press/tmagazine n.09 anno 2007

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1 press/tmagazine n.09 anno 2007 press/tarticle ANTONINO CARDILLO Barcellona. Percorsi in una Città Contemporanea press/tmostre VALERIO PAOLO MOSCO Jean Prouvé: la fortuna del più grande degli architetti disinteressati allo spazio press/tcomics le vignette di roberto malfatti Anche press/tmagazine è sul web! Lo potrete trovare su <http://www.presstletter,com>, oltre all archivio delle press/tletter, articoli e segnalazioni di eventi.

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3 press/tarticle ANTONINO CARDILLO Barcellona. Percorsi in una Città Contemporanea per gentile concessione di Ulisse Seppur poco considerati dalle guide turistiche più diffuse, il distretto di Pouble Nou, il Forum 2004, la Cittadella Olimpica con il suo Porto e la collinetta di Montjuïc, offrono al viaggiatore curioso interessanti chiavi di lettura della Città. La contemporaneità in Barcellona è un valore diffuso, lo si avverte per strade, negozi, locali, è attitudine mentale dei suoi abitanti. Eppure questi luoghi sono emblematici della fervente partecipazione collettiva che ha reinventato la Città a seguito del ripristino della democrazia nel La fiducia verso il futuro ha origini lontane, la si può già leggere nell Eixample, il piano urbano ideato da Idefonso Cerdà nel 1859, generatore della città nuova. I nomi delle sue vie principali sorprendono per l inconsueta modernità. Non re, notabili, santi o luoghi ma, fatta eccezione per la Gran Via de les Cortes Catalanes, nomi astratti: Paral-lel, Meridiana, Diagonal. Interferiscono, attraversandola, con una griglia di isolati quadrati, ciascuno avente lato di 113,33 metri, ed estesa dalle pendici del monte Tibidabo (512 m) al mare e dalla collinetta di Montjuïc (173 m) al fiume Besòs. Affascina l origine astronomica delle due grandi arterie orientate sul parallelo e il meridiano terrestre, convergenti, dal territorio, sul fronte a mare della città medievale. Ma è l asse della Diagonal che libera definitivamente la città dal concetto di centro unico generalmente identificato con il cosiddetto centro storico. Con straordinaria precisione e lungimiranza, dalle pendici del monte Tibidabo alla foce del fiume Besòs, la Diagonal taglia obliquamente la piana, affermando una direzione indipendente dalla città storica. Nell incidere gli isolati ortogonali, genera così una sequenza di vistose eccezioni alla griglia: angoli, scarti e zone residuali diventano potenziali luoghi strategici per la città futura. Inoltre, in una triplice intersezione con la Gran Via e la Meridiana, la Diagonal individua un nuovo baricentro: Plaça De Les Glories Catalanes. Lì, quando scende la notte, i 4500 leds della fallica Torre Agbar ( ) accendono la nuova Barcellona. Impressionista, caleidoscopica, psichedelica. La sua superficie evoca l acqua, che sale, dimentica della gravità, per 142 metri dalla terra. La ribollente miscela astratta di tessere policrome sembra echeggiare le stesure ceramiche di casa Batlló sul Passeig de Gràcia. Ma la città

4 odierna non è costruita dai soli palazzi residenziali come negli eleganti boulevard dell Eixample. All interno dell edificio, progettato dall Atelier di Jean Nouvel, in gran parte dei metri quadri ha sede la compagnia Aguas de Barcelona. E l inizio simbolico, geografico e concettuale di un ambizioso progetto urbano che trasformerà 200 ettari dell ex zona industriale di Pouble Nou in un innovativo distretto economico. Tangente alla circonvallazione esterna, distante soli sei minuti dal futuro terminal della TAV e a tre stazioni di metrò dal centro antico, sta cambiando la geografia della città. Il Progetto emancipa la zona dall esclusivo uso industriale previsto dal piano regolatore del 1976, incentivando la coesistenza di uffici, residenze, lofts, industrie ad alta tecnologia non inquinanti, alberghi, attività commerciali, infrastrutture e servizi. Innesca così una concentrazione di attività interagenti capaci di garantire vitalità durante il giorno e la notte. Il piano non prescrive una forma ordinata a priori ma coordina un sistema di trasformazioni flessibili in cui ogni singolo attore/progetto può sviluppare molteplici forme, obiettivi e relazioni. L alta densità, infine, contribuisce ad attirare gli investimenti necessari alla trasformazione. La comunità economica internazionale ha già reagito positivamente insediando le più importanti compagnie. Sei nuovi grandi complessi edilizi sono motori della trasformazione del tessuto edilizio: università, centri di innovazione scientifica e tecnologica, laboratori, dipartimenti di progettazione. La città diventa così il luogo di scambio delle idee. Obiettivo? Fare di Barcellona La Città della Conoscenza. All interno di questa strategia si pongono i centoquarantun giorni del Forum Universale per le Culture nel Un viaggio attraverso le differenze culturali, lo sviluppo sostenibile e le condizioni per la pace nel Mondo. Eventi di strada, concerti, opere, danza, teatro e mostre hanno reinventato la Città tutta, ma è alla foce del fiume Besòs che la manifestazione ha avuto il suo centro direzionale. L area del Forum integra grandi infrastrutture ambientali (centrale termica a gas naturale, parco ecologico e centrale di trattamento delle acque) e spazi adibiti alla pubblica fruizione (spiagge artificiali, porto turistico e nuovo campus universitario). Interfaccia simbolica e mediatica del complesso è l edificio del Forum (progettato dallo studio svizzero Herzog De Meuron. Appare al passante come una gigante fetta di torta blu levitante, espressionista, scultorea e minimale, rigata sui lati da veloci tagli vitrei verticali. Sviluppato su soli due livelli, accoglie al piano superiore un auditorium per persone assieme ad una vasta e fluida area espositiva. Oscura e porosa, la sua cavità, è punteggiata da

5 improvvisi e giganteschi vuoti, condensatori di luce naturale. Al piano inferiore altrettante strombature a soffitto illuminano lo spazio sottostante, sulla strada. La massa dell edificio, sospesa su pochi pilastri, raccoglie lo spazio urbano nel seno dell edificio. Alcuni volumi sghembi direzionano il passante verso gli accessi al piano superiore. Argentee lamine martellate rivestono la superficie dell immenso soffitto, generando imprevedibili riverberi di luce naturale. A seguito del Congresso sulle culture, la costruzione è divenuta contenitore di un brillante allestimento sullo studio e la comunicazione delle trasformazioni urbane dell'area metropolitana di Barcellona con uno straordinario plastico della Città di 200 metri quadrati. Oltre ad essere motore attivo del progetto rigenerativo del quartiere di Pouble Nou, l area del Forum completa quella ristrutturazione di quattordici chilometri del fronte costiero di Barcellona, esteso tra l area logistica presso il fiume Llobregat (porto mercantile + aeroporto) ad ovest ed il nuovo distretto economico di Pouble Nou ad est, iniziata nel 1986, con la nomina della Città a sede delle Olimpiadi. Due sono le principali aree coinvolte, gravitanti nell odierna Città Olimpica e nella cittadella dell Esposizione Internazionale del 1929, sulla collina di Montjuïc. Il viale Avinguda D Icària è asse portante della Città Olimpica. Su ciascun lato sei isolati ricalcano approssimativamente la griglia di Cerdà. Ciascun edificio residenziale è legato nei piani alti al successivo, nell intenzione di trasformare il viale in uno spazio unico. La composizione del piano, seppur stemperata dalla diversità di ciascun edificio e dall intrigante sequenza di alberi artificiali ( ) di Enric Miralles e Carme Pinòs, tradisce intenzioni auto celebrative e a volte persino monumentali. Sembra chiudersi rispetto alle sfide della contemporaneità. L intelligenza dell intervento occorre trovarla nel nuovo rapporto con il mare, non tanto nei due grattacieli (153 m) architettonicamente poco rilevanti, neppure per la loro collocazione che riecheggia pesantezze di altri tempi, ma per quell affascinante groviglio di percorsi, terrazze sul mare, negozi, ristoranti, piscine, pub ed attrezzature alberghiere fuse in un brano di città complesso ed esaltante, che si dissolve lungo le spiagge, i parchi sul mare e le banchine del Porto Olimpico (oggi turistico). Trasformato in icona dalla profetica scultura il Peix ( ) di Frank Owen Gehry, il Porto è riuscito nell arduo compito di reinventare la relazione, un tempo negata dal degrado, della città con il suo mare. Dall altra parte, ad ovest della città medievale, sulla boscosa collina di Montjuïc, l Anello Olimpico ha avuto certamente il pregio di creare

6 moderne infrastrutture, ma gran parte degli interventi appaiono datati o persino poco colti, come il triste Istituto Nazionale di Educazione Fisica della Catalogna. Si distinguono l elastica Torre delle Comunicazioni ( ) di Santiago Calatrava, la paesistica organica del Giardino Botanico ( ) di Carlos Ferrater, e la luminosa Fondazione Mirò ( ) di Josep Lluìs Sert. Ma occorre scendere a valle per trovare il vero gioiello della collina e probabilmente di Barcellona tutta. In fondo ad una radura lambita da platani ed al di là di un tranquillo specchio d acqua, si profila orizzontale e silente l emblematico Padiglione Tedesco (1929) di Mies Van Der Rhoe. Visione surreale, quasi magica, dopo la mastodontica e fatua sequela neobarocca costruita tra il 1894 il 1929 per ospitare l Esposizione Internazionale di Barcellona. Finanziato dall audace industriale Freiherr Von Schnitzler e donato alla nazione tedesca come sede di rappresentanza, è testimone del valore della cultura tedesca prima dell involgarimento nazista. Il suo valore va al di là della contingenza storica. E una delle rare opere d arte che riescono a comunicare contenuti sempre nuovi. La straordinaria attualità del contenitore è confermata dalla capacità di andare al di là di una specifica funzione. I suoi spazi fluenti ed enigmatici, oltre ad essere fruibili quotidianamente, non di rado si offrono a cocktail parties, sfilate di moda, mostre di fotografia, conferenze e piccoli concerti. L edificio originale, smontato dopo l esposizione, è stato diligentemente ricostruito tra il 1984 al 1986 su incarico di Oriol Bohigas, architetto capo del Comune. Da oriente ad occidente questi luoghi apparentemente marginali, sia pure nelle loro legittime contraddizioni, raccontano di come la Città ha fondato coraggiosamente la sua rinascita sul progetto d architettura contemporanea. O viceversa di come l architettura del presente è termometro della condizione umana e culturale degli abitanti di una comunità.

7 press/tmostre VALERIO PAOLO MOSCO: Jean Prouvé: la fortuna del più grande degli architetti disinteressati allo spazio Jean Prouvé di fronte alla propria casa, 1955 circa. Famiglia Prouvé. VG Bildkunst, Bonn Jean Prouvé al CNAM, Parigi, Foto di E. Remondino. Collezione Privata. VG Bildkunst, Bonn Se è vero quello che diceva Nietzsche (ed è vero) che un uomo non può dirsi tale se non si esprime almeno attraverso quattro attività dove riconoscere sempre se stesso, Prouvé lo era. Architetto, designer, fabbro, imprenditore, insegnante, Prouvé ha attraversato buona parte dello scorso secolo tracciando un percorso eterogeneo tenuto insieme da un'unica vertenza umanista, la stessa poi del Werkbund: il superamento della dicotomia tra artigianato creativo e produzione industriale di serie. La mostra itinerante approdata a Palazzo Te a Mantova a lui dedicata ( Jean Prouvé: la Poetica dell Oggetto Tecnico ), voluta dal Vitra Design Museum e curata con acribia da Bruno Reichlin e Franz Graf e corredata da un monumentale catalogo (Electa edizioni), offre oggi l occasione non solo di assaporare il complesso dell opera di Prouvé, ma anche di ragionare sulla fortuna critica di un architetto oggi non solo rivalutato, ma esaltato. Ci si conceda una boutade: Jean Prouvé è stato il migliore tra gli architetti disinteressati sul tema principe dell architettura: lo spazio. Persino Buckminster Fuller, architetto a-spaziale per eccellenza, risulta più spaziale del fabbro parigino. A questo punto ci si conceda anche una seconda boutade: senza Prouvé, senza il migliore degli architetti a-spaziali, non ci sarebbe gran parte dell architettura contemporanea, quella per intenderci dagli anni novanta in poi. Le due boutade sembrerebbero non avere una chiara relazione tra loro, eppure la relazione c è, sottile e significativa. Per capire Prouvé bisogna innanzitutto seguire la sua biografia. Nato all inizio dello scorso secolo ha una formazione a cerniera tra il declinante Art Nouveau, il Decò e lo straripante Modernismo di Le Corbusier. Dalla sua un etica socialista, alla Ruskin, ed un fine ben preciso: la ricerca di una via alternativa alla scissione del lavoro, alla alienazione dell operaio messa a nudo dal pensiero marxista. Negli anni venti inizia con gli oggetti di arredo, a trenta apre un grande atelier a Nancy mentre collabora con architetti come Garnier, Beaudouin, Lods. Tra le prime opere di successo l Aéro-Club Roland Garros del 1935, una delle prime e più convincenti opere totalmente montate a secco e l ancor più convincente Casa del Popolo ed il mercato coperto a Clichy, opere entrambe

8 Poltrona da Auditorium, Bergère, Università di Aix-Marseille, Centre Pompidou, Parigi, Bibliothèque Kandinsky, Fonds Jean Prouvé. VG Bildkunst, Bonn Catalogo di mobili degli Ateliers Jean Prouvé, Collezione Alexander von Vegesack. VG Bildkunst, Bonn realizzate con Beaudouin e Lods. La ricerca sull edilizia per componenti in metallo continua con intensità fino alla guerra che vede Prouvé partecipare alla resistenza. Proprio durante la guerra progetta con Le Corbusier le Ecoles volantes e subito dopo viene eletto sindaco a Nancy. L attività dopo la guerra è ancora più intensa di prima: realizza delle case di prima accoglienza, collabora ancora con Le Corbusier per le Unité di Marsiglia, costruisce uno dei più maturi primi esempi di curtain wall per la Féderation Nazionale du Batiment a Parigi (1949/51), a cui si aggiungono le prime case a guscio e le coperture a shed prefabbricate. Proprio negli anni cinquanta il suo atelier a Maxéville è sempre più impegnato nella concezione e nella realizzazione di componentistica leggera applicata all edilizia. I risultati sono ampi e soddisfacenti, ma il momento storico non è quello adeguato. L ipotesi Prouvé si infrange infatti contro il deleterio successo della prefabbricazione pesante in calcestruzzo. A dispetto di opere di eccellenza come la facciata dell edificio di Square Mozart a Parigi del 1953 (con L. Mirabeau), l atelier di Prouvè fallisce. Seguono rabbia e sconforto ma il fallimento è anche la sua fortuna; sgravato dalle responsabilità imprenditoriali (in cui il nostro non si trova di certo a suo agio), Prouvé riesce a dedicarsi come consulente ad altissimo livello nel campo in cui eccelle: la componentistica a secco. E questa la sua stagione d oro: la propria casa a Nancy (1954), il Pavillon du Centenarie d Aluminium (1954), la Maison des jours meilleurs per la mitica e controversa figura dell abbé Pierre, la Buvette di Evian (1956/7). Dal 1958 in poi si dedica all insegnamento al CNAM di Parigi e negli anni sessanta collabora a progetti importanti ancora con Le Corbusier, ma anche con Pierre Jeanneret, con Candilis, Josic e Woods (Frei Universitat di Berlino) e Niemeyer (Sede del Partito Comunista Francese a Parigi). Nel 1971 è il presidente della giuria per il Concorso del Centre Pompidou e fino al 1984, anno della sua morte, continua ad insegnare e progettare. Più di sessanta anni di attività quindi, in cui progetti, brevetti, consulenze, schizzi e lezioni, appaiono tutti come organismi coesi, in cui la tensione tra e parti in equilibrio è meccanismo esibito. La felice intuizione critica è di Diego Nardi ( Jean Prouvé : idee costruttive, Testo & Immagine n.80, Roma,2000) e pone l accento sul principio primo del metodo Prouvé: il meccanicismo. Prouvé infatti è sempre stato ortodosso al principio meccanico; mentre infatti altri architetti (primi tra tutti Gropius) professavano con accanito fideismo il culto meccanico, Prouvé semplicemente lo applicava, per di più con laico e navigato disincanto. Rispetto agli altri infatti aveva la conoscenza applicata

9 Maison du Peuple, Clichy, Centre Pompidou, Parigi, Bibliothèque Kandinsky, Fonds Jean Prouvé. VG Bildkunst, Bonn Casa di Jean Prouvé, Nancy, Centre Pompidou, Parigi, Bibliothèque Kandinsky, Fonds Jean Prouvé. VG Bildkunst, Bonn Edificio a Square Mozart, dettaglio della facciata, Parigi, Centre Pompidou, Parigi, Bibliothèque Kandinsky, Fonds Jean Prouvé. VG Bildkunst, Bonn agli altri infatti aveva la conoscenza applicata dell uomo da officina, con tutte le sue implicazioni di certo non intellettuali. Ciò dava la possibilità a Prouvé di applicare un metodo edilizio lineare e deduttivo, che parte dal particolare (la singola componente) per giungere per sommatoria critica al generale (la configurazione totale), un metodo a ben vedere antitetico a quello dei maestri del Movimento Moderno. Effetto primo del metodo è allora ( e non poteva essere diversamente) il disinteresse per lo spazio, ovvero per la configurazione generale a priori. Attenzione, il disinteresse per lo spazio non vuole dire che Prouvé fosse disinteressato all immagine dell edificio, anzi esiste un vero e proprio branding Prouvé che si esprime attraverso figure ben precise, se non ricorrenti. Ciò che distingue allora Prouvé dagli altri è semplicemente il fatto che le figure non sono applicati alla configurazione generale, ma alle singole componenti. E chiaro allora che quanto andava a dire Prouvé con dissimulato snobbismo io non ho stile, è palesemente falso, lo dimostra se non altro il fatto che i suoi arredi e le sue architetture sono oggi oggetti di culto di quel modernariato vintage che inonda i salotti bene. Stile quindi ed anche immagine, ma non spazio, scelta a dire il vero pagata con la difficoltà a gestire opere di una certa dimensione, dove lo spazio non è certo emendabile. Eppure sta qui la ragione della attuale fortuna critica di Prouvé. L architettura contemporanea infatti sembra disinteressata ormai da anni al problema spaziale, vuoi per ragioni che riguardano la prevalenza dell immagine, vuoi per l imperante paradigma della comunicazione. Ciò non vuol dire che le opere di alcuni determinati architetti contemporanei non abbiano delle chiare valenze spaziali, ma queste ultime non strutturano mai il significato della loro architettura, caso mai lo aggettivano. Pensiamo a quanto siamo oggi distanti da Zevi, ma anche da Kahn e quanto Prouvé tutto ciò, forse inconsciamente, lo avesse compreso in anticipo. Ma c è dell altro. Prouvè infatti tra i primi ad aver capito che l architettura si sarebbe fatta fuori opera, per componenti assemblate, anzi ad aver capito ciò che oggi va di moda, ovvero che sono proprio le componenti che determinano l immagine dell edificio. Per capire dunque Jean Nouvel, Dominique Perrault, Herzog e de Meuron e specialmente Renzo Piano e tanti altri, bisogna dunque necessariamente passare per Prouvé e certo non è poco. L attuale fortuna critica poi del poliedrico fabbro parigino ha poi una ragione ancor più sottile, quasi inconscia. Le sue opere infatti ci raccontano di un mondo dove ancora la tecnologia è semplice, intuitiva, palpabile e come tale consolatoria, quasi innocente; qualità

10 evocative su cui il pupillo di Prouvé Renzo Piano ha fondato la sua meritata fortuna. Ma la tecnica, come ci ha insegnato ancora una volta Nietzsche, non è mai innocente, vende la sua presunta innocenza ma è pur sempre volontà di forma, forse la meno innocente e probabilmente la più rischiosa. Detto ciò azzardiamo un ultima boutade: che la fortuna critica di Prouvé verrà ridimensionata, in quanto la maschera dell innocenza col tempo cade e in architettura ciò che rimane, volenti o nolenti, è lo spazio. Padiglione per il centenario dell alluminio, Parigi, Centre Pompidou, Parigi, Bibliothèque Kandinsky, Fonds Jean Prouvé. VG Bildkunst, Bonn Lettera di critica dell architettura che affianca press/tletter. Per cancellarsi basta mandare una mail al mittente con scritto: remove. Per iscriversi basta farne richiesta al sito I giudizi espressi negli articoli non esprimono l opinione della redazione ma dello scrivente. Si ringraziano i progettisti per le informazioni relative ai credits e per il materiale iconografico che viene concesso gratuitamente, libero da diritti relativamente alla circolazione di questa newsletter. REDAZIONE: Anna Baldini, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Diego Barbarelli, Massimo Locci, Roberto Malfatti, Valerio Paolo Mosco, Luigi Prestinenza Puglisi, Paolo Raimondo, Monica Zerboni.

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