S.S. VAN DINE SIGNORI, IL GIOCO È FATTO (The Casino Murder Case, 1934) 1 UNA LETTERA ANONIMA (Sabato, 15 ottobre, ore 10)

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1 S.S. VAN DINE SIGNORI, IL GIOCO È FATTO (The Casino Murder Case, 1934) 1 UNA LETTERA ANONIMA (Sabato, 15 ottobre, ore 10) Fu in quell'autunno, l'autunno freddo e desolato seguito allo spettacolare caso dell'omicidio del Drago, che Vance si trovò ad affrontare il crimine forse più diabolicamente sottile della sua carriera. Un mistero, questa volta, legato al veleno. Ma non si trattava di un qualunque veneficio: troppo ingegnosa la tecnica, troppo sofistico il calcolo, per considerare quel delitto alla stregua dei casi, pur famosi, di Cordelia Botkin, Molineux, Maybrick, Buchanan, Bowers e Carlyle Harris. A stretto rigore, l'appellativo di assassinio del Casinò coniato dai giornali era inesatto, anche se la celebre casa da gioco di Kinkaid nella Settantatreesima Strada Est vi ebbe larga parte. In effetti, il primo sinistro episodio di quel crimine famigerato ebbe luogo mentre somme vertiginose venivano giocate al tavolo della roulette nella Sala d'oro di quel palazzo, così come l'ultimo atto della tragedia si svolse nel locale arredato in stile giacobiano, rivestito di pannelli di noce dal proprietario, a due passi dal grande salone, usato come ufficio. Incidentalmente, posso dire che quell'ultima, terribile scena mi perseguiterà fino alla morte, e mi procura brividi di gelo su e giù per la schiena ogni volta che indugio sui particolari spaventosi. Con Vance, ho conosciuto molti terribili frangenti durante le sue indagini, eppure non sono mai stato tanto colpito come da quella fatale conclusione giunta così improvvisa e inaspettata nell'ambiente fastoso del noto ritrovo consacrato all'azzardo. Quanto a Markham, anche lui, lo so bene, subì una qualche agghiacciante metamorfosi in quei pochi momenti d'agonia quando l'assassino si alzò davanti a noi con quella sua stridula risata di trionfo. Tanto che, ancora oggi, la sola menzione della circostanza lo rende irritabile e nervoso, a riprova, di fronte alla sua calma abituale, della profonda e durevole impressione riportata dalla drammatica vicenda. A parte quell'unico avvenimento, fatale e definitivo, il caso dell'omicidio del Casinò non poté vantare gli aspetti teatrali di molti altri casi investigati

2 e risolti da Vance. Un caso di ordinaria amministrazione, da un punto di vista puramente oggettivo: di fatto, nei meccanismi esteriori, ricalcava da vicino celebri episodi della storia del delitto. Tratto distintivo, rispetto ai molti precedenti, fu il sottile e più coperto processo per cui l'assassino tentò di stornare i sospetti e creare ad arte nuove diaboliche situazioni per celare il vero movente del reato. Qui entrava in gioco non un semplice ingranaggio dentro un altro ingranaggio, ma un elaborato e complesso marchingegno psicologico, le cui rotelle spingevano quasi indefinitivamente in avanti, fino alla più sbalorditiva e fallace conclusione. La prima mossa del colpevole, forse la più accorta di tutto il progetto machiavellico, fu una lettera indirizzata a Vance trentasei ore prima che scattasse il piano. Per ironia della sorte fu quella suprema astuzia a svelare alla fine chi era colpevole. Uno stratagemma, forse troppo sottile, che si ritorse sull'ideatore, richiamando una tacita attenzione sui suoi processi mentali e offrì uno spunto che per fortuna stornò gli sforzi di Vance dalle linee più ovvie e coerenti del ragionamento. Sortì comunque il suo scopo palese, perché Vance assisté di persona, per così dire, alla prima stoccata del fellone. E, come testimone oculare del primo episodio, fu direttamente coinvolto nel caso; sicché, in quella circostanza, riferì il problema a John F.X. Markham, allora procuratore distrettuale della contea di New York, suo intimo amico e primo artefice della sua partecipazione alle altre indagini criminali. La lettera in questione arrivò sabato, 15 ottobre, con la posta del mattino. Stando al timbro regolamentare accompagnato dalla stampigliatura di Closter, New Jersey, era stata spedita alle 12 del giorno precedente. Quel venerdì sera Vance aveva lavorato fino a tardi per catalogare e confrontare i disegni ornamentali di alcuni reperti sumeri nel tentativo di stabilire le influenze culturali subite da quell'antica civiltà e, all'indomani, si era alzato verso le 10. All'epoca abitavo nel suo appartamento della Trentottesima Strada Est; benché la mia posizione fosse di consulente legale e "cassiere", a poco a poco, negli ultimi tre anni, ero divenuto una sorta di segretario factotum alle sue dipendenze. "Dipendenze" forse non è la parola esatta, perché eravamo intimi amici fin dai tempi di Harvard e proprio grazie a quel rapporto avevo troncato i legami con lo studio di mio padre, la ditta Van Dine, Davis e Van Dine, per l'impegno a me più congeniale di badare agli affari di Vance. In quella rigida, quasi invernale mattina di ottobre, dopo aver aperto e

3 spartito come al solito la sua corrispondenza, dedicandomi a quelle lettere che ricadevano sotto la mia giurisdizione, ero occupato con i moduli di iscrizione per i concorsi di cani dell'autunno, quando Vance entrò nella biblioteca e, con un cenno di saluto, prese posto nella prediletta sedia stile Regina Anna, davanti al camino. Restai lievemente stupito del suo abbigliamento: una veste da mandarino antica e preziosa con sandali cinesi: di rado si presentava alla prima colazione (invariabilmente composta da una tazza di caffè turco e una delle sue amate sigarette Régie) in costumi così ricercati. Van osservò dopo aver chiamato Currie, l'anziano maggiordomo inglese, premendo il bottone sul tavolo non fare quella faccia stranita. Mi sentivo depresso, quando mi sono svegliato. Non riuscivo a connettere i disegni di quelle vecchie e straordinarie steli e dei sigilli cilindrici provenienti dagli scavi di Ur, sicché ho avuto una notte agitata. Così, mi sono agghindato in questi panni cinesi nel tentativo di controbilanciare il mio stato d'animo e, posso aggiungere, nella speranza di acquisire, per un processo di osmosi psicologica, un pizzico di quella calma orientale tanto vantata dai sinologi. In quel momento Currie portò il caffè. Nessuna lettera entusiasmante? domandò Vance in tono trascicato, fissandomi pigramente, dopo aver acceso una Régie e bevuto qualche sorso della bevanda nera. Ero rimasto così colpito dalla strana lettera anonima appena arrivata, pur non avendo alcuna idea del suo tragico significato, che gliela porsi senza una parola. Il mio amico la fissò con le sopracciglia leggermente inarcate, indugiando per un attimo sulla firma enigmatica, poi, deposta la tazza, la lesse adagio sotto il mio sguardo intento, con un'espressione velata negli occhi via via più fonda e poi del tutto seria, quando giunse al termine. La lettera e ancora nell'archivio di Vance: la cito qui fedelmente perché gli fornì uno degli indizi più preziosi e, se proprio non lo condusse subito fino all'assassino, perlomeno l'allontanò dalla direttiva più ovvia delle indagini, prevista dall'autore del piano. Si trattava di un messaggio dattiloscritto, ma battuto in modo inesperto, come se lo scrivente avesse una scarsa familiarità con i tasti. Eccone il testo: Caro signor Vance sono disperato: mi rivolgo a voi per chiedervi aiuto e lo faccio anche in nome dell'umanità e della giustizia. Vi conosco di fama.

4 Siete il solo uomo a New York in grado d'impedire una spaventosa catastrofe o, almeno, di assicurare la punizione del responsabile di un crimine imminente. Tremende nuvole nere si addensano da anni su una casa di questa città e io so che l'uragano sta per scatenarsi. Pericolo e tragedia sono nell'aria. Vi prego di non abbandonarmi in questo momento, anche se, lo devo ammettere, non vi conosco. Non so esattamente che cosa stia per succedere. Altrimenti, mi rivolgerei alla polizia. Vorrei poter essere più preciso, ma non so nulla di più. Tutto è terribilmente vago: più che di una situazione precisa, si tratta di un'atmosfera. Ma succederà: qualcosa succederà e, in ogni caso, l'esito sarà falso e ingannevole. Vi prego, quindi, di non lasciarvi fuorviare dalle apparenze. Cercate, cercate, la verità sotto la superficie. Tutte le persone coinvolte sono anormali e infide. Non dovete sottovalutarle. Ecco tutto quello che posso dirvi. Avete conosciuto il giovane Lynn Llewellyn, questo lo so, e probabilmente sapete del suo matrimonio, avvenuto tre anni fa, con l'avvenente stella della commedia musicale, Virginia Vale. La cantante ha rinunciato alla sua carriera e vive nella famiglia del marito, insieme a lui. Ma il matrimonio è stato un terribile errore e per tre anni in quella casa ha covato la tragedia. Il momento cruciale è ora giunto. Ho visto quegli orribili segni delinearsi. Altri ancora rientrano nel quadro, oltre ai Llewellyn. Qualcuno, non so chi, corre un pericolo tremendo. E il momento previsto è per domani sera, sabato. Lynn Llewellyn deve essere sorvegliato. E sorvegliato attentamente. Domani sera, tutti i principali attori della tragedia che sta per compiersi parteciperanno a una cena a casa Llewellyn: Richard Kinkaid, Morgan Bloodgood, il giovane Lynn con la sua infelice moglie, la sorella Amelia e la madre, di cui ricorre il compleanno. So di certo che a cena scoppierà un litigio e mi rendo conto che non potete far nulla. In ogni caso, non ha importanza. Il disastro avverrà dopo. So che avverrà. È giunta l'ora. Dopo cena Lynn Llewellyn andrà a giocare al Casinò di Kinkaid. Ci va ogni sabato sera. So che anche voi siete tra i frequentatori abituali di quel locale. Ciò che vi chiedo è di recarvi

5 là domani sera. Dovete andarci. Dovete sorvegliare Lynn Llewellyn, minuto per minuto. E anche Kinkaid e Bloodgood. Forse vi sorprenderà che io non prenda alcuna iniziativa diretta: ma vi assicuro che la mia posizione e le circostanze me lo rendono assolutamente impossibile. Vorrei essere più preciso. Ma non so dirvi altro. Toccherà a voi scoprire il resto. Seguiva la firma, egualmente battuta a macchina: "Una Persona profondamente Preoccupata". Letta la missiva per la seconda volta, Vance si sprofondò nella sedia con le gambe pigramente allungate. Un documento straordinario, Van commentò seguitando a fumare con aria pensierosa. E del tutto insincero, non ti pare? Un tocco letterario qua e là, un po' di melodramma, qualche esempio di retorica pacchiana e, di tanto in tanto, un'accorata preoccupazione. Certo, oh, certo: la firma, per quanto vaga, è genuina. Sì... sì, questo è ovvio. È battuta con più forza del resto della lettera. Maggiore pressione sui tasti. La forza del sentimento. E non un sentimento piacevole: c'è un pizzico di rancore mescolato all'ansia... Il mio amico s'interruppe: Ansia! riprese un attimo dopo come se parlasse a se stesso. Proprio questo si legge tra le righe. Ansia per cosa? Per chi? Il vizioso Lynn? Potrebbe darsi, naturalmente. Eppure... Di nuovo s'interruppe. Esaminò la lettera, incastrando con cura il monocolo per studiare entrambe le facciate del foglio. Carta ordinaria osservò la si può comprare in qualunque negozio. Una normale busta con il lembo a punta. Il mio ansioso e prolisso corrispondente ha evitato con ogni cura la possibilità di essere rintracciato mediante il suo fornitore. Molto noioso. Avrei preferito che il nostro dattilografo avesse frequentato una scuola commerciale. La battitura è atroce: spaziatura disordinata, tasti scambiati, nessun senso estetico riguardo ai margini o ai capoversi. Tutto dimostra una scarsa familiarità con gli innumerevoli, anche se poco utili, tasti a disposizione del dattilografo. Accese un'altra sigaretta, terminò di bere il caffè, poi, appoggiandosi allo schienale, rilesse la lettera per la terza volta. Di rado l'avevo visto così interessato. Perché tutti quei particolari intimi sui Llewellyn, Van? domandò alla fine. Chiunque legga i giornali conosce la situazione di quella

6 famiglia. L'attrice bionda e carina che si sposa nell'alta società nonostante le proteste di mammà e poi va ad abitare nella magione avita; Lynn Llewellyn, giovane fannullone e beniamino dei night-club; la sorellina seria che si ritiene lontana dalle frivolezze del vortice mondano e studia arte: chi mai, in questa felice contea, non ne ha sentito parlare? Mammà è una filantropa invadente, è membro dei comitati di tutte le organizzazioni che si occupano di problemi sociali che le riesce di scovare. Quanto a Kinkaid, il fratello della vecchia signora, di sicuro non è un inconnu. Poche personalità della città sono più note di lui, con grande stizza e umiliazione della vecchia signora Llewellyn. Solo l'entità del patrimonio basterebbe a mettere quella famiglia sulla bocca di tutti. Fece una smorfia. Eppure il mio corrispondente mi ricorda tutti questi dettagli. Perché? Perché scrivere questa lettera? Perché mi sceglie come destinatario? Perché un linguaggio così fiorito? Perché l'abominevole battitura? Perché questo foglio e l'anonimato? Perché, perché... Mi chiedo... mi chiedo... Prese a camminare avanti e indietro. Ero sorpreso del suo turbamento: gli era così poco congeniale! Non ero rimasto molto impressionato dalla lettera, se non per le sue inusuali caratteristiche e a tutta prima aveva pensato di attribuirla a qualche tipo bislacco o a qualcuno che, per rancore verso i Llewellyn, fosse ricorso a quell'artificio contorto per procurare loro fastidi. Ma Vance, evidentemente, aveva captato qualcosa che a me era del tutto sfuggita. D'improvviso interruppe la sua deambulazione e il corso dei suoi pensieri per andare al telefono. Lo udii poco dopo insistere con il procuratore distrettuale Markham, perché passasse da noi nel pomeriggio. È della massima importanza insisté, con appena una traccia del tono scherzoso che gli era solito quando parlava con quel suo amico. Ho un affascinante documento da mostrarvi... Fate un salto qui. Siate gentile! Dopo aver riagganciato il ricevitore tornò a sedersi e rimase a lungo in silenzio. Infine, si avvicinò alla sezione della biblioteca dedicata ai disturbi della psiche e alla psicoanalisi, consultò l'indice di diverse opere di Freud, Jung, Stekel e Ferenczi e, segnate varie pagine, tornò a sedersi per seguitare a leggere. Dopo circa un'ora rimise i libri negli scaffali e trascorse altri trenta minuti consultando vari almanacchi, come il Who's Who e il Social Register, oltre all'american Biographical Dictiontry. Infine, scrollando le spalle e dopo uno sbadiglio, sedette alla scrivania

7 dov'erano sparse numerose riproduzioni dei reperti scoperti dal dottor Wooley durante la campagna di scavi a Ur durata sette anni. Il sabato era giornata semifestiva all'ufficio del procuratore distrettuale, sicché Markham arrivò poco dopo le due. Vance, nel frattempo, si era vestito e aveva pranzato. Che giornata grama e infelice disse all'amico, ricevendolo in biblioteca. Poco confacente alla solitudine. La depressione mi tormenta come una vecchia strega. Ho rinunciato al concorso dei cani a Long Island, oggi. Ho preferito restarmene in casa a meditare davanti al camino acceso. Forse sto diventando vecchio e in preda all'ansia. Sconfortante... Ma vi sono grato per essere venuto. Che ne dite di un bicchierino di Napoléon 1811 per cacciare le malinconie autunnali? Oggi non soffro né di malinconie autunnali né d'altro genere ribatté il procuratore, studiando l'amico da vicino. E quanto più blaterate, tanto più lavorate di cervello: sintomo inconfondibile. Osservò ancora Vance. Accetto il cognac, comunque. Ma perché tanto mistero al telefono? Mio caro Markham... oh, mio caro Markham! Davvero vi ho dato quest'impressione? Le giornate malinconiche... Andiamo, andiamo, Vance. Il procuratore cominciava a irritarsi. Dov'è quell'interessante messaggio che volevate mostrarmi? Ah, sì... certo. Vance tolse di tasca la lettera anonima appena ricevuta e gliela porse. Non me la doveva mandare in una giornata così deprimente. Markham la lesse con aria distratta, poi la gettò sul tavolo con un lieve gesto d'irritazione. Ebbene? domandò con malcelato fastidio. Spero sinceramente che non la prendiate sul serio. Né sul serio, né alla leggera sospirò l'altro ma con mente aperta, vecchio mio. L'epistola ha degli elementi non trascurabili, sapete. Per amor del cielo, Vance! Di lettere come questa ne riceviamo ogni giorno. A dozzine. Se ci facessimo caso, non avremmo tempo per nient'altro. Sono scritte in genere da temperamenti ossessivi, insomma da inveterati scocciatori. Ma non è il caso che sia io a spiegarvelo, siete uno psicologo troppo esperto. Vance annuì con gravità inconsueta. Sì, sì, naturalmente. Grafomania. Una combinazione di egocentrismo, viltà e sadismo... conosco il quadro chimico. Eppure, ve lo assicuro, non sono convinto che questa lettera rientri in questa categoria.

8 Markham alzò lo sguardo. Pensate sul serio che si tratti di sincere preoccupazioni, basate su un'intima conoscenza della situazione? Oh, no. Al contrario. Vance considerò assorto la sigaretta. È qualcosa di più. Se fosse una lettera sincera, sarebbe meno verbosa e più precisa. La verbosità e la fraseologia pomposa indicano un movente nascosto: è una lettera scritta con molta attenzione. Ci sono implicazioni sinistre, si intuisce un'atmosfera mentale alterata, una nota genuina di crudeltà, il senso della tragedia imminente come se un demonio stesse architettando un piano e, al tempo stesso, se la ridesse. Non mi piace, Markham. Non mi piace affatto. Il procuratore guardò l'amico con evidente sorpresa. Fece per dire qualcosa ma poi riprese la lettera e la lesse di nuovo con maggiore attenzione. Alla fine, scosse la testa. No, Vance protestò gentilmente. La malinconia di queste giornate autunnali ha influenzato la vostra immaginazione. Questa lettera è solo lo sfogo di qualche donna isterica in preda al vostro stesso stato d'animo. Ci sono alcuni tocchi femminili, vero? osservò languido Vance. Li ho notati. Ma il tono generale della lettera non lascia supporre che soffra di allucinazioni o di deliri isterici. Markham fece un gesto di disapprovazione e per un poco fumò il sigaro in silenzio. Conoscete personalmente i Llewellyn? domandò infine. Mi hanno presentato a Lynn, una volta, un incontro superficiale, e lo vedo spesso al Casinò. Il solito ricco sfaccendato oberato da una madre che tiene ben stretti i cordoni della borsa. E, naturalmente, conosco Kinkaid. Tutti conoscono Richard Kinkaid, eccetto la polizia e l'ufficio del procuratore distrettuale. Vance lanciò all'amico un'occhiata impertinente. Ma avete proprio ragione a ignorare la sua esistenza e rifiutarvi di avvicinare il suo covo dorato e peccaminoso. È un posto condotto con tutte le regole e ci va solo la gente che può permetterselo. Parola mia! Immaginate l'ingenuità di chi pensa si possa fermare il gioco d'azzardo con le leggi e le incursioni della polizia! Il Casinò è un ambiente gradevole, Markham, più che corretto. Vi piacerebbe immensamente. Vance sospirò, afflitto. Se solo non foste il procuratore distrettuale! Triste... molto triste... Markham si agitò a disagio sulla sedia e fulminò l'amico con uno sguardo seguito da un sorriso indulgente.

9 Potrei andarci una volta o l'altra, dopo le prossime elezioni, forse replicò. Conoscete qualcuna delle altre persone menzionate nella lettera? Solo Morga Bloodgood. È il primo croupier di Kinkaid, il suo braccio destro, per così dire. Lo conosco solo nella sua veste professionale, comunque, anche se ho sentito dire che è amico dei Llewcllyn e conosceva la moglie di Lynn quando lei lavorava ancora a teatro. Viene dal mondo accademico, è un genio del calcolo: Kinkaid una volta mi ha detto che si è specializzato in matematica a Princeton. Ha fatto l'assistente per un anno o due, poi ha preferito condividere la sorte del principale. Probabilmente aveva bisogno di ben altri stimoli, non saprei quali, ma non certo quelli che gli poteva dare la teoria quantistica. Non conosco le altre eventuali dramatis ptrsonae. Mai vista Virginia Vale: ero all'estero durante i suoi brevi trionfi sul palcoscenico. Né ho mai incontrato la vecchia signora Llewellyn o sua figlia Amelia, l'artista della famiglia. E quali sono le relazioni tra Kinkaid e la vecchia signora Llewellyn? Vanno d'accordo come si conviene a fratello e sorella? Vance fissò l'amico con aria distaccata. Ho preso in considerazione anche quell'angolo visuale. Poi, dopo una pausa di riflessione: Naturalmente, la vecchia signora si vergogna del fratello scapestrato: è piuttosto seccante per una fanatica attivista ospitare un fratello che esercita il gioco d'azzardo come professione; esteriormente mantengono dei rapporti civili, ma immagino che esistano dei contrasti, soprattutto considerando che la casa di Park Avenue appartiene a tutti e due e quindi i due vivono sotto lo stesso tetto. Ma non credo che la vecchia signora si spingerebbe al punto di macchinare contro Kinkaid... No, no. Dovremo trovare una spiegazione a questa lettera in tutt'altra direzione. In quel momento, Currie entrò nella biblioteca. Scusate, signore annunciò a Vance con aria preoccupata ma una persona al telefono m'incarica di chiedervi se intendete andare al Casinò stasera. Un uomo o una donna? lo interruppe il mio amico. Davvero, signore... balbettò Currie non saprei dire. La voce è molto debole, indistinta, contraffatta quasi. Ma quella persona mi ha incaricato di dirvi che non proferirà una parola e tuttavia aspetterà all'apparecchio una risposta. Vance rimase a lungo in silenzio. Mi aspettavo qualcosa del genere mormorò, rivolgendosi poi al

10 maggiordomo. Dite al mio interpellante dal sesso imprecisato che sarò là alle dieci. Markham si tolse lentamente il sigaro di bocca e guardò con ansia il suo ospite. Intendete davvero andare al Casinò per via di quella lettera? Vance annuì serio. Oh, sì... certo. 2 IL CASINÒ (Sabato, 15 ottobre, ore 22,30) Ai suoi bei giorni, la famosa casa da gioco di Richard Kinkaid, il Casinò, nella Settantatreesima Strada Ovest, vicino a West End Avenue, avanzava molte pretese alle glorie del Canfield's da lungo tempo defunto. Non fiorì che per un breve periodo, eppure il suo ricordo è ancora vivo in molti e la sua fama si è sparsa in tutti gli angoli del paese. Quello scintillante e indispensabile anello nella catena di ritrovi che percorre la spettacolare storia della vita notturna newyorchese è stato ora soppiantato da un grandioso palazzo ad appartamenti con attici e terrazze. Per il passante non iniziato si trattava unicamente di una di quelle grandi e imponenti dimore in pietra grigia, tramontato orgoglio della zona alta del West Side. Edificata alla fine dell'ottocento, la costruzione era stata la residenza del padre di Richard, Amos Kinkaid (detto il Vecchio Amos), uno dei più ricchi e sagaci agenti immobiliari della città. Era quella l'unica proprietà assegnata totalmente a Richard nel testamento del Vecchio Amos: tutti gli altri beni erano toccati congiuntamente ai due figli, lo stesso Richard e la moglie di Anthony Llewellyn, già vedova, al momento di ereditare, e madre a sua volta di Lynn e Amelia, allora ancora adolescente. Richard Kinkaid aveva vissuto da solo nella casa in pietra grigia per molti anni dopo la morte del padre. In seguito, ne aveva sbarrato le porte e sprangato le finestre, per soddisfare l'aspirazione ai viaggi e alle avventure nei luoghi più remoti del globo. Aveva sempre avuto un'irresistibile inclinazione per l'azzardo, trasmessa, forse, dal Vecchio Amos e, durante le sue peregrinazioni, aveva frequentato le più celebri case da gioco d'europa. Come potrete ricordare, resoconti delle sue spettacolari vincite e perdite al tavolo verde spesso raggiunsero le prime pagine della stampa nazionale. Quando le perdite superarono di gran lunga le vincite, Kinkaid

11 tornò in America più povero, ma, senza dubbio, più saggio. Contando su agganci politici e importanti legami personali, decise allora di rifarsi aprendo una casa da gioco alla moda di sua proprietà, ricalcata sul modello di alcuni dei più famosi templi del genere nell'america dei giorni andati. «Il mio guaio» aveva detto una volta Kinkaid a uno dei principali tra i suoi finanziatori «è che ho sempre giocato dalla parte sbagliata del tavolo.» Fece ristrutturare e ridipingere il palazzo nella Settantatreesima Strada, l'arredò con mobili sfarzosi ed entrò nella sua celebre impresa "dalla parte giusta del tavolo", non senza aver dilapidato, a quanto si diceva, il resto del suo patrimonio per eseguire quei lavori di ristrutturazione. Il nuovo stabilimento fu battezzato Casinò di Kinkaid, ma così noto divenne il luogo tra gli eletti della buona società e le persone facoltose, che l'aggiunta di Kinkaid ben presto parve superflua: ormai in America c'era solo un Casinò. Come altre iniziative del suo genere, al limite della legalità, e a somiglianza dei vari night-club alla moda nati durante l'era del Proibizionismo, la casa da gioco era gestita come un circolo privato. Prima dell'indispensabile iscrizione, tutte le richieste venivano soppesate e sottoposte a prudenti controlli. La tassa iniziale, del resto, era sufficiente a scoraggiare tutte le persone indesiderabili e la lista di coloro cui si accordavano i privilegi di membro del "club" poteva quasi essere considerata come un elenco dei nomi più prestigiosi dell'élite sociale e professionale. Come primo croupier e direttore dei tavoli, Kinkaid aveva scelto Morgan Bloodgood, un brillante e giovane matematico conosciuto a casa della sorella. Bloodgood era stato all'università con Lynn Llewellyn, benché più giovane di tre anni; e, si può aggiungere, fu proprio lui a favorire l'incontro tra Virginia Vale e l'amico. Durante il periodo in cui frequentò il mondo accademico, prima come studente e poi come insegnante, si era interessato alle leggi della probabilità, applicando le sue scoperte specialmente alla relazione di queste leggi con i giochi basati sui numeri, e aveva elaborato una serie di percentuali da applicare ai vari giochi d'azzardo. Le sue stime relative alle permutazioni, alle possibilità di ripetizione e ai mutamenti delle sequenze nei giochi di carte sono oggi ufficialmente usate per il computo delle probabilità nei sorteggi e, una volta, lo stesso matematico lavorò con l'ufficio del procuratore distrettuale per dimostrare le soverchianti chances a favore dei proprietari in occasione di una campagna

12 cittadina contro le slot-machine di ogni tipo. Alla domanda perché avesse preferito il giovane Bloodgood a un più anziano ed esperto croupier, Kinkaid aveva risposto: «Io sono come il vecchio Gobseck di Balzac, che aveva affidato tutti i suoi interessi personali e legali all'imberbe avvocato Derville, in base alla teoria che su un uomo sotto i trent'anni si può contare, ma dopo quell'età nessuno è più degno di fiducia». I croupier in seconda e i mazzieri del Casinò erano stati egualmente scelti non tra i professionisti di quel settore, ma tra i giovanotti di buona famiglia, di bell'aspetto e ottima educazione, sollecitamente addestrati ai loro complessi doveri. Forse cinica nella concezione, l'idea di Kindaid all'atto pratico ebbe successo e la sua attività dalla "parte giusta del tavolo" poté prosperare. Il gestore si accontentava delle percentuali usualmente riconosciute alla casa e nessun esperto poté mai muovergli l'accusa di aver truccato anche uno solo dei suoi giochi. In tutte le dispute tra un ospite e il croupier, le poste venivano pagate senza discussioni. Nella sua relativamente breve esistenza, il Casinò vide perdere e vincere molte piccole fortune sull'onda delle puntate sempre sostenute, specialmente al venerdì e al sabato sera. Quando arrivai con Vance quella sera fatale di sabato 15 ottobre, c'erano solo pochi clienti sparpagliati: era troppo presto per trovarvi il contingente al completo de : gli habitués attesi, di solito, dopo teatro. Saliti gli ampi gradini di pietra, un portiere cinese ci accolse con un inchino sulla soglia dell'angusta anticamera tutta cristalli e ferro battuto. Grazie a un qualche segnale segreto, la nostra identità fu comunicata agli addetti all'interno e, quasi simultaneamente al nostro ingresso nel Vestibolo, si spalancò la grande porta di bronzo (comperata in Italia dal Vecchio Amos.) Due inservienti in divisa, straordinariamente alti e prestanti, ci presero cappotto e cappello in quell'atrio spazioso, ampio almeno ottanta metri quadrati e arredato con magnifici mobili nello stile del Rinascimento italiano e con sontuosi tendaggi di broccato e antichi dipinti. In fondo, una doppia scalinata di marmo saliva alle sale da gioco girando intorno a una piccola fontana luminosa. Al secondo piano, il proprietario aveva riunito il soggiorno e l'atrio in un unico, grande salone, battezzato la Sala d'oro, lungo una ventina di metri ed esteso per l'intera ampiezza della casa. Una nicchia, allestita come un salottino, s'apriva verso ovest. Decorazioni in stile romano spurio

13 correvano per tutto il locale salvo rari accenni di motivi ornamentali bizantini: i muri ostentavano un rivestimento in foglia d'oro, mentre i pilastri piatti di marmo, che li suddividevano in larghi pannelli rettangolari, si armonizzavano, nella tenue tonalità avorio, con il metallo e il soffitto paglierino, richiamati dalle tende di seta con aurei disegni ai finestroni. Il pavimento era coperto da un folto tappeto color ocra. In centro alla stanza c'erano tre tavoli da roulette; due tavoli per il vingtet-un si trovavano a metà del lato est e ovest, quattro per il chuck-a-luck ai quattro angoli e uno per un complicato gioco di dadi all'estremità, tra le finestre. In fondo, a ovest, si apriva una saletta privata per le carte, con una fila di tavolini dove si poteva tentare ogni sorta di solitari, sotto gli occhi di un mazziere, pronto a incassare o a pagare, a seconda della fortuna e dell'abilità del giocatore. Il locale attiguo, rivolto a oriente, era un bar dai vetri di cristallo, comunicante con il grande salone attraverso un'ampia arcata, dove venivano serviti solo i vini e i liquori più scelti. I due vani, evidentemente, erano stati la sala da pranzo e il salottino per la colazione della dimora del vecchio Kinkaid. A sinistra del bar, in quello che una volta era stato un guardaroba, era stato disposto il gabbiotto del cassiere. Quanto all'ufficio privato del gestore, dotato di una porta verso il bar e una verso la Sala d'oro, era stato ricavato murando l'estremità verso la facciata dell'atrio superiore. Si trattava di una saletta di circa tre metri quadrati, sobria e tuttavia elegantemente arredata, con pannelli di noce e un'unica finestra dai vetri smerigliati prospiciente la corte anteriore. (Faccio qui menzione dell'ufficio perché ebbe una grande rilevanza nel tenibile momento finale della tragedia che doveva cominciare di lì a poco sotto i nostri occhi.) La sera di quel sabato, dopo che avevamo raggiunto l'angusto atrio al secondo piano da cui si passava, per un'ampia entrata con tendaggi, nel salone principale, Vance diede un'occhiata distratta alle due sale da gioco, quindi si diresse verso il bar. Van, credo che avremo tutto il tempo a disposizione per un sorso di champagne disse, con un curioso ritegno nella voce. Il nostro giovane amico siede nel salone tutto assorto, evidentemente intento ai suoi calcoli. Lynn gioca a sistema e prima che cominci sarà necessaria un'infinità di preliminari. Se stasera deve capitargli una disgrazia, o è felicemente ignaro, o serenamente indifferente. In ogni caso, adesso non c'è nessuno che appaia ragionevolmente interessato alla sua esistenza, o alla sua eliminazione, quindi possiamo trattenerci qui un pochino.

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