FORMAZIONE COME COMUNICAZIONE

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1 UNIVERSITÀ DI URBINO Facoltà di Economia, Facoltà di Sociologia MASTER UNIVERSITARIO Lavorare nel non profit FORMAZIONE COME COMUNICAZIONE Le esperienze laboratoriali e la valorizzazione delle risorse umane nel territorio di Pesaro e Urbino Candidata: Chiara Federici Relatore: Prof.ssa Laura Gemini ANNO ACCADEMICO

2 Quando sarà finita; dirò che per tutta la vita sono stata la sposa dello stupore (Mary Oliver) L immaginazione è più importante della conoscenza (Albert Einstein) Insieme a Patch Adams in un seminario su I Dottori Clown Quando ho iniziato questa ricerca, io, che per vent'anni ho fatto la casalinga e la mamma, ero consapevole di affacciarmi ad un mondo... ma quello che mi si è aperto davanti agli occhi, come un gioco di matrioske superava di molto le mie aspettative: la quantità di materiale (documenti, progetti, valutazioni, statistiche...), giuntomi grazie al supporto delle tecnologie computazionali, ha... completamente sommerso il mio letto lasciandomi solo un angolino per dormire. La "comunicazione possibile" sembrava decisamente eccedere rispetto alla comunicazione che effettivamente avrebbe potuto aver luogo. Così ho scelto una modalità di ricerca più esperienziale, dove ci fosse un contatto personale e che mi permettesse di entrare in questo mondo attraverso i racconti di chi direttamente lo ha costruito come protagonista: sono andata a cercare le persone cardine della storia sociale nel nostro territorio e ho chiesto loro un intervista. Questo ha arricchito enormemente il mio percorso, ma inevitabilmente ha tagliato fuori dal quadro tante esperienze significative (che spero di poter inserire in un proseguo del lavoro). Ringrazio di cuore tutti per la loro generosa disponibilità che ha reso possibile questo viaggio.

3 INDICE Pag. 1 Introduzione CAPITOLO 1: La cooperazione e l'associazionismo nel territorio della provincia di Pesaro e Urbino Il contesto: La cooperazione Il volontariato L'ambito territoriale Cenni di storia Il settore formazione: L'evolversi negli ultimi 30 anni Progetto Fuorimargine Formazione CAPITOLO 2: I servizi e le attività laboratoriali: esperienze e riflessioni dal settore cooperativistico La Cooperativa Labirinto: La storia dal 1979 al 2003 L'area formazione e il CFO Progetto per la valorizzazione delle risorse umane Il progetto Arte a Palazzo L'atelier di pittura della Scuola di Viale Trieste Computer e creatività al Mosaico I laboratori negli asili nido Movimento espressivo e teatro all' Albero delle Storie Attività motoria e psicomotricità. Progetto Il Corpo in Gioco La Cooperativa Archimede: La storia dal 1983 al 2003 Corsi di formazione Attività laboratoriali nei servizi La Cooperativa Montefeltro Il centro socio educativo Francesca Il teatro e il cinema dal settore associazionistico L'associazione Handicap&Arte L'esperienza del laboratorio teatrale L'associazione Toccacielo Corsi e formazione

4 CAPITOLO 3: Il valore aggiunto della formazione laboratoriale Reintegrare la corporeità Unità mente-corpo Identità e ascolto Autonomia e creatività Comunicazione e comprensione Dal paradigma trasmissivo al paradigma interattivo La relazione La comunicazione non verbale e il gruppo La motivazione La motivazione d'accrescimento di A. Maslow Il limite come risorsa CAPITOLO 4: Dalle interviste: risposte e considerazioni A chi Quale domanda dalla base Qualità dell operatore sociale Valori e criticità di una formazione laboratoriale Risorse umane: strategie possibili 74 CAPITOLO 5: Conclusioni: proposte e sogni 76 BIBLIOGRAFIA ALLEGATI

5 INTRODUZIONE Questo lavoro nasce da due ipotesi: la prima è che tra le caratteristiche professionali di chi lavora nel sociale, chi lavora col disagio, con gli anziani, con l handicap, di chi fa l educatore, debbono essere incluse anche qualità personali, abilità comunicative e di gestione del gruppo che non si possono formare solo attraverso la pratica lavorativa né attraverso una formazione esclusivamente teorica ma che necessitano di una formazione laboratoriale, esperienziale che coinvolga la persona nella sua interezza di mente-corpo-emozione. La seconda è che in trent anni di esperienza sul campo, nel settore dei servizi sociali è maturato un patrimonio di competenze e di risorse umane che va valorizzato per non correre il rischio che si disperda. Gli obbiettivi del lavoro sono: Monitorare le attività laboratoriali svolte nei centri-servizi e nelle iniziative di promozione sociale del territorio, valutandone il ruolo e i risultati ottenuti; Monitorare le competenze acquisite sul campo e le risorse umane che ne sono derivate, disponibili e impiegabili per la formazione delle professionalità sociali (offerta) - monitorare il bisogno di accedere a tali competenze (domanda); Valutare l importanza di una parte laboratoriale-esperienziale nei percorsi di formazione dell operatore sociale, dell educatore professionale e di chi lavora nelle relazioni d aiuto ; Tracciare alcune linee guida per una progettualità tesa alla valorizzazione delle competenze elaborate dall esperienza lavorativa e delle risorse umane formatesi all interno del mondo della cooperazione sociale e del volontariato, e che renda possibile la trasmissione di tali competenze alle professionalità sociali emergenti. Le fonti utilizzate sono: dati statistici e d archivio; interviste (n 14) raccolte fra le persone più significative e competenti sul tema indagato sia per la loro esperienza che per il ruolo sociale che hanno occupato e che occupano. Le interviste, riportate a stralci all interno della tesi, sono state trascritte e allegate (vedi allegati). Il lavoro è costruito su tasselli di memorie, di vissuti personali, di dati, di documenti... come pezzi di un puzzle, perciò il significato globale emergerà solo alla fine, quando tutti i tasselli formeranno il quadro. Ho lasciato, quanto più mi è stato possibile, parlare le persone perché il valore della loro esperienza ne rende la testimonianza speciale e autorevole. 1

6 CAPITOLO 1 Cooperazione e associazionismo nel territorio provinciale di Pesaro-Urbino IL CONTESTO In tutta la Regione Marche la presenza della cooperazione e dell associazionismo è una realtà consolidata da ormai trent anni di storia, nei quali si è andata strutturando sempre di più fino ad intessere l attuale rete di attività e servizi, aumentando il proprio peso tra i protagonisti dello sviluppo economico e sociale del nostro territorio, grazie anche alle iniziative di sostegno legislative ed economiche del governo regionale (vedi programma di welfare regionale). L aumento continuo del numero di cooperative sociali, di lavoratori dipendenti occupati, di volontari e di associazioni culturali e di volontariato è un indicatore dell importanza di questo fenomeno nella realtà marchigiana. Qualche dato: La cooperazione Società Iscritte ai Registri Prefettizi marchigiani al Provincia Sezione PU AN MC AP TOTALE Consumo Produz e lav agricola Edilizia Trasporto Pesca Mista Mutuo Socc TOTALE Sociale Fonte: Prefetture Marchigiane Elaborazione REGIONE MARCHE Ufficio Cooperazione. 1 Le cooperative sociali, godendo della possibilità della doppia iscrizione sono conteggiate a parte onde evitare il doppio conteggio.gli ultimi anni hanno visto una notevole crescita del settore sia per numero di cooperative che per occupati 2

7 PROV. Evoluzione addetti nelle cooperative attive con sede legale nelle Marche N. Addetti % prov. su tot. N. Addetti % prov. su tot. N. Addetti % prov. su tot. N. Addetti % prov. su tot. incremento increm. Addetti increm. % AN ,62% ,36% ,21% AP ,11% ,56% ,22% MC ,55% ,74% ,42% PU ,72% ,34% ,57% TOTALE ,87% Fonte: Infocamere elaborazione Servizio statistico Regione Marche/ufficio cooperazione Per quanto riguarda le cooperative sociali, a livello nazionale, secondo i dati del Registro Prefettizio, al 31/12/ 97, il loro numero è cresciuto nel giro di un anno da 3857 a 4699 unità, con un incremento del 22%, mentre, secondo i dati della Direzione generale della Cooperazione, il loro numero è ancora più elevato: 5401 unità alla fine del 98 e 6200 unità alla fine del 99; impegnano, sempre al 31/12/ 99 circa soci ordinari, soci volontari, reinseriscono circa soggetti svantaggiati. Nella Regione Marche, secondo i dati del Ministero del Lavoro, le cooperative sociali occupano addirittura 5925 soci e 794 volontari. La cooperazione sociale è in fase di crescita e il trend non sembra ancora essersi esaurito, una parte delle Amministrazioni locali della regione ancora deve sperimentare in forma piena l integrazione della cooperazione all interno del proprio sistema di servizi 2. Il Volontariato Dal libro Il Volontariato nelle Marche anno 2002 prodotto dal Centro Servizi per il Volontariato si rileva che le organizzazione di volontariato (da ora OdV) ammontano al 31/8/2002 a 959 unità, cioè l 85,5% in più che nel 1997, aumento ancora più rilevante nella provincia di Pesaro. L'anzianità media delle OdV marchigiane è di 18 anni, un po' al di sotto di quella nazionale (19,4 anni). Il 17,2% delle unità è preesistente alla metà degli anni '70 e una quota analoga nasce a cavallo degli anni '70-'80 quando vengono attuati il decentramento politico-amministrativo e una serie di grandi riforme sociali. La crescita delle organizzazioni risulta notevole negli ultimi 15 anni: 139 nuove formazioni nel periodo '86-'90, 169 in quello successivo ('91-'95) e Le cooperative sociali mostrano un forte propensione ad associarsi nelle organizzazioni di rappresentanza: l adesione delle cooperative in generale alle Associazioni cooperative (Confcoop, Legacoop, Unci e Agci) rasenta il 60% del totale, Legacoop Marche associa oltre 270 imprese cooperative di tutti i settori, con più di soci. 3

8 nell'ultimo quinquennio. In quest'ultimo il ritmo di incremento è superiore a quello che si registra nella circoscrizione di Centro e in Italia. Nello stesso tempo tra le organizzazioni oggi attive, 4 su 10 rivelano stabilità e continuità, dato che operano da almeno 15 anni. La Provincia di Pesaro e Urbino è quella segnata da una natalità maggiore negli ultimi cinque anni-33,7%: nella provincia sono state rilevate 228 associazioni (cioè 6,58 associazioni ogni abitanti). Di queste il 54,6% opera nel settore socio-sanitario svolgendo interventi o attività prevalentemente con strutture o servizi pubblici (il 65,6% delle modalità operative) Pur essendo la tendenza tipica delle organizzazione basate sull esclusivo lavoro volontario quella di operare in situazioni di nicchia o comunque poco strutturate, nel nostro territorio è particolarmente diffusa la collaborazione stabile e strutturata con gli altri servizi del territorio. II volontariato organizzato marchigiano tuttora operativo ha ormai una storia abbastanza consolidata. L'epoca di maggior sviluppo del fenomeno si ha infatti, come abbiamo detto, negli anni '80, anche a seguito della crescita economica avvenuta nella regione a partire dagli anni sessanta e con una rapidità tale da costituire un primato nazionale. L'enorme sviluppo del turismo e delle attività collegate sulla costa, l'industrializzazione della fascia centrale collinare e costiera e la diffusione di opportunità lavorative (anche a domicilio e precarie) fino ai piedi dell'appennino, ha comportato processi sociali e culturali come l'intenso flusso migratorio dai centri montani alla costa, la perdita dei tradizionali punti di aggregazione - e la conseguente ricerca di nuovi momenti e spazi di vita sociale - ma anche una modifica radicale dei consumi e delle abitudini. Il passaggio piuttosto repentino da un'economia agricola e artigianale ad una industriale-terziaria ha comportato altresì dei costi: la nascita di nuove emarginazioni, la crisi di alcuni valori che garantivano coesione nel contesto tradizionale della regione e quindi, sul piano istituzionale, l'affannosa ricerca di risposte alle nuove emergenze 3. Bisogna ricordare anche che in quegli anni è stato definito il quadro istituzionale sia per l associazionismo che per la cooperazione grazie alla promulgazione delle relative leggi (266/1991-volontariato; 381/1991-cooperative sociali; 460/1997 ONLUS; 383/2000 associazioni di utilità sociale). In questo nuovo scenario il privato sociale organizzato si palesa come forza di innovazione e di proposta, innestandosi sul preesistente filone solidaristico, caratterizzato da risposte assistenziali e a supplenza dell'intervento pubblico e diventando sempre più un interlocutore importante dell ente pubblico per la progettazione, realizzazione e gestione di servizi. Simultaneamente il quadro organizzativo del settore socio-sanitario viene profondamente ristrutturato con l avvento della legge quadro 328 del da Il volontariato nelle Marche Confronta anche intervista a G. Iacomucci - allegato 1 4

9 L Ambito territoriale n.1 di Pesaro Vediamo brevemente cosa accade localmente a livello dell Amministrazione pubblica. Dopo l avvento della legge 328 del 2000, riguardo alla concertazione della programmazione territoriale e all elaborazione dei Piani di Zona, l ambito si è organizzato così: la regia politica della pianificazione è in mano al comitato dei nove sindaci d'ambito coadiuvati dal coordinatore d'ambito la regia tecnica invece è in mano all' ufficio di piano composto da circa venti persone scelte tra i dirigenti dei vari comuni più un rappresentante della Zona 1 A.S.U.R. 4, un rappresentante delle scuole, un rappresentante della cooperazione sociale, un rappresentante delle associazioni di volontariato, un rappresentante dell'associazionismo di promozione (A.C.L.I., A.R.C.I., U.I.S.P., ecc). Il compito dell'ufficio di piano è monitorare, valutare e promuovere. L'ufficio di piano è articolato in gruppi di lavoro multidisciplinari e integrati, tali gruppi composti da un numero variabile di persone da 7 a 15, lavorano settorialmente sulle diverse aree di intervento (per esempio disabili, anziani, adolescenti, ecc ). I partecipanti sono scelti dal coordinatore d'ambito secondo le competenze specifiche oppure secondo la propria rappresentanza. Alcuni gruppi risultano essere troppo grandi e quindi si frammentano in più specifici tavoli di concertazione o di consultazione. Dai gruppi di monitoraggio e analisi organizzati per aree di intervento, si passa ai gruppi progetto suddivisi in gruppi tematici e gruppi strategici, fra cui, di notevole interesse per il nostro tema d indagine, da quest anno lavora il gruppo percorsi di formazione per gli operatori. Un gruppo sul tema della formazione è stato aperto anche all interno del Progetto Pesaro 2015, città di qualità (vedi sito I seguenti dati 5 possono fornire l immagine della intensa attività che l Ambito territoriale di Pesaro svolge e della presenza, al suo interno, delle cooperative e delle associazioni: 4 dal 01/01/2003 l Azienda Sanitaria Locale prende la denominazione di A.S.U.R. (Azienda Sanitaria Unica Regionale), divisa in zone: la zona di Pesaro è la Zona 1; perciò da ora la A.S.L. di Pesaro sarà denominata Zona 1 A.S.U.R. 5 fonte: sito internet dell ambito territoriale (www.ambitosocialepesaro.it) 5

10 Piano di Zona Ambito territoriale n. 1 di Pesaro Numero di persone coinvolte *» 282 Comitato dei Sindaci:» 9 Tavolo di concertazione Ambito territoriale sociale n.1» 8 Ufficio di Piano:» 21 Staff Ambito:» 4 Dirigenti scolastici:» 35 Famiglia:» 8 Minori:» 35 Disabili:» 43 Salute mentale:» 10 Disagio Adulto (casa - lavoro):» 13 Anziani:» 37 Immigrati:» 17 Dipendenze:» 27 Giovani:» 15 * Coinvolte = ovvero persone che hanno partecipato attivamente a gruppi di lavoro o a tavoli di concertazione (alcune persone hanno partecipato a più tavoli). Il numero di presenze è stato invece altissimo, visto che ogni tavolo o gruppo si è incontrato numerose volte (4/5 incontri di media per gruppo) Ricchezza e pluralità della partecipazione: Ambito n. 1:» 4 Comuni dell'ambito:» 109 Provincia:» 6 A.USL n.1:» 16 Scuole:» 64 Sindacati:» 12 Diocesi di Pesaro:» 5 Associazionismo:» 44 Cooperazione sociale:» 22 6

11 Enti, Associazioni Rappresentati Comuni dell'ambito (amministratori, dirigenti, operatori)» 9 Provincia di Pesaro e Urbino (servizi sociali, centro per l'impiego )». A.USL n. 1 (Dipartimento di Salute mentale, U.O. dipendenze patologiche, area materno infantile..)». Istituti Scolastici (comprensivi e superiori), diverse Direzioni Scolastiche e il C.S.A.» 22 Sindacati e rappresentanze di categoria (CGIL, CISL, UIL, CNA, Confartigianato, Legacoop, Confcooperative )». Associazioni di volontariato o di promozione sociale» 33 Cooperative sociali» 12 Cenni di storia Dall intervista a G. Tacchi (allegato 2), coordinatore dell ambito territoriale di Pesaro: L esperienza del nostro territorio, nella gestione delle politiche di welfare, è fortemente segnata dal ruolo svolto dall associazionismo e dalla cooperazione, al punto da caratterizzarsi, in questi ultimi venticinque anni, come un caso del tutto originale rispetto al contesto regionale. La storia di questa esperienza di integrazione tra pubblico e privato può essere sinteticamente riassunta nel graduale passaggio, da una collaborazione emotiva e funzionale, ad una partnership ragionata, adulta, orientata all efficacia del risultato. La stagione d oro della collaborazione tra pubblico e privato è stata una fase storica probabilmente irripetibile, caratterizzata dalla possibilità di anteporre la progettualità all individuazione delle risorse finanziarie. Di questo felice periodo resta oggi la qualità e la quantità del sistema dei servizi articolati nel territorio, insieme a tutta la nostalgia per un agire politico partecipato, condiviso dalla cittadinanza, per un azione di governo politico e per una gestione tecnica che non doveva subire, più di tanto, i rigori dei tagli di bilancio e le sempre più pressanti analisi di efficienza/efficacia sugli insopportabili costi dello stato sociale... Agli albori fu Don Gianfranco Gaudiano, figura carismatica, che per primo, sui temi più scottanti del sociale (disabilità, tossico-dipendenza, immigrazione), ad attivare, autonomamente dall'ente 7

12 pubblico, degli interventi e dei servizi... Inizialmente costituì la Comunità di via del Seminario, che diventerà in seguito CEIS (centro italiano di solidarietà) 6. Nel 1974 Don Gaudiano aprì il primo servizio territoriale: la Scuola di Viale Trieste (scuola professionale dedicata ai disabili, che ospitava genericamente handicappati sia fisici che psichici, tutti insieme!!...).. Poi aprì la Comunità di Gradara per i tossicodipendenti, e in seguito il CPA (centro di prima accoglienza per gli immigrati) e poi il centro di seconda accoglienza sulla statale adriatica......l'avventura privata è confluita successivamente, grazie ad una integrazione virtuosa tra pubblico e privato, integrandosi col Comune che, tramite i sistemi convenzionati, ha fatto sue alcune di quelle iniziative, è confluita dicevo in un sistema di servizi: la scuola di viale Trieste è diventata un servizio comunale, la comunità di Gradara è rimasta un servizio privato ma convenzionata con un ente pubblico, come il CPA......Il ruolo del privato sociale è stato di promotore della rete dei servizi territoriali mentre il Comune allora si limitava ad occuparsi dell'organizzazione dei suoi servizi interni (assistenti sociali, assistenza domiciliare...), bravo è stato l'ente Comune che ha detto: "mi interessa, voglio diventare il tuo partner"... Il Comune divenne sostenitore convinto del privato sociale, del quale utilizzava il basso costo (!) e le nuove professionalità. La cooperazione sociale, contemporaneamente, offriva occasioni di lavoro ai giovani del territorio...la cooperazione sociale è venuta dopo, è stata il partner successivo..., tramite il sistema di convenzioni ha consolidato e sviluppato la rete dei servizi;... il ruolo dell'associazionismo è stato un ruolo di promozione, anche coraggioso,.. ancora oggi ci sono molte associazioni protagoniste sul territorio di attività sociali, anche autonomamente. Il rapporto con la cooperazione sociale ha vissuto due fasi: 1) una fase di subordinazione nella quale la cooperazione sociale forniva manodopera in servizi che il comune non riusciva a gestire 2) la fase in cui la cooperazione sociale si è proposta come soggetto indipendente capace di innovazione, siamo alla fine degli anni '80-primi anni '90, anni in cui le cooperative sono cresciute molto anche di numero. Attualmente la cooperazione sociale ricopre un ruolo sostanzioso come partner dell'ente pubblico nella gestione dei servizi, direi che come quantità, non come qualità, rappresenta circa il 70%; teniamo conto che la cooperazione sociale non fornisce solo manodopera ma anche strutture, pulmini, materiali... L'associazionismo di promozione poi ha sempre avuto un ruolo autonomo dall'ente pubblico, solo oggi, con i tavoli di concertazione, sono diventati partner... 6 Associazione di volontariato ancora oggi molto attiva. Cfr anche intervista a V.Ondedei allegato 5 8

13 Quindi, sintetizzando,si può dire che l associazionismo di volontariato ha avuto un ruolo propulsore, è stata l anima iniziale dell azione sociale, di cui il nostro territorio ancora gode l eredità. La cooperazione ne è attualmente lo scheletro portante. Ma entrambi, associazionismo e cooperazione, trovano nell ambito territoriale un luogo di collaborazione programmatica e di concertazione assieme agli altri attori sociali e all ente pubblico.. 7. IL SETTORE FORMAZIONE L evolversi negli ultimi 30 anni L aspetto della formazione accompagna tutta la storia dell evolversi del privato sociale e ne plasma le linee di sviluppo seguendo due grandi motivazioni: il desiderio di crescita personale e di elaborazione dei temi emergenti dalla pratica quotidiana da un lato, il bisogno di dare forma e riconoscimento, anche istituzionale, alle figure professionali che si stavano sviluppando. Così ne ricostruisce lo svolgersi negli anni Giuliano Tacchi:...anche rispetto alle professionalità possiamo individuare due epoche. Una prima fase pionieristica in cui gli operatori non avevano alcuna specializzazione, si sono costruiti sul campo, studiando, sperimentando, e confrontandosi con gli altri. In particolare la cooperazione sociale è stata molto ricca nel progettare formazione per i suoi soci... Ricordo ad esempio i percorsi formativi attuati dalla Scuola di Viale Trieste sulle metodologie di approccio al disagio psicofisico secondo la pedagogia istituzionale dell'università di Bologna, corsi tenuti da Rita Croci, allieva di Andrea Canevaro 8, corsi svoltisi per tre o quattro anni agli inizi degli anni '90, durante i quali la metodologia e l'uso degli strumenti, degli spazi, delle tecniche, delle forme di relazione di quell'approccio si sono progressivamente adattate al nostro territorio, alla nostra realtà specifica. Poi ognuno si è specializzato diventando chi psicologo, chi pedagogista, chi sociologo. Una seconda fase: quella della formazione istituzionale, che è venuta molto dopo...nel periodo in cui si è cominciato a inserire personale specializzato nei servizi (..in piscina non li portavamo più noi i ragazzi dei centri, ma i bagnini con il patentino..) 7 da intervista a G. Tacchi allegato 2 8 Andrea Canevaro docente di Pedagogia Speciale presso il corso di Pedagogia all Università degli Studi di Bologna 9

14 La formazione specialistica ha avuto un ruolo fondamentale perché, chi veniva dal volontariato e non aveva alcuna competenza specifica, trovava nella formazione una completezza, attraverso lo studio, della sua capacità maturata con l'esperienza, chi invece arrivava già con competenze specifiche (quelli della seconda fase) trovava nella formazione la possibilità di consolidare e affinare le proprie conoscenze. Il percorso di formazione non è mai finito perché contemporaneamente il pubblico si è organizzato per fare lui stesso formazione: il comune di Pesaro è l'unico nelle Marche, credo, ad avere un ufficio dedicato alla formazione del personale con il compito di rilevare il bisogno formativo e proporre dei percorsi di formazione (io faccio parte della commissione tecnica di quell' ufficio). Il lavoro di formazione, soprattutto nella fase pionieristica, è servito per costituire la spina dorsale dell'équipe, che significa mantenere uno scopo comune, lavorare insieme per il benessere dell'utenza pur conservando ognuno le proprie specificità. All'interno dell'ufficio formazione abbiamo elaborato una scheda di rilevazione del bisogno formativo dove vengono evidenziate quali sono le conoscenze teoriche, quali sono le conoscenze pratiche e tecniche, quali sono le capacità relazionali necessarie per fare l'operatore sociale; abbiamo poi distribuito queste schede nei nostri servizi e abbiamo così potuto monitorare il bisogno formativo che viene evidenziato dagli operatori cioè il bisogno che viene dal basso e abbiamo potuto coniugarlo con le esigenze che l'ente di formazione ha per garantire la continuità della mission di quel servizio. I bisogni rilevati si possono sintetizzare intorno ai temi della gestione del conflitto, gestione delle patologie gravi, delle aggressività, e in particolare sulla gestione del lavoro d'équipe e sulle conflittualità che facilmente vi possono insorgere oltre che conoscenze teoriche sulla programmazione e l welfare 9. La formazione è andata avanti a fasi alterne negli anni: anni in cui si è fatta formazione globale (ricordo i corsi organizzati dal comune col prof.m. Pollo) dove in aula c'erano tutti i tipi di operatori dell'handicap fisico e psichico, dei giovani, degli adulti, senza specificità perché si lavorava sull'operatore sociale; e anni in cui ogni centro ha organizzato la sua formazione concentrata sulle sue problematiche specifiche 9 dal sito dell ambito territoriale: Questa, in estrema sintesi, il quadro del bisogno formativo dei dirigenti; Conoscenze teoriche: evoluzione welfare / politiche sociali. Conoscenze tecniche: modelli e metodi di pianificazione sociale; modelli e metodi di pianificazione economica; organizzazione per processi; lavoro per progetti; controllo della qualità / servizi; modelli e tecniche di management. Capacità cognitivo / relazionali: Ascolto / lettura sistemica dei fenomeni; Orientamento alla discussione sociale dei problemi; Intelligenza sociale (capacità lettura bisogni, aspettative, motivazioni e comportamenti); Adattabilità relazionale; Pensiero creativo; Organizzazione / integrazione servizi-attività; Cooperazione e lavoro di gruppo; Leadership professionale, gestionale; Gestione delle incertezze. 10

15 La chiave di volta è stato mettere al centro la formazione dell'operatore per dare forma e consolidare i profili professionali dell'operatore sociale affinché non restino affidati al volontarismo: la novità è stato l'incontro fra la domanda interna e l'offerta di formazione istituzionale poi sono sopravvenuti problemi di bilancio perché la formazione costa. (dall intervista a G. Tacchi allegato 2) Progetto d impresa sulla formazione Fuorimargine Nel 2002 la Regione Marche ha deciso che la formazione con fondi pubblici e con valenza di tipo pubblico (FSE - fondo sociale europeo, ex legge per la formazione interna degli occupati, ICM-figure professionali accreditate) può essere gestita solo da enti accreditati, cioè solo da quelli che si attengono alle pratiche definite nell apposito manuale stilato dalla Regione stessa. Si è reso necessario perciò, per chi vuole fare formazione di redigere una Carta della Qualità dove si specifichi dettagliatamente il tipo di offerta formativa, le modalità di gestione, gli strumenti di controllo e si dimostri la capacità dell ente stesso di monitorare e rendicontare tutte le varie tappe del percorso. Le cooperative della provincia che già facevano formazione si sono riunite per redigere la Carta della Qualità ed hanno scelto, per presentarla alla Regione, di utilizzare, come organismo che le unificasse, il Consorzio Fuorimargine (CFM) esistente già dal 90 e comprendente 23 cooperative. Il CFM ha sempre fatto dell attività di formazione un cardine dell operare sociale di qualità e lo dimostra la lunga lista di corsi di formazione organizzati (49 dall 85 al 01 di cui all allegato n.3) e il materiale di documentazione e pubblicazione prodotto (di cui all allegato n.4) Dall agosto del 2002 il Consorzio ha ottenuto l accreditamento alla gestione dei corsi formativi presso la regione Marche e al suo interno la formazione viene portata avanti dalle seguenti 7 cooperative: Labirinto, Archimede, Aquilone, Ginestra 2, Sorgente, Montefeltro e Melograno... (cfr. Intervista a V. Ondedei - allegato 5). Nasce così a Pesaro il consorzio Fuorimargine Formazione (F.m.F.), collocato presso i locali del Centro Formazione ed Orientamento della coop. Labirinto, accreditato per la progettazione di diverse tipologie di corsi di formazione e orientamento: macro progetti sovvenzionati dall'unione Europea, iniziative comunitarie, corsi di formazione permanente per i dipendenti delle Cooperative Sociali aderenti al Consorzio "Fuorimargine", corsi di formazione finanziati dal Fondo Sociale Europeo in collaborazione con la Provincia di Pesaro e Urbino, ecc Il FMF è finalizzato a sviluppare un analisi precisa sulle esigenze di fabbisogni professionali e formativi delle imprese del terzo settore per far emergere: 10 cfr la Carta della Qualità del consorzio FmF 11

16 a) le principali problematiche dell'area delle imprese sociali in tema di fabbisogni professionali e formativi (dimensione dei bisogni ); b) le dimensioni e le implicazioni del contesto sociale e lavorativo (dimensione dell'offerta); c) le relazioni fra i protagonisti delle politiche sociali e i centri per l'impiego (dimensione della qualità del partenariato); d) le eventuali iniziative da intraprendere (dimensione della progettualità). L'obiettivo fondamentale è quello di sostenere la crescita dell'impresa sociale in un periodo di transizione per avviare una serie di azioni di economia solidale (di welfare mix) che sappiano riconciliare i valori dell'imprenditorialità e della solidarietà. In altri termini, un progetto per l'impresa sociale non finalizzato a raccogliere le vittime della competitività ma, al contrario, orientato a ridurre le barriere fra risorse (finanziarie ed umane) per la progettualità sociale, la formazione e le politiche del lavoro, in un ottica di miglioramento complessivo della qualità della vita delle fasce deboli e della popolazione in generale tratto dalla Carta della Qualità di FmF: Le figure direttamente interessate alle attività sono: Responsabile della Formazione, rappresenta la Direzione Generale e/o il Consiglio di Amministrazione del Consorzio "Fuorimargine", è il diretto responsabile dell'intero sistema di Formazione Responsabile della Qualità, è il diretto responsabile dell' addestramento della Qualità sulla formazione. Coordina l Ufficio Qualità ed il responsabile addetto. Responsabile dell'area Amministrativa, è il/la diretto responsabile per la gestione dei finanziamenti e la rendicontazione dei progetti attivati. Coordinatore del Centro di Formazione e Orientamento è il/la diretto responsabile dello staff operativo intemo al C.F.O. e delle attività ad esso connesso. 12

17 CAPITOLO 2 I servizi e le attività laboratoriali: esperienze e riflessioni L ambito preponderante in cui si sviluppa l impegno delle cooperative sociali e dell associazionismo di volontariato sono i servizi sociali. Ho scelto, per la mia indagine, fra le tante realtà, cinque soggetti: tre nel mondo della cooperazione e due nel mondo dell associazionismo. La cooperativa Labirinto, la cooperativa Archimede, la cooperativa Montefeltro, l associazione Handicap&Arte, l associazione Toccacielo. Pur sapendo di aver escluso realtà altrettanto significative e preziose, ho selezionato queste oltre che per oggettivi limiti di tempo, perchè vi ho rinvenuto le esperienze più interessanti dal punto di vista dell approccio laboratoriale, artistico, corporeo al lavoro con l utenza e alla formazione degli operatori e degli educatori All interno dei servizi le attività laboratoriali ci sono state da sempre, fin dal loro nascere perchè attraverso di esse si poteva lavorare su entrambi gli aspetti chiave dell educazione e dell integrazione dei ragazzi (come chiamano gli educatori gli ospiti dei servizi) Ce ne parla G. Tacchi: Il lavoro attraverso laboratori ha due aspetti: un aspetto funzionale e un aspetto di metodo. Nei centri che ospitano handicap medio-gravi l'obiettivo iniziale, illusorio, era quello di inserire tutti nel mondo del lavoro (illusorio perché se andiamo a vedere alla Berloni o alla Scavolini di questi ragazzi c'è ne sono ben pochi, forse nessuno; oggi per l'inserimento lavorativo di questi ragazzi abbiamo le cooperative B e in parte gli enti pubblici) e quindi il laboratorio era il centro della proposta di programmazione educativa, significava avere dei luoghi dove l'approccio alla manualità era semplice perché noi avevamo ragazzi con i quali dovevamo scontare scarse competenze teoriche, conoscitive, una manualità precaria, un utilizzo del corpo precario, una difficoltà relazionale...; già allora il laboratorio tecnico non solo rispondeva al bisogno di fornire un supporto alla carenza di manualità (non era importante " il vaso " in sè e per sè quanto un certo tipo di approccio alla manualità, una certa relazione occhio mano che poteva essere rieducata), c'erano già degli aspetti funzionali e terapeutici nell'approccio col materiale. Dopo però il laboratorio tecnico si sposava con il laboratorio espressivo; ecco allora il teatro dove si poteva travestirsi, interpretare un altro da sé, dove si poteva giocare, scatenare la fantasia e la creatività; ecco il laboratorio di grafica e di disegno dove usando tutte le possibili tecniche di colorazione cercavamo di dar voce all'esuberanza espressiva dei nostri ragazzi, al punto che una volta siccome non ci bastava lo spazio di un foglio bristol per esprimere la nostra voglia di dipingere il mondo e di vivere nei colori abbiamo dipinto una casa intera compresi i 13

18 soffitti... Si è fatto yoga, arte-terapia, piscina, palestra, alcune attività condotte da esperti e altre fatte da noi, senza nessun patentino Il laboratorio tecnico era il centro, ma intorno ruotava l'attività motoria, psicomotoria, espressiva eccetera; i laboratori avevano il valore terapeutico di valorizzare le capacità personali, di responsabilizzare (creare un oggetto), ma c'era anche il tentativo di utilizzare uno strumento (per esempio creare un vaso) per insegnare a rispettare dei tempi, a rispettare lo spazio del compagno; perché se vuoi entrare nel mondo del lavoro ci sono delle regole da rispettare, per entrare nella produzione, per entrare nella relazione con i compagni, per entrare come protagonista anche solo in una fase della produzione La nostra proposta educativa era costruita sulla cosiddetta "scheda funzionale del ragazzo": quali sono le tue abilità quali sono i tuoi bisogni quali sono le tue difficoltà quali sono i tuoi desideri. La nostra proposta educativa era costruita su quello che c'è, non su quello che non c'è: costruivamo un menù di proposte di attività (teatro, ceramica, musica...) che cercava di intercettare tutti i nostri ragazzi, uno stava tutto il tempo in teatro, uno nel laboratorio di ceramica o in quello di musica, anche il momento della mensa era educativo All interno del termine laboratori, sono incluse due tipologie di attività diverse che è bene differenziare: i laboratori tecnici-artigianali (legno, serigrafia, ceramica, aquiloni, maschere...) dove si apprende in modo laboratoriale, cioè con la pratica, una tecnica; più finalizzati ad acquisire una manualità idonea all inserimento lavorativo; i laboratori espressivo-artistici e motori (teatro, movimento, pittura, psicomotricità...) dove è coinvolto maggiormente il corpo e che sono più finalizzati a migliorare le abilità motorie, a creare spazi comunicativi ed esplorare possibilità espressivo-creative. Vediamo ora in che modo si sono sviluppati i laboratori nelle cinque organizzazioni prese in esame. 14

19 DAL SETTORE COOPERATIVISTICO La Cooperativa Labirinto La storia dal 1979 al 2003 La cooperativa Labirinto prende avvio nel 1979, quando un gruppo di insegnanti di educazione fisica, appena diplomati o con lavori precari, per costruirsi un'occupazione più stabile e qualificata, decide di organizzarsi in cooperativa: nasce così la COOP.E.F. (Cooperativa Educatori Fisici). Ma lasciamo raccontare al presidente della cooperativa Franco Alleruzzo e al responsabile attività motoria Roberto Mancini che, essendo stati protagonisti fin dall inizio della storia della cooperativa, meglio di chiunque altro, possono riassumerla, in tutta la sua ricchezza e intensità, focalizzando i passaggi più significativi:...in quegli anni la scelta di dare vita ad una cooperativa per lavorare nell'ambito dei servizi non era un fatto comune: eravamo la seconda cooperativa in Italia che operava nel settore motorio-sportivo; l'idea di cooperazione era ancora fortemente legata ad altri settori, come quelli dell'edilizia, dell'abitazione, dei trasporti, del consumo, ecc. Oltre al bisogno primario di trovare un'occupazione degna di questo nome, il nostro obiettivo era quello di ricercare qualità e dignità nel nostro lavoro. Siamo stati i primi e forse siamo rimasti gli unici ad applicare dei regolari contratti di lavoro nel settore delle attività motorie, che da sempre ha vissuto di lavoro nero; abbiamo sentito da subito l'esigenza di migliorare il nostro livello di formazione professionale, ritenendo insufficiente la preparazione ottenuta con l'i.s.e.f.; abbiamo sin dai primi momenti organizzato corsi di formazione e un costante lavoro di autoaggiornamento. Abbiamo privilegiato la dimensione cooperativa come scelta politico-culturale e come modalità quotidiana di lavoro: le scelte gestionali, i problemi di lavoro, il confronto sull'attività svolta affrontati collettivamente, grazie anche al ridotto numero di soci, rendeva più facili ed immediati i rapporti. Ci siamo impegnati anche per dare un maggiore valore sociale e culturale all'oggetto del nostro lavoro: quella attività motorio-sportiva che venti anni fa non godeva certamente del riconoscimento sociale di oggi. A livello strategico si scelse di lavorare con l'ente pubblico, perché credevamo che i nostri servizi avessero una forte valenza sociale; nel merito dei contenuti ci siamo orientati su settori innovativi, introducendo sul nostro territorio provinciale iniziative quali la psicomotricità nella scuola elementare e materna e con soggetti handicappati, l'attività in piscina indirizzata a soggetti con deficit e per genitori e figli, l'attività motoria per la terza età, la ginnastica pre-parto. Queste sono state le attività che hanno caratterizzato la cooperativa nei primi due anni di vita. Alla base di queste scelte c'era una differente visione culturale: il nostro intervento non era 15

20 rivolto ad un corpo considerato come una macchina di ossa e muscoli, ma alla persona considerata nella sua unità, in cui gli aspetti fisiologici e biomeccanici si intrecciavano con quelli psicologici, relazionali e cognitivi...alla fatica di muoversi in settori innovativi, si sono sommate le difficoltà di lavorare con l'ente pubblico che, tranne poche ed illuminate eccezioni, spesso mancava di una chiara programmazione, operava scelte non sempre dettate dalla qualità di un progetto, si caratterizzava per gravi ritardi nei pagamenti. (visione che non collima con quella del coordinatore d ambito - cfr intervista). La mancanza di una stabilità lavorativa, l'incertezza nei tempi della retribuzione ha costretto operatori motivati e qualificati ad operare altre scelte professionali e di vita per cui la cooperativa si è trovata a gestire un notevole turn over di soci lavoratori, con tutti i problemi di inserimento e di formazione che ciò comportava. In questo contesto, per chi cercava di puntare, pur con tanti limiti, sulla professionalità del proprio intervento, non c'è stata vita facile. 1 Su questo tema insiste anche Roberto Mancini che rileva come quelle circostanze siano poi state la causa della perdita della memoria storica della cooperativa, soprattutto per quanto riguarda l importanza, nella cultura interna alla cooperativa di un approccio corporeo all apprendimento e alla cura, presente con molta forza nel passato e che ora si sta perdendo proprio per la perdita di tanti psicomotricisti... Il processo di costruzione della cooperativa ha richiesto tempo e fatica: si pensi che per i primi anni l'attività di promozione della cooperativa, l'organizzazione del lavoro, la sua amministrazione sono state svolte da alcuni soci in forme di sostanziale volontariato. Nonostante le difficoltà oggettive nel lavoro quotidiano, la cooperativa ha cercato di svolgere fin dall'inizio anche un ruolo culturale, senza considerare questa dimensione un lusso che magari non ci saremmo potuti permettere, ma piuttosto un elemento fondante del nostro lavoro. A testimonianza di ciò ci sono varie documentazioni sulle attività svolte che, in alcuni casi, sono state presentate pubblicamente e diventate vere e proprie pubblicazioni (vedi allegato 4). Con il passare del tempo, la cooperativa trova quasi naturale ampliare progressivamente il campo di intervento ad altri settori educativi che vedevano nella corporeità e nella pedagogia attiva un minimo comune denominatore. Nasce così nel 1981 un gruppo all'interno della cooperativa che inizia ad occuparsi di animazione teatrale....parallelamente da alcuni di noi è iniziata l'attività teatrale, nata da una passione personale, lo stimolo è nato dal desiderio di partecipare al carnevale di Venezia che allora era un momento importante, di grande partecipazione ma non avevamo i soldi. Allora abbiamo costruito una serie di maschere di cartapesta sotto la guida di uno di noi che le sapeva fare e, con questo piccolo tesoro nella valigia, siamo partiti per Venezia, e là abbiamo costruito anche una piccolissima situazione di teatro di strada improntata sulla tecnica delle statue, oggi molto di moda ma per quei tempi una novità. 1 da Cooperativa sociale Labirinto: 20 años non es nada di Franco Alleruzzo Ed. Magma 99 16

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