SOCIAL, TROPPO SOCIAL!

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1 SOCIAL, TROPPO SOCIAL! Copertina di Nicola Romagnoli: DECALCOMANIE CONTEMPORANEE Per la realizzazione di queste schede formative a cura dell équipe nazionale MSAC grazie a: Annalisa Dalla Mora, Gianni Giaccone, Michele Giovanardi, Roberta Lancellotti, Erika Zara

2 INDICE Introduzione pag Breve storia dei Social Network pag. 5 Per trovare informazioni su Facebook Twitter Google Privacy22 2. Narciso è Online pag. 7 Per trovare informazioni su Concetto di identità Spettacolarizzazione e Audience ( Like ) Internet Addiction Disorder (IAD) 3. Internet ci rende stupidi? pag. 10 Lettura 2.0 Per sommi capi, spezzettata e frettolosa? Concentrarsi Multitasking, interruzioni e notifiche Rendimento Memoria Da divinità greca a memoria digitale Plasticità La ginnastica mentale online 4. E vissero sempre #Felici e #Connessi pag. 17 Per trovare informazioni su Addiction o dependence? 5 dipendenze online 5. Cultura Social pag. 20 La cultura della vetrina Network Individulism 6. Comunicazione Social pag. 24 La rete diventa pop: farsi media e pubblici connessi Dalla lettera a Whatsapp

3 7. Informazione Social pag. 27 Da Wikipedia e la dittatura del dilettante all emblematico caso della rivolta in Egitto e la sorveillance 8. Relazioni 2.0 pag. 29 Da animale sociale ad animale social Proposte di Attività Fuori gli smartphone La piazza è reale Dillo con un tweet Mettiti in vetrina pag. 31 In allegato: Testimonianze Il gioco di Alessandro (sulle Ludopatie) Giulia e Facebook (sul Cyberbullismo) Manuel, il prof 2.0 (sull'utilizzo dei social network a scuola) Provocazioni 2.0

4 Qual è il confine entro il quale possiamo percepire la realtà? Secondo Magritte, l unico filtro siamo noi stessi, il nostro io. Ma oggi si pone un nuovo confine tra l uomo e la realtà: i social network. Questa presa di coscienza deve far riflettere, e spingerci ad un esperienza del reale diretta, per andare oltre i limiti e i filtri che ci impone la società contemporanea e riprendere in mano quella relazione autentica e spontanea con il mondo che ormai si sta dissolvendo nell'esperienza virtuale. INTRODUZIONE Portare dentro la scuola le pratiche d'uso dei nuovi media così come si presentano nel mondo giovanile significa dare per scontato che il nostro cervello funzioni meglio in questo contesto di stimoli frammentati anche se non esistono solidi supporti scientifici per questa idea, e quelli che ci sono vanno piuttosto nella direzione opposta. Il ministro Profumo aveva dapprima fissato nel settembre 2013 il termino ultimo per il passaggio di tutti i manuali scolastici alla versione digitale, poi prorogato al settembre Il successivo ministro Carrozza ha ulteriormente dilazionato i tempi. La procedura, secondo le ultime disposizioni, sarà graduale e ne saranno valutati costantemente gli effetti. Soprattutto due concetti hanno guidato questo approccio pro- innovazione: quello del digital divide e quello dei nativi digitali. Secondo il primo approccio, chi restasse tagliato fuori da internet subirebbe svantaggi di vario genere, anche di tipo culturale e scolastico. Per questo la preoccupazione dominante è stata quella di favorire la diffusione dell'accesso alle rete, a casa e a scuola. Il secondo concetto distingue i nativi digitali e i migranti digitali e rimanda all'idea che le nuove generazioni mostrino una naturale familiarità con i mezzi digitali e che, per questo, anche un modo di fare didattica che venisse incontro a queste modalità comunicative sarebbe più efficace. Nella introduzione di queste nuove tecnologie ci sarebbero sicuramente dei vantaggi, come il costo dei libri, il peso degli zaini per gli studenti, la condivisione dei contenuti, etc. Tuttavia non sono state affrontate in profondità le domande rispetto alle implicazioni di questo passaggio sulle pratiche didattiche e sull'apprendimento dei ragazzi, che è l'obiettivo primario della scuola. I Social Network oggi sono per noi nativi digitali il modo naturale di comunicare e di rapportarci con i nostri coetanei. Sono state demolite le barriere spazio- temporali e ora il mondo è a portata di clic; o meglio, di touch. Ma in che modo la comunicazione digitale influenza le nostre vite? Se gli effetti positivi dei social network sono impliciti, sotto gli occhi di tutti, esistono davvero dei gravi rischi connessi all'utilizzo di questi potenti mezzi? Nel dibattito su queste tematiche si osserva di frequente l'aspra contrapposizione fra chi, entusiasta, esalta le potenzialità della tecnologia del nuovo millennio e chi invece ne demonizza gli effetti psicosociali sulle giovani generazioni. Come msacchini non possiamo che mantenere il nostro proverbiale spirito critico, e alla luce di questo avviare una riflessione seria e sincera, su noi stessi, sull'uso personale e sociale che facciamo di queste tecnologie. Ben lontani da un atteggiamento di allarmismo o di superficialità, consci del fatto che non esiste studio al mondo che possa eliminare l'intrinseca complessità della realtà, vogliamo analizzare e approfondire queste ricerche per avvicinarci il più possibile a un uso critico, consapevole, responsabile e proficuo dei social media. 4

5 1. BREVE STORIA DEI SOCIAL NETWORK «Finalmente dopo sei ore di scuola posso riaccendere la mia vita sociale. Non appena suona la campanella prendo il mio Smartphone e apro facebook. Il buongiorno amici di Fb che ho postato stamattina ha già riscosso venti mi piace, ora posso ritenermi felice!! Scorro tra i mi piace e finalmente vedo il suo, mi risale quella sensazione allo stomaco, vorrei che il suo mi piace fosse riferito a me e non al mio stato. Non l ho mai visto da vicino, ma dalle foto sembra molto carino. Come ogni giorno vedo se è in linea, non c è, forse ancora non è tornato da scuola. Intanto scorro tra i post dei miei amici, metto un mi piace qua e là. Ecco il link che fa per me, esprime proprio quello che sento, spero che capisca che è dedicato a lui. Eccomi a casa, mentre pranzo ho sempre il cellulare in mano, in attesa del suo mi piace. Finalmente arriva, accompagnato dalla solita fitta allo stomaco. È in linea, spero che mi contatti» Quante volte ci siamo sentiti come questa ragazza, Facebook e i social network sembrano oggi diventare il mezzo privilegiato per socializzare. MI PIACE, COMMENTA, CONDIVIDI, queste modalità di espressione le conosciamo ormai tutti, stiamo sempre lì ad utilizzarli, forse perché cliccare su un tasto è molto più semplice che parlare da vicino con qualcuno e dire ciò che si pensa. Ma quanto i social network aiutano e migliorano, oggi, il nostro modo di socializzare? Di lati positivi ce ne sono tanti: innanzitutto il social annulla completamente le distanze, puoi parlare e confrontarti con amici che abitano a km di distanza, come se fossero lì accanto a te; è possibile condividere e scambiarsi idee e lavori, in modo facile e immediato: scambiarsi l assegno, farsi dare una mano da un amico su un argomento che si è capito poco; puoi rendere partecipe tutti i tuoi amici delle esperienze tramite foto. Puoi persino dire il punto esatto del mondo in cui sei, immediatamente, con un semplice clic. Ma d altro canto, quanto i nostri amici, o seguaci di Facebook e Twitter sono veramente Amici? Quanti delle centinaia di persone che definiamo ogni giorno amici li sentiamo davvero tali? Forse si è perso quel modo di socializzare dell antichità in cui amico era colui che ti stava accanto, quello con cui ti piaceva parlare, ridere, scherzare, giocare, cose che ormai oggi sono state sostituite con chattare, =), =P. Facebook è la più popolare piattaforma sociale che esiste al mondo che ha contagiato milioni e milioni di persone. Ma non tutti sanno che è nato in un contesto piuttosto ristretto, quello dell'università di Harvard, nel febbraio del È qui che un piccolo gruppo di studenti, tra cui il fondatore Mark Zuckerberg all'epoca diciannovenne, decisero di creare questa comunità virtuale che permettesse ai giovani studenti di connettersi e darsi appuntamento per il ritrovo in aula o altri ambienti studio, nonché come mezzo per scambiarsi appunti e dispense. Il nome stesso si riferisce agli annuari con le foto del singolo soggetto: appunto, Facebook. In seguito si è espanso nelle altre università del mondo dalle più importanti a quelle meno popolari. Agli studenti poi si sono aggiunti i componenti delle aziende che utilizzavano questa piattaforma per scambiarsi tracce di lavoro e progetti. Insomma, oggi Facebook è la più popolare comunità virtuale in assoluto: a soli 10 anni dalla sua nascita conta 1,23 miliardi di iscritti al mondo. Facebook piace perché è il social network più semplice da utilizzare: non serve abbellire il tuo profilo, come sui blog, con applicazioni o altro, basta una foto e un nome e fai parte di questa comunità. Potenzialmente non è creato per esprimere le proprie idee, ma semplicemente per ritrovare vecchi amici, o magari conoscerne di nuovi, e questo lo rende meno esclusivo di altri social. Inoltre offre una vasta gamma di attività e cose da fare come giochi e applicazioni che ti permettono di relazionarti in vari modi con i tuoi amici. Insomma, «la mission di Facebook è quella di dare alla gente il potere di creare e condividere un mondo sempre piu aperto e connesso». (M. Zuckerberg). 5

6 Un altro social in continua espansione è Twitter. Il termine Twitter deriva da un verbo inglese, to tweet, traducibile in italiano con cinguettare. Il nome definisce perfettamente il suo funzionamento: esso è un social che consente di pubblicare, sul proprio profilo, frasi con un massimo di 140 caratteri, immagini, video, audio. Nato negli Stati Uniti nella società Obvious Corporation nel 2006, conta oggi circa 904 milioni di utenti oggi, ed è in continua crescita. Come ogni società, anche Facebook (come tutti gli altri social e piattaforme digitali, compreso Google) ha le proprie strategie di marketing. Google ad esempio è capace di creare una sorta di profilo, avendo a disposizione i siti che frequenti e che ricerchi, che contiene informazioni su cosa piace, o non piace: così facendo ti propone le pubblicità a te più adatte. Facebook fa ancora meno sforzo a capire quale tipo di pubblicità può attrarti, perché sei tu stesso a dire cosa ti piace, motivo per cui ogni utente vale potenzialmente 100 dollari per i pubblicitari. Potenzialmente Facebook può prevedere anche per chi voterai alle elezioni in base ai contenuti che ti piacciono. Tuttavia Facebook non vende i tuoi dati ai pubblicitari, ma chiunque possieda un profilo può inviare pubblicità a persone selezionate, per esempio è possibile inviare contenuti a tutti gli utenti di Facebook, maschi, a cui piace la scuola, tra i 14 e i 20 anni, ai quali interessa il calcio (mette mi piace a una squadra, o a un calciatore) e inviare un contenuto, una pubblicità o un invito. In questo modo non solo la pubblicità ha più valore ma è anche relativamente semplice individuarla. Siccome nel sito vengono immessi e immagazzinati una molteplicità di dati personali per ciascun utente registrato, questo ha inevitabilmente comportato problemi in merito all'uso di Facebook come mezzo di controllo e fonte di dati. Tuttavia queste controversie si sono recentemente alleviate: mentre prima non esisteva nessun controllo sul chi- può- vedere- cosa, sono state aggiunte impostazioni di privacy, non solo su proprie informazioni personali ma anche sui propri singoli post o commenti. Insomma tu stesso puoi decidere cosa e a chi mostrare dei tuoi contenuti e delle tue informazioni. Inoltre, mentre inizialmente il sito consentiva esclusivamente di disattivare l'account in modo che non risultasse più visibile nel sito stesso e nei vari motori di ricerca, a partire dal febbraio 2008 l'utente ha anche la possibilità di sfruttare un opzione che cancella definitivamente e in modo permanente i propri dati dal server del sito. Oggi in Italia il Decreto legislativo che regola il possedimento dei dati personali è quello emanato il 30 giugno 2003, al n. 196 e noto comunemente anche come «Testo unico sulla privacy». All'art.l del testo unico viene riconosciuto il diritto assoluto di ciascuno sui propri dati, in cui si afferma testualmente: «Chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano». Tale diritto pertiene i diritti della personalità. La Commissione Europea ha presentato ufficialmente le proposte relative al nuovo quadro giuridico europeo in materia di protezione dei dati. Si tratta di un Regolamento, che andrà a sostituire la direttiva 95/46/CE (http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/- /docweb- display/docweb/ ) e di una Direttiva che dovrà disciplinare i trattamenti per finalità di giustizia e di polizia (attualmente esclusi dal campo di applicazione della direttiva 95/46/CE). In esso si stabilisce il diritto degli interessati alla «portabilità del dato» (ad. es. nel caso in cui si intendesse trasferire i propri dati da un social network ad un altro) ma anche il «diritto all'oblio», ossia di decidere quali informazioni possano continuare a circolare (in particolar nel mondo online) dopo un determinato periodo di tempo, fatte salve specifiche esigenze (ad esempio, per rispettare obblighi di legge, per garantire l'esercizio della libertà di espressione, per consentire la ricerca storica). Insomma, condividere contenuti su internet e sui social network è bello, facile, divertente. Ma 6

7 richiede anche tanta responsabilità, se non altro perchè ogni nostro clic viene memorizzato e ci espone, oggi o in futuro, a una rintracciabilità. E troppo spesso, forse, di questo ci dimentichiamo. 7

8 2. NARCISO È ONLINE «Paradossalmente, la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare» Erich Fromm Se l'epoca dell'umanesimo moderno è contrassegnata dalla centralità del lavoro e da una socialità ricca di senso derivante dal lavoro stesso, l'era del narcisismo è contrassegnata dalla centralità del consumo e da una socialità immersa nel vuoto delle apparenze. Questo vuoto nel narcisista si accompagna a un senso d'impotenza, di autosufficienza e di onnipotenza. Queste tendenze narcisiste sono sempre esistite, nella storia dell'umanità, come esperienze isolate, ma oggi possiamo parlare di era del narcisismo proprio perché queste sono caratteristiche comuni alla maggioranza degli individui. Sono tendenze sociali, non più devianze personali. Nell'era del narcisismo vige il regime delle apparenze senza sostanza, delle superfici senza profondità, dell'immagine privata di un referente reale. E tutti i mezzi mediali a nostra disposizione alimentano scatto dopo scatto, tweet dopo tweet, post dopo post, questo culto dell'immagine, dell'apparire piuttosto che dell'essere. Il primato dell'immagine viene affermato tramite i messaggi pubblicitari, la preoccupazione ossessiva per il proprio corpo, l'identificazione dello scopo della vita nel raggiungimento della celebrità che si vuole ottenere proiettando un'immagine attraente di se stessi o richiamando in qualche modo l'attenzione su di sé. Il primato dell'immagine, del look, della visibilità, dell'esteriorità sulla parola, sull'astrazione: in sostanza, sulla vita spirituale. Nel mito di Narciso, quello che il giovane vede riflessa nell'acqua non è l'immagine del suo volto, che è la manifestazione esteriore dell'anima, ma l'immagine del suo corpo. Il narcisista esalta dunque la sua corporeità rispetto alla sua vita interiore e spirituale. Nel narcisista il nucleo identitario della persona non è più l'anima, lo spirito o la mente, ma il corpo: l'identità si afferma non tanto acquisendo la consapevolezza di sé stessi, ma piuttosto diventando padroni del proprio corpo. L'apparenza fisica dell'io, ovvero il corpo, è oggi considerata un mezzo importante per acquisire uno status sociale. L'esibizione del corpo nudo è onnipresente nella pubblicità, nei film, sui siti (anche non pornografici). Inutile parlare della centralità che l'esibizione del corpo assume sui social network. Il corpo surroga l'anima anche come medium privilegiato di comunicazione. Ad esempio il rapporto sessuale viene considerato come il mezzo privilegiato di espressione del bisogno di conoscere e comunicare con il partner o più semplicemente con chiunque ci piace. L'ossessione per i culti igienici, dietetici, terapeutici, rituali di controllo, check up, massaggi, fitness, beauty farm, jogging, palestra, chirurgia plastica, sono tutte espressioni del narcisismo contemporaneo. Insieme alla paura soffocante dell'invecchiamento, che supera nel narcisista la paura della morte. Riguardo a questa tematica consideriamo anche che i disturbi alimentari come anoressia o bulimia, oggi sempre in aumento fra le giovani generazioni, oltre ad avere cause biologiche e psicologiche, hanno anche cause sociali come problemi di autostima legati a feedback negativi e reiterati, determinati dall'appartenenza a determinati gruppi sociali in cui è rilevante la tematica del controllo del peso, dove la magrezza viene enfatizzata come un valore sociale positivo. Infine dobbiamo osservare il modo in cui l'era del narcisismo travolge tutti gli ambiti sociali, 8

9 attraverso una spettacolarizzazione, che riguarda la maggior parte dei fenomeni culturali. La rete è colma di video in cui i protagonisti compiono gesti eclatanti per ricevere fiumi di like o visualizzazioni (ad esempio la moda della nomination su Facebook). Lo stesso criterio di folle ricerca del like può essere esteso a tutti i processi sociali. Claudio Magris, autorevole scrittore e saggista, osserva come l'audience sia divenuto il criterio e il metro per il successo, come l'immagine del reale sia divenuta essa stessa reale. In questo contesto la presentazione o l'autopresentazione di un libro sostituiscono, secondo Magris, la lettura e la critica dello stesso. L'autore va in tv e presenta il suo libro parlando anche della sua vita e di tante altre cose meno inerenti: il successo è dovuto all'efficacia comunicativa, all'audience di tale presentazione piuttosto che al contenuto del libro stesso. Queste dinamiche si applicano al marketing di qualsiasi prodotto in cui non è importante tanto il prodotto in sé, quanto la strategia di marketing sottesa ad esso, dalla cui efficacia dipenderà il successo del prodotto. Purtroppo questo si estende anche all'ambito della politica. Il primo a parlare di politica spettacolo è Robert- Gerard Schwartzenberg, Docente all'università di Parigi, vecchia di quasi un millennio, studioso di Rousseau e Machiavelli. Scrive così nel suo libro Lo stato spettacolo : La politica diviene l'impero dei segni. Il linguaggio vi diviene un gioco, uno scambio di segnali in codice. I segni contano più delle idee espresse. Le formule linguistiche prendono a esistere in se stesse, per se stesse. È chiaro che occorre ritrovare un altro linguaggio politico [ ] un linguaggio meno spettacolare, che esprima le cose senza occultarle o travestirle; che chiarifichi le mete e le scelte, per permettere a ciascuno di decidere da sé, come si usa in democrazia. [ ] Accetteremo ancora per molto tempo questo festival permanente, questo show? Oggi l'azione politica si spettacolarizza e passa dal Parlamento ai salotti televisivi, ai blog, a Facebook, ai colpi di tweet. Tutti luoghi in cui si fa politica parlandone. Lo stesso candidato politico diventa un'icona pubblicitaria e i partiti diventano delle macchine elettorali. Quello che serve per vincere, più che argomentazioni razionali a supporto della propria linea politica, è un'immagine gradevole, rassicurante, accattivante del leader politico. Riflettiamoci: quanto mi sento narcisista io? Che peso ha l'immagine che do di me stesso rispetto alla mia interiorità, alla mia vita spirituale? È più importante per me essere o apparire? Quanto mi spendo per gli altri senza un reale tornaconto? L'Internet Addiction Disorder (IAD) disturbo dovuto alla dipendenza da Internet si fonda sul narcisismo, rappresentato da un sè grandioso che nasconde un sè fragile. Questo risponde a una esigenza, un bisogno di conferma e ricoscimento che si opponga all'angoscia del rifiuto, al desiderio del non desiderio. D'altra parte i bisogni fondamentali dell'uomo sono due: il primo è quello di perseverare nella sua esistenza e non perire, ovvero l'istinto di sopravvienza che ci accomuna al resto degli esseri viventi, da cui deriva il nutrirsi e la riproduzione della specie. Il secondo bisogno, forse anche più fondamentale del primo, è quello di sentirsi parte di un tutto. È il bisogno costante di etero- determinazione: l'altro, che è diverso da me, deve continuamente dirmi che esisto e che sono unico. Quando questo viene a mancare l'uomo si sente isolato, abbandonato, rifiutato dal mondo, e in alcuni casi può desiderare razionalmente la morte. In questo senso questo secondo bisogno è maggiore del primo, in quanto può scavalcare l'istinto di 9

10 sopravvivenza. C'è il grosso rischio che il web sia utilizzato come specchio collettivo di Narciso, nella prospettiva di un isolamento narcisistico di massa. L'identità su internet e sui social può essere nascosta o mascherata. Manca la vista, l'udito, l'olfatto. Ci si trasforma in puro linguaggio scritto, con la fantasia di poter essere ciò che si vorrebbe. Una vera e propria virtualizzazione dell'identità. Un nuovo sè ricco, ampliato, più estroverso e comunicativo, con nuove potenzialità emergenti? O un sè demolito, virtuale, inesistente, un sè schizofrenico, frammentato? Quanto la mia identità online corrisponde alla mia più intima, vera e profonda, identità offline? 10

11 3. INTERNET CI RENDE STUPIDI? È facile cadere nella retorica per cui gli strumenti tecnologici non sono buoni o cattivi in quanto tali, ma dipende dall'uso che se ne fa. La piattaforma di internet è diventata per i nativi digitali molto più di uno strumento di cui si può scegliere deliberatamente di servirsene o meno. È forse vero il contrario, ovvero che internet ci rende totalmente dipendenti e talvolta quasi disadattati alla realtà non virtuale. C'è chi afferma che è proprio nella capacità di spegnere serenamente lo smartphone, il computer, il tablet, nella capacità di andare serenamente offline, che risiede la sottile differenza tra l'uso funzionale e il disfunzionale. Ma internet per noi non è più un gioco di ruolo per cui a un certo punto possiamo abbandonare il ruolo, spegnere il computer e riprendere la vita reale. Internet si presenta sempre più come un medium universale, un'estensione estremamente versatile dei nostri sensi, della conoscenza e della memoria, un amplificatore neurale particolarmente potente. E le nuove tecnologie vanno tutte in questo senso (basti pensare alla nuova campagna pubblicitaria della ditta Apple). Il computer diventa un'estensione delle capacità di elaborazione del sistema nervoso centrale, il quale si modifica costantemente grazie alla sua plasticità sinaptica. Sarebbe davvero superficiale oggi pensare che le nuove tecnologie digitali e il nostro stato perenne di connessione non modifichino profondamente la nostra psiche e il nostro essere tra gli uomini. Non possiamo vivere in un mondo diverso da quello digitale postmoderno, regredendo e rinunciando alle immense opportunità che esso ci offre. Non possiamo, allo stesso modo, evitare gli effetti che questo ha sul nostro cervello, la nostra psiche, il nostro essere nel mondo e fra gli uomini, i nostri comportamenti sociali, la nostra identità. Dunque non ci resta che conoscere queste dinamiche, per poi riuscire a riconoscerle e controllarle, interrogandoci sull'influenza che esse hanno sulla nostra vita in termini di serenità, opportunità, relazioni, identità, carattere, temperamento. Letture 2.0 Avete presente quando vedete il titolo di un libro che vi interessa, allora lo prendete, guardate la trama, sfogliate qualche pagina magari la prima e l'ultima e leggete qualche frase qua e là? Capite di cosa si sta parlando, il significato generale, ma non leggete tutte le parole. In Inglese, per definire questo tipo di lettura per sommi capi, si usa il verbo to skim. Ed è esattamente la modalità di lettura che adottiamo sul web. Da link a link scorriamo velocemente le pagine e leggiamo solo i contenuti che ci interessano in modo immediato e selettivo. Questa modalità selettiva rischia però di essere applicata anche quando lo smartphone è altrove e davanti a noi c'è un bel libro di 200 pagine da leggere e studiare, per cui è impossibile ottenere quella disponibilità immediata di informazione che ci regala il web. Nel 2006, Jakob Nielsen, consulente di design per siti web, condusse uno studio basato sulle tecniche di analisi dei movimenti oculari. Quando leggiamo, il focus visivo procede per piccoli salti, chiamati saccadi, fermandosi brevemente in alcuni punti lungo la riga (studi del 1879 dell'oculista francese Louis Emile Javal). Lo schema della pause o fissazioni dell'occhio può variare molto a seconda di quello che viene letto e di chi lo sta leggendo. Facendo la registrazione di questi movimenti oculari (eye tracking) scoprì che quasi nessuno leggeva sul web in modo metodico, riga per riga, come avrebbe letto normalmente un foglio stampato. La maggior parte scorreva il testo rapidamente, saltando con gli occhi in fondo alla pagina, secondo uno schema che ricordava vagamente la lettera F. F secondo Nielsen stava per Fast. Ecco come si leggono i contenuti sul web, in pochi secondi: gli occhi si muovono a grande velocità, con uno schema molto diverso da 11

12 quello che si utilizza con i libri di scuola. Nielsen disse ai suoi clienti: Quando aggiungete verbosità a una pagina potete presumere che i vostri utenti ne leggano il 18%. E di sicuro queste sono stime ottimistiche considerato il tempo utilizzato per osservare immagini, video ed altri stimoli. I ricercatori tedeschi asseriscono che la maggior parte della pagine web venga visitata per 10 secondi o anche meno. Ricerche più recenti ci dicono che il 10% dei lettori non effettua nessuno scroll sulla pagina. La maggioranza dei lettori non va oltre il 60% dell'articolo e in pochi finiscono realmente di visualizzarlo. Gli articoli che vengono condivisi in rete non sono quelli letti più a fondo, né gli articoli letti fino in fondo sono i più condivisi. Questo significa che la condivisione degli articoli sui social network viene fatta spesso senza averli letti per intero. Nel mondo digitale la lettura risulta dunque più spezzettata e frettolosa. Da una parte perché i pezzi su internet sono brevi. Dall'altra perché i lettori stessi appaiono sempre più impazienti rispetto al fatto di doversi concentrare su un solo testo per più di qualche minuto. «Non potrei più leggere Guerra e Pace. Ho perso la capacità di farlo. Anche un post di più di due o tre paragrafi su un blog è troppo lungo. Gli do soltanto una scorsa». Bruce Friedman Patologo docente alla University of Michigan Medical School (Migrante Digitale) «Ero sorpreso e irritato dal fatto che una mia amica si fermasse a leggere i testi nei siti su cui capitava. La rimproveravo: - Non devi leggere le pagine web! Clicca soltanto sui link! Adesso anche io non leggo molto. Do un'occhiata scorro il testo. Ho pochissima pazienza per i ragionamenti lunghi, prolissi, ricchi di sfumature, anche se poi accuso gli altri di dare un'immagine semplicistica del mondo». Philip Davis Society for Scholarly Publishing «Leggere una quantità di piccoli frammenti collegati fra loro online è un modo più efficace di ampliare i proprio orizzonti mentale che non leggere libri di 250 pagine; anche se ancora non possiamo renderci conto della superiorità di questo processo di pensiero reticolare, perché lo vediamo in rapporto al nostro processo di pensiero lineare». Scott Karp blogger «Vado su Google e posso assorbire velocemente le informazioni più importanti. Mettersi li a leggere un libro interamente da una copertina all'altra non ha senso. Non è un buon uso del mio tempo, visto che mi posso procurare l'informazione che mi serve molto più velocemente sul Web. Quando impari a diventare un esperto cacciatore online i libri diventano superflui». Joe O'Shea Florida State University «Calma, concentrata, senza distrazioni, la mente lineare è stata messa da parte da un nuovo tipo di mente che vuole e deve prendere e distribuire con parsimonia le informazioni a piccoli scatti, sconnessi, spesso sovrapposti; più veloce è, meglio è. Da quando la stampa di Gutemberg ha reso popolare la lettura, la mente lineare, letteraria, è stata il fulcro della nostra società, dell'arte e della scienza. Presto potrebbe diventare qualcosa che appartiene solo al passato». Nichola Carr autore di Internet ci rende stupidi? Non c'è nulla di male nel fare browsing e nello scorrere. Lo si è sempre fatto anche con i giornali, e lo facciamo con riviste e libri per coglierne l'essenziale e decidere se meritano una lettura più accurata. L'abilità di scremare il testo è importante quanto quella di leggere in profondità. Ma l'aspetto preoccupante è che lo scorrere superficialmente sta diventando la modalità principale di lettura, anche offline. Una volta era un mezzo per raggiungere uno scopo. Ora sta diventando una modalità di lettura fine a se stessa, è ormai diventato il nostro sistema preferito per raccogliere informazioni di ogni tipo e dare loro un senso. 12

13 E noi? La modalità di lettura digitale, da link a link, con brevi informazioni condensate, e brevi tempi di fruizione, riguarda anche la nostra vita non virtuale? Come questo influenza il nostro apprendimento e il nostro modo di pensare e agire? E il nostro rendimento scolastico? Il nostro rapporto con gli altri? Perché non parlarne con un professore? Concentrarsi Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e gustare le cose internamente. Sant'Ignazio di Loyola Questa riflessione sulle modalità di lettura ci permette di fare un passo ulteriore, andando più a fondo nel domandarci se l'utilizzo di internet, degli strumenti digitali, e la perenne connessione alla rete sociale, hanno realmente degli effetti sulla nostra concentrazione e sul nostro rendimento. Su un qualsiasi apparecchio collegato alla Rete le scappatoie sono tantissime e spesso sono mescolate inestricabilmente ai nostri strumenti di lavoro e di studio. Quante volte ci è capitato di accendere il computer per una determinata ricerca, ma poi ci perdiamo tra le mille distrazioni dei social, degli articoli, dei video, dei post, e ci accorgiamo di aver speso già quindici minuti senza aver ancora iniziato la nostra ricerca. E si ha la sensazione di avere abboccato a tanti ami e si è vagamente storditi. Il problema è che lo stesso strumento che in alcuni momenti è una distrazione, in altri costituisce un insostituibile strumento di informazione e connessione con il mondo. Innanzitutto va considerato l'importante tema del multitasking, ovvero l'abitudine di compiere più azioni contemporaneamente. Una ricerca del 2006 della Kaiser Family Foundation su un campione di adolescenti americani rivela che il 26% del tempo speso con i media riguarda più attività in contemporanea. Lo stesso fenomeno, rilevato in Italia da Censis, ci dice che su un campione di 2300 studenti calabresi (11-19 anni) il 68,3% degli intervistati è multitasker. Di questi ragazzi solo il 34,9% crede che le tecnologie digitali contribuiscano ad aumentare la concentrazione e la riflessione. In realtà le nostre capacità cognitive non permettono il multitasking. Il cervello umano è fatto per dare attenzione a una cosa per volta. Sarebbe dunque più corretto parlare di task switching, ovvero un continuo spostamento di attenzione da un'attività all'altra. Solo che a ogni passaggio da un focus all'altro il nostro cervello subisce una dispersione di energia che si concretizza in affaticamento e conseguente perdita di profondità, sia nelle attività di analisi che in quelle creative. Gli studi più recenti sugli effetti del multitasking sulle attività cognitive ci dicono che gestire contemporaneamente fonti e canali comunicativi diversi aumenta i tempi di lettura, abbassa le performance di comprensione e memorizzazione dei testi scritti, provoca sul lungo periodo una maggiore suscettibilità alle distrazioni di stimoli irrilevanti. Un altro grande problema, parlando di concentrazione, è rappresentato dalle interruzioni. La connessione alla Rete ci rende un terminale di continui stimoli dall'esterno: chiamate telefoniche, Skype, SMS, WhatsApp, notifiche Facebook, e- mail, etc. Oltre alla tendenza a gestire più attività contemporaneamente, l'utente dei media deve quindi far fronte a un numero crescente di 13

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