radicali (Corò, 2008; Coltorti, 2011). Le medie imprese italiane si distinguono anche per il sistema di relazioni con il tessuto produttivo e istituzionale locale, caratterizzante il Quarto Capitalismo. I vantaggi offerti dall essere inseriti in un sistema produttivo locale sono diversi. Il promo vantaggio è la creazione di un mercato del lavoro specializzato, il quale evolve per il learning by doing, ma anche per gli investimenti individuali e collettivi. Il secondo vantaggio è costituito dalla possibilità di accedere a mercati particolari di input intermedi, i quali comportano vantaggi dalla presenza di una filiera. La terza economia esterna è costituita da una comune cultura produttiva, la quale facilità fenomeni di diffusione dell innovazione (Corò, 2008). Quanto sopra indicato ci porta ad analizzare nella nostra ricerca le medie imprese italiane, anche in rapporto alle piccole e alle grandi. Per far questo cominceremo col presentare i risultati di varie ricerche, le quali assumono diverse definizioni di media impresa. 12

14 1.3 Le medie imprese secondo Mediobanca La definizione di media impresa adottata da Mediobanca Ricerche & Studi comprende le imprese tra i 50 e 499 addetti. L altro requisito da rispettare riguarda il fatturato annuo, il quale deve essere compreso tra 15 e 330 milioni di euro. Questa definizione, tra quelle citate nel precedente paragrafo, risulta essere quella che presenta i valori di fatturato maggiori, sia nel limite minimo (15 milioni di euro, contro i 10 della definizione dell Unione Europea e i 5 del Mid Market di GE Capital) che nel limite massimo (330 milioni contro i 50 dell Ue e i 250 di GE Capital). Inoltre anche come numero di addetti la media impresa assunta da Mediobanca risulta maggiore di quella dell Unione Europea (il Mid Market di GE Capital non assume un numero di addetti nella sua definizione). Infatti, sebbene il limite minimo coincida (50 addetti), il limite massimo differisce di molto (499 contro 249). Una prima conclusione è che, quindi, la media impresa secondo Mediobanca è più grande delle medie imprese secondo GE Capital e l Unione Europea. Cominciamo ad effettuare un confronto tra le medie imprese, le imprese medio-grandi e i gruppi di maggiori dimensioni. A tal fine, Mediobanca R&S definisce le imprese mediograndi come imprese simili, per struttura alle medie, che hanno superato la soglia dei 330 milioni di euro di fatturato, ma che si mantengono al di sotto della quota di 3 miliardi dello stesso. I grandi gruppi superano, invece, tale quota. La tabella sotto riportata contiene i valori percentuali sul totale del fatturato e delle esportazioni. Tale analisi è svolta per settori di produzione. 13

15 Figura 1.1 Fatturato totale ed esportazioni per classe dimensionale di impresa e produzione (val. % del totale) Fatturato totale Esportazioni Medie imprese Imprese mediograndi (*) Gruppi maggiori (*) Medie imprese Imprese mediograndi (*) Gruppi maggiori (*) Alimentare 21,4 14,7 6,8 11,9 6,7 3,1 Beni per la persona e la casa (º) 21,3 20,3 6,1 22,3 21,2 5,6 Meccanico 31,4 29,8 68,2 42,4 43,3 76,5 Altri settori 25,9 35,2 18,9 23,4 28,8 14,8 Carta e stampa 5,1 8,2 2,4 3,0 5,4 0,1 Chimico e farmaceutico 12,3 14,2 5,9 12,0 11,3 4,6 Metallurgico 6,4 10,0 8,2 6,7 8,7 7,0 Altri 2,1 2,8 2,4 1,7 3,4 3,1 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 di cui: made in Italy (^) 62,1 54,0 23,8 66,9 61,9 26,1 (*) Dati non consolidati relativi alle principali società manifatturiere italiane rilevate da Mediobanca (base Dati cumulativi, edizione 2011). (º) Tessile e abbigliamento; pelli e cuoio; legno e mobili; ceramiche e prodotti per l edilizia; gioielleria e oreficeria; beni diversi per la persona e la casa. (^) Alimentare; legno, mobili e piastrelle; prodotti in metallo; macchine, attrezzature ed elettrodomestici; imbarcazioni, moto, bici e articoli sportivi; tessile, abbigliamento e moda. Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Come possiamo osservare, la distribuzione del fatturato totale è diversa a seconda delle varie classi dimensionali considerate. Abbiamo, inoltre, anche delle differenze tra la distribuzione del fatturato e la distribuzione delle esportazioni, all interno della stessa classe dimensionale. Osserviamo, inoltre, che le medie imprese sono molto operative nelle produzioni del made in Italy, sia per quanto riguarda il fatturato totale che le esportazioni, anzi, per quest ultime tale fenomeno è anche maggiormente accentuato. Anche le imprese medio-grandi seguono questa linea, sia pur con valori percentuali del made in Italy minori, mentre i grandi gruppi si attestano appena sopra il 20% in tutti e due i valori. Andando ad osservare la distribuzione tra i vari settori possiamo vedere che i grandi gruppi concentrano la grande maggioranza del loro fatturato nel settore meccanico (68,2%), mentre il secondo gruppo per consistenza è quello degli altri settori con solo il 18,9%. Il settore meccanico è quello nel quale le medie imprese producono la maggior quota di fatturato (31,4%), mentre rappresenta il secondo gruppo per le imprese medio-grandi (29,8%). La differenza sostanziale è che nelle imprese medie e mediograndi il fatturato è distribuito in modo molto più uniforme che non nei grandi gruppi, infatti per le prime abbiamo ben quattro gruppi sopra il 20%, mentre le seconde ne hanno tre, con il 14

16 gruppo residuale degli Altri settori oltre il 35%. Andando ad osservare i valori percentuali relativi alle esportazioni possiamo vedere che il settore meccanico risulta trainante per tutte le classi dimensionali di impresa. Esso rappresenta in tutti i casi il valore più alto e in tutti i casi il valore percentuale delle esportazioni (per il settore meccanico) è maggiore rispetto a quello del fatturato. In tutti i casi possiamo, invece, osservare che il valore percentuale delle esportazioni per le produzioni alimentari risulta minore rispetto al valore del fatturato e, comunque, tale valore per le medie imprese risulta maggiore rispetto ai valori di grandi gruppi e imprese medio-grandi. Per tutti gli altri settori, invece, il valore delle esportazioni segue abbastanza fedelmente quello del fatturato. Abbiamo, così, un ruolo molto importante per le imprese di medie dimensioni sia del settore dei beni per la persona e per la casa sia della chimica. Dopo aver analizzato la distribuzione del fatturato e delle esportazioni all interno delle varie produzioni, per medie imprese, imprese medio-grandi e grandi gruppi, osserviamo ora la distribuzione di questi valori per tipologia di tecnologia nella quale opera l impresa. Questa analisi verrà effettuata ancora discriminando per classi dimensionali di impresa. Da notare è che le varie classi di tecnologia seguono la definizione fornita dall OCSE nel Secondo questa i settori ad alta tecnologia sono: aeronautica ed aeronautica spaziale, farmaceutica; computers e macchine da ufficio e contabilità; strumenti radio, TV e comunicazione; strumenti medici di precisione e ottici. I settori a tecnologia medio-alta sono: macchinari e apparati elettrici; veicoli a motore; chimica (farmaceutica esclusa); strumenti per la ferrovia e il trasporto, macchinari e strumenti. I settori a tecnologia medio bassa sono: costruzione e riparazione di navi e barche; gomme e materiali plastici; coke, prodotti petroliferi raffinati e carburanti nucleari; altri prodotti minerali non metallici, prodotti metallici di base. 15

17 I settori a bassa tecnologia sono: Manifattura e riciclo; Legno, pasta, carta, prodotti di carta, stampa e publishing; Prodotti alimentari, bevande e tabacco; Tessuti, prodotti di tessuto, pelle e calzature. Figura 1.2 Fatturato ed esportazioni per classe dimensionale di impresa e tipo di tecnologia (val. % del totale) Medie imprese Imprese medio-grandi (*) Grandi gruppi (*) Fatturato Export Fatturato Export Fatturato Export % % % % % % Alta tecnologia 4,2 4,0 10,1 8,5 12,0 16,0 Medio-alta tecnologia 24,5 34,1 29,9 40,8 57,6 58,2 Medio-bassa tecnologia 26,8 27,0 21,4 20,3 16,7 17,0 Bassa tecnologia 44,5 34,9 38,6 30,4 13,7 8,8 Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 (*) Dati relativi alle principali società manifatturiere italiane rilevate da Mediobanca (base Dati cumulativi, edizione 2011) Elaborazioni basate su classificazioni OCSE (ISIC Rev.3 Technology Intensity Definition OECD, online document; Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Come possiamo osservare le medie imprese e le imprese medio-grandi hanno la percentuale di fatturato prodotto maggiore nella classe delle produzioni a bassa tecnologia. Al contrario i grandi gruppi hanno il valore più elevato nella classe della tecnologia medio-alta. Se andiamo, tuttavia, ad osservare la colonna relativa alle esportazioni possiamo vedere che le imprese medio-grandi hanno il valore più elevato nella riga delle produzioni a medio-alta tecnologia, mentre per le medie imprese tale valore si avvicina molto a quello delle produzioni a bassa tecnologia. Questo significa che le medie imprese che operano nei settori a tecnologia medioalta hanno un export particolarmente buono, se confrontato con il loro fatturato. Se consideriamo, inoltre, le due classi di tecnologia medie (medio-alta e medio-bassa) possiamo vedere che, oltre che per i grandi gruppi, anche per le imprese medie e medio-grandi la somma di questi valori supera il 50%. Possiamo pertanto affermare che il tessuto produttivo industriale italiano è particolarmente attivo nei settori a media tecnologia. Continuiamo la nostra digressione sulle caratteristiche delle imprese che svolgono produzioni a diversa tecnologia, riportando i dati del valore aggiunto pro capite e del costo del lavoro 16

18 pro-capite. Tale analisi viene effettuata, ancora una volta, per le imprese medie e mediograndi e per i grandi gruppi. Figura 1.3 Valore aggiunto e costo del lavoro pro capite per classe dimensionale di impresa e tipo di tecnologia (val. in migliaia di ) Medie imprese Imprese medio-grandi (*) Grandi gruppi (*) Va netto pro capite CL pro capite Va netto pro capite CL pro capite Va netto pro capite CL pro capite Alta tecnologia 66,7 46,5 84,0 56,5 69,1 56,2 Medio-alta tecnologia 57,7 39,4 52,5 43,7 26,1 56,8 Medio-bassa tecnologia 49,6 42,5 53,4 46,4 26,3 43,9 Bassa tecnologia 51,2 40,1 58,6 45,5 n.c. 45,5 Totale 53,3 40,8 58,1 46,2 42,7 48,2 VA = Valore aggiunto; CL = Costo del lavoro (*) Dati relativi alle principali società manifatturiere italiane rilevate da Mediobanca (base Dati cumulativi, edizione 2011) Elaborazioni basate su classificazioni OCSE (ISIC Rev.3 Technology Intensity Definition OECD, online document; Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Da questi dati possiamo evincere che per tutte le classi dimensionali le produzioni ad alta tecnologia hanno una resa in termini di valore aggiunto maggiore rispetto a quella delle altre produzioni. Osserviamo, allo stesso tempo, un fenomeno particolare. Le imprese medie e medio-grandi risultano, infatti, molto più produttive rispetto ai grandi gruppi, nei settori a media tecnologia. Questo ci conferma che tali settori si adattano molto a dimensioni medie e non grandi, grazie anche alla possibilità di sfruttare economie di scala esterne. Se andiamo ad osservare il costo del lavoro, possiamo vedere che per le imprese di medie dimensioni il valore più elevato è nelle produzioni hi-tech. Il valore più basso è, invece, per queste classi dimensionali, nelle produzioni a medio-alta tecnologia, mentre in tali produzioni i grandi gruppi hanno il loro valore di costo del lavoro più elevato. Questo ci da una conferma della competitività delle medie imprese nei settori a medio-alta tecnologia. Analizziamo ora la distribuzione del valore aggiunto delle medie imprese italiane nei vari settori. 17

19 Figura 1.4 Ripartizione del valore aggiunto delle medie imprese italiane nel 2009 Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Come possiamo osservare le medie imprese italiane nel 2009 producono il loro valore aggiunto prevalentemente nel settore meccanico, con il 37,9%. Al secondo posto stanno i beni per la persona e la casa con il 20%. Possiamo, pertanto, vedere che nei due settori maggiori viene prodotto più del 50% del valore aggiunto delle medie imprese italiane. Il terzo settore è l alimentare con il 15,4%, perciò se consideriamo i primi tre settori insieme raggiungiamo quasi i tre quarti del valore aggiunto totale prodotto dalle medie imprese. Analizziamo ora la struttura di capitale delle medie imprese italiane e i loro investimenti. L analisi è effettuata per due tipi di classificazioni: la prima distingue la zona territoriale della sede dell impresa in Italia, mentre la seconda il tipo di produzione. Vengono presentati, inoltre, degli altri dati economici come il fatturato, il valore aggiunto e le esportazioni. 18

20 Figura 1.5 Alcuni indicatori riguardanti le medie imprese italiane Capitale investito tangibile Fatturato Valore aggiunto Milioni di euro Esportazioni Investimenti fissi lordi nel 2009 Nord Ovest NEC Centro Sud e Isole Totale Alimentare Beni per la persona e la casa Meccanico Altri settori Nord Ovest 40,3 40,5 42,4 43,7 39,5 NEC 49,2 49,5 47,8 49,4 49,2 Centro Sud e Isole 10,5 10 9,8 6,9 11,3 Totale Alimentare 17,7 21,4 15,5 11,9 20 Beni per la persona e la casa 23,9 21,3 20,3 22,3 17,9 Meccanico 31,5 31,4 37,9 42,4 32,8 Altri settori 26,9 25,9 26,3 23,4 29,3 Capitale investito tangibile = attivo immobilizzato netto + circolante netto immobilizzazioni immateriali in % Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Dai dati sopra presentati possiamo vedere come il capitale investito tangibile delle medie imprese risieda nel NEC (Nord Est e Centro) maggiormente, rispetto alle altre aree in Italia. Tale area risulta essere la prima anche se osserviamo tutti gli altri valori. Al secondo posto c è il Nord Ovest, il quale non risulta essere staccato di molto in nessuna delle statistiche riportate, mentre all ultimo posto c è l area del Sud e Isole, la quale, al contrario delle altre due sembra non essere un buon terreno per le medie imprese italiane. Andando ad effettuare una analisi settoriale, invece, osserviamo che la parte del leone spetta alle produzioni del settore meccanico. Questa riga risulta, infatti, avere il valore più elevato per tutte le statistiche presentate. Esse, come già affermato in precedenza, risulta essere produzioni dove le medie imprese sono molto competitive anche nei mercati internazionali. Per quanto riguarda l alimentare da rilevare è che il fatturato risulta essere elevato, sebbene tale settore sia quello che rivela il più basso valore di capitale investito tangibile, quindi con un alto rendimento dei fattori produttivi. Cominciamo ora una analisi dell andamento economico delle medie imprese italiane rispetto alle altre imprese. Il seguente grafico presenta l andamento nei primi dieci anni del 19

21 ventunesimo secolo del margine operativo netto, in percentuale del fatturato. Il margine operativo netto corrisponde al reddito operativo meno svalutazioni e ammortamento Figura 1.6 Margine operativo netto in % del fatturato (linee tratteggiate: stime su dati Mediobanca R&S) Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Come possiamo osservare, l andamento delle imprese medie e medio-grandi è stato, negli anni considerati, molto simile. Andamento simile si registra, a dire il vero, anche per imprese a controllo estero e multinazionali europee, solo che le prime hanno avuto un forte aumento nella statistica considerata dal 2009 al Le seconde, invece, partivano nel 2000 da valori maggiori e Mediobanca R&S stima un forte aumento dal 2009 al 2010 anche per loro. I maggiori gruppi italiani hanno invece una curva molto al di sotto delle altre e spesso negativa. Questo ci dice, perciò, che le medie imprese hanno difficoltà a reggere il ritmo delle multinazionali estere, però fanno comunque molto meglio dei maggiori gruppi italiani. Sotto riportiamo alcuni indicatori di redditività dell attività delle medie imprese, distinguendo per area di appartenenza e settore di produzione. Gli indici presentati sono il margine operativo netto (MON) diviso il valore aggiunto (VA), il valore aggiunto diviso il capitale investito (CI) e infine il più consueto ROI (Return on Investment), il quale è dato dal reddito operativo diviso per il capitale investito. 20

22 Figura 1.7 Indice di redditività delle medie imprese per area e settore 2009 Variazione rispetto al 2000 MON/VA VA/CI ROI MON/VA VA/CI ROI Nord Ovest 20,6 31,4 7,2-7,8-9,5-6,0 NEC 19,0 30,3 6,4-9,6-8,0-5,7 Nord Est 18,6 30,4 6,3-8,6-7,5-5,2 Centro NEC 20,7 29,8 6,8-13,9-9,7-7,8 Centro Sud e Isole 19,0 28,5 6,0-16,5-6,8-7,8 Totale medie imprese 19,7 30,5 6,7-9,3-8,5-6,0 Chimico e farmaceutico 23,5 33,6 8,7-2,8-3,6-2,3 Meccanico 21,4 36,6 8,6-9,4-14,0-8,8 Alimentare 25,6 26,2 7,2 0,1-0,9 Carta e stampa 14,0 31,6 5,4-12,6-6,1-5,6 Beni per la persona e la casa 13,3 26,9 4,2-17,6-11,3-8,9 Metallurgico 12,6 21,8 3,3-8,8-9,5-4,7 Altri settori 13,6 29,3 4,6-13,9-10,0-6,6 Made in Italy 20,3 31,0 6,9-10,2-8,9-6,6 Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Cominciamo con l analizzare i valori per le aree territoriali. Il valore dell indice MON/VA più elevato è delle imprese del Centro, seguito ad appena un 0,1 di differenza dalle imprese del Nord Ovest. Se osserviamo le variazioni rispetto al 2000, per altro, le imprese del Centro sono anche quelle che perdono di più nei nove anni considerati. L indicatore MON/VA è n indicatore di efficienza, questo significa che le medie imprese del centro sono le più efficienti, ma anche quelle che hanno avuto il maggior calo. L indice VA/CI è invece un indice di redditività del capitale investito. In questa misura sono le imprese del Nord Ovest quelle con il valore più alto, seguite da quelle del Nordest. Se andiamo, invece, ad osservare il ROI, i valori maggiori sono ancora quelli del Nord Ovest, seguiti, ancora una volta, da quelli del Nord Est. Da notare è che, osservando la colonna delle variazioni, tutte le imprese hanno un saldo negativo rispetto al Le imprese del Nord Est sono, però, quelle che hanno conservato meglio i propri valori, in tutte e tre le statistiche considerate. Andiamo ora a svolgere l analisi per settore di produzione. Il settore delle industrie alimentari risulta quello con il valore dell indice MON/VA più elevato, seguito dal settore chimico e farmaceutico e da quello meccanico. Il settore meccanico primeggia, invece, nell indice di redditività dei fattori VA/CI. In questa statistica hanno buoni risultati anche il settore chimico farmaceutico e quello della carta e stampa. Nel ROI, invece, i valori più elevati sono quelli del settore chimico e farmaceutico, seguito dal settore meccanico e da quello alimentare. Osservando le colonne delle variazioni, possiamo vedere gli unici valori positivi in tali colonne. Sono del settore alimentare, che è cresciuto, seppur di poco, rispetto al È l unico caso in tutta la 21

23 tabella e questo restituisce all alimentare un valore di settore anticiclico in periodi negativi come è stato questo, secondo i dati che abbiamo. Se osserviamo i dati relativi al made in Italy, possiamo osservare che il MON/VA e il ROI si posizionano appena al di sotto dei tre settori maggiormente produttivi, mentre il VA/CI al di sotto dei primi due. Nella tabella sotto riportata presentiamo un confronto tra gli indicatori di profitto delle imprese italiane nel Tale raffronto viene effettuato per classi dimensionali. Figura 1.8 Indicatori dei tassi di profitto nel 2009 Medie imprese Imprese medio-grandi (*) Maggiori gruppi italiani (*) Margine operativo netto in % del valore aggiunto 18,6 16,6-9,4 Proventi finanziari in % del valore aggiunto 1,9 11,9 37,3 Valore aggiunto in % del capitale 29, ,2 ROI 6,1 6,3 4,5 Debiti finanziari in % del capitale 48, ,2 Costo del debito in % 4,5 5,1 6,7 Poste straordinarie in % del risultato corrente -12,1-26,4-147,8 Aliquota fiscale media in % dell utile lordo (º) 38,2 28,1 28,9 ROE 2,4 3,1-2,4 (*) Dati relativi alle principali società manifatturiere italiane rilevate da Mediobanca (base Dati cumulativi, edizione 2011). Nel valutare il costo del denaro dei grandi gruppi occorre considerare le politiche di finanziamento infragruppo. Le poste straordinarie dei gruppi maggiori sono influenzate principalmente dall adeguamento del valore delle partecipazioni in portafoglio. (º) Calcolata escludendo le società con risultato ante imposte in perdita. Fonte: Unioncamere e Mediobanca, 2012, Le medie imprese industriali italiane (2000, 2009) Se osserviamo il ROI ed il ROE, la classe dimensionale che presenta i valori più elevati è quella delle imprese medio-grandi, seguita da vicino dalle medie imprese. Valori più bassi presentano, invece, i grandi gruppi italiani. Se andiamo ad osservare le sotto-voci, vediamo, però, che le medie imprese hanno i valori più alti nelle righe del margine operativo netto in percentuale del valore aggiunto e nel valore aggiunto in percentuale del capitale. Le imprese medio-grandi e i grandi gruppi hanno, invece, valori molto più elevati rispetto a quelli delle medie imprese alla voce Proventi finanziari in % del valore aggiunto. Questo denota come le medie imprese si basino su un economia molto più industriale e molto meno finanziaria, rispetto alle altre imprese. Se andiamo ad analizzare le voci successive vediamo come le medie imprese siano quelle che presentano la percentuale maggiore di indebitamento finanziario sul capitale, pur mantenendo il più basso costo del debito. Esse sono, inoltre, 22

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