INTERESSE ASSOCIAZIONE ESTERI

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1 RASSEGNA STAMPA giovedì 9 aprile 2015 L ARCI SUI MEDIA INTERESSE ASSOCIAZIONE ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO AVVENIRE IL FATTO PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da Vita.it del 09/04/15 Le Arci e le slot, ci scrive la presidente Francesca Chiavacci ci scrive a proposito dell'intervista sulla presenza di slot nei circoli Arci. Riccardo Bonacina le risponde Caro Direttore, Le scrivo per chiedere una rettifica a proposito dell articolo pubblicato su Vita.it il giorno 3 aprile a firma del giornalista Lorenzo Maria Alvaro. Il titolo recita, Chiavacci: Non è compito dell'arci combattere le slot (qui l'intervista) Penso che quell affermazione contenuta nel titolo non corrisponda a verità. Sinceramente non ricordo di aver pronunciato mai quelle parole. Credo che l' estrapolazione giornalistica che ha portato alla costruzione del titolo sia ardita. Avrei affermato un principio contrario alla lettera a) dell articolo 3 dello Statuto nazionale dell'arci che individua tra i campi prioritari di iniziativa dell'associazione la promozione del benessere delle persone e il riconoscimento del diritto alla felicità. Sono consapevole che la scelta editoriale è indubbiamente libera (che vedo continuate a perseguire con l intervista a Luigino Bruni); mi permetta però di esprimere la mia opinione su alcuni punti: 1) Lo spunto da cui sembrava partire la richiesta di chiarimenti (divenuta poi intervista) da parte del giornalista era la notizia della presenza di slot machine in un circolo di Firenze che aveva celebrato alcuni mesi prima la dismissione dei contratti di noleggio di quegli apparecchi alla presenza della Presidente della Camera Laura Boldrini, nell'ambito di un evento della campagna contro i rischi del gioco d'azzardo Mettiamoci in gioco. Credo sia doveroso precisare che quel Circolo ha fatto una precisa scelta contro la presenza del gioco d'azzardo al proprio interno e che non ha assolutamente smentito quella scelta. Una scelta, precisiamo ulteriormente, assunta con delibera del Consiglio (il cui verbale era affisso nel corso dell'evento) dopo una lunga discussione partita proprio dalla conoscenza di alcuni drammi personali di soci (a cui poi non è stata rinnovata la tessera proprio per impedire che quei drammi si acuissero, perlomeno all'interno dei locali del circolo stesso...) e dalla consapevolezza di un faticoso quanto coraggioso maggiore impegno per la gestione del proprio bilancio. Una scelta a cui è seguita una lettera di disdetta dei contratti ai noleggiatori degli apparecchi e alla Sisal, società concessionaria. A impedire la cessazione è stata la tipologia dei contratti stessi, che, lei concorderà, possiamo definire veri e propri contratti-capestro, a cominciare dai termini necessari per la disdetta e dall elevatissima penale prevista in caso di recessione anticipata. Una cessazione solo rimandata, perchè alla fine del 2016 quel circolo NON avrà più slot al proprio interno. E qui sta il punto. Ci si può rimproverare che un contratto va letto meglio (più volte il giornalista mi ha fatto notare che bisognava leggerlo meglio, e io ho concordato, usando la parola leggerezza ). Ci si potrà rimproverare di aver voluto ospitare un evento di rilievo. Ma ce ne passa per arrivare, come è sembrato dalle ricostruzioni apparse su Il Corriere Fiorentino e Vita, a rendere colpevole e non coerente proprio il soggetto che ha fatto una scelta di coerenza. 2) Coerenza: è la parola che la sottoscritta ha usato con il giornalista riguardo al confronto e alla dialettica con i circoli. Siamo una rete di oltre 5mila circoli in tutto il territorio nazionale. Il fenomeno della presenza del gioco d'azzardo è una questione che ci riguarda. Ne siamo consapevoli. E la discussione di questi anni sono andati in un'unica direzione. Tutti i nostri atti e dichiarazioni di impegno nel contrasto ai rischi del gioco 2

3 d'azzardo e alle ludopatie sono stati approvati all'unanimità negli ultimi Congressi e dagli organismi dirigenti. Siamo impegnati nella campagna 'Mettiamoci in gioco'. Così come è giusto ricordare che il fenomeno della presenza del gioco d'azzardo riguarda una parte ristretta del nostro associazionismo diffuso e che nel corso degli ultimi anni i numeri della presenza nei Circoli hanno conosciuto una progressiva riduzione. Come ho spiegato nella richiesta di chiarimenti, il nostro associazionismo è un sistema di autonomie, di gruppi dirigenti diffusi, di bilanci, di rappresentanti legali che ogni giorno decidono come proseguire la loro esperienza associativa. Il lavoro dell'arci è stato ed è senz'altro quello di mettere in campo strumenti di dissuasione e di supporto nei confronti delle strutture che hanno dovuto far ricorso all utilizzo di slot. 3) Siamo anche consapevoli del fatto che la diffusione del gioco d'azzardo e del dramma sociale delle ludopatie trova ragione e fondamento nella solitudine, nelle fragilità sociali con la complicità di media e Stato italiano (il maggior esattore di questo fenomeno ma qui la coerenza non è così importante). La nostra attività quotidiana di accoglienza, socialità, creazione di relazioni sociali sane e ricostruzione di legami di comunità che svolgiamo in tanti modi su tutto il territorio nazionale rappresenta, che si voglia vedere o no, uno degli agenti diffusi di prevenzione delle dipendenze e quindi anche della ludopatia. In molte delle nostre basi associative vengono ospitati, inoltre, gruppi di autoaiuto contro le dipendenze, collaborazioni con le zone sociosanitarie locali proprio su questo tema, come nella battaglia contro l alcolismo o le tossicodipendenze. Per noi combattere la solitudine è, da quando siamo nati, ragione di essere. Per questo quel titolo, indipendentemente dal contesto dal quale è stato estrapolato, o dalla correttezza giornalistica o meno, lo consideriamo una bugia. Proprio perchè sono convinta che quel titolo abbia lasciato di stucco anche Lei e tante persone impegnate e non nel movimento noslot, credo sia molto comprensibile che abbia fatto tanto arrabbiare anche noi. La saluto, permettendomi di citare Italo Calvino: Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori. Nella battaglia no-slot può tornare utile. Cordialmente Francesca Chiavacci Risponde Riccardo Bonacina Cara presidente, ho voluto ascoltare la registrazione dell intervista prima di risponderle perchè, è vero, anch'io sono rimasto di stucco leggendo l'intervista, ma devo dire che il titolo, pur in una necessaria sintesi, non tradisce affatto il pensiero da lei espresso nel dialogo con Lorenzo Maria Alvaro. Lei ha più volte ribadito che l obiettivo del contrasto dell azzardo legale deve essere in capo allo Stato e non alle organizzazioni di base come l Arci. In ogni caso pubblichiamo volentieri le sue precisazioni. Mi permetta però qualche considerazione su quanto scrive. Se alzi un muro - ha scritto Italo Calvino - stai attento a che cosa lasci fuori. Qui, tra dentro e fuori, non c'è un muro, ma un fatto: il circolo Arci San Nicolò di Firenze che, il 24 gennaio 2014, con tanto di Patrocinio della Camera dei Deputati e alla presenza di deputati e della presidente Laura Boldrini, servì da set fotografico-mediatico ( per una partita a bigliardino "contro le slot machine", quelle slot non le ha mai tolte, né le toglierà fino alla naturale e crediamo economicamente fruttuosa scadenza del contratto, nel Due anni dopo un "evento" che evidentemente non ha prodotto frutti, se non i frutti amari dello scoprire che forse, sotto lo slogan, non c'è niente. Dentro e fuori: dentro quel circolo, coperte da un mare di "vorrei ma non posso" restano le slot. Fuori? Fuori, come lei ci scrive nero su bianco restano alcuni oramai ex soci ai quali "non è stata rinnovata la tessera". La loro colpa? Aver creato problemi a sé e alla proprie famiglie (e magari anche al circolo) a causa di quelle slot machine. Fuori gli uomini due volte vittime, quindi, dentro le macchine. E questo è un altro fatto. Anzi è un muro, cara 3

4 presidente, un muro di calce e mattoni. Il fatto che questo mix quasi comico di fatti accada in quella che un tempo era una storica Casa del Popolo non aggiunge nulla, ma nulla nemmeno toglie alla domanda di fondo che, dalla sua lettera, comprendo lei non ha colto a pieno: che cosa è diventata la vocazione associativa, comunitaria, culturale, ricreativa di Arci? Arci è molto di più di questi alibi, di questi muri, di queste chiacchiere - ne sono certo e i tanti articoli che dedichiamo alle centinaia di iniziative ne sono la prova. Ma i fatti, nello specifico, dicono altro, e allora ognuno ne tragga le debite conseguenze: o qui siamo in presenza di una enorme farsa o siamo in presenza di un'enorme tragedia. Tutto il potere alle macchine - cantava Franco Battiato - "e gli uomini a pane e acqua". Le piace così? Non ci sono scelte indolori, ci sono scelte che dicono chi siamo e come siamo. La vostra scelta è dunque quella di tenere le slot machine in quel circolo che si voleva accreditare come simbolo a beneficio di qualche politico e delle telecamere? Anche qui: fatti, non convegno, adesivi, chiacchiere e muri parole. Ci sono dei semplici bar che neppure godono delle agevolazioni fiscali di cui i circoli godono che sono riusciti a vincere la loro battaglia, così come altri circoli Arci (qui una delle tante storia che raccontiamo) Sono convinto che l Arci nazionale potrebbe fare molto di più per bonificare i suoi circoli dai terminali dell unica industria che invece di produrre ricchezza e valore lo consuma e lo brucia, promuovendo invece del buon vivere, lo strappo dei legami sociali e familiari, l incremento dell usura, il malessere sociale e psicologico. Non basta mettere la sigla della propria organizzazione insieme alle altre per iniziative a beneficio di stmpa e di politica, occorrono scelte più coraggiose e minimamente più radicali. Un grande presidente dell Arci che ci onorò della sua amicizia e collaborazione, Tom Benetollo, scriveva: «In questa notte oscura, qualcuno di noi, nel suo piccolo è come quei "lampadieri" che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all'indietro, appoggiata alla spalla, con il lume in cima. Così il "lampadiere" vede poco davanti a sé ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo, non per narcisismo ma per sentirsi dalla parte buona della vita. Per quello che si è». Ecco anche oggi abbiamo bisogno di lampadieri capaci di generare fatti reali più che parole e fotografie. Con amicizia leale, Riccardo Bonacina Da Vita.it del 08/04/15 Bruni: «La presidente di Arci, dopo le dichiarazioni sulle slot, dovrebbe dimettersi» Di Lorenzo Maria Alvaro L'economista interviene sull'intervista che Vita.it ha fatto a Francesca Chiavacci per commentare il caso del Circolo San Niccolò. «Sono triste, deluso e indignato. I circoli Arci installano macchinette per soldi? È la logica del peggior capitalismo finanziario, non c'è più speranza per questo mondo» «Ho tre sentimenti quando ho letto l'intervista di Vita.it alla presidente nazionale di Arci, Francesca Chiavacci: tristezza, delusione e indignazione». Così esordisce al telefono, durissimo, l'economista Luigino Bruni, molto sensibile al tema dell'azzardo legale e tra i padri del movimento Slot Mob, che si batte proprio contro al dilagare del fenomeno. L'intervista con la presidente di Arci era nata per commentare il fatto che nel circolo San Niccolò di Firenze, che il 25 gennaio del 2014 aveva celebrato in pompa magna la dismissione delle slot machine, le macchinette in realtà sono rimaste in funzione e 4

5 continuano ad esserlo anche oggi. Fu un evento organizzato dal movimento Mettiamoci in Gioco e svoltosi alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini. Per questo ebbe una grande eco sui giornali e per questo la scoperta ha fatto scalpore. Tra i tanti passaggi ad aver colpito Bruni maggiormente è quello in cui Chiavacci sottolinea che «è vero (che sia inaccettabile che nei circoli Arci si ospitino le slot machine ndr) ma dobbiamo anche pensare che il cliente potrà sempre trovare le slot da altre parti. Magari nel circolo può giocare ma anche parlare con qualcuno. Sono poi convinta che proibire una cosa la rende ancora più allettante». «Innanzitutto vorrei chiarire che dichiarazioni come queste dovrebbero bastare per presentare le dimissioni», attacca Bruni, «se un ente come l'arci arriva a immaginare le cose che ha detto la sua presidenza significa che non c'è più nessun criterio etico per giudicare il mondo. Il capitalismo che hanno combattuto i nostri padri, che quel mondo delle slot rappresenta nella sua faccia peggiore, se li è mangiati. Non c'è più speranza per questo mondo, che pure ho amato». La reazione di Bruni è a cavallo tra una delusione cocente e una rabbia dominata a fatica. «Sono molto deluso di questa incapacità culturale di una certa sinistra. Non capiscono la battaglia capitale che si sta svolgendo con un business che si nutre del sangue dei poveri. Dire che tanto le persone giocherebbero comunque da un altra parte vuol dire non capire nulla della solidarietà italiana». Per l'economista si tratta, «di una scemenza che richiede immediate dimissioni». E lo ripete più volte. La speranza è che non muoia tutto con l'intervista, «spero che queste dichiarazioni portino ad un dibattito interno serio e a qualche, a mio avviso, inevitabile conseguenza». C'è poi un fatto doloroso. Arci infatti è tra i promotori proprio di Slot Mob, di cui Bruni è un illustre testimonial «Per altro rendendo quelle dichiarazioni Arci rende vano l'enorme sforzo che stiamo facendo dal basso, per combattere l'azzardo. Per questo spero quanto meno in una smentita, altrimenti la loro partecipazione sarebbe imbarazzante per noi. Mi auguro sia solo un problema di incompetenza». In conclusione Luigino Bruni ha commentato anche una proposta, che è stata fatta in questi giorni alla presidente nazionale (via Facebook) in cui si ipotizzava la possibilità, da parte degli uffici centrali, di chiedere ai circoli che ospitano slot machine di rinunciare ai benefici fiscali di cui godono. «Non mi interessa. Il punto è rispondere alla domanda: perché quei circoli hanno le macchinette? Se la risposta è quella di Chiavacci, cioè per i soldi, non c'è altro da aggiungere. È morta la cultura di sinistra che animava da sempre Arci e ha vinto la logica capitalistica della peggior specie. Il resto non conta». Da L Espresso.it del 08/04/15 Il 25 aprile? Festeggiamolo ballando Danze e canti per le strade di ogni città. Come avvenne nell'estate del '45 al Parco Sempione di Milano. L'idea di Radio Popolare e Arci per rendere più gioioso e musicale il ricordo della Liberazione. Contestazioni dalla destra: «Sarà un evento macabro» di Adriano Botta Il 14 luglio 1945, tra il Castello Sforzesco e il parco Sempione di Milano, fu organizzata una grande festa da ballo pubblica per celebrare la ritrovata libertà, dopo la fine del fascismo e della guerra. 5

6 L'idea venne ad Antonio Greppi, il primo sindaco dopo la cacciata dei tedeschi, designato dal Cln. Socialista, ex partigiano della brigata Matteotti, Greppi aveva pensato che ci volesse un evento festoso e collettivo per ritrovare la voglia di vivere in una città distrutta al 60 per cento dai bombardamenti, dilaniata dall'odio reciproco, in cui quasi ogni famiglia aveva un lutto da elaborare (lo stesso neosindaco aveva perso un figlio, Mario, ucciso da una brigata fascista nel '44). L'organizzazione dell'evento fu affidata a un giovane appassionato di teatro che negli anni successivi avrebbe fatto molto parlare di sé: Paolo Grassi, futuro fondatore con Giorgio Strehler del Piccolo Teatro, più tardi anche sovrintendente della Scala. Così al parco Sempione quella sera vennero allestite sette piste da ballo, con nove orchestre e cento girandole di fuochi d'artificio. L'idea non solo ebbe uno straordinario successo, ma fu arricchita anche da iniziative spontanee nelle strade e nelle periferie della città: decine di bande musicali piccole e grandi percorrevano i viali suonando, invitando la gente a uscire di casa e a ballare. Fu una notte memorabile, che terminò solo all'alba e che diversi anziani, a Milano, ricordano ancora. «Si balla per le strade, sui marciapiedi, nei viali, [ ] le strade della circonvallazione fanno da cintura a questa esplosione di letizia, di libertà, quasi a cancellare definitivamente le ore buie degli odi, delle diffidenze», ne scrisse il giornalista Emilio Pozzi, anch'egli ex partigiano, già detenuto a San Vittore. Servì insomma a scacciare i fantasmi della dittatura ma anche della guerra, della fame, delle vendette. A segnare una cesura e una rinascita, usando il canto e il ballo come rito apotropaico. Più ancora del 25 aprile, che - come noto - si portò dietro per giorni una scia di sangue e di paura, con i cecchini che per giorni continuavano a sparare dai tetti. Il 14 luglio, no: le armi erano state finalmente messe tacere, era arrivato il momento di voltare pagina. Le strofe più cantate, quella notte, furono quelle della Marsigliese, in omaggio alla data scelta per quella che Greppi volle chiamare "Festa della fraternità e del popolo". «Facciamolo anche noi, 70 anni dopo» è l' idea lanciata da Radio Popolare, che ha trovato rapidamente l'appoggio di altre organizzazioni come l'arci e l'anpi. L'iniziativa di quest'anno si chiama Liberi di cantare e ballare e questa volta non si rivolge solo ai milanesima a tutti: «Convincete il vostro sindaco ad aprire il Palazzo Comunale, coinvolgete la banda civica o il gruppo hip-hop di vostro figlio, chiamate a raccolta amici e vicini di casa nel cortile condominiale. Insieme con le canzoni di quel tempo e lo swing, i brani ispirati alla Resistenza e le danze popolari: sarà un modo per riconoscere le nostre radici più forti e rendere contemporaneo, non nostalgico, l omaggio agli uomini e alle donne che hanno rischiato la vita per riportarci alla democrazia e alla libertà». La sera scelta è quella di venerdì 24 aprile, con il culmine alla mezzanotte. Non c'è più Paolo Grassi per organizzare il tutto e allora ci si affida a Internet: chi vuole partecipare può andare sul sito L'iniziativa è stata duramente contestata del "Secolo d'italia", diretto dall'ex parlamentare di An Italo Bocchino: «Sarà una festa ideologica e di parte, una danza macabra», ha scritto il sito di destra, «almeno per chi per chi non è del tutto a corto di nozioni storiche sul dopoguerra. Per chi sa che vi fu sì la fine della dittatura, ma accompagnata da una sanguinosa guerra civile, per chi sa che molti partigiani si macchiarono di infamia nelle mattanze contro i presunti fascisti in molte città, per chi ricorda che se al parco Sempione si ballava e si cantava per la libertà tale libertà, in quella stessa città, era anche fondata sull ingiuria ai cadaveri dei vinti perpetrata a Piazzale Loreto» ?ref=HEF_RULLO 6

7 Da Rassegna.it del 09/04/15 Scuola: l'appello di 27 associazioni al Parlamento La richiesta: cambiare il ddl presentato dal governo. I firmatari rivendicano uno "spazio di ascolto" e la partecipazione attiva di studenti, insegnanti, genitori, forze sociali e sindacali, associazioni. Anche la Cgil tra i promotori (foto Simona Caleo /Cgil) (immagini di (foto Simona Caleo /Cgil)) Ventisette associazioni promuovono un appello al Parlamento italiano per chiedere di cambiare il disegno di legge sulla scuola presentato dal governo. I firmatari rivendicano uno "spazio di ascolto", perché senza la partecipazione attiva dei soggetti da essi rappresentati - studenti, insegnanti, genitori, forze sociali e sindacali e associazioni - "nessuna riforma può raggiungere obiettivi decisivi per il Paese". Come si legge nell'appello, che trasmettiamo in allegato, è indispensabile "aprire un ampio confronto per delineare una visione generale, il più possibile condivisa, sul ruolo della scuola nella società della conoscenza". "A questo punto - continua il testo - riteniamo decisivo partire dal diritto di ogni persona all'apprendimento permanente come base per un progetto complessivo di cambiamento del sistema educativo italiano". I 27 promotori, "pur rappresentando organizzazioni con punti di vista anche molto diversi", presentano cinque proposte per cambiare il ddl. Al primo posto troviamo un insieme di interventi che puntano a ridurre le diseguaglianze esistenti sia tra territori che tra indirizzi ed istituti: garantire a tutti l'accesso al diritto allo studio e combattere la dispersione scolastica; rendere la scuola un laboratorio permanente di innovazione educativa, partecipazione ed educazione civica; innalzare i livelli di istruzione e competenza, anche per la popolazione adulta. La seconda proposta ha come oggetto la governance e punta a rafforzare l'autonomia scolastica "nel senso pieno del DPR 275", intesa come "garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale, strumento per porre al centro l'apprendimento degli studenti e garantire il loro successo formativo". Decentramento dei livelli decisionali e partecipazione delle componenti sono i pilastri dell'autonomia su cui il ddl del governo si abbatte pesantemente accentrando i poteri nelle mani del preside-manager ed estromettendo studenti, docenti, genitori e personale ATA. I promotori dell'appello chiedono di rivedere a fondo le prerogative del dirigente scolastico, riformare gli organi collegiali e valorizzare il lavoro nella scuola "nel rispetto della funzione contrattuale, indispensabile per raggiungere soluzioni efficaci e condivise". Occorre poi un intervento sulle risorse economiche: è indispensabile un aumento dei finanziamenti pubblici destinati alla scuola, con un piano pluriennale che permetta all'italia di raggiungere almeno la media europea. La quarta proposta verte sul rapporto tra scuola e lavoro, che "deve essere orientato ad arricchire il percorso educativo e potenziare le opportunità occupazionali di tutti i giovani, assicurando a ognuno effettive capacità di apprendimento lungo tutto il corso della vita". I promotori chiedono che l'alternanza scuolalavoro sia prevista per tutti i percorsi scolastici, che le competenze acquisite vengano certificate e che il contratto di apprendistato per l'acquisizione di titoli di studio sia "finalizzato esclusivamente all'apprendimento e comunque successivo al conseguimento dell'obbligo di istruzione". L'appello si chiude chiedendo una discussione parlamentare ampia su questi temi: le numerose deleghe al governo previste nel ddl sono considerate un errore in quanto riguardano temi troppo importanti per la scuola italiana per non essere affrontati in aula e i relativi criteri direttivi sono insufficienti e spesso troppo vaghi. Inaccettabile poi la previsione di non finanziare queste deleghe. 7

8 All'appello aderiscono Agenquadri, AIMC, ARCI, AUSER, CGD, CGIL, CIDI, CISL, CISL Scuola, Edaforum, FNISM, FLC CGIL, IRSEF-IRFED, Legambiente, Legambiente Scuola e Formazione, Link - Coordinamento Universitario, MCE, Movimento Studenti di Azione Cattolica, Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica, Proteo Fare Sapere, Rete della Conoscenza, Rete degli Studenti Medi, Rete29Aprile, UCIIM, UDU, Unione degli Studenti, UIL, UIL Scuola. Da Redattore Sociale del 09/04/15 Appello per modificare il Ddl scuola: 27 associazioni scrivono al parlamento I firmatari rivendicano uno "spazio di ascolto" e chiedono di cambiare il disegno presentato dal governo. Cinque le proposte: dalla lotta alla dispersione all'autonomia degli istituti. "Indispensabile un aumento dei finanziamenti pubblici" Roma - Ventisette associazioni promuovono un appello al Parlamento italiano per chiedere di cambiare il disegno di legge sulla scuola presentato dal governo. I firmatari rivendicano uno "spazio di ascolto", perche' senza la partecipazione attiva dei soggetti da essi rappresentati - studenti, insegnanti, genitori, forze sociali e sindacali e associazioni - "nessuna riforma puo' raggiungere obiettivi decisivi per il Paese". "Aprire un ampio confronto per delineare una visione generale, il piu' possibile condivisa, sul ruolo della scuola nella societa' della conoscenza". Cosi' si legge nell'appello. "A questo punto - continua la nota - riteniamo decisivo partire dal diritto di ogni persona all'apprendimento permanente come base per un progetto complessivo di cambiamento del sistema educativo italiano". I 27 promotori, "pur rappresentando organizzazioni con punti di vista anche molto diversi", presentano cinque proposte per cambiare il ddl. In primis, un insieme di interventi che puntano a ridurre le diseguaglianze esistenti sia tra territori che tra indirizzi ed istituti: garantire a tutti l'accesso al diritto allo studio e combattere la dispersione scolastica; rendere la scuola un laboratorio permanente di innovazione educativa, partecipazione ed educazione civica; innalzare i livelli di istruzione e competenza, anche per la popolazione adulta. La seconda proposta ha come oggetto la governance e punta a rafforzare l'autonomia scolastica "nel senso pieno del DPR 275", intesa come "garanzia di liberta' di insegnamento e di pluralismo culturale, strumento per porre al centro l'apprendimento degli studenti e garantire il loro successo formativo". Decentramento dei livelli decisionali e partecipazione delle componenti sono i pilastri dell'autonomia su cui il ddl del governo si abbatte pesantemente accentrando i poteri nelle mani del preside-manager ed estromettendo studenti, docenti, genitori e personale ATA. I promotori dell'appello chiedono di rivedere a fondo le prerogative del dirigente scolastico, riformare gli organi collegiali e valorizzare il lavoro nella scuola "nel rispetto della funzione contrattuale, indispensabile per raggiungere soluzioni efficaci e condivise". Ad occorrere, per i sottoscrittori, e' anche un intervento sulle risorse economiche: "e' indispensabile un aumento dei finanziamenti pubblici destinati alla scuola, con un piano pluriennale che permetta all'italia di raggiungere almeno la media europea". La quarta proposta verte sul rapporto tra scuola e lavoro, che "deve essere orientato ad arricchire il 8

9 percorso educativo e potenziare le opportunita' occupazionali di tutti i giovani, assicurando a ognuno effettive capacita' di apprendimento lungo tutto il corso della vita". I promotori chiedono che l'alternanza scuola-lavoro sia prevista per tutti i percorsi scolastici, che le competenze acquisite vengano certificate e che il contratto di apprendistato per l'acquisizione di titoli di studio sia "finalizzato esclusivamente all'apprendimento e comunque successivo al conseguimento dell'obbligo di istruzione". L'appello si chiude chiedendo una discussione parlamentare ampia su questi temi: "le numerose deleghe al governo, previste nel ddl, sono considerate un errore in quanto riguardano temi troppo importanti per la scuola italiana per non essere affrontati in aula e i relativi criteri direttivi sono insufficienti e spesso troppo vaghi. Inaccettabile poi la previsione di non finanziare queste deleghe". All'appello hanno aderito: Agenquadri, AIMC, ARCI, AUSER, CGD, CGIL, CIDI, CISL, CISL Scuola, Edaforum, FNISM, FLC CGIL, IRSEF-IRFED, Legambiente, Legambiente Scuola e Formazione, Link - Coordinamento Universitario, MCE, Movimento Studenti di Azione Cattolica, Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica, Proteo Fare Sapere, Rete della Conoscenza, Rete degli Studenti Medi, Rete29Aprile, UCIIM, UDU, Unione degli Studenti, UIL, UIL Scuola. Da Corriere.it del 08/04/15 «Non vogliamo i soldi degli evasori» No di Banca Etica ai fondi rimpatriati Il presidente Biggeri: non abbiamo mai cavalcato gli scudi fiscali per far crescere il numero di clienti. La Voluntary non è uno scudo ma non fa eccezione di Fabrizio Massaro «I soldi degli evasori? Noi non li vogliamo». La decisione è della Banca popolare Etica, il cui consiglio di amministrazione ha stabilito che l istituto non acquisirà nuovi clienti nell ipotesi in cui la provvista risulti costituita da fondi rimpatriati dall estero e nascosti al Fisco. Tecnicamente la banca li definisce come fondi «oggetto di procedure di collaborazione volontaria (la cosiddetta voluntary disclosure ) o di altre fattispecie equiparabili, volte alla regolarizzazione da parte del contribuente dei capitali detenuti all estero e non dichiarati». «Sin dalla sua nascita, 16 anni fa, Banca Etica - dichiara Ugo Biggeri, presidente dell istituto fondato da varie associazioni ed organizzazioni come Acli, Arci, Agesci, Gruppo Abele, Mani Tese, Fiba-Cisl, Commercio equo e solidale - si è sempre astenuta dall acquisire nuovi clienti e dal rafforzare i volumi della raccolta cavalcando i diversi scudi fiscali approvati dai Governi in carica, di volta in volta con procedure più o meno ammiccanti nei confronti degli evasori fiscali. E pur «riconoscendo» che la legge con cui è stata istituita la voluntary disclosure «non si configura come un vero e proprio scudo fiscale, abbiamo reputato coerente con la mission di Banca Etica e il suo impegno per un uso responsabile e trasparente del denaro la scelta di non accogliere nemmeno in questo caso i capitali che rientreranno in Italia dopo un tentativo di occultamento all estero». Per i clienti già acquisiti - spiega una nota dell istituto - gli operatori sono chiamati a prestare la massima attenzione ai casi in cui rilevino che la provvista sottesa all esecuzione di un operazione è costituita da fondi oggetto di procedure di collaborazione volontaria, applicando in tali fattispecie misure rafforzate di adeguata verifica. 9

10 fa9f7811b549.shtml Da Left del 08/04/15 «Giovani e territorio. Questo è il nostro made in Scampia» Raffaele Lupoli Aveva poco più di vent anni Rosario Esposito La Rossa la prima volta che lo abbiamo incontrato al Gridas, il centro sociale simbolo della resistenza creativa di Scampia. Era il 2009 e aveva appena ricevuto il premio Giancarlo Siani per il suo primo libro, Al di là della neve, raccolta di racconti dedicata ad Antonio Landieri, il cugino ucciso per sbaglio e da poco riconosciuto vittima innocente di camorra. Rosario sognava di aprire a Scampia una casa editrice «creando occasioni per i giovani e facendo impresa». Da allora, assieme a Maddalena Stornaiuolo, attrice ed energica compagna di vita e di scorribande, di imprese ne ha fatte tante. La squadra di calcio dell Arci Scampia (lui è l allenatore dei pulcini ), che conta oltre 600 iscritti e ha i pannelli solari sugli spogliatoi. La casa editrice Marotta & Cafiero, ricevuta in dono con tutto il suo catalogo dai precedenti proprietari e diventata in breve tempo un punto di riferimento per qualità dei contenuti e dei contenitori (i libri, in creative commons, sono in carta riciclata e l inchiostro è ecologico). Poi la compagnia teatrale Vodisca (sigla che sta per Voci di Scampia ), lanciatissima in produzioni di qualità: il prossimo spettacolo sui clan a tavola è tratto dal libro di Peppe Ruggiero. E ancora: gli orti urbani 2,5 ettati che Rosario si augura diventino «l orto comune della città» e le Fattorie Vodisca, progetto di agricoltura sociale nel quartiere Chiaiano. Infine le libreria di Scampia («una scommessa che attende l arrivo del polo universitario») e del teatro Bellini, e l etichetta discografica che ha lanciato in un anno di vita sette cd e un vinile. Tutto con un unico filo conduttore: «Facciamo resistenza intesa come tenace volontà di rimanere e riprenderci il territorio, rendendolo produttivo di occasioni per i giovani e di valori positivi. Vogliamo cambiare l immagine di Scampia dimostrando che ce ne sono tutti i presupposti. Noi qui abbiamo comprato casa: ci crediamo». Un lavoro tutt altro che solitario: «Nel 2010 eravamo in due commenta il giovane editore -, ora siamo più di 20». E non si fermano. Il prossimo obiettivo è creare un hub presso il centro polifunzionale di Piscinola: «Ristruttureremo a nostre spese uno spazio di 400 metri quadrati chiusi dall 81. Il nostro made in Scampia ha bisogno di spazio». 10

11 INTERESSE ASSOCIAZIONE Da Articolo 21 del 08/04/15 Giovanni Berlinguer, una lunga lotta nella sinistra,per la sinistra. L attualità del suo pensiero di Alessandro Cardulli Con Giovanni Berlinguer scompare un protagonista di primo piano della vita politica italiana. Un uomo semplice, generoso, con lui ti sentivi a tuo agio. Quando parlava in dibattiti, assemblee, in riunioni di lavoro, era affascinante. La politica prendeva l aspetto più significativo, quello della cultura, oggi del tutto assente nel panorama dei partiti italiani. I suoi interventi avevano sempre un che di sapore scientifico. La politica diventava scienza. Questo in fondo era il suo mestiere, quello di docente di medicina sociale, i suoi libri miravano a diffondere la cultura scientifica, analista critico del sistema sanitario italiano a lui sono dovute intuizioni, proposte, iniziative. Nel 1999 fu nominato Cavaliere di gran croce dell Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 2001 ricevette la medaglia d oro ai benemeriti della Cultura e dell Arte. Ma forse nessuno lo ha mai saputo tanto era schivo, timido verrebbe da dire come suo fratello Enrico. Le sue benemerenze le teneva per sé, non voleva che influenzassero il suo essere politico. La cultura e la scienza in accordo con la politica Quasi si giustificava a chi gli chiedeva, quasi scherzando, se la cultura, la scienza (lui era davvero un uomo di scienza) potevano andare d accordo con l attività politica, di dirigente autorevole di un grande partito, il Pci. Lui rispondeva, lo ricorda il Fatto quotidiano, senza giri di parole, quelle che usano i politici quando vogliono dire e non dire: Mio nonno Enrico era un esponente politico in Sardegna diceva poi c è stato mio padre. E mio fratello. E i miei cugini, Luigi e Sergio. Tutte persone impegnate in politica. Che cosa avrei dovuto fare? Stare tappato in casa? Ma ho sempre pensato di avere anche un nome e mi sono comportato tenendolo bene a mente. Ho fatto le mie scelte pur subendo molte influenze, a cominciare da quella positiva di Enrico. Ancora un ricordo personale, avendo avuto, lo dico ponderando le parole, l onore di collaborare con lui in una impresa politica che si chiamava correntone. La sconfitta del correntone nel Congresso dei Ds del 2001 cambia la storia della sinistra A volte, scherzando, gli dicevamo che se non avesse perso il Congresso dei Ds tenuto a Pesaro nel 2001 in cui era stato candidato alla segreteria del Partito, il corso della storia politica italiana sarebbe stato molto diverso da quello attuale. Giovanni aveva accettato la candidatura come esponente del cosiddetto correntone, la sinistra del partito. Ma fu sconfitto da Piero Fassino. Un congresso molto contrastato e contestato da Fabio Mussi anche a molti anni di distanza, non convinto della genuinità del voto che segnò la sconfitta del correntone. La mozione che aveva come primo firmatario Giovanni Berlinguer si chiamava Per tornare a vincere. Aveva il sostegno di Fabio Mussi, di Tom Benettollo, presidente dell Arci, Antonio Bassolino, Achille Occhetto, Cesare Salvi, personalità come Bruno Trentin, Sergio Cofferati, ben vista anche se con distacco da Veltroni. Proponeva, in sintesi, una svolta a sinistra del partito, per rendere la sinistra più riconoscibile, criticando un eccesso di moderazione nella linea politica seguita dal partito. La seconda mozione, candidato alla segreteria del partito, Piero Fassino, era sostenuta, con discrezione da esponenti del calibro di D Alema che non vi appose la sua firma, in contrapposizione a Cofferati e in modo pressante dai capigruppo di Camera e Senato, Luciano Violante e Gavino Angius, gli ex ministri Visco e Bassanini, da Bersani, Giorgio Napolitano, da Valdo 11

12 Spini ex segretario del Psi e dalla maggioranza dei segretari delle federazioni. Proponeva, di fatto, una svolta riformista, vicina alla socialdemocrazia europea, una linea governista. La terza mozione faceva capo all area liberal, candidato Enrico Morando, proponeva il rinnovamento dei Ds con l apertura ad altri riformismi, laici e cattolici. Forse se avesse vinto la sua mozione il Pd non sarebbe nato C è chi dice che se avesse vinto la mozione Berlinguer il Pd non sarebbe mai nato. Forse proprio da qui dovrebbe partire la riflessione della sinistra, o meglio delle sinistre del Pd, a fronte di un partito, quello guidato da Renzi, che sposta l asse della politica sempre più verso il centro. E c è chi dice che la storia torna a ripetersi e che la maggioranza dei Ds di allora è quasi assimilabile a quella del Pd. Comunque sia una riflessione le forze di sinistra dovrebbero farla. Proprio la limpidezza delle scelte di Giovanni Berlinguer può consentire una seria riflessione. Lui non abbandona il campo della lotta, fa vivere il correntone insieme a Fabio Mussi, si fa promotore di una Associazione che continua la battaglia politica e culturale con lo sguardo a sinistra, non solo ai Ds. Nel maggio del 2007 quando avviene lo scioglimento dei Ds non aderisce al Pd, entra in Sinistra democratica di Fabio Mussi. C è una linearità nelle sue posizioni, nelle sue scelte che si riscontra in ogni i suo atto, negli scritti, nei saggi, nei libri, negli interventi direttamente politici. Aprile per la sinistra e Sinistra Democratica con Fabio Mussi Ci sostiene in questa tesi il percorso di Aprile per la sinistra una rivista politica dell area della sinistra democratica. Nasce come rivista del Movimento dei Comunisti Unitari (MCU), quando entrano nel nel partito dei Democratici di Sinistra, diviene la rivista mensile legata appunto al Correntone, guidata da Fabio Mussi e Giovanni Berlinguer. Nel 2004 si costituisce come associazione per la Sinistra del Centro-Sinistra, si apre ad altri partiti della sinistra, ai movimenti fra i quali i girotondi e in generale ai cittadini simpatizzanti per il centrosinistra. Cofferati collabora all impresa. Del Comitato editoriale della rivista fanno parte: Giovanni Berlinguer, Paolo Beni, il sottoscritto, Aldo Garzia (che è anche il direttore responsabile), Francesco Martone, Marina Minicucci, Lidia Ravera, Wolfgang Sachs, Antonio Tabucchi, Nichi Vendola e Nicola Tranfaglia. La finalità, è scritto nello statuto:contribuire al consolidamento della sinistra in Italia e in Europa. Ieri come oggi. Nel ricordo, commosso, di Giovanni con l impegno a continuare la sua battaglia:nella sinistra, per la sinistra. 12

13 ESTERI del 09/04/15, pag. 8 Sì all accordo tra Damasco e i palestinesi Chiara Cruciati Siria. Le autorità siriane pronte a sostenere i combattenti palestinesi anche militarmente per respingere l Is Ora pare che a tutti interessi della sofferenza dei rifugiati di Yarmouk: devastato e affamato da due anni di assedio, il campo profughi palestinese ora è al centro delle attenzioni di chi si combatte da quattro anni. Al centro del conflitto lo è stato fin dall inizio, per la presenza al suo interno di gruppi di ribelli siriani e milizie palestinesi, divise dalla fedeltà al presidente Assad. Oggi gli occhi del mondo sono puntati sulle barbarie dello Stato Islamico, che ha occupato oltre la metà del campo, come se solo adesso Yarmouk meriti la dovuta attenzione per le sofferenze che lo strangolano. Un attenzione da capitalizzare: ieri sia Damasco che la Coalizione Nazionale, federazione delle opposizioni moderate alleata occidentale, hanno offerto sostegno al campo occupato. Mentre il vice ministro degli Esteri siriano, Faisal Meqdaq, ripeteva che Damasco «ha fatto di tutto per fornire aiuti ai profughi palestinesi», aiutandoli a fuggire dal campo (che ha assediato per due anni), Anwar Abdul Hadi, responsabile Olp in Siria, ha detto che «le autorità siriane sono pronte a sostenere i combattenti palestinesi in diversi modi, anche militarmente, per respingere l Isis, con l eccezione di un intervento armato diretto». Eppure, secondo i locali, sono da giorni regolari i raid dall alto contro le postazioni islamiste, che però colpiscono anche i civili. Ma, secondo l Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l avanzata del califfato avrebbe permesso di raggiungere un accordo prima considerato impossibile tra Damasco e i gruppi palestinesi. Ahmad Majdalani, leader Olp in Cisgiordania, ha fatto sapere che l accordo è in via di definizione, dopo un incontro con Meqdad. Perché ora Damasco ha più paura: i miliziani dello Stato Islamico sono alle porte della capitale. Ancora più esplicito il ministro della Riconciliazione siriano, Ali Haidar, anche lui presente al meeting con l Olp: «Le attuali circostanze rendono necessaria una soluzione militare». A muoversi, in cerca di maggiore visibilità, è anche la Coalizione Nazionale: ieri il rappresentante dei ribelli moderati a Bruxelles, Mouaffaq Nyrabia, ha sottolineato la necessità di creare zone sicure per consentire l ingresso di aiuti ai profughi prigionieri a Yarmouk, un corridoio umanitario contro «i bombardamenti aerei del regime e le barbarie dell Isis». Nyrabia ha colto l occasione per lodare la decisione della Ue di inviare 2,5 milioni di euro alle Nazioni Unite per affrontare la crisi nel campo. Un passo tardivo: da anni l Unrwa, l agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, in grave crisi finanziaria, chiede uno sforzo maggiore da parte degli Stati membri per fronteggiare le tante emergenze umanitarie, da Gaza a Yarmouk. L Isis ha fatto il miracolo, ora i soldi ci sono. Eppure nel campo si muore di fame, letteralmente, da almeno due anni. Ad una vita senza più dignità (così la descrivevano i rifugiati di Yarmouk un anno fa, quando gli oltre 150 profughi morti di fame attirarono per qualche settimana l attenzione internazionale) si aggiunge oggi la violenza di cui è famigerato portatore lo Stato Islamico. Sul terreno le alleanze continuano a non essere del tutto chiare, con i qaedisti di al-nusra che si dichiarano neutrali ma sono accusati dai residenti di sostenere l avanzata dell Isis: «L Isis è entrato nel campo da sud racconta il 25enne Salamah al The Independent 13

14 L operazione è stata coordinata con al-nusra». Sull altro fronte ci sono i combattenti palestinesi, divisi dalla guerra civile siriana ma ora di nuovo uniti: il Plfp-Gc (il Fronte Popolare General Command guidato da Ahmed Jibril) e Fatah al-intifada fedeli al governo Assad, e Aknaf Beit al-maqdis, vicino ad Hamas e anti-assad dopo la giravolta della leadership islamista nel E il disegno si fa più chiaro: la parte nord del campo, subito al di là dei suoi confini, è presidiata dalle forze governative; la parte settentrionale è ancora sotto il controllo dei combattenti palestinesi che hanno respinto nei giorni scorsi l offensiva islamista; la zona sud è in mano all Isis; il confine orientale è controllato dall Esercito Libero Siriano. In 2 km quadrati di spazio si riproduce la guerra civile siriana. del 09/04/15, pag. 8 Yarmouk La scoperta dei campi profughi di Michele Giorgio Gerusalemme, 9 aprile 2014, Nena News Radio, reti televisive e quotidiani italiani hanno scoperto il campo profughi palestinese di Yarmouk, così come qualche mese fa scoprirono Kobane e la resistenza del popolo curdo. L auspicio è che il campo di battaglia in cui è si trasformato Yarmouk spinga non pochi a porsi una domanda fondamentale: ma quei palestinesi cosa ci fanno in Siria? La risposta è semplice e immediata: sono in Siria, in esilio assieme ad altri cinque milioni di profughi palestinesi sparsi tra vari Paesi arabi, Cisgiordania e Gaza, perché viene loro impedito di tornare nella terra d origine. Israele non permette e, sottolinea, mai permetterà ai profughi palestinesi del 1948 e ai loro discendenti, di rientrare alle città e ai villaggi dai quali furono cacciati o costretti a fuggire (Nakba) 67 anni fa. Nonostante la risoluzione 194 dell Onu affermi il loro «diritto al ritorno» oltre ad ottenere un risarcimento economico per i beni e le proprietà perdute. Il loro ritorno, ripetono da sempre i governi di Israele di ogni colore e orientamento politico, minerebbe il carattere ebraico dello Stato e segnerebbe la fine della «funzione» di Israele come porto di approdo per gli ebrei di tutto il mondo. È una posizione in aperto conflitto con il diritto internazionale ma che gode del sostegno dei Paesi occidentali. Così se altri profughi, inclusi i milioni di siriani fuggiti in Giordania, Libano e Siria, sanno che presto o tardi torneranno a casa, i palestinesi la loro terra continueranno a sognarla e a raccontarla ma non a viverla. A Israele nessuno imporrà il rispetto della risoluzione 194. Quanto accade a Yarmouk, diventato un nuovo terreno di conquista per i jihadisti dell Isis e rimasto per oltre tre anni circondato dall esercito siriano con al suo interno miliziani (spesso stranieri) di formazioni islamiste schierate contro il presidente Bashar Assad, è solo l ultima tragedia che colpisce i profughi palestinesi. Il fatto di essere costretti a vivere in altri Paesi, lontani dalla loro terra, troppo spesso soggetti all ostilità delle popolazioni locali, espone i rifugiati palestinesi al pericolo costante di rimanere coinvolti in conflitti, vendette e ritorsioni con conseguenze catastrofiche. La storia del Medio Oriente in questi ultimi decenni è stata scritta troppe volte con il sangue dei profughi palestinesi. Soprattutto in Libano, dove la loro presenza di fatto fu la causa scatenante di una guerra civile durata 15 anni e ancora oggi genera diffidenza e rabbia in una fetta consistente della popolazione del Paese dei Cedri. Tell al Zaatar e Sabra e Shatila, entrambi campi di profughi palestinesi in Libano. Nomi di campi profughi che rimarranno scolpiti, per i loro massacri di civili, nella memoria collettiva 14

15 del popolo palestinese. E sempre in Libano 8 anni fa il campo di Nahr al Bared è stato distrutto quasi interamente da parte dell artiglieria libanese decisa a stanare i miliziani del gruppo jihadista Fatah al Islam formato da sauditi, kuwaitiani, libici, libanesi e in misura minore da palestinesi -, un prototipo dello Stato Islamico, che vi aveva stabilito la sua base. Senza tralasciare il «Settembre Nero» in Giordania, nel 1970, quando il re Hussein, deciso a sbarazzarsi della guerriglia dell Olp che operava dal suo territorio contro Israele, ne approfittò per imporre la linea del pugno di ferro e dei carri armati contro i profughi palestinesi. Yarmouk oggi, come Sabra e Shatila, Tell al Zaatar e Nahr al Bared in passato, dicono una verità incontestabile. I profughi della Palestina potranno vivere in sicurezza solo nella loro terra. Del 9/04/2015, pag. 12 Yemen, Teheran invia le navi Incubo guerra con l Arabia Riad accusa l Iran: sostiene con le armi i ribelli sciiti. Usa con i sauditi Maurizio Molinari Braccio di ferro fra Iran e Arabia Saudita nelle acque del Golfo di Aden. Teheran invia il cacciatorpediniere Alborz e la nave appoggio Bushehr davanti alle coste dello Yemen per «difendere le navi iraniane dalla pirateria», come afferma l ammiraglio Habibollah Sayyari, e Riad reagisce con il generale Ahmed Asiri, portavoce dell operazione Defensive Storm: «Le navi iraniane hanno il diritto di stare nelle acque internazionali ma non possono entrare in quelle dello Yemen». Scontro frontale Il duello verbale fra la Marina da guerra iraniana e il comando militare saudita descrive quanto sta avvenendo: Teheran vuole sfidare il blocco aereo-navale saudita allo Yemen, iniziato con l intervento del 26 marzo, e Riad lo difende a spada tratta. Da quando nel 2011 sono iniziate - in Siria - le guerre per procura in Medio Oriente fra milizie pro-saudite e pro-iraniane, questa è la prima volta che i giganti rivali si minacciano con l uso delle armi. Ed avviene a poche ore di distanza dalla conferenza stampa che ha visto i comandi sauditi affermare di «avere le prove» del sostegno militare di Teheran ai ribelli houthi, di etnia sciita, che in febbraio hanno rovesciato il presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi. «Iran ed Hezbollah addestrano gli houthi all uso di aerei ed artiglieria» ha accusato il generale saudita Ahmad Al-Asiri, aggiungendo «nessuna milizia dispone di jet da guerra ma gli houthi li hanno». Le mosse americane Le accuse saudite all Iran di sostegno agli houthi risalgono al 2009 ma Teheran le ha sempre respinte. Washington intanto fa sapere di aver aumentato il sostegno all intervento saudita, condiviso da 10 Paesi sunniti. «Abbiamo accelerato le forniture di armi, aumentato la cooperazione di intelligence e creato un cellula di coordinamento nel centro di operazioni saudite» afferma il vicesegretario di Stato Usa, Anthony Blinken. Al tempo stesso Blinken però suggerisce una «soluzione politica» alla crisi in Yemen adoperando una terminologia simile a quella del presidente iraniano Hassan Rohani - che ieri ha ricevuto il collega turco Recep Tayyp Erdogan a Teheran - mentre Riad punta al momento sulle armi per reinsediare Mansour Hadi. 15

16 Washington preme per «far terminare il caos» perché, spiega Blinken, «ci impedisce di combattere Al Qaeda in Yemen» ma Riad ribatte: «Sconfitti gli houthi, ci occuperemo di Al Qaeda». I miliziani jihadisti giocano intanto una loro partita, tentando di sfruttare la guerra per rafforzare il ruolo di portabandiera dei sunniti in Yemen. Da qui l iniziativa di offrire una taglia di 20 kg d oro per «cattura o uccisione» del leader degli houthi, Abdel-Malek al- Houthi, e del suo più importante alleato, l ex presidente Ali Abdullah Saleh. del 09/04/15, pag. 11 È LA PAURA L ARMA INFINITA DELL ISIS NON VINCE MA CONVINCE: LA STRATEGIA MEDIATICA DEI MILIZIANI DEL CALIFFATO INGIGANTISCE I SUCCESSI SUL TERRENO. E CONQUISTA PROSELITI ATTRAVERSO LA FEROCIA DEI GESTI Fabio Mini Non ci siamo ancora abituati all idea di vivere in uno stato di guerra permanente. La prerogativa della guerra permanente è la mancanza di fine o di prospettiva di vittoria. Sfugge anche il senso di cosa si debba ottenere per considerare di aver vinto. Di fatto, in termini sia politici sia militari, non si stabilisce nemmeno più uno end state, lo stato finale che si intende raggiungere, ma ci si limita a programmare un next state, una situazione transitoria che in qualche modo possa essere considerata un progresso se non proprio un successo. Il peggior difetto della guerra permanente è l incapacità di fare un bilancio tra successi e insuccessi. E anche la futilità di un tale esercizio. Obama ha chiesto l autorizzazione a muovere guerra all Isis per altri tre anni. A prescindere dai risultati. Il che non significa che fra tre anni la guerra sarà finita, ma che in quel periodo sarà necessaria un altra autorizzazione. La guerra globale (ormai le guerre sono tutte e solo globali) all Isis in quanto rappresentante del male peggiore e del Male assoluto (ormai i nostri nemici sono tutti efferati e illegittimi) non ha ancora avuto un bilancio ufficiale. Neppure transitorio o solo indicativo. Benché esistano riferimenti politici, geografici e militari precisi, si preferisce dipingere l Isis come una nebulosa terrorista vagamente identificabile con alcuni gruppi armati o con il sedicente Califfato Islamico. L incertezza sembra appagare più il desiderio di essere schiavi della paura che da almeno trent anni caratterizza il nostro mondo. E la paura ha bisogno di essere manutenzionata con tagliandi periodici anche di nessun effetto sostanziale ma di grande potenza evocativa. Raccolta l eredità degli anti-saddam e Assad Il cosiddetto Stato Islamico non è una minaccia nuova e più potente di quelle altrettanto terroristiche ed efferate che lo hanno preceduto. Di fatto l Isis in Iraq e Siria controlla quei territori (più correttamente, controlla tratti nevralgici di un territorio) nei quali a partire dal 2001 agivano in maniera latente o palese gruppi ribelli nei confronti del regime di Saddam e Assad, prima, e poi dell occupazione americana o del regime pro-sciita di Al Maliki e alawita di Assad. L isis è stato costruito in nome di una guerra strisciante contro lo sciismo iraniano e contro quello alawita (una setta sciita) del regime siriano. L Isis si è affiancato e sovrapposto ai gruppi sorti e alimentati dalla destabilizzazione mediorientale voluta dagli Usa e i loro alleati in una visione millenarista del terrorismo di al Qaeda. Per 16

17 rendersi più minaccioso, diverso e controverso ha scelto accuratamente simboli e modus operandi più crudeli anche se rigidamente e meticolosamente coerenti con alcune interpretazioni fondamentaliste del Corano. L Isis come struttura gerarchicamente superiore e come sommatoria dei gruppi jihadisti preesistenti non ha né vinto né occupato dall esterno l Iraq o la Siria. Ha realizzato con la violenza il sogno dei sunniti iracheni maltrattati dagli sciiti e abbandonati dagli americani, dei sunniti della galassia ex-coloniale e di quelli della diaspora internazionale, mai integrati e mai accettati dall Occidente. La sensazione di facile espansione a macchia d olio dell Isis non è dovuta a una campagna militare d occupazione condotta unitariamente dai leader di Mosul nei paesi del Medio Oriente o dell Africa o degli Stati crociati. È vero il contrario: i combattenti dall ester - no affluiscono nei territori controllati dall Isis. Le risorse affluiscono dall esterno verso l Isis. Se dai pozzi petroliferi sotto il loro controllo ricavano milioni di dollari al giorno è perché qualcuno preferisce comprare il petrolio da loro a 20 dollari al barile piuttosto che pagarlo 50 sul libero mercato. Se praticano l estorsione o il commercio di beni archeologici è perché qualcuno paga. Se distruggono i reperti dei musei è perché sono copie senza valore o comunque sono beni che non hanno valore commerciale perché inamovibili come le statue di Hatra o i Buddha di Bamiyan distrutti dai Taliban. Il fiume di denaro che alimenta l Isis porta anche il marchio della nostra avidità. E se gli invasati che s inventano gli attentati nelle nostre città devono autofinanziarsi o addirittura fare un mutuo in banca, significa che mentre esiste un travaso gerarchico dal basso verso l alto non è significativo quello in senso inverso. La struttura militare che affianca quella gerarchica dell amministrazione civile dei territori iracheni e siriani occupati comprende forze stimate da un minimo di a un massimo di centomila uomini. Di questi farebbero parte oltre combattenti stranieri di cui oltre provenienti da nazioni occidentali. Sono forze motorizzate e corazzate dotate anche di armi pesanti e missili antiaerei Stinger e RGP7 che negli scontri con le forze governative irachene e siriane hanno dimostrato molta capacità e intelligenza tattica molto diversa dalla mentalità dei suicida. Il nocciolo duro di queste forze è costituito da mercenari abbastanza ben pagati e sufficientemente spostati da voler fare quel lavoro anche senza paga. Ma non sono affidabili. La loro limitazione non sta nel soldo, ma nella noia. Quando si annoieranno della situazione si sganceranno e si sposteranno in un teatro più divertente. A un qualsiasi presidente americano non sarebbero necessari tre anni per degradare e infine sconfiggere queste forze: basterebbero tre settimane, purché si voglia intervenire seriamente e mettere da parte il fatto che battere l Isis sarebbe un favore per l Iran. Ma siccome la logica sul terreno è ancora questa nonostante le aperture nei rapporti Usa-Iran, la questione durerà molto a lungo. Con la cosiddetta affiliazione d individui o intere cellule jihadiste o con un vero e proprio franchising, l Isis può reclamare una presenza su vari territori al di fuori di quelli occupati. Ma non sta vincendo. La nuova Guerra santa in franchising In Libia, la Shura della Gioventù islamica libica si è affiliata all Isis nell ottobre 2014, conta circa 800 combattenti appartenenti alle precedenti milizie, ma non sta vincendo. A gennaio di quest anno si affiliarono all Isis 135 militanti afghani ma subito dopo furono o catturati o uccisi dagli stessi Taliban. A febbraio la maggior parte del gruppo qaedista di Ansar al- Sharia dello Yemen si distaccò da al Qaeda, ma con scopi essenzialmente anti sciiti. Il 7 marzo Boko Haram ha proclamato la propria affiliazione all Isis consacrando la presenza del califfato in Nigeria, Niger, Ciad e Camerun, ma non ha ricevuto alcun supporto materiale o nuovo apporto di combattenti. Lo stesso evento si è replicato in Uzbekistan con l autoaffiliazione del locale movimento islamico e in Libia con quella del locale gruppo di Ansar al-sharia. Altri gruppi locali sono presenti in Marocco, Libano (Brigata Baalbek), Giordania ( Figli di Tawhid e Jihad), Turchia, Israele e Palestina, Filippine (Abu Sayyaf), 17

18 Emirati caucasici (Cecenia e Dagestan) ma senza alcun controllo territoriale. L Isis può vantare la costituzione di 24 province sparse tra Iraq, Siria, Libia, Egitto (Sinai) Arabia Saudita, Yemen (Sana a), Algeria, Afghanistan e Pakistan (Khorasan), ma nessun vero controllo operativo, amministrativo o politico. Le milizie somale di al- Shabaab responsabili del massacro di Garissa in Kenya non sembrano affiliate all Isis, ma non meraviglierebbe lo facessero. Del 9/04/2015, pag. 21 I sogni infranti di Gezi Park «La Turchia è peggio di ieri» I ragazzi a due anni dalla rivolta: ma oggi discutiamo di politica ISTANBUL Gezi Park può ripetersi, quasi certamente non al Parco di Gezi, alberato e pieno di viole del pensiero, in questa primavera. Ma sorvegliato a vista dalla polizia. Mancano poche settimane al secondo anniversario dell inizio della rivolta di piazza Taksim, a Istanbul. Chi c era, in quei giorni, ammette adesso: non era per una Turchia come questa che migliaia di manifestanti di ogni età, ceto sociale, ideologia (o assenza di ideologia) si sono battuti per 19 giorni nel cuore della città, mettendo in agitazione tutto il Paese, fino a estate inoltrata. Una vittoria di Pirro: da sabato scorso anche una fionda rientra tra le armi il cui possesso può portare dritto in galera per quattro anni, come i fuochi d artificio o un sasso raccolto per strada. I poteri della polizia sono stati rafforzati dalla nuova legge sulla sicurezza firmata dal presidente Recep Tayyip Erdoğan e tesa a scoraggiare altre Gezi Park prima delle cruciali elezioni politiche del 7 giugno. Gli agenti hanno licenza di sparare ai dimostranti che impugnano molotov o esplosivi e non hanno più bisogno d informare i giudici per fermi fino a 48 ore; le pene per chi oltrepassa il limite si sono inasprite, la censura si è incattivita. Un volto coperto equivale a un ammissione di colpa. Tanta sicurezza non rassicura chi al Parco di Gezi, due anni fa, c era. Come Ceyda Sungur, «la ragazza in rosso» con la borsetta bianca, investita in pieno volto dagli spruzzi di gas al peperoncino degli uomini in divisa. La foto scattata da Osman Orsal scandalizzò il mondo, ma la protagonista preferisce essere dimenticata e rimanda a Tayfun Kahraman, giovane docente universitario, all'epoca portavoce di «Solidarietà con Taksim»: «Non esiste un movimento politico che possa chiamarsi Gezi Park - premette il professore -. E nemmeno allora ci si aspettava che ne scaturisse un partito, anche se qualcuno poi ha provato a fondarlo. Sono nati invece gruppi di solidarietà, piccoli forum di quartiere. Ma quell esperienza è terminata e forse irripetibile». Salvo negli incubi del presidente Erdoğan e del suo primo ministro, che non hanno scordato la «pensionata con la fionda», altra icona rivoluzionaria del 2013: una canuta signora con chignon e mascherina immortalata mentre usava la sua «arma». Quanto basta oggi per finire dietro le sbarre. «Le proteste di Gezi Park non c entrano con chi cerca ora di strumentalizzarle, nè con i terroristi che hanno agito in suo nome - prosegue Kahraman -. La goccia che fece traboccare il vaso fu la decisione di tagliare gli alberi per costruire un centro commerciale. Poi hanno radunato chi voleva opporsi al razzismo e alle discriminazioni, alla corruzione e alla cementificazione della città. Siamo riusciti a salvare il parco». Forse anche qualcos altro: «La politica, dopo i fatti di Gezi Park, ora interessa molto di più noi giovani - testimonia Ayse, 25 anni, studentessa di belle arti -. Da allora io e i miei amici siamo molto più attenti, discutiamo, vogliamo sapere. Twitter è la fonte 18

19 d informazione di cui ci fidiamo di più. E Halk TV, naturalmente». Halk TV è un canale di televendite che divenne l eroe di Gezi Park trasmettendo fin dal principio notizie no stop sull occupazione del parco, mentre le grandi reti nazionali mandavano in onda documentari sui pinguini. Ora è un canale di news, ma non riceve pubblicità, perché inviso al governo, e per sopravvivere alterna telegiornali e televendite. Ayse è tornata a manifestare domenica contro la costruzione nel quartiere di Bebek di un porto turistico per 300 barche che restringerebbe pericolosamente il passaggio delle navi sul Bosforo: «Eravamo in mille. Abbiamo formato una catena umana del tutto pacifica, ma non cederemo. Il progetto va ritirato: sarebbe una catastrofe ecologica». Il vento di Gezi Park soffia ancora. del 09/04/15, pag. 24 Tsipras si smarca dalla Ue Basta con le sanzioni a Mosca Putin: Il nostro gas passerà da voi Il premier greco in Russia non chiede aiuti finanziari ma cerca accordi industriali Il presidente russo: Con Turkish Stream la Grecia diventerà un hub importante NICOLA LOMBARDOZZI DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MOSCA. La Grecia non sarà il Cavallo di Troia dell Unione Europea, come ha detto Putin in un rigurgito di reminiscenze scolastiche, ma è in ogni caso per la Russia un buon amico da coccolare in tempi di ostilità diffusa a Bruxelles e dintorni. Un Presidente russo in forma smagliante, sorridente e spiritoso come non si vedeva da tempo, ha accolto ieri al Cremlino il premier greco Alexis Tsipras con la affettuosa solidarietà di un fratello maggiore. Chi si aspettava l annuncio immediato di contratti, jointventure o di nuovi interscambi commerciali ha dovuto accontentarsi della burocratica istituzione di un anno di scambi culturali tra i due Paesi. Ma le reciproche promesse e tutte le prospettive affrontate in due ore e mezza di colloquio, hanno comunque raggiunto l obiettivo che entrambi i leader si ripromettevano. Tsipras ha dimostrato ancora una volta la sua indipendenza dalle linee guida che attualmente dominano a Bruxelles ribadendo la sua contrarietà alle sanzioni occidentali contro la Russia («bisogna lasciarcele alle spalle») e vivendo da protagonista questa due giorni di visita ufficiale a Mosca che sarà presto replicata il 9 maggio, 70esimo anniversario della vittoria del nazismo, nonostante la polemica assenza di decine di leader mondiali, Obama in testa. Putin si è, da parte sua, preso la soddisfazione di mostrare familiarità con un personaggio controcorrente che crea preoccupazioni a molti leader dell Unione Europea, qui ormai identificiata come organizzazione ostile. Stando ben attento, su richiesta dello stesso Tsipras, a non parlare mai direttamente di aiuti russi alla Grecia Putin ha disegnato comunque un quadro molto favorevole ad Atene. Nei prossimi giorni, forse entro la seconda visita del greco a Mosca, dovrebbe infatti scattare lo sconto del 10 per cento sulle forniture di gas russo ad Atene. Resta il problema del bando russo a latticini, frutta e ortaggi greci vietati come tutti gli analoghi prodotti Ue dopo le sanzioni contro la Russia. Abolire il vero solo per la Grecia sarebbe politicamente imbarazzante per entrambi ma si studia già una sorta 19

20 di collaborazione agricola tra i due Paesi con capitale fresco russo in aziende locali greche. E ancora più importante appare la promessa di un ruolo primario per Atene nel cosiddetto Turkish Stream, il gasdotto che dovrebbe passare dalla Turchia. Putin si è lanciato in un progetto ancora vago che però deve aver colpito parecchio Tsipras: «La Grecia potrebbe diventare centrale in tutte le operazioni di smistamento del nostro metano con guadagni da miloni di euro all anno». Si vocifera addirittura di anticipi su quelle commesse subito disponibili per Atene. Parole dolci, di questi tempi, per il premier greco che ha ascoltato con aria molto soddisfatta le parole di Putin disposto anche a «partecipare direttamente nelle nuove infrastrutture e alle gare per le prossime annunciate campagne di privatizzazioni». Insomma la prospettiva di «un miglioramento generale dell economia greca di cui beneficerebbero gli stessi creditori della Grecia». Scenari sbalorditivi e luminosi che Tsipras ha accolto con evidente soddisfazione. Ha ribadito la sua posizione contraria alle sanzioni, si è dilungato sulla necesità che l Europa non perda i contatti con la Russia. E ovviamente si è districato con cautela dai troppo facili entusiasmi, rimarcando nel finale di incontro che comunque Atene si sente legata alla famiglia europea e non intende avviare iniziative unilaterali. In realtà, come scrivevano ieri i più autorevoli commentatori russi, la Grecia non ha il peso specifico per invertire radicalmente la politica europea. Ma avere un amico a Bruxelles è già tanto per Mosca in questi giorni di crisi e di isolamento. E lo si leggeva nel sorriso di Putin impegnato, per la prima volta in assoluto, perfino a rilanciare su Twitter, foto e commenti del suo graditissimo ospite. Del 9/04/2015, pag. 19 Il «parricidio» di Marine Le Pen La leader del Front National estromette l ingombrante genitore dalle sue liste Jean-Marie aveva continuato a negare l Olocausto e a esaltare il passato fascista PARIGI Il presidente onorario del Front National Jean-Marie Le Pen si era messo su una brutta china già venerdì scorso, quando alla radio ha confermato che per lui «le camere a gas sono un dettaglio nella storia della Seconda guerra mondiale» (dichiarazione rilasciata per la prima volta il 13 settembre 1987, e ribadita serenamente per quasi trent anni). Secondo il Canard enchaîné la figlia Marine ha reagito dietro le quinte con poco aplomb: «Quell uomo ha deciso di farmi dannare fino all ultimo giorno» e «mio padre è fatto per essere presidente di regione come io per essere ballerina al Crazy Horse». Ma il peggio è arrivato con l intervista successiva rilasciata da Le Pen al settimanale Rivarol. Già la scelta della testata è eloquente, perché più volte condannata per negazionismo, fondata nel 1951 da ex collaborazionisti fedeli a Pétain e alla tradizione antisemita dell estrema destra francese. A Rivarol nel 2005 Le Pen disse che «l occupazione tedesca non è stata particolarmente inumana», dimenticando forse i treni per Auschwitz partiti da Drancy e altre atrocità. Comunque, anche stavolta Jean-Marie Le Pen appare in forma. Ecco un florilegio dall intervista a Rivarol: «Non ho mai considerato il maresciallo Pétain come un traditore»; «Cominciano a stufarmi con questa storia della République! Io capisco che si possa mettere in discussione la democrazia, che la si combatta»; «Siamo governati a tutti i livelli dagli immigrati e dai figli di immigrati; qual è l attaccamento reale di Valls alla Francia? (il premier è nato a Barcellona, ndr); poi, sugli omosessuali all interno del Front National, «hanno la tendenza a raggrupparsi anche se si 20

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