Le rivoluzioni scientifiche come scommessa

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1 1 Le rivoluzioni scientifiche come scommessa R.Migliorato PREMASSA Già dal titolo di questa conversazione si può intuire un riferimento a Kuhn ed al suo concetto di rivoluzione scientifica. Ed è effettivamente così, salvo il fatto, anch'esso annunciato nel titolo, di pensare al cambiamento di paradigma come una scommessa sulle maggiori possibilità che questo, rispetto ai paradigmi concorrenti, ha di conseguire successi nel futuro. Ed è in questo che si potrà vedere forse un riferimento a Feyerabend. Naturalmente cercherò di chiarire tutto questo, ma vorrei fare prima una premessa. Si osserverà probabilmente che in un convegno dedicato al futuro io mi soffermerò in massima parte sul passato, ripercorrendo momenti che ritengo significativi per la storia del pensiero scientifico, ed anche più in generale del pensiero tout cours. Ma credo che questa contraddizione sia solo apparente perché lo sforzo di delineare oggi, ciò che sarà, che potrà esser o che vorremmo che fosse domani, richiede l'impiego di tutte le risorse intellettuali accumulate nel tempo. Richiede dunque il nostro passato, richiede cioè la comprensione sempre più profonda di ciò che siamo, dei significati delle cose e dei problemi che abbiamo di fronte. I PARADIGMI E LE RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE. Veniamo dunque al primo dei riferimenti contenuti nel titolo: il concetto di rivoluzione scientifica e quello soggiacente di paradigma. Come è noto lo storico e filosofo della scienza, Thomas Kuhn, si oppone alla tradizione positivista che ha dominato per tanto tempo il pensiero scientifico e che ancora oggi ha un peso non indifferente. Lo ha sicuramente nella opinione comune, cioè quella del cittadino qualsiasi di fronte alla conoscenza scientifica. Ma non è neppure assente nel mondo della ricerca, da parte di specialisti di questo o quel settore. Kuhn, dicevo, si oppone alla concezione positivista in tutte le sue forme, ed anzi considera ancora legato a questa concezione, lo stesso Popper che pure riteneva di aver preso le distanze dal neo-psitivismo o empirismo logico, rappresentano da scienziati e filosofi del primo Novecento, come Moritz Schlick, Rudolf Carnap, Kurt Gödel, Alfred Tarski, e i tanti altri che si riconoscevano nel circolo di Vienna. Quali sono i termini essenziali di questa contrapposizione? Vediamo innanzitutto i caratteri fondamentali che caratterizzano la tradizione positivista: 1. Precisa e netta demarcazione dell'indagine scientifica rispetto ad ogni altra forma di riflessione e di approccio alla conoscenza. 2. Rivendicazione di un ruolo privilegiato se non esclusivo del sapere scientifico, in quanto fondato su metodologie rigorose, chiaramente e oggettivamente definite, dunque in linea di principio non fallibili. 3. Rifiuto della metafisica e di ogni forma di approccio alla conoscenza non fondato su criteri scientifici. Assimilazione di ogni credenza pre-scientifica in un'unico grande insieme in cui confluiscono mito, supestizione, e spesso anche credenze religiose. 4. I fondamenti del metodo scientifico dovrebbero essere, da un lato il fatto oggettivo come prova di validità delle leggi fondamentali e la logica deduttiva come strumento di conoscenza dei fatti particolari. 5. Il punto più delicato riguarda però il rapporto tra l' enunciazione teorica di una legge, per sua natura sempre generale e astratta, e conferma sperimentale, che è riferita necessariamente a fatti singoli e individuali. Il processo che dai fatti individuali dovrebbe condurre alla conoscenza generale non può essere dunque che induttivo. Ma se la deduzione è garantita, fin dai tempi di Aristotele, da un apparato logico formale i cui passi sono tutti necessari e inconfu-

2 tabili (o almeno così sembra), cosa garantisce il punto di arrivo di un procedimento induttivo? Naturalmente all'interno di questo quadro generale si può trovare una grande variabilità e un'ampia articolazione nel tempo. Così, per esempio in origine sembrava possibile una metodologia sistematica volta ad isolare tutte le componenti e le variabili che intervengono in un fenomeno, ipotizzare tutte le possibili interrelazioni tra queste e quindi procedendo per esclusione pervenire a quell'unica possibilità che, essendo vera, dovrebbe essere confermata dalle prove sperimentali: cioè dai fatti. Un esempio paradigmatico è costituito dalla formulazione di leggi sui gas perfetti. Si vogliono spiegare i fenomeni connessi alla comprimibilità dei gas. Una serie di esperimenti mette in luce che vi è un legame tra pressione, temperatura e volume, mentre sono da escludere, come ininfluenti una serie di altri fattori e circostanze. A questo punto tenendo costante, per es. il volume, all'interno di un recipiente si varia la temperatura, misurando le corrispondenti variazioni di pressione e viceversa. Questa versione ottimistica del metodo scientifico, dopo apparenti successi, doveva però dimostrae tutta la sua inadeguatezza le effettive procedure che di volta in volta gli scienziati seguono per affrontare e risolvere problemi. Un'efficace e pungente rappresentazione satirica dell'induttivismo, concepito in questa versione, è data dalla nota storiella del tacchino induttivo di Russel L'originario ottimismo del positivismo induttivo in senso stretto, doveva dunque evolvere tra la fine dell'ottocento e l'inizio del Novecento, in qualcosa di apparentemente meno categorico, ma non privo, tuttavia, di ambizioni di oggettività oltre che di rigore. E' l'induttivismo probabilistico propugnato anche da Bertrand Russel. Dunque se è impossibile pervenire alla certezza assoluta circa la verità di una legge, può dirsi, secondo gli induttivisti probabilistici, che quanto maggiore è la quantità di conferme sperimentali, tanto maggiore è la sua probabilità di essere vera in generale. Una concezione questa, che fonda le proprie pretese di oggettività e rigore sulla teoria matematica delle probabilità. Tuttavia non riuscirà mai a costruire un soddisfacente raccordo tra il concetto vago e impreciso dell'essere probabilmente vero nel mondo dei fenomeni e l'esattezza, questa si, certamnte irrefutabile, ma astratta e priva di contenuti semantici. Della probabilità matematica si è discusso molto ma mi limito a ricordare che dopo la critica serrata De Finetti, l'idea di una probabilità oggettiva è stata definitivamente abbandonata. L'empirismo logico, o neopositivismo, come è stato chiamato il movimento che si raccoglieva attorno al circolo di Vienna, era invece qualcosa di molto più complesso che sembrava sfuggire ad ogni semplificazione di tipo realistico. Frutto di un pensiero maturo e profondo; che faceva tesoro da una parte di tutta l'elaborazione filosofica postcantiana, dall'altro delle rivoluzioni scientifiche del Novecento, dagli sviluppi della psicologia cognitiva, della logica-matematica, della semiotica. Volendo schematizzare al massimo, possiamo individuarne il nucleo nel La costruzione logica del mondo di Rudolf Carnap. Anche perché il titolo stesso contiene già, attraverso la parola costruzione, un'indicazione fondamentale del livello a cui si pone il pensiero neopositivista; quasi a sottolineare come il discorso costruisca consapevolmente i propri oggetti ideali, evitando ogni pronunciamento sulla verità in sé di un presunto mondo reale esistente e in é conoscibile. Sempre schematicamente possiamo riassumere dunque il pensiero di Carnap nella formula. Un'affermazione ha senso, ed è per ciò scientifica, se è suscettibile, con un opportuna catena di riduzioni, di essere tradotta o ad enunciati analitici, o ad enunciati osservativi. Come si vede qui la linea di demarcazione che distingue ciò che è scientifico da ciò che non lo è, non non è nell'essere vero oppure no, ma piuttosto nella possibilità di essere o logicamente analizzato, se è riducibile a enunciati analitici, o di essere confrontato, nel caso opposto, con precisi 2

3 protocolli osservativi, il cui significato e la cui veridicità appartiene in qualche modo ad un livello sottostante. Esaminiamo a questo scopo tre esempi tra loro abbastanza diversi perché il primo riguarda una delle scienze cosiddette dure come la fisica, l'altro la medicina, scienza non esatta ma unanimemente riconosciuta, il terzo la psicoanalisi, una scienza partcolarmente discussa e non sempre riconosciuta come tale. Tutte pur nella loro diversità si trovano però ad essere accomunate se guardate sotto questo punto di vista. Il primo esempio è quello della legge di conservazione dell'energia nella meccanica classica. L'apparato teorico della meccanica non comprende infatti nessuna descrizione oggettiva dell'energia come entità reale, ma solo delle formule matematiche in cui entrano in gioco vari parametri, quali massa tempo, coordinate spaziali. Il calcolo su queste formule consente di dedurre valori di alcuni parametri in funzione di altri e quindi di esprimere i risultati in termini di osservazioni strumentali. Lo sperimentatore, d'altra parte, attraverso una serie di operazioni effettuate in laboratorio produce dei protocolli osservativi da mettere a confronto con le previsioni teoriche. In tal modo le teoria, con le sue previsioni viene messa a confronto non già con una realtà in quanto tale, ma con dei protocolli di laboratorio, che, una volta prodotti, non sono più oggetti di un mondo reale ma espressioni linguistiche, nello stesso linguaggio della teoria e quindi con essa confrontabili. Il secondo esempio parte dal concetto stesso di malattia. Nella pratica professionale di un medico vi è una varietà di esperienze mai rigorosamente confrontabili tra di loro e quindi non suscettibili in sé di diventare scienza se non attraverso il concetto astratto di malattia, che non è mai lo stato effettivo di questo o quel paziente, ma un'entità ideale, descrivibile in astratto mediante la compresenza di un insieme di elementi caratterizzanti. Supponiamo che tra questi vi sia: il paziente accusa forti dolori addominali. Si badi che qui l'elemento caratterizzante non è il dolore addominale in sé, che necessariamente è una sensazione soggettiva dei pazienti e nessuno sperimentatore può verificarla. L'elemento con cui le affermazioni teoriche dovranno misurarsi è invece il fatto che il paziente accusa..., dunque ancora una volta un'espressione linguistica nello stesso linguaggio della teoria. Né le cose cambiano quando al posto di un protocollo di anamnesi ne poniamo uno che deriva da esami di laboratorio. Il terzo esempio riguarda il ricordo in psicanalisi. Che si tratti di ricordare i sogni oppure fatti e pensieri della propria infanzia, ciò che importa non è che il sogno effettivamente sognato abbia avuto davvero i contenuti che il paziente dichiara di ricordare, né tanto meno che i fatti ricordati siano realmente avvenuti in tempo reale di un presunto mondo reale. Anche qui il termine di confronto è quello che si ha tra apparato teorico e protocolli terapeutici. Dunque tra espressioni di uno stesso linguaggio i cui oggetti designati sono sempre entità astratte. Il momento di confronto tra scienza e mondo reale viene invece rinviato ad un diverso livello, quello della prassi e dell'uso della scienza. E' per ciò che Carl Popper, nel prendere le distanze dal neopositivismo lo fa con uno spostamento su un terreno che è pare essere più pragmatico rispetto alle posizioni di Carnap. Popper critica infatti la pretesa che le prove sperimentali, costituite sempre da fatti singoli, possano verificare leggi e teorie generali. Se voglio la verifica sperimentale dell'enunciato tutti i corvi sono neri, per quante esperienze io faccia, il fatto che tutti i corvi osservati risultino effettivamente neri, non prova ancora la verità generale dell'enunciato. Solo la falsificazione di un enunciato è possibile, perché in per falsificarla è sufficiente un solo caso negativo. Da qui la proposta di Popper di utilizzare il criterio della falsificabilità per distinguere gli enunciati scientifici, da quelli che non essendo falsificabili in linea di principio, si dovrebbero considerare privi di contenuto empirico. Nessun controllo sperimentale è possibile su un'enunciato non falsificabile, ci si può credere o non credere indifferentemente da qualunque cosa avvenga e da qualunque esperienza si faccia. Una critica, quella di Popper, certamente valida, a condizione però che le formulazioni neopositiviste siano guardate al livello pragmatico del loro confronto con la realtà fattuale, e non invece non 3

4 come sembrano delinearle Carnap o Gödel, cioè nella loro veste rigorosamente formale, dove i significati sono sospesi, e non ha senso quindi parlare di vero o di falso e dunque di verificazione e falsificazione.... Credo che questa sia una premessa importante per comprendere il mio punto di vista sui concetti di paradigma e di rivoluzione scientifica introdotti da Thomas Kuhn. In La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Kuhn parte da una semplice osservazione. Nessun ricercatore, nessuno scienziato si pone come obiettivo quello di falsificare teorie come vorrebbe Popper. Un'osservazione semplice e certamente valida che pero, se presa alla lettera va oltre il segno. Penso infatti che anche Popper non credesse in senso letterale che i singoli ricercatori si ponessero volutamente questo come obiettivo. Mi sembra invece che sia piuttosto la metafora di un processo collettivo attraverso. E' come se gli scienziati tendessero alla ricerca di esperimenti che falsificano una teoria, perché allora e solo allora, secondo Popper si produce un progresso scientifico. Poichè la falsificazione sarebbe l'unica certezza possibile, la scoperta di ciò che è falso dovrebbe già essere di per sé un aumento di conoscenza. Ma ciò che è più importante è il fatto che la falsificazione di una teoria dovrebbe mettere in campo una nuova teoria più comprensiva della precedente. Capace di spiagare sia ciò che la teoria precedente spiegava ed in più anche ciò che l'ha rivelata falsa. L'affermazione di Kuhn va dunque letta come negazione del fatto stesso che il progresso scientifico si identifichi con la falsificazione di una teoria, anzi con il raggiungimento di una qualunque certezza sia pure di segno negativo. E poiché Kuhn è storico della scienza prima di esserne filosofo, il nucleo centrale della sua critica a Popper sta nel negare che mai nella storia il passaggio da una visione scientifica ad una più avanzata si sia mai verificata attraverso la falsificazione di un'ipotesi o di una teoria. Anzi la falsificazione è secondo Kuhn impossibile! Qui io voglio portare almeno un esempio tratto dalla storia della cosmologia. Newton aveva provato come assumendo la legge di gravitazione assieme alle leggi della meccanica, si poteva spiegare il moto ellittico di un pianeta attorno al sole, secondo quanto previsto dalle leggi di Keplero. Misurazioni più accurate avevano poi rilevato anomalie rispetto a questa legge. Ma fin qui è stato facile spiegarle con le interazioni reciproche tra gli stessi pianeti. Ma anche tenendo conto di questo, il moto di Saturno, nella sua parte più esterna, presentava anomalie apparentemente inspiegabili. Era una falsificazione della legge di Newton? Sarebbe stata una conclusione logicamente possibile, ma come sempre avviene si preferì ipotizzare l'influenza di qualcosa di sconosciuto: nel caso specifico un altro pianeta. Che fu pi scoperto ed ebbe il nome di Nettuno. La cosa si ripeté poi con Urano e Plutone. Ebbene, il fatto è che può avvenire ed avviene sempre quando l'esperimento o l'osservazione di fenomeni dà luogo a fatti diversi da quelli teoricamente previsti. Il fatto cioè che invece di dichiarare falsa l'ipotesi scientifica si preferisce ipotizzare l'influenza di qualche agente sconosciuto. Ma fino a quando. Il limite del falsificazionismo di Popper sta proprio nell'incapacità di individuare il confine oltre il quale non sia più possibile cercare giustificazioni ad hoc e sia necessario dichiarare falsa l'ipotesi teorica. Centrali nella visione di Kuhn appaiono invece i concetti di paradigma scientifico e scienza normale. Egli sostiene infatti che la comunità degli scienziati, in condizioni normali tendono a risolvere problemi specifici all'interno di un linguaggio e di un paradigma già consolidato e generalmente accettato nella comunità. Le apparenti contraddizioni tra teoria e modalità con cui si svolgono i fenomeni costituiscono appunto i problemi da risolvere e gli scienziati lo fanno, in periodo di scienza normale utilizzando metodi e concetti che si sono già rivelati utili permettendo di risolvere altri problemi entro lo stesso quadro teorico. Le rivoluzioni scientiche, che punteggiano lo sviluppo della scienza normale, si producono quando si accumula una quantità di problemi che non si riesce sa risolvere in modo soddisfacente all'interno dello stesso paradigma. Ma la scienza è per sua natura conservatrice e dogmatica. E deve esserlo, pena il dissolvimento del rigore scientifico. E' su questo che fondamentalmente si polarizza la polemica che ha visto contrap- 4

5 porsi Thomas Kuhn e Paul Feyerabend, il primo autore di Dogma contro critica e il secondo autore Critica contro dogma. La proposta innovativa, di un paradigma nuovo e rivoluzionario prende sempre l'avvio o da giovani ricercatori o comunque da ricercatori che sono comunque nuovi a quell'ambito di ricerca. In ogni caso non condizionati da una concezione profondamente radicata. Due esempi paradigmatici a questo proposito sono i casi di Albert Einstein all'inizio de Novecento e di Evarist Galois nella metà dell'ottocento. Il senso di tali esempi non sta solo ne tanto nell'indiscutibile genialità dei due allora giovani studiosi, ma dal rapporto con le non meno straordinarie personalità con cui si sono dovuti confrontare. Nel 1905 quando Einstein pubblicò i suoi primi articoli sulla relatività, era solo un giovane e oscuro impiegato dell'ufficio brevetti che si preparava a sostenere l'esame di dottorato. Contemporaneamente uno dei più prestigiosi e geniali scienziati del momento, Henri Poincaré, pubblicava una serie di opere a carattere filosofico da cui traspare assieme alla piena consapevolezza delle difficoltà e degli elementi di crisi in atto nella fisica classica, anche una chiara visione delle vie che potrebbero seguite, nonché gli strumenti culturali per seguirle. Perché allora non fa lui il grande passo? Non è un mistero perché è lui stesso a spiegarlo in la scienza e l'ipotesi e forse più esplicitamente in il valore della scienza. E' quando egli dice che una visione scientifica come quella della geometria euclidea, o della meccanica classica non deve essere abbandonata se non quando non è più possibile salvarla con aggiustamenti, anche quando teorie radicalmente alternative potrebbero apparire risolutive. Si vede da qui il peso della tradizione, la forza del paradigma consolidato. Che invece viene con assoluta leggerezza violato da chi di questa tradizione non è ancora interamente imbevuto. Ancora più significativo è il caso di Evarist Galois, considerato oggi il precursore dell'algebra moderna. Ma allora era solo uno studente d'ingegneria morto a 22 anni e che non era neppure considerato particolarmente brillante dai suoi professori. Il suo antagonista, quello che con sufficienza e disprezzo aveva respinto il manoscritto da lui presentato, era certamente tra i più grandi matematici del Novecento. La sua opera costituisce un vero monumento per quantità e qualità. Fu il primo che diede basi rigorose e inattaccabili all'analisi infinitesimale. Ma in questo caso chi aveva ragione. La mia risposta può apparire paradossale! Al momento dei fatti aveva pienamente ragione Cauchy; dopo l'avrebbe avuto Galois. E tutto ciò semplicemente per un cambiamento di paradigma. Le ragioni di Cauchy erano forti, erano fondate ed erano profonde. Riguardavano il difficile e arduo passaggio tra infinito potenziale e infinito in atto. I metodi disinvolti di Galois dovevano dimostrarsi fecondi al punto da rivoluzionare i fondamenti della matematica. Ma Galois non lo sapeva, ciò non toglie nulla alla sua genialità, anzi forse la accresce, ma è certo che egli semplicemente ignorava le ragioni di Cauchy. Dunque la scienza procede tra dogma da una parte ed eresia dall'atra, tra conservazione e rivoluzione. Due polarità. Ma sbaglieremmo a pensare uno di questi due poli come posivo e l'altro negativo. Il fatto è che la scienza procede, si conserva si riproduce e si rinnova solo nella dialettica tra questi due poli. Altrimenti sarebbe la disgregazione oppure la stagnazione. Ricooro ad un esempio banale Nella provincia di Messina,... Siamo quindi arrivati al punto centrale. Se la scienza cresce e si sviluppa attraverso un processo dialettico tra un polo dogmatico e uno uno eretico-eversivo, cosa garantisce la legittimità scientifica, di un'ipotesi, di un'affermazione, di una teoria, dello stesso paradigma che dopo un periodo di scontro si afferma per essere poi soppiantato da un altro? La maggiore capacità di risolvere problemi. Indubbiamente. Ma che problemi? Con che tipo di soluzioni? Ancora una volta ci si trova di fronte a un muro di contraddizioni e di ambiguità. Perché un problema espresso in un dato linguaggio può perdere significato quando si prova esprimerlo nel linguaggio di un nuovo paradigma. E così anche la nuova soluzione ora soddisfacente, può non esserlo più se cambia il quadro concettuale. Così per 5

6 esempio molti problemi di tipo deterministico sono del tutto privi di significato in meccanica quantistica e il concetto di contemporaneità è sostanzialmente ribaltato nelle teorie relativistiche. Allora ripeto la domanda: cosa decreta la legittimità di una nuova ipotesi o di un nuovo paradigma. La risposta a posteriori può essere molto semplice, perfino scontata: il successo. L'aumento progressivo della durata e della qualità della vita, assieme alla scomparsa o quasi di alcune malattie, sicuramente fornice una complessiva legittimazione forte ai paradigmi della medicina moderna. Così come le straordinarie ricadute tecnologiche nel campo della microelettronica costituisce la più formidabile legittimazione della fisica quantistica. Ma ripeto:, tutto ciò è a posteriori. Cosa può orientare invece gli indirizzi di ricerca verso nuovi paradigmi? Cosa mi fa dire che un indirizzo di ricerca può essere più promettente di un altro. Quale Cauchy di turno deve censurare le ricerche di questo Galois, negandogli risorse per assegnarle a quell'altro? Qui occorre dire che qualunque scelta si faccia non può che essere una scommessa. E questo ci richiama un altro nome dell'epistemologia contemporanea: quello di Paul Feyerabend. Ma ciò che più mi preme è di capire in che senso e in che modo può risolversi la scommessa su un indirizzo di ricerca. A meno che non si intenda per scommessa l'affidarsi al caso come nel gioco della roulette. Ma questo non è certamente auspicabile e non ciò a cui voglio arrivare. Affronteremo allora quest'ultima questione con un passo indietro. Io credo che sebbene Kuhn si sia posto come il più radicale punto di rottura con la tradizione positivista, includendo in questa lo stesso Popper, tuttavia la sua visione della scienza potrebbe recuperare qualche punto importante dell'empirismo logico dell'empirismo logico di Carnap. Un punto importante che appariva invece appannato e in qualche modo emarginato nel falsificazionismo di Popper. Si tratta proprio della distinzione tra la dimensione linguistico-formale dei paradigmi scientifici e la loro valenza pragmatica entro cui la scienza viene vista dall'esterno, viene utilizzata e in definitiva acquista quei significati per cui non è solo più o meno valida o accattivante ma essenziale per il nostro stare al mondo. A tale scopo è interessante richiamare la polemica di Carnap nei confronti della metafisica e in modo particolare lo scontro vivace e non privo di coloriture politiche tra lui e Hedigger. Richiamando quanto ho già detto prima, Carnap negava qualunque valore e relegava al rango di falso problema tutto ciò che non poteva essere definito con chiarezza e che non potesse ricevere una chiara risposta affermativa o negativa in termini logici o di protocollo osservativo. Dunque rigetto totale della metafisica. Heidegger cercava invece in qualche modo, se non di riesumare la metafisica nella sua forma tradizionale, almeno di riempirne il vuoto con qualcosa che potesse dar senso alle tante domande non riducibili al piano logico formale. Per Hedegger, dunque, aveva ragion d'essere anche il discorso ambiguo ed oscuro com'è il caso per esempio di una frase: anche il nulla nullifica divenuta famosa perché presa così duramente di mira da Carnap, fino al punto da farne l'esempio paradigmatico della sua polemica. A questo proposito ritengo interessante citare un osservazione di Friedman in cui egli dice:... tra Heidegger e Carnap sussiste di fatto un notevole accordo. Il pensiero 'metafisico' come quello che Heidegger vuole risvegliare è possibile soltanto sulla base di una preliminare rinuncia all'autorità e al primato della logica e delle scienze esatte. La differenza è che Heidegger accetta con entusiasmo siffatta rinuncia, mentre Carnap è determinato a resistervi ad ogni costo Una scelta dunque tra due termini che appaiono immediatamente inconciliabili, ma solo a condizione che ciascuno dei due punti di vista pretenda di dare del mondo una rappresentazione esclusiva o almeno privilegiata. Ho già sostenuto altrove un punto di vista diverso, secondo cui la rappresentazione scientifica del mondo, fatta di esattezza e precisione, può coesistere con altri approcci diversi, a diversi livelli e in diversi momenti dell'elaborazione culturale. Ma non solo (ed è questo il punto più significativo che voglio sottolineare)! Quelle forme di conoscenza e di rappresentazione del mondo che qui, per contrapposizione all esattezza formale della scienza, chiamerò convenzionalmente oscure, sono intrin- 6

7 secamente legate ai processi di crescita della stessa conoscenza scientifica e, per ciò stesso, ineliminabili, pena l arresto di ogni possibile significativa evoluzione dell'impresa scientifica. In altri termini il discorso scientifico si svolge all'interno di un paradigma altamente formalizzato, nel quale i significati del senso comune sono sempre più allontanati fino a lasciare, nei casi estremi,, un puro apparato sintattico. Come avviene per esempio nella matematica del Novecento, ma non solo. Si pensi alle teorie sulla struttura della materia. Direi anzi, in ultima analisi, che tutte le scienze moderbne, anche quando nel loro linguaggio usano termini del linguaggio comune, in realtà si riferiscono ad entità puramente formali definite solo dagli enunciati teoretici che li riguardano. Ho già fatto l'esempio della medicina, ma cos'è l'homo economicus dell'economia o l'individuo medio delle scienze statistiche? Ma fino a quando la scienza formale non viene a fare i conti con il livello soggiacente, pre-scientifico e informale, in cui le parole e i segni assumono significati, anche se non sempre chiari e non sempre univoci, allora davvero la scommessa di un paradigma diventa un gioco al tappeto verde del casinò. Ecco allora trovato il terreno in cui si gioca la scommessa dei nuovi paradigmi e delle rivoluzioni scientifiche. Tutto ciò non è privo di conseguenze nella determinazione del futuro, se crediamo che la scienza abbia un ruolo decisivo nella sua determinazione. 7 Bibliografia R Carnap, La costruzione logica del mondo, Milano, 1979 D. Gillis, G. Giorello, La filosofia della scienza nel XX secolo. I. Lakatos, A. Musgrave (a cura di) Critica e crescita della conoscenza, Milano, 1976 R. Migliorato, la rivoluzione euclidea e i paradigmi scientifici nei regni ellenistici, Incontri Mediterranei

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