I COMPLICI TUTTI GLI UOMINI DI BERNARDO PROVENZANO DA CORLEONE AL PARLAMENTO

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2 Lirio Abbate Peter Gomez I COMPLICI TUTTI GLI UOMINI DI BERNARDO PROVENZANO DA CORLEONE AL PARLAMENTO I edizione: febbraio Fazi Editore srl Via Isonzo 42, Roma Tutti i diritti riservati Progetto grafico di copertina: Maurizio Ceccato IIFJX project ISBN: www. fazieditore. it Fazi Editore

3 NOTA EDITORIALE Da uno dei maggiori giornalisti d'inchiesta italiani e da un grande esperto di "cose siciliane", un libro imperdibile su Provenzano, la nuova mafia e i suoi rapporti con i partiti. La biografia dell'ultimo "capo dei capi" letta attraverso le alleanze politiche ed economiche di Cosa Nostra: dall'appoggio al Partito Socialista nel 1987 fino alla stagione delle bombe di mafia del ; dall'arresto di Totò Riina fino agli accordi stretti, secondo i magistrati di Palermo, con i vertici di Forza Italia e dell'udc siciliana. Un resoconto esplosivo, che ricostruisce, con documenti e testimonianze inedite, la ragnatela di legami politici trasversali coltivati da Provenzano in quarantatré anni di latitanza: a cominciare da quelli sorprendenti con mafiosi iscritti al Partito Comunista e con fiancheggiatori funzionari dei DS, per arrivare sino al cassiere del clan di zio Binu, pupillo di Clemente Mastella e amico di Totò Cuffaro. Un viaggio nella "Mafia SPA", l'organizzazione criminale che in Sicilia controlla buona parte degli appalti pubblici, lavora con cooperative rosse e imprese di dimensione internazionale, ha amici che siedono ai vertici delle banche, degli ospedali, delle istituzioni economiche, come la Confindustria, e culturali, come l'università. A quindici anni dagli omicidi di Falcone e Borsellino, Peter Gomez e Lirio Abbate raccontano, facendo nomi e cognomi, come tutto in Sicilia sia tornato come prima: decine di deputati regionali eletti a Palazzo dei Normanni, nonostante i loro evidenti rapporti con la criminalità organizzata, e parlamentari arrivati a Roma, grazie al supporto degli uomini d'onore. Un'inarrestabile riconquista del potere, resa possibile dal silenzio dei partiti, delle istituzioni e dei media, dietro la quale spunta la "lunga mano" del vecchio Padrino corleonese. Un uomo che non ha finito la seconda elementare, ma che si è circondato di boss che sono medici, avvocati e imprenditori. In questo quadro, l'arresto di Provenzano, più che il segnale della riscossa, rappresenta solo una tappa nella metamorfosi definitiva verso la mafia del terzo millennio: quella che affilia preferibilmente i laureati e che alla lupara preferisce il doppiopetto. Gli autori LIRIO ABBATE È redattore all'ansa e collabora con «La Stampa». È stato il primo a dare, quasi in diretta, la notizia dell'arresto di Provenzano. Già "Cronista dell'anno 2003", nel 2006 ha vinto il premio internazionale Ischia e il "Roberto Ghinetti". PETER GOMEZ Inviato dell"«espresso» e collaboratore di «MicroMega», è coautore, sempre con Marco Travaglio, di Regime (Rizzoli, 2004), Inciucio (Rizzoli, 2005), Le mille balle blu (Rizzoli, 2006), Onorevoli Wanted (Editori Riuniti, 2006).

4 Indice Introduzione 1. I bravi ragazzi Storia di un focolarino Il socio La mafia al supermercato, In viaggio con lo zio Piccoli omicidi senza importanza Il rito I regali del Padrino 2. Provenzano in parlamento Genesi di una confessione Lettera a un futuro ministro La mafia nell'urna Una passione per il centro Biancofiore, una lista a misura di talpa 3. Laboratorio Villabate La zona grigia, «Una vergognosa pulizia etnica», L'antimafia di Bernardo Provenzano, L'ipermercato è Cosa Nostra La mafia sinistra 4. Le coppole rosse Il padrino rosso Morte di un comunista Mister Miliardo Ciancimino e il suo compagno 5. Una passione per gli appalti Arrivano le coop, Provenzano, il cooperatore Lo Stato nello Stato Mirello, l'amico del boss 6. L'inciucio mafioso Cosa Nostra bipartisan Provenzano e il professore Provenzano e l'ingegnere La mafia in corsia

5 Il sangue di un rivoluzionario 7. Alle radici della paura La soffiata, «Votate socialista» Gli amici del Nord Mafia e appalti «Fare la guerra per fare la pace» La quiete e la tempesta La trattativa 8. Le bombe del dialogo La mancata perquisizione L'inferno del 41 bis La notte della Repubblica La trattativa continua 9. Forza Mafia Un accordo scellerato Su il cappuccio! Azzerare l'antimafia La Primavera di Provenzano 10. Il giocattolo Un cuore e due capanne Trattative a sinistra La strategia mediatica di un boss Una legge per la mafia Un avvocato per amico «Berlusconi dimentica la Sicilia» Addio 41 bis, addio... Nella baracca dello zio Nino La carriera di un sospettabile «Lui ormai è solo» 11. La fine e l'inizio Quelli della Duomo «Tuo nipote Alessio» Due fratelli in barca Vita da rappresentante «Provenzano? È morto» 43 anni dopo, Corleone, Italia Epilogo Note

6 Il segretario nazionale dei giovani dell'udeur, il nipote dell'ex vicesindaco comunista di Villabate e l'ultimo erede di una famiglia per anni socia del ministro per gli Affari Regionali, Enrico La Loggia: a guardarli mentre camminano assieme per le strade del centro di Palermo, sembrano tre ragazzi appena usciti da un convegno sul futuro della Seconda Repubblica. Ma sono tre picciotti. Tre picciotti di Bernardo Provenzano. Sono convinto [...] che questa lunghissima latitanza sia stata resa possibile dalla vasta, intricata, resistente ma invisibile rete di protezione che si era creata attorno a lui. Una rete certamente composta in buona parte da persone insospettabili, politici, imprenditori, professionisti. E siccome nel corso di questi quarantatré anni tanti di coloro che aiutarono all'inizio la latitanza di Provenzano devono essere morti di vecchiaia, ne consegue che la protezione del boss è stata lasciata in eredità a figli, nipoti, parenti, amici, soci. Voglio dire, e non prendetelo per un paradosso, che due generazioni di insospettabili sono stati complici diretti o indiretti di Provenzano. È questa la vastità del male, anzi, di una parte del male. E non credo d'azzardare troppo dicendo che oltre a essere insospettabili alcuni dei protettori forse erano (e sono) anche difficilmente "toccabili". E fino a che questa gente resterà a piede libero corriamo il rischio di tornare a sporcarci. E poi vorrei che tutti, passata l'euforia, ci ricordassimo che la mafia, da tempo, non è solo (o forse non è più) Provenzano, antiquato custode dell'orticello che i suoi più potenti colleghi mafiosi gli hanno lasciato coltivare finché non è diventato un peso. Perché contrariamente al detto comune «morto un papa se ne fa un altro», nella mafia, appena il papa s'ammala, se ne fa subito un altro. ANDREA CAMILLERI, 13 aprile 2006 INTRODUZIONE La sua cattura è stata la sua definitiva vittoria. Adesso la mafia davvero non esiste. È scomparsa, morta, sepolta, sommersa. E per capirlo basta guardare Bernardo Provenzano, osservarne la faccia, i vestiti che gli cascano addosso, la seconda dentiera accanto al letto. Basta rivedere le immagini trasmesse dai telegiornali sulla fine della sua latitanza. Telecamere che, come in un serial americano, indugiano sulla scena del delitto, il suo ultimo covo: un ovile sgarrupato, alcune Bibbie aperte a caso per leggere i brani sottolineati dal latitante e un mucchio di cestelli per la ricotta. Segno evidente che chi è stato preso lì deve essere finito in manette per produzione e vendita abusiva di formaggi. Poi particolari a raffica sulle sue abitudini alimentari: miele, cicoria e pecorino. Ecco il menù del capo di Cosa Nostra, anzi del presunto capo della presunta Cosa Nostra, perché è chiaro che un vecchietto del genere, un uomo che le TV raccontano così, non può essere stato a capo di niente e che anzi niente era la sua organizzazione. Infine, per qualche giorno, i soliti titoli: "È caccia ai protettori del boss", ai "nomi insospettabili", "ai complici". Già, i complici. Alcuni di loro sfilano sullo schermo, complimentandosi con le forze dell'ordine, proprio nei servizi dedicati a Provenzano, altri compaiono subito dopo, o subito prima, parlando del bilancio dello Stato o dei risultati delle elezioni. Sempre che si possa essere complici di qualcosa

7 che non c'è. Perché davvero Cosa Nostra senza la politica, senza le coperture istituzionali, senza il controllo ferreo del voto e delle gare di appalto, è solo un'arcaica banda di assassini ed estorsori destinata a essere cancellata dal tempo e dalla storia. Qui sta la grande vittoria di Provenzano: essere riuscito, con la complicità di tutti, politici, media, istituzioni, a farlo dimenticare. Per la gioia del sistema dei partiti che, negli ultimi quindici anni, dopo le stragi, dopo il sangue di Falcone e Borsellino, ha totalmente rinunciato- a selezionare le proprie classi dirigenti anche in base al rischio- mafia: da allora non è mai accaduto che un politico venisse espulso dal suo movimento perché ritenuto in rapporti con Cosa Nostra. Perché succeda devono esserci le manette e, sempre più spesso, neanche quelle. Quando i giornali (pochi) e i cittadini scoprono, con ritardo di anni rispetto agli uomini del Palazzo, i nomi di parlamentari, deputati regionali, ministri, assessori, sindaci che frequentano o hanno frequentato non occasionalmente boss e condannati per fatti di mafia, la reazione dei loro colleghi è zero. O meglio una c'è: si grida al complotto. Il principio di elementare prudenza che porta, nelle democrazie mature, a escludere ed emarginare chi ha amicizie discutibili, chi tiene comportamenti non trasparenti, in Italia non scatta mai. Eppure rappresentare gli elettori non è un semplice diritto: è un onore, ma anche un onere. Il garantismo deve valere nelle aule di tribunale, dove l'imputato va condannato solo se è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. In politica invece deve prevalere il buon senso. Tra chi è specchiato e chi ha addosso una macchia, candido solo il primo, non il secondo. Dire di un amministratore locale o nazionale «però l'hanno votato», non ha senso. La scelta andava fatta prima, nei partiti, nelle sezioni, nelle segreterie. E lo ha ancor meno adesso, da quando è in vigore una legge elettorale liberticida che impedisce ai cittadini di scegliere i propri parlamentari e li obbliga a fare una croce esclusivamente sul simbolo di un partito. Spiegava, già nel 1989, Paolo Borsellino: «Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell'ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia [...]. E c'è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l'ha condannato, ergo quell'uomo è onesto... e no! [...] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, bè ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest'uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest'uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!». Ma la politica, oggi più di prima, rivendica il suo primato. I partiti, in emorragia costante d'iscritti, non tollerano "intrusioni" da parte dei giudici o dei media. Quando nel 2005 "Report", la trasmissione di Milena Gabanelli, interrompe anni di omertà televisiva sulla mafia, ricordando che esiste ancora, che ha legami importanti, che controlla il territorio, tutto il centrodestra insorge e chiede una puntata riparatrice: non perché ci fosse qualcosa di falso o di non dimostrato (in questo caso la giornalista ne avrebbe risposto in tribunale), ma semplicemente perché, spiegano i parlamentari indossando la giacca da caporedattore RAT, la Sicilia è anche un'altra cosa. Dodici mesi prima, una replica di "Blu notte" di Carlo Lucarelli, dedicata all'omicidio di Falcone, era stata fatta saltare all'ultimo momento. Dopo poche settimane si sarebbero tenute le elezioni amministrative: non rispettava la par condicio. Totò Riina era in carcere e non lo lasciavano uscire. Provenzano avrebbe partecipato volentieri, ma era troppo impegnato a cucinare ricotte. Sì, perché è quella l'unica immagine del vecchio Padrino che è bene rimanga negli occhi degli italiani. L'immagine di una mafia antica, un po'"animale, che un tempo uccideva anche personaggi importanti evidentemente solo per il gusto di uccidere. Di tutto il resto, dei rapporti politici trasversali di Provenzano, del cassiere del suo clan, pupillo del presidente della Regione (UDC) e di un ministro UDEUR del governo Prodi, dei capimafia di Corleone da sempre amministratori dei beni di un importante deputato azzurro, del loro collega di

8 Enna, abituato a baciare sulle guance e discutere di affari con un onorevole DS, mai cacciato e anzi promosso, è meglio non parlare. Le sentenze poi vanno lasciate assolutamente perdere. Condannano in primo grado Marcello Dell'Utri per tentata estorsione insieme al boss di Trapani, Vincenzo Virga, e Bruno Vespa si dedica al delitto di Cogne e al pigiama della signora Franzoni. L'attuale senatore UDC ed ex ministro Calogero Mannino si vede appioppare cinque anni e quattro mesi in appello (verdetto poi annullato con rinvio) e a "Porta a porta" discute di calcio scommesse con Maurizio Mosca e Aldo Biscardi. Non è un caso. Se uno sa certe cose poi magari si mette delle strane idee in testa. Magari comincia a riflettere: forse, pensa, sono tutti innocenti, forse non hanno commesso reati, forse non avevano capito chi avevano di fronte. Ma se non sanno nemmeno distinguere un mafioso da un attivista di partito, perché bisogna permettere loro di amministrare la cosa pubblica? Oggi le analisi della Confcommercio dicono che l'organizzazione'capeggiata, fino all'11 aprile 2006, dal latitante corleonese raccoglie il pizzo dal 70 per cento delle attività commerciali in Sicilia (80 per cento a Palermo). L'Eurispes spiega che il fatturato complessivo delle tre mafie (Cosa Nostra, camorra e "ndrangheta) nel 2006 ha toccato il 9,5 per cento del prodotto nazionale lordo. Il Censis, dopo aver consultato settecento imprese, aggiunge che senza «lo zavorramento mafioso annuo» le regioni del Mezzogiorno sarebbero sviluppate come quelle del Nord. Ma un dato narra meglio di ogni altra indagine quello che sta accadendo: nella più moderna clinica di tutta l'isola, la Santa Teresa di Bagheria, di proprietà di un presunto prestanome di Provenzano, la Regione Sicilia versava per ogni ciclo completo di terapia antitumorale alla prostata euro. Ora, dopo il sequestro da parte della magistratura, lo stesso ciclo costa euro. E allora diventa chiaro che Cosa Nostra non conviene, che gli amministratori pubblici, collusi o distratti, vanno emarginati non per moralismo, ma per un semplice calcolo economico. I soldi che gestiscono sono nostri. La mafia però non esiste. Ormai è solo ricotta e qualche vecchia lupara. Chi può pensare che un contadino come Provenzano stringa patti con uomini eleganti, dai buoni studi e dalle raffinate letture? Nessuno. E allora abbiamo deciso di raccontare questa storia, la storia della sua latitanza e della sua presa del potere, come un romanzo. Fate conto che non sia vero niente. Ogni riferimento a fatti e circostanze realmente avvenute è puramente casuale.

9 1. I BRAVI RAGAZZI Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che dicono Partiti, senza riunione, senz'altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d'incolpare un innocente [...] al centro di tale stato di dissoluzione c'è una capitale, [...] città nella quale vivono quarantamila proletari, la cui sussistenza dipende dal lusso e dal capriccio dei grandi. In questo ombelico di Sicilia si vendono gli uffici pubblici, si corrompe la giustizia, si fomenta l'ignoranza... DON PIETRO ULLOA, procuratore generale di Trapani, 1838 Quando Nicola era entrato in banca l'orologio sulla parete di fondo segnava le undici del mattino. La filiale di Villabate del Credito Siciliano era piccolissima. Ci lavoravano appena tre persone. Due alle casse e una dentro un box di vetro e compensato. Con un cenno della testa Nicola aveva salutato i presenti e si era diretto al box dove Francesco, l'impiegato che si occupava di consulenze finanziarie, stava seduto dietro una scrivania ingombra di carte. Vedendolo, con addosso una giacca blu completamente abbottonata, Francesco si era chiesto cosa diavolo ci facesse vestito in quel modo. Lui generalmente indossava jeans e camicia. Al massimo, quando faceva freddo, una felpa pesante o un pullover di cachemire. Ma era giugno inoltrato. Fuori il termometro superava già i 31 gradi, un forte vento di scirocco alzava per strada polvere e cartacce, nei bar i camerieri servivano granite al limone e latte di mandorla ghiacciato. Insomma, in quel 2003, a Villabate era la solita estate. Nicola però non aveva la solita faccia. Nessun sorriso, la mascella serrata, tanto che per un attimo Francesco aveva persino pensato che fosse reduce da una delle sue notti brave. «Ore piccole?», stava per chiedergli. Poi si era bloccato. Sotto la giacca Nicola nascondeva qualcosa. Qualcosa che non voleva fosse ripreso dalle telecamere del circuito antirapina. Arrivato nel box aveva aperto il blazer e ne aveva tenuto allargato un lembo con la mano, come per coprire all'obiettivo l'angolo di visuale. Con l'altra aveva allungato a Francesco prima una carta d'identità e poi una fotografìa. «Fammi la cortesia di attaccarci questa fototessera e di metterci i timbri, quelli del Comune. Mi serve subito. Devo partire per un viaggio. Ci vediamo questo pomeriggio. Occhio però. Se te la trovano ti danno trent'anni di galera», gli aveva detto Nicola tutto di un fiato, con quel suo tono che non ammetteva repliche. A Francesco il cuore aveva fatto come un tonfo. Un'occhiata e aveva già capito. L'immagine, che aveva subito messo in un cassetto, ritraeva il volto di un vecchio dagli zigomi alti e le guance scavate. Un uomo dallo sguardo sofferente. Non c'erano dubbi. Non potevano essercene: era lui la "testa e l'acqua", era Bernardo Provenzano. Le 13,30, finalmente. Appena il tempo di chiudere le casse e Francesco è già in auto, diretto verso casa. Di solito non ci tornava mai per pranzo. La pausa era troppo breve e i cinque minuti di tragitto che separano Villabate dal quartiere palermitano di Pagliarelli, dove abitava, lo costringevano a sedersi a tavola e ingoiare tutto alla velocità della luce. Ma oggi era diverso. Doveva fare un piano. Aveva bisogno di tempo per pensare. «Ciao amò», gli dice Barbara un po'"sorpresa quando lui richiude a chiave la porta dietro di sé. Il suo sorriso sembra riempire la stanza. Francesco pensa che è bellissima, alta, slanciata, ancora più bella di quando l'aveva conosciuta, cinque anni prima, nella segreteria del ministro delle

10 Telecomunicazioni del governo D'Alema, l'attuale coordinatore regionale siciliano della Margherita, Salvatore Cardinale, dove Barbara lavorava. Allora era bionda. Ma nel 2000, dopo il loro matrimonio avvenuto in pompa magna a Villabate alla presenza di due testimoni di nozze d'eccezione, come il futuro presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro e il futuro ministro della Giustizia, Clemente Mastella, lei era tornata corvina. Barbara adesso è in cucina. Francesco corre in bagno. Appoggia la fototessera di Provenzano sul piano della lavatrice. Ci mette accanto la carta d'identità che gli ha dato Nicola1 e tira fuori dal portafoglio la propria. Anche per lui, che di queste cose non ci capisce niente, è evidente che entrambi i documenti sono autentici. Su quella destinata al latitante campeggia il nome di Gaspare Troia, un panettiere di Villabate padre di un amico di Nicola. Manca solo la foto. Ma attaccarcela è un casino. «Minchia, minchia, minchia», impreca mentalmente, mentre fa scorrere i polpastrelli sulla superficie ruvida della sua carta. Per fare un lavoro a regola d'arte servono i timbri dell'ufficio anagrafe. Due ne servono: quello a inchiostro e quello a secco che lascia sulle foto un piccolo rilievo. E lui non può mica andare all'anagrafe così e dire: «Che mi imprestate un attimino un paio di timbri?». Certo, molti dei dipendenti del Comune erano a libro paga. Ma all'anagrafe, in quel cazzo di ufficio, il responsabile è il marito della candidata sindaco del centrosinistra, perdente alle ultime elezioni. E Francesco sta con chi l'ha sconfìtta. Da due anni sta con Lorenzo Carandino che, grazie all'appoggio della mafia, nel 2001 si è ritrovato primo cittadino di Villabate e ha subito nominato Francesco proprio consulente, con uno stipendio di euro al mese. Per fare il lavoro dovrà dare una mano lui. Storia di un focolarino Rientrando in banca Francesco si guarda nello specchietto retrovisore dell'auto e quasi sorride. Certo che nella sua vita ne erano successe di cose. Aveva solo trentun anni, ma in fondo era come se ne avesse avuti cento. Sembrava ieri e invece era il 1991 quando lui, dopo un'infanzia trascorsa tra parrocchie, AGLI, focolarini e boyscout, era entrato nel gioco grande. «Totò questo è mio nipote, Francesco Campanella», aveva detto lo zio Giuseppe, il dentista di Villabate, quando lo aveva presentato a Salvatore Cuffaro, mentre in tavola arrivavano portate su portate e Totò distribuiva baci e strette di mano. Erano le elezioni regionali. Le sue prime elezioni. Lui e Totò si erano appartati in un angolo un poco distante dal chiasso della cena elettorale organizzata dallo zio. Con entusiasmo Francesco aveva raccontato la sua passione per la politica, i tentativi di ritagliarsi un ruolo nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana, le lunghe anticamere inutilmente trascorse nella speranza di essere ricevuto dai big. Dopo una settimana Totò lo aveva già invitato a un convegno. «Prepara un intervento», gli aveva detto. E Francesco era salito sul palco degli oratori con le gambe che tremavano e la paura di sentire la propria voce morire in gola. Ma aveva parlato. E bene. In prima fila anche il ministro dell'agricoltura, Calogero Mannino, e Saverio Romano, il segretario dei giovani DC destinato a diventare sottosegretario al Welfare nel terzo governo Berlusconi, lo avevano applaudito. Dopo quel giorno tutto era sembrato in discesa. Lui e Cuffaro erano diventati amici. Totò lo aveva fatto nominare responsabile dei giovani democristiani di Villabate e Francesco quotidianamente era negli uffici della sua segreteria o in quelli del ministro Mannino. Così Francesco si era trasformato nell'ombra di Cuffaro, aveva trascorso con lui memorabili vacanze a Pantelleria, aveva condiviso per tre anni un pied- à-terre a Roma, con Totò che dormiva nel letto e lui che si coricava sul divano; lo aveva seguito in interminabili trasferte elettorali. In qualche caso la grande diaspora democristiana li aveva momentaneamente separati. Era accaduto per esempio nel 1994 quando Francesco, dopo essere stato per la prima volta eletto consigliere comunale a Villabate, era passato nel CCD di Pierferdinando Casini e Clemente Mastella, mentre Cuffaro era rimasto nel centrosinistra. Cinque anni dopo però si erano ritrovati nell'udeur e tutto, politicamente parlando, era ripreso come prima. L'amicizia, quella no, quella non si era mai

11 interrotta. Tra lui e Totò c'era un rapporto che andava al di là della politica. Quasi da fratello maggiore e minore. Francesco ne aveva avuta la riprova nel 2000, quando Cuffaro, proprio la sera successiva al suo matrimonio con Barbara, aveva abbandonato Mastella ed era entrato nell'udc venendo poi candidato dal centrodestra alla poltrona di presidente della Regione. Francesco non se l'era sentita di seguirlo, ma Totò non se l'era presa. E anzi si era complimentato con lui quando Mastella aveva premiato la sua fedeltà nominandolo segretario nazionale dei giovani dell'udeur, una carica che lascerà solo per sopraggiunti limiti di età. Anche se non esisteva più, anche se lui aveva appena fatto in tempo a vederla morire, per Francesco la Democrazia Cristiana era ancora una grande chioccia sotto la cui ala ci si poteva sentire al sicuro. Tra gli ex DC siciliani nessuno gli chiedeva chi fosse realmente, né da dove venisse. O meglio tutti sapevano, ma tutti tacevano. Il fatto che i suoi zii acquisiti, i potenti avvocati Cottone, fossero i cugini di Michele Greco, il boss che tutti i giornali chiamavano «il papa di Cosa Nostra», non importava. In fondo anche i Cottone erano due democristiani: uno era stato sindaco di Villabate, l'altro consigliere comunale a Palermo, dove aveva militato nella corrente del sindaco Vito Ciancimino, da poco condannato a otto anni di carcere per mafia. E non importava nemmeno che Giuseppina, la cugina di Francesco, fosse figlia di Biagio Pitarresi, uno degli storici capibastone della zona, ammazzato come un cane a colpi di lupara nel Natale del Il sangue è nella normalità delle cose in certe terre di Sicilia. E Villabate è una di queste. Per raggiungerla in auto Francesco si dirige verso lo svincolo della Palermo- Catania, vede sfilare sulla destra i palazzoni del quartiere Brancaccio, lascia sulla sinistra Ciaculli, la contrada dove suo nonno era stato mezzadro in una grande tenuta coltivata ad agrumi confinante con quella del suo amico Michele Greco. Poi arriva in autostrada. Sente i pneumatici che mordono un asfalto sotto il quale Cosa Nostra ha nascosto uno dei suoi tanti cimiteri ed è subito in paese. Nel suo paese. Tra i suoi ventimila concittadini, tra la gente che, a partire dal 1994, tante volte lo ha votato. I rapporti con Nicola erano cominciati allora. A Villabate, in quel primo scorcio di anni Novanta quando si era andati alle urne mentre era in corso una guerra di mafia. Da una parte c'era il clan dei Montalto. Dall'altra c'era la famiglia mafiosa dei Di Peri. Gli attentati e le intimidazioni erano accidenti d'ogni giorno. Per strada i morti quasi non si contavano. Francesco si era candidato con la lista civica Insieme. Era stato eletto, ma subito si era reso conto che la sua cordata era sponsorizzata dai Montalto. Una sera, durante una cena organizzata tra gli aderenti per discutere le scelte politiche del consiglio comunale, si era ritrovato seduto al fianco di Enzo e Ciccio Montalto, i due boss del paese. Anche per questo, quando l'avvocato Nino Mandalà, il padre di Nicola, lo aveva contattato proponendogli di cambiare casacca e di sostenere invece una giunta guidata dagli uomini di Forza Italia, lui aveva risposto sì. E in premio aveva ottenuto la poltrona di presidente del consiglio comunale. I Montalto erano come impazziti. Lo avevano minacciato. Pesantemente minacciato. Ma dalle parole non erano passati ai fatti. Non ce n'era stato il tempo. Dopo qualche settimana anche Ciccio era stato ammazzato. In quel momento Francesco Campanella ancora non aveva ben chiaro chi fossero Nino e Nicola Mandalà. Ci avrebbe messo qualche mese per capirlo. Sapeva solo che Nino, l'avvocato, era amico - e un tempo socio - di due pezzi grossi del neonato partito di Berlusconi come Enrico La Loggia e Renato Schifani. Lo aveva visto creare dal niente il locale club di Forza Italia (uno dei primi fondati in Sicilia) e partecipare a riunioni su riunioni. Sapeva anche che il nuovo sindaco di Villabate, il funzionario della società Fininvest Promoitalia, Giuseppe Navetta, era suo nipote. E che Navetta non prendeva mai iniziative prima di averne parlato con lo zio, tanto che quando in Municipio riceveva i giornalisti non si sedeva alla propria scrivania, ma la lasciava in segno di rispetto a Mandalà. Una cosa però Francesco non la sapeva. Forse la immaginava, ma non la sapeva ancora: anche Nino Mandalà, il rispettabile avvocato con il pizzetto e il viso severo, era un mafioso. E lo era pure suo figlio Nicola, diventato uomo d'onore addirittura per volontà di Francesco Pastoia, il boss della

12 vicina Belmonte, uno dei pochi capimafia che rispondevano direttamente a Provenzano. Il socio Le 14,45, la banca riapre. Francesco telefona a Carandino, divenuto primo cittadino di Villabate nel 2001, dopo due anni di commissariamento prefettizio del Comune a causa delle infiltrazioni mafiose. Gli dice che a fine giornata lo vuole vedere negli uffici dell'anagrafe. Il sindaco risponde laconicamente: «OK». Non fa domande: sa benissimo chi è Francesco e soprattutto cosa rappresenta. Appoggiata la cornetta Francesco guarda la sua scrivania. In un dossier ci sono i conti dell'enterprise, la società della famiglia Campanella che gestisce due negozi di telefonia Tim, una sala bingo, una tabaccheria nella sala partenze dell'aeroporto Falcone- Borsellino e numerosi punti scommesse SNAI: un piccolo impero che a scorrere i bilanci sembra però sul punto di sfaldarsi. Gli incassi vanno bene, è vero. Ma c'è il problema rappresentato da Nicola: da quando hanno ottenuto la licenza per il bingo, il boss è entrato nella Enterprise come socio occulto al 60 per cento; ha trovato i locali per la nuova attività facendo segare tutti gli alberi al proprietario dello stabile che non aveva intenzione di farsi pagare l'affitto da un capomafia; ha fatto assumere se stesso e i suoi ragazzi che ora, nei punti SNAI, gestiscono anche le scommesse clandestine, e ha cominciato a prelevare contante dalle casse. Montagne di contante. Perché a Nicola Mandalà i soldi sembrano non bastare mai. Del resto ha delle responsabilità, questo è evidente: decine e decine di padri di famiglia dipendono da lui. Dopo gli arresti del 1998 e del 2001 che hanno portato in carcere gli imprenditori e gli uomini d'onore della vicina Bagheria che da almeno vent'anni garantivano la latitanza del capo dei capi, Provenzano in persona ha rivoluzionato la geografia del mandamento (l'unione di più clan mafiosi coordinati da un unico responsabile) a est di Palermo. Adesso cinque diversi paesi, Villabate, Bagheria, Misilmeri, Belmonte e Ficarazzi, stanno sotto Nicola. E lui deve versare lo stipendio ai picciotti e a tutti i familiari dei cristiani che sono in prigione: fanno seicentomila euro al mese solo in salari di mafia. Poi ci sono le spese straordinarie. Gli investimenti per acquistare centinaia di chili di hashish o cocaina che non sempre vanno in porto: una volta Nicola ha perso trecentomila euro in un colpo solo. Infine ci sono le spese voluttuarie. Anche quelle, Francesco le conosce bene. In banca i conti correnti di tutti i ragazzi di Nicola li gestisce lui e vede che solo per le proprie carte di credito il capomafia versa dai quindici ai ventimila euro al mese. La verità è che per essere un boss di Cosa Nostra, Nicola fa una vita da pazzi: grandi alberghi - a Milano, dove va di continuo, scende al Gallia -, vacanze alle Seichelles, a Miami, a Montecarlo e Saint- Vincent; viaggi che chiama di «lavoro» a New York, puntate in Venezuela sempre e solo rigorosamente volando in business class. Poi c'è la moglie che, avendo sposato uno come lui, non si fa problemi a chiamare la sala bingo per farsi portare a casa del contante. E infine c'è Tiziana, l'altra donna, quella che a Nicola darà un figlio. Sono soldi, tanti soldi anche per lei. Le regole di Cosa Nostra impedirebbero a un boss di comportarsi così. Questo lo sa anche Francesco. Lo ha letto sui libri e sui giornali. Gliel'hanno spiegato i suoi parenti di rispetto: c'è chi per aver tradito la moglie si è ritrovato tre metri sotto terra. Ma Nicola se ne fotte. Pensa di essere intoccabile. O forse, ma questo lo ammette solo quando chiacchiera con Tiziana di fronte a una riga di cocaina, sente di avere poco tempo: la vita, la sua vita, gli sta sfuggendo come sabbia tra le mani e non si può fare più niente per fermarla. Fatto sta che i conti dell'enterprise sono un disastro. Ancora una volta per tamponare la situazione Francesco dovrà smobilitare, a loro insaputa, i portafogli titoli dei clienti della banca che lo hanno scelto come consulente. Perfino quelli degli amici e dei suoi nonni. Riesce così a rastrellare più di un milione di euro2. Intanto anche Nicola è d'accordo. Appena gli andranno in porto certi suoi prossimi affari, l'ha giurato, ripianerà l'ammanco. Ma già oggi il buco supera il milione e

13 trecentomila euro. Al Credito Siciliano per fortuna nessuno sospetta di nulla. Francesco è un uomo in vista, uno rispettato. È un politico e su quella poltrona oltretutto ci siede perché è stato raccomandato direttamente dal presidente della Regione, Totò Cuffaro. E poi, anche se qualcosa dovesse andare storto, ci penseranno Nicola e i suoi ragazzi a convincere la clientela truffata a non sporgere denuncia, O almeno questo è ciò che Francesco spera. Per il momento però il problema impellente è un altro. La carta d'identità del capo dei capi. «Andate pure, a chiudere tutto ci penso io», dice agli impiegati il sindaco Carandino quando entra con Francesco Campanella negli uffici dell'anagrafe. Poi si mette in piedi sulla porta a fare il palo. Sa solo che Francesco deve timbrare un documento. Di chi sia e a che cosa serva non lo sa e nemmeno vuole saperlo. Francesco è l'uomo che lo ha fatto eleggere, è il contabile dei Mandalà e questo gli basta. Campanella fruga nei cassetti, passa freneticamente da una scrivania all'altra. È tutto sudato. Si toglie la giacca e continua a cercare. Niente, niente, non trova niente. I timbri per le carte d'identità, quando arrivano le cinque del pomeriggio, vengono chiusi in cassaforte. E lui non ha la combinazione. Ma non può mica presentarsi da Nicola a mani vuote: quello lo ammazza. Francesco sente il panico che a poco a poco si allarga partendo dalla bocca dello stomaco e annusa l'odore della propria paura. Sì, perché la paura ha un odore. Sì, perché Nicola Mandalà è un amico, ma è anche un capomafia e il suo potere, o meglio buona parte del suo potere, si fonda sul ricatto e la paura. Calma, ci vuole calma. Intanto incolliamo la foto. Con cura. Ecco, così va bene. E i timbri? Bè, tra le carte, nascosto dietro un cumulo di cartellette gialle e rosa, ce n'è uno a inchiostro. Ha un diametro più grande di quello previsto dalla legge, ma almeno è del municipio di Villabate. Un colpo e, in un angolo della foto, si allarga una macchia scura. Forse può funzionare. Quello che adesso manca è il timbro a secco. Francesco tira fuori di tasca una moneta da venti centesimi. La preme con forza sull'immagine del Padrino. Poi prende la carta d'identità tra pollice e indice della mano destra, stende il braccio e la osserva in controluce: il risultato è uno schifo. Anche un bambino si accorgerebbe che quel documento è taroccato. «Andiamo, ho finito», dice al sindaco con il tono di chi sta per salire sul patibolo. La mafia al supermercato Nicola Mandalà attende Francesco al centro commerciale Corvaia, appena fuori dal paese, assieme a Mario ed Ezio4, i suoi inseparabili guardaspalle. Erano sempre in gruppo quei tre. Di giorno come di notte. A volte andavano anche a donne assieme: tiravano su delle ragazze dell'est, delle entraìneuse, le caricavano sulla BMW X3 del capomafia e le portavano al Jolly Hotel di Palermo. Quando accadeva Nicola tornava in paese stravolto e restava a casa anche due giorni prima di riprendersi. Ma ora il boss sembra tranquillo, anche rispetto alla mattinata. Il suo volto ha ripreso quei lineamenti paciosi che tanto lo fanno somigliare a una versione appena più magra e più giovane (ha solo trentaquattro anni) di Sasà Salvaggio, il comico siciliano che ha pure condotto "Striscia la notizia". «Olà, Francesco», saluta sorridendo mentre si distacca dai due picciotti. Il tempo di un doppio bacio sulle guance e i due sono già dentro il vasto capannone del Corvaia, il posto che Nicola chiama «il mio ufficio». Non che quel centro commerciale sia realmente suo. I proprietari, titolari di molti dei megaempori sparsi per la Sicilia, sono però degli amici. Qualche anno prima, dopo aver chiesto a Cosa Nostra la dovuta autorizzazione, hanno aperto anche a Villabate. Nicola garantisce la protezione, loro hanno assunto i suoi raccomandati e gli permettono di utilizzare a piacimento tutti i locali, dai depositi agli uffici. L'operazione Corvaia è andata così bene che i Mandalà, padre e figlio, adesso pensano di replicarla in grande, mettendo a segno il colpo che avrebbe sistemato per sempre la famiglia, anzi tutte le famiglie di mafia della zona: la costruzione da parte di una società di Roma, la Asset Development, del più grande ipermercato Auchan di tutta l'isola. Un centro commerciale enorme,

14 con tanto di cinema multisala della Warner Bross, che avrebbe ospitato centinaia di negozi. Con la società di Roma sono stati conclusi accordi precisi. Nicola è perfino andato fino a Vimercate, in provincia di Milano, per vedere un megastore che i romani hanno già edificato. I suoi uomini sono stati sguinzagliati sull'area scelta dal Comune per il nuovo centro e, con le buone o con le cattive, stanno convincendo a vendere i 152 proprietari dei diversi appezzamenti di terreno. Francesco è stato nominato consulente del sindaco Carandino proprio per seguire l'affare. Ha illustrato il progetto al presidente della Regione Cuffaro, mentre sui funzionari di Villabate e alcuni consiglieri comunali stanno per piovere o sono già piovuti decine di migliaia di euro di tangenti. Il denaro è stato versato grazie a una serie di fatture per consulenze fittizie emesse in favore della Asset Development da una off shore maltese che si occupa di telecomunicazioni, la Ti & T, aperta dall'ex sindaco socialdemocratico di Catania Angelo Lo Presti. A individuarla è stato Francesco. Il figlio di Lo Presti è un suo amico ed è il capo di gabinetto dell'europarlamentare Raffaele Lombardo, il fondatore del Movimento per l'autonomia, che nel 2005, alleandosi con la Casa delle Libertà, permetterà al centrodestra di vincere le elezioni comunali proprio a Catania. Francesco ha scelto la Ti & T di Malta perché gli hanno raccontato che in passato era stata utilizzata per foraggiare con una "maximazzetta addirittura due ministri5 che si erano occupati della gara per l'assegnazione delle licenze per i telefonini UMTS. Lui non sa se sia vero. Nel mondo della politica si dicono tante cose. È certo però che anche l'ipermercato di Villabate è un bel business. A operazione conclusa l'intero investimento, finanziato da un fondo pensione tedesco, sarà di duecento milioni di euro. Francesco e Nicola adesso passeggiano per l'ala destra del centro Corvaia, la parte transennata e chiusa al pubblico, perché sono in corso dei lavori di ristrutturazione. Lì, in un corridoio così ampio da sembrare la navata centrale dello Spasimo di Palermo, Francesco spiega al capomafia l'accaduto. Gli dice di non aver trovato i timbri, di aver fatto il meglio che ha potuto. Insomma si giustifica e timoroso gli restituisce la carta d'identità: «Guarda, non è che ho ottenuto un gran risultato». «Ma, è... è perfetta, va benissimo». «Perfetta? Davvero? Scusa Nicola, ma a voi che vi serve?». «È per lo zio, u ziu Binu». Francesco resta un secondo in silenzio. Che il documento fosse destinato a Provenzano lo aveva già capito da solo quella mattina in banca. In passato, del resto, quando Nicola gli aveva parlato di decisioni prese «dalle alte sfere», di «autorizzazioni», di «occhi dall'alto», aveva pensato che si riferisse ai capi di Cosa Nostra. Ma non al «vertice». Avere la conferma, così su due piedi, che tra il boss dei boss, il latitante che tutti cercavano (o avrebbero dovuto cercare) da quarantanni, e il suo amico c'erano rapporti diretti, bè lo lascia quasi senza parole. «Scusa, ma con lui viaggiate così in tranquillità?». «Come abbiamo sempre fatto, da tre anni a questa parte. Io lo porto in giro in macchina, però questa volta lo dobbiamo portare all'estero perché si deve operare e abbiamo bisogno di questa carta d'identità». A Nicola che il documento sia stato palesemente falsificato non importa nulla. Tanto servirà solo in ospedale. Provenzano ha un tumore alla prostata e l'intervento sarà eseguito a Marsiglia. La Regione Sicilia rimborsa i ricoveri nelle strutture private, anche se avvengono oltre frontiera. Alla USL 6 di Palermo i documenti che accreditano Troia, l'alias del capo dei capi, sono già pronti. La carta d'identità sarà insomma mostrata solo al momento dell'accettazione: improbabile che in Francia si accorgano di qualcosa. L'unico rischio sono le forze dell'ordine italiane. Così Nicola preferisce essere prudente. Chiede a Francesco di procurargli tre telefonini. Li vuole «vergini», cioè con delle schede SIM mai utilizzate prima, «carichi di denaro», cioè con la possibilità di fare chiamate per almeno duecentocinquanta euro per ciascuno e «senza documento». Ma è impossibile: quando in negozio ci si collega al sito della Tim per attivare una nuova utenza, sul computer si apre una schermata in cui i campi che contengono i dati anagrafici del proprietario sono obbligatori. E non si possono fare eccezioni, per nessuno. perfino il presidente Totò Cuffaro, quando si è rivolto a lui per avere degli apparecchi cellulari da usare privatamente, li ha fatti intestare a una segretaria e allo stesso Francesco Campanella. Così, alla fine, Nicola si convince e decide di utilizzare i

15 documenti di Tiziana, la sua amante, e quelli di un amico, un imprenditore che spesso funge da suo prestanome. Due persone facilmente riconducibili a lui. Tre anni dopo sarà proprio l'analisi del traffico telefonico di quei cellulari a raccontare agli investigatori della squadra mobile di Palermo e del Servizio Centrale Operativo (SCO) della polizia, coordinati dai PM Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Marzia Sabella e Maurizio De Lucia, il resto della storia. In viaggio con lo zìo L'appuntamento è fissato alle 5,30 del mattino del 30 giugno Bernardo Provenzano a quell'ora è già in piedi da un pezzo. Col passare degli anni ha ripreso le abitudini di suo padre Angelo che, cinquanta chilometri più a sud, nel primo dopoguerra, faceva il bracciante nelle terre di Corleone: sveglia prima dell'alba, una preghiera e il segno della croce. Il Padrino si muove a fatica. Sente le gambe pesanti, ha problemi di circolazione e di fegato. Quando va in bagno, la prostata spesso lo fa urlare dal dolore. Segue una dieta ferrea: carne alla brace, pesce e verdure. S'imbottisce di farmaci, ma ormai le pastiglie servono a poco. Bisogna per forza intervenire. In un primo momento i boss a lui più vicini avevano ipotizzato di farlo operare a Bagheria, nella clinica di Michele Àiello, un ingegnere religioso e ricchissimo, talmente ricco da figurare nei primi cinque posti tra i contribuenti siciliani, amico di mafiosi e politici. Lui però si è opposto. Non per Àiello e nemmeno per la sua clinica. La struttura, grazie ai generosi contributi della Regione (Àiello è legatissimo a Totò Cuffaro), è all'avanguardia nella lotta contro il cancro. Provenzano, invece, teme le indagini. Tra il 2001 e il 2002 microspie e telecamere nascoste sono diventate una sorta d'ossessione. «Attenti alle coppiette, pericolo. E soprattutto attenti ai cacciatori. Possono essere sbirri», ha ripetuto in molte riunioni spiegando che d'ora in poi i summit mafiosi nel periodo della caccia sarebbero stati vietati6. Poi con uno scanner miniaturizzato, che gli ha regalato proprio Nicola Mandalà, ha preso l'abitudine di bonificare personalmente gli ambienti in cui s'incontra con gli altri capimafia o le macchine a bordo delle quali si sposta. E ha invitato esplicitamente gli altri uomini d'onore a fare lo stesso. Il 15 aprile 2002, in un messaggio sequestrato a uno dei suoi complici, Provenzano scrive in un italiano approssimativo: «Facci guardare se intorno all'azienda, ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicino ho distante falli impegnare ad'osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né dentro, né vicino alle macchine, anche in casa, non parlano ad alta voce, non parlare nemmeno vicini a case, ne buone né diroccate, istruiscili, niente per me ringraziamenti. Ringrazia a Nostro Signore Gesù Cristo.» Nessuno ironizza per questa sua mania. A causa delle cimici Provenzano ha visto finire in prigione uno dopo l'altro gli uomini più fidati: Pino Lipari7, un ex geometra dell'anas incaricato di fare da collettore delle tangenti versate dalle imprese e da tramite con il mondo politico e istituzionale; Tom maso Cannella, il boss di Frizzi, cugino del deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante8, un radiologo da molti considerato uno dei dirigenti più influenti tra gli azzurri siciliani; il capomafia della famiglia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, un altro medico, un tempo aiuto primario di Chirurgia all'ospedale Civico9, intercettato nel salotto di casa mentre parlava con Domenico Miceli 10, assessore alla Sanità del Comune di Palermo e grande speranza dell'udc. E poi tutti, o quasi, gli imprenditori di Bagheria legati a Cosa Nostra, i manager che per anni avevano protetto la sua latitanza ricevendo in cambio la garanzia di vittorie a raffica nelle gare d'appalto pubbliche. Anche per questo Provenzano ha detto no all'operazione nella clinica di Aiello: Bagheria è la sua roccaforte, lo sanno tutti, meglio stare alla larga da quel paese. Anche per questo Provenzano è ormai nelle mani di un ragazzo come Nicola Mandalà e -quando arriva sera lo pensa sempre più spesso - in quelle di Dio. Ma ormai è tardi. Bisogna partire. Prima di salire in auto al fianco di Nicola, il boss da un ultimo

16 sguardo alle campagne di Villabate, poi si siede silenzioso. Il 31 gennaio ha compiuto settant'anni, tanti, perfino troppi per un capo. Da sempre, in Cosa Nostra, quelli che hanno l'onore d'incontrarlo gli danno del voi, lo chiamano vossia. Ma lui sa benissimo che appena gli voltano le spalle per loro ormai è solo "il vecchio". Alle 8,33 la macchina stracarica di bagagli si trova nel territorio di Spadafora, in provincia di Messina, alle 10,23 è in Calabria, alle 23,15 è ad Albenga, provincia di Savona, vicino al confine con la Francia. Durante il viaggio Provenzano chiacchiera e dorme spesso. Quando non usa il dialetto, parla un italiano sorprendentemente perfetto. Ad ascoltarlo, mentre racconta dei tempi belli, degli anni in cui con Luciano Liggio e Totò Riina erano partiti da Corleone per conquistare prima la Sicilia e poi l'italia, è difficile credere che sia davvero lui l'autore di quei pizzini, di quei foglietti di carta contenenti le sue sgrammaticate disposizioni, che tante volte sono stati sequestrati dagli investigatori. A scuola c'è andato poco, è vero. A otto anni era già nei campi a faticare. A far di conto, invece, glielo ha insegnato un suo concittadino illustre, Vito Ciancimino, che a Palermo sarebbe stato prima assessore e poi sindaco DC. Ma in quarantanni di latitanza ha letto molto: giornali, riviste, libri sulla mafia e sulle tecniche d'indagine. Testi di medicina alternativa che lo hanno fatto diventare un cultore delle cure omeopatiche. Ogni giorno poi ha studiato la Bibbia, anche per questo i suoi messaggi si concludono quasi sempre con la frase: «Vi benedica il Signore e vi protegga». È insomma davvero sorprendente che un uomo come lui, senza licenza media, ma intelligentissimo, continui a fare incredibili errori di ortografia, sintassi e grammatica. E infatti buona parte di quegli sbagli sono sbagli voluti. Provenzano, che è sempre stato un gran "tragediatore", un maestro del doppio gioco e della menzogna, scrive così per rendere più difficile la sua ricerca da parte delle forze dell'ordine. Anche la Procura di Palermo lo sa.11 Se ne è resa conto già da quattro anni ascoltando le conversazioni registrate in carcere tra il prestanome e amico dello zio Binu, Pino Lipari, e il figlio Arturo. Allora, anche se si trovava in prigione, Lipari riusciva a far uscire dalla casa circondariale, attraverso la biancheria sporca, delle lettere dirette al capo dei capi. I messaggi venivano trascritti dal figlio che poi li inviava a Provenzano attraverso dei parenti. Il 15 gennaio 1999 gli investigatori sentono Pino Lipari ordinare ad Arturo di redigere i pizzini in modo che, in caso di sequestro, non siano riconducibili alla loro famiglia. E a mezze, ma inequivocabili, parole spiegare che così si comporta pure Provenzano, il quale proprio per questo non è mai stato arrestato: «Il pizzino] lo devi rivedere in modo che non ci sia una conducibilità a noi... su quello che scriviamo, è giusto?... per esempio io [non] scriverei "a mio figlio Arturo"». «...no, va bè, non glielo metto papà...». «Io magari cerco di fare il tutto per renderla... il più possibile, però tu che sei estraneo a quella situazione quando lo rivedi lo... è scritto mezzo sgramma... "sgrammaticatizzo": è fatto apposta non... hai capito? [Bisogna] sbagliare qualche verbo, qualche cosa e... in modo che dice... certe espressioni tipiche di lui [Provenzano], mi hai capito Arturo?... perché... non lo pigliano a lui... perché se non gli dicono è là [se qualcuno non fa una soffiata dicendo dove si nasconde], non lo trovano». Italiano storpiato apposta, cambiamenti continui d'abitazione, nessuna telefonata, frasi sussurrate a mezza voce: è dura la vita del latitante nel terzo millennio. Il 9 maggio 1963, quando tutto era iniziato, tutto era diverso. Non esistevano le microspie, i telefonini, gli apparati per localizzare via satellite il percorso delle automobili. E non esisteva neanche la mafia. Almeno per la legge che solo nel 1982, dopo l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, introdurrà il reato d'associazione per delinquere di stampo mafioso. Quel 9 maggio di quarantanni prima, in una mattina dal cielo terso come questa, Bernardo e suo fratello Giovanni si erano ritrovati in strada a Corleone con Giuseppe Ruffino e Calogero Bagarella. Vestiti di scuro, con la lupara in spalla, i quattro uomini del boss Luciano Liggio si erano diretti verso via San Michele per far fuori Francesco Paolo Streva, uno degli ultimi superstiti del clan che faceva capo a Michele Navarra, sindaco democristiano e medico condotto di Corleone. «Ciccio», gli aveva urlato Bernardo. Ma Streva non si era ancora voltato che già stava scaricando loro addosso i

17 caricatori di due pistole. Provenzano si era messo a correre. La sua fuga, la lunga fuga di zio Binu, era cominciata così. Non per sfuggire alla legge, ma alla morte. Poi i carabinieri erano andati a cercarlo a casa. Non lo avevano trovato e lui era stato dichiarato prima «irreperibile» e infine ufficialmente latitante. Streva, assieme a due compari, era invece stato ucciso cinque mesi dopo. Il suo nome era andato ad aggiungersi a una lunga lista di cadaveri della faida scoppiata nel 1954 tra Navarra e Liggio, suo ex luogotenente. Da allora, nel giro di soli quattro anni, a Corleone erano sfilati i feretri di 153 persone, tutte morte ammazzate. Un massacro continuo, con cifre da guerra civile. In proporzione se a Milano qualcuno si prendesse la briga di emulare le gesta di Liggio, Provenzano e soci, dovrebbe assassinare ventimila persone. Anche di fronte a questi numeri però non era successo niente. Bernardo aveva trovato rifugio in una masseria del fratello del sindaco DC di Frizzi, ma quando erano arrivati i carabinieri, di lui, ovviamente, non c'era più traccia. Nel 1965 la scena si era ripetuta in Piemonte. Un infiltrato della squadra mobile di Torino assicurava che Binu era a Venaria Reale, ma la soffiata era rimasta senza esito. Come sempre Provenzano non si era mosso dalla Sicilia. Si trovava a pochi chilometri da Palermo, a San Giuseppe Jato, dove un giovanissimo Giovanni Brusca, l'uomo che nel 1992 premerà il telecomando della strage di Capaci, gli servirà per mesi il pranzo. A quell'epoca lui e Liggio erano inseparabili. Proprio come Nicola Mandalà, il boss ragazzino che adesso sta guidando l'auto che lo porta a Marsiglia, si sentivano intoccabili. Talmente intoccabili che quando nel catanese Liggio viene denunciato da un vicino di casa perché ha l'abitudine di prendere il sole nudo, sarà Bernardo12 a presentarsi sotto falso nome in una caserma dell'arma per convincere i militari a chiudere un occhio. La situazione è così tranquilla che nel 1969 Provenzano per farsi operare alla tiroide entra in clinica a Palermo circondato dalle amorevoli cure di amici e parenti. Allora, del resto, gli unici pericoli venivano dall'interno di Cosa Nostra. Nei primi anni Settanta è il boss di Cinisi, don Tano Badalamenti, a far sapere alle forze dell'ordine che in paese Saveria Benedetta Palazzolo, la compagna del latitante corleonese, sta costruendo una casa destinata a ospitare la famiglia dello zio Binu. L'informazione manda a monte l'affare, ma Provenzano quel giorno capisce la lezione. A volte per far fuori un avversario non è necessario sparargli. Basta una soffiata precisa. Ecco, questo è quello che Nicola Mandalà deve ancora imparare: a non far rumore. Se si vuol far vivere questa Cosa Nostra, bisogna muoversi in punta di piedi. Le stragi di mafia del '92-93, gli assassini di Falcone e Borsellino, che pure Provenzano ha voluto, hanno combinato un danno da cui è ancora difficile riprendersi. Per questo lo zio per tutto il viaggio continua a ripetergli: «Basta attentati, basta omicidi, siamo noi a dover fare impresa. Ci sono tanti modi legali per fare soldi, ricordalo»13. «Sì parrino», annuisce Nicola, mentre Bernardo si chiede se non sarà proprio questo boss ragazzino e la sua ansia di bruciare tutte le tappe a portarlo alla rovina. Ma ormai la loro auto ha superato Ventimiglia, è già in Francia. La Sicilia è lontana quasi un giorno di viaggio, meglio lasciare lì i cattivi pensieri. Il 2 luglio Provenzano viene visitato prima alla clinica La Licorne di La Ciotat, un paese della Costa Azzurra a una quarantina di chilometri da Marsiglia. E poi a La Casamance di Aubagne. Il paziente pesa sessantasette chili, è alto un metro e sessantotto, porta la dentiera e presenta un quadro medico complicato. A zio Binu fa da interprete una signora francese sposata con un siciliano di Villabate. La donna dice di essere la nuora e spiega al chirurgo che il suocero ha dimenticato in Italia le proprie cartelle cliniche. Le analisi evidenziano subito che Provenzano è affetto da epatite C e B. Per quanto riguarda la prostata è Invece necessario effettuare una biopsia. Il 7 luglio, alle 17, zio Binu viene ricoverato, il giorno dopo la diagnosi conferma quello che già sapeva: è un tumore. In clinica vorrebbero intervenire subito, ma lui non può. Tra operazione e degenza andrebbero via almeno tre settimane, lo zio sembra però infastidito e dice ai medici che ha delle faccende urgenti da sbrigare, L'11 luglio si fa dimettere e torna in Sicilia. Sarà di nuovo in Francia, promette, a inizio autunno.

18 La carta d'identità preparata da Francesco Campanella ha funzionato alla perfezione, nessuno ha avuto nulla da eccepire. Durante il corso della prima breve degenza del Padrino, Nicola Mandalà tutte le sere è andato a Cassis, per giocare al casinò. È il suo modo di rilassarsi: al tavolo verde riesce finalmente a non pensare. Del resto ha bisogno di una pausa, quando tornerà in paese avrà molto lavoro da fare. Piccoli omicidi senza importanza Due mesi dopo, alle 14,30 del 30 agosto, Villabate è scossa dalla notizia della morte di Antonino Pelicane, trentatré anni, commesso nel negozio di ferramenta dello zio. Pelicane viene ucciso a Palermo a colpi di calibro 38. Due killer col casco, a bordo di uno scooter, lo inseguono nel dedalo di viuzze del quartiere di Settecannoli, lui che guida una Smart non riesce a seminarli. L'ultima cosa che vede è l'immaginetta sacra sistemata sul parabrezza: «Volto santo di Gesù proteggimi». Pelicane, cognato di un boss, in passato è stato indicato da un pentito come vicino alla cosca dei Montalto. E vicino ai Montalto è anche un altro ragazzo di Villabate scomparso in quegli stessi giorni, vittima di lupara bianca. Il paese è tutto un cupo rincorrersi di voci. Il tam tam dice che a uccidere sono stati i killer di Nicola Mandalà e il 5 ottobre 2004 fa lo stesso nome quando a cadere è l'imprenditore Salvatore Ceraci, quarantotto anni, già condannato in primo grado per mafia e ora in attesa dell'appello. Anche in questo caso non ci sono testimoni. In corso dei Mille, la grande strada che da Palermo porta a Villabate, tagliando in due il quartiere Brancaccio, come al solito tutti hanno visto, ma nessuno vuole parlare. La moglie di Ceraci dice solo: «Non dovevi fare questa morte, la misericordia del Signore ci deve illuminare». In Questura arrivano però pacchi di lettere anonime: raccontano tutte che Nicola, omicidio dopo omicidio, si sta pulendo i piedi. Senza dire nulla a Provenzano lui e Francesco Pastoia, il boss di Belmonte che sta per rientrare in prigione per scontare un residuo di pena, hanno deciso di regolare i vecchi conti. Tanto trambusto finisce per attirare l'attenzione degli investigatori. La squadra mobile, subito dopo l'agguato d'agosto a Pelicane, mette sotto controllo decine di telefoni e nasconde un po'"dappertutto centinaia di microspie. Per i bravi ragazzi di Villabate è iniziato il conto alla rovescia. Il 30 settembre, quando Nicola e Provenzano ripartono alla volta della Francia, l'indagine sulla cosca dei Mandalà è già aperta. Ma si è solo alle battute iniziali, nessuno è ancora in grado di decifrare il reale significato di decine di criptiche intercettazioni che, rilette a posteriori, racconteranno molti retroscena dell'ultimo viaggio del boss dei boss. Il 2 ottobre lo zio Binu è di nuovo a Marsiglia dove resterà fino al 21 novembre. Lo sottopongono a una serie di analisi e lui scopre che l'intervento non verrà eseguito immediatamente. Un'assenza dalla Sicilia così lunga non è nei piani. Nicola Mandalà, che ai medici si presenta come suo figlio, si altera, alza la voce, ma non c'è niente da fare. I tempi tecnici sono quelli: Provenzano, alias Gaspare Troia, entra in ospedale il 22 ottobre, questa volta nella clinica, La Casa- mance di Aubagne, sempre in Costa Azzurra, da dove viene dimesso alle dieci del mattino del 4 novembre dopo essere stato operato due volte: prima alla prostata, poi per un problema alle ossa. Il dottor Christophe Lecoq gli consegna una lettera destinata al suo medico di fiducia: Caro Collega, ho preso in cura il signor Troia per una lesione dell'omero sinistro, che rientra nell'ambito di una patologia prostatica. Il bilancio tramite TA e scintigrafia metteva in evidenza una lesione tumorale e nodulo di calcificazione del terzo superiore dell'omero. Ho effettuato una biopsia chirurgica e un riempimento con il cemento. I risultati cui perverremo da qui a tre settimane circa, forse confermeranno l'origine prostatica di queste lesioni. Resto a vostra disposizione per ogni informazione complementare. Cordiali saluti. Per tutta la durata della trasferta al fianco del malandato latitante si è alternata una variopinta pattuglia di siciliani. Nicola Mandala si è fatto raggiungere da Ezio, il suo vice, e da altri uomini d'onore del mandamento.

19 Stando con loro zio Binu sembra quasi ringiovanire di dieci anni e si abbandona perfino a qualche spacconata. Prima di entrare in clinica porta tutti a cena da don Corleone nella zona del Vieux Port di Marsiglia: caponata, rigatoni, involtini, menù tipico dell'isola, cucina d'alta scuola. Alle pareti sono appesi vecchi cimeli siciliani e pure una maglia rosanero del Palermo Calcio. Alla fine il Padrino si congratula col proprietario del locale, un corleonese DOC che da ragazzo ha lasciato la Sicilia per trasferirsi in Francia: «Sono contento di aver mangiato le nostre specialità tipiche. Oggi è difficile trovarle persino sul posto». Di fronte ai complimenti il ristoratore offre una bottiglia e si siede a fare quattro chiacchiere. «Piacere, sono Alfredo Mauro». «Piacere sono Provenzano». «Come Bernardo?». «Della famiglia...». Al casinò, dove vanno dopo aver riaccompagnato il boss a casa, ripensando alla cena, Nicola ed Ezio ridono di gusto. Mandalà è soddisfatto perché ormai il suo potere in Cosa Nostra è destinato ad aumentare a dismisura. Con il vecchio per le mani nessuno oserà più opporsi. Ezio è felice perché sta per arrivare il suo momento: di lì a pochi giorni sarà combinato uomo d'onore secondo l'antico rito deìlapunciutina. Anche se parlano inglese, vestono abiti firmati e trascorrono ore e ore davanti alla playstation, per i bravi ragazzi di Villabate il tempo, almeno in questo senso, sembra essersi fermato. Il rito Nicola: «Prendi la santina...». Tiziana: «Per fare?». «Ti faccio vedere come si fa...». «Sì... ti devi fare uscire il sangue?». «Perché, io ti ho detto che esce il sangue?». «Sì!». «Ti ho raccontato pure questo?». «Sì!». «Per filo e per segno? E com'è?». «Si punge il dito, esce il sangue e si passa nella santina... forse il sangue?». «E poi?». «E poi non me lo ricordo più... come si fa...». «E poi si gira... e poi si prende, ci si da fuoco, si passa da una mano all'altra e devi ripetere tre volte: Se tradisco Cosa Nostra, le mie carni diventeranno cenere come questa cosa, tre volte la stessa frase...»13. I registratori della Questura di Palermo funzionano a pieno ritmo quando Nicola Mandala svela a Tiziana i segreti del rito con cui è stato iniziato il suo amico Ezio. Non c'era niente da fare, tutte le volte che era con lei Nicola non riusciva a stare zitto. Sarà stato perché Tiziana aveva solo ventiquattro anni; o perché era così diversa da sua moglie, disposta esclusivamente a criticare e, pur di averlo solo per sé, perfino ad augurarsi che venisse arrestato di nuovo come era già accaduto nel 1995, ma ormai le cose stavano così: Tiziana era la sua donna. Se fosse successo ancora, se ancora una volta gli sbirri gli avessero fatto scattare le manette ai polsi, Tiziana avrebbe saputo aspettare, n'era sicuro. Quante volte le aveva raccontato della sua prima galera, di quella strana sensazione che ti afferra il petto mentre ti sbattono contro il muro per le foto segnaletiche. Del nodo che ti chiude l'intestino, quando in cella gli altri detenuti ti dicono sorridendo buona sera, e dell'angoscia che ti prende a pensare che, forse, la porta scrostata di ferro e acciaio chiusa dietro di te la dovrai vedere per trent'anni. Ma allora gli era andata bene. Nicola era stato assolto. Uccio Barbagallo, il pentito che lo accusava d'omicidio, aveva riferito le confidenze ricevute da un uomo d'onore di Bagheria. Quello però con

20 Barbagallo aveva "babbiato", l'aveva preso in giro. Mam- mazzatina l'aveva fatta un altro e Nicola Mandala era perfino riuscito a dimostrarlo: il giorno del delitto era in nave, con tanto di cabina prenotata, un alibi perfetto. E poi, a rifare l'immagine di Nicola ci aveva pensato un prete antimafia: don Giacomo Ribau- do, il parroco della Magione, la chiesa in cui si sarebbe sposato Francesco Campanella. Don Ribaudo a Palermo era molto conosciuto. Era un religioso sempre in prima fila nelle manifestazioni contro Cosa Nostra. Era un sacerdote che aveva scritto a Totò Riina per invitarlo a «rinascere», e a Tom maso Buscetta per sostenere la sua scelta di collaborare con la giustizia. Era un prete che già nel 1994 aveva rivelato come molti boss in confessionale gli avessero detto di essere disposti a percorrere la strada della dissociazione: cioè a confessare i propri delitti senza accusare altre persone. Don Ribaudo però era anche amico dell'avvocato Nino Mandalà, il padre di Nicola. Quando aveva visto Uccio Barbagallo, che da adolescente era uno dei suoi boyscout, buttarsi pentito e far finire in prigione trentaquattro cristiani tra Villabate e Bagheria, il religioso aveva scritto una lunga lettera aperta a un quotidiano locale. Aveva scongiurato Barbagallo «in nome di Dio e della vecchia amicizia, d'essere se stesso, di ubbidire alla coscienza solamente, di non prestarsi ad alcun gioco». Lo aveva persino pregato di «ritrattare» qualora fosse stato «impreciso o, addirittura, falso». Poi, in un'intervista finita su tutti i giornali, aveva spiegato di ritenere possibile che dietro il suo pentimento ci fosse la volontà di colpire il padre di Nicola, a quell'epoca coordinatore di Forza Italia in paese: «A Villabate è in corso una sanguinosa faida tra cosche. Esiste il rischio che le dichiarazioni del pentito possano essere state determinate dalla vendetta o da speculazioni di altro genere. E dico questo pur non avendo io alcuna simpatia per quella formazione politica». Eh sì, aveva proprio dato una bella mano l'ingenuo don Ribaudo. I due Mandalà, dopo la scarcerazione di Nicola, avevano potuto tornare a farsi vedere pubblicamente in piazza a Villabate per dire di essere vittime dei soliti giudici comunisti. La loro popolarità era aumentata a dismisura. Nel 1997 l'arresto di un loro cugino, il primario ortopedico di un ospedale di Palermo accusato di aver curato un boss latitante16, a cui era seguito un anno dopo addirittura quello dello stesso avvocato Nino Mandalà, per tutti in paese era stata solo la prova di un'orrenda persecuzione. Il carcere a Nicola era comunque servito: per due anni era stato zitto, non aveva detto una parola. In Cosa Nostra la considerazione nei suoi confronti era aumentata. Col tempo era stato giudicato degno di entrare a far parte a pieno titolo dell'organizzazione: era stato combinato. E adesso era riuscito a far lo stesso con Ezio, al secolo Ignazio Fontana, il suo migliore amico. Per gli altri ragazzi del gruppo, per la dozzina di picciotti che a Villabate prendevano ordini da lui, ci voleva invece ancora tempo. Mario, per esempio, anche se era di fatto la sua ombra, non veniva considerato ancora maturo e, certe volte, Nicola pensava che non lo sarebbe stato mai. Era difficile spiegare il perché di questa differenza. Ma era così. Anche Tiziana fatica a seguirlo. Il suo volto da bambina è percorso come da una ruga pensosa, mentre Nicola tenta di chiarire la diversa posizione rispetto a Cosa Nostra dei due amici. Nicola: «Ezio a te ti vuole bene vero, anche perché sa quanto ci tengo io a te [...] lui ci pensa, cioè mi vede e dice... minchia... capito!! Ma comunque io ormai ho fatto tutto per lasciarlo anche a lui bello che...». Tiziana: «Sistemato...». «Sistemato nel senso che anche senza di me ormai lui possa camminare [cioè: è diventato uomo d'onore]...». «E Mario?». «Mario è diverso, perché alla fine non è come Ezio. Mario ha condiviso certe cose, non altre. Ezio invece è diverso, perché sono altri tipi di discorsi, capito... per cui... ho sistemato anche a lui. Ti ho chiesto a te l'altra volta aghi [per l'iniziazione]... cose...?». «Chi è suo padrino?». «Io... io, va bè e che significa?»17. Ma per Tiziana saperlo vuoi dire molto. Nicola, il suo uomo, ormai è un boss di prima grandezza e basta leggere i giornali per conoscere la fine dei capimafia: muoiono ammazzati, vanno in carcere e,

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