Enzo Zatta LA STAFFETTA. Delfina Borgato ex deportata a Mauthausen

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2 Enzo Zatta LA STAFFETTA Delfina Borgato ex deportata a Mauthausen 2

3 In copertina: Incisione di una deportata polacca nel lager di Ravensbrück, eseguita il 25 dicembre 1944, giorno del suo compleanno e regalata a Maria Zonta, operaia alla Viscosa di Padova: rappresenta delle deportate in marcia nel bosco di Fürstenberg-Havel. o Stampa giugno 1995 a cura del Comune di Saonara (Pd) o Aggiornato a febbraio 2010 Graphic supporter: Roberto Cavazzin 3

4 PRESENTAZIONE E' stata l'esperienza dei lager a costringermi a scrivere: non ho avuto da combattere con la pigrizia, i problemi di stile sembravano ridicoli... mi pareva, questo libro, di averlo già in testa tutto pronto, di doverlo solo lasciare uscire e scendere sulla carta. Una mia amica, che era stata deportata giovanissima al lager femminile di Ravensbück, dice che il campo è stata la sua Università: io credo di poter dire altrettanto, e cioè che vivendo e poi scrivendo e meditando quegli avvenimenti, ho imparato molte cose sugli uomini e sul mondo. ( Primo Levi ) Ho voluto lasciare alle parole di un grande narratore, deportato nei campi di concentramento, l'introduzione al commento di questo piccolo, ma intenso libro, al quale l'amministrazione di Saonara ha con sincero piacere concesso il patrocinio. Le testimonianze della quotidiana follia vissuta in tutta Europa durante l'oppressione nazista, stanno ancora oggi completando un immenso mosaico, cui si unisce questo tassello, che vede protagonisti la nostra gente, la nostra terra. E quando il racconto si fa straziante esperienza di vita, l'animo di chi legge non può restare impassibile, perché i luoghi e i volti sono conosciuti e fanno parte sì della storia universale, ma anche della nostra storia personale. Ringrazio tutti i promotori di questa significativa pubblicazione, degna appendice delle celebrazioni per il cinquantenario della lotta di Liberazione: leggendolo potremo anche noi imparare molte cose sugli uomini e sul mondo. Il Sindaco di Saonara ( Fabio Amato) 4

5 INTRODUZIONE Scrivere una pagina di storia sulla Resistenza attraverso la testimonianza di una donna, allora sedicenne, che attivamente vi prese parte, è quanto si prefigge questa memoria. Tuttavia, ascoltare Delfina Borgato, questo è il nome della protagonista, rievocare la sua sofferta storia personale, scritta con il sangue e le oppressioni ferocemente infertale dalla violenza fascista e nazista, è quanto di più malinconico e struggente si possa immaginare ma, almeno, si spera che tutto ciò faccia riflettere su quanto costò riacquistare la libertà dalla dittatura, nonché la riaffermazione di valori positivi indispensabili in una società civile e democratica. La partecipazione delle donne alla lotta di Liberazione non è stato solo un prezioso e mero contributo sotto il profilo politico, sociale e umano, ma una condizione indispensabile per la vittoria stessa della Resistenza. La Resistenza, ossia l opposizione attiva della popolazione oppressa, si sviluppò nel nostro Paese, durante la Seconda guerra mondiale, su due fronti: contro l invasione germanica, da una parte, e contro la dittatura fascista, dall altra. In quest ambito hanno assunto notevole rilevanza gli episodi e le azioni organizzate da donne, senza riscontro alcuno nel passato. Per lo più giovani, non 5

6 sempre appartenenti a gruppi o comitati clandestini organizzati, spinte soprattutto da ideali di solidarietà, di carità nonché di avversione e giusto sdegno per gli oppressori, dimostravano un sempre più crescente atteggiamento antifascista e antinazista che, il più delle volte, le rese valorose e anonime militanti. Non mancavano, inoltre, manifestazioni di solidarietà spontanea e istintiva da gran parte della popolazione, desiderosa di collaborare con gli alleati affinché la guerra finisse al più presto. Nel Veneto le partigiane attive, appartenenti alle varie brigate, furono più di seicento e il prezzo che gran parte di loro pagò fu durissimo in termini di sofferenze fisiche e psichiche, quali gli interrogatori, le umiliazioni, le sevizie, il carcere, la lontananza da casa e, per molte, la deportazione nei lager, la detenzione in campi di lavoro, la tortura ed anche la morte. Dagli oltre mille campi di concentramento - i più famigerati dei quali furono Auschwitz 1, Treblinka, Dachau, Mauthausen, Ravensbrück, Bergen Belsen - veri lager, il novanta per cento dei primi internati non fece ritorno 2. Alcuni dei superstiti 3, più di altri segnati dalla atroce esperienza, a guerra finita sentirono la necessità di raccontare, di scrivere le proprie memorie per far giustamente 1 Il lager di Auschwitz fu liberato il 27 gennaio 1945 dall esercito russo. Dal 2001 lo Stato italiano ed altri Paesi europei hanno decretato questa data Giorno della memoria. 2 La più grande strage dell umanità mai avvenuta, che impropriamente viene definita Olocausto. 3 Si suggerisce la lettura di Se questo è un uomo, ed. Einaudi, di Primo Levi. 6

7 conoscere la verità. Tuttavia gran parte di loro, ancora prigionieri di quei ricordi, rimasero in silenzio per l intera vita, evitando di parlare persino ai propri familiari dei patimenti e delle crudeltà subite. La Resistenza in Italia prese le mosse all indomani dell arresto di Mussolini (il 24 luglio 1943 su ordine di Vittorio Emanuele III) e della nomina del Maresciallo Pietro Badoglio capo del Governo, il quale, nonostante le trattative segrete in corso con gli anglo-americani per giungere ad un armistizio, commise il gravissimo errore di dichiarare alla radio che la guerra a fianco dei tedeschi sarebbe continuata. Gli Anglo-Americani, non fidandosi della improvvisa quanto equivoca conversione italiana, continuarono a bombardare le città italiane, causando altre migliaia di morti soprattutto tra la popolazione inerme. L' 8 settembre 1943 (l armistizio in realtà fu firmato in Sicilia a Cassibile il 3 settembre), Badoglio commise il secondo grave errore quello cioè, dopo l annuncio dell avvenuto armistizio, di lasciare le truppe italiane senza ordini precisi e senza un adeguato coordinamento strategico-militare, di fuggire assieme al re Vittorio Emanuele, a Brindisi sotto la protezione degli americani. Fu il caos: sfascio dell esercito italiano; prigionieri alleati e soldati italiani allo sbando; deportazioni da parte dei tedeschi di militari italiani nei campi di concentramento in Germania; tremendi 7

8 eccidi 4 militari e civili. A Saonara, un piccolo paese in provincia di Padova, dove oltre cento prigionieri, per lo più inglesi-sudafricani, lavoravano alle dipendenze dei fratelli Sgaravatti, la solidarietà degli abitanti nei confronti di questi giovani militari, finalmente liberi ma in preda allo smarrimento, braccati dalle brigate nere e dai tedeschi, non si fece attendere. Molti di essi si nascosero, per qualche tempo, nelle vicine campagne e la loro sorte sarebbe stata ben presto segnata se la popolazione non li avesse aiutati, nascondendoli nei fienili e nelle stalle, dividendo con loro il poco cibo a disposizione. Saonara era anche il paese dove Delfina Borgato, primogenita di dieci fratelli, abitava con la sua famiglia, in una casa in aperta campagna di proprietà degli Sgaravatti. La sua, come tante altre, era una famiglia patriarcale di umili origini contadine dai sani e onesti principi morali. Era composta dai genitori di Delfina, da una sorella e otto fratelli, dai nonni paterni e dalla zia Maria, sorella del padre di Delfina. enzo zatta 4 Il massacro di Cefalonia comportò oltre vittime. 8

9 Cenni storico-introduttivi. Erano militari inglesi sudafricani e neozelandesi, i prigionieri catturati durante la Campagna d Africa, tra il 1940 e il 1941, dall esercito italo-tedesco, che lavoravano nei campi di proprietà della famiglia Sgaravatti. Custoditi e sorvegliati da soldati italiani nella boaria dell'attuale via 28 aprile, classificato come campo di concentramento C-120, erano trattati bene e nessuno di loro cercò mai di fuggire. Nonostante vivessero isolati dal resto del paese, riuscivano ugualmente ad avere sporadici contatti con gli abitanti di Saonara, duranti i quali scambiavano sigarette, cioccolata ed altro, con piccoli lavori di cucito o derrate alimentari. Gli anziani del paese li ricordano di passaggio negli spostamenti da una coltura all altra o a lavorare nei vivai, tra le piante da curare e da potare, sotto il vigile controllo dei soldati. Con l'armistizio, tutti i prigionieri della tenuta Sgaravatti fuggirono e si sparpagliarono, dapprima per il paese, poi tentarono la fuga via mare verso la Iugoslavia e successivamente cercarono di raggiungere la Svizzera. Molti però rimasero nascosti nei fienili, nel bosco di villa Cittadella-Vigodarzere-Valmarana o sistemati nelle cantine delle case, sostenuti ed aiutati da famiglie saonaresi e del piovese. I tedeschi si misero ben presto alla caccia di questi fuggiaschi, senza tuttavia 9

10 catturarne alcuno, per cui favoriti da spie collaborazioniste fasciste, si vendicarono arrestando coloro che presumevano avessero dato loro accoglienza e assistenza. Il 13 marzo del '44 ci furono i primi arresti. L accusa: favoritismo al nemico angloamericano. Tra questi c'erano Delfina Borgato di sedici anni, il padre Giovanni e la zia Maria di 45 anni. I Lager - fabbriche di morte Durante la Seconda guerra furono gravemente infranti gli accordi internazionali da quasi tutti i paesi coinvolti nel conflitto, in particolare, nei lager tedeschi,fu violato il trattato sui diritti dei prigionieri di guerra e degli internati civili. I KL 5 dislocati in Germania, in Austria, in Polonia..., si contavano a centinaia ed erano tutti luoghi di maltrattamento e di umiliazione. Campi muniti di torrette armate, recintati da filo spinato carico di alta tensione, erano sorvegliati da guardie-aguzzini. La fuga da questi luoghi, salvo qualche rarissima eccezione, era impensabile ed impossibile. Furono milioni coloro che trovarono la morte nei campi di sterminio, in gran parte ebrei. A stenderli per 5 Konzentrationslager: campi di sterminio e annientamento di massa come Auschwitz o Dachau, Bergen Belsen nonché campi di sperimentazione su uomini e donne come Ravensbrück. Da non confondere con i campi di internamento per deportati obbligati a lavorare nelle fabbriche belliche tedesche o i campi di concentramento italiani, attivi fino all 8 settembre 43, per prigionieri alleati. Il totale dei campi di sterminio, di concentramento e di lavoro del Terzo Reich, disseminati in Europa dal 1933 al 1945, fu di oltre

11 terra, la catena umana risulterebbe lunga oltre quindicimila chilometri. Dopo l arresto di Mussolini, il 25 luglio del '43, e soprattutto dopo l'armistizio, l'italia si trovò coinvolta in un dramma spaventoso. Gli italiani si resero colpevoli, secondo i tedeschi, di tradimento. Per l Italia, invece, l armistizio fu la sola via di uscita da una guerra ormai fallita. Per l esercito tedesco, dopo l abbandono del Re e di Badoglio, fu gioco facile sopraffare, catturare e deportare in Germania un terzo del nostro esercito sparso in mezza Europa. Oltre furono i militari italiani 6 che, a fronte della opzione di combattere a fianco dei tedeschi, scelsero di non collaborare e quindi l ignara via dei lager e dei campi di concentramento. Più di 32 mila non fecero ritorno da questi luoghi di sterminio, altri vennero massacrati da ex camerati, altri ancora finirono fucilati all istante dai tedeschi. Ad innescare la miccia della Resistenza furono anche queste deportazioni, oltre alla necessità di liberarsi dell odiato nemico tedesco. I soldati italiani, catturati dai tedeschi dopo l 8 settembre e spediti in carri bestiame piombati in Germania, subirono un trattamento peggiore dei soldati di altre nazioni, in quanto ritenuti dai tedeschi rei di tradimento. Per non contrastare le convenzioni di Ginevra, il Terzo Reich declassò i soldati di tutte le nazionalità deportati da prigionieri di guerra a 6 IMI Internati Militari Italiani. 11

12 internati militari. Questo nuovo stato giuridico fu creato artificiosamente dai tedeschi per eludere le norme della convenzione, le quali garantivano ai prigionieri di guerra un trattamento umano e dignitoso tra cui il diritto di sottrarsi al lavoro 7 coattivo, cioè imposto contro la propria volontà. Il primo rito nazista, che si svolgeva nei lager di prima categoria, era l'immatricolazione dell'individuo, cui seguiva la requisizione di qualunque oggetto e indumento, la presa delle impronte digitali e la foto segnaletica 8. L'essere umano, nudo anche del nome, veniva fatto passare sotto la doccia, ora gelata, ora bollente, quindi poteva rivestirsi con luridi indumenti appartenuti ad altri internati passati a miglior vita. I più fortunati venivano inviati nei campi di lavoro, trattati come schiavi e, al pari di animali da soma, subivano malvagità e barbarie indescrivibili. E successo che molti internati sopravvissuti per mesi alla fame, alle malattie, alle torture, siano finiti ugualmente nelle camere a gas o nelle fosse comuni da loro stessi scavate, affinché di essi non rimanesse traccia. Altri ancora, in particolare gli ebrei 9, entravano nei forni crematori lo stesso giorno di arrivo o entro pochi giorni. Purtroppo, ancora oggi, nonostante tante vite si 7 Furono migliaia i soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l 8 settembre costretti a lavorare, in condizioni spesso disumane, nelle fabbriche belliche tedesche. 8 Agli ebrei veniva contrassegnato sul braccio sinistro il numero progressivo di arrivo. 9 La Shoah, cioè lo sterminio ebraico perpetrato dalla Germania nazista. 12

13 siano sacrificate in nome della libertà, dell'uguaglianza e del rispetto alla vita umana e sia trascorso oltre mezzo secolo, la storia si ripete ogni giorno in altre parti del mondo sotto gli occhi di tutti. L'uomo malvagio, egoista, senza scrupoli e assetato di potere, è sopravvissuto e continua imperterrito a creare disastri. Per contrastarlo, non solo bisogna dar voce alla memoria, quale espressione di libertà e di democrazia, ma è necessario compiere un ulteriore passo, impegnandosi personalmente con ogni mezzo affinché tutto ciò non abbia a ripetersi mai più. Ravensbrück è una località della Germania a ottanta chilometri da Berlino, tristemente conosciuta perché è stata sede di un campo di concentramento nazista principalmente per donne. Costruito nel 1939 ospitò circa 130 mila prigioniere, delle quali perirono. Le detenute erano sottoposte a lavoro coatto, in condizioni penose tanto nutritive quanto igieniche e, quando si ammalavano, venivano eliminate. Il campo, però, deve la sua fama sinistra soprattutto agli esperimenti biologici che si attuarono sulle persone tra il 1942 e il Ma chi erano queste donne? Dapprima al campo erano destinate le avversarie del regime, uccise e buttate nelle fosse comuni scavate da detenuti comuni privi di scrupoli, poi in massa le 13

14 francesi, strappate alle file della Resistenza, poi le migliaia di ebree, le russe, le polacche e... le italiane. A Ravensbrück la sveglia suonava alle quattro e trenta del mattino e dopo l'estenuante appello, che durava un paio d ore, le prigioniere si incamminavano al lavoro attraversando un lugubre bosco di conifere, con una coperta sul capo, in fila per cinque, verso la fabbrica che, prima del conflitto, produceva dischi per grammofoni e, in seguito, fu convertita per la produzione di componenti per aeroplani. Qui, dopo una breve sosta a mezzogiorno per mangiare una gavetta di brodaglia e una fetta di pane nero, lavoravano fino alle sei di sera, quindi, ritornavano stanche e affamate al campo. Non vestivano calze e portavano ai piedi pesanti zoccoli o sandali. Passavano mesi tra un cambio di biancheria e l'altro. Dormivano in sudici pagliericci dividendo una coperta in tre e si lavavano di rado; qualche volta attingevano di nascosto, con la gavetta, l acqua dagli abbeveratoi dei cavalli. Chi tentava la fuga veniva frustato con 25 nerbate; ciò significava debilitare ulteriormente il fisico e favorire l'insorgere di malattie che costituivano l'anticamera del forno crematorio. Donne contro donne e, fra le tante, c'era Dorothea Binz: la malvagità in persona! Era entrata nel lager a 19 anni come cuoca ed era diventata aufseherin (ispettrice). Il suo frustino e i suoi stivali rappresentavano il terrore delle prigioniere. Nel 1947 i 14

15 tedeschi di questo campo furono processati per le loro barbarie. Allora Binz aveva 27 anni, finì impiccata nel carcere di Hamelin. Quanti deportati riuscirono a tornare vivi dall'inferno dei campi di sterminio? Ben pochi rispetto ai milioni di uomini, donne e bambini che vi erano entrati. Quando i soldati degli eserciti avversari riuscirono a penetrare, nella ormai lontana primavera del '45, nei lager abbandonati dagli aguzzini in fuga, lo spettacolo che si presentò ai loro occhi fu superiore ad ogni, sia pur pazzesca, previsione. Là giacevano file interminabili di cadaveri. Là si aggiravano pallidi spettri di detenuti ancora in vita, dai grandi occhi pieni di una paura senza fine... Allora, solo allora, si cominciò a conoscere i particolari dell'inaudita macchina da sterminio. A guerra finita, a Norimberga, dal 20 novembre 1945 al 31 agosto 46, vennero processati e condannati all'impiccagione dodici degli oltre mille principali responsabili della follia nazista. Di certo la giustizia umana fu fin troppo magnanima con i responsabili di tante atrocità, tuttavia i tanti crimini di guerra, nazisti e non nazisti, commessi, non potranno mai essere cancellati dalla storia dell'umanità. Ciò che rimane viva è la speranza in un mondo migliore, come scrisse Anna Frank pochi giorni prima di essere deportata ad Auschwitz: Quando guardo il cielo, penso che un giorno il bene dovrà tornare tra gli uomini. 15

16 CAPITOLO UNICO 8 settembre Saonara Dovetti interrompere la scuola terminate le elementari, perché in casa c'era bisogno di aiuto. Successivamente fui mandata da un signora che abitava in paese a imparare il mestiere di sarta. Fu durante questo periodo che oltre cento prigionieri inglesi, che lavoravano nei campi degli Sgaravatti furono lasciati liberi, in attesa, allora si sperava, di un rapido avanzamento del fronte e della fine della guerra. Invece, dopo otto giorni dalla firma dell'armistizio, iniziarono i rastrellamenti dei tedeschi aiutati da fascisti italiani. Cosicché i prigionieri si diedero alla macchia, nascondendosi nella vicina campagna, vivendo alla meno peggio. Erano aiutati dalle famiglie che vi abitavano poiché avevano proprio bisogno di tutto: cibo, medicine, abiti borghesi e, con l'avvicinarsi dell'inverno, di un rifugio dove ripararsi dal freddo, almeno la notte. Zia Maria, spinta da sentimenti di carità e incurante dei rischi che correva, iniziò ad aiutare questi giovani sbandati come poteva: si recava, nonostante zoppicasse vistosamente a causa di una malformazione congenita, dalle famiglie benestanti del paese a chiedere quanto potessero 16

17 offrire per aiutarli. All'insaputa della famiglia io collaboravo con lei inconsapevole dei rischi che correvo, animata anche da spirito di avventura ma soprattutto orgogliosa di rendermi utile a persone più grandi di me. Le cose si complicarono e diventarono più rischiose quando sulla popolazione incombette l'ordinanza militare tedesca, con la quale si minacciavano di ritorsioni e pene severissime coloro che fossero stati scoperti a collaborare col nemico. Contemporaneamente erano iniziate le perquisizioni nelle case sospette e, ad aggravare ulteriormente la situazione, contribuì, nel mese di ottobre, l'istituzione di taglie su quanti avrebbero aiutato gli ex prigionieri e gli alleati. Ciò nonostante la nostra attività continuò per tutto l'autunno del '43 e proseguì anche l'inverno. La notte facevamo dormire i prigionieri nel fienile di casa o nella stalla, mentre di giorno si nascondevano nei campi tra le pannocchie. Ricordo quanto mio padre si adirasse con Maria perché di notte gli ospiti fumavano, col rischio di dar fuoco al fienile adiacente la casa. Anche mia madre non dormiva sonni tranquilli. Temeva per la sorte della famiglia. Quando, per l ennesima volta, chiese a Maria di smettere, la zia le rispose: Un giorno anche i tuoi figli potrebbero essere in giro per il mondo e trovarsi in una situazione simile! Non vorresti che fosse fatto per loro quanto si fa ora per questi poveretti?. 17

18 Una volta, essendo necessario far partire in gran fretta un prigioniero che indossava ancora la divisa da militare, quindi facilmente riconoscibile, Maria chiese a mia madre il vestito da sposo di mio padre. Dopo qualche insistenza la mamma glielo diede e il soldato inglese poté ripartire. Ad ogni modo, il pericolo che ci scoprissero e ci denunciassero ai nazifascisti era reale, si rischiava la fucilazione ma, per niente intimorite, continuavamo ad ospitare i prigionieri. Maria ogni volta diceva: sono gli ultimi. C'erano due ospiti fissi, i cui nomi non ricordo, poi ne arrivarono degli altri, ed altri ancora, alternandosi non appena questi riuscivano a partire. Venivano anche da fuori paese, in fuga da altri campi di lavoro o da centri di raccolta di altre località. Tra loro si passavano parola che in fondo a una stradina, in mezzo ai campi, vicino a villa Valmarana, c era una casa abitata da brave persone a cui chiedere aiuto e delle quali ci si poteva fidare. Sul finire dell anno, un impiegata della Prefettura di Padova, di nome Elsa, ci fece conoscere le sorelle Martini: Teresa e Liliana. Esse appartenevano ad una rete clandestina che aiutava ebrei, ex prigionieri e soldati allo sbando, a fuggire all estero. Della stessa rete faceva parte anche padre Placido Cortese, un frate della basilica di S. Antonio, direttore del Messaggero. Era padre Placido che, tra le altre cose, si incaricava di fornire le fotografie, prese tra gli ex voto nella 18

19 Basilica, da utilizzare nelle carte d identità false da consegnare a ricercati prossimi alla partenza per la Svizzera: gli espatri verso la Iugoslavia erano falliti, dopo che alcune spie si erano infiltrate nella organizzazione, per cui la frontiera era strettamente controllata dai tedeschi. Fu così che iniziai a tenere i contatti con le sorelle Martini, telefonando dall'unico apparecchio pubblico nel bar del paese, dicendo loro: Sono pronti due o tre polli, per quando li preparo?. Poi, saputo il giorno dell appuntamento, partivamo a piedi da Saonara, di notte, durante il coprifuoco, col cuore che ci saltava in gola per la paura d'essere arrestati; mia zia davanti con uno o due fuggiaschi, io dietro, bicicletta alla mano, con altri due, verso la stazione ferroviaria di Padova, dove eravamo attesi da altre militanti che, fingendosi sorelle o fidanzate, li accompagnavano in treno fino a Milano, da dove proseguivano con altri mezzi di fortuna verso il confine Svizzero. Alla stazione ferroviaria di Padova arrivavano ex prigionieri e ricercati da vari comuni della provincia, ed erano in molti a tentare l espatrio che rappresentava l'unica via di scampo, poiché restare significava rischiare di essere arrestati. Nel mese di febbraio del 44, vennero da fuori paese delle brigate nere, che radunarono mio padre e mia madre, assieme ad altri paesani, nel cortile di villa Sgaravatti e iniziarono ad interrogarli sulla presenza di nemici 19

20 nel territorio, ma, soprattutto, li minacciarono di arrestarli e bruciar loro la casa, se avessero trovato un solo prigioniero in casa. Preoccupate dalle difficoltà e dai problemi sempre più presenti, decidemmo di limitare l attività assistendo questi giovani fuori di casa. Nella prima decade di marzo conoscemmo due inglesi ospiti della famiglia Battan di S. Angelo di Piove di Sacco. Una sera, all' imbrunire, mentre tornavo dal lavoro, mi aspettarono lungo la stradina che conduceva alla mia casa, per chiedermi se effettivamente c'era la possibilità di essere aiutati a fuggire all'estero. Riuscimmo, dopo alcuni contatti, ad organizzare anche la loro fuga. Il giorno, dopo la loro partenza, fu accompagnato a casa nostra, dalla signora Battan un certo Franz, ex prigioniero sloveno fuggito dopo l' 8 settembre che, a suo dire, sentendosi a rischio di cattura, era venuto a conoscenza della recente partenza dei due inglesi da noi aiutati a S. Angelo prima e a Saonara poi. A casa c era mia madre che, ingenuamente, gli diede informazioni sufficienti per capire che effettivamente avevamo dato asilo a due inglesi i giorni precedenti. Franz chiese, così, se si potevano aiutare cinque prigionieri inglesi che, nascosti in casa Battan, non potevano rimanervi oltre, poiché correvano il pericolo di essere scoperti. Come d'abitudine, telefonai alle Martini per avvertire che altri cinque polli erano pronti, affinché procurassero 20

21 loro i documenti. Mi chiesero, come al solito, particolari sul loro aspetto, che però non seppi dare perché non li avevo ancora conosciuti, ma le rassicurai che presto sarei stata in grado di rispondere. Il giorno seguente venne a casa mia Liliana Martini con alcune foto, per scegliere quelle più somiglianti ai cinque e a quell'incontro, purtroppo, era presente anche Franz: l'unico ad averli visti. La sera stessa, dopo il lavoro, mi recai in bicicletta a S. Angelo in casa Battan dove, in una stanza al primo piano, c'erano i cinque inglesi. Appena li vidi, rimasi subito colpita dal loro atteggiamento: erano in piedi, quasi sull'attenti, vestiti elegantemente e col cappello in testa. Dubitai immediatamente che fossero veri prigionieri. Mi rivolsi a loro in dialetto per chiedere da dove venissero e quale fossero le loro intenzioni. Nessuno dei cinque capì una sola parola di quello che avevo detto, mentre, invece, i prigionieri, che fino allora avevo conosciuto, qualche parola l avevano sempre capita. Franz parlò per tutti e ribadì la loro necessità di fuggire al più presto. Gli risposi che presto sarebbero potuti partire aggiungendosi a un gruppo di altri tre prigionieri. Lungo la strada di ritorno ero tormentata da molti dubbi. Col passare dei minuti mi stavo sempre più convincendo che quelli non fossero prigionieri inglesi, bensì spie tedesche. 21

22 A casa dissi a mia zia: Se questa volta passa, è un miracolo. Le esposi tutti i miei dubbi e non ultimo, quello sul loro aspetto e sul loro atteggiamento, quasi arrogante, mentre, al contrario, gli inglesi conosciuti fino ad allora, erano mal vestiti e, consci dei rischi che si correvano per aiutarli, erano molto rispettosi nei nostri confronti. 22

23 Maria Borgato a 41 anni 23

24 13 marzo 44 - l arresto Quella stessa sera c'era nell'aria una strana atmosfera: quasi un presentimento funesto. Verso le undici sentimmo bussare alla porta con una decisione tale da farci sobbalzare per lo spavento. Capimmo subito che non si trattava certamente di amici o di prigionieri inglesi; loro venivano con tutti i riguardi e le accortezze possibili. Persino il nostro cane abbaiava come mai aveva fatto prima. Benché preoccupata dissi alla zia: Vado io ad aprire e qualora fosse Franz gli parlerò, poiché l'ho incontrato solo io, gli dirò di lasciare in pace il resto della famiglia. Avevo degli indirizzi di prigionieri già partiti, li diedi a mia madre che li nascose tra le fasce dell'ultimo fratellino nato, che teneva in braccio, e scesi ad aprire. La casa fu presto invasa da fascisti e da SS: correvano su e giù per le scale e si misero a rovistare le stanze, la barchessa, la stalla. Non trovando alcun prigioniero inglese, iniziarono, con atteggiamento minaccioso, a farmi delle domande riguardanti i tre inglesi, ma io negai qualunque circostanza. Mi ordinarono di vestirmi e così pure a mio padre e a mia zia, ma soprattutto di far zittire il cane che, legato alla catena, abbaiava a più non posso. La spedizione era comandata dal giuda Franz, il quale ci ordinò di uscire in cortile al freddo e, dopo averci messo in fila, 24

25 continuò a farmi domande sui prigionieri inglesi, alle quali rispondevo di non sapere nulla. Franz mi accusò di mentire, in quanto mia madre, qualche giorno prima, gli aveva detto che gli inglesi avevano dormito nella stalla. E continuava: Dove sono adesso, dove li avete nascosti?. Fu allora che iniziò a percuotermi alla presenza di tutti gli adulti della famiglia che, pur fremendo dalla rabbia, nulla potevano fare, poiché reagire equivaleva ad una condanna di fucilazione. Ci caricarono sul camion: io davanti, tra una SS e Franz, mio padre e mia zia dietro con gli altri tedeschi. Franz, rifilandomi qualche pugno e tirandomi per i capelli, insisteva nel farmi domande sui prigionieri, alle quali rispondevo sempre allo stesso modo: Non so dove siano, io li ho incontrati per i campi e in casa non sono mai entrati. Ero sicura che se avessi confessato di aver dato ospitalità anche a un solo prigioniero, mi avrebbero costretta ad ammettere che ne avevamo aiutati altri e, quindi, a raccontare l intera storia, coinvolgendo di conseguenza anche altre persone. Perciò decisi di non parlare, ad ogni costo. Passarono per S. Angelo di Piove di Sacco, dove arrestarono la signora Battan e suo figlio, proseguirono per Arzarello e qui prelevarono i fratelli Gelmini, quindi si diressero verso la caserma dei carabinieri di Piove di Sacco. Mio padre, mia zia e tutti gli altri furono rinchiusi in uno stanzone, mentre a me fecero fare il giro delle 25

26 camerate, dalle quali dei giovani fascisti mi coprirono di insulti e, uno di loro vedendomi, mi schernì ad alta voce: Sarebbe questa l'artefice di tanto putiferio?. Arrivata nell'ufficio del capitano delle SS, iniziarono ad interrogarmi e a picchiarmi, con calci, pugni e a pestarmi le dita dei piedi ma io, risoluta, continuavo a ripetere che non sapevo nulla e che non conoscevo nessuno. Dopo alcune ore venni rinchiusa in una cella di isolamento per il resto della notte. La mattina seguente, vennero altri fascisti a vedermi per schernirmi; per tutta risposta girai loro le spalle senza rispondere alle provocazioni. Decisero di tenermi isolata dagli altri reclusi, convinti che, essendo la più giovane, cedessi e raccontassi ciò che era stato fatto fino ad allora. Ripetutamente mi chiesero a quale organizzazione appartenessi, come si tenessero i collegamenti e chi ne facesse parte. Da come mi ponevano le domande, capii che sapevano molte più cose di quante ne sapessi io. Evidentemente avevano bisogno della testimonianza di qualcuno del gruppo e anche il più piccolo particolare poteva tornare loro utile per smascherare altre persone. Verso mezzogiorno il fascista che piantonava il corridoio, preso da compassione, mi offrì la sua parte di rancio, raccomandandomi però di non farmi scoprire. Non feci in tempo ad accettare che entrarono quelli che la sera precedente ci avevano arrestati, per portarci a fare 26

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