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1 Università degli Studi di Verona Inaugurazione dell Anno Accademico Duemilaundici Duemiladodici

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4 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI VERONA Inaugurazione dell Anno Accademico Verona, 20 febbraio 2012

5 Coordinamento progetto editoriale: Maria Fiorenza Coppari Ufficio Comunicazione Integrata Università degli Studi di Verona Revisione dei testi e redazione a cura di Giovanni Cerutti Impaginazione: Centro Arti Grafiche Università degli Studi Verona

6 Relazione del Magnifico Rettore Alessandro Mazzucco La missione dell Università moderna e la riforma dell Università Signor Ministro, Assessore, Sindaco della città di Verona, Autorità, Onorevoli Parlamentari, Magnifici Rettori, Amplissimi Presidi, Chiarissimi Colleghi, Dirigenti e Personale tutto dell amministrazione, cari Studenti e gentili Ospiti. Innanzitutto esprimo un non formale apprezzamento per la disponibilità del ministro Profumo che ha voluto dare alla sua partecipazione di oggi un ruolo prioritario in un affollatissima agenda. È inoltre un onore avere con noi, oltre che un piacere almeno personale, il presidente della conferenza dei rettori il professor Marco Mancini attivo e capace protagonista di questa nuova stagione dell Università italiana che nel suo complesso un po come il clima generale del Paese sta cercando di decidere se essere ancora invernale o avviarsi francamente verso la primavera. Un grazie sentito a tutti coloro, a tutti voi, che hanno 5

7 voluto dedicare la propria attenzione, ancor prima che il proprio tempo, a questa manifestazione che rimane comunque un occasione pregnante del primario rapporto dell Università con la società civile; e le manifestazioni che hanno accompagnato il nostro ingresso ne sono comunque una indicazione e una testimonianza. Il rapporto Università - società civile mai è stato tanto indispensabile quanto lo è in questo momento di crisi e di necessità di ripresa. Noi crediamo che il ruolo della conoscenza sia fondamentale ma è anche un appuntamento importantissimo per rendicontare. Questa è la novità della nuova Università: rendicontare verso chi ci sostiene su quanto è stato fatto, sui risultati, sui nostri convincimenti, sulle nostre prospettive sottolineando che purtroppo esse sono solo molto parzialmente nelle nostre mani. Dopo anni di profondo rivolgimento e di cambiamenti certamente non facili di indirizzo, anche in questa sede, mi sembra indispensabile inaugurare una nuova stagione: quella della rendicontazione basata non su dichiarazioni autoreferenziali ma su dati; quindi vi verrà presentato un bilancio di quanto e come abbiamo interpretato la responsabilità di governare un istituzione di circa 23mila studenti e circa 1500 dipendenti in un momento di transizione e di valenza storica sia per l Università di Verona che per l Università italiana. Poiché non ho la minima intenzione di tediarvi con una noiosa elencazione, con i più stretti collaboratori abbiamo preparato e messo a vostra disposizione una relazione nella quale abbiamo scritto con dati e numeri una vera e propria relazione di mandato. Mi riservo invece in questo intervento di toccare questioni di natura politica fondamentale per l Università italiana, il modo con il quale a Verona le abbiamo interpretate con un attenzione particolare a quanto siamo stati chiamati ad assolvere all inizio di un processo di riforma che va inserito in un più generale processo di ammodernamento dell intera società ed in particolare della sua classe dirigente. In tema di Università la questione più attuale degli ultimi anni era legata al momento storico che si stava attraversando, durante il quale la figura stessa dell istituzione universitaria veniva messa duramente in discussione, fino a 6

8 descriverla come una sorta di obsoleto retaggio del passato. L accusa rivolta al sistema universitario era ed è nota: quella di essere autoreferenziale e di operare solo a proprio esclusivo vantaggio. In realtà la polemica aveva radici molto più estese ed articolate anche al di fuori dell Italia. Prendendo spunto dal dibattito internazionale sull argomento e con una visione ben diversa dell Università moderna nel XXI secolo, efficacemente descritta come Transforming the Walls of Academia into Bridges in una bella pubblicazione di Preuss e colleghi della University of California nel 2002, la questione poteva essere posta più correttamente in altri termini: quale doveva e, quindi, quale deve essere la collocazione moderna dell Università? Al processo di apertura dell Università di élite, iniziato ovunque negli anni Sessanta, in Italia ben più e più a lungo che altrove è seguito un percorso di netta impronta populistica, dal quale è uscito un sistema universitario pletorico, livellato ed insostenibile, le cui disfunzioni hanno infine imposto in termini molto accesi un sostanziale ripensamento della struttura universitaria. Un Università così ispirata non prometteva nulla di buono. Si era correttamente deciso di trasformare il vecchio modello, ma la tendenza all ampliamento dell offerta attraverso l abbassamento del livello ha condotto al risultato antitetico di quello atteso: l impoverimento della nostra Università. Da sempre e nella storia recente e passata vi sono illustri esempi in tal senso l Università per funzionare bene ha avuto bisogno di tre cose: la presenza in essa di grandi maestri, un buon governo dell Università, un buon governo dello Stato. Questi aspetti vennero meno negli anni critici in cui la 382/80 cercò di regolamentare la nascita di un Università di massa fondata su malintesi concetti, su malintese interpretazioni di diritto allo studio, diritto alla assunzione, diritto alla progressione in carriera, a prescindere dal fondamentale concetto di capacità individuale e non considerando che il diritto sta nella garanzia di un uguale punto di partenza e di uguali opportunità di realizzazione, non in un uguale punto di arrivo, che, al contrario, deve essere frutto dei meriti e delle attitudini individuali. 7

9 E non vi è dubbio che la malintesa rivendicazione del principio costituzionale di autonomia da parte delle Università abbia contribuito in pari misura a determinare l attuale situazione, ostacolando qualsiasi efficace intervento riformativo da parte dei numerosi governi succedutisi e ritardando il processo di rinnovamento che in tutta Europa si andava sviluppando assai prima e con un concorso generale di interventi. Anche ora, dopo la tormentata fase della recente legge 240/10 di riforma, credo che la maggior parte di noi abbia la consapevolezza che il risultato finale è una legge che tocca la superficie, non il cuore del sistema. E che molto lavoro c è ancora da fare richiedendo una cooperazione consapevole del governo insieme con le Università e con le autorità intellettuali della società. La grande crisi internazionale non risparmia l Università, che vi è pienamente coinvolta ed è chiamata ad uscire dal proprio ancor vivo conservatorismo riconoscendo nel pubblico interesse e nelle pressioni di mercato delle linee di sviluppo preferenziali su cui rendersi disponibile. Deve riconoscere di dover rappresentare l intervento pubblico nell orientamento della ricerca, finalizzato ad una strategia di innovazione scientifica e tecnologica nel Paese, consapevole dell esiguità di risorse e della modesta propensione all investimento della struttura industriale italiana, costituita prevalentemente da piccole e medie imprese. Questa collocazione dell Università in un patto sociale, se ne giustifica il ruolo di servizio o, meglio, di investimento pubblico, per altro verso sottolinea la necessità di rispondere ad interventi di verifica di qualità, ai quali si demanda la valutazione dell appropriatezza dell applicazione della propria autonomia decisionale. Anche questo appare infine come un dato definitivamente acquisito, anche se ancora in parte subìto. Il passaggio è stato molto sofferto, soprattutto per chi ha ritenuto di guardare al di sopra degli interessi di categoria, ma ha infine condotto ad una condivisione di nuove scelte di campo, quali quelle recentissimamente annunziate nell ambito della ricerca: costruita su programmi di ampio respiro e competitività internazionale. Anche questo nuovo indirizzo, per la verità, ha ancora 8

10 prodotto qualche inquietudine, ma non certo le guerre fratricide che ne sarebbero conseguite un tempo: abbiamo raggiunto un maggior grado di responsabilità collettiva nella popolazione universitaria, che questi concetti, sui quali si è polemizzato per anni, li conosce molto bene e della cui correttezza si rende perfettamente conto. Però sono concetti che sono stati in qualche misura imposti, non rappresentano una convinzione generatasi spontaneamente in chi ha scelto di dedicarsi all Università. O forse, ripeto, la convinzione c è, ma prevale ancora il personalismo sul senso di collettività. Con specifico riferimento alla recente polemica sui programmi di ricerca nazionale sorta a seguito della decisione ministeriale di puntare ad un sistema nazionale coordinato e finalizzato alla selezione delle migliori forze del Paese, nella difficile competizione internazionale in cui siamo ormai pienamente inseriti sembra evidente che, particolarmente in una circostanza del tutto straordinaria come è quella che stiamo vivendo, un provvedimento di tale rilevanza inevitabilmente punti su macro-obiettivi di valenza generale e non sia conciliabile con la tradizionale attesa di uno spazio per tutti, ottenibile solo con procedure spartitorie che producono polverizzazione delle risorse e con pre-assegnazioni per area che smorzano la selezione per qualità. Si può comprendere la richiesta di evitare spazi predeterminati ai singoli Atenei. È totalmente condivisibile che gli investimenti sulla ricerca libera, aperta a tutti sono sacrosanti, ma debbono coesistere, non possono avere la priorità assoluta sull imperativo di puntare ad un sistema Paese anche nella ricerca. La sensazione è che reazioni, commenti, critiche che sono apparsi sulla stampa anche da parte di bravi e stimati colleghi, si stiano limitando entro il confine in qualche modo prevedibile del malumore personale, ma non diano vita alla paventata reazione autolesionista di presa di distanza, attraverso la diserzione dai bandi. Si può, si deve arrivare a programmare in anticipo le proprie linee di ricerca in modo da poterle giocare in ragione delle opportunità che si offrono, non viceversa. Questo succede nel resto del mondo. Questo non è nelle abitudini italiane. La cooperazione è il segreto della qualità e vincente sarà alla fine il premio che 9

11 ci vedremo ritornare a casa se si riuscirà a costruire una buona operazione di sistema, anche nel ruolo di sede associata. Questo esempio può servire per sottolineare come la legge 240/10 da sola, in mancanza di un profondo processo culturale di assimilazione dei principi che sono venuto fin qui descrivendo, non potrà produrre gli effetti riformatori attesi. La legge 240/10 Ho sempre espresso la mia convinzione che l anomala governance dell Università connotata da una scarsa decisionalità, condizionata dall alto dai poteri centrali, dal basso dalla rivendicazione individualistica del diritto di scelte personali piuttosto che di politiche di sistema non fosse tanto la causa quanto una conseguenza di una mancata maturazione culturale del Paese e della sua Università. All inizio del 2009 si è avviato il percorso della legge di riforma, tormentata e maltrattata nello scontro tra intenti punitivi, esasperazione del contenimento della spesa, a prescindere, resistenza del sistema universitario, ancorato per motivi prevalentemente corporativi a tradizioni organizzative del passato. La legge è stata approvata in un clima politico distruttivo e se ne porta dietro le evidenti stigmate di compromesso. Pensavo, e penso ancora, che tanto era necessario un radicale intervento di riforma, quanto esso è stato invece poco incisivo per certi versi e per altri troppo invadente: in dettagli di poco significato introduce interventi burocratici incomprensibili per chi governa gli Atenei; poco incisivo nell indicare con coraggio le decisioni più impopolari che sarebbero state tuttavia le sole risolutive e che adesso sono lasciate alla decisionalità dei singoli Atenei. Tra questi, rimane solo parzialmente modificato l elemento di debolezza principale delle Università, quello del suo sistema di governo, che si manifesta nella complessità dei meccanismi decisionali, imputabile al rifiuto di una leadership forte. Il concetto stesso di leadership nell Università è molto complesso, 10

12 ma il rispetto della tradizionale autonomia accademica e della decisionalità collettiva si deve integrare con l esigenza di assumere, in tempi appropriati, decisioni di importanza sostanziale, spesso impopolari. Il modello più corretto ed efficace è quello di una governance partecipata, non più distribuita trasversalmente tra le Facoltà, ma organizzata in senso verticale per consentire che si possano generare processi di rinnovamento che il precedente modello conservativo non consentiva. Organize the university as a federation or as a holding company and apply the principle of subsidiarity, dice un documento della California State University. È un modello che prevede l organizzazione delle competenze decisionali nell Università di tipo federativo, dove viene eliminata la molteplicità dei livelli decisionali, riservando al vertice le scelte strutturali di base. Il governo acquisisce i contributi dell intera comunità, produce piani di sviluppo la cui approvazione è possibile nella misura in cui la decisione finale compete al Consiglio di Amministrazione ed al suo Presidente. Tuttavia, l attuazione del piano deve essere demandata a competenze subordinate a livelli successivi, il che richiede il reclutamento di dirigenti, responsabili di unità decentrate, scelti in ragione del reale possesso di competenze e capacità gestionali, non più per ragioni puramente accademiche. Per le Università statali, questa strutturazione per deleghe a competenze successive deve includere anche l interlocutore politico il Ministero da cui ci si aspetta quella vera e ampia autonomia che è l essenza del modello. Il governo politico deve definire come obiettivi degli indirizzi nazionali, che debbono essere estremamente chiari, in modo che ogni Università sappia cosa ci si attende da essa, conosca le risorse di cui dispone, sia lasciata in grado di agire e sia obbligata a rendicontare. Tutto ciò richiede che questa autonomia non solo sia definita e custodita in un quadro normativo generale ben preciso, ma che questo contenga le regole di salvaguardia di fronte a tutte le occasioni di successivi interventi legislativi che, anche indirettamente, la possano mettere in discussione. In buona sostanza, se vogliamo valorizzare al meglio il potenziale delle Università, è necessario che si allenti il guinzaglio politico sulla 11

13 loro autonomia, spostandosi dall attuale governo a monte nei fatti un vero e proprio blocco, esercitato attraverso un flusso continuo ed insostenibile di norme di dettaglio assai spesso contraddittorie e costantemente indiscriminate trasformandosi in un controllo a valle, esercitato attraverso procedure rigorose di valutazione. Siamo tutti consapevoli che di questo si parla ormai da tempo, ma si continuerà a parlarne fino a che non si darà luogo in concreto a quel percorso, che ho poco fa citato, di federalismo-sussidiarietà. La legge 240/10 contiene, sia pure confusa in un ridondante intrico di princìpi e di dettagli, la possibilità di generare un sistema di questo genere e le Università hanno ancora, all interno degli statuti che si sono date, la possibilità di strutturarsi secondo questo percorso; ma lo potranno fare e lo faranno nella misura in cui potranno utilizzare la propria competenza senza doversi scontrare con una moltitudine di vincoli per lo più ingiustificati. Il confronto con il mondo produttivo Parallelamente, sono anche persuaso che una significativa apertura è stata operata non solo dalle Università, da questa Università, ma dall interlocutore tradizionalmente tanto ostile quanto reciprocamente indispensabile: le imprese. Non molti anni or sono, le linee programmatiche del mondo dell industria e dell Università erano linee perennemente divergenti. Vi è stata, con tempi e modalità diverse, una conversione molto rilevante e stimolante: si pensi al recentissimo protocollo d intesa sottoscritto da Confindustria con la Presidenza della Crui. Certo, sono contenitori spesso vuoti, ma fino ad ora impensabili. Anche nel Veneto si è molto lavorato in questa direzione, partendo dalla comprensione del rischio di un estraniarsi dell Università dalla società, se non avesse tempestivamente saputo diventare supporto allo sviluppo del territorio, attraverso ricerca e innovazione, ma in particolare alla condivisione delle scelte di investimento in ricerca. Tuttavia, il ruolo dell Università è fare 12

14 ricerca a 360 gradi. Ma che cosa vuol dire fare ricerca? E soprattutto: è giusto che si investa in una ricerca che può sembrare astrusa e lontana dalla realtà di tutti i giorni? La domanda, in un periodo di crisi come l attuale, se la pongono non più solo i privati ma anche le istituzioni pubbliche. E ancor di più se lo pongono i mezzi di informazione. Quanto può lo Stato o l Unione Europea finanziare la ricerca di base se questa non fa intravedere applicazioni di sorta? Ai nostri tempi si tende a riferirsi a ricerca intendendo innovazione basata sulla tecnologia esistente : è il significato che viene spesso attribuito a questo termine in ambito industriale, e che viene invece più propriamente denotato in ambito accademico come sviluppo. Ricerca, invece, vuol più correttamente significare definizione di nuove conoscenze, un aumento del Sapere, prerogativa eccelsa dell intelletto umano. Ma le definizioni o gli usi ambigui delle definizioni non giustificano la reciproca denigrazione. Ho la speranza che si sia giunti a comprendere che non ha senso schierarsi su rive opposte del fiume e che, pur mantenendo proprie finalità e motivazioni diverse, si sia infine compreso l enorme vantaggio pubblico del mettersi reciprocamente a disposizione e cooperare. Ma c è di più: se l Università apre concretamente ad un proprio ruolo strutturale nella società, essa viene chiamata direttamente a rispondere alle sfide che l umanità ha di fronte, garantendo, per esempio, che le nostre istituzioni creino conoscenza tanto socialmente utile quanto scientificamente meritoria in settori ampi e complessi come la salute, la giustizia sociale, la lotta contro la povertà, la conservazione dell acqua, l utilizzo sostenibile del territorio e l innovazione tecnologica. Si deve integrare la tradizionale vocazione primaria alla creatività, all innovazione, alla scoperta, con una dichiarata ed esplicita assunzione di responsabilità verso la società. Ogni generazione ha avuto le sue sfide, ma quelle del XXI secolo sono uniche, nella misura in cui essi determineranno il futuro benessere della nostra specie; e occuparsi di questo è diventato un imperativo categorico. Deve 13

15 essere chiaro che siamo chiamati a condurre un esperimento globale, in tempo reale, sul nostro pianeta, per energia, materiali, alimenti e acqua. Tuttavia, la complessità delle sfide che abbiamo di fronte sarebbe schiacciante se dovessimo dipendere solo dalle odierne conoscenze, dalle risorse tradizionali e dagli approcci convenzionali. Le Università dispongono della capacità di innovazione in grado di rimuovere tale dipendenza. Ma è altrettanto imperativo che si rendano disponibili al cambiamento. Il tema non è da focalizzare sulla questione del valore legale del titolo di studio. Contestare che il famigerato pezzo di carta non sia garanzia assoluta di qualità sarebbe negare l evidenza. Dietro di esso si nascondono molte debolezze dell Università italiana, certo, ma non facciamo l errore di confondere il fine con il mezzo, di pensare cioè di risolvere il problema dando la caccia alle streghe. Si tratta di un falso problema, se questo non va a confluire in una riforma più generale e strutturale. Mi chiedo: la soluzione non potrebbe essere più semplicemente e pragmaticamente quella di reintrodurre in maniera sistematica la valutazione, la selezione, il merito e nel caso specifico anche il confronto della programmazione universitaria con i bisogni della società? Anche la giustizia può avere delle manchevolezze, ma nessuno immagina di risolvere il problema togliendo il valore ai tribunali o alle loro sentenze. A meno che non si pensi che ricerca, cultura ed educazione superiore non siano un valore prioritario. Cooperazione interateneo e rapporti con la Regione Da tempo anche questo Ateneo, avendo ben presente un modello sociale ed economico di primaria rilevanza in una realtà di ordine europeo qual è il Nord Est in Italia, sta dedicando una crescente attenzione, insieme ad altre Università d eccellenza, ad una strategia concordata per individuare obiettivi comuni e razionalizzare le iniziative. 14

16 Come ho ricordato, l Università italiana ha molte pecche che, diversamente da quanto abitualmente denunciato, non sono carenze di qualità. Le carenze dell Università italiana sono carenze di governo del sistema, che non premia la qualità, non esce dalla logica delle pressioni lobbistiche indifferenti al merito. Ma in essa esistono situazioni molto diversificate e ritengo che se, come in altre aree del Paese, anche nel nostro Triveneto le Università potranno integrarsi in un ampio sistema territoriale, si darà vita ad un ulteriore elemento di eminente prestigio di questa zona, così come già assodato per il sistema sanitario, per la ricchezza culturale ed il patrimonio turistico, per il modello sociale e le potenzialità economiche, per la credibilità del sistema amministrativo. Un primo passo sostanziale in questa direzione è stato compiuto dando vita alla Fondazione interateneo Univeneto, che non è certo una nuova Università, ma un progetto territoriale di condivisione di risorse finalizzato al potenziamento dell esistente e alla sua ridistribuzione mirata, con programmi di collaborazione ed integrazione già proiettati in una più ampia visione futura che coinvolge ambiti geografici e geopolitici più estesi. Mi sembra che il valore di tale progetto sia molto evidente al mondo produttivo, sotto il profilo economico, qualitativo, in particolare nell ottica di una offerta solida e complessiva. Esso però solleva un ulteriore aspetto, quello del rapporto con i Governi Regionali. Se la Costituzione riconosce alle Regioni un trasferimento tanto importante su alcuni aspetti delle competenze statali tra cui l istruzione, la sanità, la ricerca, lo sviluppo industriale, la partecipazione ai programmi europei mi sembra che ciò che rimane ancora in un artificioso ed ingiustificato limbo è un ruolo pieno della Regione nel suo sistema universitario. La questione universitaria è tanto importante per la società che la competenza su di essa dovrebbe essere nelle mani di colui che rappresenta l espressione diretta del mandato popolare, il Presidente della Regione. Certamente il dialogo con il territorio l Università lo esercita colloquiando con gli Enti, con le imprese produttive, con le realtà finanziarie, ma non può mancare se ne avverte la carenza il coordinamento con il governo della Regione, 15

17 così come per questioni di specifica competenza, quali i servizi agli studenti o l edilizia, è stato possibile con l amministrazione comunale. Il protocollo d intesa con la Regione per Medicina Per la città e per l Università di Verona uno dei temi più immediatamente collegati al precedente è quello, importantissimo, dei rapporti tra la medicina universitaria ed il sistema sanitario, che in massima parte compete alle Regioni. Farò un breve cenno al ruolo che la disciplina medica ha avuto nell Università italiana e al ruolo eccelso che la Medicina universitaria ha avuto nella assistenza sanitaria del Paese. Sappiamo bene che per l Università la Medicina è un costo assai pesante ed ingombrante, ma sappiamo altresì che, proiettata in un ambito internazionale, la ricerca biomedica italiana detiene il primato del contributo italiano alla scienza, figurando in questo settore fra le otto nazioni al mondo che producono l 85% dei risultati di alta qualità. Il modello dell Ente ospedaliero unico voluto nel 1968 da Mariotti, produsse una profonda dispersione del grande ed esclusivo significato della missione universitaria in Medicina. Nel 1999 questa paradossale lacuna fu percepita e in parte colmata con la legge 517 che identificò le Aziende Ospedaliero- Universitarie Integrate quali sedi per l esercizio delle attività proprie degli studi medici. Fu un progresso, molto limitato tuttavia, perché il concetto di integrazione non si è rivelato risolutivo e lascia aperto il dualismo che emerge principalmente dalla differenza degli obiettivi primari, dalla asimmetria di forze, risorse e retribuzione del personale, dal costo aggiuntivo legato al coordinamento, dalla complessità di individuare finalità comuni, dalla competenza di legislazioni e autorità diverse. Preoccupa in particolare l Università l evidente rischio che le misure restrittive della spesa pubblica oggi intervenute, più che comprensibili, qualora applicate senza criteri di selettività, possano colpire ambiti di competenza 16

18 universitaria pregiudicandone la qualità. E ciò appare particolarmente sensibile nel settore della Medicina, massimamente vulnerabile per la sua stretta interdipendenza con la sanità, voce di spesa necessariamente e molto correttamente candidata ad una sensibile rimodulazione. La soluzione c è, non è difficile da realizzare ma richiede piena convinzione e, come più volte ho auspicato questa mattina, capacità di affrontare decisioni impopolari. Ce n è l occasione: la revisione del protocollo d intesa Università - Regioni prevista dalla legge 240/10, con lo strumento di un decreto interministeriale, potrebbe essere l occasione migliore per introdurre un nuovo concetto: la creazione, non in aggiunta, ma all interno della rete ospedaliera regionale, precisamente collocata per funzioni ai suoi vertici, di ospedali universitari, con ciò intendendo ospedali dedicati interamente alla funzione universitaria. Dovrebbero essere strutture gestite dalle Regioni, integralmente, unitariamente e specificamente dedicate alla triplice finalità di formazione, ricerca e assistenza, inserite nella programmazione sanitaria regionale con specifica missione, funzione, dotazione e indicatori di valutazione. Il termine integrazione dovrebbe essere superato in quello di unificazione, una volta definita la mission di questo ospedale, il cui personale non può che essere completamente equiparato per unicità di funzioni, di mansioni, di retribuzione, unicità o equivalenza di requisiti per il reclutamento, come pure identiche prospettive di transitare nel ruolo universitario, non più in ragione della categoria di appartenenza ma esclusivamente in base al merito, definito attraverso l ottenimento della abilitazione nazionale ed in base al fabbisogno di ruoli direttivi. Sarebbe un arricchimento veramente notevole. Questa soluzione riduce i costi perché elimina la conflittualità tra categorie, unica e nota causa di tante duplicazioni e sprechi del passato e favorisce la cooperazione tra Università e Servizio Sanitario, senza interferire con la programmazione e gestione delle attività proprie dell Università. Nella nostra sede, non senza inquietudini e malumori, abbiamo intrapreso questa strada con il contributo della ammirevole lungimiranza dell attuale Direttore Gene- 17

19 rale che, senza esitazione, ha compreso ed abbracciato questo programma. Per consolidare quanto fatto sinora, è tuttavia necessario lo strumento normativo cui poc anzi facevo riferimento. In assenza di questo gli equivoci e l attuale conflittualità continueranno ad interferire con lo sfruttamento massimo delle nostre potenzialità. Finanziamento Sappiamo bene tutti che il nostro Paese vive nella diffidenza istituzionalizzata, ragion per cui anche dell Università si diffida e si sostiene che vi sono Università buone e cattive. È uno sbaglio enorme. Ci sono Università ben amministrate e Università male amministrate perché, come sottolineato in precedenza trattando della governance, fino ad ora gestite nel labirinto di regole precostituite, spesso inapplicabili, ma senza valutazione di risultato. Questo tema fondamentale ci porta alla questione di cui in particolare si è parlato negli ultimi anni: il tema del finanziamento delle Università. Non credo vi sia oggi una sola persona tanto irresponsabile da non essere convinta della necessità di intervenire drasticamente sull ottimizzazione della spesa pubblica. Ma se è vero che bisogna ridurre la spesa pubblica, è altrettanto vero che bisogna riformare un Università che non corrisponde in modo sufficiente alle necessità del Paese. Purtroppo abbiamo vissuto un triennio molto problematico. Già nel 2007, in questa Università, il ministro dell Economia e Finanza ha lanciato un monito: Siete sottofinanziati: riformatevi per avere diritto di essere finanziati in misura adeguata a quella dei Paesi Ocse. Poi ci è stato detto: Siete sottofinanziati: riformatevi per poter utilizzare al meglio un ulteriore contrazione di risorse. Siamo arrivati al limite del collasso ma l incipit del nuovo ministro è insperabilmente rassicurante, non tanto per noi, quanto per il futuro del nostro Paese che da un Università che recuperi nella comunità internazionale 18

20 l apprezzamento di cui sta godendo l attuale governo trarrà il più importante beneficio per lo sviluppo delle sue potenzialità di produrre ricchezza. Credo non ci si possa nascondere che anche per la nostra Università comincia ora un lavoro ben più impegnativo di quanto è stato fatto. Fino ad ora abbiamo operato prevalentemente operazioni difensive, spendendo tempo e risorse in un processo a volte troppo farraginoso e formalistico di revisione statutaria, più attento ad aspetti estetici che a sostanziale attuazione di una vera riforma. In altre parole, abbiamo dato una nostra personale, e complessivamente virtuosa, interpretazione di vincoli, non di progetti. Da oggi ciò non sarà più sufficiente. Dobbiamo ripartire a costruire su obiettivi concreti. E noi li abbiamo già inseriti nella nostra programmazione triennale a partire dal 2007: Trasformazione dell obiettivo didattica in obiettivo apprendimento ; Rigoroso rispetto della valorizzazione dei più meritevoli e costruzione di una anagrafe dettagliata della ricerca con un appropriato sistema di verifica della attività di ricerca di ogni unità; Investimenti selettivi in ambiti di ricerca scientifica su aree di competenza e di cooperazione inter-ateneo; Sinergia con il mondo produttivo. Il problema più impegnativo, però, non risiede tanto nella legge 240/10, quanto nei provvedimenti finanziari; gli aspetti cruciali del finanziamento dell Università sono: La tempestività della assegnazione del Fondo; La pluriennalità della sua consistenza, indispensabile per azioni di piano; La valenza negativa di vincolarne la parte preponderante alla numerosità degli studenti che induce al mercato degli studenti; Il progressivo incremento della componente variabile misurata sulla qualità della performance, con massima attenzione ai parametri di giudizio che debbono essere confrontabili e non selettivi. Se si decide, opportunamente, di investire su un limitato numero di progetti nazionali allora non si 19

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