NO, L AZZARDO NON È PIÙ LO STESSO

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1 PARADISO_ALB :19 Pagina 74 PARADISO_ALB :03 Pagina 75 NO, L AZZARDO NON È PIÙ LO STESSO Dalle sale dei Casinò ormai è quasi scomparsa la «bella gente». E nelle bische è stato cancellato quel codice d onore che dava dignità anche all illegalità. Ecco un viaggio nei tempi andati, tra fiches, bari e... [ DI GIANLUCA TENTI ] NEL FILM «LA STANGATA» (1973) ROBERT REDFORD (A SINISTRA) E PAUL NEWMAN INTERPRETANO DUE TRUFFATORI NELL AMERICA DEGLI ANNI 30. A ESSERE RAGGIRATO È UN BOSS: COSÌ LA PELLICOLA (CHE HA VINTO SETTE OSCAR) AVEVA, A SUO MODO, UNA MORALE POSITIVA. A DESTRA, L INSEGNA DEL FLAMINGO, A LAS VEGAS. OLYCOM CORBIS OLYCOM CORBIS 74 GIUGNO 2007 GIUGNO

2 PARADISO_ALB :52 Pagina 76 PARADISO_ALB :52 Pagina 77 Vittorio De Sica disse: «Il p Poker d assi, parola di re. Un royal bluff, al tavolo di Sanremo. Lui, le roi d Egypte, Faruk. Davanti un Monsieur. Che sapeva di aver vinto, perché al tavolo verde certe cose si capiscono subito, ma non volle umiliare sua maestà. E accettò quella frase, detta a denti stretti. Che per una certa pubblicistica sarebbe diversa (Faruk esibì tre re e aggiunse: «Il quarto sono io»), ma per i biscazzieri è sempre stata: «Poker d assi, parola di re». E detta così suona pure meglio. L unica certezza è che a quel tavolo sedeva proprio re Faruk, protagonista della bella vita, che, per inciso, non è sempre dolce. Anzi. Tanto che il re d Egitto perse ingenti capitali alle carte. E si giocò pure il regno (come sta scritto sui libri, alla voce rivolta d Egitto e ascesa di Nasser, 1953). Ma questa è un altra storia. Tratta il gioco e le belle donne, ambienti da atmosfera sospesa, dove il brivido corre lungo la schiena, gela il sangue, secca la gola. È un fremito. È l eccitazione da rischio. Parlo del fascino, divino e diabolico al contempo, per le scommesse. Per le puntate. In quegli ambienti elitari che sono i Casinò. In quel mondo fatto di smoking e tight, di abito lungo. Di bastoni d avorio e occhiali di corno. Di fiches. Un mondo che resiste, ormai, solo in pochi templi del tempo perduto. Perché in principio il gioco era appannaggio pressoché esclusivo di nobili e facoltosi imprenditori. Anche di bari. Di ostriche e Champagne. Di sigari e ciprie. Di chi, pur non appartenendo per lignaggio a quel mondo, faceva di tutto per esaudire ogni desiderio: anche quello di perdere, in una sala riservata, in un privé. Oggi no, oggi non più. Resiste forse la giacca con la cravatta, come etichetta d accesso. Assieme ai cristalli e agli arredi. Alla professionalità del croupier. Al servizio impeccabile di barman che dosano sapientemente le formule chimiche dei distillati e sanno ancora essere complici della notte. Ma se le regole restano immutate, quello che è cambiato è il volgo. Che altrove ha finito col sostituire il rollio della pallina con lo schermo freddo di un computer. La sirena della slot con il tintinnio meccanico del videopoker dal tabaccaio. Togliendo un po di «ossigeno» alla linfa delle case da gioco. Questo i professionisti lo sanno. Come sanno che ancora oggi in Italia operano almeno 200 bische clandestine. Perché la febbre da gioco è contagiosa e una volta presa non ti lascia più. Motivo per cui la scelta, alla fine, ricade sempre lì. Nella fascia della legalità e dell eleganza, come in Ca Vendramin e a Monte-Carlo. O in quella dell illegalità oggi appannaggio di malavitosi senza scrupoli come in realtà non era in principio. Ma torniamo ai Casinò. Qui il mondo si è fermato. Forse, non a caso, lo ha fatto nell unico ambiente in cui gli orologi non esistono, perché il giocatore non può essere disturbato. O, secondo i dettami di Bugsy, deve perdere la cognizione del tempo (ecco perché in molte case da gioco non ci sono le finestre). Solo a Venezia, Sanremo, Campione, Saint-Vincent e Monte-Carlo si respira, quieta, la maestosità di sale dove è passato il bel mondo. Sale dove si sono giocati (e si giocano ancora) patrimoni e fortune. Con tanto di Rolls-Royce che accompagnano i grandi giocatori prima e dopo l istante in cui il mondo è chiuso in un pugno di dadi, in una carta, in un numero. È il bello del gioco. Della puntata. Del rischio calcolato. Dell azzardo. La sfida. Non è facile separare nell immaginario collettivo il gioco legale (i Casinò) da quello illegale (le bische). Ma è doveroso farlo. Anche perché oggi viviamo in un mondo senza scrupoli, siamo circondati da faccendieri-avventurieri. E allora i bari non sono solo quelli delle bische, ma anche quelli che alterano certe fortune, speculano sul capitale, bluffano nel campo delle azioni. Carte contro carte. A discapito di risparmiatori e investitori. In Italia come all estero. Si bevono interi capitali e società ai danni dei piccoli azionisti. Storia di Tango e di Bond, dove My way non è la canzone di Sinatra. Ecco perché è meglio parlare di giochi noti come tali, con le loro regole. Mentre scrivo mi tornano alla mente altre immagini. Gli anni 30. Forse non è un caso che la fortuna di Faruk sia nata lì. E forse non è neppure un caso che in quello stesso periodo un isola lontana fosse davvero il paradiso terrestre, Cuba. Anche se nel gioco era amministrata da Meyer Lansky. Perché c erano sì i presidenti degli Stati Uniti alla Roosevelt e i dittatori alla Fulgencio Batista. Ma c erano anche i tentacoli della mala che s insinuavano nelle tasche degli scommettitori, sfruttando il gioco, il tintinnio della sfera che rimbalza nella ruolette, il fruscio lieve di puntate pesanti con quelle fiches che oggi vengono vendute su e-bay come testimoni di un era. Meglio, molto meglio se su quelle chips sono impresse le lettere di un nome divenuto mito: Habana. La nostra storia inizia proprio lì. Nella Cuba della santeria, delle habanere e degli habanos, dove tra il 1840 e il 1958 operavano qualcosa come 80 Casinò. Facce del mito che eternano nomi come Flamingo, Riviera, Tropicana, Hilton e Capri. Questa era l isla prima del Che, prima di Fidel. Non si giocava solo a Cuba, è chiaro. Il fruscio delle fiches sul panno verde dominava nelle notti di Sanremo già dai primi del 900, da quando il banchiere Bartolomeo Acquasciati prestò al Comune lire (era il 1898) per realizzare il palazzo in stile liberty che ancora testimonia l eleganza del gioco legale. Non come quello di Lansky. Perché qui, in Italia, si giocava e si perdeva con «uno stile che incute rispetto», come cita il sito Internet della casa da gioco della città dei fiori. Perché qui e solo qui Vittorio De Sica diceva: «Quando andrò in cielo mettete sulla facciata del Casinò uno di quei medaglioni che adornavano i frontoni dei vecchi teatri con la scritta De Sica fecit. Perché il Casinò di Sanremo l ho pagato io coi milioni che vi ho perso in più di trent anni». Non come a Cuba. «Il gioco oggi è diverso», mi dice il «professore» (lo presenterò più avanti). «C è quello pulito dei Casinò, controllato, dove il rischio è calcolato. Ma c è anche l altra faccia della medaglia. E io le conosco entrambe». E allora ripartiamo dall inizio. Dal poker d assi. Prima carta: Paul Newman nella Stangata (indimenticabile la scena del poker truccato). Seconda carta: Robert Redford in Havana (giocatore sentimentale) o in Proposta indecente (un milione di dollari per passare una PHOTOMOVIE Il C CORBIS - CONTRASTO - TOPFOTO/ARCHIVI ALINARI PHOTOMOVIE CORBIS - CONTRASTO - TOPFOTO/ARCHIVI ALINARI Casinò di Sanremo l ho pagato io coi soldi persi» notte con tua moglie). Terza carta: Robert De Niro, Casinò, spietato e crudele. Quarta carta: Albert il Marsigliese. Parola di re: che resta Faruk. Parla il «professore». Parla e nel mio Moleskine di fortuna affiorano le note sul Casinò di Venezia, Ca Vendramin, la casa da gioco più antica del mondo, fondata nel Affiorano il trente et quarante. Lo chemin de fer. Il baccarà. Parla il «professore». E suona di Francia. Io invece vedo l America, le scintillanti luci del deserto dalle parti di Vegas, Reno, vedo Atlantic City. Vedo una nave che prende il largo a New Orleans. Vedo i titani del mare che conquistano le acque internazionali ed è allora che trionfano il black jack e il poker. Quelli veri. Si punta ovunque. Come ai tempi delle baratterie medievali, la zona franca dell epoca, quando i giochi erano vietati per la strada e vicino alle chiese. Si gioca sulle navi da crociera. Si gioca a Macao, nel mitico Lisboa dove ho speso una nottata tra facce asiatiche, a tirar dadi e ingollare terrificanti water-whisky. Si scommette e si punta ovunque e su tutto, in Asia. Dalla lotta dei galli alla carta che cade dal piano superiore: se è bianca o volta. Nei Casinò, dove il look non è un obbligo e, forse, non lo è mai stato. Si gioca forte. Meglio se al riparo da occhi indiscreti. Ma alla fine il banco vince sempre. Sorride il «professore». Evoca ricordi che è bene non raccontare. Perché fanno sì sorridere, ma sono spietati e crudeli. Patrimoni passati di mano in una notte. Vite perdute dietro al rilancio. Sorride mentre gli racconto dei misteri della Grande America. Di Frank Sinatra e dei Kennedy, di Cuba e Las Vegas. Già, Cuba e Vegas: un isola e il deserto, unite dal gioco. Quella Cuba dove un giorno sbarcò proprio «the Voice». Sinatra era legato a Charles Fischetti, gangster di Chicago che falsificava le elezioni. È accertato dall Fbi che nel 46 i due si frequentassero, assiduamente. Fischetti aiutò Franky a entrare nel mondo dello spettacolo, in cambio Sinatra fece per lui alcuni favori. E i legami del clan Fischetti non si limitavano a Chicago, ma arrivavano a Miami, dove Joseph Fischetti aveva interessi nel Fointenblau hotel. Joseph e Frank avevano contatti settimanali, che finirono negli schedari della polizia. Nel 1947 Sinatra volò da Miami a la Habana col fratello di Joseph, Rocco (che si interessava di scommesse e donne) nel viaggio che scatenò lo scandalo mediatico per l incontro di «the Voice» con Lucky Luciano. Perché parlo di queste cose? Perché a differenza della gestione dei Casinò in Italia, ma in senso più lato in larga parte del Mediterraneo, il giro delle scommesse nelle Americhe è stato fortemente viziato dalla malavita. Sempre. Leggenda? Realtà. Come quella che univa Sinatra a Sam «Momo» Giancana. Quando Giancana negli anni 50 era il boss di Chicago contribuì, e non poco, a far ripartire la carriera di «the Voice». Sto parlando di un boss di quelli veri. Nei suoi confronti, a titolo di cronaca, la polizia americana ha raccolto materiale utile per risolvere 200 omicidi. I suoi interessi, come dimostrarono i servizi segreti, si allargavano agli hotel Riviera, Sands e Desert Inns di Las Vegas dai quali il boss riceveva un incasso annuale di 2 bilioni di dollari (50 milioni «puliti» finivano direttamente nelle sue tasche). Ebbene, tra gli amici di Giancana furono registrati Jimmy Durante, Dean Martin e altri. Ma i giornalisti d inchiesta ricordano che il boss portava sempre con sé un anello di zaffiri: glielo aveva regalato Franky. Ci sono documenti che attestano come «the Voice» fu la copertura scelta da Giancana, nel 1960, per la gestione del Cal-Neva lodge sul lago Tahoe (già proprietà di Joe Kenney, padre di Jfk), dove il boss non poteva entrare ufficialmente in società poiché il suo nome era nella lista nera delle Commissioni di gioco. Fu così che Frank Sinatra, Hank Sanicola e Dean Martin divennero azionisti dell hotel, ciascuno col 33%. Cosa unisce Faruk a Sinatra? Il bel mondo. Le donne. Il denaro. Il potere. Il gioco. Quella miscela esplosiva che dona il senso dell onnipotenza. Ma che costerà la vita al gangster Bugsy Siegel, l uomo che fu mandato nel deserto per riciclare i proventi della mafia di New York e che in una sconosciuta Vegas operò tra il 1943 e il Fu lui a far nascere dal nulla il Flamingo, inaugurato il 26 dicembre del 46. La colonna portante di un impero legato alle scommesse. Prima gestite in maniera fortemente dubbia, poi sempre più regolare. Infine legale. Tutto nato, però, dopo il Flamingo. Siegel non restituì i soldi «prestati» dalla mafia e per questo fu ucciso nella sua villa di Los Angeles (in tasca aveva due assegni del Flamingo). Ma torniamo a Sinatra. Nell ottobre del 1947, si arrischiò fino a Cuba, dove era in corso un meeting mafioso: vi partecipavano Vito Genovese, Joe Adonis, Albert Anastasia, Frank Costello, Tommy Lucchese, Joe Bonanno, Joe Profaci, Tony Accardo, Carlos Marcello e Santo Trafficante. Ma anche i fratelli Fischetti, che arrivarono sullo stesso volo di Frank Sinatra (il giornalista Robert Ruark titolò: Vergogna, Sinatra!). L ATMOSFERA CHE SI RESPIRAVA AI TAVOLI DA GIOCO NEGLI ANNI 20 È STATA MAGISTRALMENTE RICOSTRUITA DA FRITZ LANG, IL REGISTA DI «METROPOLIS» IN «IL DOTTOR MABUSE» (1922, IN QUESTA PAGINA UN FOTOGRAMMA DEL FILM), CHE NARRA LE VICENDE DI UN AVVENTURIERO DEDITO ALL AZZARDO. IN ALTO, A SINISTRA, BUGSY SIEGEL, L UOMO CHE FONDÒ LAS VEGAS CON I CAPITALI DELLA MAFIA DI NEW YORK. AL CENTRO, MARK RYDELL, ALAN ARKIN E ROBERT REDFORD NEL FILM «HAVANA» (1990). A DESTRA, RE FARUK D EGITTO AL CASINÒ DI MONTE-CARLO CON MISS NAPOLI IRMA MINUTOLO NEL GIUGNO 2007 GIUGNO

3 PARADISO_ALB :53 Pagina 78 PARADISO_ALB :53 Pagina 79 Chi azzarda non vince soldi, ma un emozione uun caso? Trent anni più tardi, nel 1976, in una foto storica di New York saranno immortalati Paul Castellano, Gregory DePalma, Frank Sinatra, Tommy Marson, Carlo Gambino, Aladena Fratianno, Salvatore Spatola, Joseph Gambino e Richard Fusco. Ma torniamo alla Cuba dei Casinò. Perché qui Sinatra fu visto nel 1947 proprio con quei boss che si erano dati appuntamento nell isla per mettere fine all arroganza di Bugsy Siegel. E qui fu decisa, qualche anno dopo, la sorte di Jack Entratter, un ebreo potente, che si era fatto strada nel mondo dei locali notturni ed era diventato gestore del Copacabana di New York. La malavita lo mandò a Las Vegas a gestire il Sands, che sarebbe diventato il quartier generale di Sinatra per un decennio. I due furono grandi amici fino a un litigio che sfociò nella distruzione delle vetrine dell hotel-casinò da parte di Sinatra. Era il periodo d oro dell azzardo e delle stelle di Hollywood. «Wall Street disprezzava lo showbiz perché era un business di merda», dichiarerà un aiutante di Sinatra, «ma Sam Giancana e i suoi amici erano disposti a tirare i dadi: così era nata Las Vegas». E quando «Mr. S» volle effettuare un investimento a Vegas, Sam lo aiutò a entrare al Sands. Era il Sinatra sbarcò con le Copa girls (l uomo del Copa era proprio Entratter). Ebbe il 9% della società. La trasformò in un tempio dello spettacolo. E poi volle riprovarci, con Giancana, al Cal- Neva lodge del lago Tahoe, ma stavolta fu un disastro. Cuba finì nella Revolución. Batista (che era a libro paga della mafia) riparò in America. E i boss trasferirono definitivamente le loro puntate nei grattacieli di Las Vegas. La capitale dell azzardo. Qui Bugsy aveva investito 3 milioni di dollari (ottenuti da Frank Costello, Meyer Lansky e da un «consorzio» di mafiosi) per la realizzazione di un hotel-casinò che volle chiamare the Flamingo (dal nomignolo dell amante). Nel suo progetto l hotel-casinò sarebbe costato poco (un milione) e, lanciato adeguatamente, avrebbe reso molto. La realtà nei primi anni fu diversa. E quando Bugsy non volle restituire i fondi, fu ucciso. Dopo la sua eliminazione l investimento si rivelò particolarmente lucrativo, in pochi mesi. Quando Meyer Lansky prese il controllo del Flamingo lo portò al successo. Due anni dopo aprì il Thunderbird. Dopo di lui a Vegas sbarcarono altri investitori. Moe Dalitz di Cleveland inaugurò il Desert Inn. E Longy Zwillman, amico di vecchia data di Lansky dette vita a the Sands. Emissari della mafia di Chicago controllavano the Riviera, acquisirono lo Stardust; la mala del New England si assicurò the Dunes. Il vero boom di Las Vegas fu in parte segnato dagli investimenti della mafia, come confermò l operazione Tropicana (firmata da Frank Costello e Carlos Marcello). Altre connessioni furono provate dagli agenti federali al Las Vegas club. Per trent anni Vegas fu un inesauribile fonte di profitti derivanti da gioco e riciclaggio. A interrompere questo Eldorado furono i dissidi interni alla malavita e, soprattutto, una pressione crescente da parte degli investigatori. Nel 1979 l Aladdin hotel fu chiuso dalla Commissione del Nevada per i suoi interessi legati al sottomondo. Il Tropicana finì sotto indagine da parte dell Fbi per le evidenti connessioni con la mafia. La città di Vegas è stata raccontata dalla sublime penna di Mario Puzo. Che è l autore del Padrino. Ma anche lo scrittore di The last Don, nel quale si parla apertamente della gestione dei Casinò. Puzo descrive la «pallina d avorio che picchietta tra le fessure rosse e nere», la «lontana risacca delle implorazioni rivolte ai dadi dai giocatori». Parla di gioco. Ma anche delle ville. Perché ci sono le suite, per i più facoltosi. E le ville, per i grandi scommettitori. Quelli che ancora oggi vengono presi a casa col jet privato del Casinò, portati nel lusso del deserto. Quelli che giocano oltre un milione in due giorni, e sono così assuefatti ai comfort da richiedere l unica cosa che gli manca: l emozione. Come il brulicare delle stelle nel cielo buio del deserto. Per vedere quel cielo servono luoghi isolati, come solo le ville sanno essere. Puzo parla anche di come, in un Casinò di fantasia, il flusso dell aria pura sia regolato sulla base delle giocate. Cioè? Come calano le giocate, nella sala viene iniettata automaticamente aria ricca d ossigeno: i giocatori si «svegliano» e tornano a puntare. Il banco vince. «Il banco vince sempre», mi dice Giovanni Bruzzi, il «professore». La prima volta che l ho incontrato ho scritto un articolo su di lui, titolato Professione biscazziere. Lui ne ha fatto il titolo di un volume di memorie, non il primo. Perché è uno di quei rari personaggi che può parlare di questo mondo. «Ho visto Joe Adonis a Milano, nel 56», dice. «Era appena arrivato dagli Stati Uniti, da dove lo avevano espulso. Portò con sé una dote da 35 milioni di dollari, versati in una banca svizzera. Non voleva essere invischiato nelle questioni della città. Ma tutti lo cercavano, per rispetto per quello che aveva fatto nella vita, non per timore di quello che avrebbe potuto fare. Gli affidarono la «presidenza onoraria» della mala. Fino al 71, quando morì, non si muoveva foglia se lui non era d accordo». Bruzzi, dopo gli anni d oro, ha subito processi, poi ha messo a frutto l esperienza ed è diventato il consulente di Pupi Avati in Regalo di Natale e La rivincita. Oggi è Cavaliere del lavoro. «Nel primo film con Avati ho costruito un servito ad Abatantuono che non si sa come finisce, perché lui mischia le altre carte, vergognandosi, una cosa che non è ammessa ai tavoli! Poi ho insegnato a Carlo Delle Piane come si fa il cartaio, gli ho spiegato la barattina, cioè il cambio del mazzo che porta al poker di donne dopo che sono state chieste tre carte. La partita finisce con una vincita da 350 milioni. Nel secondo regalo ho messo due serviti (full di jack con due dieci e poker di donne) e il baro, che stavolta gioca per Abatantuono, gli dà quattro carte: un poker d assi che vale 2 miliardi». HUMPHREY BOGART IN «CASABLANCA» (1942, IN ALTO) INTERPRETA IL PERSONAGGIO DI RICK BLAINE, IL PROPRIETARIO DEL LOCALE PIÙ CELEBRE DELLA CITTÀ MAGHREBINA, IL RICK S CAFÉ. DOVE NON POTEVA MANCARE IL TAVOLO DELLA ROULETTE. IL FILM HA RESO IMMORTALE L ATTORE AMERICANO. PHOTOMOVIE GRAZIA NERI PHOTOMOVIE GRAZIA NERI SHARON STONE LANCIA I DADI IN UNA PARTITA DI CRAPS IN «CASINÒ» DI MARTIN SCORSESE (1995). GLI EVENTI RACCONTATI DAL FILM, AMBIENTATO A LAS VEGAS, RUOTANO ATTORNO AL CASINÒ TANGIERS, NATO DALLA FANTASIA DEL REGISTA MA CHIARAMENTE ISPIRATO AI COLOSSI DEL GIOCO DELLA CITTÀ. 78 GIUGNO 2007 GIUGNO

4 PARADISO_ALB :53 Pagina 80 PARADISO_ALB :54 Pagina 81 Negli anni 60 le bische erano a cinque stelle ccifre difficili da credere. «Difficili?», fa Bruzzi, «sono credibili se sul tavolo ci sono le fiches che coprono quel valore. Oggi si gioca anche più alto. Ma fino a qualche anno fa i limiti non esistevano. Nell 81 ho visto l ultimo tavolo di poker, in una villa romana. Un tavolo di quattro. Un giocatore astuto chiese un baro over the top. Ad avanzare la richiesta era uno in condizione di perdere una grossa cifra, un vero intenditore di pietre preziose, credibile perché poteva coprire la giocata. Mi chiese di portare al tavolo l imprenditore che voleva spennare. Gli portò via 2 miliardi. Uno finì al baro, 500 milioni andarono ai complici, il resto coprì le spese». Ma il periodo d oro in Italia è un altro. «Dal 62 al 75 si giocava alla roulette e al trente et quarante. Le bische a cinque stelle garantivano i massimali doppi rispetto ai Casinò. Le chance per i giocatori raddoppiavano. Primari, imprenditori, industriali, avvocati, notai, giudici, banchieri. Ci chiedevano la protezione per non essere trovati al tavolo, in caso d irruzione della polizia. Così giocavamo ai piani alti dei palazzi, mettendo fuori uso l ascensore se c era. E se arrivava l irruzione, i poliziotti dovevano fare cinque o sei piani di corsa. Noi avevamo il tempo per far sparire le carte, qualcuno fuggiva sui tetti». Chemin e zecchinetta sono le discipline più rischiose. Banchi a puntata illimitata. Gli altri, i giochi di gestione, si basano sulla «cagnotta»: il 5% su ogni banco vincente. Non c è rischio. «Chemin e zecchinetta ti davano l impressione di grosse vincite», riprende il «professore». «All inizio degli anni 70, a Firenze, ci fu un tavolo con 35 milioni di uscita di banco, che al secondo passaggio fanno 70, poi 140. Alla quinta mano sei sopra il mezzo miliardo, non so se mi spiego». Bruzzi ha frequentato la Milano di Adonis, di Francis Turatello, e del «tebano» Epaminonda. Sa di cosa si parla quando si fa riferimento al gioco clandestino. E a chi gli gira intorno. «La differenza è che il gioco legale, quello dei Casinò, vive sulla credibilità della Casa. Addirittura fanno la pubblicità. È tutto cristallino, controllato, pulito. Quello d azzardo invece vive solo su gare truccate. La bisca a cinque stelle, ai miei tempi, era solo a invito. Aveva clienti che venivano anche 100 sere l anno. Quelli erano la base. A loro era garantita l assoluta lealtà del banco. Bevevano, consumavano, giocavano e pagavano regolarmente. Al resto pensavano i porteur, che non solo mandavano il giocatore, ma erano garanti della sua solvibilità. E quando il pollo era grosso si organizzava il tavolo contro il giocatore». Il «professore» svela poi la Stangata. Quella vera. «A Chianciano una notte ci fu un «Tout va» al baccarà, l unico nella storia d Italia. Lo volle Albert il Marsigliese. Ci mettemmo una settimana per organizzarlo, alla fine della stagione termale, e per far circolare la voce senza creare troppa confusione. Perché se lo dici che c è partono i pullman da Catanzaro! Il Marsigliese ci chiamò e disse: Accetto qualsiasi puntata purché cash. Aprì le sue valigette piene di contanti. I giocatori arrivarono con rotoli di banconote in tasca. Ma commisero un grave errore, non portarono tutto il capitale. In un gioco di continui rialzi, partirono perdenti. L ultimo giorno, quello del «Tout va», Albert annunciò: Ce soir c est l exécution. Pianificò 16 colpi consecutivi sul primo e sul secondo settore di gioco: 12 persone ai tavoli, 150 intorno. Tutti a puntare. Al quattordicesimo colpo era finita». Com è possibile? Com è che imprenditori, bottegai e gente che gioca con alta frequenza possa restare impigliata nella rete? «La psicologia. Ecco cosa ci vuole per capire il gioco», dice Bruzzi. «Perché c è il gioco legale, che ti dà alcune percentuali di vincita. Ma c è anche quello dell azzardo, dell illusione di alte vincite, fatto di bari e di piglianculi. E in questo caso il gestore deve ragionare non sul mantenimento di un parco clienti conosciuto da anni, ma sulla testa del neofita. Lo vedevi subito, quando entravano. Anche i più accorti. Facevi perdere il giocatore. Se tornava dopo qualche giorno, era tuo per tutta la vita». Biscazzieri spietati «Non scherziamo. Nessuno viene da te con la pistola alla tempia a obbligarti a giocare. Noi avevamo un codice. Se il giocatore non era solvibile non lo facevamo neppure entrare. Se arrivava uno da fuori con molto contante e poca pulizia lo segnalavamo alla polizia che, in cambio, ogni tanto chiudeva un occhio. Se c era qualcuno che si stava rovinando, gli offrivamo un bel whisky e una signorina, dicendogli di non tornare. Se faceva il furbo, invece, se perdeva e non pagava, magari poteva capitargli un braccio ingessato. Mai però quello col quale doveva firmare gli assegni». E oggi? «Ora è tutto finito. Dopo l austerity del 75 le bische smisero di essere a cinque stelle. Aprirono a giocatori rissosi, senza scrupoli, a emissari della mala, a teste calde. Sono uscito e non sono più rientrato. Anche se so che il giocatore è rimasto tale e quale. Non va mai a giocare per vincere. Quando una persona ha successo nella vita, non accetta lo smacco di perdere al tavolo. E allora torna. E più torna più gioca, più gioca più punta, più punta più perde. Finché diventa dipendenza. Oggi in Italia ci saranno 200 bische, ma nessuna come quelle del periodo d oro. Non c è la roulette. Solo zecchinetta e chemin de fer: non bancano, non rischiano il capitale. Tutto resta legato alla cagnotta». Scrive Puzo: «Resta un unico mistero, il motivo per cui uomini ricchissimi sprecassero il tempo a giocare per vincere dei soldi di cui non avevano bisogno. Lo facevano soprattutto per dimostrare una sorta di superiorità sugli altri essere umani Dedusse che bisognava trattarli come dei Costruì per loro le ville Cucina privata aperta 24 ore. Piscina. Tutto gratis. Alla proprietà costava 50mila dollari la settimana, rendeva in media un milione». Le ville? «Di solito sono prenotate». E quando il grande giocatore perde, a Las Vegas, la direzione gli regala sette completi del miglior made in Italy. Per dirgli: «Torna presto». IN «CASINÒ» DI MARTIN SCORSESE, ROBERT DE NIRO E JOE PESCI INTERPRETANO, RISPETTIVAMENTE, SAM «ACE» ROTHSTEIN E NICKY SANTORO. IL FILM È ISPIRATO ALLE FIGURE REALMENTE ESISTITE DI FRANK ROSENTHAL (DETTO LEFTY) E ANTHONY «THE ANT» SPILOTRO, BOSS DI LAS VEGAS. CONTRASTO OLYCOM CONTRASTO OLYCOM L AGENTE 007 PER ANTONOMASIA SEAN CONNERY INTERPRETA JAMES BOND IN «THUNDERBALL» (1965, IN ALTO). NEL FOTOGRAMMA INDOSSA CON DISINVOLTURA UNO SMOKING SEDUTO AL TAVOLO DEL CASINÒ DI FRONTE AD ADOLFO CELI, CHE INTERPRETA IL RUOLO DI EMILIO LARGO, NUMERO DUE DELLA SPECTRE. 80 GIUGNO 2007 GIUGNO

5 GIOCHI_CR_gian :21 Pagina 82 GIOCHI_CR_gian :21 Pagina 83 PERCHÉ GIOCARE NON È UN GIOCO SULLE PIASTRELLE DAMIER DECORATE A MANO, DI CERAMICHE MUSA (20 EURO IL PEZZO, PORTAFICHES IN NOCE CON DUE MAZZI DI CARTE DA POKER, DADI E GETTONI MADREPERLATI, DI MODIANO (260 EURO, CAVE-À-CIGARES DELLA LINEA «AMERICA» DI CHRISTOFLE (550 EURO); SCACCHIERA A SPECCHIO E FIGURE IN CRISTALLO DI SWAROVSKI (1.280 EURO); CARTE DI HERMÈS (54 EURO); SCACCHIERA COMPONIBILE IN METALLO CON CUBO COMPOSTO DAI PEZZI, DI FRANCO ROCCO PER PREATTONI (450 EURO). A DESTRA, UNA COPERTINA STORICA (MARZO 1924) DI «MONSIEUR». 82 GIUGNO 2007 RACCOGLIERE UNA SFIDA AL TAVOLO VERDE (MA NON SOLO) SIGNIFICA DIMOSTRARE A SE STESSI E AGLI ALTRI DI ESSERE UOMINI VERI. DOTATI DI GRANDE AUTOCONTROLLO E RISPETTOSI VERSO L AVVERSARIO [ DI VALENTINA CERIANI - FOTO DI H 2O - STYLING DYANNA BARRENECHEA] RACCOGLIERE

6 GIOCHI_CR_gian :22 Pagina 84 GIOCHI_CR_gian :22 Pagina 85 LE RIGHE BORDEAUX E GIALLE DELLE PIASTRELLE DECORATE A MANO, MODELLO «MANTEGNA», DI CERAMICHE MUSA (132 EURO AL METRO QUADRATO) FANNO DA SFONDO ALLA SCATOLA MULTI-GIOCO RIVESTITA IN PELLE CON CARTE, SCACCHI, DOMINO, FICHES E SCACCHIERA, DI CORNELIANI (2MILA EURO), ALLA DAMA E AL BACKGAMMON IDEALI DA PORTARE IN VIAGGIO CON PIANO DA GIOCO IN CASHMERE, SCOMPARTIMENTO PORTADADI E PEDINE DI LORO PIANA (760 EURO), AL GIOCO OTELLO CON SCACCHIERA IN PELLE PIEGHEVOLE E CUSTODIA IN PELLE E NICKEL, FIRMATO DUNHILL (980 EURO). 84 GIUGNO 2007 SUL BLU E IL BIANCO DELLE PIASTRELLE «PIQUET» DECORATE A MANO DI CERAMICHE MUSA (140 EURO AL METRO QUADRATO), SCATOLA DOMINO JUMBO IN LEGNO, DI MODIANO (16 EURO); CARTE DA GIOCO CON SCATOLA, DI TIFFANY (30 EURO); SCATOLA FRANCESE PRIMO 900 PER LA TOMBOLA IN LEGNO DOLCE CON DECORO LIBERTY (LA FENICE VINTAGE, 120 EURO CIRCA); SUL SUPPORTO IN LEGNO, TROTTOLA IN AVORIO BOSSO E TRASTULLO IN AVORIO E WENGÉ (RISPETTIVAMENTE 195 E 50 EURO), SULL ANGOLO, TRASTULLO «DONZELLA» (60 EURO) DI PREATTONI (TEL ); PUZZLE CON SACCHETTO DI HERMÈS (70 EURO). GIUGNO

7 GIOCHI_CR_gian :23 Pagina 86 GIOCHI_CR_gian :23 Pagina 87 C È IL GIOCATORE LEONE, FORTE E SICURO, POI IL SERPENTE PRONTO A COLPIRE VELOCE. MA IL PIÙ PERICOLOSO È LA IENA S«Se fossi ministro dell Istruzione, inserirei nei programmi scolastici un ora di carte la settimana», spiega l avvocato Giancarlo Maresca, abilissimo al tavolo da poker. «Sì, perché l attitudine al gioco è una grande attitudine sociale, fatta di conoscenze, regole e comportamenti». Una palestra di qualità umane, dove misurarsi e in cui si ha l occasione di dare il meglio di sé. Per dimostrare qualcosa a noi stessi, ma anche agli altri. Un continuo scambio di ruoli, per passare da quello di protagonista a quello di spettatore, senza mai perdere di vista l obiettivo: vincere. Davanti a un tavolo da gioco, ecco dunque scendere in campo il trionfo dell individuo e dell individualismo, dove ogni libera decisione sconfina in un azione che ha immediate conseguenze, che può risultare determinante. Liberi di scegliere, liberi di agire, responsabili di tutto quello che accade: il tavolo diventa un occasione per dimostrare una grande prova di equilibrio, senza mai dimenticare le regole fondamentali del bon ton del Monsieur. Che, nel gioco, si possono riassumere soprattutto in una parola: controllo. Questo deve essere sempre massimo, indipendentemente dal grado di abilità: la vera eleganza, infatti, sta nel cercare di divertirsi e di far divertire chi si ha di fronte. Inoltre, va bene vincere, ma che non si cerchi di stravincere, perché questo significherebbe umiliare l avversario, arrivando a toccare la parte dannosa del gioco, quella patologica. «Che poi può anche diventare un rischio», spiega l avvocato Maresca, «perché il desiderio di stravincere fa sì che si alzi sempre di più la posta, rischiando alla fine di perdere tutto. Strafare diventa solo un occasione per mettersi in mostra, una mania di protagonismo che fa dimenticare la vera filosofia del gioco, ovvero divertirsi. In quello d azzardo entra in campo anche la bravura nel sapersi proporre in modo competitivo. Il bravo giocatore, infatti, sa mostrare competitività, caratteristica, questa, che diventa il motore di un incontro, perché attira gli sfidanti a sedersi al tavolino. Si tratta di una tecnica antichissima», continua Maresca, «che va a vantaggio dello sfidante che, per esempio in una partita a poker, appena avrà ottime carte in mano le potrà sfruttare, certo che gli altri giocatori, smaniosi di vincere e in preda alla competizione, faranno una mossa sbagliata, cadendo in trappola». Ed è qui che il bravo giocatore deve dimostrare di avere un altra qualità, il controllo dei nervi. Soprattutto nei periodi meno propizi: l abilità sta nel riuscire a prevederli, per fermarsi in tempo. Senza mai dimenticare, però, di mettere in conto anche la sconfitta. Il vero appassionato considera il gioco nella sua totalità: non vede la partita, ovvero la battaglia, ma la «guerra» nel suo complesso. Per il Monsieur è diverso: lui, infatti, riesce comunque a trarre piacere dal gioco, da cui non si fa però mai coinvolgere completamente, mantenendo la giusta distanza, capendo i propri limiti e fino a dove può spingersi. Trae comunque piacere, perché è pur sempre un gioco. Con tutte le sue componenti fondamentali, l evasione, la competizione e la scommessa. Ingredienti che possono essere presenti singolarmente, così come contemporaneamente, in proporzioni diverse. «L evasione è una pausa dal reale», spiega l avvocato, «dove mancano regole. Ritrovarsi in un contesto in cui ogni dettaglio ha un senso, in cui tutto è previsto, tranne il finale, è molto attraente. Tale astrazione è così rilassante che può diventare fonte di assuefazione, ma sarebbe un errore pensare che possa riguardare solo il gioco d azzardo. Basti pensare, infatti, alla dipendenza dai videogiochi», continua Maresca. «In un contesto ludico, inoltre, a differenza della vita reale, è possibile prevedere il comportamento delle persone che si hanno davanti. Con le quali si è in competizione, che è la trasposizione simbolica dell attività bellica, propria di ogni uomo che ha voglia di misurarsi. Si tratta della sfida, del desiderio di supremazia. Poi c è la scommessa, la ritualizzazione del rischio, che diventa paura e che s insegue per tutta la vita. Diventa un piacere mosso dall adrenalina, che spinge ad andare avanti, a continuare nelle proprie mosse, a dimostrare di essere un Monsieur o un abile giocatore, dimenticando a quale categoria si appartiene quando si cercano delle similitudini col mondo animale. C è il giocatore leone, quello serpente e quello iena», sostiene l avvocato Giancarlo Maresca. «Il primo si presenta in tutta la sua fierezza, forte e sicuro al centro del tavolo, dominando la scena dall inizio alla fine. Il serpente si muove in contrattacco, attende silenzioso il momento giusto per fare la sua mossa e poi colpisce veloce. La iena aspetta che l avversario mostri una debolezza per passare all azione. Abile a bluffare, a cogliere il momento di difficoltà psicologica di chi ha seduto di fronte». Ecco l affascinante spettacolo del mondo del gioco, che risveglia sensazioni e passioni, da dominare, senza mai rinunciarvi perché «questo non sarebbe segno di saggezza. E il Monsieur saggio lo è». SULLE PIASTRELLE A POIS «PETITE POINS» DECORATE A MANO DI CERAMICHE MUSA (150 EURO AL METRO QUADRATO), DALL ALTO, A SINISTRA, IN SENSO ORARIO, BACKGAMMON IN PELLE CON PEDINE IN LEGNO, DI RALPH LAUREN (1.000 EURO); BACKGAMMON IN RADICA CON PEDINE MADREPERLATE, DI BERGOMI (700 EURO, TEL ); BACKGAMMON IN ALLIGATORE DELLA LOUISIANA CON PEDINE REALIZZATE IN TITANIO (DA 4MILA EURO); BACKGAMMON IN SUÈDE E CUOIO BOTTOLATO CONCIATO AL VEGETALE CON PEDINE IN TITANIO RICOPERTE IN CUOIO, DI SCHEDONI (DA EURO, 86 GIUGNO 2007 LA SCATOLA DEI DADI DI LOUIS VUITTON (SOPRA), CON ANGOLI RINFORZATI IN OTTONE E RIVESTITA CON LA TELA DAMIER, HA ALL INTERNO I DADI IN EBANO INTARSIATI IN OTTONE, IL CONTENITORE IN CUOIO NATURALE PER MESCOLARLI E IL TACCUINO PER IL PUNTEGGIO (2.620 EURO). IN ALTO, UNA NOVITÀ DEL RECENTE SALONE DI GINEVRA. È UN DIVERTISSEMENT DA POLSO DI GIRARD-PERREGAUX: IL VINTAGE 1945 JACKPOT TOURBILLON INCORPORA UNA SLOT MACHINE, PROVVISTA DI SUONERIA. IL MECCANISMO È MECCANICO A CARICA MANUALE CON 96 ORE DI RISERVA DI MARCIA. LA CASSA È IN ORO ROSA (TIRATURA LIMITATA, PREZZO SU RICHIESTA). GIUGNO

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