Capitolo IV. Prime stoccate.

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1 Capitolo IV Prime stoccate. Non passarono due giorni che quella che era la parte pratica e la più divertente di un piano che doveva essere sistematico e vasto fu messa in atto. Stefano procurò i materiali e le linee guida, Gaetano fece da vetturino e Fabrizio, con le sue doti manuali, provvide a far di quei materiali suddetti delle else, rivelandosi per giunta un discreto fabbro. In queste si provvide a incassare delle aste per farne delle spade di legno con cui ci si sarebbe potuti esercitare in sicurezza. Intanto, il codice del Duello, parola che i tre amici cominciarono a scrivere con la maiuscola per un'intrinseca questione di rispetto, veniva steso con appassionata puntigliosità. Innanzitutto, le discipline che presero a riferimento furono quelle canoniche, la spada e la sciabola: Per la prima, scelsero a modello quell'arma seicentesca che gli anglosassoni chiamano rapier, i francesi rapière e gli italiani striscia, vuoi perché adatta sia al taglio che 1

2 all'affondo, più pesante del fioretto ma più leggera della cinquecentesca spada da lato, vuoi per la suggestione che la sua stessa fattura, con la coccia ricamata a fil di ferro e la lama slanciata e signorile, riusciva a esercitare. Va detto che la striscia, dopotutto, fu la prima vera spada da Duello che il mondo occidentale abbia conosciuto e la sua tecnica, raffinata e barocca, è diretta genitrice di quella che è oggi la scherma moderna. Il discorso che i nostri amici fecero, poi, aveva financo presupposti etici, i colpi di taglio essendo meno letali di quelli di punta e, di conseguenza, l'aver scelto come spada un'arma che fosse stata in grado di colpire di punta soltanto avrebbe significato incrementare di gran lunga la letalità dei confronti. I nostri credevano, come abbiamo avuto modo di dire qualche capitolo addietro, che il Duello fosse una consuetudine basata sul rispetto e sul confronto onorevole e, per tale ragione, aborrivano l'idea del combattimento all'ultimo sangue: Essere disposti a morire per difendere un'opinione o l'onore ben differisce dall'essere obbligati a farlo. 2

3 Così, elessero la striscia a spada canonica per il Duello. Per quel che riguardava la sciabola, si rifecero a quella da cavalleria, forte e imperiosa, di cui l'umanità non aveva mai veramente perso memoria. Aborrivano in toto e con vigore la sciabola sportiva, che ai loro occhi altro non era che un fioretto utilizzato secondo altre regole, e non poteva essere diversamente: Di quest'arma andava esaltata la potenza, e non certo poteva essere rappresentata da un fuscello esile e senza alcun sapore. Fissarono le misure, i parametri secondo i quali dovevano essere fatte else, ricassi, lame e fornimenti, cercarono insomma di rendere i confronti organici e imparziali, evitando che una delle parti soffrisse svantaggi di sorta. Ed anzi, si poteva dire che l'unica vera pecca che la loro versione del codice avesse, era proprio quella d'esser troppo rigida, perdendo di vista il fatto, naturale, che il Duello fosse prima di tutto istinto e impulso, e che il codice cavalleresco sia non altro che una traccia da seguire armati di buonsenso, più che una raccolta di doveri. 3

4 Quando Fabrizio ebbe finito le spade, Aspettò che fosse sera per sottoporle al giudizio dei sodali: Non erano che una bozza provvisoria, spoglia d'ammennicoli e lontana da ciò che è una vera striscia, ma adatte a far pratica. Per le sciabole, avrebbero provveduto poi. Gaetano e Stefano lo aspettavano al solito nella vettura parcheggiata sotto casa ed egli non fece nemmeno a tempo a entrare che le tirò fuori trionfalmente, buttandogliele in mano. Ma sono uno splendore! Sentenziò Gaetano con irruenza. Tu sei un fabbro nato! Non mi capacito aggiungeva Stefano, tenendone una in equilibrio con l'indice poggiato sull'asta a quattro dita dall'elsa di come tu abbia fatto, senza sapere nulla né di metallurgia, né di forgia, e né tantomeno di scherma, ad ottenere un bilanciamento perfetto: è esattamente come lo prescrive qualunque manuale. Fabrizio arrossì leggermente, amante com'era delle abilità manuali si sentiva più che lusingato. E, pure, già il suo nome di battesimo, in una maniera più che 4

5 esplicita, mostrava un collegamento con la mirabile arte di cui si era improvvisato latore: Queste magre conferme gli suggerivano, in qualche modo, che tutto sommato poteva esser degno di portarlo. Non si persero in chiacchiere e volarono: Da via Belvedere, dove abitava quello ch'erano appena andati a prendere, mossero verso via Cilea, poi via Gemito, Via Simone Martini ed infine Via Ruoppolo. Qui era un parco assai tranquillo, in cui di notte non passavano che randagi. C'è da puntualizzare che i nostri si muovevano prevalentemente dopo il tramonto, vuoi perché le giornate le impiegavano per le mansioni che la vita ordinaria da sempre impone, vuoi perché erano naturalmente avvezzi a quella dolce poesia che è la notte. Abituati a questa loro usanza, contrariamente all uso comune era dalla mezzanotte alle quattro del mattino che si scoprivano più arzilli, e la cosa tornava utile anche perché, se si fossero visti tre esagitati armati di spade in un parco in pieno giorno, per quanto esse potessero esser di legno sarebbero stati ritenuti pericolosi e portati in caserma prima di poter fornire ogni giustificazione. 5

6 Parcheggiarono in un budello cieco, posto alla destra del primo crociccio che s'incontra volendo andare da Via Ruoppolo a Piazza Medaglie D'Oro, budello ch'è noto col nome di Via Sebastiano Conca; Non si sa per quale ragione anche nei momenti di traffico più intenso quella via viene dimenticata da Dio e dal mondo terreno, e ci si trova posto quale che sia la grandezza del veicolo. Proprio lì, nello spazio tra la strada e il parco, chiuso di notte, c'era un bello spiazzo circondato dal verde e illuminato a dovere, che per gli amici era un campo di battaglia più che dignitoso. Le regole che avevano stabilito prevedevano il divieto di colpirsi in faccia, sempre rifacendosi al fatto che un colpo al viso difficilmente poteva essere non letale o non profondamente invalidante. Dalle spalle in giù, ad esclusione di mani e polsi, il corpo tutto era bersaglio. I nostri avevano altresì deciso di allenarsi senza protezione alcuna, abituandosi così meglio a quella che è la vera scherma da terreno. Dei tre, lo ricordiamo, tutti avevano avuto un'infarinatura di arti marziali e sapevano quindi 6

7 muoversi in combattimento; Gaetano praticava la scherma medievale così come Stefano e quest'ultimo era l'unico ad aver ricevuto un'educazione di scherma sportiva. Per questo motivo, si tendeva a considerarlo il più esperto e quindi in qualche modo il maestro dei tre. Egli prese una spada in mano e ne porse un'altra a Fabrizio, che si scoprì mancino: Tale era anche Gaetano, che stava a guardare la lezione a braccia incrociate, una posizione che gli era familiare e rimarcava ancora di più il suo aspetto erculeo. Gli furono insegnate le fondamentali posizioni di prima, seconda, terza e quarta e le relative guardie, parate, fendenti e gli affondi, che un vezzo imponeva a Fabrizio di chiamare "punte". Intanto si facevano i nomi di Ridolfo Capoferro e Salvatore Fabris, alcuni tra i più illustri periti di scherma da striscia che la scuola italiana eccellenza assoluta nel mondo ebbe a dare, e di cui ci si sarebbe dovuti certamente procurare i celebri trattati. L'approccio didattico di Stefano era molto spicciolo e in fin dei conti condivisibile: L'apprendimento avviene 7

8 per mimesi e, se ciò che si sta imparando è il combattere, il combattere stesso ne costituisce la migliore lezione. La spiegazione tecnica durò quindi assai poco e, in seno a un quarto d'ora, stavano già tirando. Il migliore dei tre faceva sforzi immensi per ricordare i suoi trascorsi da schermidore, e riusciva a gestirsi comunque assai meglio dei suoi compagni. Il nostro energumeno non si faceva problemi a nascondere il disagio che gli procurava il maneggiare una spada che, a confronto delle armi medievali cui era abituato, gli sembrava un fuscello. Fabrizio si limitava a sembrare un contadino che non abbia visto nient'altro che capre in vita sua a cui venisse messa una clava in mano accompagnata dalle parole «Vai a far guerra!». E, tuttavia, ebbri di utopia com'erano, i tre sodali si ritenevano al centro di un momento a dir poco sacrale. Sangue di Dio, che dolore inimmaginabile! Fu il primo urlo che squarciò quell'alone metafisico, 8

9 portandosi appresso ogni speranza di serietà avesse potuto ornare il momento. Le cocce, come abbiamo detto, erano infatti solo abbozzate e non coprivano affatto tutta la mano, come fan quelle d'una vera striscia. Bisogna aggiungerci che la mano, impugnando l'arma, era effettivamente quanto di più vicino alla spada ci fosse e che, inesperti com'erano i nostri, nella speranza di andare a bersaglio colpendo l'avambraccio armato avevano sviluppato un'abilità sopraffina nel prendersi sulle nocche, tanto quelle del dorso quanto quelle tra le falangi, che divennero tutte d'un bel viola acceso nell'arco di una mezz'ora. E così, a momenti di rigida concitazione che nulla avevano da invidiare ai più importanti rituali religiosi svolti nei più maestosi templi, si alternavano profani scrosci di bestemmie e imprecazioni, obolo necessario alla loro inesperienza. E tuttavia, qualche colpo a bersaglio ci fu, a cui tutti risposero con applausi e cori di "Buono!" e che bastò, almeno momentaneamente, a lavare il dolore coi colori della gioia di star migliorando. 9

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