LA CORTE BENEDETTINA DI LEGNARO

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3 LA CORTE BENEDETTINA DI LEGNARO Vicende, strutture, restauri a cura di Mimmo Vita e Francesco G.B. Trolese Regione del Veneto

4 I documenti estratti dall Archivio di Stato di Padova, sono stati riprodotti su concessione n. 24 del 06/12/ 2001, prot. n. 5176/X.1 Il disegno dei possedimenti della Corte di Legnaro datato 1774, riprodotto nei fogli di risguardo ed in copertina, è stato ricavato dall ARCHIVIO DI STATO DI PADOVA, Corporazioni soppresse, S. Giustina, 581. I documenti di pag. 1 e 160 riproducono disegni del 1795 conservati nell ARCHIVIO DI STATO DI PADOVA, Corporazioni soppresse, S. Giustina, 560, f. 1r, 2r. Pubblicazione realizzata in collaborazione con l Assessorato alla Cultura e l Identità veneta della Regione del Veneto Copyright 2001 by : Regione del Veneto, Venezia, Dorsoduro 3901 Veneto Agricoltura, Legnaro (PD), Via Romea Sono rigorosamente vietati la riproduzione, la traduzione, l adattamento, anche parziale o per estratti, per qualsiasi uso e con qualsiasi mezzo effettuati, compresi la copia fotostatica, il microfilm, la memorizzazione elettronica ecc., senza la preventiva autorizzazione scritta di Regione del Veneto Veneto Agricoltura. Ogni abuso sarà perseguito a norma di legge. Regione del Veneto

5 Indice GIANCARLO GALAN, Presentazione GIORGIO CAROLLO, Presentazione GUGLIELMO MONTI, Il recupero della Corte di Legnaro SANTE BORTOLAMI, Corti e granze benedettine nel Medioevo: alle origini di una storia di lunga durata FRANCESCO G.B. TROLESE, La presenza dei monaci di Santa Giustina a Legnaro e nella Corte LUIGI DESTRO, MAURO RONCADA, L intervento di restauro da parte della Regione Veneto Genio civile di Padova ENRICO SCHIAVINA, L intervento di restauro alla Corte benedettina di Legnaro

6 La storia degli uomini non sempre ha come unici protagonisti re o eserciti. In particolare la storia medievale dei nostri territori veneti si segnala come una continua opera di addomesticamento della natura: si trattava di terreni difficili, spesso acquitrinosi o dominati dalle selve. L azione dei benedettini, assieme a quella delle signorie locali, era diretta alla regimazione delle acque, la bonifica delle terre e comunque alla conversione del paesaggio, allora spesso dominato dalla boscaglia, in aree ove si doveva insediare l agricoltura, la vera ricchezza del tempo. Il nostro Veneto è una terra bella oggi. Viene visitata da tutti perché è universalmente riconosciuto questo patrimonio, che è culturale, architettonico e ambientale. Ci sarà stato scempio, forse in altri tempi, ma la qualità del nostro territorio è ai vertici mondiali. E dobbiamo ringraziare l Agricoltura perché ha saputo modellare mirabilmente il paesaggio. Le Corti benedettine con il loro patrimonio religioso e culturale incrociano questa opera avviata dai monaci con mirabile sapienza circa mille anni fa. Quella di Legnaro, che abbiamo voluto recuperare affidandola al mondo agricolo, è un segno mirabile di questo sviluppo. La ruralità oggi è tornata al centro degli interessi. Non si tratta di una sorta di infantile nostalgia del mondo contadino. È vero e proprio mercato, che contraddistingue anche qui le capacità professionali dei nostri imprenditori agricoli ed agroalimentari, i quali sanno ben valorizzare i prodotti, avvalendosi della loro superiore qualità e del contesto all interno dei quali vengono proposti. Veneto Agricoltura ha saputo inserirsi in questo processo, e la Corte benedettina di Legnaro è, se vogliamo, il segno di come la Regione intende affiancarsi e collaborare con il mondo agricolo per governare i processi in atto. Una parola d ordine: recuperare la tradizione all interno di una visione innovativa ed innovatrice. GIANCARLO GALAN Presidente della Regione del Veneto 5

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8 La Corte benedettina di Legnaro, dopo il restauro durato ben 12 anni, è oggi uno dei complessi architettonici più significativi della bassa padovana. Come ha già sottolineato il Presidente della Regione Giancarlo Galan, i milioni di Euro spesi, sono stati ben spesi. Gli investimenti in cultura, il recupero della storia più profonda della vita del nostro territorio è un dovere che dobbiamo a noi stessi ed alle generazioni future. La Corte benedettina di Legnaro è sempre stata un centro oltreché religioso, il fulcro della vita rurale di un comprensorio vasto e significativo, anche mille anni fa. Per noi di Veneto Agricoltura questo è tanto più vero se, come dimostrano gli importanti testi di Padre Francesco G.B. Trolese, Direttore della Biblioteca dell Abbazia di Santa Giustina di Padova e del Prof. Sante Bortolami dell Università di Padova che qui ringrazio per il loro impegno nel portare a termine questo volume, associamo la Corte di allora a quella di oggi. Il suo rifiorire non solamente dal punto di vista strutturale ma anche quale riferimento per il mondo rurale è l obiettivo che più ci prefiggevamo. Oggi è centro di formazione e divulgazione, ospita convegni e meeting nazionali ed internazionali, accoglie studiosi e giovani che intendono approfondire e comprendere l innovazione in agricoltura, o nei settori agroalimentare, forestale, ecc. È inoltre a disposizione del territorio, ospitando la biblioteca ed alcuni servizi del Comune di Legnaro. Voglio anche ringraziare la Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio del Veneto Orientale che ha seguito con attenzione le fasi del restauro, permettendoci di giungere ai risultati ben riprodotti in questo libro, come la dedizione degli Ingegneri Luigi Destro e Mauro Roncada del Genio Civile di Padova, che hanno diretto i lavori realizzati con sapienza dalla ditta Schiavina. Come un plauso va al Dr. Mimmo Vita che con i suoi collaboratori ha portato a termine questo volume, nonostante alcune difficoltà anche imprevedibili. Il ricordo della scomparsa del Prof. Camillo Semenzato, cui ci eravamo affidati per la cura di questo libro, è ancora forte. A lui va il nostro commosso ricordo, certi che queste pagine incarnano anche quanto egli avrebbe potuto realizzare. GIORGIO CAROLLO Amministratore Unico Veneto Agricoltura 7

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12 Guglielmo Monti* Il recupero della corte di Legnaro L intervento nella Corte benedettina di Legnaro ha rappresentato per molti aspetti un episodio anomalo nell attività della Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio del Veneto Orientale. Normalmente l Ufficio segue dall esterno i lavori altrui esercitando un azione di controllo, oppure affronta direttamente operazioni di restauro assumendone la progettazione e direzione dei lavori. Quest ultima modalità è costante quando il Ministero per i beni e le attività culturali eroga i fondi e tende ad estendersi anche alle opere concorrenti eventualmente assunte da altri Enti. In questo caso invece si è scelto di lasciare alla Regione Veneto, cofinanziatrice minoritaria insieme al Ministero, l onere della direzione dei lavori, affidata all ing. Roncada del Nucleo operativo di Padova. Il progetto poi aveva avuto un iter particolarmente laborioso, provocando, per una serie di disavventure burocratiche che avevano visto susseguirsi studi preliminari, gare e affidamenti per un lungo periodo, ritardi nell espletamento delle gare e conseguenti disagi all Ufficio, costretto a rinviare da un anno all altro i finanziamenti e quindi ad iscriverli in bilancio come fondi non impegnati. Il risultato di questo processo, pur essendo stato accettato anche sotto il profilo della conservazione di un bene tutelato, aveva suscitato qualche perplessità e la sensazione di trovarsi di fronte ad un impegno prevalentemente incentrato su aspetti strutturali e ridistributivi. Questa prima valutazione, unita alla convinzione che il complesso, rimaneggiato anche in epoche recenti e pesantemente riutilizzato a fini commerciali e industriali, conservasse solo un limitato interesse specificamente storico artistico, è stata alla base della decisione di conservare, dopo l approvazione del progetto, un ruolo di supervisione, sancito con apposito accordo di programma. D altronde la funzione a cui il complesso era destinato, come parte integrante della struttura universitaria di Agripolis, rendeva la Regione più interessata a gestire direttamente il cantiere. Anche l entità delle somme, preventivate in nove miliardi, di cui due terzi a carico del Ministero, era assolutamente insolita per le nostre opere, difficilmente al di sopra del miliardo. Naturalmente la posizione scelta dava fiducia alla managerialità regionale, ma non intendeva abdicare da un ruolo di attiva partecipazione, reso anzi più urgente dai 11

13 GUGLIELMO MONTI limiti dell impostazione progettuale e dalle condizioni precarie in cui si trovava proprio la parte più interessante del vasto insieme di costruzioni, costituita dal corpo centrale che domina la grande corte quattrocentesca. Già nell esame delle proposte presentate si era concentrata l attenzione sul problema dei suoi grandi spazi interni e del sottostante portico, specialmente delicato nella porzione sostenuta da colonne in pietra di Nanto. La stretta intesa che si è stabilita tra l arch. Edi Pezzetta, rappresentante della Soprintendenza, l ing. Mauro Roncada, la ditta Schiavina di Casalecchio di Reno, appaltatrice dell Opera, e l ing. Raffaele Poluzzi, consulente statico dell impresa, ha consentito di superare brillantemente le difficoltà iniziali. Come vedremo meglio, il comune intento di rispettare e valorizzare l esistente ha anzi permesso, a dispetto delle impegnative esigenze tecniche da soddisfare, di scoprire nuove valenze di natura estetica e documentaria che un uso troppo disinvolto aveva occultato e talvolta deturpato. Si è cercato innanzitutto di ridurre al minimo l impatto della struttura metallica destinata a sostenere le travi del portico, assegnando ai montanti verticali, poco visibili, anche la funzione di intelaiatura degli infissi delle vetrate, arretrati e semplificati per restituire alla visione d insieme l effetto di profondità originario. Il criterio adottato è stato quello di limitare allo stretto indispensabile la presenza di nuovi elementi, evitando fin dove possibile che si sostituiscano a quelli esistenti e li riducano a rivestimenti decorativi. Lo stesso principio ha orientato l azione di consolidamento di solai e coperture, portando a superare le indicazioni progettuali, che prevedevano pesanti sostituzioni e variazioni di quota. Ci si è limitati a riordinare le quote d imposta, modificate d altronde sulla base di interventi provvisionali spesso improvvidi e comunque episodici, con operazioni puntuali di riabilitazione e una generale ricucitura delle capriate mediante esili tiranti metallici in funzione di controventature. I pilastrini di legno che in maniera anomala ma suggestiva trasformavano le catene lignee in travi sono stati conservati, evitando così rinforzi più radicali. Al salvataggio di un sistema strutturale di collaborazione tra ossatura del tetto e orditura primaria sottostante, irrobustita, come già ricordato, dai telai metallici del portico, si è accompagnato quello, assicurato da un sapiente restauro, delle travature cinquecentesche decorate. L uso di una trama di fibre di carbonio come telai di contenimento delle deformazioni murarie ha reso possibile il mantenimento delle stesse sagome parietali deformate, intervenendo in misura assai ridotta sul corpo delle murature. Pur accettando alcuni sacrifici per l inserimento di impianti che, dovendo normalizzare per uso pubblico grandi ambienti, non possono sempre piegarsi alle esigenze di discrezione che abbiamo cercato di seguire, anche in questo campo abbiamo seguito un orientamento capace di abbinare la mancanza di mascheramenti con la minima invasività. L attenzione usata nella soluzione di problemi edilizi ha trovato un riscontro nella già accennata cura per le puliture e il recupero delle decorazioni sulle membrature lignee, le cui pigmentazioni erano gravemente alterate dalla caligine e deteriorate da attacchi biologici di funghi e insetti. La conservazione delle quote originarie ha permesso di recuperare anche molti pavimenti in cotto interni, con uno studio delle tessiture che è stato riproposto anche nel ripristino dei grandi selciati esterni della corte, molto ammalorati dagli usi impropri. L estensione di queste aie pavimentate in laterizio è veramente eccezionale e c è sembrata così caratterizzante da meritare di essere integralmente ripresentata. Un episodio ove quest entusiasmo della riscoperta, motivato anche dallo stato miserabile in cui si trovava il complesso prima dei lavori, ha trovato la sua ricompensa più eclatante è stata la scoperta della cappella. Utilizzata come officina meccanica, aveva perso quasi completamente la sua grazia settecentesca, ma la pulitura delle pareti ha svelato marmorini dipinti e specchiature raffinate. Per fortuna le poche parti residue del pavimento alla veneziana hanno permesso di ricostruirne l intero disegno, che è stato reintegrato riempendo la buca del meccanico e rimettendo in luce, senza troppe forzature, uno spazio che sembrava perso. 12

14 IL RECUPERO DELLA CORTE DI LEGNARO La vicenda della Corte di Legnaro è esemplare proprio perché dimostra come la perseveranza su obiettivi di conservazione possa portare, anche partendo da condizioni avverse e da contesti edilizi tormentati, a risultati che superano le previsioni. Se è vero in generale che l esperienza acquisita in questo campo dalla Soprintendenza si utilizza nel migliore dei modi affidandogli la progettazione e la condizione delle opere di maggior impegno conservativo, bisogna convenire che in operazioni di largo respiro e di molteplici implicazioni come questa la collaborazione tra Enti con diverse vocazioni e strutture può essere preziosa. Quando si riscontra una così convincente unità d intenti gli specialisti della istituzione statale possono anche cedere il passo a professionisti esterni e ad altri funzionari, limitandosi a fornire indicazioni. L essenziale è che l azione di tutela non sia recepita da chi opera come ostacolo da superare, ma come consulenza di cui profittare per una crescita qualitativa. Chi si occupa prevalentemente di opere del passato sa che vale la pena di studiarle e comprenderle perché sono quasi sempre, anche in condizioni apparentemente disperate, in grado di restituire qualcosa della loro grandezza, a condizione di ascoltarle con una certa umiltà. È però una condizione che costringe ad assumersi dei rischi, tra i quali figura quello di rimettere in discussione i propri intenti progettuali, come non tutti gli operatori sono disposti a fare. Servono perciò leggi e regolamenti che, diversamente da quello che sta accadendo, consentano e favoriscano l impiego delle forze più qualificate e la tranquillità di poter operare una continua revisione, di fronte alla realtà del cantiere, di ogni previsione programmatica. Non so se si riuscirà ad invertire un percorso che omologa il restauro alla fabbricazione di un prodotto industriale, ma so che è una condizione necessaria se si vuole che casi come quello della Corte di Legnaro non restino fortunate e rare combinazioni. *Soprintendente per i beni architettonici e per il paesaggio 13

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16 Sante Bortolami Corti e granze benedettine nel Medioevo: alle origini di una storia di lunga durata È a tutti noto il rapporto complesso e profondo che ha legato nel corso dei secoli il monachesimo alla regione veneta. L arte, la cultura, la spiritualità, ma anche le forme del paesaggio, gli insediamenti, l economia del Veneto odierno sarebbero incomprensibili senza questa discreta ma significativa presenza che ha accompagnato il farsi progressivo di una civiltà dal medioevo ai giorni nostri. Non solo le grandi città (si pensi a episodi quali S. Zeno di Verona o S. Giorgio Maggiore di Venezia o ancora S. Giustina di Padova) o i centri medi, ma tutto il territorio regionale resta segnato in forme stupende dalle tracce di una esperienza che si è svolta appunto tra i chiostri ma in un fecondo e multiforme rapporto con la società e l ambiente circostanti. Da Follina a Praglia a Vedana a Campese è possibile tuttora ammirare autentiche perle che parlano di una sintesi irrepetibile tra cultura e natura costruita nel corso del tempo all insegna dell ora et labora di san Benedetto. Località quali Badia Polesine, S. Michele delle Abbadesse, Isola dell Abbà, Brentà dell Abba Monastier sono lì a rammentarci persino col loro nome quale ruolo attivo abbia giocato un simile passato monastico nelle lagune e nella terraferma veneta 1. Sebbene tutto ciò sia universalmente risaputo, si deve constatare che per la conoscenza e la salvaguardia di tante e preziose tracce di questa gloriosa storia monastica in terra veneta c è ancora molto da fare. Una società che pure si vuole sensibile ai valori della cultura come la nostra non sembra avere ancora compreso pienamente l importanza di un simile compito. Si impegnano risorse ed energie per attività spesso spettacolari ed effimere, dimenticando quello che può durare nel tempo al di là delle mode e tuttora rende il nostro paese degno di ammirazione e di attrattiva. Il lavoro meritorio delle università, delle soprintendenze, delle varie associazioni culturali, delle amministrazioni locali, spesso di singoli studiosi e appassionati, non arriva talora a corrispondere adeguatamente alla domanda di informazione e soprattutto alle esigenze concrete di tutela e di restauro delle svariate testimonianze archivistiche, librarie, artistiche e architettoniche amorevolmente preservate per secoli e lasciateci in eredità dalle comunità benedettine del Veneto medioevale e moderno. 15

17 SANTE BORTOLAMI Spesso accade che solo le opere meglio note e appariscenti, quelle che bene o male entrano negli itinerari di massima del grande flusso turistico, siano fatte oggetto d attenzione e cura. Di moltissime realtà più umbratili, invece, quali potrebbero essere un piccolo priorato o una cappella o una corte agricola, si ignora talora persino l esistenza, nonostante i recenti apprezzabili sforzi di catalogazione fatti a vari livelli e da diversi enti. Eppure è proprio questo diffuso patrimonio di segni a dare per così dire il tono a un intera civiltà, a costituire l imprescindibile sfondo nel quale hanno modo di stagliarsi e brillare gli astri di maggior luce artistica. In questa ricchezza non ancora pienamente apprezzata e difesa come merita si dovrebbero appunto investire ben maggiori risorse materiali ed energie più cospicue di cuore e di mente, proprio perché parte viva di noi e del cammino storico che abbiamo compiuto. Tra gli episodi che documentano la vitalità plurisecolare del monachesimo nella nostra regione uno dei più interessanti e meglio conservati è indubbiamente rappresentato dalla Corte benedettina di Legnaro, in provincia di Padova. Com è noto, si tratta di una struttura di lungo periodo, appartenuta fino agli inizi dell Ottocento alla grande abbazia di S. Giustina, che realizzò qui il centro amministrativo e gestionale di un vasto complesso fondiario costituitosi fin dall epoca medioevale e organizzato in forme più razionali e moderne durante la dominazione veneziana della terraferma. Una sorta di agripolis ante litteram, si direbbe, intorno alla quale si annodano tanti eventi di carattere economico, sociale e in senso lato umano desiderosi ancora di essere indagati a fondo; così come si attende ancora una analisi appropriata di quel complesso architettonico che fu l efficace materializzazione di un simile progetto di sviluppo produttivo e di aggregazione della popolazione contadina. Sappiamo che l antico cenobio di S. Giustina, divenuto nella prima età moderna il capo di una vasta congregazione riformata presente in tutta Italia con ben 45 case religiose affiliate, fu di gran lunga il più precoce e più potente fra i monasteri padovani e uno dei maggiori dell intero Veneto fin dal Medioevo 2. La sua dotazione fondiaria, comprensiva all epoca della soppressione napoleonica di oltre campi, fu frutto di donazioni, acquisti e permute oculate che si possono seguire attraverso i documenti almeno dal X secolo 3. Attraverso il mutare dei quadri politici il libero comune, la signoria carrarese, la dominazione veneziana si compì con gradualità quello che si può considerare tuttora un autentico prodigio: la sapiente realizzazione, cioè, di una serie di interventi in campo agricolo, idraulico e amministrativo che risultò trainante per tutta l economia padovana e diede vita a una serie di grandi aziende-modello. Mediante bonifiche, disboscamenti e migliorie, tra provvedimenti gestionali e innovazione tecniche, si crearono i presupposti per impiantare intorno ad alcuni fuochi territoriali (Correzzola, San Salvaro di Monselice, Maserà, Legnaro, Rovolon, Torreglia) un organico ma elastico sistema di corti provviste ciascuna di stalle, granai, orti, forno, cantina, in qualche caso anche di mulini e fornaci; corti, che a loro volta erano governate da altrettanti gastaldi e fungevano da punto gravitazionale di un variopinto mondo di artesani, di braccianti, di coloni insediati direttamente sulla terra padronale o nell arcipelago delle proprietà date in concessione. Di questa avvincente epopea agricola le corti superstiti sono dunque testimonianza viva, una sorta di epifania. Gioielli ammirevoli proprio per il loro valore esemplare di un percorso storico comune a gran parte delle genti e delle terre venete. La storia delle Corte benedettina di Legnaro ha il suo esordio circa mille anni fa, cioè dai tempi lontani in cui i monaci poterono prendere possesso di quelle che erano ancora lande pressoché spopolate e selvatiche. È da quel remoto periodo in cui gran parte della bassa pianura veneta era un vero «regno della foresta e della palude» 4 e Padova stava lentamente rinascendo dopo secoli di depressione che le fonti ci consentono di seguire il lento cammino che portò alla nascita di un vero e proprio paese, alla formazione dei primi poderi (o mansi), alla crescita di un nume- 16

18 CORTI E GRANZE BENEDETTINE NEL MEDIOEVO: ALLE ORIGINI DI UNA STORIA DI LUNGA DURATA roso e articolato apparato di fittavoli e di clienti, alla compattazione di una ampia e ben coltivata tenuta agricola che con le estreme dipendenze di Isola dell Abbà si spingeva fino al Bacchiglione e si aggirava sui 1300 campi padovani. Tanti passaggi, tante innovazioni, tante vicissitudini intorno a cui far luce. Ma qui importa puntare solo un po l obbiettivo sulla fase pionieristica di impianto di questa e altre corti agricole e vederne rapidamente l impatto sull evoluzione del paesaggio agrario, sulle trasformazioni del sistema insediativo, sulla vita dei contadini. Anzitutto meriterebbe sgombrare il campo da luoghi comuni tenaci e cari specialmente a chi è abituato a somministrare con dovizia pillole di storia senza la pazienza e la saggezza di riconoscerne la meravigliosa complessità. La cara immagine del monaco dissodatore di lande selvagge, intento a strappare brano a brano alle sterpaglie e agli acquitrini la buona terra da seminare, è entrata nel nostro immaginario del Medioevo come un irrinunciabile cliché. E naturalmente ce n è motivo, se uno stimabile storico del monachesimo ha potuto affermare senza esitazione che «l opera dei monaci e dei loro coloni fu essenzialmente un opera di bonifica e di dissodamento che trasformò intere pianure e vallate» 5. Pur tuttavia, ci si dovrebbe guardare da giudizi così perentori. Che possono essere anche di segno opposto, peraltro, se non è mancato chi, altrettanto autorevolmente e con nostra somma confusione, ha sostenuto al contrario che «i grandi artefici [dei dissodamenti] non ne sono stati i monaci, come si è per molto tempo creduto. I cluniacensi, i benedettini di antica osservanza conducevano una vita di tipo signorile, quindi oziosa e non si preoccupavano minimamente di dissodare» 6. Anche quest ultima affermazione, se presa alla lettera ed estesa senza discrezione a tutto il Veneto medioevale, suonerebbe inaccettabile. Anche solo limitandoci alle fondazioni religiose che furono aggregate alla congregazione cluniacense, come potremmo allora spiegarci episodi come quello della fondazione dei villaggi di Conche e Fogolana, verso Chioggia, intorno al 1105 da parte dei monaci di S. Cipriano di Murano, o di S. Benedetto delle Selve, nella pianura antistante i colli Euganei, nel 1300 per iniziativa dell abate di S. Maria di Praglia? 7 O, ancora, come si potrebbe dar conto del valoroso e prolungato sforzo di colonizzazione e di addomesticamento della Valsugana, dell Altipano di Asiago e del pedemonte bassanese compiuto tra il XII e il XV secolo da S. Croce di Campese, altra grande abbazia che, attraverso la casa-madre di S. Benedetto di Polirone, fu ugualmente incardinata nella grande famiglia dei benedettini cluniacensi? 8 Insomma, anche nel Veneto l azione che i centri di vita benedettina svolsero nella modifica progressiva dell habitat e nella valorizzazione della terra si presenta a tinte diverse a seconda degli ambiti e dei periodi storici. Più incisiva e creativa nei secoli immediatamente successivi al Mille, conobbe stasi e abbandoni soprattutto fra Tre e Quattrocento, per riprendere slancio, sia pure in modo non uniforme e con obbiettivi più di ordinata gestione e razionalizzazione dei patrimoni che di conquista di nuovi significativi traguardi, durante l età moderna. Semmai, si può giustamente osservare che i monaci in prima persona non si dedicarono se non in minima misura al lavoro agricolo vero e proprio. A vibrare i colpi di roncola e di accetta su alberi e arbusti, a scavare scoli, ad affondare vanghe e zappe, ad aggiogare i buoi per l aratura, a spandere letame, a segare e rastrellare, a far piantumazioni e potature furono normalmente uomini di servizio che pure frequentemente vestivano l abito religioso e facevano vita comune presso i cenobi in qualità di conversi, furono folle sterminate di bovai, coloni, fittavoli, braccianti o arsenti: in una parola, fu un umanità diversificata che i vari enti monastici seppero attirare, subordinare e coordinare. Ma, indubitabilmente, i meriti di una instancabile, oculata e spesso lungimirante programmazione e realizzazione di tanti progetti di sviluppo della produzione agricola vanno riconosciuti alla mens monastica e alla sua congenita vocazione ideale a redimere la natura accanto alle anime, a farne il teatro di una manifestazione graduale di principi di ordine, di armonia, di corretto e intenso sviluppo. 17

19 SANTE BORTOLAMI Una parola va spesa anche per chiarire quando e per quali vie quei gangli della vita agricola che furono le corti si costituirono o iniziarono la loro secolare vicenda di docili creature nelle mani dei monaci. Le corti, come si sa, sono strutture di lungo periodo la cui diffusione su larga scala in tutto l Occidente europeo si usa attribuire al grande sforzo organizzativo delle campagne realizzato dai sovrani carolingi verso la fine del IX secolo, anche se c è chi ha ritenuto di intravederne l incubazione nel mondo mediterraneo già in quelle ville rustiche dell età tardoantica e dei primi secoli barbarici nelle quali i grandi proprietari avevano avviato un enorme lavoro di concentrazione di uomini e di terreni all insegna di una tendenziale autosufficienza economica 9. Nel caso del Veneto le prime attestazioni di esse non sono in ogni caso così precoci come in altri ambiti della penisola. Solo per il territorio veronese, che è il meglio documentato per questo periodo, si hanno sparse e scarne indicazioni di simili grandi aziende in cui la forza lavoro veniva organizzata a sostegno di una agricoltura che stentava a farsi largo in un oceano di incolti fin dal principio del IX secolo, ma si tratta per lo più di unità fondiarie appartenenti alla grande nobiltà o agli episcopi, largamente favoriti anche dal punto di vista del potere sulla società contadina dalla debolezza dell autorità pubblica 10. Più precisamente le prime notizie di braide, cioè di terre arative a conduzione diretta di alcune corti agricole risalgono qui all anno 813 e si fanno via via più frequenti in progresso di tempo 11. Una delle più note e meglio organizzate era quella di Ostiglia, sulle rive del Po, e apparteneva fin dalla metà del IX secolo al monastero emiliano di S. Silvestro di Nonantola 12. A differenza di quanto si verifica Oltralpe, dove alcune grandi fondazioni monastiche erano in grado di far redigere accurati inventari o polittici delle terre e dei dipendenti già in epoca carolingia e anche diversamente da altre zone padane o del centro-sud della penisola, nel Veneto le corti monastiche compaiono relativamente tardi e per lo più come frutto della munificenza dei potenti del secolo marchesi, conti e altri grandi esponenti dell aristocrazia o dei presuli diocesani. Ciò risulta perfettamente dal caso di Padova. Di una fra le prime corti benedettine documentate in territorio padovano, quella di S. Tommaso di Monselice, sappiamo ad esempio che esisteva almeno dal 906 e solo nell anno 914 fu donata dal conte di Verona Inghelfredo al monastero femminile veneziano di S. Zaccaria, per essere confermata pochi anni dopo dal vescovo di quella città 13. Essa era provvista di una cappella officiata da un prete designato dalle monache che, come risulta da notizie più tarde, svolgeva anche funzioni di amministratore della casa padronale (domus cultile) ubicata a ridosso delle mura della cittadina euganea e del complesso di fondi rustici cui mettevano capo altrettanti poderi familiari (massaricie, casalia), di orti, di vigneti, di uliveti, di prati, di pascoli e di terreni selvatici disseminati nei dintorni e dipendenti da essa. Con lo stesso atto di liberalità le religiose di S. Zaccaria ricevevano un altra corte, pure provvista di una cappella dedicata a S. Maria, in quel di Cona. Una potente abbazia veronese, quella di S. Zeno, era venuta a sua volta in possesso di altre cospicue proprietà nel Padovano già da qualche decennio quando, nel 939, permutava col vescovo della città scaligera la chiesa di S. Tommaso sita appunto in una località vicina a Piove di Sacco chiamata tuttora Corte, più altre due tra i colli Euganei e i Berici, precisamente a Boccon e a Montegalda 14. Anche questa comprendeva una chiesa retta da un monaco, era provvista di un cimitero e aveva un corredo imprecisato di case e masserie contadine e di servitù. Una particolarità, anzi, di questo periodo d oro dell espansione monastica fu che i patrimoni donati, fossero o meno organizzati in grosse proprietà accentrate, si dislocavano con grande facilità anche a distanze notevoli dall ente benedettino che li otteneva, proprio perché le logiche politiche dei facoltosi donatori e quelle delle abbazie o delle congregazioni regolari beneficate non seguivano, come sarà in seguito, particolari criteri di esclusivismo cittadino. Così è normale incontrare già nell anno 983 sia corti sia casali (costituiti di solito da unità aziendali ugualmente accentrate ma più piccole), in mano al monastero vicentino dei SS. Felice e Fortunato in tutta la zona collinare euganea (a Zovon, Boccon, Fontanafredda, 18

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