Assemblea Generale della Commissione Nazionale Italiana per l'unesco Discorso del Presidente - Roma, 10 gennaio 2013

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1 Assemblea Generale della Commissione Nazionale Italiana per l'unesco Discorso del Presidente - Roma, 10 gennaio 2013 Quando, poco più di un anno fa, ci siamo riuniti in questa stessa sala, ho aperto il mio discorso affrontando il momento di difficoltà diffusa, pervasiva, severa e strutturale in cui versava allora il nostro Paese, sommerso dal proprio debito, sfavorito dalle scommesse dei mercati e dell Europa, schiavo delle oscillazioni dello spread, reduce da una crisi istituzionale quasi senza precedenti, e incerto sulla direzione che avrebbe preso il governo tecnico che si era recentemente insediato sotto la guida di Mario Monti. In quell occasione, insieme a tutti voi, ho scelto di non voltare lo sguardo trincerandomi magari dietro le più classiche e tecniche tematiche unescane bensì di guardare negli occhi l orrendo mostro con cui si scontravano in quei giorni l Italia e l Europa, di affrontare insomma a viso aperto quella crisi che spostandosi dal piano finanziario a quello economico e, in seguito, istituzionale e politico sembrava paralizzare ogni iniziativa, pietrificare novella Medusa ogni slancio vitale. Confortato dalla stessa etimologia della parola crisi, la quale implicando i concetti di separazione, cambiamento, giudizio e scelta contiene in sé stessa il suo superamento, ho creduto allora di poter cogliere, nel momento drammatico che il Paese viveva, un opportunità di riscatto, di rinnovamento, di ricostruzione della nostra società su nuove e più solide basi. Oggi, nonostante sia presto per tracciare un bilancio definitivo ché, si sa, i mutamenti della storia non si misurano in anni né tanto meno in mesi non posso però tacere, per l onestà intellettuale con la quale ho sempre cercato di svolgere il mio compito di Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l UNESCO, che l opportunità in cui speravo non sembra essere stata colta, che l occasione, in cui mi auguravo si tramutasse la famigerata crisi, non sembra essere stata sfruttata. Dopo un anno di sacrifici enormi, compiuti dalla maggior parte delle cittadine e dei cittadini italiani, dopo che grazie a questi stessi sacrifici è stata almeno apparentemente tamponata quell emergenza che rischiava addirittura di mettere in discussione l appartenenza dell Italia all Unione Europea, dopo che il governo tecnico di Mario Monti ha gestito questo difficile momento di transizione del nostro Paese con la ferma mano dell austerità, ferma tanto nel senso di solida e stabile, quanto dispiace dirlo nel senso di fissa e statica rispetto al movimento necessario allo sviluppo, mentre infine ci prepariamo alla contesa elettorale che darà vita alla diciassettesima legislatura della nostra Repubblica, tra vecchie e nuove formazioni 1

2 politiche e coalizioni, i sentimenti più diffusi nel nostro Paese sono ancora la sfiducia, la rabbia e, sempre più spesso, la disperazione. In effetti, quella che era iniziata come una crisi globale, radicandosi poi nelle specifiche debolezze strutturali del nostro Paese il profondo squilibrio tra Nord e Sud e la carenza di infrastrutture sociali condivise, per citarne solo alcune ha assunto in Italia caratteristiche e dimensioni precipue, in larga misura differenti da quelle degli altri Paesi europei, le quali hanno portato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell ultimo discorso di fine anno del suo settennato, a parlare dell esistenza, nel nostro Paese, di una vera e propria questione sociale, da porre al centro dell'attenzione e dell'azione pubblica. Ora, pur condividendo in pieno l analisi del Capo dello Stato - che tengo a ringraziare per l equilibrio, il coraggio e la generosità con cui, in questi sette anni, ha svolto il proprio ruolo di suprema garanzia delle istituzioni democratiche - io vorrei porre oggi, accanto alla questione sociale che attanaglia il Paese, un altra questione, di certo non meno importante: la questione culturale. Essa è strettamente e anzi vorrei dire indissolubilmente legata alla prima: allo stesso modo in cui lo sviluppo economico è oramai legato, nel mondo occidentale, alla crescita dei consumi culturali e delle industrie creative e, soprattutto, allo stesso modo in cui la coesione sociale è legata da sempre alla condivisione di un identità culturale comune. Essa, la questione culturale, e la necessità di una sua rapida e duratura soluzione, è d altra parte anche ciò che motiva la nostra presenza qui oggi: essa corrisponde infatti alla convinzione, sottoscritta dallo Stato italiano attraverso il Trattato internazionale di Londra del 16 novembre 1945, con cui nacque l Organizzazione di cui facciamo parte, che solo attraverso l educazione, la scienza e la cultura sia possibile raggiungere la pace e il benessere per tutti gli esseri umani. Di conseguenza, analizzare oggi serratamente il peso, la portata e la qualità dell azione dell UNESCO e dei suoi programmi in Italia e, al tempo stesso, il peso, la portata e la qualità dell investimento anche economico dell Italia nell UNESCO, corrisponde in larga misura a tracciare un vero e proprio bilancio delle fragilità e delle risorse a disposizione del Paese; e disegnare le strategie per un consistente rafforzamento di tale azione e di tale investimento corrisponde in gran parte a delineare le linee guida per lo sviluppo della Nazione. Proverò, dunque, a tracciare un bilancio critico dei singoli settori in cui si articola l attività dell UNESCO, per verificarne l impatto nel nostro Paese e valutare insieme la direzione che dovrà prendere in futuro l azione della nostra Commissione Nazionale. Cominciamo con quello che è, senza ombra di dubbio, il programma cui l UNESCO deve gran parte della propria visibilità e riconoscibilità nel mondo, e al quale al tempo stesso l Italia deve parte importante del proprio prestigio internazionale: la Convenzione per la protezione del 2

3 patrimonio culturale e naturale mondiale e la celebre Lista, ad essa collegata, del patrimonio culturale e naturale dell Umanità. Come tutti voi ben sapete, nel 2012 l UNESCO ha celebrato i quaranta anni della storica Convenzione, adottata a Parigi il 16 novembre 1972: le celebrazioni del quarantennale hanno certo costituito un traguardo importante, ma hanno anche rappresentato l occasione per interrogarsi, in ambito internazionale, sullo stato di salute del patrimonio culturale e naturale mondiale, nonché della Convenzione nata per la sua protezione. Nel corso della trentaseiesima sessione del Comitato Intergovernativo della Convenzione del 1972, svoltasi a San Pietroburgo all inizio dell estate, il Direttore Generale dell UNESCO, Amb. Irina Bokova, ha dato voce a molti di questi interrogativi. Quest anno esordiva l Amb. Bokova celebriamo il quarantesimo anniversario della Convenzione. In quaranta anni, il patrimonio mondiale ha disegnato una nuova mappa del mondo una mappa a servizio della pace, una rete di scambi culturali che riunisce quasi mille siti nell intero pianeta. Da ormai quaranta anni, molti Paesi [oggi ben 189!] si sono riuniti intorno a un idea semplice ma al tempo stesso rivoluzionaria l idea che esistano dei luoghi che possiedono un valore universale eccezionale che noi dobbiamo proteggere insieme. Non è stato facile e nulla consente di credere che diverrà facile in futuro. Anche oggi, mentre siamo qui riuniti, un numero sempre crescente di siti è minacciato. Nel maggio scorso, un terremoto nel Nord dell Italia ha colpito Ferrara, una città piena di vita, una delle culle del Rinascimento europeo. Ancor prima che alla Siria incendiata dalla guerra civile o al Mali travolto da un colpo di stato armato, il pensiero del Direttore Generale dell UNESCO andava al nostro Paese. E mentre anche il nostro pensiero va alle popolazioni emiliane e romagnole, come a tutte le altre comunità che lungo la nostra penisola sono state messe a dura prova in questi anni la ligure e l abruzzese tra le altre non posso fare a meno di pensare che, anche di fronte alla furia distruttrice della natura, non esiste una sola Italia, non esiste e lo dico a malincuore, nonostante la molte, moltissime manifestazioni di solidarietà un Italia unita e dotata delle stesse risorse e possibilità. È quanto, purtroppo, appare evidente dal paragone di due tragedie, che hanno messo entrambe in ginocchio il Paese, ferendolo oltre che con la morte dei suoi cittadini - anche con la distruzione del suo patrimonio, della sua stessa identità: il terremoto dell Umbria del 1997 e il terremoto in Abruzzo del Nel primo caso, solo due anni dopo, nel 1999, la Basilica di S. Francesco ad Assisi la cui volta era crollata, riducendo in frammenti gli affreschi, attribuiti a Giotto e Cimabue, che la adornavano veniva riaperta, fornendo all UNESCO l occasione, tra l altro, di proclamare Assisi Patrimonio dell Umanità ; nel secondo caso, è di questi ultimi mesi la notizia che si è finalmente giunti ad una accelerazione nella semplice rimozione delle macerie che tre anni dopo il sisma ancora si 3

4 ammassano lungo le strade de L Aquila. Nel primo caso, inoltre, il restauro condotto a tempo di record e le straordinarie tecnologie informatiche ideate ad hoc dal C.N.R. per la ricostruzione del San Gerolamo e del San Matteo ci sono valsi il plauso, e persino lo stupore, della comunità internazionale, quella stessa comunità internazionale che oggi guarda con paura e rammarico alla nostra incapacità di mettere in sicurezza i siti archeologici di Pompei ed Ercolano. Insomma, a oltre centocinquanta anni dalla sua unificazione geografica e politica e a oltre sessanta anni dall entrata in vigore di quella Costituzione repubblicana che all articolo 9 tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione, l Italia è divisa nella capacità di gestione e tutela del proprio patrimonio culturale, e questa divisione penalizza fortemente il Paese, sia nella sua coesione sociale, sia nella potenza della sua immagine all estero e di conseguenza nella sua credibilità politica ed economica. È oggi il nostro primo dovere, e sarà tra i primi doveri del prossimo governo affinché il contributo dell Italia al patrimonio dell umanità si mantenga integro da Nord a Sud per tutti e 47 i siti iscritti colmare questa divisione. Ma continuiamo ad ascoltare il Direttore Generale dell UNESCO, la quale, dopo aver elencato alcune delle altre minacce che, oltre alle calamità naturali, attentano al patrimonio dell umanità, e in particolare conflitti armati, cambiamento climatico e turismo di massa, ha aggiunto: Per il suo quarantesimo anniversario la Convenzione deve far fronte non solo a tutte queste minacce, ma anche ad una sfida fondamentale, quella della propria credibilità e del proprio avvenire. Da alcuni anni ormai, alcune evoluzioni nelle procedure di iscrizione hanno fatto vacillare i principi di eccellenza scientifica e di imparzialità che sono il cuore della Convenzione. È mio dovere dare l allarme. La credibilità di un iscrizione deve essere assoluta [ ] Aggiungo io, la credibilità di un iscrizione deve essere assoluta, non solo dal punto di vista scientifico, ma anche etico e politico. Come proseguiva ancora il Direttore Generale dell UNESCO: il Patrimonio mondiale non è un concorso di bellezza. Non è una corsa al maggior numero di siti iscritti. Il momento di gloria che accompagna l iscrizione di un sito è effimero e può durare solo con l impegno degli Stati, dei poteri pubblici e delle comunità locali per la conservazione e salvaguardia a lungo termine. Non ha alcun senso, ormai, tentare di iscrivere nuovi Siti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell Umanità, quando il nostro Paese non è in grado di garantirne la tutela e la conservazione; quando sempre più spesso la prima minaccia al patrimonio culturale e naturale è costituita dalla stessa azione dello Stato italiano: uno Stato che condona gli abusi edilizi sulla Costiera Amalfitana e sulle Dolomiti, che progetta discariche accanto alla Villa Adriana di Tivoli, che taglia i fondi destinati al Ministero per i Beni e le Attività Culturali (e dunque alla conservazione del patrimonio) 4

5 di oltre il trentasei per cento in dieci anni, con le conseguenze ad esempio a Pompei che tutti conosciamo. Non ha senso, credetemi, proporre un iscrizione alla Lista del Patrimonio mondiale dell Umanità (e lo stesso vale, ovviamente, per la Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale, istituita in seno alla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003) se non si è sicuri del ruolo che quel Patrimonio una volta regalato all Umanità tramite l UNESCO (ché di questo dovrebbe trattarsi: di un regalo, non di un premio) potrà avere nella costruzione della pace e dello sviluppo sostenibile. Da questo punto di vista è stata emblematica, nel 2012, l inclusione nella Lista della Chiesa della Natività e della via dei pellegrini, nella città di Betlemme, su proposta dell Autorità Nazionale Palestinese, che speriamo possa servire, in una fase così delicata della vita di quell area, a riportare l attenzione della comunità internazionale sulle radici culturali comuni delle tre religioni monoteiste. Proprio come emblematica era stata, nel 2011 delle primavere arabe, l iscrizione nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale della Dieta Mediterranea, promossa congiuntamente da Italia, Spagna, Grecia e Marocco, a ribadire la profonda vicinanza dei popoli che abitano sulle due rive del mare nostrum. Eppure, oggi, ad oltre un anno di distanza dalla proclamazione della Dieta Mediterranea patrimonio dell umanità, mentre festeggiamo la recente iscrizione nella stessa Lista di un altra eccellenza italiana, La tradizione liutaria cremonese, non posso fare a meno di chiedermi, insieme a voi, quanta parte del profondo significato della proclamazione della Dieta Mediterranea sia stato realmente percepito dai cittadini italiani e quanto invece quell iscrizione sia stata strumentalizzata, con più o meno successo, da imprese, società, associazioni, privati cittadini e finanche istituzioni che, più o meno in buona fede, hanno voluto interpretare il riconoscimento della Dieta Mediterranea non come riconoscimento di uno stile di vita ma, di volta in volta, di un singolo prodotto tipico, di una filiera produttiva, di un determinato tipo di ristorazione: nel tentativo di trarre profitto, commercializzandolo, dal nome, dal logo, in altre parole dal prestigio, dell UNESCO. Nonostante i notevoli sforzi che questa Commissione Nazionale, con la costante alleanza - e spesso l impulso - del Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ha compiuto nel corso dell ultimo anno per contrastare l uso commerciale del riconoscimento della Dieta Mediterranea, devo ammettere che siamo ancora lontani dal trovare una soluzione: come, più in generale, siamo lontani dal trovare una soluzione definitiva al crescente fenomeno dell uso improprio del nome, del logo e dell acronimo UNESCO. Mi rendo conto che quest ultimo tema è diventato un vero e proprio leit motiv delle nostre 5

6 Assemblee annuali, ma mi auguro che l estrema importanza della posta in gioco giustificherà il mio tornare, anche quest anno, sullo stesso argomento, per ribadire come la Commissione Nazionale Italiana per l UNESCO sia l unico soggetto istituzionalmente deputato alla gestione del logo, dell acronimo, dei domini internet e finanche del nome UNESCO sul territorio nazionale: siamo gli unici custodi del capitale di autorevolezza, credibilità e fiducia di cui l UNESCO gode ancora oggi presso i cittadini italiani, e la tutela di un simile capitale è tra i nostri principali doveri. A tal proposito, sono orgoglioso di comunicarvi oggi alcune iniziative già avviate dal Consiglio Direttivo di questa Commissione Nazionale: in primo luogo, la ricerca e sono lieto di dire l immediata disponibilità alla collaborazione da parte delle Prefetture, dell Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Guardia forestale, nel vigilare e intervenire in tutti i casi di violazione delle norme che regolano l uso del nome, del logo e dell acronimo UNESCO; in secondo luogo, la richiesta portata direttamente all attenzione dell UNESCO dal Segretario Generale della Commissione, Amb. Savoia, nel corso di una recente riunione a Bratislava di trasformare la definizione dei Club UNESCO in Club Amici dell UNESCO, come per altro accade già in molti paesi europei, tra i quali la Spagna, al fine di non generare confusioni sull ufficialità di alcune dichiarazioni o iniziative; da ultimo, ma non meno importante, la costituzione di un gruppo di lavoro in seno al Consiglio Direttivo della Commissione, per l elaborazione di un disegno di legge che regoli l uso del logo a livello nazionale e stabilisca opportune sanzioni in caso di uso improprio, da presentare alle Camere nella prossima legislatura. Tutto ciò credetemi non al fine di mortificare le iniziative, tanto dei privati cittadini quanto della società civile organizzata, tese alla diffusione capillare delle politiche, dei programmi, dei princìpi e degli ideali portati avanti dall Organizzazione delle Nazioni Unite per l Educazione, la Scienza, la Cultura e la Comunicazione. E neppure vorrei fosse chiaro allo scopo di frenare o impedire che attraverso le molteplici manifestazioni ed espressioni del nostro patrimonio naturale e culturale, materiale o immateriale, prendano vita attività virtuose in grado di promuovere una crescita anche economica delle comunità interessate. Al contrario. Come concludeva l Amb. Bokova in giugno a San Pietroburgo: Il patrimonio costituisce una forza per liberare la creatività e l innovazione sociale, rappresenta un capitale di fiducia a disposizione dello sviluppo. Il patrimonio è una leva per mobilitare le popolazioni e in primo luogo quelle che vivono nei Siti UNESCO. [ ] Tutti insieme possiamo riuscire a inserire tra gli obiettivi della comunità internazionale l accesso universale alla cultura e il potenziale della cultura come motore di sviluppo. Con quest ultima frase, il Direttore Generale dell UNESCO faceva riferimento con evidente rammarico al fatto che il ruolo della cultura come motore di crescita economica e sviluppo sociale 6

7 non fosse stato adeguatamente sottolineato dalle Nazioni Unite nel corso dell elaborazione degli Otto Obiettivi del Millennio. Eppure, nonostante questa grave lacuna nell agenda della comunità internazionale, il legame indissolubile tra cultura e sviluppo è oramai da anni anche grazie al ruolo propulsivo dell UNESCO e della sua Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005), nonché di programmi come quello delle Città Creative (ben precedente alle europee Smart Cities) al centro delle analisi e delle strategie dei maggiori economisti. D altra parte, i dati a nostra disposizione sono eloquenti e dimostrano come anche nel nostro Paese il settore produttivo legato ai consumi culturali sia uno dei pochi sopravvissuti alla drastica contrazione dei consumi cui abbiamo assistito negli ultimi anni, come dimostra, ad esempio, una ricerca presentata qualche mese fa dall Unione delle Camere di commercio italiane in collaborazione con la Fondazione Symbola e coordinata dal Prof. Pier Luigi Sacco. Secondo tale indagine, l industria culturale vale oggi il 5,4% della ricchezza prodotta annualmente in Italia, per un totale di quasi 76 miliardi di euro, e dà lavoro attualmente ad oltre 1 milione e quattrocentomila persone, corrispondente al 5,6% dei lavoratori italiani. Se poi ampliamo la nostra visione anche all indotto creato dalle imprese creative e dal turismo cosiddetto culturale, allora i numeri crescono ancora e il settore giunge a rappresentare il 15% del valore dell economia nazionale e il 18% degli occupati totali, circa quattro milioni e mezzo di persone. Come se non bastasse, secondo i più recenti dati Istat elaborati da Federculture nel suo Rapporto Annuale 2012, la spesa annua delle famiglie italiane per cultura e tempo libero ha visto nel 2011 un incremento del 2,6% rispetto all anno precedente e, nel medio periodo costituito dal triennio , il triennio della crisi, ha registrato una crescita del 7,2%. La netta contraddizione tra la realtà economica e occupazionale del comparto culturale e la portata dell investimento pubblico nella cultura, talmente diminuito negli ultimi anni da giungere a misurare la quota francamente ridicola dello 0,11% del prodotto interno lordo nazionale, insieme alla profonda consapevolezza espressa duramente dagli addetti ai lavori, tra l altro nel corso dei recenti Stati generali dei professionisti del patrimonio culturale del fatto che il sistema dell arte e della cultura nel nostro Paese non possa più sopravvivere per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma necessiti di una sostanziale ristrutturazione, hanno portato in questo 2012 alla costituzione in Italia di un vero e proprio movimento, in gran parte sulla scia della proposta di una Costituente della cultura lanciata dal Sole 24 Ore il 19 febbraio scorso, che la nostra Commissione Nazionale deve sostenere, portando al suo interno le più avanzate posizioni espresse in ambito internazionale. Lo scopo di questo movimento, se mi permettete l espressione, è quello di riportare al 7

8 centro delle strategie nazionali di sviluppo lo straordinario patrimonio culturale di cui il nostro paese dispone e, soprattutto, di valorizzare le competenze e le professionalità il capitale umano direbbe qualcuno che le nostre scuole e università hanno formato in maniera eccellente nel campo della tutela e della valorizzazione dei beni culturali. Si tratta di un capitale umano quello dei restauratori, degli archeologi, degli architetti, degli storici, dei curatori museali, degli archivisti, dei bibliotecari, dei creativi, dei designer, per citarne solo alcuni di cui è già da tempo riconosciuta l eccellenza in ambito internazionale: come testimoniano le innumerevoli azioni di messa in sicurezza, conservazione e restauro che sono affidate ai nostri esperti in tutto il mondo, da Betlemme a Gerusalemme, a Mostar, a Axum, a My Son, a Angkor Vat, a Bamiyan, a Petra, a Herat; o ancora, le quote sempre rilevanti di esportazioni legate al Made in Italy nell industria manifatturiera, nella moda, nel design, nell enogastronomia; e infine, la quantità sempre crescente di giovani studiosi e ricercatori che dopo essersi formati, come dicevo, nelle nostre scuole e università, con un costo certamente rilevante per lo Stato italiano sono costretti a portare le proprie conoscenze, abilità e competenze all estero, dove trovano modo di esprimersi e costruire valore. Proprio al legame tra valorizzazione del patrimonio culturale e valorizzazione del capitale umano di professionisti della conoscenza e della cultura è dedicato un passaggio importante del discorso del Capo dello Stato che ricordavo all inizio. Il Presidente della Repubblica, infatti, ha dichiarato: Ponte decisivo tra sviluppo economico e avanzamento civile è la valorizzazione, in tutti i suoi aspetti - a partire dal patrimonio naturale ed artistico - della risorsa cultura di cui è singolarmente ricca l'italia. È stato un tema su cui mi sono costantemente speso in questi anni. Apprezzo i buoni propositi che ora si manifestano a questo riguardo, ma non dimentico e qui non posso non sottolineare le parole di Giorgio Napolitano - le sordità e le difficoltà in cui mi sono imbattuto in questi anni a tutti i livelli. C'è qui un punto non secondario della riflessione e del cambiamento da portare avanti. [ ] Il ruolo del capitale umano di cui disponiamo, e le sue potenzialità su cui ho insistito guardando soprattutto a risorse scarsamente impiegate o non messe in condizione di esprimersi pienamente. E ancora una volta cito l'esempio di ricercatori, in particolare donne e di giovane età, che hanno dato di recente prove straordinarie in centri di ricerca europei come il CERN di Ginevra o l'estec dell'aja o, con scarsi mezzi e molte difficoltà burocratiche, in Istituti di ricerca nazionali. Ora, quando il Presidente Napolitano cita l esempio di ricercatori, in particolare donne e di giovane età, ha in mente, tra gli altri, un nome: quello di Fabiola Gianotti, esponente di spicco del team internazionale di ricercatori che hanno condotto, al CERN di Ginevra, le ricerche che hanno portato alla scoperta del Bosone di Higgs. Vorrei soffermarmi per qualche minuto con voi su questo 8

9 nome e su quel volto così italiano, circondato da riccioli neri che abbiamo visto a fine anno niente meno che sulla copertina di Time, da cui è stata nominata una delle cinque persone più importanti dell anno appena trascorso: in compagnia, tra gli altri, di Barack Obama. Vorrei soffermarmi con voi su questo nome, quello della ricercatrice che insieme ai suoi colleghi (tra i quali un altro italiano, Guido Tonelli) ha vinto superando un personaggio come Stephen Hawking il primo premio assegnato dalla Fondazione per la Fisica Fondamentale (tre milioni di dollari, interamente devoluti, con generosità e lungimiranza, al sostegno di giovani fisici provenienti da Paesi economicamente disagiati!), per raccontarvi una vicenda, che giudico particolarmente emblematica della relazione tra l Italia e l UNESCO. In tempi ancora non sospetti, quest estate, ben prima della copertina del Time, la nostra Commissione Nazionale Italiana ha sostenuto, per mio tramite, la candidatura di Fabiola Gianotti al Premio Orèal-UNESCO: un prestigioso riconoscimento per il contributo delle donne alla scienza, che viene attribuito ogni anno a cinque diverse scienziate, una per ogni continente. La nostra candidatura nazionale non è stata accolta dall UNESCO, nonostante la sua ineccepibile validità scientifica, nonostante il forte movimento della comunità scientifica internazionale a favore di questa candidatura e nonostante l Italia non si sia mai aggiudicata questo premio in passato, cosa che, tra l altro, contraddice le costanti esortazioni dell UNESCO a utilizzare criteri di bilanciamento geografico. Conoscendo il seguito della storia, verrebbe da dire che, con questa decisione, chi è stata sconfitta in termini di visibilità e credibilità è la stessa UNESCO. Ma le cose non sono così semplici, e l insuccesso della candidatura italiana che si aggiunge a molti altri, a partire dall assenza di italiani nelle posizioni apicali dell UNESCO (è doveroso ricordare come l italiano Francesco Bandarin, nominato dall Amb. Bokova Vice Direttore Generale dell UNESCO per il settore Cultura, non fosse tra i candidati avanzati dallo Stato italiano), all esclusione dell Italia dalla maggior parte dei Comitati in cui si articola l azione dell UNESCO, e fino al ritiro forzoso della candidatura italiana de I paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato nel giugno scorso testimonia un problema più generale: la scarsa credibilità di cui l Italia attenzione: l Italia come Stato, non i cittadini italiani! gode presso l Organizzazione Internazionale delle Nazioni Unite per l Educazione, la Scienza e la Cultura. Eppure, il contributo dell Italia all UNESCO, e in particolare l investimento dell Italia nell UNESCO, in puri termini economici, è straordinariamente elevato. Il nostro Paese, dopo il ritiro dei finanziamenti USA (che, dispiace davvero doverlo dire, non è servito da sprone all UNESCO per un ripensamento delle proprie priorità e politiche di spesa, ma si è tradotto in tagli lineari del bilancio, che consentono a tutte le attività dell UNESCO di sopravvivere, se pure 9

10 malamente), il nostro Paese dicevo - è il quinto maggior contributore dell UNESCO a livello mondiale, garantendo all Organizzazione circa quattordici milioni di dollari di finanziamento ordinario. Ma la cosa più straordinaria è che l Italia, attraverso i suoi investimenti nel Regional Bureau for Science and Culture in Europe (BRESCE) di Venezia, nel Centro Internazionale di Fisica Teorica di Trieste e in misura minore - nel Programma di Valutazione delle Risorse Idriche Mondiali, che ha sede a Perugia, è di gran lunga il primo contributore volontario dell UNESCO. Tale contributo volontario, garantito all UNESCO dalla Legge italiana, che esclude dai tagli della spending review le voci di spesa derivanti da Accordi Internazionali, rende il nostro Paese, insieme al Giappone, il secondo contributore assoluto dell UNESCO, con una spesa complessiva di circa quaranta milioni di dollari annui. Qualche giorno fa, il capo della nostra Rappresentanza permanente all UNESCO, Amb. Maurizio Serra, commentava questa cifra, facendomi notare come essa corrisponda all incirca a un decimo del contributo pubblico italiano al proprio Centro Nazionale delle Ricerche. A questo dato, di per sé sconcertante, vorrei aggiungerne uno ancora più inquietante: il contributo finanziario dell Italia all UNESCO corrisponde al trecento per cento dei fondi destinati al nostro intero Sistema Bibliotecario Nazionale, i dodici milioni di euro che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali destina ogni anno alle biblioteche statali. Tesori nazionali come la Biblioteca Braidense a Milano o la Casanatense a Roma, custodi della nostra memoria storica come le Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e di Firenze, la Laurenziana ancora a Firenze o la Marciana a Venezia, si dividono tutte insieme meno di un terzo di quanto lo Stato italiano consegna ogni anno nelle mani dell UNESCO. Così stando le cose, mettere in discussione l investimento italiano nell UNESCO, pretendere che ad esso corrispondano dei risultati, che da esso derivi un arricchimento del Paese, dal punto di vista scientifico, culturale, nonché di reputazione e prestigio internazionali, diviene una questione morale. Non possiamo esclusivamente consolarci al pensiero che i sacrifici compiuti in quest ultimo anno dai cittadini italiani, scongiurando la necessità di ricorrere agli aiuti europei, insieme a un contegno più decoroso nelle sedi politiche internazionali, siano valsi a restituire credibilità al nostro Paese. Tantomeno possiamo continuare a crogiolarci nella vuota retorica che vuole l Italia una superpotenza culturale : l Italia ha certamente uno straordinario passato artistico e architettonico, ed è stata benedetta da un paesaggio armonioso come pochi altri, ma da molto tempo oramai non ha più come Paese quasi alcun peso nel dibattito culturale internazionale. 10

11 Ciò si riflette, inevitabilmente, anche nella nostra relazione con l UNESCO, nella nostra posizione all interno dell UNESCO: una posizione penalizzata innanzitutto dalla vera e propria mortificazione, compiuta dallo Stato, ai danni di questa Commissione Nazionale. Ad essa, all organismo incaricato di fare da ponte tra il Paese e l Organizzazione Internazionale, a quello che dovrebbe essere il luogo di elaborazione dei contenuti scientifici se non addirittura delle posizioni politiche portate poi avanti dalla nostra Rappresentanza diplomatica a Parigi, sono attribuiti ogni anno dallo Stato circa trentamila euro: a mala pena sufficienti alle spese di gestione della sede. Non è prevista, da parte del nostro Paese, alcuna partecipazione della propria Commissione Nazionale alle riunioni internazionali, né tanto meno alcuna attività per la diffusione presso la società civile italiana delle politiche e dei programmi UNESCO. Eppure, anche quest anno, la nostra Commissione Nazionale Italiana per l UNESCO è riuscita a trovare da sola i mezzi per compiere i propri doveri istituzionali, e persino altri progetti aggiuntivi: nel gennaio del 2012 abbiamo consegnato ben ventimila euro di premi a giovani ricercatrici e ricercatori nell ambito delle scienze chimiche; abbiamo celebrato la prima Giornata mondiale del Jazz con una grande manifestazione all Auditorium di Roma; abbiamo organizzato, come ogni anno, la Settimana di Educazione allo Sviluppo Sostenibile, dedicata quest anno al tema dell alimentazione; e molto altro ancora, che lascio al nostro Segretario Generale, Amb. Lucio Alberto Savoia, il compito di illustrare. Ciò è stato possibile anche grazie allo strumento dell Associazione per la Commissione Nazionale Italiana UNESCO Italia onlus, di cui ho voluto, in accordo con il Ministero degli Esteri, dotare questa Commissione e che tramite l elaborazione e la presentazione di progetti specifici, nonché la partecipazione a Bandi e Accordi di programma ha garantito in questi anni alla Commissione risorse umane e finanziarie. Ma, soprattutto, tutto questo è stato possibile grazie all impegno costante dell esiguo, ma volenteroso, personale del Segretariato, nonché dei volontari dagli stagisti, agli esperti, ai membri più attivi della Commissione che supportano quotidianamente il nostro lavoro. Lascio a voi immaginare quel che saremmo stati capaci di compiere se avessimo avuto il sostegno del nostro Paese, con la speranza che dalla prossima legislatura avremo modo di scoprirlo insieme. Prof. Giovanni Puglisi 11

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