ENERGIA PER L ITALIA. A cura di Giovanni Caprara SAGGI BOMPIANI

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2 ENERGIA PER L ITALIA A cura di Giovanni Caprara SAGGI BOMPIANI

3 2014 Bompiani / RCS Libri S.p.A. Via Angelo Rizzoli, Milano ISBN Prima edizione Bompiani ottobre 2014

4 Introduzione Oltre il passato per costruire il domani di Giovanni Caprara Di energia in Italia si è incominciato a parlare quando agli inizi degli anni settanta dello scorso secolo fummo costretti alle prime domeniche in bicicletta per tagliare i consumi. Nel linguaggio comune entravano termini come crisi energetica e la sua conseguenza, austerity, che pur essendo una parola inglese era pronunciata e capita da tutti. Nel decennio precedente un altro vocabolo straniero era sulle labbra di tutti, boom, associato all aggettivo economico per indicare una prosperità che sembrava regalare benessere diffuso. Improvvisamente il momento magico era finito e dalla prosperità si precipitava, abbastanza misteriosamente per i più, nella crisi. Nel 1972 il Club di Roma fondato dall imprenditore Aurelio Peccei assieme a scienziati, economisti, uomini d affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti internazionali, capi di stato dei cinque continenti, e alcuni premi Nobel pubblicava un rapporto diventato famoso dal titolo I limiti dello sviluppo. Lo studio era condotto dal MIT (Massachussetts Institute of Technology) ed esprimeva la previsione che la crescita economica non potesse continuare indefinitivamente a causa della limita- 5

5 ta disponibilità di risorse naturali, petrolio in particolare, e della contenuta capacità da parte dell atmosfera nell assorbimento di sostanze inquinanti. La crisi petrolifera scoppiata l anno successivo sembrava materializzare più rapidamente del previsto le infauste previsioni ed evidenziava le due questioni che da allora avrebbero insieme pesato sul futuro perché intrinsecamente legate: energia e ambiente. Un altra espressione allora si imponeva, choc petrolifero, sintetizzando ciò che stava accadendo nei Paesi mediorientali dove eventi politici producevano danni economici ben oltre i loro confini. Per il protrarsi delle guerre arabo-israeliane tra il 1967 e il 1973 il canale di Suez veniva chiuso e le petroliere erano costrette a viaggi più lunghi e onerosi circumnavigando l Africa. I produttori di greggio aumentavano le royalties e praticavano un embargo petrolifero contro l Europa e gli Stati Uniti perché amici di Israele. Così, il 2 dicembre 1973 scattava in Italia il divieto di circolazione dei mezzi privati: solo mezzi pubblici e biciclette potevano muoversi sulle strade. Era il primo atto clamoroso del programma di austerità varato dal governo alla fine di novembre il quale andava a toccare svariati campi: dallo spegnimento delle scritte pubblicitarie alla chiusura dei locali di spettacolo alle 23, dall anticipo della fine dei programmi televisivi alla riduzione di velocità sulle strade extraurbane a 100 chilometri orari, ai limiti di accensione degli impianti di riscaldamento. Naturalmente il tutto era coronato da un forte aumento del prezzo dei carburanti. Il boom era davvero finito. 6

6 Molti speravano che, risolti i conflitti mediorientali, si sarebbe tornati alla normalità e invece da quei momenti prese il via una nuova epoca nella quale le discussioni sulle risorse energetiche diventavano sempre più materia di politica economica a livello internazionale perché tutti erano coinvolti. Si cominciava così a parlare di energie alternative e rinnovabili per cercare di equilibrare il ricorso al petrolio sempre più oneroso. E ciò, in Italia, diede un impulso verso la costruzione delle centrali nucleari. Purtroppo, da noi le discussioni energetiche, che animavano convegni sempre più numerosi e svariati movimenti politici, non riuscivano mai a evolvere trasformandosi in una vera strategia di politica energetica con conseguenti piani. Rimanevano quindi al livello di un rumore di fondo della politica, che prendeva decisioni mai condivise da vere azioni di governo. Di conseguenza, il problema energetico, che tale appariva sempre più drammaticamente, non entrava nella strategia economica e produttiva e meno che mai diventava un organizzato campo di ricerca scientifico-tecnologica per generare innovazioni utili nei consumi e preziose negli sviluppi industriali sui mercati internazionali. Quattro decenni dopo la prima crisi energetica, pur con un evoluzione nelle strutture e nelle società impegnate nel settore, il mondo dell energia si presenta frammentato nelle caratteristiche e privo di una gestione complessiva, che rimane il primo ostacolo da superare. Il problema energetico non ha dimensione regionale, come alcuni ritengono, ma abbisogna di una governance 7

7 nazionale pur tenendo conto delle variegate realtà locali, le quali possono esprimere sia diverse opportunità di produzione sia differenti necessità. Il tutto in una logica rivolta a utilizzare le varie possibilità offerte dal territorio. Solo nel 2013, vent anni dopo l ultimo tentativo, il governo presieduto da Mario Monti elaborava una Strategia energetica nazionale (SEN), cioè un documento di programmazione che perseguiva quattro obiettivi: riduzione dei costi energetici, raggiungimento e superamento degli obiettivi europei in materia ambientale, maggior sicurezza di approvvigionamento, sviluppo industriale del settore energia. Il piano nasceva dopo un ampia consultazione pubblica che coinvolgeva oltre le istituzioni interessate, compresa la Commissione europea, associazioni di categoria (inclusi ambientalisti e consumatori), parti sociali ed enti di ricerca. La strategia aveva un doppio orizzonte temporale di riferimento, 2020 e 2050, ponendosi l obiettivo che l energia non rappresentasse più per il nostro Paese un fattore economico di svantaggio competitivo e di appesantimento del bilancio familiare, tracciando un percorso che consentisse sia il miglioramento degli standard ambientali e di decarbonizzazione sia il rafforzamento della nostra sicurezza di approvvigionamento, grazie ai consistenti investimenti attesi nel settore. I risultati previsti per il 2020 erano concentrati soprattutto in quattro punti. Il primo riguardava una significativa riduzione dei costi energetici (circa 9 miliardi di euro l anno sulla bolletta nazionale di elettricità e gas, pari nel 2013 a 70 miliardi di euro). Il secondo punto prevedeva tagli del 21% dei gas serra, del 8

8 24% dei consumi primari, raggiungendo nel frattempo il 19-20% nella produzione dell energia rinnovabile, la quale dovrebbe diventare la prima fonte del settore elettrico al pari del gas. Tutti questi valori superano gli obiettivi stabiliti dall Europa. Il terzo punto è relativo a una minore dipendenza di approvvigionamento: dall 84 al 67%. Il quarto punto, infine, valutava un impatto positivo sulla crescita economica grazie ai circa miliardi di euro di investimenti complessivi negli anni fino al Per raggiungere gli obiettivi la strategia stabiliva sette priorità indicando le specifiche misure concrete da intraprendere per attuarle: promozione dell efficienza energetica, promozione di un mercato del gas competitivo integrato con l Europa, sviluppo di energie rinnovabili, sviluppo di un mercato elettrico anch esso integrato nell Europa, ristrutturazione del settore della raffinazione e della rete di distribuzione dei carburanti, sviluppo sostenibile della produzione nazionale degli idrocarburi, modernizzazione del sistema di governance del settore al fine di rendere più efficaci ed efficienti i processi decisionali. In conclusione, si sottolineava la necessità di una maggiore attività di ricerca e sviluppo tecnologico mirata in particolare all efficienza energetica, alle fonti rinnovabili e all uso sostenibile dei combustibili fossili. In pratica e scendendo nel dettaglio, bisognerebbe partire, dunque, dallo sfruttamento delle risorse minerarie fossili esistenti nella Penisola per diminuire le importazioni che pesano sul Prodotto interno lordo (PIL). Attraverso la ricerca di nuove tecniche è ora possibile incrementare il recupero di petrolio da giacimenti per il momento con- 9

9 siderati esauriti. Questo significa sviluppare competenze che consentano appunto di accrescere pure le rese degli impianti attuali in attività. Un analogo atteggiamento riguarda le centrali produttrici di energia. Non c è bisogno di costruirne di nuove, mentre è possibile migliorare gli impianti esistenti aumentandone l efficienza. E il discorso vale anche per le raffinerie secondo un ottica sempre più green. Tale approccio consente il soddisfacimento di una fase intermedia in attesa di nuovi sistemi che dovrebbero emergere da un più rilevante impegno nella ricerca. È evidente che, guardando alle fonti energetiche, il petrolio, destinato a esaurirsi, garantisce solo un periodo di transizione. Nel contempo abbiamo il carbone in rapida estinzione mentre le fonti rinnovabili rappresentano il futuro. In Italia il livello dell uso del carbone è particolarmente basso. Nel 2013 la produzione di energia elettrica derivava per il 50% dall impiego del gas naturale, per il 30% dalle rinnovabili, per l 8% dall olio combustibile e per il 12% dal carbone. Per fare un confronto, in Europa il 33% dell energia elettrica è invece generata dal carbone, seguita dal nucleare con il 28%. Attualmente sono 13 in Italia le centrali alimentate a carbone, che per il 90% è d importazione. Quello italiano proviene dal bacino del Sulcis, dall unica miniera rimasta aperta in Sardegna (e in Italia), quella di Nuraxi Figus. La sua produzione è di un milione di tonnellate annue. Intanto si studiano nuove soluzioni per un impiego più eco-compatibile. 10

10 Se il futuro è comunque legato alle energie rinnovabili, è in questa direzione che deve puntare la ricerca. Diversi gruppi di scienziati nel nostro Paese lavorano con buoni risultati sia all ENEA che al Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), per citare i due maggiori enti italiani del settore. Ma purtroppo quello che manca è un Piano di ricerca nazionale sostenuto secondo una missione strategica prioritaria dal ministero dell Università, dell Istruzione e della Ricerca. E il primo passo del Piano dovrebbe esprimere sia una visione integrata a livello internazionale sia un coordinamento interno fra tutti gli attori nazionali. Inoltre, ovviamente, dovrebbe disporre di risorse adeguate tenendo conto che ogni euro investito in questo campo agisce da moltiplicatore una volta trasferiti i risultati nel mondo industriale. I quattro decenni trascorsi hanno messo in evidenza un altra carenza fondamentale del nostro Paese; cioè un distacco abissale fra le tecnologie energetiche da installare nei territori e la popolazione che le deve accettare. Questa situazione ha riguardato ogni tipo di impianti: dal deposito di scorie nucleari ai generatori eolici, dalle piattaforme petrolifere ai termovalorizzatori, dalle discariche dei rifiuti alle centrali elettriche. Ma non solo: l avversione e il rifiuto ha riguardato qualsiasi tipo di intervento dal ponte di Messina ai trafori alpini. Si tratta del famoso effetto NIMBY, acronimo inglese di Not In My Back Yard, letteralmente non nel mio cortile, che indica un atteggiamento di protesta e di rifiuto contro le opere di interesse pubblico che si teme abbiano un impatto negativo sull ambiente. È evidente che un contesto simile si presta 11

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