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3 Quando l Umanitaria era in via Solari Il primo quartiere operaio A cura di Archivio Storico della Società Umanitaria RACCOLTO EDIZIONI

4 Quartieri Solari Milano ha tramonti rosso oro. Un punto di vista come un altro erano gli orti di periferia dopo i casoni della Umanitaria. Tra siepi di sambuco e alcuni uscioli fatti di latta e di imposte sconnesse, l odore di una fabbrica di caffè si univa al lontano sentore delle fonderie. Per quella ruggine che regnava invisibile per quel sole che scendeva più vasto in Piemonte in Francia chissà dove mi pareva di essere in Europa; mia madre sapeva benissimo che non le sarei mai stato a lungo vicino eppure sorrideva su uno sfondo di dalie e viole ciocche. Luciano Erba COORDINAMENTO EDITORIALE Claudio A. Colombo Archivio Storico Umanitaria con la collaborazione di Ornella Selvafolta Politecnico di Milano Progetto grafico Francesco Oppi Editing Cooperativa Raccolto Copyright Società Umanitaria e Coop. Raccolto I edizione Milano (Italy) È vietata la riproduzione totale o parziale e con qualsiasi mezzo dell opera in tutti i Paesi senza previa accettazione dei titolari del copyright.

5 SOMMARIO PRESENTAZIONE del Presidente del Consiglio di Zona 6 INTRODUZIONE di Piero Amos Nannini pag. 6 7 Il quartiere di via Solari: un modello per le abitazioni operaie di Milano di Claudio A. Colombo 9 VOCI DEL QUARTIERE, STORIE DI VITA VISSUTA 51 INEDITI Il Re all Umanitaria 86 Il primo anno del quartiere ( ) Dalle relazioni del custode-esattore Salvatore Sapienza 90 PROSPETTIVE APERTE Un secolo fa, oggi: nuovi modelli per l edilizia popolare di Maurizio Spada 96

6 Presentazione Cento anni di storia, guerre, lotte di classe, drammi e gioie famigliari si sono succeduti dentro le mura di Via solari 40; se vi capita di passarci fermatevi e pensate questo, e dei muri inerti si trasformeranno in storia e passione. È un onore per il mio Consiglio aver contribuito a questa pubblicazione, ricordo ancora con nostalgia quando all inizio del mio mandato il Geometra Ornella mi portò a visitare il quartiere e mi fece capire architettonicamente come quel progetto di cento anni fa fosse, ancor oggi, attualmente valido. Quindi con entusiasmo abbiamo sposato il progetto del centenario credendo che cultura voglia dire anche testimonianza, ripercorrere ideali dello spirito sociale di un tempo sia un buon esercizio in una Milano sempre più frenetica. Leggendo il libro si verrà sorpresi da come il concetto di progetto partecipativo fosse espresso nelle sue più nobili parti; meraviglia vedere come i bambini e le mamme fossero parte centrale dell Umanitaria, la Casa dei Bambini era il momento più alto di quella progettazione, si era consci che il diritto ad abitare doveva coincidere con il diritto a servizi sociali adeguati, aree gioco spazi di aggregazione erano parte integrante dell edificato. Un secolo di storia è passato con molte conquiste sociali ottenute, le case operaie hanno lasciato spazio ad nuovi inquilini, alcuni testimoni ancora risiedono al 40 e ascoltandoli si capisce che quello spirito solidaristico è passato, ora ci si guarda con circospezione, quel principio di mutua assistenza è tramontato per lasciar spazio ai ritmi del progresso. Mi auguro che la lettura del libro possa far riflettere sul tempo passato, apprezzare le conquiste ottenute, troppo spesso date per scontate, e possa essere bagaglio di saggezza per tutti voi lettori. Il Presidente del Consiglio di Zona 6 6

7 Introduzione OK. Vediamoci all Umanitaria e parliamone insieme. Così è iniziata l avventura editoriale su cui, per quasi un anno, ha lavorato l Archivio storico di questa prestigiosa istituzione, prodigandosi tra una mole intricata di carte e planimetrie, annotazioni e relazioni, inventari, reperti e corrispondenze dei primi anni del 900. Peccato che in quell occasione il nostro Claudio Colombo e Silvano Rizzi, del Comitato per il centenario del quartiere di via Solari, non si siano intesi. Colombo intendeva ricevere l ospite nella sede dell Umanitaria, in via Daverio 7; Rizzi pensava di ritrovarsi nel quartiere di via Solari, che per gli abitanti delle case da sempre è l Umanitaria. Proprio da questo disguido è saltato fuori il titolo di questo volume, che solo in parte è un auto-celebrazione di quello che l Umanitaria è stata in grado di tirare su attraverso l opera di Giovanni Broglio, l architetto che ha saputo trasformare concetti di programma in una realtà all avanguardia, ancora oggi citata nei libri di testo di tutta Europa. La recente relazione di Wolfgang Foerster, al convegno organizzato a gennaio in Umanitaria, ha reso omaggio proprio a quel prototipo di abitazioni popolari, da sempre un modello di riferimento per quello che oggi si chiama housing sociale. In realtà, il volume è un racconto ininterrotto di cosa il quartiere di via Solari ha significato per tre, anzi quattro, generazioni di persone, che hanno avuto modo di assimilarne il senso compiuto: non solo quello di vivere in abitazioni sane e comode a prezzi di tutto rispetto, ma di fare parte di una comunità in un certo senso di privilegiati (in una zona di Milano sulla linea di confine con la campagna), che però era dotata di ogni genere di confort. Confort, naturalmente, da interpretare secondo la concezione sociale dell Umanitaria, quella espressa nel suo Bollettino del 1906, quando l istituzione si rivolgeva ai nuovi abitanti in questo modo: Ad essi il nostro augurio: augurio di vita feconda; di miglioramento intellettuale, morale ed economico per essi e per gli altri. Ma un altro ufficio hanno i nostri inquilini: quello di dimostrare che la vita individuale è la vita associata, solo che sia confortata, difesa, sospinta da ambienti e da instituti che la salute presidiano, la mente e l animo nutrono e sollevano. Noi siamo certi che i nostri inquilini sentiranno, oltre che l attaccamento individuale alla loro abitazione, una specie di orgoglio di classe che li sospingerà alle consuetudini della vita d igiene, di pulizia; che nella Università popolare, nella Biblioteca popolare, nella Crêche che presto sorgerà, nella Cooperativa che già funziona, troveranno altrettanti istituti amati, frequentati, usati, che non solo produrranno beni immediati di spirito di corpo ed economici, ma riattaccando l uomo alla casa, spingendo la donna nella vita sociale dall uomo vissuta, cementeranno nelle famiglie e fra le famiglie vincoli di affetti, di solidarietà, di bontà. Nel rileggere le testimonianze (la parte più appassionata del libro), sentiamo che l azione svolta dal nostro ente in questo frangente è stata ripagata cento e più volte dall impegno profuso dagli abitanti di via Solari, per i quali l Umanitaria sarà sempre la loro casa. Piero Amos Nannini Presidente della Società Umanitaria 7

8 Disegno originale realizzato dall architetto Giovanni Broglio, progettista e direttore dei lavori per la costruzione del primo quartiere operaio dell Umanitaria in via Solaro, ex Porta Macello (1905). 8

9 Il quartiere di via Solari: un modello per le abitazioni operaie di Milano di Claudio A. Colombo Il problema delle abitazioni popolari è di tale natura e gravità ed ha così intimi contatti con quelli che più determinatamente riguardano la nostra Istituzione, che non poteva sfuggire alla considerazione nostra. Per contribuire a risolverlo nella nostra città e nel limite dei nostri mezzi, fin dall inizio della nostra attività dirigemmo quindi ad esso i nostri studi e pubblicando La questione delle case operaie in Milano e partecipando all inchiesta comunale. Ma il contributo indiretto non ci sembrava sufficiente ed il nostro Consiglio, accogliendo anche i suggerimenti ed i desideri del Collegio dei Delegati, deliberava l investimento di di lire nella costruzione di case operaie. Intendeva il Consiglio con ciò di rivolgere parte del patrimonio dell Istituzione a un impiego additato da un urgente bisogno sociale, e di concorrere, se vuolsi indirettamente, al raggiungimento degli scopi sociali. Considerando il bisogno di case operaie in rapporto alla disoccupazione e in relazione al miglioramento economico, intellettuale e morale dei diseredati che è scopo precipuo della Società Umanitaria, non si può non riconoscere che l esistenza di un ambiente famigliare atto a soddisfare le più modeste esigenze della vita operaia, che consenta al lavoratore un riposo sereno e sano dopo la giornata di fatica, permetta ai figli suoi lo svolgersi normale della vita fisica e morale e costituisca per tutti un dolce invito alle gioie domestiche, è indubbiamente la più efficace cura preventiva igienico-morale contro il rilassarsi delle energie dei lavoratori ed il pericolo della loro caduta nella triste massa dei disoccupati per ragioni che non sieno esclusivamente economiche. Soddisfatto questo bisogno fondamentale della vita degli operai, potranno fecondamente operare i diversi istituti che l Umanitaria è chiamata a creare. Disgraziatamente i mezzi di cui essa dispone non sono tali da consentirle la costruzione di case operaie nella misura del bisogno; essa non può che modestamente concorrere a provvedere, con l investimento di di lire [circa sette milioni di euro attuali, n.d.r.], all abitazione di appena 700 famiglie. Ma essa intende, col quartiere che andrà costruendo, di dare a questa piccola parte della popolazione operaia modo di addimostrare i benefici che, dalla armonica e varia opera di assistenza e previdenza che è chiamata a svolgere la Società, si possono ritrarre, incitando, così, con l esempio, i lavoratori a ritrovare in sè stessi la prima forza per rialzarsi, richiamando la benevola considerazione di Enti pubblici e di privati generosi sulle nuove forme e i nuovi mezzi con i quali si contribuisce a portare dignitoso sollievo ai diseredati. Era il E con questa relazione di bilancio, il Consiglio della Società Umanitaria in toto prendeva una posizione ferma riguardo al problema delle abitazioni operaie. Fondata nel 1893, dietro un cospicuo lascito al Comune di Milano di 13 milioni di lire da parte di Prospero Moisè Loria, la Società Umanitaria diviene attiva all inizio del Novecento e fin dall inizio si configura non come un istituzione benefica ed assistenziale (come poteva trarre in inganno il suo nome), bensì 9

10 come una sorta di pronto intervento, il cui scopo fondamentale è attinto non all idea della carità elemosiniera, ma all idea della sociale previdenza, condensata nella norma statutaria del 1893, ovvero aiutare i diseredati, senza distinzione, a rilevarsi da sé medesimi, procurando loro appoggio, lavoro ed istruzione. Per i dirigenti dell Umanitaria (uomini come Osvaldo Gnocchi-Viani, Cesare Saldini, Alessandro Schiavi, Augusto Osimo, Umberto Pizzorno e Rinaldo Rigola), tutto ruota intorno all uomo e ai suoi bisogni, in un ottica rivoluzionaria rispetto ad analoghe istituzioni già operanti dentro e fuori città. L intero apparato sociale che l Umanitaria mette in piedi a partire dal 1902 è infatti una perfetta macchina costruita per seguire passo passo l individuo nella sua vita, dandogli modo di elevarsi non solo nel campo professionale, ma soprattutto in quello umano, secondo una schema riformista illuminista di libertà, giustizia ed eguaglianza sociale. Per conseguire tali scopi, gli strumenti più idonei diventano quelli della educazione, diffusa tramite la fondazione di scuole atte a valorizzare e salvaguardare la professionalità del lavoro, tramite la lotta contro la disoccupazione, tramite l appoggio alle associazioni di categoria e alle attività cooperative, tramite la diffusione della conoscenza sulla legislazione del lavoro e sulle istituzioni, a salvaguardia della salute fisica e morale delle classi disagiate. Insomma, l Umanitaria è un complesso dai caratteri originalissimi, costituente un crogiuolo in cui tutti i problemi sociali trovavano, per effetto catalizzatore di una tradizione che andava via via consolidandosi dal ceppo di una iniziale idea feconda, soluzioni plasticamente rispondenti alle esigenze della vita nazionale intensamente progredente (come avrebbe scritto mezzo secolo più tardi, Riccardo Bauer, il presidente artefice della ricostruzione dell ente). Il contesto socio-economico in cui si trova Milano a cavallo tra 800 e 900, infatti, è quello di una città in forte espansione demografica e produttiva, che già mostra i segni di un primo sviluppo industriale. Come molte altre città europee, il capoluogo lombardo sembra un colossale laboratorio sociale, sottoposto a tensioni fortissime: da una parte, una nuova attività industriale in città, con industrie ed officine che spuntano dappertutto come funghi, dall altra, un quarto stato alla deriva, con strade che traboccano di forza-lavoro disoccupata, gente semplice, spesso analfabeta, in parte reclutata nella provincia e altrove, in parte proveniente dalla città stessa. Il benessere sociale è un privilegio di pochi, gli altri devono conquistarsi il loro salario giornaliero sopravvivendo a durissime condizioni di lavoro, nella speranza di raggiungere spesso a stento un salario giornaliero medio di 2 lire, assorbite per tre quarti dai consumi alimentari. Insomma, nella città di Turati bisogna fare i conti con un crescente fenomeno di sottoccupazione e soprattutto di disoccupazione, indicatori di una situazione sociale a equilibrio precario. In questo panorama, l Umanitaria si distingue subito per l articolazione delle iniziative incominciando con l istituire nel 1902 l Ufficio del Lavoro, chia- 10

11 mato a condurre alla conoscenza continua delle condizioni dei diseredati, fonte di insegnamento quotidiano per i lavoratori, bussola di orientamento per le associazioni professionali e per il Consiglio stesso dell Umanitaria, al quale poteva giungere, per opera sua, l eco permanente dei bisogni e delle aspirazioni della classe lavoratrice. Nel giro di dodici anni, dal 1902 al 1914, l Ufficio del Lavoro avrebbe prodotto una serie straordinaria di studi e rilevamenti statistici sulle condizioni della classe lavoratrice, diventando per i dirigenti dell Umanitaria uno strumento utilissimo per mettere in cantiere un notevole numero di iniziative concrete: dalle biblioteche popolari alla casa di lavoro per disoccupati, dagli asili infantili alle scuole laboratorio d arte applicata all industria, dall ufficio di collocamento all ufficio di traduzioni che, in una visione del tutto sprovincializzata dei problemi del lavoro, forniva gratuitamente a chi ne facesse richiesta copie di articoli e pubblicazioni estere specializzate. Il tema delle case operaie non era originariamente contemplato negli scopi statutari, ma alla luce dei dati risultanti dall inchiesta municipale e da quella dell Ufficio del Lavoro venne affrontato nella convinzione che nessuna forma di appoggio poteva essere più efficace di quella di dare un abitazione conveniente ai diseredati, pressati nella nostra città dalla fame di abitazioni e tormentati, angustiati, consumati fisicamente e moralmente da case insufficienti, insane e indecorose. Gli obiettivi erano chiari: dotare di una casa il maggior numero di persone un migliaio circa per toglierle dall emarginazione, e nel contempo dimostrare a enti pubblici e privati che con ciò era possibile instaurare un rapporto di economicità tra costi e ricavi: senza rischiare di finire sul lastrico (la spesa di due milioni era molto ingente anche per il patrimonio dell ente) o dover rinunciare ai principi ispiratori del Consiglio Direttivo, ovvero costruire abitazioni che fossero corrispondenti a quel decoro e quella salubrità che erano gli obbiettivi primari dell Umanitaria. Se pensiamo che eravamo nel 1904, la cosa è da considerarsi un fatto rivoluzionario. Il quartiere operaio che doveva nascere rischiava, per la verità, di aumentare l isolamento dei lavoratori, rafforzando in essi la coscienza di classe e l individuazione della propria identità. Il quartiere era però concepito per corrispondere all esigenza di elevazione, anche simbolica, che la casa doveva rappresentare, inserita in un quartiere autosufficiente, con tutte le strutture di servizio, commerciali, culturali, scolastiche, teatrali. Esso era il risultato della solidarietà che attorno all Umanitaria, e al movimento sindacale, si era creata nel 1903 per elevare a misura dell uomo la qualità della vita dei lavoratori. Ma andiamo per ordine. Dei abitanti computati nel censimento del 1901 su Milano circa appartenevano alla classe operaia: una realtà che non si poteva più ignorare e che nel biennio fra il 1901 e il 1903 aveva già dato prova della sua consistenza nel corso di più di 200 scioperi per aumenti salariali, per riduzione degli orari di lavoro, per solidarietà di classe, per una più equa legislazione 11

12 contro gli infortuni. Il problema della casa, aggravato dalla crescita costante del numero degli immigrati e da una offerta edilizia rivolta in prevalenza ai ceti medio borghesi, cessava di essere compreso entro i limiti del filantropismo e delle associazioni di mutuo soccorso, diventando tema di rivendicazione sociale unitamente a quello dei salari, della riduzione del tempo lavorativo e dell impiego minorile. D altro canto, la speculazione edilizia aveva fatto la sua parte, facendo sorgere case in assenza del più elementare rispetto delle norme d igiene, facili al contagio con epidemie, tra cui la più dilagante era quella di tifo. Il male, infatti, si era insinuato maggiormente tra i nuclei familiari costretti a vivere in case malsane, sprovviste di acqua e di fognature. O in monolocali sovraffollati, privi di acquaio e di servizi igienici che, quando c erano, si trovavano sui ballatoi o nei pianerottoli in quanto destinati a usi comuni. Ciononostante, i flussi migratori verso il capoluogo lombardo non conoscevano sosta, la domanda di abitazioni popolari a basso costo era altissima e la speculazione privata cresceva a dismisura. Il problema era complesso, denunciato anche dal Bollettino sociale Il Comune (1902): Sarà certo accaduto a molti quello che frequentemente avvenne, ed avviene tutt ora, a chi scrive, di dovere internarsi nei quartieri operai dove le case sono ordinariamente umide, molte volte prive di aria e di luce, e le stanze frequentemente troppo anguste pel numero dei componenti le famiglie che le occupano. Queste abitazioni, molte volte malsane, talvolta ributtanti, paragonate ad alveari tumultuosi di cellule umane, sono spesso focolare propizio di infiniti mali fisici, campo prediletto di epidemie, coefficienti all eccessiva mortalità dei bambini, causa sicura ad una minore resistenza vitale dell uomo adulto, ed infine occasione di una desolante depressione intellettuale e morale. Poste nei vecchi quartieri, nei quali venne a riversarsi, penetrando e addensandosi, la parte più misera della cittadinanza, ci ricordano la Milano già in gran parte scomparsa, i vecchi, cadenti, insalubri isolati del Rebecchino, di via Due muri e S. Salvatore e ci si mostrano negli avanzi ultimi, di quel quartiere fra via Orefici, via Armorari ed il Cordusio, sconcio veramente insopportabile che mette dinnanzi agli occhi, proprio nel cuore della città, tutte le brutture di cui s è creduto necessario di liberare la periferia. In effetti, la situazione di estremo disagio nelle condizioni abitative della classe lavoratrice aveva prodotto già all inizio del secolo una prima serie di studi e di inchieste specifiche, volte a determinarne gli aspetti quantitativi nell applicazione di metodi statistici rigorosi. La prima iniziativa era dovuta proprio all Ufficio del Lavoro dell Umanitaria, che nel 1903 aveva dato alle stampe lo studio di Giovanni Montemartini sulla questione delle case operaie a Milano, redatto in base ai dati censuari del 1901 e indagante le relazioni dinamiche intercorrenti fra i fenomeni di crescita urbana nel decennio Il rapporto fra demolizioni e nuove costruzioni, tra offerta complessiva di alloggi e offerta di locali operai, tra immigrazione borghese e operaia, tra l esuberanza della popolazione e il numero di vani in difet- 12

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14 to denunciavano chiaramente come ormai fosse improrogabile una sollecita soluzione della questione della casa: Montemartini non denunciava solo il preoccupante addensamento medio (3-4 persone per ogni sedicente vano), ma segnalava soprattutto le gravi condizioni igieniche di povere case senz'aria né luce, e soprattutto senz acqua corrente, senza fognature, con latrine fetide, largamente insufficienti e, per di più, di uso comune. A quello studio, erano seguite ulteriori rilevazioni e schede predisposte da una Commissione d inchiesta presieduta guarda caso proprio da Giovan Battista Alessi, presidente dell Umanitaria e composta da esperti seri come lo stesso Montemartini e alcuni esponenti dell ente milanese come Cesare Saldini e Luigi Arienti che di lì a poco avrebbero sostenuto e seguito da vicino il progetto del primo quartiere operaio dell Umanitaria. I risultati parlavano chiaro: L aumento della popolazione tende a far aumentare il prezzo delle case in modo da incoraggiarne la produzione: ma non avviene già che alcune famiglie restino senza tetto facendo la concorrenza a quelle che sono provviste, bensì avviene che dove prima stavano tre persone se ne agglomerino cinque o sei. Quindi non si fabbricano case nella proporzione necessaria ad alloggiar bene la popolazione, ma soltanto nella proporzione in cui si è sicuri che le abitazioni trovino collocamento: l imprenditore privato infatti non ha interesse in generale a migliorare la qualità del prodotto, perché anche abitazioni popolari cattive trovano chi vi si adatta. Nel frattempo, il 31 maggio 1903, il Parlamento aveva approvato la legge Luzzatti. Alla base del provvedimento legislativo risiedeva un preciso concetto d ispirazione, che era quello di stimolare enti pubblici, ma anche privati, cooperative e istituti che potevano essere interessati a un attività nel comparto, a costruire case popolari, mediante la concessione di agevolazioni da parte dello Stato e di enti locali. Agevolazioni in forma diretta, che andavano dalla concessione di sostegni finanziari alla cessione di aree fabbricabili di proprietà demaniale o in forma indiretta, che riguardavano esenzioni fiscali, facilitazioni per mutui a lungo termine e a tassi di favore. È in questo frangente che la Società Umanitaria decide di intervenire concretamente, richiedendo un progetto edilizio che potesse rappresentare un prototipo di quartiere operaio modello, a cui enti pubblici e privati avrebbero potuto ispirarsi per ulteriori miglioramenti nell edilizia popolare milanese, naturalmente non a sfondo speculativo. Secondo un preciso metodo scientifico, basato su una ricerca empirica adattata alla realtà, la benemerita istituzione non intendeva tanto risolvere quantitativamente il problema della casa, riuscendo a calmierare i prezzi del mercato, quanto piuttosto di proporre una sua concezione della casa come modello di qualità alternativa rispetto alla media corrente, che potesse essere adottato e applicato anche altrove, servendo da stimolo a soluzioni di più ampio respiro. In poco meno di un semestre, il Consiglio dell Umanitaria si era già atti- 14

15 vato e aveva individuato un area edificabile, in Porta Macello, nell esterna periferia nord-ovest della città; aveva cominciato l iter burocratico per ottenere l approvazione della Giunta Provinciale Amministrativa per l investimento di fondi da destinare alla costruzione di case operaie e aveva scelto Giovanni Broglio come l architetto idoneo a portare a termine il primo quartiere dell Umanitaria. Così si Planimetria originaria del quartiere di Via Solaro, progettato dell architetto Giovanni Broglio (febbraio 1905). Il quartiere doveva comporsi di quattro lotti distinti, al cui centro doveva essere posizionato l asilo. Nel corso dei lavori, l Umanitaria decise di edificare solo i lotti A e D; anche l edificio sulla destra, indicato come Bagni-doccie-lavanderia, non fu edificato: ma quei servizi furono spostati nel padiglione interno al lotto A, edificato a fine

16 esprimeva il consigliere Cesare Saldini, tra i più solerti fautori delle case operaie, nel Consiglio Direttivo del 22 luglio 1904: è doverosa una nostra iniziativa che conduca a procurare alle classi lavoratrici le condizioni che facilitino all Umanitaria il compimento dei proprii compiti. Nel quartiere di case che si andrà erigendo, noi potremo far funzionare tutte quelle attività che mirano all elevamento morale, intellettuale e igienico, e offrire in tal modo un esempio degno di imitazione. Un modo di agire che lo stesso Saldini, nella riunione 10 febbraio 1905, avrebbe sottolineato a più riprese: L Umanitaria deve seguire ed attuare quegli intendimenti di modernità che informa tutta l opera sua. Il quartiere deve essere un quartiere modello ed essere costruito in modo da non essere troppo presto sorpassato dai perfezionamenti tecnico-igienico che la scienza e il progresso andranno suggerendo. E Giovanni Broglio, di fronte all esigenza di proporre esempi qualitativamente superiori all offerta corrente e, tuttavia, praticabili dal punto di vista della localizzazione urbana, degli investimenti finanziari, delle scelte tipologiche e delle soluzioni tecniche, risultava essere il candidato ideale: il suo curriculum comprendeva infatti l esperienza pratica e quella accademica e, soprattutto, sembrava incarnare, nel suo svolgersi progressivo tra il lavoro e lo studio, gli ideali stessi dell Umanitaria, mai ente benefico-assistenziale, ma suscitatore e propulsore di azioni utili alla crescita intellettuale e materiale dei ceti bisognosi. Ovviamente, l Umanitaria si era già premunita di avvisare le Autorità di controllo, impegnandosi a offrire tutte garanzie del caso. In una comunicazione ufficiale del 12 settembre 1904, infatti, il Presidente Alessi scriveva in questi termini: Spera la scrivente Presidenza che l On Giunta Provinciale Amministrativa, convinta che l umanitaria iniziativa in favore delle classi operaie e non gravosa per le finanze dell Istituzione, debba avere sollecita attuazione, non scompagnata, però, da quella ponderata cautela che è imposta dall entità del provvedimento, vorrà approvare lo investimento di L ,80, tenuto conto che le linee generali del progetto tecnico-amministrativo altro non è che quello del Comune di Milano (casa a tipo medio costo per camera L. 140 pigione non superiore alle L. 100 impiego conseguente minimo del capitale 3,50%), e che investendo nella costruzione di case operaie, oltre che a compiere un operazione che finanziariamente si addimostra opportuna, come quella che assicura un reddito almeno di L. 3,50%, pure affittando le camere agli operai ad una prevista somma annua di L. 85 ben inferiore a quella determinata dalle attuali condizioni di addensamento, contribuisce alla soluzione di un problema che, non solo collima con le finalità dell Opera Pia, ma che urge e si impone come fondamentale rispetto a quelli che è chiamata più direttamente e concretamente a risolvere la Società Umanitaria. Per questo, i consiglieri incaricati di occuparsi della questione delle case operaie, gli ingegneri Cesare Saldini, Umberto Pizzorno e Angelo Omodeo, in una relazione del 5 novembre 1904, non credono che sia opportuno di indire un con- 16

17 GIOVANNI BROGLIO, L ARCHITETTO DEI POVERI Forse nessun altro architetto come Giovanni Broglio ha legato il suo nome, la sua esperienza e la sua riflessione al tema dell abitazione per le classi meno abbienti. Al suo attivo stanno migliaia di locali di abitazione e più di 40 quartieri che raccontano la storia dell edilizia popolare a Milano, i quali hanno segnato il volto di tante parti della città e determinato i modi di vivere di intere generazioni. Classe 1874, a soli quindici anni Broglio si trasferisce in città per lavorare come manovale e frequentare contemporaneamente una scuola edile. A questo periodo della giovinezza, passato in notevoli ristrettezze economiche, egli fa risalire il senso più profondo del suo interesse per il tema dell alloggio popolare: mi dedico al problema della casa del povero da lungo tempo. Quando passai la mia adolescenza a Milano, alloggiai in una locanda che ospitava in due locali dieci persone, delle quali sette dormivano in un unica camera di 25 mq. Il servizio di latrina era in fondo alla ringhiera, come in tutte le case popolari di allora. Quindi mancanza assoluta di igiene, poca aria, poca luce, nessuna possibilità di mantenere la pulizia. Affollamento, promiscuità, tetraggine, sporcizia: Broglio richiama alcuni tra i mali più diffusi della casa del povero, responsabili non solo di disagio fisico, ma di disagio morale. In quel triste ambiente, Broglio studiava la notte dopo aver lavorato tutto il giorno, delineando il percorso esemplare di chi partendo da circostanze sfavorevoli anela al miglioramento di sé, sposando l etica del lavoro e della perseveranza, della determinazione e dell integrità quali agenti principali della propria fortuna. Il suo è quindi un vero itinerario in ascesa, scandito da una serie di tappe formative che passano dai corsi serali di Disegno elementare dell Accademia di Belle Arti di Brera alla Scuola dei capomastri costruttori edili dell Istituto Carlo Cattaneo, dalla Scuola elementare di Architettura alla Scuola superiore di Architettura al Politecnico dove, nel 1900, Broglio ottiene il diploma di Professore di disegno architettonico : un cammino esemplare. Divenuto vice-direttore della Cooperativa Lavoranti Muratori di Milano, attraverso la dimestichezza con le varie pratiche di cantiere, con i diversi procedimenti costruttivi, nonché con la struttura delle imprese edili, Broglio va costruendosi una solida base di esperienza e concretezza professionale. In questi anni viene in contatto con la Società Umanitaria, che sta prospettando un intervento nel campo dell edilizia per abitazioni operaie. Nel 1904 il Consiglio Direttivo dell ente decide di affidargli il progetto del primo quartiere operaio in zona Macello. Una scelta motivata non solo da un ottimo curriculum ma, soprattutto, da una personalità che incarna gli ideali stessi dell Umanitaria (quelli di chi ha saputo rilevarsi da sé medesimo ): ad essa preme che i quartieri sappiano esprimere una cultura dell abitare che non deve esaurirsi nell orizzonte privato, ma deve avvalorarsi nell orizzonte collettivo della convivenza sociale. La visione di Broglio è lungimirante e rivoluzionaria e ha contribuito a rendere i quartieri dell Umanitaria un modello apprezzato in ambito internazionale: per ampiezza di vedute, attualità di concezione, generosità di dotazioni. Dopo una vita costantemente dedicata alla casa (dal 1913 al 1934 sarà a capo dell ufficio tecnico dell Istituto Autonomo per le Case Popolari di Milano), Giovanni Broglio muore nel 1956 a Milano, e nello stesso anno la città di Milano gli conferisce la Medaglia d oro del Comune. 17

18 corso; troppo noti sono i tipi preferiti recentemente nelle varie città italiane ed estere, ed altra parte le esigenze economiche mutono a seconda delle speciali circostanze in cui la costruzione deve sorgere. È preferibile incaricare persone di fiducia del Consiglio per lo studio definitivo delle case in discorso disciplinandone l azione in quel modo migliore che il Consiglio vorrà additare. Per rendere più sollecita la procedura i sottoscritti propongono di incaricare il Sig. Arch. Broglio, a cui si devono i progetti già presentati al Consiglio dell Umanitaria, di effettuare i necessari studi particolareggiati, nonché i preventivi di spesa ed i capitoli di costruzione, onde preparare l inizio dei lavori per la primavera del Le indicazioni dei tre ingegneri venivano messe a verbale in una riunione di poco successiva, tesa a sottoscrivere l esigenza che il costruendo quartiere di via Solari dovesse imporsi soprattutto per la straordinaria presenza di attrezzature di servizio. Nella riunione del 28 novembre 1904, vengono enunciati dettagliatamente i criteri da seguirsi per la compilazione dei progetti, tra cui l esigenza che da una medesima scala non potranno aver accesso più di 15 inquilini posti nei piani superiori; che non sono ritenuti come locali d abitazione quelli che misurano in quantità meno di mq. 8 od hanno larghezza minore di m. 1,40; che ogni abitazione avrà una latrina esclusiva; che i corpi di fabbrica saranno al massimo di 4 piani; che almeno 1/10 delle abitazioni sarà di un locale (ma questi locali dovranno potersi in seguito facilmente abbinare); che i corpi di fabbrica dovranno essere convenientemente distribuiti per permettere un abbondante circolazione d aria. Non solo. Il quartiere doveva prevedere tutta una serie di servizi comuni, quali botteghe per lo spaccio delle derrate alimentari ed altri generi di prima necessità; uno o più locali per riunioni e sale di lettura; un asilo infantile; una cucina e ristorante; una lavanderia con locali per l asciugamento; uno stabilimento, pubblico, per bagni e docce, nonché locali adatti per l allattamento e la custodia di un certo numero di bambini inferiori ad un anno. In realtà, quasi la totalità di questi servizi vennero posti in essere solo qualche anno più tardi, dall altra parte della città, nel quartiere alle Rottole (costruito nel 1908 alla Cascina Rossa Loreto, attuale Viale Lombardia, ed abitato dal novembre 1909), perché l edificio che avrebbe dovuto ospitarli nel quartiere Solari non venne edificato mai. Il progetto originario di Broglio era ben più esteso rispetto a quello che si può visitare oggigiorno, poiché prevedeva quattro lotti (per un totale di 612 alloggi), che dovevano estendersi all incirca per mq Un secondo gruppo di case (lotti B e C), infatti, avrebbe dovuto sorgere in prossimità del primo gruppo (lotti A e D), andando a completare uno studio che sulla carta era molto innovativo, come ci si può rendere conto osservando gli studi preparatori di Broglio e le planimetrie raffiguranti quello che poteva diventare un immenso quartiere a forma quadrata. Invece, a metà dei lavori dei primi due lotti di case, quando il progetto di Broglio era già stato corretto e modificato, l Umanitaria ritenne più opportuno 18

19 estendere quanto più fosse possibile i benefici economici e morali dell istituzione, distribuendo le abitazioni tra i diversi quartieri di Milano, invece che accentrarle in una località sola, confermando quanto era emerso già dal febbraio 1905, ovvero che per buona prudenza costruttiva e finanziaria non s inizino d un tratto i lavori per l erezione di tutto il quartiere, ma che invece le opere si compiano gradualmente. Incomincino lavori per due dei quattro lotti fissati. Dopo sei mesi, forniti dell esperienza delle prime costruzioni, si potrà procedere nelle altre. Nel contempo, con una apertura mentale all avanguardia, si sottolineava anche il principio di dislocare la popolazione operaia in diversi punti della città per non accentrare in una sola località tutti i quartieri operai costituendo quasi una cittadella a sè o almeno una specie di ghetto, confermando un impostazione metodologica all avanguardia, attenta ai problemi contingenti, quanto alle loro modifiche temporali. Costruito in un solo anno, dal 1 aprile 1905 a fine marzo del 1906, il quartiere di via Solari costituì uno fra gli esempi più alti in materia di casa operaia, la cui importanza esulava dal contesto milanese per porsi a modello anche in ambito europeo. Su un area di mq. fuori Porta Genova, sorsero undici edifici divisi esattamente in due lotti, con un rapporto di 6/10 tra superficie costruita e superficie totale. Il lotto A, sulla destra, venne realizzato dalla Cooperativa Lavoranti Muratori (la stessa Cooperativa venne incaricata, nel secondo semestre del 1906, di edificare un ulteriore edificio, adibito a sala conferenze, salone teatro, lavatoio e scuola professionale); il lotto D, sulla sinistra, venne costruito dall impresa Ing. A Morganti & Bettinelli. Si era adottata la soluzione di distribuire i fabbricati a padiglione isolato attorno ad una corte articolata in tre parti, dedicando particolare attenzione all orientamento degli edifici ed evitando i cortili chiusi e i passaggi comuni di cui la tipologia a ballatoio aveva sufficientemente rivelato gli inconvenienti e i disagi ambientali. Duecentoquaranta appartamenti di uno, due o tre locali davano alloggio a poco più di mille persone ed erano disimpegnati direttamente da scale interne, muniti di latrina privata, di condotto per le immondizie, di acquaio, acqua potabile, balcone e in gran parte anche di terrazze e terrazzini. Per cento lire annue si poteva prendere in affitto un locale, il cui costo di costruzione era stato di circa lire, quota che ne indicava chiaramente lo standard elevato in rapporto alle scadenti realizzazioni dell epoca, che pure prevedevano lo stesso prezzo di pigione. La razionalizzazione dei percorsi, le esigenze della vita domestica e i requisiti tecnici e sanitari erano stati studiati con estrema cura anche nei dettagli, fino ad installare, ad esempio, sotto il davanzale delle finestre una bocca d aria regolabile che trovava corrispondenza in un analoga apertura nella parete opposta per favorire un ricambio dell aria senza inutili dispersioni di calore. Un intonaco di cemento colorato e martellinato ad imitazione della pietra intorno alle aperture, piastrelle di maiolica fornite dalla ditta Richard e Bertoni, uno zoccolo in cemento ad imitazio- 19

20 DAL PROGETTO ORIGINALE DI GIOVANNI BROGLIO Assicurando che sarà mia cura massima fare presto e bene e a ciò spero di non mancare, perché sono animato dall entusiasmo e dalla buona volontà, nel febbraio del 1905 Giovanni Broglio aveva presentato un progetto omogeneo, corredato da preventivi, planimetrie, dettagli e sezioni varie dei fabbricati. Ognuno degli alloggi, anche se di un solo locale, è munito di servizio particolare di latrina, acquaio, impianto gas ed impianto acqua potabile, nonché di un balconcino per la pulizia all aria aperta di vestiti, tappeti, ecc. Le latrine in comune vennero assolutamente soppresse, con vantaggio che non ha bisogno di essere dimostrato. Compongono l Asilo infantile, che collocai nel mezzo del quartiere, all incrocio dei due viali, tre aule della capacità di 50 bambini ciascuna, racchiudenti un salone di forma ottagonale ad uso di palestra ed eventualmente anche di sala per riunioni e per teatro di famiglia, avente il palco nell aula dirimpetto all ingresso, la cui parete verso la palestra verrebbe provvista un impennata mobile di legno e vetri. Detto salone sarà illuminato, altroché dalla parete all ingresso, anche da un lucernario posto nel mezzo del soffitto. Ai lati piccoli del salone ho collocato i servizi di latrine e acquaio, la direzione ed il locale delle maestre, e, nel sotterraneo, sporgente da terra m. 2,50, avrei progettato di collocare la cucina, con l ingresso dalla parte opposta all ingresso dell Asilo. Bagni, Lavanderia e locali di riunioni e di allattamento vennero raggruppati in un solo edificio, e dovendo questo servire in parte anche agli esterni, ho creduto opportuno collocarlo verso strada e precisamente in corrispondenza di un ingresso, per ragioni anche decorative e di convenienza, perché il portiere di servizio all ingresso del quartiere può servire anche da custode per quell edificio speciale. La Lavanderia avrei progettato di collocarla nel sotterraneo sporgente da terra circa m. 3,60. 20

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