Silvana Dolce. E si apra il sipario. La testimonianza del difficile cammino verso un nuovo sogno

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1 Silvana Dolce E si apra il sipario La testimonianza del difficile cammino verso un nuovo sogno

2 La mia storia Nasco a Torino nel 1977 e all età di cinque anni il mio papà, allora docente di solfeggio al Conservatorio e direttore del coro di voci bianche I piccoli cantori di Torino, mi iscrive al corso di violino presso la scuola Suzuki della città. Avviene così il mio ingresso nella prestigiosa cerchia dei musicisti e lavorando sodo, mentre finisco il liceo scientifico, passo attraverso numerose esperienze come solista, come Primo Violino di un orchestra sinfonica, come camerista collaborando con nomi del calibro di Carmignola, Brunello, Lucchesini e Lonquich, mi diplomo col massimo dei voti e la lode, una borsa di studio dell Associazione De Sono Musica mi permette di perfezionarmi con Francesco Manara, Dora Schwarzberg e Salvatore Accardo e a ventidue anni vinco il concorso per il posto di Concertino dei Primi Violini nell Orchestra dell Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Bingo! Subito dopo inizio anche a fare concerti con un trio col pianoforte, il Ravel Piano Trio, ed è proprio rientrando da uno di questi concerti che un bruttissimo incidente stradale avvenuto vicino Bologna, siamo nell anno 2001, toglie la vita al violoncellista e manda all ospedale il pianista e me, che entro in coma per un emorragia cerebrale, oltre a un polmone contuso e fratture a cinque costole e al polso sinistro. Da questo momento i nostri destini si divideranno. Destino che, per quello che mi riguarda, da ben delineato che sembrava essere (nel mentre mi ero anche sposata) diventa alquanto nebbioso. Come nebbioso è il mio passato perché al mio risveglio, che le cartelle cliniche collocano all incirca dopo una settimana dall incidente, non ricordo più nulla. Nulla proprio nulla, nemmeno come si sta al mondo, si sorride, si mangia o si sta seduti. Più o meno come un neonato, con l unica differenza che un neonato comunica con versi e gorgoglii, mentre io, col mio pannolone e mangiando semolino e omogeneizzati, parlo usando al posto delle parole le note musicali, tanto che qualcuno pensa si tratti di un inedita composizione strumentale e prova ad annotarle, ma si arrende brontolando perché non specifico né alterazioni né figure ritmiche. 2

3 Dopo circa un mese imparo che mi chiamo Silvana, tolgo il pannolone (!), riconosco mio marito e i nostri famigliari, inizio quella che sarà una lunga serie di fisioterapie e finalmente muovo i primi passi. Che in realtà sarebbero i secondi, ma non andiamo troppo per il sottile Vengo trasferita in un noto ospedale di Roma e i progressi continuano, mi dimettono, altre fisioterapie, tre interventi al polso fratturato per poter ricominciare a suonare (e a lavorare) e quando finalmente riesco a riprendere il violino in mano mi sembra un sogno, se potessi farei santo, tra gli altri, il chirurgo francese che mi ha operato le ultime due volte e sull onda della gioia faccio due figli. Ma, ahimè, scopro che i postumi del trauma più nascosti e subdoli sono i più difficili da superare. Infatti continuo a non ricordare, oltre a molti fatti della mia vita precedente, che tipo di persona fossi e mi aggrappo a due punti cardini: il mio lavoro e mio marito. Eppure io sapevo suonare ed ero una brava mogliettina Devo ricominciare dal principio, per quanto strano possa sembrare, usando nuovamente gli insegnamenti necessari, con metodo e costanza. Comunque crescere i miei figli, sfidando ancora una volta i pronostici di tutti, mi riesce bene (a detta di molti, anche se i diretti interessati si esprimeranno più in là) e mi aiuta molto, così nonostante i problemi fisici riprendo il mio ruolo nella mia amata orchestra e cerco di fare tesoro delle nozioni mediche che ho dovuto imparare per poter spiegare ai dottori quello di cui ho bisogno. Perché sui danni cerebrali non si sa ancora ancora molto nè sui musicisti si è interessati a sapere di più, sembra che vengano persino considerati dall attuale classe politica una specie parassita fortunatamente in via di estinzione! Oggi che ho ripreso appieno il contatto con la realtà poiché grazie ad un bravo psicoterapeuta (un altro del club dei futuri santi), ho recuperato i miei ricordi e superato vari traumi psicologici, devo infine accettare il fatto che nonostante i miei sforzi alcuni problemi fisici mi terranno compagnia per tutta l esistenza e non mi consentono di continuare a lavorare in orchestra, così mi arrendo ad un destino tutto sommato clemente. Rammento però di aver sentito dire che non tutto il male vien per nuocere e credo che, mettendo a disposizione delle persone giuste il mio variegato sapere, la mia testimonianza possa trasformare in una preziosa risorsa il bagaglio accumulato in otto anni di lotta cercando di venire fuori da un episodio piuttosto triste. 3

4 La metamorfosi: accettarla o combatterla? Ogni essere vivente è in evoluzione, ogni cambiamento è vita, ma la velocità di alcune trasformazioni rende difficile adattarsi ad esse, sia per chi le subisce sia per chi assiste quasi impotente e deve necessariamente imparare nuovamente a vivere con lui. Quando c è un trauma manca persino il tempo di capirne ed elaborarne le cause, e ci si trova ad affrontare cambiamenti più o meno importanti senza aver avuto la possibilità di scoprire se si hanno o meno tutti gli strumenti per farlo. Il percorso personale ideale deve dapprima riconoscere il cambiamento (una volta che la medicina lo ha clinicamente causalizzato e quindi stabilizzato), eseguire poi tutti i necessari trattamenti riabilitativi e infine, se non è stato possibile ripristinare completamente la situazione originaria, imparare a convivere con quella nuova. Da parte dei medici, tra l avere troppa fretta nel passare da una fase a quella successiva e l essere tardivi nell intervenire permettendo al deficit di cronicizzarsi, la virtus sta nel saper osservare ogni singolo paziente prima ancora di rifarsi a tabelle o statistiche patologiche. Questo perché i livelli di priorità vanno sempre contestualizzati e inseriti nella storia psicobiologica del traumatizzato e la cronologia degli interventi riabilitativi va rispettata nella sua complessità. Cosa può succedere se il fisioterapista ospedaliero mette un paziente sulla tavola propriocettiva prima che il fisiatra constati un deficit della muscolatura dorsale, lo mandi dall ortopedico che non trova anomalie osteoarticolari, quindi gli consigli una visita neurologica per individuare eventuali lesioni a carico del sistema nervoso centrale? Fallimento dell intervento riabilitativo e ferita al metatarso per rovinosa caduta del poveretto, che si spaventa per l importanza delle patologie supposte e che rinuncia all idea di poter andare di nuovo in bicicletta o anche solo scendere le scale se non può appoggiarsi al corrimano. Tra il paziente descritto e la mia esperienza l unica differenza è che io non ho rinunciato e ora posso di nuovo andare in bicicletta portando mio figlio, correre per le scale e ballare. Questo nonostante il risparmio motorio sinistro dovuto all emorragia cerebrale, la sospetta epilessia posttraumatica, la tristezza che provavo per non essere più in grado di essere donna a soli trent anni, 4

5 le numerose cadute dalle scale o mentre scendevo dal letto. Grazie ad un tipo di fisioterapia neuro riabilitativa posturale che ha seguito il metodo Vojta, perché nel mio caso la muscolatura della parte sinistra del mio corpo non sapeva più come comportarsi e doveva arrangiarsi a seguire quella destra nei movimenti richiesti senza aver di nuovo attraversato gli step cinetici tipici dei primi anni di vita, come ad esempio il camminare a quattro zampe. Solo che prima che la pediatra dei miei figli mi consigliasse quella speciale fisioterapista erano passati quasi sette anni dal trauma e avevo speso cifre piuttosto considerevoli consultando almeno una ventina tra fisioterapisti, chiropratici, osteopati, neurologi, fisiatri, ortopedici e chiedendo pareri a chiunque fosse laureato in medicina. Quanto mi sarebbe piaciuto una strada diversa, come partecipare alla baby dance che ho visto fare ai miei figli e i percorsi ginnici dei parchi, almeno mi sarei divertita e sarei stata all aria aperta. Il lavoro di chi si trova a superare un qualsiasi trauma è duplice: un conto infatti è trovare dentro e fuori di noi le risorse necessarie, un altro è riuscire a comunicare con il mondo esterno sia per ottenere le suddette risorse sia perché le difese inconsce dei nostri familiari possono portarli a mettere distanza emotiva tra loro e noi, e ci si trova imprigionati nella torre di un castello con un fossato pieno di coccodrilli da superare. Comunicare quando un trauma paralizza qualcosa di noi, è la prima cosa di cui sentiamo la mancanza ed è il primo ostacolo verso il sociale, dentro il quale prima era possibile più o meno integrarci. Ed è la prima causa di enorme frustrazione, che crea rabbia a sua volta difficile da esternare e che come tutti i dolori non manifestati si annida dentro al cuore come un virus pronto a intaccare il nostro organismo. Ogni forma di comunicazione che l uomo apprende e usa fin dalla nascita è modulata secondo i suoi bisogni ed è quindi una chiave importante per comprendere le sue necessità, di nuovo nella medicina tradizionale troppo spesso semplificate dalle precedenti casistiche o da una superficiale interpretazione del singolo sintomo clinico. Il neonato usa la voce in modo non articolato, e fino a quando non apprende l uso della parola e costruisce il suo personale vocabolario siamo dinnanzi ad una comunicazione sonora ma non verbale. Se vogliamo capire cosa sta cercando di dirci un bimbo piccolo ci abbassiamo e ci 5

6 impegnamo a leggere nella sua lingua i suoi input, cercando di rifarci alle nostre personali conoscenze. Se non capiamo chiediamo alla madre di farci da interprete. Una persona con dei deficit comunicativi (che possono essere ad esempio verbali, visivi o gestuali) non godrà della stessa cura nel cercare di comprenderlo, perché non è automatico accorgersi della natura dei suoi handicap, perché è difficile supporre che le nostre personali conoscenze ci permetteranno di capire quello che vuole dire e, inconsciamente, perché sappiamo che al nostro sforzo non corrisponderebbe un appagamento tale da giustificarne l impegno, come può essere la tenerezza di un sorriso di un bambino che ci riempie il cuore. La fisioterapia può anche insegnare a recuperare l uso di ogni più piccolo muscolo del volto, suggerendo come si esegue un sorriso, poi una fronte aggrottata o come si alza un sopracciglio, ma la consequenzialità di questi gesti agli stimoli emotivi non si può imparare secondo schemi standardizzati. Il pericolo è che la razionalità continui ad inserirsi tra l emozione e la sua esternazione, che non sarà abbastanza efficace né per chi la riceve né per chi la vuole comunicare. Occorre lavorare sull emozione e sulla sua qualità, anche perchè fino a quando questa sarà inquinata dal dolore non può essere positiva e quindi utile alla guarigione. Possiamo anche sapere che non c è da vergognarsi nel chiedere aiuto, ma la prima volta che siamo costretti a chiamare un infermiere per andare in bagno potrebbe essere normale provare un po di vergogna, per quanto questa sia nascosta e occultata dalla nostra adultità. E il perdurare di una situazione di non autosufficienza può essere causa di un altro peso accessorio per chi vorrebbe riprendere il controllo della propria vita. Allora è importante che le persone che amiamo e di cui ci fidiamo ripetano insieme a noi che ci vuole tempo e che questo tempo ci è concesso, perché è la cosa più importante. E ossigeno puro, lo posso assicurare, e quanto è vitale somministrare tempestivamente ossigeno a chi ne entra in carenza 6

7 Il dolore nella riabilitazione Nella perdita di coscienza la capacità di localizzare il dolore consente ai medici di stabilire il grado di sensibilità sensoriale, da qui il metodo di indagine medica che prevede di provocare piccole stimolazioni dolorose ai pazienti in coma. Sappiamo che il dolore è una protezione del nostro organismo per avvertirci che qualcosa sta causando dei danni, ma quante volte durante la fisioterapia viene chiesto ai pazienti di sopportare il dolore in quanto è necessario se si vuole ripristinare ora l elasticità dei legamenti, ora la tonicità dei muscoli. Quindi se il dolore ha uno scopo preciso la razionalità ci può permette di accettarlo, ma il nostro inconscio, che funge da una sorta di scatola nera del nostro cervello, lo registra e lo aggiunge ai dolori precedenti che, nel caso di un trauma, hanno già riempito il recipiente che deve smaltire le sofferenze. Patologie a parte, c è solo un tipo di dolore, unico nel suo genere, che è stato previsto dalla natura come conseguenza naturale dell istinto di conservazione della specie, ed è il dolore che una donna prova durante il parto. Lì però la natura ha da sola inserito il suo antidoto, facendo produrre durante il travaglio all ipotalamo gli ormoni necessari, che tra le altre funzioni hanno anche quella di annebbiare (anche nell inconscio) il ricordo delle sofferenze patite. Smaltire man mano le sofferenze, o, usando un termine medico, drenarle, permetterebbe di evitare un accumulo che altrimenti rischierebbe di far collassare. Infatti il coma, naturale o indotto, agisce proprio quando i dolori sarebbe troppo numerosi o grandi per essere sopportati, ma le difese istintive di un cervello che non può arrivare da solo a tutto possono anche creare un coma emotivo quando a quelle fisiche si dovessero aggiungere senza supporto troppe sofferenze psicologiche. Un altro esempio della forza delle difese inconsce della nostra mente è la conversione isterica, che grazie alla psicologia emoto cognitiva può essere estirpata alla radice, quando troppo spesso viene trattata con farmaci che illudono sulla sua effettiva guarigione o può anche essere ignorata obbligando il paziente a convivere con dei deficit motori comunque invalidanti. E persino 7

8 successo il contrario, e cioè che un problema di natura osteoarticolare, difficile da individuare con i classici metodi di indagine, venisse supposto come difesa del cervello per la paura di nuovi dolori quando invece è poi stato risolto grazie ad altri due interventi ortopedici, uno di osteotomia e successivamente uno di artrolisi, dopo quasi due anni dal trauma. In questo caso nel paziente era nato il dolore emotivo di temere di non avere una ragione oggettiva per non riuscire a recuperare l uso della parte offesa. Ancora un esempio di esperienze dolorose aggiuntive. Esami neurologici come i potenziali evocati sono di una violenza emotiva inaudita per una persona resa vulnerabile proprio dal trauma da cui sta cercando di guarire e prima di prescriverli si potrebbe concertare con un equipe di specialisti l effettiva necessità di un esame che per la psiche risulta invasivo quanto una gastroscopia. Credo quindi che limitare allo stretto necessario i dolori fisici e psicologici nella riabilitazione sia uno dei compiti più importanti di chi instaura una relazione d aiuto. 8

9 Non dateci per dispersi! In mezzo al mare, naufraghi e soli, non riuscire a farsi vedere dagli aerei che passano, le energie che diminuiscono sempre più, sapere che anche se ci passasse vicino una nave enorme, l onda da essa provocata potrebbe addirittura spingerci più lontano e abbiamo bisogno che qualcuno da quella nave ci lanci un salvagente e poi necessariamente si tuffi per venirci a trarre in salvo, perché da soli non ce la faremmo. Questo è quello che ho vissuto io: l ospedale ad un certo punto dimette il malato che tra gli altri sembra essere quello nelle condizioni migliori, la famiglia se lo riporta a casa e tutti prima sperano di poter finalmente voltare pagina, poi si sentono abbandonati a loro stessi con dei grossi problemi ancora da risolvere. Le necessità economiche non lasciano mai il tempo che occorre per permettere ad un organismo duramente colpito di riorganizzarsi nella sua nuova condizione, figuriamoci se ancora c è da risolvere qualche problema medico. E non bastano, ve l assicuro, i test di terapia cognitiva, né un po di terapia occupazionale, per reintegrare un traumatizzato nel mondo reale. Paziente Dottore, oggi pomeriggio, mentre prendevo un caffè tra la terapia respiratoria e la fisioterapia in piscina, mi è tremata la mano destra e ho quasi rovesciato tutto sul tavolo. Come mai? Medico Abbiamo fatto l elettromiografia ed il referto era negativo Paziente Ma quella era la mano sinistra, quella che tremava era la destra Medico Ah, allora facciamo un elettroencefalogramma. Però lei è in dimissione per venerdì prossimo. Le faremo avere le risposte per posta. Dopo due mesi dalla dimissione, il referto arriva per posta, parla di scariche a punta e di anomalie di tipo epilettico, il paziente telefona in ospedale per averne la traduzione e il primario che ha firmato la dimissione (che è neurologo) spiega al paziente che si tratta di una sospetta epilessia posttraumatica e chiede Ha mai avuto crisi?. Non voglio scoprire se il primario abbia sbagliato a dimettere il paziente, che nel frattempo aveva anche ripreso a guidare la macchina, o a parlare di crisi epilettiche sulla base di un semplice elettroencefalogramma con anomalie, penso invece a quello che ha provato il paziente stesso. 1. Da cosa mi devo proteggere, visto che l ospedale non ha avvertito né me né i miei familiari? 2. Perché nessun medico lo ha fatto? 3. Le mie possibilità di riprendere una vita normale sono così scarse da non meritare una riflessione sui pericoli che corro? La mia vita vale così poco? Abbandono, paura e tristezza. 9

10 Il mio sogno Quando ho letto La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano ho finalmente dato un nome al malessere costante e amaro che mi accompagnava da tempo e soprattutto mi spingeva a sforzarmi per dare il più possibile agli altri la dimostrazione di poter essere normale nonostante tutto, e quindi nuovamente accettata: solitudine perché si è, palesemente o meno, diversi dagli altri, perché si hanno paure che è persino difficile riconoscere, o perché, anche quando si riconoscono, è difficile comunicarle a chi ci sta vicino. Quante volte, nei miei anni di convalescenza, mi sono sentita quasi sopraffare da questo sentimento, che inevitabilmente avvolge come una coperta di velluto viola la vittima di un trauma. Perché il peso dell alone di disgrazia si aggiunge a tutte le difficoltà oggettive presenti e trovare la forza per liberarsene è veramente dura. Un giorno la mia omeopata, che è anche la pediatra dei miei figli, ha osservato che solo i medici e chi ci è passato può capire veramente, alludendo a quello che prova una persona che sta lottando per riavere la propria esistenza. Da parte mia aggiungo, per esperienza, che non tutti i medici, terminato il loro compito professionale, hanno la voglia e il tempo di comprendere davvero il proprio paziente, anche se non è colpa loro. Molto spesso i famigliari del traumatizzato hanno le proprie personali difficoltà ad affrontare le conseguenze, mentre raramente possiedono le conoscenze per comprenderle fino in fondo. Inoltre il loro è un compito molto difficile poiché, se non è possibile stabilire con assoluta certezza i margini di recupero, nel momento in cui manca un quotidiano riscontro medico possono aver la tentazione di non dare il giusto peso alle difficoltà, e magari, anche dietro il suggerimento dei dottori, di sostituirsi ai terapisti per velocizzare i progressi. Al contrario, la loro tendenza ad assecondare un forte istinto protettivo può far impigrire il convalescente, permettendogli di nascondere dietro un alibi comunque oggettivo la propria riluttanza a lavorare per superare le difficoltà. Credo che costruirsi un filtro su misura per nascondere la tristezza, la frustrazione o la preoccupazione, lasciando invece fluire verso il malcapitato l unica cosa che lo può davvero 10

11 aiutare, e cioè l amore prima di tutto verso l essere vivente e la sua anima, anche lei imprigionata in bendaggi per curare le ferite emotive e quindi difficile da riconoscere, sia la cosa più difficile. Eppure è molto importante. Già il Kafka della Metamorfosi descriveva con crudele maestria una famiglia che non riesce ad accettare un inspiegabile e terrificante grosso cambiamento di un proprio congiunto! Se l ospedale si può occupare di risolvere solo i problemi macroscopici e la famiglia non può perfezionare le cure necessarie, all ex paziente non rimane che contare unicamente sulle proprie risorse. Almeno a me è successo così. Già a distanza di sei anni dal trauma alcuni neurologi che mi avevano seguito si erano stupiti del mio recupero e oggi non solo so di aver recuperato tutte le mie facoltà psichiche e il 90% di quelle fisiche, ma sento anche di essere molto maturata grazie a questa mastodontica esperienza. Quali sono state le mie risorse? Soprattutto la musica e l essere madre, uniti ad una formazione scientifica che mi ha permesso di comprendere fenomeni clinici e quindi individuare, anche se dopo qualche tentativo, il medico o il professionista più adatto a fornirmi l aiuto di cui avevo bisogno. Un altro libro, E la musica riempì il silenzio di Cathleen Lewis, mi ha rammentato le potenzialità di un arte in cui è possibile trovare inaspettatamente un varco attraverso cui esprimere le proprie emozioni e quindi comunicare con il mondo esterno, anche per una persona fortemente limitata come un bambino autistico e cieco dalla nascita. Mi sono venute in mente così tante applicazioni della musica, del ballo, del canto, del teatro, della pittura e ogni altra forma d arte nei vari processi riabilitativi da convincermi di poter essere di grande utilità per i bambini, i traumatizzati e per unione i bambini traumatizzati, semplicemente perché posso essere prima di tutto una sorta di interprete tra loro e chi li vuole aiutare. Se non altro per essere anche una musicista con molti anni di esperienza, oltre alle nozioni che ho acquisito e che ho intenzione di acquisire, so di poter essere una figura particolare e voglio sfruttare quello che so per costruirmi una nuova identità professionale e insieme aiutare chi si deve trovare, suo malgrado, ad affrontare un percorso simile a quello che ho compiuto io. 11

12 Concretizzare questo sogno significa poi, far nascere all interno di una struttura NON ospedaliera ma artisticamente ricettiva, una realtà polivalente che raccolga in sé tutte le caratteristiche di un atelier di arteterapia visivo scultorea, un palcoscenico per la musicoterapia e la drammaterapia o una palestra per la danza e il movimento, ma anche una ludoteca che potrà diventare anche una tana per i brutti anatroccoli che diventeranno cigni, o un Arca di Noè che salverà dal diluvio universale. L arteterapia permette di bilanciare ogni inevitabile sofferenza con stimoli positivi, appagando, contemporaneamente alla richiesta di sforzo per raggiungere lo scopo riabilitativo, i bisogni emotivi di un inconscio ferito. Innanzitutto dando maggiore importanza all aspetto ludico di una riabilitazione che, per forza di cose, potrà durare molto tempo e passare attraverso esperienze di per sé dolorose. Poi regalando attraverso le arti il piacere e la soddisfazione di vedere, creare, fare parte di qualcosa di bello e di globalmente riconosciuto come esempio di comunicazione universale. Ci sono esperienze, oltre a quella del parto, che stimolano la produzione di endorfine ed adrenaline ad azione antalgica naturale e l arteterapia nella riabilitazione può permettere anche questo. I farmaci antidolorifici possono anche avere già messo a dura prova l attività epatica di una persona da riabilitare. L arte permette di eliminare il filtro della razionalità e di muovere le emozioni pure nel modo che è più naturale per chi la pratica, ma se una persona in condizione normali di salute può scegliere l arteterapia più adatta a sé, nel caso di un bambino o di un traumatizzato la questione è parecchio più complicata. Ecco perché, nello scegliere la terapia riabilitativa più utile, occorre inserire in un quadro psicofisico generale i sintomi che possono appartenere alle specialistiche di medicina più lontane tra loro. Non è infatti consigliabile, ad esempio, inserire il paziente che non è in grado di spiegare ai medici di avere deficit visivi (che possono essere di natura ottica, meccanica o neurologica) in una terapia che usa stimoli cromatici prima di aver escluso che questa possa causare ulteriori sofferenze, così suggerire la musicoterapia ad un soggetto ipoacusico o al contrario che per la debolezza acquisita di altri sensi è diventato ipersensibile al suono! 12

13 Nel corso della riabilitazione è importante anche la ricostruzione quanto più possibile esatta del evento traumatico e, successivamente, storicizzarlo nella precedente vita del traumatizzato. Questo è fondamentale in quanto, se i traumi fisici si leggono in una condizione clinica soggettiva, anche quelli psicologici si sovrappongono al vissuto personale, che può contenere a sua volta piccoli traumi emotivamente non elaborati. Questo ovviamente vale anche per i famigliari del traumatizzato i quali, per poter essere veramente d aiuto e per non causare senza volerlo altri traumi, devono necessariamente avere un supporto che, contemporaneamente, spieghi anche loro come comportarsi ed il perché di alcuni cambiamenti che a volte sembrano immotivati. Per loro inoltre l arte può diventare un modo per comunicare quando i consueti linguaggi invece potrebbero generare equivoci e ancora essere causa di dolore. Se poi i tipi di emozioni da elaborare sono di una portata tale che il paziente possa avere difficoltà a gestirle autonomamente, l arteterapia può portarle a galla in modo più morbido e in un atmosfera di maggior benessere, facilitandone così l effettivo superamento. 13

14 Pace e sonno I disturbi del sonno sono come campanelli di allarme, ma le cause di una difficoltà ad addormentarsi possono anche essere piuttosto semplici da risolvere se analizzate con vera attenzione. Le tecniche di rilassamento, come ad esempio il training autogeno, sono comunque utilizzate per curare il sintomo di un malessere che può avere radici semplicemente da un altra parte e creano una specie di dipendenza da un atto razionale per un qualcosa che potrebbe ritornare ad essere una normale risposta del ritmo quotidiano naturale. Mentre addormentavo i miei figli, e cantavo loro la ninnananna del questo bimbo, a chi lo do? mi sono trovata a chiedermi se le parole di questa canzone non avrebbero creato inutili paure nell inconscio più profondo dei miei figli, in fondo stavo dicendo loro che li avrei dati una settimana alla befana, un mese intero all uomo nero e via dicendo. Ho deciso che non potevo pretendere di rilassarli senza cambiare le parole di questa canzone Allora ho chiamato in causa parenti e amici, trovando facili rime tipo nonnina mattina, Tiziana settimana, Ruggero mese intero, Ermanno tutto l anno, Pasquale fino a Natale, Nicola li porta a scuola, etc., mentre nell ultima strofa, quella che, chissà perché, mia figlia preferisce in assoluto, li tranquillizzo assicurando loro che non li do proprio a nessuno ma li tengo con me. Forse è stata una precauzione superflua, ma forse no. Così come ho avuto un tuffo al cuore mentre un cd, in cui veniva raccontata la fiaba di Hansel e Gretel, descriveva un padre che, risposatosi dopo essere rimasto vedovo, per obbedire alla nuova moglie abbandonava i suoi bambini nel bosco a morire di stenti ma la vita è già tanto dura da sola, perché dobbiamo instillare nei bambini idee simili? Con questo non voglio accusare i fratelli Grimm di scarsa attenzione ai fruitori delle loro opere, ma quella fiaba, che non cambia per nulla i toni nel suo prosieguo, è davvero tremenda! Le favole che contengono qualche errore psicopedagogico sono anche altre, così come le canzoncine tramandate dalle nostre nonne rischiano perlomeno di essere di scarsa attualità, se non contestualizzate in un momento storico in cui, a mio parere, l essere bambini è in assoluto il mestiere più difficile. 14

15 Se inventare fiabe o canzoni è un atto creativo previsto dall arteterapia per far emergere il proprio io, anche ascoltare quelle che hanno fatto parte della propria infanzia con qualche correzione ad hoc è utile a riportare serenità all interno della vita di ognuno di noi. Inoltre anche questo fa parte del processo che, se attivo ma guidato da un esperto, può servire per riuscire a riscrivere alcune pagine del proprio diario per elaborarlo in chiave positiva. In fondo si tratta di provare ad usare una sorta di medicina che prescrive fiabe o ninnananne al posto di antidolorifici e calmanti, così come balletti o brani musicali al posto di tutori o stampelle. L unico effetto collaterale è il puro divertimento 15

16 Ognuno di noi è un angelo per qualcun altro Anche se ha ricevuto ogni aiuto possibile per risolvere i propri problemi, necessariamente lasciando sempre il margine entro il quale il paziente deve lavorare attivamente e mettere in pratica tutto quello che è in suo potere per farcela da solo, il dolore obiettivamente c è stato e per molti può essere utile ancora usare la magia per trasformarlo in qualcosa di positivo e porre infine un fiocco colorato a tutta l esperienza. Il tutto può far parte dello scoprire le potenzialità utilizzabili per la realizzazione personale, se questa deve necessariamente passare attraverso un cambiamento, altrimenti può semplicemente essere un modo per sentirsi utile e finalmente appagare il narcisismo presente in ognuno di noi e che negli anni di convalescenza è stato inevitabilmente oscurato dalla propria condizione. In ogni caso, qualsiasi essa sia, la formula magica per effettuare la trasformazione è un trampolino per tuffarsi fiduciosi nella nuova vita. Di nuovo il palcoscenico su cui esibirsi, per l artista e per inorgoglire se stesso e i suoi familiari, creare opere pittoriche o oggetti semplicemente utili, insieme all insegnare a chi ancora non sa, ad aiutare chi ha bisogno, ad accudire e crescere una pianta o un cucciolo Non si tratta di semplice terapia occupazionale per tornare solo ad essere autosufficienti, perché il nostro io ha bisogno di sentirsi davvero utile e non più solo un peso. E questo non è automatico una volta giudicato dai medici terminato il processo riabilitativo. Allora abbinare due pazienti, preferibilmente di cui uno adulto con un altro in età più tenera, permette di sfruttare molti lati positivi di un simile accorgimento. Dove il paziente A è un veterano dell arteterapia e il paziente B è invece un novizio ancora all inizio del viaggio dentro il proprio io alla scoperta delle falle da riparare, possiamo riscontrare i meccanismi psicoterapeutici più efficaci per la riabilitazione. Il paziente A può mettere in pratica quello che ha imparato e sfruttare la propria esperienza per aiutare qualcuno di cui, in senso più o meno lato, ne condivide il destino, mentre il paziente B trova un compagno di viaggio che, senza la noiosità di 16

17 un didatta o la fretta di un medico, lo prende per mano e lo accompagna lungo il cammino. Il paziente A incanala le proprie emozioni, oramai sviscerate e neutralizzate nella loro negatività, prediligendone gli aspetti positivi per il bene del paziente B (cosa di cui anche il paziente A trae il beneficio) portando una propria esperienza da usare come termine di paragone e in cui il paziente B deve sentirsi libero di esporre la propria con tutta la sofferenza che la circonda, cosa che non danneggerà il paziente A grazie alla presenza del terapeuta ma che aiuterà il paziente B a liberarsi da uno dei suoi pesi. Il paziente A scopre il punto di vista di chi aiuta dopo aver sperimentato quello di colui che riceve aiuto, ed equilibra senso di colpa e riconoscenza, allo stesso tempo comprende l importanza del trovare un compromesso tra il nascondere agli altri i propri handicap e il dover essere stimolati a non fare la vittima e ad impegnarsi realmente per risolvere i problemi. Il paziente A ed il paziente B, se ben accoppiati, si completano per capacità ed abilità e imparano a sfruttare una situazione di simbiosi, che sarà loro molto utile una volta reinseriti nella vita di tutti i giorni. 17

18 Nel mondo reale! Quando il riabilitando ha raggiunto un soddisfacente equilibrio fondato su di una consapevolezza di base sulla propria condizione e raggiunto gli obiettivi all interno di quelli che erano i propri range di recupero è necessario per lui trovare un nuovo modus vivendi personale ed efficace. Per perfezionare la terza ed ultima fase del processo riabilitativo, quella che prevede di imparare a convivere con la nuova situazione laddove non sia stato possibile ripristinare completamente quella originaria occorre procedere con ordine e precisione, per non rischiare ancora una volta di lasciare in sospeso problemi, lacune o patologie che alla lunga impedirebbero ancora le reale ripresa di una vita normale. Nel corso dell arte riabilitazione avremo esaminato, una per una, le capacità sensoriali necessarie alla percezione della realtà e quelle imprescindibili per la comunicazione con il mondo esterno, verificando in ognuna di esse che non siano ancora presenti ostacoli di natura medica né psicologica. Potendole osservare attraverso l arteterapia questa indagine sarà stata possibile ricorrendo ad esami clinici specifici solo quando siano state escluse altre possibili cause del deficit. Negli ambiti in cui il danno è stato invalidante in modo irreversibile è necessario aiutare il paziente a costruirsi dei meccanismi compensativi che siano il più possibile efficaci senza causare ulteriori problemi. Dovranno essere limitati allo stretto necessario e trasformati in riflessi naturali e non razionali, per non essere motivo di ulteriore fatica mentale. Riconoscere i propri limiti è importante quanto imparare ad arrangiarsi nel sostituire quelle azioni che per lui non sono più possibili ma a cui non vorrebbe rinunciare del tutto. Questo è valido in ambito medico come in ambito psicologico, perché la terapia occupazionale tradizionale non sempre riesce ad insegnare anche al nostro inconscio a non avere paura di cadere, a non avere paura di essere abbracciati né ad attraversare la strada senza essere costretti ad ingoiare ansie e dolori. 18

19 I vuoti lasciati dal trauma possono essere enormi e numerosi, ma questo non può precludere ad una persona il diritto di ritornare ad una vita serena, né deve essere discriminante per decidere se tentare di affrontare nuovamente il mondo oppure no. Si può avere bisogno di vere e proprie stampelle mentali dove non esistono più elementi su cui basare le proprie sicurezze, anche se questo potrebbe essere necessario solo temporaneamente. Con l arteterapia possiamo insegnare ad ognuno ad essere terapeuta di se stesso, così come il ballerino o il musicista imparano ad affrontare autonomamente l allenamento giornaliero una volta diventati professionisti. Se io so di avere il diabete mi inietto insulina quando la mia glicemia sale, analogamente se so di essere vulnerabile nel vivere un certo tipo di situazione, che nonostante tutte le terapie mi crea ancora un ansia difficile da gestire, posso aver imparato che per calmarmi mi basta disegnare su di un taccuino un fiore turchese, che sarà tanto più ricco di petali quanto lunga è nel tempo la sensazione di ansia. Così il taccuino e la matita turchese saranno efficaci quanto trenta gocce di Lexotan, ma più mirate, gradevoli ed innocue. Dipendenza sì, dal taccuino e la matita, ma assuefazione no. Prima o poi, infatti, all occasione mi basterà solo pensare di farlo, poi l associazione di idee diventerà talmente rapida da non rendermene conto 19

20 Voi non avete colpa, io vi salverò Ci son due coccodrilli ed un orangotango, due piccoli serpenti, un aquila reale Il gatto, il topo e l elefante, non manca più nessuno, solo non si vedono i due unicorni. Un dì Noè nella foresta andò e tutti gli animali volle intorno a sé Il Signore è arrabbiato e il Diluvio manderà. Voi non avete colpa e io vi salverò. Di quanti sensi di colpa le sedute di psicoterapia sono costellate, ma i sensi di colpa che volano come pipistrelli intorno alla mente di un traumatizzato possono essere veramente tanti. Il senso di colpa per i familiari che soffrono, si preoccupano, poi sopportano disagi e spese per un qualcosa che se non ci fosse stato non avrebbe causato tutti questi problemi. Per la vittima però, la consapevolezza che questo qualcosa è il trauma e non il traumatizzato può farsi sempre più evanescente fino a perdere consistenza e prima o poi il pensiero orribile che si vorrebbe sparire per evitare altre sofferenze a chi amiamo si può insinuare come una vipera tra le sue già pesanti emozioni. Poi c è il senso di colpa del sopravvissuto se sono coinvolti altre vittime, o il senso di colpa per non essere più utile alla società come prima. Mentre si combatte con i propri handicap c è bisogno di qualcuno che cacci questi fantasmi per noi, poiché scovarli e poi combatterli può richiedere troppe preziose energie. Io so che non è colpa tua non è sufficiente se non è detto da qualcuno che per il traumatizzato è depositario della saggezza universale poiché il senso di colpa si attacca come una sanguisuga all inconscio, logora e fa male. All interno dell educazione ricevuta, fino al recupero di episodi precedentemente accaduti che possono amplificare le reazioni emotive, è necessario trovare gli strumenti utili per sconfiggere almeno qualcuno di questi fantasmi. Convinzioni religiose o filosofiche comprese, qualunque esse siano, ma che messe in un determinato ordine o sotto una determinata luce devono fungere da ghostbusters. Il paziente più infantile e sensibile alla musica potrebbe trovare giovamento da una canzone come quella citata all inizio di questo paragrafo, ma può essere più utile attraversare esperienze che rafforzino la convinzione che non è automatico essere causativi e che le responsabilità delle scelte altrui non è di nessuno all infuori di coloro che le compiono. Perché le cose, anche quelle gravi, purtroppo succedono, con una frequenza che non dipende da noi e che 20

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