la domenica Siamo andati nel villaggio più ricco e in quello più povero Per vedere dove finisce il sogno e inizia l incubo GIAMPAOLO VISETTI

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1 la domenica DI REPUBBLICA DOMENICA 20 APRILE 2014 NUMERO 476 Cult La copertina. La musica è (di nuovo) finita Straparlando. Gianfranco Ravasi: Io, un eclettico La poesia del mondo. Il Sogno di Pascoli Siamo andati nel villaggio più ricco e in quello più povero Per vedere dove finisce il sogno e inizia l incubo GIAMPAOLO VISETTI MANIFESTO CINESE DEL 1967: L ESERCITO E IL POPOLO SONO UNITI IN UNA MEDESIMA VOLONTÀ. CHI OSERÀ NEL MONDO TENERGLI TESTA? CinacontroCina HUAXI IL SIGNOR WANG LING raffredda tubi. Operaio nell acciaieria del villaggio, come suo padre. Al mattino, prima di raggiungere l altoforno, fa un tuffo nella piscina che «mi invade il salotto fino al tavolo». Poi esce dalla sua villa, ci tiene a dire che misura quattrocento metri quadri, accende la Cadillac nera e va a fare colazione al Golf Club. Lavora dieci ore filate, in un assordante inferno di fumi tossici. Prima di cena monta un ora a cavallo con i compagni di reparto, nel silenzio del giardino, lungo il fiume. «Seguiamo la Borsa dice e scegliamo la sauna per la sera». Morto Mao, Deng Xiaoping segnalò ai cinesi che anche «arricchirsi è glorioso». A Huaxi, anticipandolo, lo avevano già preso sul serio. All ingresso del paese, un cartello avvisa: «Benvenuti nel primo posto sotto il cielo». Un segno di modestia per chi, nel 1950, decise di andare sopra il paradiso. I contadini di qui, signori del fertilissimo delta dello Yangtze, nel Jiangsu, erano 576. Raccolsero segretamente i risparmi di tutti e aprirono una fabbrica di concime. Missione: fare soldi. Ha funzionato. SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE Il luogo. Viaggio a Neon City Spettacoli. Amarcord Nino Rota Next. Il web è più profondo di quanto pensiate L incontro. Renzo Arbore Improvvisare è il mio mestiere LUOTUOWAN CONTADINI sono contenti, l impero è stabile. Adempiendo a tale obbligo, da secoli dinastie e SE I leader comunisti si sono assicurati il dominio sulla Cina. Improvvisamente non è più così e milioni di cinesi piombano nella disperazione. Sono passati dalla fame alla sussistenza, dalla schiavitù alla collettivizzazione, da Confucio a Mao. Mai però qualcuno li aveva strappati dai loro villaggi rurali per concentrarli nelle megalopoli del consumo capitalista. Hanno resistito a guerre e vinto rivoluzioni: vengono sconfitti dalla promessa del benessere, privati dei valori che hanno ispirato la loro vita. Nelle campagne abbandonate la gente fiuta l incertezza, non si fida, non sa cosa fare. Chi non possiede la crudeltà, o l età, per salire sullo scintillante missile del sogno cinese di Xi Jinping, precipita in una miseria ignota: al granaio vuoto si aggiunge il deserto culturale e spirituale. «Qui dice l ex contadino Tang Rongbin tenevo il maiale. Là avevo la risaia. Quassù c era il pozzo scavato dagli avi. Questa terra è stata zappata milioni di volte, secondo regole precise, da ogni generazione. Siamo stati una famiglia felice». SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE

2 LA DOMENICA DOMENICA 20 APRILE La copertina. Cina contro Cina Qui Huaxi.Villa con piscina, altoforno e golf.la dolce vita dell operaio Wang Ling Ipiùricchi HUAXI FOTO GRANDE: LA FAMIGLIA SUN NEL SALOTTO DI CASA. FOTO PICCOLE: RAGAZZE DAVANTI A UNA PAGODA E LA TORRE DEL LONGXI HOTEL GIAMPAOLO VISETTI <SEGUE DALLA COPERTINA HUAXIoggi è il villaggio più ricco della Cina e, credendo ai dati ufficiali, del mondo. Oltre che per nascita, qui si è ricchi per legge, ossia per ordine del partito. «Siamo duemila dice Pey Huayu, cucitrice nel maglificio numero 82 quattrocento famiglie. Ma ci sono uomini d affari che offrono follie per acquistare il diritto di residenza». Comprensibile. Chi viene al mondo in quella che assicura di essere la terra promessa del socialismo cinese riceve una dote leggendaria: la famosa villa, una berlina, 250mila euro e olio da cucina per tutto l anno. Sanità e istruzione sono gratis. A garantire questo tesoro è la Jiangsu Huaxi Jituan Gonsi, holding quotata in Borsa che controlla cinquantotto colossi industriali. «Lo scorso anno dice il capo villaggio Wu Xieen abbiamo fatturato 6,7 miliardi di euro, in calo per la crisi europea. Così abbiamo deciso di avviare nuovi affari, come gioielli e servizi». A possedere la chiave della cassaforte, tramite la banca locale, sono i residenti-lavoratori del paese. «L unico villaggio del pianeta dice l avvocato Yuan Yulai quotato nel listino, a Shanghai». Wu Xieen, ometto unto ma con una raffinata giacca di taglio britannico «che produciamo qui», è il figlio di Wu Renbao, dio di Huaxi. Fu lui a concepire l utopia del borgo rurale capace di trasformarsi in potenza industriale grazie «alla collettivizzazione e alla compartecipazione». Il maoismo trapiantato nel capitalismo, gemma del folle consumismo asiatico. Programma di tre parole: «Ricchezza, salute, felicità». Il cielo ha concesso al signor Wu di morire vecchio, nel marzo di un anlari recita Zhou Li, capo dell agenzia turi- no fa. È stato sepolto come un imperatore. «Non uno è mancato al funerale dice la fioraia Tan Minquan lo abbiamo accompagnato al mausoleo con venti Rolls Royce e un tacielo più alto della Terra». Tre colonne di cristica del villaggio ed è il quindicesimo grat- elicottero. Al banchetto si è servita zuppa con stallo finiscono in una sfera d oro. Al sessantesimo piano, un altra tonnellata di oro mas- pinne di squalo». Riconoscenza disinteressata. Ai suoi compaesani non ha lasciato solo la siccio, sotto forma di toro. Oltre l albergo, vicino alla spianata delle ville hollywoodiane dote individuale e un reddito annuo di centomila euro, cifra che il cinese medio non guadagna in molte vite. Huaxi vanta anche una sorge il Parco del mondo. Gli abitanti pos- degli operai, tutte uguali, una in fila all altra, compagnia aerea con venti jet e quattro elicotteri, una flotta di velieri e un centro spormenti-simbolo del pianeta: Grande Muraglia sono fare due passi tra le copie dei monutivo di livello olimpico. Le strade sono coperte e Città Proibita, non serve dirlo, ma anche Arco di Trionfo e Torre Eiffel, un Colosseo, un O- di glicini per proteggere dai monsoni chi fa shopping. Per il 50esimo anniversario del miracolo, è stato inaugurato il raccapricciante Ben. La Statua della libertà, per risparmiare pera House di Sydney, castello di Sissi e Big International Hotel Longxi, 74 piani per 328 spazio, svetta direttamente dal tetto della Casa Bianca. «C è poco tempo per viaggiare metri d altezza. «È costato 490 milioni di dol- PER IL CINQUANTESIMO DALLA FONDAZIONE DELLA CITTÀ È STATO INAUGURATO IL RACCAPRICCIANTE INTERNATIONAL LONGXI HOTEL IN CIMA C È UN TORO IN ORO MASSICCIO dice l amministratore del parco, Zhao Libao ma la gente vuole vedere le cose. Ospitiamo tre milioni di turisti a stagione». Ciò che nessuno ufficialmente dice è il prezzo di nascere nel villaggio-laboratorio che il partito comunista ha condannato ad essere la prova fisica che il socialismo non è ostile alla ricchezza. Soldi e vita, a Hauxi, sono dati solo in concessione dalla holding che tutela gli interessi di tutti. I residenti lavorano sette giorni su sette e devono rispettare tre leggi: non andarsene, non licenziarsi, non sposare un forestiero. Chi viola questi comandamenti perde i poteri magici e diventa all istante un povero cinese normale, come i ventimila migranti e i trentamila operai dei villaggi vicini, che per 350 euro al mese si consumano in fornaci e catene di montaggio del regno rosso. «La proprietà dice il funzionario Zhu Zhixing toglierebbe motivazioni e disponibilità al sacrificio. La crisi del capitalismo occidentale lo dimostra: appena diventa certo ed ereditario, il benessere finisce». La sfida del paese è avere tutto senza possedere niente. Come l hotel a cinque stelle affittato a Pudong, il quartiere dello shopping globale più alla moda di oggi. Jet collettivi catapultano gli abitanti di Huaxi a Shanghai prima di cena. Fatti gli acquisti, dormono qualche ora nella sontuosa dependance metropolitana del villaggio e al mattino rientrano puntuali per il turno in fabbrica. «Le riforme economiche esulta la propaganda consentono di diventare milionari restando fedeli al partito e agli ideali socialisti». Duemila individui su 1,4 miliardi di cinesi. «Questo in effetti dice Wu Xieen è un dettaglio su cui c è spazio per l approfondimento».

3 DOMENICA 20 APRILE Qui Luotuowan.Il nuovo medioevo di Tang Eravamo contadini, ora non siamo niente I più poveri <SEGUE DALLA COPERTINA G. V. LUOTUOWAN FOTO GRANDE: IL CAPO LOCALE DEL PARTITO CON LA MOGLIE NELLA LORO CASA. UN BAMBINO E LA VISITA DELL ATTUALE PREMIER CINESE SUGLI SPAZI che indica, splende un cartellone elettronico con l immagine di un grattacielo azzurro su un orizzonte rosso. Dice: Godetevi la bella vita della città. È alimentato da un generatore, il petrolio è fornito dal partito e produce l unica luce elettrica della zona. Attorno, cumuli di macerie e un pugno di baracche di fango sbiancato. Sui tetti oscillano tegole rotte. Luotuowan, nella contea di Fuping, al confine tra Hebei e Shanxi, è presentato come il villaggio più povero della Cina. Reddito medio, sei euro al mese. Non ci sono mezzi meccanici, si fa tutto a braccia. Venti famiglie, come in un evo originario, sono affidate alle stagioni: carote, patate, polli, granoturco, maiali, uova, riso, miele. Poco di tutto. I sette bambini rimasti in paese vanno a scuola a piedi, o su un carretto: otto chilometri, scavalcando i cumuli di mattoni che segnano la posizione dove sorgevano le loro case. La terra è stata requisita dai funzionari di Pechino, decisi a «cambiare finalmente la mentalità della gente». Al posto di una stalla comune, stanno costruendo una fabbrica di asciugamani. Paga il governo, venti posti di lavoro, ma gli abitanti resistono. «Si sono ripresi i campi dice Li Xueqing, coltivatore di cavoli ma non dicono a chi andranno i soldi degli asciugamani». La svolta, in un giorno passato alla storia. Il 30 dicembre di due anni fa, al villaggio è comparso il segretario generale Xi Jinping, che tre mesi dopo è diventato il nuovo presidente della Cina. Ha visitato due famiglie, ha donato olio e farina per sette mesi ed è andato via. Tang Rongbin ha incollato la foto al muro, vicino a quella di Mao. Luotuowan è stato scelto come esperimento nazionale to non ricostruisce la prospettiva di vita che della lotta contro la nuova povertà rurale. La distrugge. promessa è lo xiaokang : benessere per tutti entro cinque anni. Così sono arrivate ruspe Cina nel futuro, l 80 per cento dei cinesi era- Nel 1978, quando Deng Xiaoping lanciò la e colonne di camion. Migranti-operai eliminano le risaie e aprono strade, abbattono le anni fa si è scesi per la prima volta sotto il 50 no contadini, sparsi in milioni di villaggi. Tre case e alzano condomini, spianano i granai e per cento. Xi Jinping oggi promette che entro vent anni il 75 per cento della popolazio- costruiscono magazzini per acqua in bottiglia. Gu Runji, segretario locale del partito, ne vivrà nelle nuove metropoli. Negli ultimi assicura che al centro del villaggio, dove le dieci anni sono scomparsi novecentomila Guardie Rosse bruciarono il tempio buddista, sorgerà «un cinema tridimensionale». il 2025, Pechino sposterà dai paesi alle città villaggi rurali: ne restano dodicimila. Entro Nessuno sa dire perché, ma in un anno sulla 300 milioni di persone: oltre il doppio della contea sono piovuti 1,2 milioni di euro. «I popolazione della Russia. In campagna, come a Luotuowan, restano gli anziani, chi è vecchi dice il fabbro Duan Liang al pensiero di come dividerli, di notte non dormono». Il problema è che l inatteso tesoro di Sta- distretti industriali. Perché, se il malato e i neonati dei giovani emigrati nei contadino NELLE INFINITE CAMPAGNE LA GENTE FIUTA L INCERTEZZA, NON SI FIDA, NON SA CHE COSA FARE. AVEVA RESISTITO A GUERRE E RIVOLUZIONI, VIENE ORA SCONFITTA DALLA PROMESSA DEL BENESSERE cinese è stato condannato alla povertà e all estinzione, investire per «cambiare la mentalità» a chi l Accademia delle scienze definisce un «ramo secco»? «Il partito dice il professor Li Huadong, capo del movimento di salvaguardia delle campagne per resistere ha bisogno di una massa di forti consumatori, concentrati nelle città. È la legge del capitalismo. La millenaria Cina però, senza i villaggi contadini, è finita. Ideologie e religioni sono state travolte, il boom della crescita scava abissi di ingiustizia: la nuova leadership avverte che solo la cultura rurale alimenta l identità popolare, essenziale per tenere ancora insieme questo Paese». Luotuowan, da paese abbandonato, viene così trasformato in un museo-show della propaganda, con i suoi reperti e le sue comparse, mantenute per mettere in scena la patria degli avi. Li Xueliang, vicecapo del villaggio, ha pensato a tutto. Due giovani del paese, operai in una fabbrica di viti a Shunping, sono stati richiamati, dotati di computer e avviati all e-commerce. Vendono cashmere della Mongolia Interna su Taobao, sito del gigante Alibaba. «Senza muoverci dal fienile dice Tang Junfeng serviamo già 470mila clienti». Il governo, per festeggiare il successo, gli ha regalato una berlina tedesca. Per ora non si è vista, è arrivata solo una chiave, i compaesani lo prendono in giro, ma non sono affatto contenti di vangare un campo di soia lontano e di sopravvivere grazie alla carità di Xi Jinping. Come altri 650 milioni di esclusi cinesi. Hanno capito di essere stati, per la prima volta, sconfitti: la stabilità dell impero non dipende più dalla loro felicità.

4 LA DOMENICA DOMENICA 20 APRILE Il luogo. Las Vegas Nella più folle tra le città americane,interamente fondata sul consumo, esiste un museo che racconta la sua non-storia.vi sono esposte le grandi insegne pubblicitarie di casinò, motel e wedding chapel perché sono questi i soli oggetti che possono illuminarne il passato Uno scrittore e un fotografo sono andati a visitarlo. E ne sono rimasti sinceramente abbagliati GIORGIO VASTA L LAS VEGAS clopiche del Caesars Palace, del Desert Inn o del Motel Yucca, passando in mezzo a un lessico costantemente trionfale, a enormi frecce bianche azzurre e gial- AS VEGAS È PURO ARBITRIO. Città estorta al vuoto, spazio disabitato dove a un certo punto si è preso a costruire. Se la le, a volti femminili sorridenti, alla sagoma di un uomo che gioca a biliardo e a un si osserva dall alto non è che un francobollo di poco meno mastodontico cranio umano con lo sguardo cavo fisso in alto, ci si ritrova davanti a quella che in un classico dell architettura contemporanea come Imparare da di trecento chilometri quadrati circondato dalla distesa ferrosa del deserto del Mojave. Villaggio ferroviario a partire dal 1905, ufficialmente riconosciuta come città nel suasione». Nei bazar mediorientali non ci sono insegne, il legame che si instau- Las Vegas Venturi, Scott Brown e Izenour definiscono «architettura della per- 1911, nel 1931 è legalizzato il gioco d azzardo e nel 1946 ra con la merce è diretto, olfattivo, al limite acustico (quando si ascolta il venditore descrivere la mercanzia); a Las Vegas la merce non sparisce ma si allonta- viene inaugurato il primo casinò. Da allora Las Vegas è immagine di una crescita inarrestabile che si esprime in un na nello spazio facendosi fantasma: al suo posto svettano le insegne immaginifiche impegnate a enfatizzare, ad alludere e a illudere, in fondo non facendo al- germogliare di strutture inaudite. Un fenomeno che sembra rivelare un impulso apotropaico: costruire di tutto, tro che implorare un briciolo di attenzione. dappertutto, dentro e contro il deserto serve a sopportare Osservandole oggi deposte a cielo aperto nella polvere si pensa a quella che fu il nulla intorno. Viene in mente quanto scrisse Goffredo Parise all inizio de- la loro esistenza quando sospese in cima a un traliccio o arpionate alla faccia- gli anni Sessanta in Odore d America descrivendo il vuoto come «endemica malattia ta di un grattacielo competevano una con l altra annodandosi in configurariografia americana e dello zelo di chi vorrebbe, ma non può, riempirlo con una stozioni sempre più avventurose e moltiplicando l intensità del proprio luccichio. che è soltanto cronografia, cioè ancora una volta consumo». Las Vegas Obbligate a intercettare lo sguardo di chi viaggiava in auto, all evolvere dell industria non possiede una storia canonica. Per supplire istericamente a questa mancanza automobilistica e dunque, aumentando la velocità delle macchine, al ha radunato in sé gli emblemi della storia altrui dalla Tour Eiffel alla piramide ridursi del tempo di percezione da parte di conducente e passeggeri le insenezia nera dell Hotel Luxor, dalla Statua della Libertà alla piazza San Marco di Vegne si fanno ancora più magniloquenti, la stroboscopia dilaga, è una guerra sen- trasformandosi in uno spazio allusivo, in un ininterrotto altrove al contempo za esclusione di watt. La luce parlante alla lettera una luce che è vox claman- vitale e disperato. tis in deserto viene a coincidere con Las Vegas tout court. Eppure persino una città parassitaria come questa, una città esca per intero Il passaggio dall elettrico all elettronico determina un obsolescenza fatale: le fondata sul consumo, ha i suoi monumenti. Costruite affastellando strategicamente luci si spengono, le insegne vengono dismesse. La Young Electric Sign Company, centinaia di lampadine su un telaio di legno o di metallo, oppure compo- la società che a Salt Lake City le aveva fabbricate a partire dal 1920, le ha con- ste da tubi al neon filamentosi, le insegne pubblicitarie raccontano la storia di servate per anni esponendole però al deterioramento fino a quando non le ha donate Las Vegas. La scandiscono attraverso i decenni, al Neon Museum, che nel restaurarle e la riepilogano in una serie di morfologie dare loro ricovero ha realizzato una specie di diverse, ne restituiscono paradossi e sfu- cortocircuito: in un luogo che è insieme ospi- mature. Sono le figure vicarie (e del tutto zio della scrittura e cimitero della luce, ciò coerenti) di uno spazio senza passato. Del resto che servì da tramite per vendere intratteni- già nel 1842 Victor Hugo constatava: «Là mento rimandando, con la propria sfavillan- dove non ci sono chiese, allora guardo le insegne», te presenza, a qualcos altro, è oggi intratteteriore quasi presagendo, in un epoca annimento in sé, lo spettacolo bizzarro eppure all elettrificazione delle epigrafi del tutto logico di uno strumento del consumo pubblicitarie, che in un futuro ancora là da promosso a oggetto del consumo mede- venire le merci avrebbero preso il posto della simo. Come se si pagasse un biglietto per vi- religione. sitare il museo delle dita che indicano la luna. Nel raccogliere circa centocinquanta insegne Al cospetto di questo groviglio di stili gragli provenienti dalla Strip la strada defici, la luce un tempo disperatamente eufo- hotel, dei casinò e delle wedding chapels rica si raccoglie in una tonalità più malinconica. nonché da tutto il Nevada, il Neon Museum, Tutto ciò che fu strillo brillio e lusinga al 770 di Las Vegas Boulevard North, la promessa di un paradiso sempre appena è un compendio di grafica, tecnologia, design, dietro l angolo si contrae in un eterno costume e storia sociale. Da quella spigolosa sottovoce. Il Neon Museum, sembrerebbe, è dello Stardusta quella sinusoidale del un luogo in cui si transita dall epoca in cui le Moulin Rouge, da quella rossa e bianca del parole esultavano scagliate antigravitazionali Golden Nuggeta quella curvilinea del Motel verso l alto, a una in cui tocca loro di gia- La Concha, ognuna di queste insegne è l emblema cere al suolo. Come se il destino del linguagfestazioni di una città che in tutte le sue manigio lo strumento che ci siamo inventati appare orientata verso l ammiccamento, per dialogare con ogni deserto fosse infi- l azzardo e il miraggio. ne quello di patire, esausto e frantumato in Attraversando i sentieri di sabbia ai cui lati schegge, l umiliazione della gravità. sono accatastate una sull altra le scritte ci- Neon GLI AUTORI GIORGIO VASTA ( IL TEMPO MATERIALE, MINIMUM FAX 2008; PRESENTE, EINAUDI 2012) HA GIRATO IL SUD OVEST DEGLI USA CON IL FOTOGRAFO RAMAK FAZEL, AUTORE DELLE IMMAGINI DI QUESTE PAGINE (RAMAKFAZEL.COM) IN OCCASIONE DI UN LIBRO City DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE PER QUODLIBET/HUMBOLDT OSSERVANDOLE OGGI DEPOSTE NELLA POLVERE SI PENSA A QUANDO, SOSPESE IN CIMA A UN TRALICCIO O ARPIONATE A UN GRATTACIELO, GAREGGIANDO L UNA CONTRO L ALTRA MOLTIPLICAVANO L INTENSITÀ DEL PROPRIO LUCCICHIO

5 DOMENICA 20 APRILE 2014 Elogio della luce nata per restare dentro un obitorio MARIO PERNIOLA OPEN, VACANCY COME IN È UN PO COME SE SI DOVESSE PAGARE UN BIGLIETTO PER VEDERE LE DITA CHE INDICANO LA LUNA HE IL NEON appaia oggi più estetico del Led (una nuova fonte di luce che sfrutta le proprietà ottiche di alcuni materiali) dipende da varie ragioni, tra le quali non è trascurabile l utilizzazione artistica fatta da molti celebri artisti dagli anni Sessanta del Novecento fino ad oggi. Essi hanno solennizzato il neon, che nell esperienza comune appariva collegato con le cucine e con gli obitori, suscitando associazioni psichiche di carattere antropofago degne dei film di Marco Ferreri. In effetti mentre il neon può disporre di una gamma standard di ottanta colori, il Led per il momento ne può fornire solo poco più di una decina. Perciò io, che non ho mai amato il neon, comincio a rivalutarlo, specie da quando, un mese fa, sono stato costretto a comprare un nuovo frigorifero dotato di una illuminazione Led, la cui luce evoca immagini tipiche del cinema horror-fantascientifico. Ma non a tutti il Led fa lo stesso effetto. Per esempio, una mia amica scandinava, che vive nella foresta norvegese in una condizione off the grid (vale a dire senza elettricità) ed è sopravvissuta all oscurità del grande inverno di quelle regioni al barlume delle candele, ha trovato che la luce Led è la più spirituale di tutte, perché in essa si manifesta pienamente l essenza stessa del vedere. Essa segue perciò la teoria di Ugo di San Vittore ( ), di origine neo-platonica, secondo la quale la pietra è il risultato di un affievolimento e al limite di un assenza di luce. Io invece sostengo la natura essenzialmente corporea della luce, affermata dalla corrente francescana e in particolare da Roberto Grossatesta ( ). Costui rappresenta il punto più alto della teoria dell incontro tra luce e pietra e quindi anticipa il modo di sentire inorganico. Ma attenzione, corporeo non vuol dire materiale! C 31

6 LA DOMENICA DOMENICA 20 APRILE La storia Le foto. Quei bambini che furono anche un po partigiani Quando la guerra cancella i confini MARCO REVELLI NON CONOSCO casi di bambini reclutati nelle formazioni partigiane. Frequento gli archivi piemontesi, in particolare di Giustizia e Libertà, ho visto i ruolini con gli organici: giovani o giovanissimi molti, qualcuno anche sotto le classi d età coinvolte dai bandi di reclutamento forzato del sociale (la quale, al contrario, sfoggiava effettivamente le proprie mascotte in divisa). Ma bambini no. Per una ragione molto semplice: che la guerra partigiana era massacrante. Richiedeva una capacità di resistenza fisica incompatibile con l infanzia. Il che non significa che i bambini potessero restare miracolosamente fuori da quella guerra. Al contrario. Era, quella, una guerra che cancellava i confini tra civili e militari. Tra giovani e anziani. Tra uomini e donne... I rastrellamenti dei tedeschi e dei fascisti non facevano distinzioni, colpivano tutti. Nelle baite bruciate, nelle borgate messe a ferro e fuoco, vivevano (e rischiavano) interi nuclei famigliari. Così come l appoggio alla Resistenza poteva assumere molte forme: un po di cibo offerto, un servizio di staffetta attraverso le linee, un biglietto portato da un vallone all altro, in questo caso sì, anche da bambini o bambine. Niente di più lontano dai bambini soldato delle milizie di oggi che appartengono non solo a un altro secolo ma a un diverso universo di senso. ALBERTO CUSTODERO B LONDRA AMBINI PARTIGIANI imbracciarono le armi durante la Resistenza. La prova spunterebbe dagli archivi fotografici dell Imperial War Museum di Londra. Si tratta di foto scattate da soldati angloamericani e donate molti anni dopo la fine della guerra al museo londinese. Alcune erano state segretate, forse per evitare un ritorno negativo di immagine sulla Liberazione. Lo scatto del sergente Loughlin (con il timbro segreto ) nei pressi di San Marino il 26 settembre 44 ritrae, ad esempio, un bambino del quale viene citato anche il nome (Angelo Batelli). The boy is only 8 years old, il ragazzo ha solo 8 anni. E, precisano gli inglesi, ha rischiato la vita per salvare la vita a molti soldati alleati. La sua attività bellica è descritta in una didascalia di poche righe. «Il piccolo Batelli ha disinnescato le bombe a mano che i tedeschi, acquartieratisi a casa sua, volevano usare contro la fanteria alleata». Altra foto. La scatta il 10 settembre 44, a Trani, il sergente Meyer. La didascalia descrive «un partigiano molto giovane, al quale è stato amputato un braccio»: suo il volto sorridente nell immagine più piccola pubblicata in questa pagina. E ancora. Pizzoferrato, Abruzzo, 4 maggio 44: il sergente Fox immortala, accovacciato a terra col mitra impugnato, «un giovane guerrigliero italiano che ha risposto all appello delle armi». Anche questa foto riporta il timbro secret, ed è quella qui accanto pubblicata più in grande. A Ravenna, il 24 febbraio 45, un ragazzino in uniforme inglese di circa dieci anni compare sorridente in uno scatto del sergente Currey, VIII Armata: «Il componente più giovane dei partigiani del Ravennate è originario della provincia di Napoli. Ha combattuto con i partigiani nelle montagne attorno a Firenze e in Romagna». Gli storici confermano con alcuni distinguo come possibile la presenza di bambini, anche sotto i 14 anni, che avrebbero combattuto contro i nazifascisti. «Molti erano quelli coinvolti nella guerra partigiana», spiega Claudio Pavone, ex partigiano, 93 anni, il più rigoroso storico della Resistenza. Ma aggiunge: «Destando meno sospetti facevano cose che i grandi non potevano fare. In questo senso non parlerei di bambini guerrieri o guerriglieri. I bambini potevano essere utilizzati come staffette, o per eludere i controlli delle forze fasciste o naziste, ma restavano bambini». «Quando ci sono le rivolte di popolo che hanno come teatro dei combattimenti le strade spiega Gabriella Gribaudi, ordinario di Storia all università di Napoli ci sono anche i bambini che partecipano. E muoiono, come settant anni fa col coinvolgimento degli scugnizzi nelle quattro giornate di Napoli. E come succede ancora oggi in giro per il mondo: in occasione della rivolta delle pietre in Palestina, erano i bambini a scagliare sassi contro i soldati israeliani». LE IMMAGINI A VERY YOUNG PARTISAN FOTOGRAFATO IL 10 SETTEMBRE 1944 DAL SGT. MEYER. SOPRA A YOUNG ITALIAN GUERRILLA FOTOGRAFATO A PIZZOFERRATO IL 4 MAGGIO 1944 DAL SGT. FOX «Le foto del museo britannico della guerra aggiunge lo storico Gianni Oliva confermano che conflitti come quelli resistenziali coinvolgono inevitabilmente anche ragazzini in tenera età. In una insurrezione di popolo combattuta casa per casa, con connotazioni anche di guerra civile, salta il concetto d età. Lo scontro coinvolge tutti. Compresi i più piccoli, sottoposti spesso a violenze inaudite, come l essere costretti e vedere i morti giustiziati nelle piazze». Più scettico, invece, lo storico torinese Bruno Maida: «Dubito che bambini soldato abbiano preso le armi al fianco di partigiani. La mia impressione è che i piccoli in divisa ritratti nelle foto inglesi fossero magari orfani di guerra. O feriti, o mutilati, come il tamburino sardo del Risorgimento, e poi adottati come mascotte o per propaganda durante la Liberazione». (Hanno collaborato Mario J. Cereghino e David Bell) ANGELO BETELLI AVEVA OTTO ANNI FELICE CASCIONE FACEVA IL MEDICO ECCO I LORO RACCONTI DI LIBERAZIONE venticinq FOTO FOTOTECA STORICA NAZIONALE ANDO GILARDI

7 DOMENICA 20 APRILE La canzone.felice che acchiappò il vento e lo fece poi fischiare ueaprile 25/4/1945 I PARTIGIANI ENTRANO A MILANO A BORDO DI MOTOCARRI E BICICLETTE, SVENTOLANDO LA BANDIERA ITALIANA L AUTORE EMILIO MARRESE FUSCRITTAsu un foglietto staccato da un ricettario medico. Quello del dottor Felice Cascione, via Asclepio Gandolfo 5 a Imperia. Una prescrizione per l anima: Soffia il vento, urla la bufera, scarpe rotte eppur bisogna agir / a conquistare la nostra (?) primavera in cui sorge il sol dell Avvenire, recitava la prima strofa a matita in calligrafia ordinata. La spedì dai monti liguri, dov era salito partigiano dopo l 8 settembre del 43, alla mamma Maria, maestra elementare. Che gliela fece riavere corretta e dattiloscritta: soffiaera diventato fischia, agirera ardir, e la primavera non aveva più punto interrogativo, non era più nostra ma rossa. La prima volta venne intonata dalla brigata di Cascione, ventisei anni, ex campione di pallanuoto e medico dei poveri, davanti al portone della chiesa di San Michele a Curenna, borghetto del savonese, la sera della vigilia di Natale dopo la messa, davanti a un pentolone di castagne. Pochi giorni più tardi Cascione fu trucidato dai fascisti, mentre i suoi versi adottati dal vento continuarono a volare di bosco in bosco fino a diventare l inno ufficiale della Resistenza. Prima ancora della più trasversale Bella ciao. Ognuno si masticò la sua versione: ardir può essere anche andar, e c è chi aggiunge una strofa con falce e martello. Perché quelle parole sono già di tutti, sono fiorite per esserlo. Al punto di poter perlopiù ignorare, oggi come allora, chi ne fosse veramente l autore. «È una vera e propria arma contro i fascisti. Li fa impazzire, mi dicono, solo a sentirla. Se la cantasse un neonato l ammazzerebbero col cannone», dice il partigiano Johnny nel romanzo di Beppe Fenoglio. La storia di Felice Cascione, u Megu, e del suo canto ribelle è stata ricostruita da Donatella Alfonso in Fischia il vento (Castelvecchi, 140 pagine, 16,50 euro). Bello e carismatico come dev essere un eroe, Felice rimane orfano a cinque mesi di Giobatta, commerciante d olio, ma la madre riesce a farlo studiare. Nelle poco limpide acque marine davanti al porto diventa centrovasca e capitano del Guf Imperia, che scala tra il 37 e il 39 dalla serie C alla A del campionato di pallanuoto. In quella stessa estate arriva secondo ai Mondiali con la nazionale universitaria a Vienna, tre giorni prima dell invasione della Polonia. Lascia Genova per la Sapienza a Roma (dove si ritrova in squadra il portiere Massimo Girotti, non ancora divo del cinema), e infine si laurea in Medicina a Bologna nel 42, al termine della sua fuga dalla burocrazia fascista che lo ostacolava negli esami e nelle graduatorie per un posto alla Casa dello Studente. Il giovane Felice era nel mirino per le sue frequentazioni, in particolare quella di Giacomo Castagneto detto Mumuccio che lo aveva introdotto nel partito comunista clandestino, e presentato a Natta e Pajetta. Il dottorino diventa subito popolare a Oneglia perché non fa pagare né medicine né visite a chi non può. In agosto si fa venti giorni di prigione per adunata sediziosa e, dopo l armistizio, si rifugia sui monti coi compagni a capo di un manipolo che arriverà presto a contare una cinquantina di uomini. Tra loro c è Giacomo Sibilla detto Ivan, operaio che ha fatto la campagna di Russia e porta una chitarra a tracolla accanto al mitra. È lui che la sera, nei casolari diroccati, strimpella questa Katiuscia, la celebre melodia popolare russa. Il testo del poeta Isakovskij parlerebbe di meli e peri in fiori, ma già i soldati italiani nella steppa l avevano storpiato con riferimenti al vento e alle loro scarpe di cartone. Si tratta di metterla giù meglio, per quest altra battaglia. Ci pensa u Megu. Le camicie nere stanano e giustiziano Felice il 27 gennaio 1944, lasciandone il corpo su un pendio. «Ma non fu vano il tuo sangue, Cascione, primo, più generoso e più valoroso di tutti i partigiani. Il tuo nome è leggendario» scriverà, un anno dopo, su La voce della democrazia, un altro giovane partigiano noto come Santiago. La sua firma è Italo Calvino. LA STORIA DI FELICE CASCIONE (FOTO) È NARRATA IN FISCHIA IL VENTO (DONATELLA ALFONSO, CASTELVECCHI, 140 PAGINE, 16,50 EURO). IN ALTO, IL MANOSCRITTO ORIGINALE DELLA CANZONE Le scarpe rotte prima della vittoria GAD LERNER SUCCEDE DI RADO, ma succede. Che lo spirito di un epoca si condensi in pochi versi, indissolubilmente legati a una melodia, per poi attraversare il tempo e farcene rivivere ogni volta l attualità. Quando abbiamo deciso di sperimentare un racconto televisivo dell Italia che uscisse dal chiuso dei talk show, il titolo Fischia il vento è venuto naturale: una matrice in cui potevano ritrovarsi due casematte della cultura di sinistra come Feltrinelli e Repubblica, ma in cui soprattutto si ritrova il senso comune popolare di una democrazia che non dimentica di essere nata dalla Resistenza antifascista. Fischia il vento, più ancora di Bella ciao, è il canto per eccellenza della nostra Resistenza perché non la fa facile: ci inchioda a una dimensione tragica. Il nostro canto malinconico della Liberazione non può prescindere da Fischia il vento: memoria in bianco e nero di una guerra civile nella quale c erano una ragione di civiltà contrapposta a un torto criminale. Ancora oggi siamo chiamati a schierarci. D accordo, è solo una canzone. Ma, come il vento, la senti arrivare gelida da lontano. Il fatto che sia una traduzione, e che la musica sia russa, l arricchisce di gravità. Fornisce la percezione di un accadimento più grande di noi, nel quale le brigate partigiane restituirono a un Italia disonorata un ruolo nobile di protagonismo. La canti anche da solo, ma pensandola in coro. Non è allegra, ma vibra. Esprime la fatica di una guerra dall esito incerto, non la baldanza di una vittoria.

8 LA DOMENICA DOMENICA 20 APRILE Spettacoli. Maestri A undici anni già riempivo casse di musica scritta.riemergono i tesori nascosti del compositore che non fu solo colonna sonora del grande cinema A trentacinque anni dalla morte da Londra a New York il mondo lo celebra GIUSEPPE VIDETTI I MILANO L MUSICISTA è un mago, un grande stregone. Considero una sorta di potere magico quello di Nino Rota, che riesce ad addomesticare questa misteriosa sostanza, a esorcizzarla e a darle significati e costruzioni e ritmi dominati di volta in volta dalla volontà e dalle scelte umane. Per Fellini la musica era un inciampo, un pasticcio che solo Nino Rota riusciva a sbrogliare in quattro e quattr otto. «La musica dei film di Federico si fa talmente in fretta che per decenza sarebbe meglio non farlo sapere», diceva Rota per spiegare l alchimia che si era stabilita tra loro fin dalle riprese de Lo Sceicco bianco(1952). Mario Soldati, che col compositore ebbe un idillio letterario nel 1959 (il libretto dell opera bonsai in dodici minutila scuola di guida), avrebbe sentenziato: «Rota è la musica. Non deve niente a me o a Fellini, casomai a Mozart, Rossini e Donizetti». A Fellini non restò che arrendersi. Nel 1976, dopo le riprese del Casanova, lo canonizzò: «Quando mette le mani sul pianoforte è come un rabdomante, si mette in contatto con la sua dimensione e all improvviso trova la sintonia con la sua creatività». La loro collaborazione era agli sgoccioli: Rota sarebbe morto subito dopo l uscita di Prova d orchestra, trentacinque anni fa, il 10 aprile 1979, a sessantasette anni. Il tempo ha dato ragione a Soldati, Rota è un gigante della musica, non solo per le suggestive, contagiose, memorabili musiche da film celebrate in mille occasioni da artisti come Hal Willner, che nel 1981 gli dedicò il bellissimo album Amarcord Nino Rota ma anche per la immensa quantità di composizioni classiche accumulate a partire dal 1919, quando il genio precoce aveva otto anni, viveva circondato dalle sue donne e non era ancora entrato al Conservatorio Verdi di Milano (era nato in una famiglia benissimo : sua madre Ernesta Rinaldi e suo nonno Giovanni erano valenti pianisti). La morte del padre, nel 1922, gli ispirò L infanzia di San Giovanni Battista, oratorio rappresentato a Milano poi a Tourcoing, in Francia. «Passai tutta l estate a orchestrarla invece di giocare coi miei coetanei», raccontava. «A undici anni avevo già riempito alcune casse di musica scritta, la maggior parte andarono bruciate durante la guerra, nell incursione aerea che colpì il centro di Milano. Mio fratello Gigi diceva: Quella di Nino non è una passione, è il vizio della musica». Ora la Decca ha iniziato la pubblicazione di una collana dedicata all artista con l intento di valorizzare anche i tesori nascosti: tre i doppi cd finora pubblicati dall Orchestra sinfonica Verdi di Milano diretta da Giuseppe Grazioli. «Rota non è solo il musicista di Fellini, ma un grande compositore del No- Amarcord Nino Rota COLONNE SONORE 1947 DANIELE CORTIS 1948 PROIBITO RUBARE 1949 QUEL BANDITO SONO IO 1950 NAPOLI MILIONARIA 1951 FILUMENA MARTURANO 1952 LO SCEICCO BIANCO 1953 I VITELLONI 1960 IL GIORNALINO DI GIANBURRASCA 1965 GIULIETTA DEGLI SPIRITI 1966 SPARA FORTE, PIÙ FORTE... NON CAPISCO 1967 LA BISBETICA DOMATA 1968 ROMEO E GIULIETTA

9 DOMENICA 20 APRILE Quella porta sempre aperta sull orchestra NICOLA PIOVANI vecento. Ci sono opere, come Le Molière imaginaire, musica per un balletto di Béjart, di una modernità sconvolgente; Variazioni sopra un tema gioviale uguaglia la raffinatezza del Bartók migliore; Castel del Montesvela il suo interesse per l esoterismo e le scienze occulte; Il cappello di paglia di Firenze ha il posto che merita tra i capolavori del Ventesimo secolo», spiega il maestro Grazioli, milanese, 53 anni. «Il mio incontro con Rota è stato casuale», continua. «Nei conservatori non si studia, anzi è guardato con sospetto, come tutti quelli che fanno musica da film. Figuriamoci lui, che aveva composto tarantelle, Bevete più lattee La pappa col pomodoro. Solo più tardi ho capito che Rota è come Bernstein, che la sua forza è la leggerezza dell ascolto». La fulminazione avvenne nel 93 quando il Teatro Sociale di Rovigo decise di mettere in scena La visita meravigliosa. Durante le prove arriva una telefonata di Fellini, che è in convalescenza a Ferrara; dice che vuole conoscere Grazioli, che ha voglia di parlare di Nino. «Voliamo in ospedale, lui a letto con l inseparabile taccuino su cui disegnava, al capezzale due rumene prosperose con seni degni di Gradisca. Nino viveva in una bolla, prese a raccontare, si svegliava davanti al pianoforte. Era meticoloso, perfezionista. E giù aneddoti a non finire», confessa il maestro. Gli omaggi a Rota sono sempre più frequenti, e ormai anche le musiche da film sono entrate nei teatri d opera. Il 16 e 17 settembre la New York Philharmonic ha in cartellone La dolce vita: The music of Italian cinema, con artisti del calibro di Alan Gilbert, Joshua Bell e Renée Fleming. L 8 novembre all Opera di Lipsia va in scena Aladino e la lampada magica. La Royal Albert Hall di Londra ha in programma per l 8 dicembre una serata intitolata The Godfather Live in cui verrà proiettato Il padrino di Coppola mentre l orchestra diretta da Justin Freer eseguirà dal vivo il commento sonoro. «Rota e Fellini sono sempre stati corteggiatissimi dall America ma alla fine nessuno dei due c è andato», spiega Francesco Lombardi, cugino di terzo grado del compositore, critico musicale, ex responsabile dell Archivio Rota custodito nella Fondazione Cini di Venezia. «I produttori del Padrino non lo volevano perché lo consideravano troppo romantico, troppo delicato rispetto alla durezza della storia. Coppola insistette e Rota accettò a condizione di non muoversi dall Italia e di lavorare su uno schema del regista e per la verità non accettò troppo di buon grado l idea di condividere l Oscar con Carmine Coppola, il padre del regista che gli fu affiancato come coautore. Aveva un grande amore per la musica leggera e il teatro, ha composto dieci opere liriche con testi teatrali, era più interessato alla tragedia del ridicolo che a quella moderna. Cominciò a scrivere colonne sonore per permettere alla famiglia di continuare a vivere agiatamente anche negli anni più difficili». Ripercorrendo la storia di Nino nello studio milanese del cugino Lombardi, che ha scritto numerosi volumi sull artista, è subito chiaro che Rota era un compositore fine ed erudito e che le colonne sonore erano solo una delle valvole di sfogo della sua torrenziale creatività. Quand era bambino aveva incontrato Maurice Ravel, aveva studiato a Milano con Pizzetti, a Roma con Casella, a New York con Toscanini, che appoggiò la richiesta di una borsa di studio al Curtis Institute di Philadelphia. «Conobbi anche D Annunzio quando era legato alla pianista Luisa Baccara, lo incontrai varie volte al Vittoriale», raccontava Rota. «Era timidissimo, ma parlava benissimo inglese, francese e russo, e questo spiega la sua amicizia con Stravinsky», precisa Lombardi. «Vivere in una bolla era una forma di autodifesa, la distanza di cui aveva bisogno per scrivere in totale libertà. Firmava i contratti senza leggerli. Negli anni Cinquanta quando era direttore del Conservatorio di Bari aiutava gli allievi con sovvenzioni e prestiti personali». A Bari rimase per ventisette anni, fino al Lì in- contrò il quattordicenne Riccardo Muti. «Mi disse: Suona!. Io avevo portato Chopin, un pezzo difficile. Dopo l esame: La commissione ti ha dato 10 e lode, ma non tanto per come hai suonato oggi, ma per come potrai suonare domani», ricorda il direttore. Timido, introverso, silenzioso, solitario ma una vita tutt altro che piatta. «Rimasi di stucco quando da ragazzo entrai nella casa romana di Via delle Coppelle. L interesse per l occulto e l esoterismo era visibile in ogni angolo, un atmosfera inquietante» racconta Lombardi. Negli anni Settanta tutti per la differenza d età lo consideravano suo nipote. «Avevo diciassette anni quando mi portò alle prove del Molière imaginaire alla Scala. I ballerini di Béjart si davano di gomito: Nino è venuto col suo giovane amante». L assenza di donne al suo fianco e il legame morboso con la mamma e le cugine induceva a pensare che fosse omosessuale. Era Suso Cecchi D amico la confidente e custode dei suoi segreti. «Era un carattere angelico, fuori dal mondo, distratto, eppure mai vittima degli inconvenienti che la distrazione procura. Nino camminava sull acqua», diceva la sceneggiatrice. Fu lei a informare Marina, la figlia segreta, della morte di Nino. Nessuno ne sapeva nulla, ma nel 1949 da una relazione avuta con la pianista Magda Longari a Londra (dove lavorava alla colonna sonora della Montagna di cristallo) era nata Marina che crebbe in istituto; Rota la incontrava, la sosteneva ma non le rivelò mai in vita di essere suo padre (oggi Nina-Marina Rota gestisce da Los Angeles il sito Da lì a poco l avrebbe rapito Fellini, sarebbe diventato il suo medium. «La musica mi turba, è invasione che mi inquieta, se non ha a che fare con la mia professione, con la mediazione dell amico Rota, la rifiuto», ebbe a dire il regista. Alberto Savinio l aveva già scritto in Scatola Sonora: «Egli è il più musicale dei musici che io conosca. ( ) suona come per conto di un altro. Di chi? Della musica. Guardando Nino Rota al piano, ho capito come doveva essere Mozart al clavicembalo». HO AVUTO l onore di conversare tranquillamente con Nino Rota una sola volta, a casa sua. Avevamo un appuntamento perché dovevo consegnargli una bottiglia di vino da parte del nostro comune amico greco Manos Hadjidakis. Ricordo che per combinare quell appuntamento ci sono volute diverse telefonate: lui fissava una data, poi il giorno dopo mi telefonava e mi domandava che data avevamo fissato perché non se lo ricordava più; infine rinviava. Ci sono volute settimane. Rota l ho conosciuto più che altro attraverso gli infiniti racconti di Federico Fellini. Quando eravamo in sala di registrazione gli tornavano alla mente i particolari di quando aveva lavorato col maestro, e a volte rideva da solo. Come quando mi raccontò la storia della porticina dello studio: la musica dei primi film l avevano registrata in uno studio sulla Nomentana che aveva una piccola porta che metteva in comunicazione direttamente la regia con la sala dell orchestra. Rota ci si era abituato. Ma, negli anni seguenti, erano passati a registrare in un altra sala, migliore come qualità, ma priva di quella porticina d accesso diretto alla sala. Per raggiungere l orchestra bisognava fare il giro da fuori. Rota ogni volta se ne dimenticava, cercava quel varco con un po di smarrimento, fissava la parete «come Alì Babà davanti alla caverna» diceva Fellini. Toccava il muro con candore e con l aria di dire «ma dove è finita?». Il genio di Rota si esprimeva tutto nella sua musica, ma anche, sosteneva Fellini, nell infinita grazia innocente della persona. IMMAGINI IN ALTO, UNA CARTOLINA DEL FRATELLO LUIGI (GIGI) PER COMUNICARE IL TRASLOCO DELLA FAMIGLIA DA PIAZZALE BARACCA A VIA DEL GESÙ A MILANO, : DA SINISTRA, GIGI, NINO (AL PIANO) E LA MADRE ERNESTA. NELL IMMAGINE GRANDE AL CENTRO UN RITRATTO DI FELLINI PER NINO ROTA. A DESTRA, UN ALTRO DISEGNO DI FELLINI NELLA FOTO A SINISTRA, NINO ROTA CON IL REGISTA DI AMARCORD NEGLI ANNI SETTANTA A BARI DOVE ROTA DIRIGEVA IL CONSERVATORIO NICCOLÒ PICCINNI DEDICHE QUI ACCANTO A SINISTRA, LA DEDICA CHE GLI FECE GABRIELE D ANNUNZIO SULLA PRIMA PAGINA DEL SUO LIBRO IL SUDORE DI SANGUE. RECITA COSì: A NINO ROTA QUESTO LIBRO DI COLUI CHE FU CHIAMATO UN FRAMMENTO DEL FUTURO, DICEMBRE ACCANTO, ANCHE I SALMI DI IGOR STRAVINSKY HANNO LA DEDICA A NINO ROTA: LA STRADA 1955 IL BIDONE 1956 GUERRA E PACE 1957 LE NOTTI DI CABIRIA 1958 GIOVANI MARITI 1959 LA GRANDE GUERRA 1960 LA DOLCE VITA 1961 IL BRIGANTE 1962 BOCCACCIO / FELLINI SATYRICON 1970 WATERLOO 1971 I CLOWNS 1972 IL PADRINO 1973 AMARCORD 1974 IL PADRINO PARTE II 1976 IL CASANOVA 1978 PROVA D ORCHESTRA 1979 URAGANO

10 LA DOMENICA DOMENICA 20 APRILE Next. Non solo dark Sotto la Rete in cui navighiamo esiste un mondo sconosciuto È cinquecento volte più grande e dentro c è davvero di tutto Com è profondo il Web PROXY PROGRAMMA D INTERFACCIA TRA COMPUTER CLIENT E SERVER. MASCHERA L INDIRIZZOIP PER NASCONDERLO TOR SOFTWARE CHE NASCONDE L'INDIRIZZO IP DEL PROPRIO COMPUTER USANDO LA CRITTOGRAFIA.ONION LETTERALMENTE CIPOLLA : UNO PSEUDO- DOMINIO DI PRIMO LIVELLO RAGGIUNGIBILE SOLO CON UN CLIENT TOR ANONYMOUS ATTIVISTI INFORMATICI AGGREGATISI NEL FORUM 4CHAN. LOTTA PER LA LIBERTÀ D INFORMAZIONE FREENET USA RISORSE DEGLI UTENTI PER PUBBLICARE INFORMAZIONI SENZA TRACCIARE CHI LE HA PUBBLICATE ARTURO DI CORINTO Q UESTO MESSAGGIO è un avviso ai proprietari e ai frequentatori di Lolita City, Hidden Wiki e Freedom Hosting. È venuto alla nostra attenzione che voi vi sentite sicuri nel Dark Web. Che vi credete liberi di creare, distribuire e consumare pornografia infantile. Voi siete convinti che questo comportamento sia libertà di pensiero. Vi sbagliate. Voi approfittate di bambini innocenti e se continuerete a farlo riveleremo in Rete quante più possibili informazioni personali riusciremo ad avere di ognuno di voi. Noi siamo Anonymous. Noi siamo Legione. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Detto fatto: nel 2011 gli hacker di Anonymous assaltano una serie di siti pedofili nel Dark Web e divulgano informazioni sensibili sui 1589 utenti di Lolita City, luogo infame considerato una sorta di paradiso dei pedofili. Il cosiddetto Deep Web, l Internet nascosto considerato il luogo di ogni orrore, però non è solo questo. Sono sempre di più infatti le Ong, i dissidenti e i blogger che hanno individuato proprio nel Deep Web un nuovo luogo dove incontrarsi, scambiarsi dati e informazioni, o sostenere una giusta causa usando il Bitcoin come moneta. Nel Deep Web sono stati clonati i documenti di Wikileaks sulle atrocità della guerra in Iraq e Afghanistan, e sempre qui i whistleblowers, le talpe che denunciano governi e funzionari corrotti, proteggono le loro rivelazioni. E dunque, che cos è il Deep Web? Detto anche Invisible Web, è la parte non indicizzata dai motori di ricerca. Una parte fatta di pagine web dinamiche, non linkate, generate su richiesta e ad accesso riservato, dove si entra solo con un login e una password: come la webmail. Questo accade perché i motori di ricerca funzionano con i crawler, i raccoglitori di link. Li categorizzano, li indicizzano, e li restituiscono in pagine ordinate quando digitiamo una parola sul motore preferito. Ma se i link non ci sono, non possono farlo. Un altro motivo per cui non riescono a trovarle potrebbe essere perché quelle pagine sono inibite ai motori di ricerca con il comando norobots.txt. 2013), sarebbe più corretto paragonarlo al bro Dark Web & Bitcoin (Lantana editore, Ma il Deep Web non è solo questo. È anche il pianeta Solaris descritto da Stanislaw Lem, mondo dei database scientifici e dei siti che «un oceano in continuo mutamento». cambiano continuamente indirizzo, delle Nel Deep Web ci sono siti che offrono file illegali, ma anche pagine di istituzioni scientifi- Vpn, le reti private virtuali che connettono direttamente il tuo computer a un altro: se usi un che, database di organizzazioni internazionali e biblioteche universitarie. Come ci si arriva? software di anonimizzazione che cifra i contenuti dei tuoi scambi con la crittografia, nessuno (o quasi) ti può trovare lì dentro. ricerca a pagamento. Leo Reitano, giornalista Con un link mandato via o con motori di Per enfatizzarne il carattere rischioso e illegale in passato il Deep Web è stato spesso contori di ricerca specializzati come Silobreaker o esperto di investigazioni digitali, spiega: «Mofuso col Dark Web, ovvero con l insieme di pagine e servizi web intenzionalmente nascosti splorazione di enormi database del Deep Web il portale CompletePlanet ci conducono all e- a cui si accede con indirizzi impossibili da ricordare o con software di anonimizzazione co- fare ricerche su materiali selezionati e prove- e con specifiche parole chiave ci consentono di me Tor, che consente l accesso ai siti.onion e nienti da fonti attendibili e qualificate. Tutto altri hidden services. In sostanza è esso stesso perfettamente legale». Esempi? Deepwebtech.com consente di fare ricerca su business, una porzione del Deep Web. Arturo Filastò, venticinquenne ideatore di Ooni, uno strumento nato all interno del progetto Tor per mi- su ingegneria, matematica e informatica. medicina e scienza; theeuropeanlibrary.org surare la censura nel mondo, spiega con due In molti paesi dove la censura e l autoritarismo imbavagliano le aspirazioni della demo- esempi italiani perché il Deep può non essere Dark: «Globaleaks, (la piattaforma italiana di crazia fra pari, il Deep Web sta diventando whistleblowing, lontana parente di Wikileaks, ndr) non esisterebbe senza Tor. E anche va frontiera della cultura, dell arte, della crea- sempre più una risorsa e una speranza. La nuo- Mafialeaks, una piattaforma di denuncia sulla tività e della religione, quando salire in superficie può portare al carcere, alle torture, alla mafia, non sarebbe mai nata». Non si conoscono le esatte dimensioni del morte. È nel Deep Web che i fan dell artista cinese Ai Wei Wei organizzano i loro incontri. È Deep Web. Secondo la società di analisi dati Bright Planet sarebbe circa 500 volte più grande del web di superficie, ma per il direttore deltori siriani del regime di Assad comunicano al attraverso il Deep Web (e Tor) che gli opposil Istituto di informatica e telematica del Cnr di mondo e Amnesty International ha potuto raccogliere le fotografie delle torture e dei mal- Pisa, Domenico Laforenza, «non esistono attualmente metriche e tecnologie per misurarlo». Per immaginare come è fatto pensiamo a Rue, inviato speciale dell Onu per la libertà trattamenti della guerra in corso. Frank La un iceberg. Sopra la superficie del mare c è la d espressione, ha chiarito davanti all assemblea delle Nazioni Unite che «l anonimato e la parte più piccola, il web accessibile a tutti, quello che cerchiamo con Bing e Google. E sotto la superficie c è il Deep Web, molto più estecietà aperta e democratica». Il confine tra il le- comunicazione sicura sono cruciali per una soso, a cui non si arriva coi motori di ricerca. Non gale e l illegale, tra la paura e la speranza, non è veramente invisibile, è solo difficile da vedere. In realtà, come ci ricorda Ivo Schiaroli nel è mai stato così sottile. li-

11 DOMENICA 20 APRILE Come diventare invisibili senza trasformarsi in pericolosi cyber criminali BRUCE STERLING IL DARK WEB è stato definito in molti modi nel corso degli anni. Ma io credo che per capire di che cosa si tratti basta quel semplice aggettivo: dark, scuro, inquietante, sporco. Un luogo, insomma, che spaventa. Soprattutto gli esperti di sicurezza, preoccupati non tanto di eventuali limitazioni al diritto alla libertà di parola, o delle vecchie e anonime transazioni di denaro. Ma della nuova combinazione di due elementi: un router che rende invisibili come Tor e la nascita di criptomonete come il Bitcoin. Questi due elementi insieme infatti consentono la creazione di nuovi mercati neri e accelerano radicalmente lo sviluppo tecnologico del cybercrimine. A me Tor piace. A una recente conferenza a Berlino su Snowden ho incontrato uno dei suoi più importanti artefici, Jacob Applebaum. Applebaum ha spiegato al pubblico come funziona il sistema di criptazione.onion(a strati, come una cipolla, da qui il nome), poi mi ha stretto la mano e mi ha regalato uno sticker di Tor. Qualche tempo dopo ho comprato un pc a buon mercato e gli ho installato sopra Tails, un sistema operativo che punta sulla sicurezza e la privacy di chi lo usa e che a sua volta utilizza Tor per ottenere una invisibilità pressoché totale. In questo modo stavo finalmente per avere a disposizione il computer più difficile da tracciare che abbia mai sognato di possedere. Poi, però, ho esitato un attimo. Forse perché mi è venuto in mente che anche Dread Pirate Roberts, il fondatore di Silk Road, il mercato nero virtuale più grande e di maggior successo, ora in galera, doveva essersi sentito eccitato come me all idea di non poter essere tracciato. Tra l altro è uno di Austin, la mia città. Ma io a differenza sua non voglio avere niente a che fare con traffici di droghe, compravendite d armi e roba simile o anche peggiore. La morale? Bisogna fare un buon uso di cose come Tor. E molti giornalisti o hack-tivisti lo fanno. Il mondo del Bitcoin, invece, ha pochi eroi. Lo capisco in quanto tecnologia. È la gente che lo usa che mi fa diffidare. Quella del Bitcoin, fino a oggi, è stata una brutta storia di avidità selvaggia, crisi finanziarie, collasso di business, tradimenti, attacchi di hacker cattivi e massicce appropriazioni indebite. Voglio dire che se la libertà di parola attrae gente coraggiosa, il denaro sporco attira gente malvagia. In altre parole ancora: più conosco gli avidi, più dark, scuro, inquietante e sporco mi sembra ciò che fanno. INFOGRAFICA DI PAULA SIMONETTI

12 LA DOMENICA DOMENICA 20 APRILE Sapori. Tradizionali NE CONSUMIAMO 14 MILIARDI L ANNO NE MANGIAMO 14 CHILI A TESTA MA È ADESSO IL LORO MOMENTO MIGLIORE PERCHÉ SONO DA SEMPRE IL SIMBOLO DELLA RINASCITA Uova per Pasqua. Pastiera o colomba e al diavolo la sorpresa LICIA GRANELLO La novità Il napoletano Andrea Aprea, cuoco stellato del «Vun», Park Hyatt Hotel di Milano, ha appena lanciato la sua versione della pastiera pasquale: sfera di zucchero soffiato ripiena di spuma di ricotta, appoggiata su biscotto di frolla, crema di grano e gelato di canditi PAOLO PICCIOTTO VIVUM EX OVO, sentenziavano i contadini romani, seppellendo un uovo colorato di rosso nei loro campi. Prima di loro, Persiani ed Egizi usavano scambiarsi le uova a inizio primavera. E ancora, secondo leggenda, Pietro ammonisce Maria Maddalena, incredula e felice nel vedere vuota la tomba del figlio: «Crederò alla resurrezione se questo cesto di uova diventerà rosso». Detto OMNE fatto, un colore rosso sangue tinge indelebilmente i gusci, convincendo l apostolo. Dall uovo-gioiello commissionato al gioielliere Fabergè dallo zar Alessandro III per l amata Maria a quelli di cioccolato dei nostri giorni, cambia la materia prima, non la forma, né il significato. Trasmigrato intatto dalla civiltà contadina a quella urbana, il rito propiziatorio legato al dono dell uovo come simbolo di rinascita trova il suo momento di splendore nella Pasqua, che non a caso cade invariabilmente tra il 25 marzo e il 25 aprile, la prima domenica seguente il Plenilunio dopo l Equinozio di primavera. Sono quaranta milioni le galline ovaiole allevate ogni anno in Italia, spesso alimentate con mangimi mediocri o pessimi, colorati per dare l illusione del tuorlo aranciato che fa tanto salubre, costrette in spazi vergognosi camuffati da diciture che nulla garantiscono, a partire dal cosiddetto allevamento a terra. Una situazione degradata, aggravata dalla successione degli allarmi l ultimo poche settimane fa sulle contaminazioni da diossina e policlorobifenili. Ma anche il coté gastronomico soffre. Le uova sanno di poco, la maionese stenta a crescere, lo zabaione abbisogna di Marsala in quantità per rilevare il sapore, e in quanto alle frittate, i consigli televisivi sono avvilenti («Se la vostra frittata sa di poco, aggiungete un pezzo di dado!»). Eppure, l uovo è una risorsa straordinaria. Generazioni di bambini sono cresciuti con il suono del cucchiaio che batte contro la scodella per montare il tuorlo (sbattuto) o il bianco (resumada). Stracciato nel brodo per nutrire i febbricitanti. Crudo, succhiato dal guscio bucato, per dare forza. Alla coque o strapazzato, nella più inglese delle colazioni. Senza uova, niente meringhe né crema pasticcera, niente pastiera e pochi dolcetti. Protagoniste solitarie o ingredienti di una ricetta, ne mangiamo 14 miliardi l anno, quasi 14 chili a testa. Quindi meglio sceglierle con attenzione. Mai come in questo caso, i numeri contano: lo zero certifica la provenienza da agricoltura biologica, il numero uno l allevamento all aperto, il due quello a terra (il tre, cioè da galline in gabbia, è scomparso perché la pratica è vietata dal 2012, pur con residui di illegalità). Se volete scoprire le magìe dell uovo cotto a bassa temperatura, andate da Èvviva, il ristorante «a scarto zero» aperto a Riccione dal cuoco-pasticcere Franco Aliberti. Ve lo servirà coperto di spuma di ricotta di bufala calda e dadi di pane d orzo. Il trionfo del vero uovo (a bagnomaria) di Pasqua. Le migliori Paolo Parisi alleva galline in un bell agriturismo sulla collina alle spalle di Livorno. Le sue livornesi razzolano libere e il loro menù viene arricchito con latte di capra. Risultato: uova dai tuorli cremosi e profumati, adottate nelle cucine dei più importanti ristoranti italiani La ricetta Zuppa di uovo e anice con gamberoni del Mediterraneo I pasticceri Un trittico di talenti il cioccolatiere bellunese Mirco Della Vecchia, la pasticceria Giotto del carcere di Pisa e l Iila (associazione delle coltivatrici di Stevia del Paraguay) per le uova di Pasqua dolcificate in modo naturale, senza aumentare la glicemia e a calorie zero INGREDIENTI PER 4 PERSONE: 4 GAMBERONI DEL MEDITERRANEO; 4 UOVA DI GALLINA BIO PEPE DI MULINO; 1 DL. DI SAMBUCA MOLINARI Ho pensato a una ricetta semplice, dove l uovo è protagonista. Due possibilità: un amico fidato che alleva galline o la certificazione biologica. Altra cosa importante: le uova devono sempre essere lavorate a temperatura ambiente. Ne prendo uno per commensale, apro e divido il bianco dal rosso. I tuorli vanno sbattuti intimamente ma non eccessivamente. Devono gonfiare senza montare. Quando sono ben emusionati, si aggiunge a filo il bicchierino di Sambuca, proprio come fosse una maionese, e si dà una mulinata di pepe, bella generosa. Anche i gamberoni richiedono attenzione: devono essere freschissimi, lucidi e sodi, senza odori ammoniacali o parti scure. Rigorosamente del Mediterraneo. Tolta testa e carapace, mantenuta la codina, si spadellano (se possibile in un wok) rapidissimamente in olio extravergine. Il piatto è pronto: sotto la zuppetta, sopra il gamberone. Nel bicchiere, il meraviglioso sauvignon neozelandese Cloudy Bay. LO CHEF CULTURA E TALENTO MATURATI IN FRANCIA, MARCO FADIGA GESTISCE CON LA MOGLIE HÉLÈNE IL MARCO FADIGA BISTROT, A DUE PASSI DAL TEATRO DUSE, NEL CENTRO STORICO DI BOLOGNA. I SUOI PIATTI HANNO GUSTI NETTI, MAI BANALI, COME LA RICETTA IDEATA PER I LETTORI DI REPUBBLICA

13 DOMENICA 20 APRILE ricette per la festa Se è nato prima il giallo o la gallina Pastiera Frolla ripiena di ricotta, grano bollito, acqua di fiori d arancio, uova e canditi per l antico dolce pasquale napoletano Pasqualina All interno trionfo di uova lavorate con prescinseua (o ricotta), Parmigiano (o pecorino) e bietole spadellate, adagiate crude prima di chiudere la sfoglia e infornare BIOAGRITURISMO LA TEGLIA VIA PALESTRO 10 COSIO DI ARROSCIA (IM) TEL Tajarin Quaranta tuorli per kg di farina Sfoglia sottile fatta asciugare, avvolta su se stessa e tagliata col coltello in stringhe finissime: un minuto di cottura, poi burro d alpeggio BIOAGRICOLA SILVANA&ROBERTO VIA GIBELLINI 18 PECETTO (TO) TEL Mimosa Uova rassodate, tagliate a metà: frullare il rosso con tonno e pasta d acciughe e poi montare con l olio a filo. Riempire i bianchi con la farcia, decorare con erba cipollina PODERE FONTELISA ZONA BESTIALE 3 LOCALITÀ MONTIANO MAGLIANO IN TOSCANA (GR) TEL Casatiello Impasto a doppia lievitazione a base di farina, strutto, pepe nero, pecorino e Parmigiano Sopra, uova crude col guscio, decorate con striscioline di pasta disposte a croce AZIENDA AGRICOLA DELL ERARIO VIA LAMMIE GESUALDO (AV) TEL Asparagi Bismark Cotti in verticale per preservare le punte Uova fritte, prima il bianco, salare, poi appoggiare il rosso pochi secondi. Sul piatto asparagi, uovo e burro fuso CASCINA MONETA VIA MONETA 54 CARBONATE (CO) TEL Titole Dolci a forma di bambole, realizzate con l impasto della pinza la focaccia pasquale tipica triestina disposto a croce e poi intrecciato intorno a un uovo sodo colorato PASTICCERIA PENSO VIA ARMANDO DIAZ TRIESTE TEL Scarcella Uova intere nella decorazione della ciambella intrecciata, impastata con olio e latte Dopo la cottura, colata di glassa preparata con albume, limone e zucchero a velo PANIFICIO FIORE STRADA PALAZZO DI CITTÀ 38 BARI TEL Colomba Ben quattro lievitazioni per il dolce preparato con farina, zucchero, burro, tuorli e scorze candite d arancia Sopra, glassa d albume, zucchero e farina di mandorle PASTICCERIA BESUSCHIO PIAZZA MARCONI 59 ABBIATEGRASSO (MI) TEL Cioccolato Fondente sciolto a bagnomaria a 45 C, mescolato fino a 27 C, poi di nuovo a bagnomaria fino a 32 C, colato nelle due metà dello stampo, raffreddato e unito con cioccolato fuso SAID ANTICA FABBRICA DEL CIOCCOLATO VIA TIBURTINA 135 ROMA TEL MARINO NIOLA L UOVO ha una forma perfetta nonostante sia fatto col culo. Il paradosso del grande designer Bruno Munari dice tutto sulla fortuna universale dell alimento simbolo della Pasqua. Dall uovo cosmico a quello di cioccolato il passo è millenario ma obbligato. Perché niente riesce a sintetizzare meglio la ciclicità della vita. È come se la natura si fosse fatta designer di se stessa. Fine e inizio, morte e rinascita in una sola linea, senza soluzione di continuità. Non a caso nel mondo antico l ingresso della primavera veniva celebrato con il dono delle uova. Era l uscita dal letargo invernale che legava uomini e dei, animali e vegetali alla catena delle generazioni. E delle rigenerazioni. Molte divinità mediterranee, come Dioniso e prima ancora le effigi megalitiche della Grande Madre, venivano rappresentate con l uovo in mano, segno della fecondità e del ritorno annuale alla vita. Un eredità fatta propria dal cristianesimo che fa una sola cosa del risveglio primaverile e della resurrezione di Cristo. Tanto che nel Medioevo Gesù che esce dal sepolcro viene spesso paragonato a un pulcino che esce dall uovo. Ecco perché il nostro menu pasquale è così straripante di tuorli, albumi, frittate, torte ripiene, ciambelloni, pinze, focacce, colombe, farcie, cresce, creme. È la cucina che passa un colpo di evidenziatore sulla vita tingendosi di giallo. In realtà dietro l orgia proteica pasquale e il conseguente picco di colesterolo rituale, si nasconde un autentica santificazione delle uova. Che in molte ricette devono essere a vista e con tanto di croce sopra. Per mettere in chiaro che si tratta di un mangiare sacro. È la gola che diventa devozione. E la digestione si trasforma in una passione. Come i barocchi casatielli partenopei, materializzazione della cuccagna alimentare. O le immaginifiche cuddure ccù l ovu siciliane, nonché i coccoi cun s ou monumento della gastronomia popolare sarda. E le raffinate pasqualine genovesi che guardano dall alto in basso le spocchiose quiches transalpine. E last but not least la sontuosa pastiera partenopea che al trionfo delle uova associa quello delle messi, altro grande simbolo vegetale delle religioni mediterranee. Perché in ogni spiga abitava quel dio che dorme sepolto in un campo di grano. E che era pronto a rivivere per diventare pane. Trasformando, ora come allora, il rito di resurrezione in una vitalissima sagra della primavera.

14 LA DOMENICA DOMENICA 20 APRILE L incontro HO TANTA ENERGIA NON MI SENTO TRA QUELLI DA RICORDARE CON AFFETTO LA CATEGORIA DEI SOPRAVVISSUTI È DIVERSA DA QUELLA DEI VIVENTI POI LO SO CHE SIETE TUTTI LÌ A PRENDERMI LE MISURE... In un altro Paese gli avrebbero chiesto di dirigere la Tv di Stato, qui al massimo gli propongono nostalgiche rievocazioni. Lui non si scompone: Li capisco pure. Pensano che un vecchio di settantasei anni non abbia più nulla da dire. Ma anch io quand ero giovane pensavo che i vecchi erano vecchi. Dopodiché l artista e talent scout ( Ho fatto i calcoli: da Benigni in giù ne ho scoperti un centinaio ) parla della moglie che non ha mai sposato, di capelli tinti, di intellettuali finissimi e alla fine anche di Dio: Non sono più credente, diciamo speranzoso Renzo Arbore FRANCESCO MERLO ROMA CARO ARBORE, è Pasqua: Dio? «Ma come si fa a crederci?». E indica, allargando il braccio, tutti i disastri del buon Dio: «Sapevo che l ingiustizia è un vizio umano. Mi disturba troppo doverla attribuire a Dio». Anche «le sofferenze e la morte della moglie che non ho sposato», Mariangela Melato: «Non riesco a parlarne. Vede, devo voltarmi dall altra parte. Diciamo che non sono più credente, ma forse speranzoso». Se volete capire la nostalgia che affligge e conforta «uno dei paesi più vecchi del mondo» dovete pensare a lui come all uomo-simbolo di una bella Italia che non c è più e al tempo stesso misurare l ardore con il quale a settantasei anni vorrebbe stanare un altra Italia che non riesce ad esserci: «Bighellono per teatri, ma trovo sempre meno artisti, meno improvvisatori». Forse non li vede, magari perché è cambiato il codice? «Èvero che è cambiato. Hanno tutti bisogno del copione. E l umorismo è quasi sempre pesante e spesso direttamente politico. Ma io credo che si possa ancora divertirsi con l allusione e con la leggerezza». Cosa salva la sua famosa notte dalla malinconia? «Rido di me, prima degli altri». E difatti sul palcoscenico del Sistina ho visto Arbore mostrare al pubblico i suoi capelli tinti: «Nel mondo dello spettacolo lo facciamo tutti». Ha esibito l età: «So che siete tutti lì a prendermi le misure: vediamo come si mantiene Arbore». E le debolezze sono vezzi: «Mi sono iscritto ad Amnesy International. A De Crescenzo, che ne è presidente, ho chiesto: alla tua età ti piacciono ancora le donne? E lui: moltissimo, ma non ricordo perché». Il suo amatissimo faccione ridente, che gli anni hanno lavorato, celebra o promette? Di sicuro la sua casa giocherellona non è più così eversiva: «Questi mobili stile Miami, gli oggetti dell America degli anni Quaranta e Cinquanta, tutto quello che vede nacque come reazione ai mobili pesanti della BIGHELLONO PER TEATRI, MA TROVO SEMPRE MENO IMPROVVISATORI. L IMPROVVISAZIONE NON È UN DISVALORE ITALIANO, NON È IMPREPARAZIONE NÉ INCOMPETENZA, È JAZZ: LA CONVERSAZIONE AL POSTO DELLA SCENEGGIATURA mia giovinezza, i salotti in legno della borghesia. Facevo lo sberleffo a quel mondo soffocante con le tappezzerie nascoste alla luce che neppure il 68 riuscì a mandare per aria, ma la mia televisione forse sì». E adesso invece «non riesco a liberarmi degli oggetti che ho collezionato. Sono preziosi e hanno un mercato importante, ma io no so più dove metterli. Lo so cosa pensa: Arbore voleva liberarsi e liberarci da quelle cose e si è imprigionato e ci ha imprigionato in queste altre». Apre un armadio e cade di tutto, anche gli occhiali di Elton John. Parliamo allora dei soldi: «Quelli che ho impiegato meglio sono quelli che ho sprecato». Anche nel frigo ci sono esemplari di specie CREDO PERSINO ALLA RINASCITA DEL NOSTRO SUD. LO SA CHE C È UN SUD DOVE MAFIA E CAMORRA NON ENTRANO? A TAORMINA NON C È LA MAFIA. A ISCHIA, AMALFI, RAVELLO NON C È CAMORRA preziose, i ricci di Acitrezza, le fave bianche di Maglie, i granchi di New Orleans e la carne dell Argentina, il lampascione di non so quale Puglia: «I miei pusher non mi fanno mancare nulla». A tavola ogni leccornia è nostalgia regale, bocconi di Lucullo, scongelati come Fazio a Sanremo scongelò le Kessler. Attorno microfoni, cadillac, mille radio americane di plastica, cravatte, «simulacri di una vita sbriciolata in mille piccoli oggetti di feticismo, rarissime cianfrusaglie, da Cuba, da New Orleans, da Capo Verde». Ci sono pure due pupazzi felicemente dissonanti: «Sono di Mariangela. Discretamente tengono banco e dirigono l orchestra». Oggi c è un florido mercato del feticismo e casa Arbore somiglia all Italia ingombra di un passato che non riesce a diventare passato: «La Rai mi celebra ma non mi scrittura, e li capisco pure. Pensano che un vecchio di settantasei anni non abbia più nulla da dire. Anche io quando ero giovane pensavo che i vecchi erano vecchi». Si diventa vecchi quando non si improvvisa più? «Vedrà che qualcosa ci inventiamo, improvviseremo ancora, e non sarà nostalgia». In fondo lo temono come ai tempi di Alto Gradimento, e infatti lo chiamano per ri-fare e mai per fare..., è la ri-italia del bel tempo andato. Come se Arbore non potesse più scoprire talenti ma solo rivendicare quelli che ha scoperto, da Benigni in giù: «Un centinaio». E quei sacerdoti del Nostos che, come Bruno Vespa, ri-festeggiano ogni giorno la Rai democristiana, ancora lo ignorano; mentre gli altri, quelli che furono alternativi, sognano un tutti per Arbore e Arbore per tutti : «Rischieremmo di guastare la memoria. E tanti, giustamente, non verrebbero». In un altro Paese gli avrebbero almeno chiesto di salvare la Radio di Stato, che non è più sintonizzata con l Italia, di organizzare una Rete tv, di dirigere la Rai, da artista e da impresario. Qui non gli offrono nemmeno un trasmissione tutta nuova. «Di sicuro io ho tanta energia, e non mi sento ancora tra quelli che bisogna ricordare con affetto. La categoria dei sopravvissuti è diversa da quella dei viventi». Alla storia dell improvvisazione non ho mai creduto: il dottor Arbore ha una rara proprietà di linguaggio, è un lettore di libri raffinati, si informa con cinque giornali al giorno. E, senza paradossi, l erede scanzonato dei grandi liberali meridionali napoletani non di nascita anticomunisti e mai di destra, un notabilato speciale che non è solo Croce e Salvemini: «Ancora oggi se penso alla Napoli di Ansaldo mi emoziono. E mia madre era una Cafiero». Dice, con ironia fosforescente, di sentirsi «più un tu vo fa l americanoche un intellettuale finissimo», ma in realtà ha insegnato il sorriso ad almeno tre generazioni di intellettuali finissimi. Gioca con l improvvisazione come Umberto Eco gioca con la goliardia. «Eco mi laureò in goliardia a Bologna, nell aula magna: il suo clarinetto cominciò è un classico del doppio senso. E io: anche il suo pendolo, che va di qua e di là perché non ce la fa. E poi feci ai professori una domanda di italiano: che tempo è sarebbe stato perduto? Lei lo sa?». Pasticcio con i trapassati: «No. È preservativo passato». Scusi Arbore, l improvvisazione non è un disvalore italiano? «Improvvisatore non vuol dire impreparato e incompetente. Èil contrario». Radio e tv italiane sono piene di arborini arruffoni e volgari: le piacciono? «Per niente. L improvvisazione che facciamo noi è quella del jazz: la conversazione al posto della sceneggiatura. Io parlo di un artista che conosce ed entra in un testo, ma si esprime solo quando esce da quel testo e improvvisa. In questa casa, io allenavo tutti a stare ciascuno dentro un personaggio predefinito. Frassica era il bravo presentatore, Marenco il bimbo dispettoso Poi in trasmissione stimolavo ed attivavo Benigni e per lui diventava impossibile non improvvisare. E, come nel jazz, ci vuole anche la complicità di chi ascolta». Non sempre è compatibile con l audience. «Il mio slogan è sempre stato meno siamo e meglio stiamo». Per la verità ha riempito il Sistina come nessuno quest anno e tutti in piedi cantavano in coro «ohi vita, ohi vita mia». La canzone italiana esiste ancora? «Vorrei proporre al ministro Franceschini un piano per rilanciare la canzone italiana nel mondo». Non basta l orrore di Sanremo? «Sanremo, da tempo, non è la canzone italiana. Perciò mi sono sempre rifiutato di presentarlo. Ma ci sono melodie bellissime, di Gaber, Dalla, De André, Paoli, De Gregori che potrebbero farcela nel mercato americano». Beh, se non ce l hanno fatta da sole. L espressione made in Italy non le fa venire l orticaria? «Èbrutta. Rivendica l italianità in inglese». Come le spingule francesi, le spille da balia, di origine americana, che furono riverniciate a Napoli di francese. «È provincialismo. Meglio sarebbe gusto italiano. Ma sa, io sono un patriota, forse l ultimo». Mi mostra, al capezzale del suo letto, «il ritratto di famiglia degli italiani: Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele». Allora a Franceschini proponiamo il Risorgimento della canzone con il rock made in Italy, suoni già suonati, uno scimmiottamento di ritorno? «No. Ci sono le nostre melodie e nel jazz siamo i più bravi del mondo; lo sa che il jazz è nato in Italia, grazie al siciliano Nick La Rocca?». Sarà vero filologicamente. Nell Enciclopedia Britannica c è scritto che lo champagne è nato in Inghilterra. Ma lo champagne rimane francese e il jazz americano. E però Arbore crede davvero che, anche grazie al jazz, possa rinascere il nostro Sud: «C è un sud dove la mafia e la camorra non entrano». Per esempio? «A Taormina non c è la mafia. A Capri non c è la camorra. A Ischia, ad Amalfi, a Ravello La camorra si ferma a Castellamare». Disarmati dalla bellezza? «Non lo so. Forse hanno soggezione. Potremmo ripartire da lì. Ma non diciamolo. Se no, anche questa volta, arriveranno prima di noi».

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