Lo scavo archeologico: appunti e immagini per un approccio alla stratificazione

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1 Lo scavo archeologico: appunti e immagini per un approccio alla stratificazione PREMESSA AI seminario il mio intervento - se ricordate - si è svolto soprattutto alla lavagna: i concetti che cercavo di proporvi e trasmettervi erano e sono abbastanza complessi, ma se si cerca di arrivare all'essenza, questi concetti potevano e possono essere visti anche come estremamente semplici. Il sussidio grafico-visivo era il contrappunto necessario per rendere con poche immagini schematiche o esemplificative quanto andavo proponendo. Per questo motivo, nel portare alla stampa quella positiva esperienza di Corezzola, la mia maggiore preoccupazione è stata quelladi comprimere il più possibile il testo, tentando di esprimere il massimo attraverso immagini di due tipi: schematizzazioni concettuali ed esemplificazioni diverse di fenomeni o, come in conclusione, di sequenze continuative di processi. Le tabelle presentate, benché alcune possano apparire complesse ad un primo sguardo certamente meno automaticamente comprensibili delle sequenze disegnative - corrispondono a una semplificazione schematica dei problemi: proprio per questo non pretendono di essere complete o onnicomprensive, non perquesto però mistificatorie. L'intento corrisponde al tentativo di razionalizzare tramite percorsi logici - appunto semplificati - una realtà, un insieme di elementi interattivi, di per sè molto più articolato e composito. Per il tramite di schemi e tabelle è possibile comprimere notevolmente flussi descrittivi di parole che non sempre hanno come esito una più chiara comprensione del problema. Mi è sembrato quindi più funzionale produrre molte esemplificazioni disegnative e i citati percorsi logici (o "diagrammi di flusso", le ormai usatissime f1owcharts), lasciando alla riflessione di ognuno il grado di comprensione desiderata: è possibile cioè una lettura a diversi livelli: lo specialista li scorrerà con un occhio solo, forse per vedere organizzata in modo a volte diverso la materia che già gli è nota, chi si awicina per la prima volta al problema, benché credo non incontri eccessive difficoltà, potrà studiarli giustapponendoli alle note integrative prodotte variamente nel testo, registrando i nuovi dati proposti, secondo una forma di correlazione organizzata e al contempo essere stimolato verso un approfondimento personale della problematica (1). In sostanza lo scopo principale è stato quello di organizzare le idee, cercando di fondere insieme la pluralità, il continuum fenomenologico della realtà, e l'unità, o meglio, le caratteristiche (1) Ultimamente sono comparsi nell'editoria italiana due testi fondamentali di approccio allo scavo: il primo tradotto con introduzione critica del Prof. B. D'Agostino è il testo di uno dei più prestigiosi «scavatori» inglesi: P. BARKER, Tecniche dello scavo archeologico, Longanesi 1981; il secondo è del Prof, A. CARANDIN!, Storie della terra. Manuale dello scavo archeologico, De Donato 1981, (è il primo manuale sullo scavo scritto in Italia). Di fondamentale importanza il testo di E. C, HARRIS, Principles of Archaeological Stratigrafy, Academic Press 1979, non ancora tradotto in italiano, ma i cuiprincipi sono ampiamente presen'tati nel succitato testo di A. Carandini. Per la formulazione di questi appunti, oltre che sulle conoscenze ed esperienze personali, mi sono basato principalmente sui tre testi citati. Tabelle e disegni (qualora non sia dato riferimento diverso) sono stati ideati e realizzati dall'autore. Desidero ringraziare Mariangela Ruta, Lucio Marcato e il gruppo di Carezzala peravermidato modo di mettere periscritto quanto trattato nel seminario, un grazie tutto particolare ad Armando De Guio per gli utili suggerimenti e discussioni e a Claudio Balista per quanto ho assorbito da lui, continuando una importante abitudine a «crescere» insieme. 97

2 unificanti dei processi anal'izzati. La speranza è che tutto ciò sia servito e possaservire a meglio comprendere il rapporto tra uomo e ambiente nella specificità archeologica, e a una maggiore coscienza critica nell'approccio alle testimonianze storiche di cui è così ricca la nostra regione e l'intero nostro Paese. INTRODUZIONE Il prof. Rosada ha già fatto cenno, nella giornata iniziale di questo seminario, alla storia delle concezioni filosofiche e ideologiche (epistemologiche quindi, in quanto filosofia della scienza) che hanno regolato le metodologie e, di conseguenza, la conduzione degli scavi dall'ottocento ad oggi. Più avanti, per cenni telegrafici, io vi fornirò qualche informazione sull'evoluzione dei principi e dei metodi usati nell'«archeologia sul campo» - che viene anche definita momento sperimentale dell'archeologia e, forse con un'espressione tra l'ironico e l'affettuoso «archeologia militante» dalle prime incerte esperienze, alle proposte dei giorni nostri. Ricordiamo subito però che l'evoluzione che ha avuto la scienza e la tecnica dello scavo non viene ancora uniformemente accettata e applicata datutti: ancora nel 1982 assistiamo - permoti-. vazioni diverse - alla compresenza di scavi esemplari, di tentativi innovativi e di «scavi» che assomigliano più a interventi distruttivi, a recuperi di manufatti (mobili o monumentali che siano), piuttosto che a una raccolta predeterminata di informazioni scientifiche. Diciamo allora sinteticamente che uno scavo archeologico dovrebbe corrispondere a un'operazione scientifica programmata (anche se di pronto intervento) che ha come scopo la ricostruzione storica del passato sepolto, attraverso l'individuazione, l'asportazione e la registrazione di una stratificazione venutasi a formare in relazione diretta o indiretta ad azioni umane (antropiche). Ma i processi di formazione e di trasformazione di una stratificazione antropica non hanno mai avuto termine, dalla comparsa sulla terra dei primi uomini ai giorni nostri, tanto che appare limitativo (se non usato come puro termine di comodo) l'uso di suddividere l'archeologia di campo in preistorica, protostorica, classica, medievale, ora infatti si usano anche i termini archeologia preindustriale e industriale per designare il recupero di situazioni e strutture più vicine a noi; i problemi sono sempre dello stesso tipo, in un continuum ideale e reale che ci tiene ancora legati, tramite l'evoluzione della cultura materiale e negli esiti delle nostre azioni sul terreno e sull'ambiente, ai nostri lontani progenitori. L'archeologo «scavatore» ricerca e studia globalmente le tracce lasciate nel tempo dall'uomo nel suo contesto ambientale (un contesto quindi di interazione naturale e culturale). In questo senso l'archeologia si identificherebbe con la Storia, con tutta la Storia, ma questa archeologia non è la storia dell'uomo tratta dai documenti scritti, di quanto cioè l'uomo ha voluto scrivere di se stesso, ma unastoria diversa, parallela, a volte molte diversa, ricavata, ricostruita attraverso le tracce, i segni, lasciati dall'uomo, più o meno consciamente, nel corso del suo vivere e rinnovarsi sul suolo della terra.,la stratificazione, che via via si è venuta a formare, sempre diversa per situazione e ambiente, più o meno modificata dagli agenti naturali, è la stessa che noi più o meno consciamente stiamo continuando a modificare ed accrescere con le nostre azioni, con il nostro continuare a vivere nel nostro contesto ambientale, paradossalmente, anche solo camminando per strada... La nostra lezione verterà sul concetto di stratigrafia, quindi sulla definizione di stratificazione (cause ed effetti) e dei suoi elementi compositivi, cioè gli strati (effetti) e dei termini di relazione che possono intercorrere tra questi. All'interno di tale discorso saranno fondamentali gli accenni agli agenti naturali, oltre che antropici, elai modidi formazione di una unità stratigrafica, in quanto sarà la comprensione di ciò a portarci alla lettura corretta di una stratificazione e quindi alla ricostruzione storica che ne può derivare. Non parleremo dello scavo per quanto concerne le operazioni pratiche tecnico-manuali, sia per la vastità dell'argomento, che comporterebbe un ciclo seminariale a sè stante, sia perché ritengo sia più importante conoscere o comprendere almeno per grossi tagli, prima la problematica generale della stratigrafia: sua formazione e sua conformazione, modalità di identificazione, analisi dei contenuti ecc.: dopo si potrà passare ad analizzare compiutamente le modalità e le tecniche applicative di uno scavo archeologico e di quell'aspetto fondamentale che corrisponde alla registrazione dei dati prima e poi alla rielaborazione dei dati stessi, per la ricostruzione storica e la proposizione di modelli interpretativi. Ma questo appunto esula da quanto ci siamo ripromessi di trattare, e tutto ciò potrà essere eventualmente il tema di seminari futuri. 98

3 LA STRATIGRAFIA ARCHEOLOGICA Brevi cenni storici Gli studiosi delle scienze della terra della prima metà dell'ottocento, soprattutto in ambito anglosassone, tramite un vivace fiorire di ricerche, discussioni e contrasti, erano giunti a quello che si può già considerare una concezione scientificamente moderna della geologia e della paleontologia; non a caso sorse in quella comunità scientifica una figura così poliedrica e rivoluzionaria come Darwin. Ben diversa era la concezione degli studiosi di archeologia, fe cui campagne di scavo erano motivate quasi esclusivamente dal recupero di monumenti e manufatti dell'antichità, con scarso interesse per le correlazioni stratigrafiche e quindi per gli aspetti genetico-causativi dei processi che andavano indagando. Se attualmente parliamo, con un termine ormai invalso nell'uso comune, di «stratigrafia archeologica» lo dobbiamo soprattutto all'inglese J. Lubbock, che nel 1865 nella sua opera Prehistorie Times individuava l'analogia tra strati geologici e strati archeologici. Semplicisticamente: -in senso geologico, lo strato che copre un altro strato è più recente di quest'ultimo, in pratica lo strato inferiore è sempre it più antico, qualora non awengano mutamenti tettonici a modificare questa sequenza (legge della sovrapposizione degli strati). - da un punto di vista paleontologico, data l'evoluzione nel tempo delle specie vegetali e animati, è possibile datare gli strati geologici tramite i resti fossili in essi contenuti. - l'unione di questi due principi permette di identificare sequenze cronologiche (cioè dare una successione temporale concatenata) all'interno di una stratificazione geologica. In base a ciò, come gli strati geologici vengono datati dafossili floristici e faunistici in essi contenuti - definiti quindi «fossili guida» - allo stesso modo gli archeologi possono datare le stratificazioni antropiche tramite i resti di manufatti in esse contenuti, che per analogia possono essere considerati essi stessi «fossili guida» delle diverse fasi storiche u mane, e creare quindi delle sequenze cronologiche antropiche. Benché questo postulato sia solo parzialmente estensibile alle stratificazioni antropiche, ha dato però l'awio ad una nuova concezione, più scientifica, della ricerca archeologica in senso stratigrafico. - La contraddizione che la geologia studia strati rocciosi e l'archeologia strati in sè incoerenti, è superata se si considera che la geologia del Quaternario studia per lo più strati sedimentari appunto incoerenti, non ancora pietrificati, come morene, detriti sciolti, sabbie, limi, argille ecc., ma riprenderemo dopo questo aspetto. Dalle preziose intuizioni di Lubbock, con alterne fortune, l'attenzione alle sequenze stratigrafiche si è sempre più sviluppata e sempre di più, ora, si tende a sentire la necessità da un lato di comprendere la specificità propria delle formazioni stratigrafiche archeologiche, in quanto queste, che sono artificiali, ben si differenziano da quelle geologiche, specialmente se si parla di elementi strutturali, ma al contempo sempre di più si sente la necessità di approfondire lo studio di certi aspetti della geologia del Quaternario (soprattutto sedimentologia e pedo/ogia), di acquisire cioè più conoscenza delle leggi generali che regolano la formazione dei depositi naturali sedimentari, in funzione di una maggior comprensione dei processi formativi delle stratificazioni archeologiche. Di fatto ogni deposito archeologico é costituito di norma da un insieme di strati di formazione antropica, di formazione naturale e/o di formazione naturale e antropica insieme (figg. 1 e 2f In quest'ottica si deve considerare che l'uomo agisce sempre in un ambiente naturale; ma più l'uomo riesce a modificare l'ambiente e a delimitare artificialmente le proprie aree di attività, meno gli agenti naturali opereranno modificazioni, verranno quindi a interagire meno con i processi, con le azioni antropiche. Tale rapporto può essere visto in senso inversamente proporzionale tra una frequentazione umana episodica e nomadica e la formazione di un centro urbano. Nel primo caso l'uomo calpesta, taglia un po' di ramaglie per farsi ripari prowisori e accendere fuochi: la modificazione dell'ambiente naturale è quasi nulla. Nel secondo caso l'uomo costruisce difese e strutture stabili: mura, edifici, strade; qui le deposizioni stratigrafiche saranno per lo più solo di origine antropica, contenute dai limiti stessi che l'uomo è venuto a crearsi tramite valli o mura pe-. riferiche, tramite i limiti più interni costituiti dai muri perimetrali delle case e così via. Anche in questo secondo caso però le deposizioni antropiche, o meglio, il complesso della stratificazione antropica sarà dipendente dalle leggi generali che regolano la formazione degli strati sedimentari naturali: come minimo quelle della gravità (anche un muro, manufatto dichiaratamente antropico soggiace a queste leggi) ed ad eventi naturali come le inondazioni (1), o più semplicemente l'azione degli agenti meteorici che interagiscono costantemente nella quasi to- 99

4 Fig. 1 -In questa sequenza stratigrafica, da un punto di vista genetico, sono riscontrabili tre tipi diversi di strati: 1, strato naturale (alluvione) ; 2, stratonaturale-antropico, cioè costituito da materiale antropico rielaborato dagli agenti naturali; 3, strato antropico, scarico primario di frammenti ceramici. 2 - r--..,...~ -.-~~ ~~~~~ Fig. 2a - Gradi diversi di genesi, antropica o naturale, degli strati archeologici: US (unità stratigrafica) 1, terreno agrario: strato antropico-naturale, esito di a) rielaborazione di aratro degli strati 7 (strato antropico), 6 (strato antropico-naturale),5 (strato naturale-antropico), 3 (strato antropico) + b) aggiunta di concime (azione antropica con scarico di elementi naturali e antropici) + c) trasformazione biogenetica e chimica (processo naturale); US 2, interfaccia negativ~prodotta dal vomere: interfaccia antropica; US 3, riempimento di fossa per spietramento del terreno arativo (per migliorarne la resa): strato antropico; US 4, interfaccia negativa, scavo della fossa per lo spietramento: interfaccia antropica; US 5, rielaborazione naturale dello strato 6 (strato antropico-naturale) e di altri depositi antropici presenti nell'area: strato naturale-antropico; US 6, crollo della struttura muraria 7 (strato antropico) frutto del degrado: strato antropico-naturale; US 7, struttura muraria: strato antropico; US 8, interfaccia negativa, livellamento antropico operato prima della costruzione della struttura muraria: interfaccia antropica; US 9, deposito alluvionale: strato naturale. Fig. 2b - Evidenziazione grafico-visiva della genesi degli strati, trasformazione della sezione a fig. 2a: nero = strato antropico, grigio scuro = strato antropico-naturale, grigio chiaro = strato naturale-antropico, bianco = strato naturale. talità dei depositi antropici. A questo si aggiungano le turbative biogenetiche post-deposizionali rielaborazione derivante da attività animali e vegetali: dalle tane di talpe, roditori, ecc., all'attività di vermi, formiche, batteri, dall'erba agli alberi ecc.) che modificano e trasformano quanto deposto artificialmente dall'uomo. Le intercalazioni di grossi episodi di degrado (abbandono del sito, catastrofe ecc.), o il lento degrado operante anche in un insediamento attivo, rendono costantemente vivo questo rapporto dialettico, spesso antitetico tra uomo e natura. Schematizzando potremmo individuare 3 momenti fondamentali in una stratificazione archeologica: 1) Deposizioni naturali preesistenti all'azione dell'uomo. 2) Stratificazione derivante dai processi costruttivi, distruttivi o di trasformazione antropici, corrispondenti alla fase di vita di' un sito. All'interno della fase attiva antropica si possono inoltre 100

5 t,ormare depositi naturali a)di vaste dimensioni (come alluvioni o altro) o b) di minor entità, derivanti dall'azione di agenti naturali soprattutto meteorici e climatici (il lento degradare di strutture lignee, di muri ecc.) o biogenetici. ' 3) Deposizioni derivanti dal degrado posteriore all'abbandono, alla fine dell'attività antropica in un sito, dove nuovamente prendono il soprawento gli agenti naturali. Qualsiasi deposizione archeologica registra a livello microscopico o macroscopico un insieme di processi di questo tipo. Siamo giunti cioè a considerare Come si forma una stratificazione Con un esempio schematico, tratto da una situazione archeologica reale sebbene semplificata ad hoc (f,ig. 3), è possibile vedere nel suo sviluppo dinamico nel tempo, come viene a formarsi una stratificazione in cui agiscono sia l'uomo sia gli agenti naturali: 1) l'uomo, per costruire una struttura muraria, scava una buca per procurarsi la materia prima, l'argilla; con essa forma mattoni crudi ed edifica il,muro; 2) in un momento successivo l'uomo (non necessariamente lo stesso) modifica il progetto iniziale e distrugge quanto aveva costruito; 3) la pioggia sciogliendo l'argilla cruda fa degradare i resti delle azioni umane: dilava il muro (cancellando la struttura di mattone che l'uomo gli aveva conferito) e oblitera la buca di estrazione dell'argilla; 4) gli agenti meteorici (principalmente pioggia e vento) trasportano e omogeneizzano ulteriormente quanto era già stato dilavato dagli agenti naturali. Si può cioè comprendere come sia costantemente in atto un continuum interattivo tra uomo e natura. In questo processo si possono quindi identificare gli agenti, le azioni (o i processi) e i materiali (che subiscono trasformazioni). Gli agenti possono essere la natura o l'uomo (2), le azioni (o i processi) possono ugualmente essere naturali o antropiche, l'esito delle azioni o dei processi si" riscontra nei materiali (che formano il deposito sedimentario sia naturale che antropico) che originariamente sono comunque naturali e che possono subire trasformazioni in progressione tale da renderli totalmente antropici, cioé artificiali. Gli agenti tramite le azioni (o i processi) sia naturali che antropiche portano sempre a una rielaborazione, o tramite dislocazione di materiali o tramite una trasformazione: una rielaborazione tramite dislocazione comporta necessariamente un trasporto, cioè si toglie del materiale da un luogo per portarlo in un luogo diverso (azione antropica), oppure il materiale viene trasportato da un luogo a un altro (azione idrica o eolica), o si sposta da una posizione ad un'altra (soprattutto per gravità). La trasformazione è relativa invece a una modificazione dei materiali (causata da agenti naturali o antropici) senza dislocazione, cioè senza trasporto esterno. Qualsiasi dislocazione presume in origine un'evidenza negativa (costituita dall'assenza del materiale deposto precedentemente, la traccia del materiale asportato) e, dopo il trasporto, un'evidenza positiva (materiale di apporto). La trasformazione produce invece un'evidenza "neutra", nel senso che avviene una rielaborazione di materiali senza che sia stata operata nessuna dislocazione di materiali (3). Riassumendo si può quindi affermare che ogni apporto presuppone un asporto e ogni asporto,postula un apporto (fig. 4), mentre le trasformazioni sono il risultato di rielaborazioni senza trasporto di materiali (non presuppongono quindi nessun asporto). Schematicamente questo sta alla base della formazione di un deposito stratigrafico sia naturale che antropico. Nelle tabelle (figg. 5 e 6) ho cercato di esemplificare i principali processi naturali che in vari modi possono interagire con i depositi antropici. L'agente principale è costituito dall'acqua che in forma di pioggia-neve, di ghiacciaio, di acqua-gelo superficiale, di torrente-fiume o di bacino idrico (lago-mare) opera trasporto di materiali per erosione a monte e per deposito a valle, effettuando una selezione dei materiali, in rapporto al calo di potenza dell'acqu.a e alla forza di gravità cui sono sottoposti i materiali trasportati; il gelo superficiale che, associato alle variazioni termiche, sgretola rocce (e muri) creando detrito; i fiumi che erodono e depositano mutando il loro corso o, rompendo i limiti di alveo, liberano grande quantità di materiali tramite inondazioni, o riescavano nuovi alvei fino a ristabilizzarsi. Tutto ciò può essere visto a livello di micro e di macro-episodi o processi, ma costantemente, 101

6 I/;I/J; Il!;III J~ ~""""'" ~ Ci),'uomo 1'nodfF?ul,~ n~tura CD l'uomo modtftcc31 l'uomo la l'latura m.g1tftc.a l'uomo 0 la natura modif1ca la natura CD l'uomo l'l1odificz:l (t rasforma) I~ natura l'uomo mochfica l'uomo la nilltura modifica l'uomo la natura modific.a la n~tvra SCHEMA DELLE TRASFORMAZIONI NATURALI e AN1ROPICHE (1) ~ (j) ~ ATUR) UOMO "---/ CON TI NUUMinter~tt1\1o tra UOMO e NATURA Il susse,.9uir.si oli azioni df ~uesto ti~r.0rl:a ~lia forma7.io~q oit una STRATIFICAZIONE ARCHEOLOGICA

7 come detto, interagisce dinamicamente con l'antropizzazione, da un punto di vista archeologico soprattutto post-deposizionale. Il vento, almeno per quanto concerne il nostro comparto geografico, influisce meno nella modificazione del paesaggio, se non nelle zone costiere, con la creazione di dune, o periglaciali con il trasporto di limi finissimi che formano illoess (noto come deposito diffuso nelle regioni danubiane); il vento può assumere invece una funzione più strettamente collegata ai depositi archeologici a livello di erosione superficiale, combinata agli altri agenti atmosferici, creando veli minutissimi di apporto che spesso si possono identifi,care con interfacce (vedi più avanti) che marca- AZIONI NATURALI E ANTROPICHE apporto rresurrone un asrorco o~nl < o L LI L> 0,Qhl asrorlo r05 LU ~ un arrorl:"o Fig. 4. no il passaggio tra uno strato e un altro. In altri ambienti, l'erosione eolica continua, attiva anche per millenni, può asportare completamente le componenti fini degli strati archeologici (argilla, limo, sabbia), portando in luce una sovrapposizione dei soli inclusi (resti di manufatti) (4). Le trasformazioni sono costituite principalmente dalla formazione del suolo, processo composito, derivante dall'azione congiunta di organismi vegetali e animali e da vari tipi di trasformazioni chimico-fisiche, sviluppatesi in situazioni climatiche adatte. La formazione e l'identificazione di suoli antichi è di grandissima utilità in vari aspetti dell'interpretazione stratigrafica; di contro la formazione continua di un suolo fino all'epoca attuale può - date le trasformazioni chimico-fisiche sviluppatesi nel deposito anche in profondità - cancellare le differenziazioni stratigrafiche di deposizioni primarie, trasformando una sequenza stratigrafica in un unico strato omogeneo (5). II10ess (limo eolico) per un complesso di processi naturali si trasforma in lehm (argilla); questa è una trasformazione che può interessare solo indirettamente l'archeologo, più importante invece la formazione di torbe, specialmente per i depositi archeologici perilacustri o perifluviali, comunque perispondali, dove la presenza o meno di queste formazioni fornisce indicazioni fondamentali nella lettura complessiva dell'arco di vita di un insediamento umano. Tali aspetti comunque andrebbero approfonditi ben più appropriatamente, ho voluto solo scorrerli rapidamente per dare un'idea dei processi che stanno a monte di molte e, per certi aspetti secondari, di tutte le stratificazioni archeologiche. Nella tabella a fig. 7, sono esemplificati esiti di azioni sia naturali che antropiche, giustapposte analogicamente in relazione al già esposto rapporto genetico di apporto, asporto o trasformazione. AI di là dell'aspetto analogico, benché gli esiti di azioni antropiche ben si differenzino da quelle di origine naturale, qualora strati naturali interessino (per sovrapposizione o interpolazione) depositi antropici, la loro codificazione stratigrafica sarà la stessa usata per quelli archeologici: 103

8 ... o """ AG[NTI AZIONI ESITI _ ~À _.. ---~A A---_.. ( \(,! " l forme di a brilsione nicchi e d~ distacco erosiol1~ surerf-iciali ero$ion~ qi SIl0r'lda ca noli r el'o $~V~ o do L erosioni I cosl..a gelo surerfic iale ~cque surerftciali t-----j fiume -corrente GRAVITA' rarporu o me" ZlnlCI 5TATIC.A [)INAM I CA ~--*~ TRASPORTO mare - 1<il~O detrito J soli Flusso collvvioni

9 m:!! ~<P..,0'1 Il) I C/)C1l..,r 0" 3 Di Il) o N.Q _.c; o Il) ~.~ AG[NTI AZIONI ESITI --,.A. A (---~ \( ~~ III < < (Il < ::l (I)... :::I o lo ~ Of\.) :::I~ O C/) O C/) :::I (I) O :::I _. N'O III.., 3 :i' '0 ~D.> o'=' llllll NIO -'(1) 0:::1 :::1_ (I) _. :::I C/)lll '0 III c; N'" _.lll lll=' mo o.::j' (1)(1) -'O C/) O (I) C/) o. _.0 Ul 3:::1 (I) O :::I Il) I VENTO GRAVITA' Y~rroYl:i rne(c~nid STATICA DINAMICA le" '>1 TRASPORìO i DEPOSITO (~rrorto) o O eros\ohi eoi lehe -' o (J'l <:l'e o ~ iil O Co (Il 'e o VI fj iil ii) 2. ṃ... iil Ul 'e o ~ SUPPORTI A. r , de~osito di qualsiéll!ti ttpo ve91e.tal~ ORGANISMI ve)letali e -anim-ali a TRASFORMAZIONE

10 ILE UNITA' STRATIGRAFICHE I sono formate da naturali----+-az ION I 'antroniche di: erosiohi di costa erostohi spondali c~m~li erosivi evosioni surevfi'cialr forme di abroisiol'1e nicc.hie oli distclcco derositi costieri aie ro$iti ~liuvioni c.olluvi oni t'l'lorene sronolali derositi detritici soliflus.so 5h1oHzamenl:i frane formazione di suolo torbe loess~ lehm~... RSPORTO evidenze negative RPPORTO evidenze rosil:ive TRRSFORMRZIONE H 11 i Ili III evidenze rositive (neut~e) es<.avi Fossati Fosse di fondazione fosse dr spoliculone li'vell~menti buc.a di palo c.ava di ecc. '- strutture Il scal'i'chi 5!:ru I:cu rati u ho {rifiuti crolli o ~car" I o [ChitnlSthO lndoho -< cottura l~omrressiohe minerale pietra òly,gilla muy"acure strade c-errazzamel'1ti Focolari ecc. a~ger-i Rg. 7 - Schema esemplificativo della corrispondenza tra azioni (o processi) naturali e antropici. sorr~eievaz.ioni colmate ecc. ecc. 106

11 Fig. 8 - Formazione di un deposito detritico (o talus): le variazioni climatiche, l'acqua e il gelo superiiciali, intaccano le superiici della roccia esposta, creando a valle depositi detritici. c b c ~'QlU/mmnmJmijOlI1221? 2. Fig. 9-1, Colluvione: gli agenti atmosferici - principalmente l'acqua - trasportano da monte a valle (soprattutto tramite scivolamenti gravitativi o colate fangose) terreni, graniglia, ghiaia, creando coltri di deposito detto appunto colluviale. 2, il fiume (a) erode le sue sponde depositando più a valle quanto ha asportato a monte (b e c). 3, il fiume in fase di piena (a) può rompere i propri argini, esondando (b e b1), al suo ritiro l'acqua lascia le tracce del'alluvione (b2) depositando ghiaie, sabbie e limi (formazioni alluvionali). 107

12 ( r;= svolo Sbl'dro òrò1,ol~;c4---; tevyi ccio siev; le sdkbi~--- Fig. 10- Erosioni di sponda o di costa (da una situazione analoga derivano i ritrovamenti archeologici nell'alveo del fiume Bacchiglione nell'agro patavino). b ~~ '", '" ~ \ I \, I I ~ b AÀ C U ~ c. bucz\ livellam e I1to ~.. o o ' o o..r:::co...,!fil "', \ I \ I \ / \ / '" /..._--- '-"'. b tenazzamento c Fig Esemplificazioni di azioni o processi antropici di asporto e di apporto. 108

13 tycls rorl:o a.secco ~') + b + >- tr~5rorto idrico Fig Rapporto dimensionale inverso nella deposizione a secco o per trasporto idrico dei materiali: se il trasporto avviene a secco (talus, conoidi detritiche, scarico antropico ecc.), si fermeranno prima i materiali più leggeri e via via quelli più pesanti, avviene cioè una selezione gravitativa; se il trasporto è idrico (conoidi deiettive, depositi alluvionali, strati sedimentari all'interno di un fossato ecc.) i materiali saranno depositati in rapporto al calo della forza dell'acqua, quindi - inversamente - si fermeranno prima i materiali più pesanti e via via quelli più leggeri, avviene cioè una selezione idrica. Questo è uno dei criteri generali per comprendere la genesi di uno strato. un deposito alluvionale interposto tra strati antropici, così come una colluvione, sono evidenze positive. Allo stesso modo, un canale erosivo (naturale quindi) è un'evidenza negativa quanto l'incisione prodotta da una buca di palo o da un canale di drenaggio. Diversa è la loro genesi, ma questo verrà dedotto dalla composizione e/o dalla conformazione delle singole unità stratigrafiche. In questa operazione interpretativa, sarà necessaria l'integrazione tra archeologo e geologo. Delle azioni o processi naturali è già stato detto nelle tabelle precedenti; per quelli antropici sono state inserite esemplificativamente le evidenze più comuni. Ho inserito il lemma trasformazioni che raggruppa in sè, sia a livello naturale che antropico, alcune formazioni che non corrispondono perlo più (6) ad accrescimento nè ad apporto (quindi senza trasporto di materiali). Sono evidenze stratigrafiche che, pur derivando da processi diversi, hanno la comune caratteristica di modificare materiali già esistenti; in questo senso le ho definite evidenze positive in quanto esistono, sono registrabili, ma "neutre" in quanto derivano da processi che awengono in loco, che agiscono sul già esistente senza nuova dislocazione di materiale. A livello antropico la compressione può derivare ad esempio dal peso di un grosso muro su depositi originariamente poco consistenti o dalla pressione continua esercitata sul piano di calpestio di una strada ecc. Questi processi possono creare delle situazioni di diversificazione, riscontrabili sia arealmente che in profondità, si vengono cioè a formare episodi di discontinuità all'interno di stratificazioni originariamente omogenee. La cottura può a volte indurre a considerare come apporto la trasformazione superficiale di uno strato argilloso-limoso su cui è stato acceso un fuoco, creando un'area e uno spessore, una porzione di strato arrossata o grigiastra; questa azione, e tanto più l'iterazione di tale azione, modifica sostanzialmente lo strato sottostante, senza che vi sia nessun apporto di nuovo materiale. Analogo il caso del chimismo indotto: scarichi organici antropici imbibiscono lo strato o gli strati sottostanti di sostanze chimiche che migrano in soluzione oppure elementi organici all'interno di uno strato reagiscono in modo diversificato secondo la loro concentrazione; tali sostanze creano colorazioni diverse, screziature, aloni ecc., anche in ampi areali e spessori, omogeneizzando strati anche diversi per formazione; questi fenomeni si possono rilevare tramite l'aspetto più appariscente del processo, corrispondente alla diversificazione cromatica (7). Le cause di questi processi possono essere molteplici e possono definirsi derivanti indirettamente da azioni antropiche, sono cioè a mezzo tra processi umani e naturali, in quanto esiti indotti da azioni antropiche (scarico organico). Compressione, cottura, chimismo indotto, non modificano la sequenza relativa della stratificazione, in quanto sono processi che awengono successivamente alla formazione dello strato che subisce trasformazione, senza nuovo apporto o asporto (se non tramite una traslazione di energia o di sostanze chimiche). Ma una corretta lettura di questi fenomeni oltre a essere necessaria 109

14 ..!~;~....,~~'(t.' <. :; ~...:...:... r------_ ----a b Fig Selezione idrica: basta un forte acquazzone a trasformare uno scarico antropico, un cumulo di terra non ancora compattata (a) in uno strato (b) che al suo interno mostra di aver subito una selezione idrica: apparirà interstratificato con alternanze di argille e limi fogliettati, livellini di sabbie, lenti di graniglia ecc. (b1). per non unificare strati diversi o per non suddividere in strati diversi un unico strato, è importante per giungere ad una comprensione più ampia dell'aspetto genetico e quindi storico del deposito archeologico. Questa presentazione sommaria di agenti e azioni naturali e antropici dovrebbe essere sufficiente per comprendere come viene a formarsi una stratificazione archeologica e la diversificazione degli elementi che la compongono. Va sottolineato conclusivamente che qualsiasi formazione di strato corrisponde sempre a una rie/aborazione di depositi precedenti, risultato del rapporto dinamico interattivo tra processi antropici (rapporto uomo -+natura e uomo -+uomo) e processi naturali (rapporto natura -+ uomo e natura -+ natura). 110

15 La stratificazione, il deposito archeologico Il termine "deposito" deriva da deposizione in quanto gli elementi 'fisici, materiali che compongono una stratificazione, si sono deposti o sono stati deposti gli uni sugli altri così daformare un certo spessore strutturato di materiali diversi, questa differenziazione di composizione rende riconoscibili i singoli strati. Strutturato in quanto ogni deposito ha una sua conformazione, una sua sequenza, quindi una sua struttura, che gli è derivata dall'accumulo successivo di strati diversi (antropici o naturali) intercalati eventualmente da episodi di asporto (le evidenze negative citate in tabella), elementi questi ultimi che, purnon avendo spessore, lasciano un'evidente traccia delle azioni prodotte in antico (il profilo di una buca, di un livellamento, di un'erosione ecc.) fornendo informazioni autonome circa la formazione di quel deposito archeologico. Possiamo perciò definire la stratificazione o deposito archeologico un insieme di strati sovrapposti, correlati direttamente o indirettamente tra loro in senso spaziale (sia orizzontale che verticale) esito di azioni successive sia naturali che antropiche. L'elemento base, costitutivo di una stratificazione è lo strato, inteso come entità fisica con caratteristiche proprie, tali da diversificarlo dagli altri strati, compreso tra limiti riconoscibili. Per questo motivo, in senso archeologico, uno strato può essere considerato una qualsiasi entità omogenea di materiali. Il termine "omogeneo" va inteso in senso relativo, in quanto il concetto di omogeneità va riferito all'insieme dello strato, rispetto ad un altro strato. Infatti mentre non vi sono dubbi nel ritenere omogeneo uno strato composto di sola sabbia o di uno scarico di cenere, ben diverso è il concetto di "omogeneità" riferito ad uno strato formato di terriccio al cui interno sono miscelati caoticamente pietrisco, ossa, cocci, carboni, ecc., oppure uno strato di risulta costituito da frammenti di embrici, tegoloni, granuli di malta ecc.; l'omogeneità va quindi intesa come caratterizzazione sistemicamente costante di un'entità stratigrafica, tale da poterla definire come esito di un processo genetico unitario. In quest'ottica può essere considerato strato sia un sedimento incoerente di origine naturale o il corrispondente antropico, sia una struttura. Uno strato ha una sua conformazione, può essere tendenzialmente orizzontale o verticale. Secondo la coerente ridefinizione di Harris un muro può e deve essere considerato uno strato, in quanto esito omogeneo di un processo formativo umano; così strato verticale può essere considerato pure il riempimento caotico di una fossa (fig. 14) ecc. Lo strato è un'entità finita nello spazio ed è quindi misurabile sia in estensione che in spessore (fig. 14). I I l I 5u r edigie dì stròto o il1tey fé~(,c.ia._--- /./ b~se o 'Iettol( dello.strato c:::::= =s~essol"e ~ ~ I I a sby~t-o oriz2ont011e b stvato verticale Fig

16 Mutuando un altro termine dalla geologia il limite tra due strati si definisce interfaccia e corrisponde al "momento" di discontinuità tra due episodi disgiunti; con questo termine si definisce cioè quel piano, quella superficie (quella linea in sezione) che corrisponde alla testa dello strato inferiore e alla base o "Ietto" dello strato superiore. Queste si possono definire interfacce positive in quanto sono limite di uno strato che ha una sua consistenza e una sua estensione (fig. 14), corrispondono cioè alla fine di un'entità spaziale che ha uno spessore proprio; da un punto di vista genetico l'interfaccia positiva (se non è stata rielaborata successivamente) sta a indicare lafine del processo formativo dello strato. Abbiamo detto prima che non tutti gli episodi formativi di una stratificazione corrispondono ad azioni o processi positivi, di apporto, ma vi sono anche azioni o processi di asporto (fosse, erosioni ecc.). Tali azioni o processi creano delle interfacce che non corrispondono a superfici di altri strati, ma a distruzioni posteriori di superfici precedentemente formate, a incisioni in spessore di strati preesistenti, corrispondono cioè a superfici in sé che non sottendono nessun strato proprio, nessuna deposizione; corrispondono quindi a una superficie cha dà i limiti di quanto è stato asportato, e che in questo senso può essere definita interfaccia negativa o interfaccia in sé. È in pratica un'entità stratigrafica immateriale, in quanto dà informazioni specifiche circa azioni operate o processi awenuti in una stratificazione; ha una sua forma, una sua spazialità, ma non ha "contenuto", non ha spessore (fig. 15). b Rg Esempi di interfacce negative o «in sè»: a) di fossa o di buca, b) di scasso in pendio, c) di distruzione di un muro. Sinteticamente si può riassumere che di norma una stratificazione archeologica è formata dalla sovrapposizione di evidenze positive (strati) e da evidenze negative (interfacce in sè). Per usare una definizione unificante dei vari esiti di azioni e/o processi diversi, sia riferibile a strati veri e propri sia a strutture, sia a evidenze positive che negative, a livello di registrazione dati si usa funzionalmente il termine di unità stratigrafica (siglata US). Circa il contenuto degli strati che formano una stratificazione archeologica, al di là del breve cenno metodologico fatto in precedenza, riguardo il concetto di omogeneità, parleremo brevemente quando si tratterà di identificare, tramite lo scavo le diverse unità stratigrafiche. c 1) Senza prendere in considerazione per semplicità di discorso, come nelle tabelle prodotte, elementi traumatici di più ampio raggio, come eruzioni vulcaniche, terremoti ecc. 2) Questa schematizzazione porta perpraticità a disgiungere dicotomicamente l'uomo dalla natura, mentre sotto un 'altra ottica si potrebbe vedere l'uomo, esso stesso natura e nella natura, che agisce secondo la propria logica comportamentale, ma questo ci porterebbe più a discorsi filosofico-panici, che a una necessaria praticità nella posizione dei problemi in senso operativo. 3) Anche se un trasporto avviene comunque a livello microscopico o peremanazione di energia, o perpercolamento idrico e a livello meno microscopico per azioni biogenetiche ecc. 4) Questo fenomeno è tipico dei deserti soprattutto asiatici. 5) Situazioni di questo tipo si realizzano soprattutto in ambiente boscoso e/o di alta montagna. 6) la formazione di un suolo agisce soprattutto in profondità, trasformando il già esistente, ma in particolari situazioni climatiche ed ecozonali, specialmente se protrattesiper un ampio periodo, portano anche ad un accrescimento dello strato. Le torbe rispondono in pratica, per quanto ne deriva in una stratificazione archeologica, più ad un processo di accrescimento che a una modificazione "neutra", anche se lo strato originario ha subito una trasformazione soprattutto chimica. 7) Questo problema, dalpunto di vista di relazione con i processi antropici è stato perora perlo più solo osservato, mentre deve essere analizzato a livello specialistico: non è possibile in questa sede trattarlo, se non come posizione di un problema che esiste e in futuro dovrà essere approfondito sia per le implicazioni di ordine genetico antropico, sia per l'aspetto relativo al1'individuazione degli strati. Trasformazioni di questo tipo non devono comunque modificare la codificazione delle unità stratigrafiche (quindi non interferire con la costruzione del diagramma Harris), ma sono evidenze che vanno comunque registrate in pianta e in sezione e descrittivamente sulla scheda stratigrafica e sul giornale di scavo, ricordando che sono fenomeni presenti abbastanza costantemente nei depositi antropici insediamentali. 112

17 LO SCAVO STRATIGRAFICO Lo sviluppo ~elle metodologie Siamo arrivati a rende-rei conto di come può formarsi una stratificazione archeologicae quali possono essere le sue caratteristiche compositive. Siamo cioè al punto di partenza di chi deve affrontare uno scavo. Vale la pena a questo punto di accennare per sommi capi a come nel tempo sia stato impostato e via via risolto questo problema (1). In origine lo scavo era concepito per lo più come puro recupero di oggetti, poi gradatamente in forma episodica, a seconda della sensibilità dei singoli operatori si cominciò a comprendere l'importanza di fissare sulla carta con rari schizzi topografici e successivamente stratigrafici la sintesi delle situazioni esplorate. In ambito archeologico monumentale, soprattutto classico, lo scavo si riduceva a "pulire" i muri, le pavimentazioni, le strutture dai materiali che li tenevano nascosti; la stratificazione corrispondeva solamente a una scomoda cubatura di terreno da asportare, si trattava cioè di un vero e proprio sterro: si veniva così a distru-ggere ogni possibilità di lettura storica del contesto e delle successive trasformazioni operate sul monumento o attorno al monumento; il rapporto con l'ambiente inoltre esulava totalmente dagli interessi dell'epoca. Questa situazione si protrasse dalle origini dell'interesse per i manufatti archeologici, percerti aspetti, fino ai giorni nostri. Diversamente da altre discipline l'archeologia di campo, momento sperimentale dell'archeologia, ha faticato a raggiungere una sua dignità e una sua autonomia di scienza, forse troppo distratta dalla qualità dei ritrovamenti che offuscavano l'interesse per il contesto.. In Italia la paletnologia curata tradizionalmente, specie nei decenni più vicini a noi, da studiosi per lo più di estrazione naturalistica, fu più sensibile ai problemi stratigrafici e a quelli ambientali: lo studio dei manufatti è accompagnato dal supporto stratigrafico tramite sezioni con numerazione o siglatura degli strati, basti citare due studiosi: il Blanc con la stratigrafia della Grotta Romanelli nel 1921 e il Bernabò Brea agli inizi degli anni '40 con la esemplare stratigrafia delle Arene Candide. Data la sede di questo seminario un solo cenno al Veneto dove appare abbastanza precocemente la presenza di piante e sezioni nelle relazioni di scavo di diversi autori relative soprattutto ad aspetti abitativi, ma anche sepolcrali preistorici e protostorici. Nel 1876 il Lioy, studioso vicentino, pubblica Le abitazioni lacustri di Fimon: è la prima comparsa di una sequenza stratigrafica, seppure assai semplificata; negli anni successivi, a cavallo tra la fine dell'ottocento e i primi del novecento, si assiste a un fiorire di ricerche ad opera della Soprintendenza e dei Musei di Padova ed Este: Prosdocimi e poi Alfonsi e Cordenons accompagnano spesso alla pubblicazione dei materiali archeologici piante e sezioni dei vari saggi di scavo condotti in ambito atestino ed euganeo. Questa tendenza però decade gradatamente, riprende vigore solo molto più tardi in campo paletnologico tramite le ricerche dell'università di Padova verso gli anni '40, prima ad opera del Battaglia (Istituto di Antropologia) e poi ad opera di P. Leonardi (Istituto di Geologia) e quindi dall'istituto Ferrarese di Paleontologia umana da lui diretto (con attività sistematiche soprattutto in area vicentina) che ha contribuito notevolmente a codificare la necessità di applicare la metodica scientifica dello scavo stratigrafico, superando ampiamente l'ambito regionale (2). In ambito della ricerca classica, riportando il discorso a livello nazionale, vi furono - si può dire - solo delle eccezioni significative come i Boni con la stratigrafia relativa alla Colonna traiana (1913) e il Lamboglia che con gli scavi di Albintimilium ( ) fu l'antesignano di un metodo sia stratigrafico che estensivo. Tali esperienze rimasero però per lo più isolate, evidentemente non stimolate dalle istituzioni centrali, non si venne a creare, diversamente da altrove, una cultura, una coscienza scientifica diffusa, tale da rendere prassi a tutti i livelli lo scavo stratigrafico. I guasti prodotti datali carenze si sono protratti in pratica fino a un decennio fa e in molti casi fino ai giorni nostri, privilegiando strutture di un certo rilievo e sepolcreti rispetto allo studio degli abitati, per i quali la tendenza era quella di raccogliere un po' di materiale mobile per documentarne la cronologia. In ambito a scavi urbani, quando la distruzione non era totale, ci si riduceva a scendere per grossi tagli, prendendo quote assolute senza registrare la stratigrafia, come se gli strati fossero tutti esattamente orizzontali e non vi fossero inoltre continue turbative causate dal continuo evolvere dell'assetto urbano: buche, drenaggi, livellamenti, fosse di fondazione e di scarico ecc. Ora la situazione sembra radicalmente mutata, seppure non manchino resistenze. A livello metodologico però le tappe fondamentali dello sviluppo dell'archeologia di campo vanno ricercate in ambito anglosassone. Non a caso è soprattutto in Inghilterra, che per prima aveva dato impulso alle ricerche geo-paleontologiche sia sul piano empirico che teoretico, che si comprende l'i-mportanza della stratigrafia. 113

18 2 5 3 Clssonometvi~ rlzlnimetria dello ~'avo

19 Tra gli anni '20 e'50 Wheeler e successivamente la Kenyon sono i principali assertori dello scavo stratigrafico, teorizzando e applicando un metodo perottimizzare i dati derivanti dalla stratigrafia intesa come sequenza di azioni successive prodotte dalla natura o dall'uomo. Per ottenere un costante controllo stratigrafico lo scavo viene condotto per quadranti predisposti intervallati da diaframmi (testimoni) (fig. 16) che vengono mantenuti fino al raggiungimento degli strati sterili non antropici. Itestimoni, vengono a corrispondere ad un'ampia serie di sezioni esposte da cui ricavare la registrazione stratigrafica globale dell'area scavata, tramite i rilievi stratigrafici. È la prima volta che gli strati vengono sistematicamente rilevati e siglati e in concomitanza i reperti mobili vengono mantenuti nella loro associazione originaria di deposizione. Il limite di questo sistema deriva dalle molte "occlusioni" create dai testimoni che in certi casi possono nascondere alcuni passaggi di strato (specie se i testimoni sono di ampio spessore), con la possibilità di creare delle letture stratigrafiche erronee (uno strato può esaurirsi nello spessore del testimone, può nascerne uno di analogo ma a sé stante ecc.). Contemporaneamente veniva a mancare una possibilità di lettura e di registrazione totale in estensione di uno strato; si dava cioé più importanza alla sequenza relativa degli strati (quindi in senso verticale) perdendo informazioni circa l'estensione dello strato. Nell'ultimo ventennio è soprattutto Barker il propugnatore di un superamento del metodo wheeleriano in funzione di uno scavo estensivo (open area): più ampio sarà lo scavo, più si comprenderanno i rapporti della stratificazione sia in senso di successione verticale relativa, sia nei rapporti topografici areali; l'uso del testimone viene ridotto al minimo e soprattutto viene concepito come un espediente prowisorio di controllo stratigrafico, che via via può venire smontato, asportato, in sequenza con l'asporto dello strato su tutta l'area. La registrazione delle sezioni a vista, viene sostituita dalla "sezione cumulativa", che viene costruita lungo linee prescelte, rilevando la stratificazione mano a mano che ogni unità stratigrafica viene messa in luce e poi asportata. A queste si possono aggiungere integrativamente sezioni "volanti", parziali, per rilevare situazioni particolari secondo le necessità indotte dalla diversificazione caratteristica di ogni stratificazione. Oltre all'attività di campo e alle relative relazioni di scavo, il Barker pubblica nel 1975 un manuale sulle tecniche di scavo (su alcune tecniche), in questo testo oltre che fornire infiniti esempi pratici derivanti dalla sua grande esperienza e dal suo approccio analitico di scavo al limite del perfezionismo, teorizza questa nuova tendenza, sottolineando anche l'importanza della registrazione "oggettiva" dei singoli strati e elementi stratigrafici, tramite schede a lemmi preordinati. In ambito mitteleuropeo, e per certi aspetti, in campo paletno.logico si è sviluppato e teorizzato anche lo scavo "artificiale" (secondo la definizione del Moberg) o per "plana". Si scava cioè pro- ](l:~5llio Fig Scavo per tagli artificiali, arbitrari, o «per plana»: è un metodo di scavo antistratigrafico; invece di asportare gli strati secondo il loro ordine di deposizione, si procede ad approfondimenti di spessore, di norma, costante: per quanto siano accurate le sezioni, e le piante cumulative, i materiali di scavo risulteranno sempre rimescolati. 115

20 cedendo per tagli artificiali geometrici, totalmente indipendenti dall'andamento della stratifica- ~ zione (fig. 17). Questo metodo, benché presupponga una documentazione grafica particolarmente accurata a livello di piante e sezioni, porta necessariamente alla commistione di strati diversi, come è facile comprendere dall'illustrazione; viene usato con buoni risultati nello scavo di terrapieni in cui l'intricato sistema di apporti di terra è intercalato a sistemi di pali diversamente composti a cassoni, a intelaiatura portante (di cui rimane solo traccia): in questo caso si procede per piani successivi registrando minuziosamente tutte le evidenze in pianta e sezione, così da poter ricostruire poi in laboratorio assonometricamente la composizione del sistema strutturale. Tale metodo viene anche usato perscavi di emergenza, ma a questo livello i risultati, penso, siano molto discutibili. Vedremo invece più avanti come tale tecnica possa essere usata in situazioni particolari. Il metodo "barkeriano" ha ricevuto un'ulteriore normalizzazione e una nuova carica propulsiva dal recente contributo fornito dalla teorizzazione dello Harris che, prima con una serie di articoli, quindi nel1979 con una formalizzazione più estensiva, tramite un vero e proprio manuale, ha portato alle estreme conseguenze, indicando anche carenze e contraddizioni, il raffinato empirismo anglosassone. L'autore ribadisce e teorizza la totale autonomia della stratificazione archeologica rispetto a quella geologica. Qu.esta puntualizzazione, necessaria per poter superare determinate confusioni, andrebbe comunque a mio awiso ridiscussa, in quanto, partendo per lo più dalle leggi geologiche relative alle stratificazioni rocciose, il discorso può risultare enfatizzato, mentre il raffronto più funzionale dovrebbe essere portato verso la geologia del Quaternario e quindi a tutti i processi sedimentari recenti soprattutto relativamente a stratificazioni incoerenti o pseudo-coerenti. Dopo questa premessametodologica, Harris ridefinisce le caratteristiche proprie dei diversi elementi che compongono una stratificazione, chiarendo in particolare la "funzione" delle superfici di strato, evidenziando la necessità di considerare quale elemento autonomo, sebbene immateriale, l'interfaccia negativa o in sé. Soprattutto l'autore ripropone in forma più rigorosa i metodi di registrazione dei dati, tramite la numerazione di tutte le unità stratigrafiche e, con il sottolineare la necessità di registrare in pianta tutte le unità stratigrafiche oltre che owiamente le stratigrafie verticali, porta anche ad un nuovo aggiustamento metodologico sullo scavo. Tale sforzo di chiarificazione delle problematiche stratigrafiche, sia a livello teoretico che nella sua ricaduta in campo applicativo, è il supporto necessario perpoteroperare una rielaborazione formalizzata e astratta della sequenza cronologica relativa di una stratificazione: ciò che ormai si definisce normalmente, dal nome del suo ideatore, diagramma Harris (o matrix), di cui parleremo concretamente più avanti. Carandini nell'ultimo decennio è stato in Italia il maggior propugnatore del metodo anglosassone e in particolare della nuova proposta harrisiana: tramite lo scavo "pilota" di Settefinestre, molti scritti a livelli diversificati, dalla critica alla proposizione, un convegno nazionale e un manuale per gli operatori del settore, ha svolto un ruolo decisamente promozionale verso una chiarificazione epistemologica, con una volontà politica di rinnovamento e di coaugulo attorno ai problemi concernenti le problematiche dell'archeologia di campo. Storicamente, dato il "ritardo" dei "classici" rispetto ai "preistorici", si potrebbe intenderetutto ciò quasi come unarivalsa dei "letterati" rispetto ai "naturalisti" (costruttiva peraltro), dei "filosofi" rispetto agli "scientisti"; ma al di là di queste possibili contrapposizioni, a me sembra che in questo modo, o con questa strategia, si sia riusciti a far esplodere il problema "scavo" (e quale tipo di scavo) in modo tale che, o per aggregazione o per opposizione, resti comunque inevitabile un'implicazione necessitante a discutere criticamente, ognuno secondo la propriaformazione e la propria esperienza, quanto di norma ogni operatore o gruppo sperimenta sul campo più o meno episodicamente o sistematicamente, così da trasformarlo in metodologia e cultura circolanti, proprie di una vera comunità scientifica. Lo scavo Come già detto all'inizio, non parlerò di come si conduce uno scavo, ma tramite brevi cenni cercherò di fornire solamente alcuni concetti base. Oltre allo studio e all'esperienza personale (fig. 18) è necessaria la preparazione specifica situazione per situazione: ogni sito corrisponde a una deposizione unica e irrepetibile; non è lo stesso infatti scavare una villa romana, una necropoli, una palafitta, un abitato protostorico o un deposito in grotta. Comunque a parte alcuni aggiustamenti tecnici e a parte la composizione dell'équipe di scavo, che può mutare, il metodo di scavo deve essere sempre lo stesso. Lo scavo corrisponde allo "smontaggio" degli strati e quindi "delle azioni...nell'ordine inverso in cui si sono prodotte", per questo "nello scavo ideale si arriva alla distruzione totale per una 116

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