RAZZISMO E IMMIGRAZIONE

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1 RASSEGNA STAMPA mercoledì 29 luglio 2015 L ARCI SUI MEDIA ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE WELFARE E SOCIETA DONNE E DIRITTI INFORMAZIONE SCUOLA, INFANZIA E GIOVANI CULTURA E SPETTACOLO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO AVVENIRE IL FATTO PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da Repubblica.it del 29/07/2015 Grecia, la battaglia della solidarietà L'iniziativa dell'arci. Non c è solo il livello politico, quello economico. La crisi greca è anche una crisi di giustizia sociale. Un versante aggravato dalle restrizioni imposte ai prelievi bancari. Per cercare di aiutare in concreto i cittadini greci, l Arci ha aderito a una campagna internazionale per sostenere i centri di solidarietà sociale diffusi su tutto il territorio del Paese guidato da Alexis Tsipras. Solidarity For All: un appello ai cittadini europei che vogliono contribuire per assistere i centri di mutuo soccorso della Grecia. In una sola settimana l Arci ha raccolto oltre 15mila euro. E adesso l obiettivo è raddoppiare la cifra entro il 5 agosto, quando una delegazione dell associazione italiana consegnerà ad Atene i fondi raccolti. Soldi che saranno utilizzati in tre direzioni: I centri sanitari a Chios e Mytilini, organizzati dai volontari delle cliniche sociali greche, che prestano la loro opera al servizio delle migliaia di rifugiati che arrivano in questo periodo sulle coste e sulle isole greche. Il riadattamento di un edificio destinato a diventare un rifugio per senzatetto ad Atene, che deve aprire i battenti al più presto La preparazione della campagna che per il terzo anno consecutivo fornirà, alla riapertura dell'anno scolastico, libri quaderni e materiali didattici a scolari e studenti in stato di bisogno. Tutte le informazioni sulla campagna sono sul sito di Solidarity For All. Qui le coordinate bancarie per effettuare le donazioni del 28/07/15, pag. 16 Riot, desideri in movimento di libera politica Reportage. Tra gli ulivi del Salento mille ragazze e ragazzi si incontrano per riprendersi tempi e spazi della propria vita. Due settimane di dibattiti accaniti, in cui prende forma uno spicchio di «coalizione sociale» Luciana Castellina SANTA CESAREA (LECCE) Si chiama «Riot» ( sommossa), per via della ribellione che cominciò con Genova, ormai un secolo fa, una memoria fondativa per l arco generazionale dei nati negli 80 e nei 90, un evento di cui furono protagonisti quelli appena più anziani, da Tsipras in giù. È ormai un eco piuttosto lontana che si è però riattivata nel luminoso anno in corso con il possente movimento contro «la buona scuola», per una scuola buona davvero. È un campeggio che dura dal 23 luglio al 6 agosto, da 9 anni qui in Puglia, prima, ma era abbastanza diverso ( non si chiamava neppure Riot), in Toscana. Non è un campingvacanza, o perlomeno non del tutto: serve alla «Rete della conoscenza» a mettere a punto 2

3 la comune riflessione e strategia. Quando io arrivo è solo il secondo giorno sono circa 500, entro pochi giorni supereranno i mille. Sotto gli ulivi, tra cicale assordanti Camping La scogliera, Santa Cesarea Terme. Tende, bungalow, spiazzi aperti sotto gli ulivi, servizi garantiti dal lavoro volontario, costo 11 euro al giorno per persona, i pasti se li cucinano da soli in tenda. È collocato a mezza costa, a picco sulla scogliera mozzafiato di queste baie che circondano Otranto, il mare difeso da scogli aguzzi. Più sotto c è comunque anche una piscina ma a fare il bagno non ci va quasi nessuno, se non per un tuffo rapidissimo: non c è tempo. Gli studenti che popolano Riot sono sempre riuniti nei quattro spiazzi a diverse quote che consentono seminari, assemblee, dibattiti. I partecipanti seduti su un po di sedie ma molti per terra, nell ombra frastagliata degli alberi, assordati da un inimmaginabile frastuono di cicale. Quando arrivo, sabato sera alle undici circa, è in corso il dibattito sui migranti, animato da Filippo Miraglia e altri dell Arci, ci sono anche i leccesi (specialisti in materia), in testa Anna Caputo, cui i ragazzi si riferiscono come «la signora di Nardò» perché non sanno che è la presidente dell Arci della provincia, lei ha parlato come se fosse abitante di questo luogo simbolo dello sfruttamento, il paese dove pochi giorni prima è morto per fatica Mohamed, un uomo sudanese di 47 anni. In programma, nei 14 giorni di Riot, i dibattiti sono 25. Verrà a parlare praticamente tutto il variegato arco della sinistra sociale e politica: da don Ciotti a Fratoianni coordinatore di Sel, da Landini a deputati di 5 stelle, Possibile,e una del Pd, da dirigenti della Cgil (ma solo quelli della Federazione lavoratori della conoscenza con cui c è molta assonanza), alla Linke, Sbilanciamoci, persino l Udi con un affollatissmo evento su Donne e Resistenza, subito finito in un confronto femminista. Il dibattito cui debbo partecipare io è insieme a Samuele Mazzolini, triestino, ricercatore presso l Università inglese dell Essex, con un passato di impegno in Ecuador e però ancora giovanissimo. Il tema è d attualità, almeno fra chi cerca un lume nel buio della sinistra e insegue tutte le lucciole che si accendono, ora Podemos e Syriza: «Alto e basso, Sinistra e destra». E dunque gli scritti sul populismo di Ernesto Laclau, diventato ispiratore di Iglesias. Mazzolini è qui in rappresentanza di questo pensiero, io del secolo scorso, la famosa, antipatica cultura politica novecentesca; che trova tuttavia insperate simpatie fra i sedicenni. Finiremo di discutere all una meno un quarto della notte. Le discussioni qui cominciano alle 10 e mezzo del mattino e terminano intorno a mezzanotte, quando da almeno un oretta impazza il ballo che poi dura fino alle 4. Lo gestisce un gruppo di dj fantastico, compagni di Campobasso. Al ballo partecipano tutti, i più svogliati che hanno abbandonato prima della fine i dibattiti appena inizia, i più impegnati quando terminano le assemblee che si dilungano. Finalmente relax.o meglio: il contrario, perché la danza al ritmo imposto dai molisani è frenetica, l ultimo rock con sventolio di bandiere palestinesi. I protagonisti, dai 16 ai 25 anni Dai 16 (penultimi licei) ai 24 25, già in vista della laurea. I maschi, quasi senza eccezione, con acconciature che mi fanno rabbrividire (rasatura laterale e cresta di gallo oppure rasta). Ai tatuaggi sono ormai più abituata. Normale praticamente quasi nessuno (ma forse ad essere anormali sono i maschi che frequento di solito). Rapature anche fra le femmine, ma poche. Loro in T-shirt, talvolta camicie di velo, sui due pezzi (il costume da bagno, anche se non si bagnano, non se lo toglie mai nessuno). Le ragazze sono moltissime, sicure di sé, impegnatissime. (Penso all austerità dei nostri convegni studenteschi anni 40-50). Sono quelli della «Rete della conoscenza», cui fanno capo tutti i soggetti della formazione: l Uds, studenti medi, nata nel lontano 1994 come sindacato affiliato alla Cgil, da cui si è 3

4 staccata nel 2006 proprio perché non volevano, né potevano, essere solo sindacato. «La conoscenza non è un settore, è al centro di molti processi; non è solo lavoro, ha una potenzialità trasformatrice alta e per questo il suo protagonismo ha una valenza molto più generale», racconta Riccardo Laterza, triestino, dall anno scorso coordinatore nazionale della Rete, contenitore anche di Link, associazione degli universitari e di tutti i soggetti in formazione, la sterminata fascia precaria dei dottorandi o aspiranti tali. All origine della «Rete» e delle sue componenti non c è solo, naturalmente, una diversa idea della funzione di rappresentanza degli studenti, ma l esigenza di una autonomia politica non solo dalla Cgil ma anche dalle «giovanili» dei partiti, in particolare, è ovvio, di quella degli allora Ds. La loro autonomia la pagano molto cara: hanno perduto qualsiasi appoggio finanziario (di cui invece continuano a godere quelli che sono rimasti nel sindacato, la Rete degli studenti medi e la federazione studenti universitari direttamente legata al Pd). Per non parlare delle altre ricche associazioni studentesche esistenti in Italia, a cominciare dalla più grossa, Comunione e liberazione, il Movimento studentesco dell Azione cattolica e quello «nazionale», emanazione di Fratelli d Italia. Nell elenco c è pure una sigla sconosciuta «Studicentro»- collegata all Udc ma nessuno riesce a localizzarla. In Francia, mi raccontano, le associazioni studentesche sono finanziate attraverso il contributo di un euro versato assieme alla tassa di iscrizione all università che ognuno devolve a chi vuole. «Da noi ogni forma di finanziamento è bloccata perché ad averne bisogno siamo solo noi», dicono. E così cercano di raggranellare qualche soldo con progetti europei, quasi niente. Sebbene la «Rete» sia molto strutturata, con coordinamenti nazionali e provinciali, direzioni ed esecutivi per ciascuna branca e spostamento a Roma per il tempo del mandato, per coordinare e girare l Italia e far sorgere o per assistere sezioni già nate, nessuno riceve retribuzione, solo un minimo rimborso spese. Nessun altra organizzazione oggi in Italia ha altrettanta disciplina organizzativa e strutturazione articolata come la «Rete». (Fosse passata la sbornia dell ultraspontaneismo?). Non si tratta solo di organizzazione, le associazioni sono anche comunità: per l addio di Martina, di Monopoli e dell Università di Bari ma da due anni trasferita alla Sapienza di Roma perché fino a oggi nell esecutivo dei medi e ora promossa a quello della «Rete», c è stata una cerimonia qui al camping in cui tutti si sono abbracciati e commossi. Da dove vengono, perché approdano alla «Rete», quanti sono? Le risposte sono imprecise (non c è tesseramento) ma convergenti: fino a qualche anno fa quasi tutti provenivano da esperienze nelle giovanili dei partiti, anche se le avevano abbandonate. Oggi non più. «Sono orfani della crisi della politica dice Riccardo cercano di colmare il vuoto che sentono attorno impegnandosi sui temi della propria condizione di studenti in questa scuola, in questa società. Ma a partire da qui si arriva al tema della liberazione dei saperi, dell abbattimento delle barriere d accesso. Provocatoriamente, noi poniamo l obiettivo-limite della gratuità dell istruzione a tutti i livelli, E però sappiamo che fino ad oggi siamo stati troppo contro e troppo poco impegnati a definire che cosa vogliamo. A ottobre ripartiremo all attacco. Qui decideremo le nostre prossime scadenze». Gli universitari, che fanno un po da tutori dei liceali, sono colti, seri, nessuna vena estremista, molto concreti, riflessivi. Una perla nella grigia apatia dell Italia di oggi. La «Rete» fa parte della Coalizione sociale di Landini ma non per avversione ai partiti: semplicemente per ora non sentono il bisogno di appartenervi, o non li hanno incontrati sulla loro strada. Del resto, hanno stabilito per chi fa parte degli organi dirigenti l incompatibilità con l appartenenza a un partito, per non subire le strumentalizzazioni del passato. La cultura della lotta alla «casta», però, sembra essergli totalmente estranea. 4

5 Mi siedo, al mattino, fra i circa 150 che partecipano al coordinamento dell Uds, i medi. Una fila ininterrotta di interventi, non più di 10 minuti a testa, moltissimi del sud. Così vengo a sapere cosa vuol dire fare il liceo a Foggia («città di merda»); di Augusta, un posto che conosco bene perché ai confini con Priolo, dove negli anni 50 della costruzione delle cattedrali nel deserto fu costruito qui un gigantesco polo petrolifero e io andai lì per uno dei miei primi reportage, per Nuova generazione, il settimanale della Fgci. Non sapevo ancora che avrebbe generato il cancro. Poi uno di Campobasso che scherza quando si accorge che nessuno sa dove è il Molise: «Molise chi?» inizia, e poi garantisce che la regione esiste davvero. Dall intervento di un milanese so che almeno 25 compagni che avrebbero voluto venire al camping non hanno potuto perché nelle ferie estive vanno a lavorare: «Come edili, operai, baristi. In condizioni disumane. Il sindacato assente. E noi mica possiamo limitarci a parlare di scuola!». «Ma come si fa a parlare di sciopero a chi non può farlo?», dice un altra, mi pare abruzzese (qui un po di indizi, NdR). «L Europa è terrificante» Non parlano solo di scuola, ma tutti cominciano con la Grecia e poi l Europa. «L Europa è terrificante», dice uno. E un altra che «il governo Renzi è il più autoritario della storia». Un pezzetto di Europa diversa cercheranno di costruirla anche a Riot: fra qualche giorno nel camping si terrà un incontro con studenti di molti paesi europei. Poi la presidente avverte che non ci sarà pausa pranzo, non c è tempo. Uno per ogni delegazione andrà alle tende e cuocerà la pasta, i pentoloni verranno portati su allo spiazzo da un camioncino. Gli spaghetti verranno mangiati nel corso del dibattito. Il mare azzurrissimo si intravede fra gli ulivi, vicino e attraente, ma non se ne curano. Le cicale assordano, il caldo è micidiale. Il motto di Riot è «desideri in movimento»: per questo spicchio della prima generazione del XXI secolo, il desiderio maggiore sembra essere la riconquista della politica. (Da quasi novantenne li trovo più simili alla mia di quanto sia stato con quella dei loro anziani). Da La Nazione.it del 28/07/15 Un po' di Africa... in Lunigiana Iniziato a Filetto di Villafranca il festival dedicato all'intercultura, che durerà fino a domenica 2 agosto Villafranca (Massa Carrara), 28 luglio E' iniziata, con la tradizionale parata nel borgo di Filetto, la decima edizione di Mama Africa, uno tra i festival dedicati alla cultura africana, più grandi in Italia. L'iniziativa è nata in un piccolo circolo Arci della Lunigiana - Circolo Arci Torrano Cultura e Solidarietà - e successivamente si è allargato al Comitato Arci Massa Carrara, con l' obiettivo di avvicinare i giovani ai temi dell'intercultura e dell'antirazzismo. Col tempo si sono uniti altri circoli arci, realtà associative e molti volontari che hanno apportato nuove proposte, iniziative e pratiche. Laboratori, conferenze, incontri: il disco parco 'Il nido', dove si svolge il festival, in questi gioni e fino a domenica 2 agosto, sarà animato da centinaia di persone. Partecipano infatti decine e decine di giovani provenienti da tutta Italia e da diversi paesi europei. Quest'anno, in particolare, la kermesse è dedicata a due persone imprtanti, Mirko De Tan, scomparso prematuramente lo scorso maggio, che ha semprre dato un contributo alla reliazzazione di Mama Africa, quando si svolgeva a Mulazzo e Ibrahima Bah, detto 5

6 Kounkure, musicista molto amato dagli artisti del Mama Africa e scomparso ad appena 28 anni. Da Film.it del 29/07/15 Estate da spettatori con il nuovo cinema cittadino I film all aperto nei centri urbani arricchiscono la stagione calda con piccoli e grandi titoli per il pubblico Autore: Alessia Laudati (Nexta) La pausa stagionale dalle sale può essere anche molto ripetitiva dal punto di vista delle novità di prodotti e storie. Tuttavia, se da una parte il mercato si arresta, aspettando la stagione autunnale per ripartire con i propri prodotti più attesi, ciò che d'estate si propone maggiormente innovativo per il pubblico è il passaggio dalla sala cinematografica al teatro cittadino. Da Milano a Catania, dalle piazze centrali degli agglomerati urbani ai luoghi più nascosti della città, vince l arena pubblica e l idea che a cambiare sia proprio il luogo di fruizione dello spettacolo cinematografico. D altronde il cambio del format piace ai cittadini che attraverso il cinema all aperto riescono a godere contemporaneamente di due servizi, da un lato quello audiovisivo e dell altro quello prettamente partecipativo nei confronti degli spazi pubblici. Succede a Roma, dove al lato delle manifestazioni storiche dell estate romana, come l arena locata sull Isola Tiberina, proliferano nuove aree dedicate all intrattenimento di gruppo, grazie anche al lavoro di comitati di cittadini autonomi. É il caso del Festival Trastevere Rione del Cinema, che fino al 30 luglio, grazie al lavoro dei ragazzi del Piccolo Cinema America in collaborazione con il I Municipio, ha trasformato la Piazza di San Cosimato nel quartiere Trastevere in uno spazio dove poter assistere liberamente alla proiezione di pellicole come Nuovo Cinema Paradiso, Grand Budapest Hotel, a volte persino alla presenza degli autori. Il cinema all aperto, però, non è una prerogativa solo capitolina. A Milano, fino al 30 settembre, l Arianteo è la manifestazione che, presso l Arena Civica al Chiostro dell Incoronata Porta Genova, offre il meglio della programmazione della stagione in modalità all aperto ma con cuffia wireless. Tornando invece verso le Regioni centrali della penisola, a Firenze, fino al 31 luglio, la rassegna Arene di Marte, presso gli Spazi del Mandela Forum, offre proiezioni all aperto dei successi di stagione, ma anche dei grandi classici della cinematografia internazionale. C è il pluripremiato Birdman, ma anche il Macbeth targato Polanski. A Napoli invece troviamo Cinema intorno al Vesuvio, la kermesse organizzata dall'arci Movie nell'oasi naturale del Parco di San Sebastiano al Vesuvio, conclusasi l anno scorso con più di 30 mila adesioni, che fino al 31 agosto mostrerà alle stelle cosa può fare il cinema in termini di partecipazione di pubblico e immaginario evocato. Infine, è il turno di Palermo, dove ai Cantieri della Zisa l intera città, e non solo, decide di interrogarsi sui sentieri del cinema contemporaneo nazionale. Dal 23 luglio al 10 agosto con due proiezioni al giorno, una alle 21 e una alle 23, Sotto le stelle della Zisa mette in campo titoli noti e meno noti. Da Le cose belle, a Zoran - Il mio nipote scemo, e Spaghetti Story, l estate siciliana lascia spazio alle pellicole di piccola distribuzione che trovano nei festival di stagione un circuito più che valido per farsi infine conoscere. 6

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8 ESTERI del 29/07/15, pag. 7 «Safe-zone» turco-americana Turchia. Ankara entra in Siria «contro i jihadisti». L obiettivo vero da colpire è la sinistra kurda. La Nato plaude a Erdogan ma si tiene fuori dal «conflitto anti-isis». Scontri nel Kurdistan turco: in fiamme gasdotto. Hdp sotto tiro Giuseppe Acconcia È il sesto giorno della campagna anti-pkk e Isis avviata dalle autorità turche il 24 luglio. Il piano anti-terrorismo senza precedenti è stato giustificato con l aggressione jihadista nella città di confine tra Turchia e Siria di Suruç che lo scorso 20 luglio ha causato 32 giovani vittime tra i socialisti che tentavano di portare aiuti al capoluogo del Kurdistan siriano (Rojava) di Kobane. Le basi del Partito dei lavoratori kurdi nelle montagne tra Turchia e Iraq non sono mai state colpite così sistematicamente dall aviazione turca come in questi giorni. Questo ha chiuso la pagina del processo di pace con il partito di Ocalan, come confermato ieri dal presidente turco. Recep Taiyyp Erdogan ha addirittura chiesto che venga tolta l immunità parlamentare ai politici del Partito democratico del popolo (Hdp) entrati per la prima volta in parlamento con il 13% dei voti lo scorso 7 giugno. Erdogan ha aggiunto che devono «pagare il prezzo dei loro legami con gruppi terroristici». Hdp e Pkk hanno radici e una base elettorale comune. Per il momento i leader del partito islamista moderato hanno escluso però la messa fuori legge di Hdp, richiesta dagli ultranazionalisti di Mhp. I provvedimenti contro i jihadisti di Isis sembrano invece molto meno invasivi di quelli contro i partiti kurdi. Nonostante gli annunci, il governo turco continua a mostrarsi alquanto indulgente nei confronti di Daesh, che per mesi ha potuto operare sul territorio turco. L unica vera novità nella lotta contro Isis è la concessione delle basi nel Kurdistan turco a Stati uniti e ai paesi della coalizione internazionale anti-isis dopo mesi di riluttanza del governo turco nel partecipare alle azioni contro i jihadisti in Siria in Iraq. Il vero obiettivo di Ankara sono i partiti kurdi in Turchia e Siria. Il partito democratico unito (Pyd) che ha la maggioranza nel Kurdistan siriano e persegue una lotta autonomia (contro al-assad e le opposizioni) conta di radici e di un ideologia comune al Pkk. Per il momento la Nato non interverrà al fianco della Turchia. Lo ha confermato ieri il segretario della Nato in un vertice di emergenza tenutosi a Bruxelles e voluto da Ankara. Jens Stoltenberg ha anche assicurato che l Alleanza atlantica non è coinvolta nella «safezone» turca in territorio siriano, negoziata da Ankara con gli Stati uniti. Per Erdogan questo permetterà a 1,7 milioni di profughi siriani di fare ritorno in patria. Secondo il premier turco questo provvedimento doveva essere attuato da tempo per evitare l avanzata di Isis. Ahmet Davutoglu ha puntato direttamente il dito contro le politiche del presidente siriano Bashar al-assad, responsabile secondo lui di aver facilitato l avanzata di Isis. Ieri Erdogan ha discusso degli attacchi turchi anti-isis anche con il presidente francese, François Hollande, l emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-thani, e il re saudita Salman. L iperattivismo turco di queste ore ha portato Erdogan anche in visita a Pechino, dove ha negoziato nuovi investimenti cinesi nella difesa missilistica turca. 8

9 Di fatto la Turchia mette le mani in territorio siriano occupandosi direttamente della sicurezza nel Nord del paese nelle mani dei combattenti kurdi con lo scopo di creare una zona «Isis-free». Nel suo intervento il presidente Erdogan aveva chiesto alla Nato di fare la sua parte nella lotta al terrorismo nel suo confine meridionale. Anche il presidente russo Vladimir Putin ha accolto con soddisfazione il nuovo impegno degli Stati uniti, al fianco di Ankara nella lotta al terrorismo. «Meglio tardi che mai», ha detto Putin parlando delle operazioni di Mosca contro al-qaeda degli ultimi anni. L accordo sul nucleare iraniano e il piano turco di lotta al terrorismo hanno di fatto riavvicinato Mosca e Washington su alcune delle principali crisi regionali, ridimensionando qui il ruolo saudita. Ma con il pretesto dell attacco a Isis, la guerra turca prosegue soprattutto contro il Pkk. Sono 1050 gli arresti in cinque giorni soprattutto di militanti di partiti comunisti e kurdi. 96 siti internet (per la maggioranza di sinistra) sono stati oscurati. Aerei da combattimento F- 16 hanno bombardato tre basi del partito di Ocalan a Sirnak (dove da giorni proseguono gli scontri tra kurdi e polizia), a Hakkari e Xaxurke. Il Pkk ha risposto con attacchi a Mardin, Amed, Erzurum e Bitlis. Ma tutto il Kurdistan turco è in fiamme. Al confine con l Iran un esplosione ha colpito il gasdotto di Agri. Il ministro dell energia turco, Taner Yildiz, ha confermato che è stata opera di attivisti kurdi. Un militare turco è stato ucciso a Malazgirt. Centinaia di persone sono scese in piazza a Batman e Nusaibyn dove un ragazzo era stato ucciso dalla polizia. Sul fronte siriano, le Unità di protezione popolare maschile e femminile in Siria (Ypg-Ypj) hanno ripreso il centro della città di Hasaka, controllata da mesi dallo Stato islamico. È un importante conquista dei combattenti kurdi ma la zona è ancora oggetto di colpi di coda dei jihadisti, come è avvenuto nelle scorse settimane a Kobane e Tel Abyad. Del 29/07/2015, pag. 14 La Nato sostiene Ankara nella lotta ai jihadisti Bombe sull Is e sul Pkk Manifestanti curdi ieri a Bruxelles hanno protestato contro i raid aerei tuchi sulle postazioni del Pkk esponendo striscioni e l immagine del loro leader, Abdullah Ocalan ARTURO ZAMPAGLIONE NEWYORK. La svolta di Ankara, che dopo mesi di ambiguità e persino di complicità nei confronti dello Stato islamico, ha deciso di combatterlo, ha ricevuto ieri il sostegno politico unanime della Nato. «Tutti gli alleati sono solidali con la Turchia», ha detto il segretario generale dell Alleanza, Jens Stoltenberg, al termine di una riunione d emergenza a Bruxelles dei 28 ambasciatori della Nato chiesta dal governo di Ankara. Ma le varie delegazioni hanno anche invitato i turchi durante la riunione a porte chiuse e poi in alcuni commenti pubblici a moderare l uso della forza contro il Pkk (il partito dei lavori curdi) e a non abbandonare il processo di pace con la minoranza curda. Fino alla settimana scorsa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan era restio sia ad attaccare l Is al di là della frontiera siriana, sia a consentire al Pentagono l uso della base di Incirlik per raid contro i jihadisti. Riteneva prioritario sbarazzarsi del presidente siriano Bashar al-assad e pensava che l Is potesse accelerare la caduta del regime di Damasco. 9

10 Ma dopo l attentato degli islamisti che ha ucciso a Suruc 32 persone, Ankara ha cambiato strada: da un lato ha raggiunto un accordo con Washington su Incirlik e sulla creazione di una grande zona cuscinetto contro l Is nel Nord della Siria; dall altro ha cominciato a bombardare le postazioni non solo dell Is, ma anche dei curdi in territorio siriano e iracheno, abbandonando la strada del dialogo avviata due anni fa. La nuova escalation anti-curdi rappresenta l aspetto più problematico della svolta di Erdogan. Il Pkk è ancora considerato un gruppo terrorista e sempre ieri, a Bruxelles, sono stati condannati gli attacchi contro la Turchia ed è stato ricordato che «il terrorismo pone minacce dirette alla sicurezza della Nato», ma è anche vero che i gruppi di peshmerga curdi legati indirettamente al Pkk hanno difeso, con l aiuto americano, le loro zone nel Nord dell Iraq e della Siria dall avanzata del Califfato. Così, dopo l entusiasmo iniziale, gli esperti americani sono ora più scettici sul cambiamento turco. Molti parlano della volontà di Erdogan di cavalcare il nazionalismo turco. E ieri in un editoriale il New York Times ha evidenziato come gli attacchi anti-curdi di Ankara contraddicano l azione anti-is, mentre non è ancora chiaro da chi sarà difesa la zona cuscinetto contro il Califfato, visto che i siriani moderati addestrati dalla Cia non superano il centinaio. Intanto le autorità turche sono in allerta per il rischio attentati sui mezzi pubblici di Istanbul. Del 29/07/2015, pag. 14 Nel bunker dei Servizi Infiltrati nel Califfato per scatenare il caos Oppositori e Partito socialdemocratico accusano: L intelligence dietro gli attacchi a Suruc e Kilis per giustificare i raid di Erdogan IL REPORTAGE MARCO ANSALDO UN PESANTE cancello grigio, un perimetro di muro alto quattro metri, finestre alte e strette come feritoie. Il bunker del Mit, com è chiamato il servizio segreto turco, è così fortificato e sicuro da permettersi di risiedere sulla collina di uno dei quartieri più belli e verdi di Istanbul, Besiktas. Se si è fortunati, girandoci intorno sulla via Serencebey- strade silenziose, edifici di grande discrezione, di fronte il tranquillo Liceo Ataturk, più sotto la prestigiosa Università Yildiz ogni tanto il cancello grigio si apre facendo passare un auto lunga con i vetri oscurati. Oppure, da una porta laterale si vedono uscire uomini senza divisa, ma quasi sempre vestiti allo stesso modo: abito nero, camicia bianca, cravatta rossa. Solo accedendo dall alto, da uno dei palazzi intorno, si riesca a dare una sbirciata dentro la sede (quella centrale è ad Ankara) della celebre intelligence turca, un servizio che ha pochi rivali al mondo per storia e affidabilità. Fu proprio grazie a un lavoro raffinato del Mit che, nel 1999, le teste di cuoio turche riuscirono a individuare in Kenya, e mettere nel sacco, letteralmente, il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, scappato da Roma e sparito nella sua fuga di 6 mesi in tre continenti diversi. Da sopra, il Mit di Istanbul, acronimo di Organizzazione di Informazione Nazionale, appare possente nella sua struttura tozza, anche se di proporzioni contenute. C è un giardino curato con alberi secolari, all ingresso svetta la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella, sul tetto satelliti che sembrano grandi orecchie direzionate ovunque. Mentre la Turchia, dopo i recenti blitz aerei diretti sia contro lo Stato Islamico sia contro il Pkk, scivola sempre più nel pantano siriano e iracheno, il Mit oggi è sotto accusa. Due critiche pesanti si sono abbattute nel giro di poche ore sull intelligence, organismo che da 10

11 qualche anno il Capo dello Stato, Tayyip Erdogan, tratta con i guanti. Ieri Fuat Avni, il twittatore segreto ritenuto interno al governo conservatore islamico, ma molto critico al punto da anticipare una serie di eventi puntualmente verificatisi, ha cinguettato 160 caratteri al veleno. Questi: «Per l Is attaccare la Turchia, quando il Califfo (cioè Erdogan, ndr ) e la sua banda sono i suoi più grandi sostenitori, è un nonsenso. Suruc e Kilis sono entrambe decisioni del Califfo, non dell Is». Suruc è la cittadina dove dieci giorni fa un kamikaze dello Stato Islamico fece saltare in aria 32 persone, ritratte in un selfie ormai tragicamente celebre, riunite mentre manifestavano per restaurare la biblioteca di Kobane. A Kilis, pochi giorni dopo, è stato ucciso un soldato turco. Il twittatore segreto, in sostanza, lancia l accusa terribile di attacchi autoprovocati, che permettano una reazione giustificata per i raid contro gli uni e contro gli altri. Fuat Avni ha svelato anche un altro dettaglio: cioè che a una riunione decisiva sui passi militari da intraprendere ci fossero le stesse persone che parteciparono nel marzo del 2014 a una conversazione imbarazzante, intercettata in un audio. Disse il capo del Mit, il giovane e spregiudicato Ha- kan Fidan, davanti all allora ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu: «Se c è bisogno, posso mandare quattro uomini in Siria. Li faccio sparare otto colpi di mortaio sul lato turco e creare una scusa per la guerra. Possiamo anche fargli attaccare la tomba di Suleyman Shah» (nonno del fondatore ottomano, il cui sito si trova poco al di là del confine siriano). Nei suoi tweet sempre accurati (capaci di anticipare le persone da arrestare), Fuat Avni un probabile collettivo di oppositori interni al leader turco sostiene che Erdogan intende creare il caos, dove gli agenti del Mit infiltrati nello Stato Islamico possano far seguire un conflitto. Il twittatore infedele dice che Fidan avrebbe attivato le sue spie anche nelle comunità curde. Il Presidente in questi giorni ha sempre recisamente respinto qualsiasi tipo di accusa. Hakan Fidan è considerato un fedelissimo di Erdogan. Di lui lo scorso anno si parlava come possibile ministro degli Esteri. Non ottenne quella posizione, e chiese allora di presentarsi al voto per farsi eleggere deputato. Con Erdogan visibilmente contrario, si consumò una rottura clamorosa. E solo dopo un faccia a faccia aspro, come ha rivelato a Repubblica un alta fonte politica turca, Fidan fu costretto a tornare sui suoi passi, e al suo posto di capo del servizio segreto. La seconda bordata al Mit arriva dal Partito socialdemocratico. In un rapporto presentato alla stampa, il gruppo politico afferma che il Mit era a conoscenza dell attacco bomba pianificato a Suruc. Il vice del partito, Veli Agbaba, punta il dito direttamente sul Capo dello Stato. «Da quando Erdogan considera il Mit come il proprio organismo di intelligence, uno che serve i suoi interessi invece di quelli del Paese. L arrivo di questi giovani militanti in città era noto al Mit, che non ha agito». Sono in molti, così, ad alzare ora lo sguardo per capire che cosa si muova dentro il bunker dell intelligence. Che rimane, sulla collina, a dispetto delle faide consumate, dei progetti segreti, dei piani svelati, nel più totale e grigio silenzio. del 29/07/15, pag. 12 «A morte Saif»: una sentenza-farsa per Gheddafi Jr 6 condanne all ergastolo. Una trentina gli imputati. Le accuse: avere represso nel sangue la rivolta del sentenze capitali emesse dalla corte di Tripoli. Saif è detenuto da milizie legate al governo rivale di 11

12 Tobruk Pedina politica Il figlio del Raìs è nelle mani di un gruppo che ha stretto alleanza con la tribù del Colonnello DAL NOSTRO INVIATO TRIPOLI Una condanna a morte, che però non può essere eseguita. Un delfino assurto a simbolo di un regime una volta odiato, che oggi è rimpianto da molti. E poi le reazioni negative della comunità internazionale, che pure in larga parte con il suo intervento militare nel 2011 ha contribuito a generare il caos odierno. Un Paese diviso, impotente di fronte alla violenza interna, lacerato dalla memoria del passato e ancor più dai progetti per il futuro. Sono questi alcuni degli elementi che emergono dalla sentenza pronunciata ieri dal tribunale di Tripoli nei confronti di Saif Al Islam, 43 anni, secondogenito di Muammar Gheddafi, «il più politico» tra i figli del dittatore che secondo molti avrebbe forse potuto sostituirlo per evitare il caos della guerra civile. Il verdetto era scontato. Dall inizio del «processo farsa» (come lo definiscono oggi il Consiglio d Europa, Human Rights Watch e numerosi altri attori internazionali) nel 2013, i responsabili delle milizie che dominano nella capitale avevano espresso l intenzione di applicare la massima pena contro i capi dell ex regime. Lo stesso Gheddafi venne linciato alle porte di Sirte dalla soldataglia di Misurata il 21 ottobre Vale la pena ricordare che i ribelli riuscirono a fermare il suo convoglio solo grazie ai missili dei Mirage francesi. Centinaia di suoi fedelissimi vennero torturati, fucilati sommariamente. Il verdetto di ieri rappresenta l epilogo coerente di quelle vendette. Con Saif dovrebbero essere fucilati altri otto esponenti dell ex regime: tra loro il capo dell intelligence, Abdullah Senussi, il responsabile della Guardia Popolare, Mansour Daud Ibrahim, quello della sicurezza interna, Millad Raman. Ieri erano in aula, si trovano nelle prigioni di Tripoli, in tutto sono una trentina. Sei sono condannati all ergastolo. L accusa è uguale per tutti: avrebbero organizzato la sanguinosa repressione delle rivolte nel 2011, «incitato al genocidio». Hanno sessanta giorni per ricorrere in appello. Saif però ieri non c era. Come già durante l altra ventina di udienze pubbliche della corte di Tripoli, ha seguito il dibattimento per video-conferenza dalla sua cella nei dintorni di Zintan, oltre 160 chilometri a sud-ovest della capitale. E qui sta un altro degli elementisimbolo del disordine libico che emergono dalla sentenza. Tripoli propone, ma Zintan dispone. La sentenza di ieri rappresenta la debolezza intrinseca del governo centrale privo di autentica sovranità. Sulla carta quattro anni fa le milizie ribelli erano unite dalla causa comune di abbattere la dittatura. In realtà già allora prevalevano le differenze tribali, gli odi, persino i razzismi localistici, che del resto per quarant anni Gheddafi aveva coltivato ad arte secondo il classico «divide et impera». Solo l intervento bellico della Nato aveva permesso la loro vittoria. I ribelli avevano potuto godere del privilegio di restare divisi anche se militarmente meno efficienti. Così, quando i miliziani berberi di Zintan nel novembre 2011 avevano catturato Saif in fuga verso l Algeria, si erano guardati bene dal consegnarlo a Tripoli o al Tribunale Internazionale dell Aja, che da subito ne ha chiesto l estradizione per fargli un «processo equo». Da allora Saif rimane «bottino di guerra» dei berberi, che nel frattempo si sono alleati al governo di Tobruk e sono in guerra contro Misurata e Tripoli. L aspetto più paradossale è che oggi Tobruk ha rafforzato i legami con le tribù pro-gheddafi. Risultato: Saif, condannato a Tripoli, viene rivalutato come partner politico potenziale a Zintan. Lorenzo Cremonesi 12

13 del 29/07/15, pag. 15 Gli Usa, i radar di Niscemi e il passaggio a Tunisi Se la Sicilia dice no, Washington punterà sul Maghreb, dove cresce anche l allarme per i jihadisti DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK «Finalmente lo hanno capito anche loro». Negli ambienti diplomatici raccontano che gli americani abbiano letto con un soprassalto di interesse il documento conclusivo sulla Tunisia approvato dal Consiglio dei ministri degli esteri della Ue, lunedì 20 luglio. Ormai non ci speravano più. Gli europei si impegnano a «mobilitare l insieme degli strumenti a loro disposizione nella lotta contro il terrorismo». I ministri danno mandato a Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza comune, «di esplorare tutte le opzioni possibili e di portarle all esame del Consiglio il più presto possibile». L Ue conta di essere pronta con un pacchetto di misure concrete per settembre, mentre gli Stati Uniti hanno già offerto a Tunisi quei droni armati che nell aprile scorso il presidente Barack Obama aveva rifiutato al premier Matteo Renzi. Il punto è che l amministrazione Usa sente di essere già in ritardo. Gli specialisti del Pentagono e dell intelligence considerano la Tunisia un Paese prossimo al collasso e quindi facile preda dei terroristi: dopo la fase dei «lupi solitari» potrebbero arrivare presto le bandiere nere dell Isis. Il governo americano lo ripete agli europei da settimane: dobbiamo precipitarci ad aiutare Tunisi. Occorrono armi, mezzi militari, intelligence. Prima stronchiamo le cellule terroristiche, poi parleremo di affari, di gas, di passaporti, di olio d oliva. Quanto sia acuto il senso di urgenza è apparso chiaro nei giorni scorsi, quando si è diffusa la voce che il Pentagono potrebbe trasferire altrove la base Muos (Mobile User Objective System) della Marina militare in costruzione a Niscemi, nel centro della Sicilia: una struttura di vitale importanza per gli Usa e i Paesi occidentali. L installazione di una nuova piattaforma radar nel pieno del Mediterraneo completerebbe la rete globale di protezione satellitare che fa perno sugli insediamenti in Virginia, nelle Hawaii e in Australia. Niscemi è stata prescelta nel 2011, ma i lavori, quasi finiti, sono stati bloccati diverse volte per una serie di contenziosi collegati all impatto sulla salute e sulla riserva naturale orientata Sughereta. L ultimo stop è stato imposto dal Tar che il 13 febbraio 2015 ha accolto il ricorso degli ambientalisti. Ora il Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione siciliana (equivalente del Consiglio di Stato) ha appena cominciato l esame dell appello presentato dal ministero della Difesa che dovrebbe concludersi a settembre. In caso di un «no» definitivo, Washington punterà su tre opzioni: Tunisia innanzitutto, poi Grecia o Spagna. Ma per gli Usa neanche con Tunisi è semplice collaborare. L analisi sul terrorismo elaborata dal premier secolarista Hadib Essid non convince fino in fondo il Pentagono. Il governo tunisino sostiene di trovarsi di fronte a una minaccia alimentata soprattutto dalla Libia: da lì provengono i jihadisti, lì si addestrano, qualunque sia la loro nazionalità. La soluzione, quindi, è costruire un muro lungo i 160 chilometri di frontiera che attraversano il deserto da Ras Jedir fino a Dehiba. L intelligence americana, invece, segue anche un altra traccia. D accordo: la Libia è fonte di pericoli, ma il terrorismo islamista tunisino è in larga parte un fenomeno endogeno: nel Paese sono ormai migliaia i giovani estremisti pronti a colpire. L insidia, mortale, è già in casa. Tutti questi temi sono stati discussi in un incontro tecnico-operativo il 14 luglio a Tunisi con i rappresentanti del G7 che comprende, oltre agli Stati Uniti, Giappone, Germania, 13

14 Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada. Gli americani hanno offerto droni armati per colpire i rifugi e le centrali di addestramento dei terroristi, fuori o dentro i confini. Hanno assicurato aiuto per dotare il famoso muro con la Libia di un sistema di sorveglianza, ma hanno anche insistito sull efficienza della polizia e sui controlli interni. Inoltre sempre gli Stati Uniti hanno consigliato di scartare la proposta avanzata da Francia, Italia e Germania di installare un centro per l accoglienza dei profughi: la Tunisia è troppo fragile, va preservata da altri sforzi. Mercoledì 15 luglio, il giorno dopo la riunione, il presidente tunisino, l ottuagenario Beji Caid Essebsi, commentava in un intervista televisiva: «Solo gli Usa ci stanno veramente aiutando nella lotta contro il terrorismo». Il Maghreb, però, è un area complessa. Nella logica di Washington l eventuale spostamento dei radar da Niscemi alla spiaggia tunisina di El Haoaria metterebbe insieme l esigenza di sostituire Niscemi e nello stesso tempo rafforzare la tutela del Paese, dislocando una guarnigione di marines. Ma il 21 luglio il portavoce dello stesso presidente Essebsi affermava: «Rimaniamo fedeli alla dottrina che risale alla nostra Indipendenza (1956 ndr): rifiuto di ogni insediamento militare straniero». Ma hanno avuto un peso anche le parole del ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra: «La presenza degli Stati Uniti nel Nord Africa è una provocazione e una minaccia per la nostra sovranità. La Tunisia scelga tra la base Usa e le relazioni con l Algeria». E la Tunisia è già abbastanza impaurita dal caos libico per aprire un fronte di instabilità anche a ovest, con l altro vicino. Giuseppe Sarcina del 29/07/15, pag. 19 Azioni simultanee. La strategia della Casa Bianca Dalla Siria all Africa, i due fronti di Obama contro il terrorismo NEW YORK Barack Obama ha aperto negli ultimi giorni un aggressivo doppio fronte antiterrorismo: in Asia, con la questione siriana e il problema Isis al centro della partita; il secondo in Africa contro un nemico che appartiene alla stessa matrice, l estremismo islamico, ma è più sfuggente, fatto da Boko Haram, al-qaeda, al Shabaab e dallo stesso Isis ciascuno in grado di colpire con attacchi fantasma. L azione di Obama è stata simultanea. Da una parte l accordo con la Turchia, pragmatico e spregiudicato, per l utilizzo di due basi aeree chiave, Incirlik e Diyarbakir, che consentiranno di chiudere l accerchiamento della Siria e dell Isis da nord. Le basi turche sono chiave per la lotta contro Isis e per garantire che quel corridoio di 60 miglia ai confini fra Siria e Turchia, sia libero da terroristi. Sono basi che si aggiungono a quelle in Irak, Dohuk e Irbil a est, Ain al Asad e Habbaniya a sudest, Muwaffaq Salti in Giordania a sudovest. Una manovra a tenaglia dunque per debellare Isis. Il pragmatismo e la spregiudicatezza che oramai siamo abituati a riconoscere in certe situazioni in Barak Obama accetta come contropartita che siano attaccate anche postazioni del Pkk. La Turchia giustifica gli attacchi accusando il Pkk di violenza contro le forze di polizia di Suruc, un piccola città a cavallo del confine dove Isis ha ucciso a sua volta un poliziotto in un attacco terroristico. Se l accordo con la Turchia riguarda la partita siriana in Asia, ieri nel suo intervento all Unione Africana, al fianco di Nkosozana Dlamini Zuma, la presidente dell Unione, Obama si è rivolto a un miliardo di africani promettendo loro sviluppo, democrazia rispetto 14

15 dei diritti civili parlando, come ha detto, da figlio di un africano. L avere una donna al suo fianco in rappresentanza dell Africa non poteva essere sul piano simbolico un messaggio più forte per l emancipazione femminile che il presidente americano ha auspicato in ogni sua tappa del viaggio africano. Ha anche raccontato di aver passato del tempo con i suoi parenti nel villaggio dei suoi avi, indubbiamente un momento di grande emozione al quale la platea ha reagito con un forte applauso. Ma seppure al centro del discorso ci fossero promesse economiche e sociali, la parte politica più importante ha di nuovo riguardato la guerra contro il terrorismo di matrice estremista islamica. Obama ha promesso aiuti sia militari che di intelligence, ma ha chiesto all Unione Africana e alla signora Zuma, cresciuta nella lotta politica al fianco di Nelson Mandela, di «rafforzare le forze militari panafricane per debellare i gruppi di terroristi che cercano di conquistare territorio, soggiogare popolzioni e villaggi e spezzare i confini che rappresentano la legalita». La doppia azione in Asia e in Africa con messaggi e azioni molto precise per alzare il tiro della guerra al terrore ha un obiettivo fisso, ossessivo che non riguarda soltanto la sicurezza, ma che vuole piuttosto recuperare quella parvenza di ordine internazionale che abbiamo perduto nei territori dilaniati dal terrorismo di criminali estremisti sia in Asia che in africa, preservando i confini legittimi ad esempio per Siria, Irak, ma anche per lo Yemen e per paesi africani a rischio. Obama ha davanti a sé 18 mesi per raggiungere il suo obiettivo. Non è molto. Ma certamente vorrà evitare che la Siria finisca in spezzatino come sta finendo la Libia spartita fra gruppi di diverse provenienze etniche e religiose. Il problema? La Siria è già uno spezzatino. E i bombardamenti aerei coadiuvati dagli attacchi dei droni hanno dimostrato di poter raggiungere l obiettivo solo fino a un certo punto. Ci vogliono e ci vorranno forze di terra. La Turchia è pronta a schierare le truppe turcomanne. Ma si parla di poca cosa. Di sicuro Obama torna dall Africa con una escalation in corso. Una prova di forza americana ormai dovuta da tempo. Mario Platero del 29/07/15, pag. 8 Tsipras tra troika e pro-dracma Grecia. Ad Atene arrivano i negoziatori, con la richiesta di nuove più pesanti misure. La Piattaforma di sinistra fa il pienone nel quartiere del premier, con Lafazanis e il partigiano Manolis Glezos: «Non voteremo nuovi Memorandum» Angelo Mastrandrea Con un occhio alla ex troika e un altro alla sinistra interna, Alexis Tsipras festeggia i 41 anni incassando il sì della Bce alla riapertura della Borsa e trovandosi in casa, nel suo quartire di Kypseli un mega-raduno della Piattaforma di sinistra. L opposizione interna di Syriza ha infatti radunato i suoi militanti nel palazzetto dello Sport di Panellinios, capeggiata dall ex ministro dell Energia Panagiotis Lafasanis e con in prima fila uno scoppiettante Manolis Glezos, il partigiano ultranovantenne famoso per aver ammainato la bandiera nazista dal Partenone e pronto a battagliare contro il governo Tsipras dopo averlo sostenuto. Una manifestazione convocata per festeggiare un altro compleanno, il quinto del sito web Iskra, che è stata interpretata come una dimostrazione di forza degli oppositori in vista del congresso straordinario del partito, in programma a settembre, e 15

16 nella quale Lafazanis ha criticato la firma dell accordo con i creditori («l errore è stato di non avere la volontà politica di seguire, se necessario, la strada di uscita dall eurozona») ma, con qualche artificio retorico, ha affermato di sostenere ancora il governo «per applicare il programma radicale con il quale siamo stati eletti, per rispondere al no del referendum, ai Memorandum e all austerità». Viceversa, ha detto Lafazanis, «non sostengo un governo che firma nuovi Memorandum e li applica». Poi ha avvertito Tsipras: «Se il governo si identificherà alla fine con i nuovi e vecchi Memorandum non si troverà di fronte solo me ma la grande maggioranza di Syriza, quasi tutta la gente democratica, progressista e di sinistra». Duro anche Manolis Glezos, che ha affermato di considerare «il terzo Memorandum il peggiore perché è stato firmato dal Megaro Maximou (la sede del governo Tsipras, ndr)». La soluzione di Glesos è: «Né rottura né sottomissione, facciamo una tregua con i creditori. Non prendiamo prestiti così non avremo bisogno di restituirli». La divaricazione tra le due anime del partito sul piano strategico, innanzitutto, al momento pare difficilmente conciliabile. Tsipras, che oggi rilascerà una lunga intervista alla radio del partito Kokkino, ha chiesto un congresso straordinario aperto alla società per avviare un «processo collettivo» in un partito che fin dall inizio è un coacervo di movimenti e organizzazioni della sinistra radicale che pian piano si sono mescolate e fuse. Ma, ha precisato nella riunione della Segreteria politica, «obbligo di tutti noi è salvaguardare l unità di Syriza», obiettivo che condivide con il segretario generale Tasos Koronakis. Ma è evidente che gli equilibri interni del governo si giocano soprattutto fuori: sarà la capacità di Tsipras e compagni di non applicare le parti peggiori del Memorandum e di varare misure «compensative» efficaci a determinarne le sorti. Sarebbe difficile presentarsi dinanzi al proprio popolo dopo aver varato misure di austerità pesanti come quelle che le istituzioni chiederebbero ancora di approvare (su tutte quella delle pensioni, con un taglio drammatico del 30 per cento). La road map di Tsipras prevede l accordo per un terzo piano di aiuti entro il 20 agosto, lo show down del congresso per poi andare al voto anticipato in autunno (sono state fatte diverse ipotesi, l ultima prevede le elezioni l 8 novembre). Ieri sono entrati alla Ragioneria dello Stato i tecnici della ex troika, coprendosi i volti per timore di ritorsioni. Oggi, con l arrivo dei capi-missione delle istituzioni, cominciano i negoziati veri e propri: sono in arrivo Delia Velculescu (denominata «Draculescu» quando era a Cipro) per il Fmi, Declan Costello per la Commissione Europea e Rasmus Rueffer per la Bce. Ci sarà pure un rappresentante del Meccanismo europeo di stabilità: si tratta dell italiano Nicola Giammarioli. del 29/07/15, pag. 9 Grecia, uno stress test, contro la democrazia e la legittimità della sinistra Crisi greca Boaventura de Sousa Santos* L Europa è diventata un laboratorio per il futuro. Ciò che sta succedendo lì dovrebbe essere motivo di preoccupazione per tutti i democratici e specialmente per chiunque sia di sinistra. Due esperimenti in questo momento stanno venendo messi in pratica e quindi, presumibilmente, stanno venendo controllati in questo ambiente di laboratorio. 16

17 Il primo esperimento è uno stress test sulla democrazia, la cui ipotesi di fondo è la seguente: la volontà democratica di un paese forte può abbattere non democraticamente la volontà democratica di un paese debole senza intaccare la normalità della vita politica europea. I prerequisiti del successo dell esperimento sono tre: il controllo dell opinione pubblica che permette che gli interessi nazionali del paese più forte si trasformino nell interesse comune dell eurozona; il proseguimento, da parte di un gruppo di istituzioni non elette (Eurogruppo, Bce, Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Commissione Europea), nella neutralizzazione e nella punizione di ogni decisione democratica che disobbedisca ai diktat del paese dominante; la demonizzazione del paese più debole così da assicurarsi che non ottenga comprensione dagli elettori degli altri paesi europei, specialmente nel caso di elettori di paesi che potrebbero disobbedire. La Grecia è la cavia di questo agghiacciante esperimento. Stiamo parlando della seconda operazione di colonialismo del ventunesimo secolo (dal momento che la prima è stata la Missione di stabilizzazione ad Haiti nel 2004). È un nuovo colonialismo, condotto con il consenso dei paesi occupati, anche se sotto un ricatto assolutamente inedito. E, proprio come il vecchio colonialismo, la giustificazione che ora viene data è che tutto ciò che avviene sia nell interesse del paese occupato. È un esperimento in corso e gli esiti dello stress test sono incerti. A differenza dei laboratori, le società non sono ambienti controllati, a prescindere dalla pressione che si esercita per tenerle sotto controllo. Una cosa è certa: una volta che l esperimento sarà finito, e qualunque sia il risultato, l Europa non sarà più l Europa di pace, coesione sociale e democrazia. Al contrario, diverrà l epicentro di un nuovo dispotismo occidentale, la cui brutalità rivaleggerà con quella del dispotismo orientale già analizzato da Karl Marx, Max Weber e Karl Wittfogel. Il secondo esperimento in atto è un tentativo di liquidare definitivamente la sinistra europea. La sua ipotesi di fondo è la seguente: non c è spazio in Europa per la sinistra fintanto che insista per un alternativa alle politiche di austerità imposte dal paese che è egemone. I prerequisiti per il successo di questo esperimento sono tre. Il primo consiste nel causare una sconfitta preventiva dei partiti di sinistra, punendo con violenza quelli che osano disobbedire. Il secondo consiste nel far credere agli elettori che i partiti di sinistra non li rappresentano. Fino ad ora la nozione che «i nostri rappresentanti non ci rappresentano più» era l argomento principale del movimento degli Indignados e di Occupy, rivolto contro i partiti di destra e i loro alleati. Ora che Syriza è stata costretta a bere la cicuta dell austerità nonostante il «No» del referendum greco convocato da Syriza stessa -, gli elettori saranno sicuramente portati a concludere che, comunque vada a finire, anche i partiti di sinistra abbiano fallito nel rappresentarli. Il terzo prerequisito consiste nell intrappolare la sinistra in un falsa contrapposizione tra scelte del Piano A e scelte del Piano B. Negli ultimi anni la sinistra si è divisa tra coloro che credevano che la cosa migliore da fare fosse rimanere nell euro e tra coloro che credevano che la cosa migliore da fare fosse lasciare l euro. Delusione: nessun paese può lasciare l euro in maniera ordinata, ma, se un paese dovesse mostrare di essere disobbediente, sarà espulso e il caos si abbatterà su di lui inesorabilmente. Allo stesso modo chiedono una ristrutturazione del debito, che si è dimostrato essere un tema molto divisivo per la sinistra. Delusione: la ristrutturazione avrà luogo quando sarà funzionale agli interessi dei creditori che è la ragione per cui l altra questione principale della sinistra è ora divenuta la politica del Fmi. Gli esiti di questo esperimento sono parimenti incerti, per le ragioni sopra esposte. Tuttavia, una cosa è certa: per sopravvivere a questo esperimento la sinistra avrà bisogno 17

18 di rifondare se stessa al di là di ciò che oggi è immaginabile. Servirà molto coraggio, molta audacia e molta creatività. * Docente di sociologia alla Facoltà di economia dell Università di Coimbra (Portogallo) (traduzione di Bruno Montesano) 18

19 INTERNI Del 29/07/2015, pag. 10 Azzollini, il Pd ci ripensa e dà libertà di coscienza Verso il no all arresto Oggi il voto in aula, Ncd chiede lo scrutinio segreto Ma in Giunta i dem avevano detto sì ai domiciliari LIANA MILELLA ROMA. Ieri, durante tutti i lavori in aula, il senatore Antonio Azzollini, si è aggirato come un anima in pena passando da un colloquio all altro. «Che fai domani, voti per il mio arresto? Non farlo, sarebbe un errore, contro di me e contro questa istituzione... Quei magistrati di Trani ce l hanno con me, vogliono fottermi a tutti i costi, ma non hanno uno straccio di prova...». Descrivono così l ex potente presidente della commissione Bilancio, al cui vertice è stato per anni, come «un uomo spaventato», anche se non sarebbe destinato a finire in galera ma solo agli arresti domiciliari, richiesta confermata anche dal Tribunale del Riesame. Oggi, alle 9 e 30, parte la seduta per decidere il suo destino. E il grande interrogativo della vigilia è come voterà il Pd, se per l arresto oppure no. Che Renzi non ami l interventismo dei magistrati è cosa nota, che non voglia mettere zeppe alla sua maggioranza altrettanto. Ma anche il Pd deve fare i conti con il parere favorevole della Giunta per le autorizzazioni che ha votato per il sì. In aula lo ricorderà il presidente Dario Stefàno di Sel, contro di lui Nico D Ascola, uomo di Alfano, che farà la relazione di minoranza. Venti dei 35 senatori di Ncd chiederanno il voto segreto che, a quel punto, dovrà essere accolto per forza perché si tratta di un voto sulla libertà personale di un collega. Sì, ma il Pd che fa? Agli atti, per ora, ufficialmente c è solo una lettera di una dozzina di righe, inviata via mail a metà pomeriggio, dal capogruppo Luigi Zanda ai suoi senatori. Subito interpretata come una pieno via libera al voto di coscienza, quindi alla piena libertà, quindi al no all arresto, visti i dubbi che serpeggiano anche tra i Dem sulla richiesta. Sullo sfondo il crack della Casa della divina provvidenza, reati pesanti come l associazione a delinquere, l induzione alla corruzione, il concorso in bancarotta. «Libertà di coscienza? Io non ho mai usato quell espressione» taglia corto Zanda quando ormai è sera. Leggiamo il testo della mail: «Per la prima volta in questa legislatura l aula sarà chiamata a esprimersi sulla richiesta di arresto di un senatore. In vista del voto, che ciascuno di noi esprimerà secondo il proprio convincimento, vi invito a esaminare con attenzione la decisione della Giunta dell 8 luglio». Zanda aggiunge che il voto «non ha come oggetto la valutazione delle eventuali responsabilità penali, ma esclusivamente la sussistenza o meno del fumus persecutionis». Fumus che esiste secondo il relatore di minoranza, l avvocato reggino Nico D Ascola. «Proprio convincimento», libertà di coscienza. Siamo lì. Di fatto non esiste una perentoria indicazione d arresto data dal Pd, nonostante Matteo Orfini, il presidente del Pd, avesse detto a caldo che bisognava dire sì all arresto di Azzollini. Il Pd ha votato sì in giunta. Ma adesso il fiato sul collo di Ncd e del capogruppo ed ex presidente del Senato Renato Schifani s è fatto pesante. Assieme a un autotutela di casta che si avverte nelle molte perplessità sciorinate dal Pd sulla necessità dell arresto. I numeri giocano per Azzollini. Strettamente sul filo, almeno ieri sera. Con un gioco tra Pd e M5S a buttarsi addosso la responsabilità. Dicono i Pd: «Noi votiamo sì, ma M5S voterà no per poi scaricare la colpa su di noi grazie al voto segreto». M5S di rimando: «Il Pd imbroglia le carte. Il nostro sì 19

20 all arresto, come già in Giunta, è senza dubbi. Sono loro che li hanno e non fanno altro che parlarne in giro». I numeri sono proprio stretti. Facciamo i conti alla luce dell ultimo voto di fiducia, quello di ieri. 163 per la maggioranza. Dove spicca il gruppo del Pd con 113 teste, 35 di Ncd, 19 delle autonomie. Vanno aggiunti, per portare il calcolo in fondo, i 36 senatori di M5S e i 31 del gruppo misto. Gli esperti di calcoli parlamentari ragionano su un dissenso nel Pd. Se dovesse limitarsi a contrari all arresto, questo buco potrebbe essere ampiamente riempito da M5S e gruppo misto. Ma se il numero di chi vota a favore di Azzollini, per fargli passare l estate in vacanza al mare e non chiuso tra le pareti della sua casa, aumenta e tocca quota 50-55, allora la partita si chiude a favore di Azzollini. La maggioranza si spacca, il Pd si frantuma nel partito del sì alle manette e quello del no alle manette. I fatti certi sono quelli di una mattinata al cardiopalmo al Senato. Le relazioni di Stefàno e di D Ascola. Poi il via al dibattito. Primo fatto singolare, e sicuro indizio di un mal di pancia, non c è un delegato ufficiale del Pd che prenderà la parola, Zanda tace, e potrebbero farlo tutti. A quel punto tocca ad Azzollini. Deve parlare per mezz ora. Sperando di convincere i colleghi che le toghe lo perseguitano. Tre ore, e si decide. Del 29/07/2015, pag. 10 Il progetto del gruppo unico Verdini-Alfano LA SCISSIONE OGGI L ADDIO A FORZA ITALIA PER CONTINUARE A SOSTENERE LE RIFORME ISTITUZIONALI CARMELO LOPAPA ROMA. L ultimo gelido saluto tra i due ieri mattina, quando Silvio Berlusconi e Denis Verdini si sono incrociati a un funerale a Roma. In serata il braccio destro di un tempo si è chiuso nella sua stanza nella sede forzista di Piazza San Lorenzo in Lucina e ha portato via gli ultimi scatoloni in via Poli, sede di Alleanza liberalpopolare autonomie, nuova creatura con tanto di acronimo Ala già lanciato sui social. Questa mattina al Senato la conferenza stampa di Verdini con gli altri nove, soglia minima per dar vita al gruppo, la lista spedita già ieri al presidente Pietro Grasso. Con il senatore toscano, lasciano Fi Riccardo Mazzoni, amico di vecchia data, e Riccardo Conti (già transitato giorni fa al misto). Poi due pedine strappate al neonato gruppo di Fitto, ovvero Eva Longo e Ciro Falanga. Infine i cinque provenienti da Gal: Lucio Barani che sarà il capogruppo, Giuseppe Compagnone, Vincenzo D Anna, Antonio Scavone e Pietro Langella (proveniente da Area popolare). L undicesimo, il forzista Domenico Auricchio, non ha ceduto al corteggiamento. Alla Camera invece i sette deputati pronti a sposare la causa di Verdini (Luca D Alessandro e Ignazio Abrignani in testa, ma tra loro ci sarebbe anche Saverio Romano) attenderanno qualche giorno: il tempo necessario a convincere altri tre e dare vita quanto meno a un sottogruppo nel Misto (ne occorrono 10). Nella presentazione ufficiale di stamattina Verdini non attaccherà sul piano personale Berlusconi, ma punterà tutto sulla «necessità di portare avanti le riforme che abbiamo voluto e votato», accusando semmai l amico di una «retromarcia incomprensibile ai nostri elettori». In ogni caso, la nuova formazione sarà un ulteriore mini sostegno per l esecutivo Renzi, con buona pace della sinistra pd. Che la prospettiva sia l approdo in una più vasta coalizione centrista - di cui Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini sarebbero tra i promoter - non è un mistero tra i banchi di maggioranza. Il sottosegretario Ncd Giuseppe Castiglione, in contatto coi siciliani Scavone e Compagnone, lavora già in quella direzione. 20

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