RELAZIONE II CONGRESSO FILCTEM CGIL ROMA 2 XVII CONGRESSO CGIL

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1 RELAZIONE II CONGRESSO FILCTEM CGIL ROMA 2 XVII CONGRESSO CGIL Gentilissime invitate e invitati, carissime compagne e compagni, vi ringrazio per la vostra partecipazione ai lavori del nostro congresso, nell auspicio che questo possa servire come contributo per riflessioni utili ad affrontare i prossimi anni, che saranno sicuramente complessi e delicati per il futuro del nostro Paese, delle lavoratrici e lavoratori, delle nostre aziende. La crisi economica internazionale e l Europa Questo nostro XVII Congresso, si colloca nel pieno di una crisi economica internazionale che, seppur con dati contraddittori, colpisce in particolar modo l Europa e mette in discussione i suoi modelli sociali. E una crisi che parte da lontano, esplosa con la bolla speculativa americana del 2008, quindi una crisi economica non congiunturale ma strutturale e che tuttavia stenta a trovare soluzioni durature, a stabilizzare i mercati, a fare riprendere cicli virtuosi, che siano capaci di rispondere alle nuove emergenze planetarie. Tanto per citarne qualcuna, quella geo-climatica, dell uso delle risorse energetiche, della fruizione di beni comuni come l acqua, delle problematiche ambientali. Negli ultimi trenta anni, l economia mondiale è stata indirizzata da modelli neoliberisti che sostengono la necessità di tenere libero il mercato, che gli Stati non devono intervenire nelle dinamiche economiche, poiché è lo stesso mercato a trovare soluzioni alle crisi. Sempre in questi ultimi decenni, la globalizzazione dei mercati e degli scambi, ha determinato elementi contradditori: da una parte hanno visto emergere nuovi paesi come potenze economiche nello scenario internazionale, dall altra la concentrazione di ricchezze e l aumento delle diseguaglianze e il conseguente impoverimento di interi ceti medi. Non vorrei sfidare la benevola pazienza della platea, ma queste tematiche, che solo apparentemente possono sembrare lontane dalle nostre discussioni e interessi, si riflettono con sempre maggiore frequenza nelle nostre vertenze, con le nostre aziende, nei nostri territori. 1

2 Infatti, qualche delegato presente mi può essere testimone, laddove le aziende ci comunicano cessioni di attività, spostamenti di produzioni, queste vengono giustificate con la magica frase: E la globalizzazione. Cosa ci possiamo fare!. Si badi bene, non voglio demonizzare assolutamente progresso e straordinarie innovazioni tecnologiche, non mi spaventa la velocità delle informazioni, la rapidità degli spostamenti, l utilità della rete e l e-commerce. Ma, dal nostro punto di vista, quello delle lavoratrici e lavoratori, dobbiamo registrare che questa economia globalizzata, che in sé può avere anche indubbi vantaggi, ad oggi ha globalizzato di tutto, dalle merci ai costumi, dalle guerre ai cibi, dai capitali alle finanze, ma non è ancora riuscita a globalizzare una cosa: eguali diritti e dignità di tutti i lavoratori in tutto il pianeta. Basti pensare, come ancora oggi, molti sindacalisti dall America Latina all Asia vengano ammazzati per la difesa dei diritti dei lavoratori, come in molti paesi cosiddetti emergenti bambini lavorino in miniera, come donne lavorino in capannoni anche per 12 ore al giorno senza nessuna tutela. Ma questa crisi economica, che per la sua durezza e lunghezza sta consumando speranze e prospettive di intere nuove generazioni, trova un altro elemento di preoccupante riflessione : il primato della finanza e la subalternità della politica. La crisi partita dal 2008 con lo scoppio della bolla speculativa finanziaria americana, velocemente trasmessasi su tutta l economia mondiale alla pari di un virus che infetta i computer in rete, non ha ancora terminato di influenzare ed ostacolare la ripresa economica. Tuttavia, le ingenti somme degli Stati sovrani messe a disposizione per il salvataggio delle banche e dei flussi finanziari, hanno impedito che quella crisi avesse gli stessi effetti dirompenti della famigerata crisi del 29. Quindi, miliardi di dollari e euro trasferiti dalle casse degli Stati alle banche. Che cosa hanno da dire quegli economisti che teorizzano l autoregolamentazione del mercato come feticcio per il perfetto funzionamento dell economia mondiale? La verità, purtroppo, è che la stessa determinazione e velocità, le stesse ingenti cifre destinate al sistema finanziario, non si sono realizzate per intervenire sulla salvaguardia dei sistemi di welfare sociale, della solidarietà nei confronti delle classi lavoratrici così duramente colpite dalla crisi. Gli effetti della crisi del 2008 si fanno sentire in particolar modo in Europa, che ha scelto una linea di ottusa austerità economica e meramente monetarista, di chiusura in stretti vincoli di bilancio che impediscono sviluppo e crescita, di primato della finanza sulla politica e sulla sua possibilità di progettare scenari di ripresa, di giustizia sociale, di speranze verso nuove generazioni, di solidarietà e coesione sociale. 2

3 E quando parlo di solidarietà, non penso ad un sentimento nobile che in qualche caso scivola in una smielata carità pelosa. Penso, piuttosto, al suo significato etimologico paragonandolo al funzionamento di uno orologio ed al movimento dei suoi meccanismi. Affinché l orologio funzioni e segni nuove ore, occorre che tutti i suoi ingranaggi si muovano in modo solidale. Se un ingranaggio si ferma, si ferma l orologio. Se milioni di giovani sono disoccupati, se interi ceti medi sono sulla soglia della povertà, si ferma la società, si ferma questa Europa. Credo che urgentemente bisogna passare da un Europa della moneta ad un Europa federale, con stessi diritti, con uguali politiche fiscali, con la piena capacità della politica di dare risposte alle nuove emergenze, ai nuovi bisogni. Insomma, una nuova Europa politica, capace con politiche anti cicliche e piani di sviluppo di ridisegnare una fase di new deal, di ripresa degli investimenti, di recupero del divario tra Nord e Sud Europa, di redistribuzione delle ricchezze, di politiche che ridiano centralità al lavoro e non alla finanza. Ad oggi, gli stretti vincoli imposti dalle autorità monetarie europee ai singoli Stati impediscono qualsiasi politica di rilancio degli investimenti. Il vincolo del rapporto PIL/ Deficit diventa l elemento dal quale non può prescindere nessuna manovra di bilancio di ogni singolo Stato. Così si mettono sullo stesso piano i disavanzi dovuti agli sprechi e alle inefficienze, con i disavanzi momentanei e virtuosi dovuti agli investimenti su infrastrutture, scuola, green economy. Sarebbe come mettere sullo stesso piano il capo famiglia che si indebita per colpa delle slot machine, con il capo famiglia che chiede un prestito per l acquisto della casa e lo studio per i propri figli. Se si nega la possibilità di credito alle due famiglie, è verosimile pensare che il primo capofamiglia per vizio continuerà ad indebitarsi e ricorrere all usura, mentre il secondo rinuncerà all acquisto della casa, agli studi per i figli e a prospettive che avrebbero comunque ripianato il debito. Il risultato comunque sarà un economia delle famiglie depressa. Per concludere, la cecità delle politiche monetariste europee, le ricette delle autorità bancarie volte a forzati pareggi di bilancio che negano qualsiasi intervento anticiclico, stanno determinando una depressione della domanda e anche la perdita di sovranità dei singoli Stati. In questo quadro, appare problematico e preoccupante l appuntamento elettorale europeo del prossimo Maggio. Esiste il rischio concreto che possano prevalere forze politiche anti europee e nazionaliste. L enorme insoddisfazione dei cittadini greci, portoghesi, spagnoli per il ruolo svolto da questa Europa capace solo di controllare i bilanci, l egoismo dei paesi nord europei che pensano che la crisi degli altri paesi del bacino mediterraneo non possa intaccare le loro economie, stanno facendo nascere sentimenti di nuovi egoismi nazionalisti, fenomeni di xenofobia e razzismo. 3

4 Si rischia dunque, di vedere naufragare il sogno dell Europa Unita sullo scoglio di politiche finanziarie monetariste : l Euro che doveva essere il simbolo di una nuova Europa può diventare la causa di fratture tra gli Stati europei, divisioni che nel recente passato non hanno portato a nulla di buono. Occorre rompere l ortodossia delle scelte monetariste, bisogna che la politica riprenda il primato sulla finanza che, avvantaggiandosi della mancanza di regole e con logiche speculative, prescinde dal lavoro, dal capitale, dalle scelte industriali, dalle condizioni materiali. Bisogna rivedere radicalmente le scelte fatte sul fiscal compact e l obbligo di pareggio in bilancio : tali scelte stanno riducendo i margini di manovra dei governi per politiche di investimenti, stanno mettendo in discussione le sovranità nazionali. Per queste ragioni la CGIL sostiene la proposta della CES (la Confederazione Europea dei Sindacati) di aprire una nuova stagione di mobilitazione al fine di convincere i governi ad attuare politiche di sviluppo e di investimenti, capaci di creare lavoro, di attaccare il dramma della disoccupazione giovanile. La situazione italiana. Nel nostro Paese, la crisi economica europea e le incertezze del mercato si abbattono in maniera drammatica. La lunghezza della crisi, l assenza da parte della politica di soluzioni e risposte, ci sta consegnando una Italia sempre più povera, più divisa, più precaria, più incerta e sfiduciata nel futuro. La CGIL, già nel 2002 denunciava che il nostro Paese rischiava un declino industriale. I dati di oggi ci danno purtroppo ragione. Non si è trattato di preveggenza o propensione iettatoria. Bastava leggere i fondamentali economici, bastava solo discutere di merito, bastava solo comprendere che questo Paese stava prediligendo rendite finanziarie a politiche di investimento, bastava solo avere un minimo di idee chiare sui piani industriali e in quale maniera rendere competitivo il sistema produttivo. Si sono scelte altre strade, quelle delle contrapposizioni ideologiche, dei tentativi di dividere il sindacato, di perseguire ostinatamente l isolamento della CGIL. Mentre in Germania, Danimarca, Svezia si investiva sulla scuola, università, ricerca e formazione, durante i Governi Berlusconi, si parlava di articolo 18 come unico elemento ostativo alla modernizzazione del Paese. Come se, in questi anni, le imprese non avessero potuto licenziare, chiudere, delocalizzare, spostare attività produttive. 4

5 Sempre in questi anni, mentre negli altri Paesi europei industrializzati si cercava di coniugare politiche giovanili di occupazione e stato sociale, in Italia il vero problema sembrava essere quello della liberalizzazione del mercato del lavoro che avrebbe reso il Paese più moderno e competitivo. Si invocava, e qualcuno lo fa ancora, la flessibilità del mercato del lavoro, sempre per rendere più moderno e competitivo il Paese. Abbiamo 42 tipologie di contratto di assunzione, i più disparati modi di stare dentro i posti di lavoro, nella maniere più atipica e più flessibile possibile. Tanto che molte imprese non sanno che cosa farsene di alcune tipologie di flessibilità. Tanto che la CGIL ha dovuto creare un apposita categoria: il NIDIL. Ebbene, ad oggi, quali sono i risultati di questa sventolata flessibilità? Il sistema delle imprese si è modernizzato? I giovani hanno trovato nuove possibilità di lavoro? I laureati trovano occasioni di impiego nelle nostre aziende? Siamo forse più competitivi? La verità, purtroppo, è che in questo nostro Paese un confronto serio, competente, onesto intellettualmente non è stato possibile e che per alcuni versi non è ancora possibile fare. Si confonde, volutamente o per ignoranza, flessibilità con precarietà. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti : intere generazioni precarie, senza la possibilità di progettare futuro, di comprarsi una casa, di avere semplicemente diritto ad una vita serena. In questi anni, una certa classe dirigente, alcuni settori imprenditoriali, i governi di centro destra e quelli tecnici, ci hanno illuso che la scorciatoia della compressione dei diritti dei lavoratori e dei loro salari, fosse l unica strada che ci portava ad essere più competitivi. Ebbene, oggi raccogliamo gli amari risultati : non ha funzionato. Non può funzionare. E per quanto ci riguarda, ci troveranno sempre di traverso. Sarebbe interessante, con onestà intellettuale, esaminare quali sono le vere cause per le quali questo Paese stenta a restare nell orbita dei paesi più industrializzati, in termini quantitativi e qualitativi. Lo faccio provando a indossare i panni di un imprenditore, magari tedesco, che ha un suo portafoglio finanziario che già produce una rendita. Ebbene, se dovessi aprire un capannone industriale per attività inerenti a prodotti chimici, scoprirei che in Italia ci vorrebbero almeno 6 anni, in Germania 12 mesi. Poi scoprirei anche che i tempi di contenziosi giudiziari civili, importanti per determinare la certezza dell investimento, sono decennali e, per decenza, non faccio raffronti con altri paesi. E se la mia azienda producesse farmaci, noterei che occorrerebbero almeno due anni per ottenere l autorizzazione dell Agenzia del Farmaco mentre in Germania solo tre mesi. Approfondendo farei altre scoperte. Ad esempio, lavorando per la Pubblica Amministrazione dovrei attendere per i pagamenti dei miei farmaci una media di circa 600 giorni, mentre in Europa siamo a 60 giorni. Non parliamo di costi energetici : maggiori del 30 %. Lasciamo perdere il confronto con le reti internet, dove noterei che si attendono ancora investimenti per 5

6 la banda larga. E siccome siamo in Italia, le cose si complicherebbero molto se si dovesse tener conto di corruzione e di territori governati dalle organizzazioni criminali. Se fossi quell imprenditore tedesco non investirei in Italia. Ho la vaga sensazione, che quando non si riesce a dare risposte e trovare soluzioni concrete alle problematiche necessarie per la ripresa del Paese, c è sempre qualcuno che indica articoli 18 da sopprimere, diritti dei lavoratori da eliminare, salari da tagliare e requisiti pensionistici da allungare. E magari tutto ciò viene argomentato che è necessario per i giovani. Toppo facile. Troppo semplice. Dicevo prima, quanto sia difficile in Italia confrontarsi con serietà, competenza ed onestà intellettuale sui temi dell economia, del lavoro e del sociale. Per anni abbiamo parlato di un problema che non era un problema, anzi il problema, come quello dell articolo 18, per anni abbiamo confuso la flessibilità con la precarietà e da un biennio tecnici e alcuni politici forzano anche la traduzione dall inglese all italiano. E il caso di spending rewiev che, letteralmente, si traduce revisione della spesa. Ebbene, in questi anni, i governi che si sono succeduti hanno tradotto revisione della spesa con tagli alla spesa. Si sono attuati tagli verticali alla spesa pubblica. Si è buttato insieme all acqua sporca anche il bambino. Poco si è risparmiato sulle inefficienze del sistema burocratico italiano, su enti inutili, su consigli di amministrazione fittizi, su competenze doppie e triple, sui meccanismi di spesa clientelari. Invece, con stile meramente ragioneristico, molto si è tagliato su sanità, scuola, assistenza e sistemi di protezione sociale, pensioni ( basti pensare alla sciagurata riforma Fornero),spese fondamentali per infrastrutture e manutenzione del territorio. Tutto in nome di compatibilità di bilancio, direttive di autorità economiche europee, senza nessuna programmazione e progettazione per un serio rilancio del Paese. Troppo semplice. Troppo facile. Troppo insopportabilmente ingiusto, tanto che, la mannaia dei tagli verticali ha causato lo scivolamento di un quarto delle famiglie italiane sulle soglie della povertà. Tutto ciò con scarsi provvedimenti contro l economia sommersa, l evasione fiscale e contributiva. Un capitolo a parte meritano i costi della politica. Personalmente penso che la democrazia, per funzionare, deve avere costi. Mi preoccupano alcune derive qualunquistiche e populiste che finiscono per mettere in discussione la funzione della politica e quindi l essenza della democrazia, la necessità delle istituzioni e del loro funzionamento. Alcuni ragionamenti portano diritto a svolte autoritarie, al fatto che la politica la si può esercitare solo se si hanno in proprio risorse economiche. 6

7 Ma precisato ciò, un conto sono i costi della politica, un conto sono i privilegi. Un conto sono le spese per l esercizio di funzioni istituzionali, un conto sono gli sperperi poco trasparenti. Con quale autorevolezza si possono chiedere sacrifici agli italiani, se non si interviene a rendere sobrie le spese dei rappresentanti della politica? Gli scandali che quotidianamente leggiamo sui giornali che riguardano parlamentari e consiglieri regionali, non solo fanno un torto a chi onestamente vive la politica con sentimento e passione civica, ma gettano un ombra sinistra su tutte le istituzioni democratiche, sulla democrazia come modello. E mio convincimento che esiste un costo della politica difficile da contabilizzare ma mille vote più grande degli scandali apparsi sui giornali. E il costo dei provvedimenti necessari per il Paese e mai realizzati, è il costo delle decisioni rinviate, è il costo di leggi e normative poco chiare che confondono i cittadini e fanno scappare investimenti e posti di lavoro. Il quadro politico, le proposte della CGIL e della FILCTEM, i nostri settori. La crisi economica del nostro Paese, così profonda e drammatica, oltre a far calare una fitta nebbia sull orizzonte dei progetti futuri, si intreccia pericolosamente con una crisi politica, morale e istituzionale senza precedenti nella storia repubblicana. Conclusasi la fase dei governi berlusconiani che, nonostante una politica poderosa di tagli, hanno visto crescere il debito pubblico, screditata l immagine dell Italia nello scenario economico e politico internazionale, hanno provocato uno scadimento indegno del costume politico, prodotto gravi tensioni tra i poteri costituzionali, è iniziata una fase di governi tecnici sorretti da più o meno larghe intese. In questo scenario, le forze politiche appaiono indecise, frantumate, incerte su quali priorità assegnare alle azioni di governo, su quali assetti costruire riforme istituzionali utili al Paese. Le mancate risposte a questi urgenti problemi che colpiscono la vita quotidiana dei cittadini, delle lavoratrici e lavoratori, dei giovani, dei disoccupati, delle imprese, sta generando sentimenti di rabbia sociale, di antipolitica, di sterile ribellismo che non si trasforma in proposta e assunzione di responsabilità da parte di nuovi soggetti politici. Anche le forze di centro sinistra, uscite maggioritarie dalle ultime elezioni, appaiono titubanti e ingessate. Proprio a queste forze politiche, che tradizionalmente hanno guardato con attenzione le tematiche del lavoro, chiediamo di battere un colpo. 7

8 Occorre che si dia priorità nelle azioni di governo alle questioni dello sviluppo, del lavoro, della disoccupazione giovanile, alla possibilità delle imprese di innovarsi. Sono in gioco il futuro del Paese, il diritto ad una vita migliore di generazioni di precari, la coesione sociale, la tenuta democratica. Occorrono azioni urgenti in questo senso, perché ieri era già tardi e oggi è drammaticamente ineludibile. Crediamo ormai esaurita la stagione di ministeri tecnici, ipocritamente neutrali, con la politica spettatrice e non in grado di assumersi responsabilità e indicare progettualità. Insomma, la macchina Paese oltre a tecnici meccanici che sappiano ripararla, ha bisogno di benzina per potere viaggiare e non restare inutilmente ferma. Naturalmente seguiamo con attenzione l evolversi dell ultima crisi politica e il tentativo di costituire il nuovo Governo. Come sempre sarà il merito delle proposte a farci esprimere un giudizio, gelosi oggi più che mai della nostra autonomia. Oltre ai titoli dei programmi, oltre ai nomi più o meno illustri di nuovi ministri, attendiamo i contenuti. Attendiamo anche di comprendere se si voglia un vero confronto con le parti sociali e con il sindacato Confederale.. In questi anni è stato di moda considerare che bastasse un leader, magari fotogenico e simpatico o in alternativa con la battuta sobriamente sempre pronta, a risolvere i problemi del Paese. Queste qualità, da sole, non sono sufficienti a risolvere problemi complessi e complicati. Ci permettiamo di suggerire a chi si appresta a guidare l Italia in questa fase difficile, di rileggere la nostra storia recente. Soltanto quando si sono realizzati accordi con le parti sociali e si sono tenuti in conto le richieste del sindacato confederale unitario, si sono anche realizzate le condizioni di coesione sociale per uscire fuori dalle crisi. Ogni qualvolta si è tentato di spaccare le organizzazioni sindacali, di creare divisioni, di saltare passaggi di confronto e condivisioni, di eliminare i corpi intermedi, i problemi sono rimasti drammaticamente irrisolti, così come è successo con la riforma Fornero, tanto per citare uno degli ultimi esempi. In questi mesi, la CGIL con grande sforzo di analisi, di partecipazione delle categorie, dei territori, delle lavoratrici e lavoratori ha costruito la sua proposta per combattere la crisi, per aprire una nuova fase di ripresa e di crescita, tenendo conto dei fattori di innovazione, di cambiamento, di un economia sostenibile, capace di risposte qualitative e quantitative. Come fece Giuseppe Di Vittorio nel 1950, quando fu necessario ricostruire e far diventare più moderno, più giusto, più ricco il Paese che usciva da una guerra, anche noi abbiamo presentato il nostro Piano del Lavoro. Questa nostra proposta non è e non può diventare l elenco dei sogni e delle utopie. Lo vogliamo mettere a disposizione di tutte quelle forze sociali, imprenditoriali, della società civile. E il momento di unire tutte le energie innovative, per trovare nuove risposte, per tentare di ricostruire un Italia che dopo questa crisi non sarà più come prima. 8

9 Rimettere al centro il lavoro, comprendere le nuove produzioni e professionalità, sfruttare le nuove tecnologie per migliorare la qualità del lavoro e conciliarla con i temi di vita, rispettare le pari opportunità nelle aziende, favorire la formazione continua, innovare e non avere paura dei cambiamenti. Dobbiamo essere pronti a tutto questo e alle nuove sfide. Chiediamo alle aziende e al sistema dell imprese, se anche loro sono pronte ad abbandonare vecchi schemi, riflessi condizionati che scambiano la flessibilità con la precarietà, se sono pronte al contributo dei lavoratori nell organizzazione del lavoro, nelle esigibilità di veri piani industriali e della loro realizzazione, dei percorsi formativi. Per quanto mi riguarda qualcosa non quadra più nella gestione dei processi di riorganizzazione industriali. Ad esempio, si aprono procedure di mobilità, il sindacato ha 75 giorni di tempo per discuterla. Come sempre, chiediamo alle aziende i piani industriali, se questi ci sono. E quando ci sono, questi ci vengono forniti in virtù di affermate relazioni sindacali, qualche volta per tatticismo, altre volte per pura cortesia. Alla fine del 75 giorno, siamo chiamati a firmare un mancato accordo o un accordo se si trovano soluzioni. In ogni caso, ci assumiamo grosse responsabilità, senza aver potuto condizionare, partecipare alle scelte industriali all origine del processo. Penso a qualche modello in giro nel Nord Europa, penso all articolo 47 della nostra amata Costituzione: Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende. Ebbene, mi rivolgo alle aziende, almeno a quelle più grandi, a quelle a dimensione multinazionali, a quelle che tutti i giorni ci dicono che dobbiamo essere più moderni : siete pronti a raccogliere questa sfida che ci indica la Costituzione? Oppure per voi è più allettante e moderno un confuso articolo 8 DL 138/11? Come mai, da una parte incensate il modello tedesco e quando vi chiediamo i Consigli di sorveglianza, così come abbiamo fatto nelle nostre piattaforme contrattuali vi chiudete a riccio? Se parlate di aprire una nuova fase di dialogo tra capitale e lavoro, siete pronti ad affrontare tematiche di democrazia industriale, dove i lavoratori possano partecipare alle scelte dell impresa? Perché, guardate, siamo stanchi di registrare, in alcuni casi, che manager pagati profumatamente arrivano nelle aziende, sbagliano piani industriali, vanno via con bonus e a pagare scelte errate siano sempre i lavoratori Se vogliamo essere un Paese moderno occorre rafforzare e non raggirare la contrattazione collettiva, a partire dai Contratti nazionale di lavoro. Occorre qualificare la contrattazione decentrata, trovare le risposte per superare la crisi e qualificare le produzioni, porsi obiettivi di responsabilità sociale d impresa. In altri Paesi questi modelli funzionano, il sistema produttivo è più competitivo, il salario dei lavoratori più alto. 9

10 Pesa anche in Italia, una situazione politica incerta e un quadro istituzionale simile ad un cantiere, elementi entrambi che producono quotidianamente fibrillazione e incertezza nelle dinamiche economiche e sociali del paese e che generano un clima di sfiducia e di antipolitica. Come voi, anch io sto cercando di seguire l evolversi della crisi. L altra sera riguardavo lo streaming del famoso duello tra il Presidente del Consigli designato e il leader di un movimento di opposizione. Devo ammettere che sono rimasto molto perplesso. In tutta la rissa verbale, non ho sentito nominare mai la parola lavoro. E così anche molti giornali del giorno dopo, sono stati concentrati su chi avesse vinto il vinto il duello, con argomenti e analisi raffinati. Qualsiasi analisi di merito su questioni concrete, ancora in secondo piano. Non vorremo essere alle solite. Attendiamo merito e contenuti sulle tematiche dello sviluppo e del lavoro, dell occupazione giovanile e della formazione, su un sistema di welfare universale e di protezione sociale, su piani industriali e ricerca. E tanto per riallacciarmi al nostro Piano del Lavoro, vorrei sentire cosa si vuole fare sulla scuola e sull Università. Perché la nostra Italia ha il più basso tasso di laureati tra i Paesi industrializzati. Quei pochi laureati che abbiamo li facciamo lavorare nei call center e i più coraggiosi, o disperati, scappano all estero. Se continua così, questo nostro Paese rischia di non avere più una classe dirigente degna di questo nome. Vogliamo inoltre conoscere, se il nuovo Governo che sta per nascere, ha in mente un Piano Industriale Nazionale che salvaguardi le eccellenze italiane e l industria manifatturiera ancora tra le prime nel mondo. E per restare nei nostri settori, vorremmo sapere cosa ne pensa sull industria chimica. Vorremmo sapere come si fa a restare tra le grandi nazioni industrializzate, se la chimica continua ad essere un buco nero dello scenario industriale nazionale. Proprio noi, che nel campo dei polimeri abbiamo fatto storia, basti pensare al premio Nobel Giulio Natta e la conseguente commercializzazione della plastica negli anni 60. Vorremmo sapere se si intende finanziare con investimenti pubblici la ricerca per la chimica verde o sgravare fiscalmente quelle imprese che investono in laboratori per la scoperta di nuove molecole e di nuovi farmaci. Sarebbe necessario un Piano Nazionale per le bonifiche delle aree industriali, per la loro riqualificazione. Come sarebbe interessante capire, nel settore della moda e dell eccellenza del Made in Italy, se si ha intenzione di difendere le nostre produzioni favorendo l innovazione e le politiche di distretto, guardando alla qualità delle produzioni e alla capacità di promozione. Così come, appare ineludibile dotarsi di un Piano Nazionale Energetico. I nostri costi energetici sono mediamente più alti del 30 % rispetto alla media europea. 10

11 Questo è uno degli elementi principali che ostacolano la ripresa economica, che non favorisce l entrata di capitali utili per nuovi investimenti. Dopo i processi di liberalizzazione riguardanti il comparto energetico, e non solo quello elettrico, questo settore soffre di notevoli contraddizioni, ad iniziare da una sovra capacità produttiva, alla scarsa domanda di energia per abbassamento dei consumi e della produzione industriale in crisi, ad una insufficiente efficienza della rete. Occorrerebbe pianificare e garantire l approvvigionamento di un mix di fonti primarie, dal gas al carbone, dal sole alle fonti endogene a disposizione, tutto ciò compatibilmente agli impatti ambientali e per ridurre sensibilmente la dipendenza dell Italia dall estero e dalle turbolenze geo-politiche. In questo senso, le nostre grandi imprese energetiche (ENI, ENEL, SNAM, TERNA) costituiscono un punto di forza irrinunciabile e strategica per la ripresa industriale e per favorire l innovazione tecnologica utile per gli anni futuri. Queste grandi società ogni anno contribuiscono alle entrate dello Stato con forti utili ( ENI da sola per due miliardi l anno). Il loro impegno è strategico per l Italia. Pertanto, oltre ad essere anti economico, non può essere accettabile una riduzione della presenza pubblica per soli fini di cassa. Vorremmo ancora chiedere, se si intende ancora continuare a favorire le rendite finanziarie e tassare il lavoro. Quanto tempo si è perso a parlare di cancellazione di Imu? Quelle risorse potevano essere destinate a una riduzione della pressione fiscale sul lavoro. Avrebbero ridistribuito reddito in una economia nazionale dove la caduta della domanda, la contrazione dei consumi, ci sta riportando indietro di 40 anni. Credo che si possa dire tranquillamente che i nostri salari siano tra i più bassi d Europa e in questo l Euro ci aiuta molto nei confronti. Pertanto, la soluzione per essere più competitivi non può essere trovata nel comprimere ancora i salari. Bisogna analizzare quali sono gli elementi che determinano il Costo per Unità Prodotta così poco competitivo. Li ho elencati all inizio della relazione e li riassumo : sono i costi energetici, lo scarso funzionamento di un sistema dei trasporti, una burocrazia asfissiante, una mancata certezza di regole, un sistema obsoleto delle comunicazioni, una tassazione elevata sul lavoro tanto per citarne qualcuno. Ebbene, se a questi fattori non si sanno trovare risposte, la compressione dei salari nominale non solo è la strada più ingiusta, ma è quella più dannosa e inutile, è quella che porterebbe ancora maggiormente a deprimere domanda e consumi, a fare avvitare la crisi su se stessa con riflessi sociali facilmente immaginabili. 11

12 La FILCTEM e il nostro territorio. La nostra è una categoria complessa con settori merceologici differenti. Con grandi gruppi aziendali, con multinazionali ma anche con piccole e medie aziende manifatturiere. Storie e condizioni diverse che si intrecciano in uno scenario di crisi. Abbiamo cercato di costruire una linea politico sindacale che unisca i lavoratori dell energia a quelli del tessile, i lavoratori del gas e dell acqua agli informatori medico scientifici e ai chimici, i lavoratori elettrici a quelli manifatturieri. Siamo partiti nel ricercare comuni denominatori che dovevano costituire l ossatura dei rinnovi dei contratti nazionali. Li abbiamo individuati in questi quattro punti: la questione del salario e la contrattazione di premi di risultato nel secondo livello; il rafforzamento del sistema delle relazioni industriali e delle informazioni; il consolidamento e l universalizzazione dei sistemi di welfare contrattuali; una particolare attenzione alle parti riguardanti la stabilizzazione e la difesa delle parti normative. Con queste grandi linee abbiamo aperto una stagione di rinnovi contrattuali che sono partiti dal chimico, all elettrico ed energia, per arrivare al Tessile/Abbigliamento, fino a quello complicato del gomma-plastica e per ultimo quello del gas-acqua. Stante le condizioni di crisi, pensiamo di aver raggiunto risultati dignitosi per difendere il reddito dei lavoratori, anche a costo di passaggi delicati come quello degli scatti d anzianità. Questo versante deve essere recuperato attraverso una nuova politica degli inquadramenti, che tenga conto dei cambiamenti intervenuti nei processi produttivi. L altro passaggio che si deve compiere e sul quale la nostra categoria si è impegnata, è quello di costruire contratti di filiera e settore. Crediamo che si debba giungere, già dai prossimi rinnovi, ad un unico contratto di settore per l energia che riunisca le aziende elettriche, del gas-acqua e del petrolio. Le aziende del settore come ad esempio ENI, ENEL, ACEA SNAM sono in grado di offrire i servizi del gas ed elettricità e la loro competizione non può basarsi su contratti al ribasso. Un unico contratto di settore, deve allineare i diritti di tutti i lavoratori, deve servire a stabilire regole comuni a tutte le aziende, deve garantire servizi efficienti a tutti i cittadini su beni primari. La FILCTEM cerca di dare un suo contributo partecipando attivamente ed in maniera propositiva a questa stagione congressuale. Lo fa toccando i temi dell energia, di una gestione pubblica ed industriale dell acqua, della necessità di rafforzare il ruolo dei Contratti Nazionali di Lavoro che devono essere in grado di 12

13 intercettare nuove professionalità nei vari settori e aprire una nuova fase di democrazia industriale. Sono tematiche importanti e nodali : dai nostri convincimenti, dalle risposte che ci verranno date dalle altre parti sociali, dalle decisioni che sarà in grado di assumere la politica, potremo capire se l Italia potrà continuare ad essere un grande e moderno Paese a vocazione industriale, capace di costruire nuove occasioni di sviluppo, di ricchezza, di giustizia sociale. Questi ultimi quattro anni sono stati anni difficili, e in molti casi drammatici, per le aziende del nostro territorio. Tutti i settori sono stati colpiti dalla crisi e dalle incertezze di piani industriali. Nel settore del Chimico Farmaceutico, tranne qualche rara azienda come la Baxter recentemente sindacalizzata, si è abbattuta la scure dei tagli sulla sanità, con ulteriori riduzioni della spesa sui farmaci e i processi di riorganizzazione di grandi multinazionali e piccole aziende. E una crisi durissima, che chiama in causa i vari governi che continuano a tagliare sul farmaco, giocando in maniera ragioneristica sulla salute dei cittadini : l Agenzia del Farmaco sembra dipendere più dal Ministero del Tesoro che da quello della Sanità. I ritardi sulle procedure di approvazione di nuove molecole, stanno facendo fuggire aziende e ricerca, stanno facendo diventare l Italia solo un paese che merita un attenzione commerciale da parte delle multinazionali. Anche le aziende farmaceutiche, seppure con fatturati che non aumentano a ritmi degli anni 90, in qualche caso mostrano pigrizie organizzative, ritrosie a nuove soluzioni. In pochi anni sono stati persi quasi quattrocento posti di lavoro nel nostro territorio e in questo settore, in prevalenza Informatori del Farmaco, con alta professionalità e alto livello di scolarizzazioni. In queste difficili vertenze, molte chiuse con accordi, abbiamo cercato di attutire l impatto sulla riduzione del reddito, attivando anche sistemi di welafare formativo. In altri casi, come in Takeda e in parte in Abbott, abbiamo concordato nuove professionalità, che hanno ridotto il numero degli esuberi. Nella dura vertenza della Bristol, oltre a soluzioni legate al reddito si sono recuperati lavoratori posti in mobilità, appena approvati nuovi farmaci dall Agenzia del Farmaco. In piccole aziende come Athena Pharma, condotta con logiche familiari e poco propense alle relazioni industriali, siamo riusciti ad ottenere l utilizzo di contratti di solidarietà, evitando la chiusura dell azienda. In un altra piccola azienda come la Polipharma, dopo uno stentato avvio delle relazioni sindacali, una serie di confronti ha modificato scenari di interventi aziendali, che hanno convinto a maggiori investimenti e formazione. 13

14 Nel settore del petrolio privato, la contrazione dei consumi e della domanda, l incertezza delle strategie aziendali uniti a processi di concentrazione, hanno pesato sulla tenuta occupazionale del settore. Se in Q8 e in Api siamo riusciti, almeno per il momento, a contenere esuberi attraverso mobilità agganciate a requisiti pensionistici o a complessi accordi ricorrendo a contratti di solidarietà, un discorso a parte merita il gruppo Total Erg. La chiusura della Raffineria di Roma, relegato a deposito di carburanti, con la perdita di più di un centinaio di posti di lavoro, vede cessare l attività di uno degli impianti industriali storici del territorio romano. Quando si parla di Piani Energetici, di approvvigionamenti di fonti energia, non riusciamo a comprendere a quale strategia risponde, il privare Roma e il suo grande aeroporto, il suo importante bacino di utenze di un importante impianto di raffinazione. Ma le fibrillazione del gruppo Total Erg non finiscono con la chiusura di questo impianto. L azienda ha comunicato ulteriori 135 esuberi, per il momento gestiti con individuali non opposizioni ai licenziamenti. Tuttavia, restano ancora imprecisi i piani industriali. Nel nostro territorio ha sede l ENI. Questo importante e strategico gruppo per il nostro Paese, da anni vede diminuire notevolmente la sua base occupazionale, seppur con l uso di ammortizzatori sociali e in termini volontari. In ogni caso, ci preoccupa molto una lenta e progressiva riduzione degli investimenti, un attenzione più spostata all estero e attività di commercializzazione e finanziarizzazione. L Eni è parte della storia di questo Paese. Crediamo che debba assumersi con più decisione il ruolo storico di volano per la ripresa industriale del nostro Paese, attraverso la ricerca e una più netta e marcata ripresa degli investimenti sulla chimica. Inoltre siamo preoccupati per le prospettive strategiche della presenza Eni nel territorio romano. Infatti, dopo la chiusura del centro di formazione e del centro ricerche, assistiamo ad una progressiva migrazione di attività direzionali e di staff, dal polo di Roma a quello di Milano. La conferma di SNAM RETE GAS-ITALGAS alla distribuzione del metano nella capitale, ci permette di guardare con relativa tranquillità l immediato futuro, vista anche la conferma di investimenti per il rinnovamento della rete. Tuttavia, anche questa azienda è interessata ad esodi incentivati e ad un insufficiente turn over, nonostante ad una generosa mobilitazione dei lavoratori di questa azienda che ha permesso nuove assunzioni. Negli ultimi quattro anni, un altra grande azienda come l ACEA, sta conoscendo momenti difficili e incerti che mettono in crisi la sua vocazione industriale. L entrata a gamba tesa di una certa politica e della precedente giunta Alemanno, ha fatto perdere il treno per includere anche la distribuzione del gas, oltre a quella dell acqua e dell elettricità, tra i servizi erogati. Se ciò non fosse accaduto, ACEA avrebbe avuto la possibilità di marcare maggiormente il ruolo di una delle più grandi multiutility d Italia e di poter competere anche con quelle Europee. 14

15 L incapacità manageriale e la gestione poco attenta degli ultimi periodi, ha messo in crisi i fondamentali di bilancio di questa storica azienda romana. Anche il cattivo funzionamento dei servizi resi ai cittadini, con fatturazioni pazze, enormi e snervanti file agli sportelli, sono un altro preoccupante segnale. Insomma, ACEA da risorsa per il Comune di Roma, rischia di diventare un problema. Soltanto la fermezza e la capacità di mobilitazione del sindacato, hanno impedito la sciagurata decisione di Alemanno di volere vendere e privatizzare ACEA, al fine di alleggerire i debiti comunali. Crediamo invece che ACEA, per il suo know how, debba essere il gestore idrico di tutta la nostra Regione, capace di gestire in maniera industriale ed efficiente, un bene prezioso come quello dell acqua. Anche ENEL vive un momento delicato di transizione. Dalla comunicazione di eccedenze dell Amministratore delegato nel settembre del 2012, con la dichiarata volontà di ricorrere a licenziamenti collettivi, si è passato ad un accordo quadro sulla occupabilità nel novembre dello stesso anno. La gestione degli esuberi attraverso la cosiddetta isopensione ha visto l adesione di circa 5400 lavoratori sul territorio nazionale, a fronte di un programma di 1500 assunzioni. Conclusioni e riflessioni Dal quadro che ho appena finito di illustrare, non è difficile evincere che si sono vissuti quattro anni difficili con vertenze durissime, di scontri con le Direzioni aziendali senza mai smettere di ricercare con ostinazione anche soluzioni nuove, di permanente dialogo con le Rsu, senza mai che venisse meno il confronto con i lavoratori, affinché si condividessero anche gli accordi più difficili, in maniera chiara e trasparente. La stretta di mano dei lavoratori alla fine di assemblee difficili come quelle della Bristol, il ringraziamento dei lavoratori della Shalcon dopo un assemblea fatta in un circolo fuori dall azienda perché si aveva paure di ritorsioni e alla fine la decisione di iscriversi al sindacato e iniziare una nuova strada, la frase che ogni tanto qualche lavoratore dice grazie di esserci, non solo leniscono qualche amarezza e momenti di stanchezza, ma sono il segnale che questo sindacato questa CGIL è ancora un punto di riferimento, di speranza per lavoratrici e lavoratori. E questo accade tutti i giorni. Accade quando alle sette di mattino i delegati dell Italgas sono a rispondere alle domande dei lavoratori nella saletta sindacale. Accade quando i compagni del Comitato degli Iscritti dell Eni organizzano gli appuntamenti per gli esodati cercando di risolvere i casi più disperati. Accade quando qualche compagno della segreteria incontra lavoratrici del tessile e di piccole aziende. Accade quando, un nuovo delegato appena iscritto ci chiama perché vuole formazione sindacale. Per tutto questo, permettetemi di dire che non sono d accordo con i compagni del secondo documento, quando presentano una CGIL comunque e sempre perdente. 15

16 Insomma, una CGIL che allo stesso tempo è causa e medicina dei mali che affliggono i lavoratori. La verità è che questa crisi ci consegna un Paese diverso da quello di qualche anno fa. Non è vero che in questi anni abbiamo rinunciato a lottare. Abbiamo proclamato sei scioperi generali da soli e due unitari. Abbiamo fatto decine di presidi in difesa dell articolo 18, contro la legge Fornero, contro le leggi finanziare di questi ultimi anni. Forse tutto ciò non basta da solo. Forse bisogna percorrere nuove strade, nuove modalità, senza avere paura del nuovo. La passione del militante della CGIL non si ravviva soltanto quando si ricordano le manifestazioni con milioni di lavoratori. Questa passione deve vivere ogni giorno, in ogni vertenza, in ogni situazione che siamo chiamati a trovare soluzioni e assumerci responsabilità di scelte difficili. L accordo sulla rappresentanza, della quale condivido l impalcatura, può essere uno di questi momenti. Non voglio entrare nel merito. Avremo altre occasioni per farlo e confrontarci. Questa nostra CGIL, ha conosciuto momenti delicati e complicati. Ha saputo fare anche scelte difficili, altrimenti non sarebbe ultracentenaria. La nostra è una organizzazione seria e affinché continui ad esserlo deve saper prendere decisioni. Ma siamo anche una organizzazione democratica e non possono esserci decisioni senza discussioni. A patto che le discussioni non siano infinite, non siano lo strumento per non decidere mai. Perché se succedesse ciò, saremmo destinati a essere immobili, a scomparire. Lo slogan del nostro congresso è Diritto al futuro e il futuro è comunque il nuovo. Vorrei che questo nuovo non fosse vuoto di diritti per le lavoratrici e i lavoratori. Vorrei che il nostro quadrato rosso non diventasse un rosso antico, vorrei che fosse rosso lucente per essere ben visibile ai giovani, che hanno diritto a un futuro più giusto, più ricco, più solidale. Viva la Filctem! Viva la CGIL! Viva la Repubblica fondata sul lavoro. 16

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