I sette contro Tebe. Personaggi: Etèocle Messaggero Coro di fanciulle tebane. In forse (vedi oltre): Antìgone Ismène Araldo

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1 I sette contro Tebe La tragedia fu rappresentata alle Grandi Dionisie del 467 a.c. e risultò vincitrice. La vittoria fu particolarmente significativa per Eschilo, che l'anno prima era stato inaspettatamente battuto dall'esordiente Sofocle. Personaggi: Etèocle Messaggero Coro di fanciulle tebane In forse (vedi oltre): Antìgone Ismène Araldo Scena: Una piazza sopra la rocca di Tebe. La trilogia legata L'opera si inserisce all'interno del cosiddetto Ciclo tebano ed è la terza ed ultima parte di una trilogia legata, ossia di una sequenza di tre tragedie che raccontavano un unica lunga vicenda. La prima e seconda parte della trilogia, le tragedie Laio ed Edipo, sono andate perdute. Più che di una trilogia sarebbe corretto parlare di una tetralogia, perché alla fine della trilogia venne inoltre messo in scena il dramma satiresco Sfinge, anch esso perduto. Purtroppo nulla sappiamo delle due prime tragedie della trilogia, e sarebbe azzardato ipotizzarne la trama solo a partire dal titolo, sia perché Eschilo potrebbe aver modificato il mito originale, sia perché il nostro giudizio sarebbe certamente influenzato dall Edipo re di Sofocle. Una cosa però è chiara: la trilogia legata raccontava le vicende di tre generazioni successive della famiglia di Edipo (la cosiddetta Saga dei Labdàcidi). Laio era infatti padre di Edipo, che a sua volta era padre di Eteocle e Polinice. In questo modo veniva evidentemente messa in luce la maledizione che colpiva, generazione dopo generazione, i Labdàcidi, sul senso della quale l autore si interroga. E in effetti c è di che interrogarsi. Vediamo perché: Làbdaco aveva ostacolato il culto di Dioniso, e per questo (secondo una variante secondaria del mito) era stato fatto a pezzi dalle Baccanti; la sua colpa, per quanto opinabile, risulta evidente: si tratta di empietà; il suo era un crimine evitabile; Laio aveva commesso violenza carnale nei confronti di Crisippo, figlio del suo ospite Pèlope, e per la vergogna il ragazzo si era ucciso (a parziale discolpa di Laio bisogna però dire che egli amava sinceramente Crisippo: secondo alcuni autori fu questo il

2 primo amore omosessuale della storia); anche in questo caso comunque la colpa è evidente ed evitabile; Edipo, abbandonato appena nato e adottato dal re di Corinto Pòlibo, fugge dalla città proprio per non rendersi colpevole dell omicidio del padre e del matrimonio con la madre che l oracolo gli ha predetto. Così facendo, in perfetta buona fede, capita a Tebe, lungo la strada ha una colluttazione con un estraneo che gli sbarra la strada e lo uccide durante una rissa (naturalmente l estraneo è Laio), libera la Beozia dalla Sfinge e per questo la regina Giocasta (ovviamente sua madre), rimasta vedova, gli offre il trono e il matrimonio, che egli accetta, sempre in perfetta buona fede. Quando arriva, tremenda, la punizione divina, che si abbatte sotto forma di pestilenza su Tebe, e si scopre che il responsabile della catastrofe è Edipo, il primo a rimanerne sconvolto è proprio lui, che ha sempre fatto di tutto per non assecondare il male e che si è adoperato con ogni mezzo per scovare e punire l assassino di Laio. In questo caso ci si domanda in che cosa consista la colpa di Edipo, la quale infatti non è una colpa, ma un errore: come tale, non era evitabile. Tuttavia di questa presunta colpa è Edipo stesso ad autopunirsi, accecandosi ed abbandonando Tebe in volontario esilio; a questo punto entrano in scena i figli-fratelli di Edipo, Eteocle e Polinice, ed iniziano I Sette contro Tebe. Antefatto della vicenda: Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si erano accordati per spartirsi il potere sulla città di Tebe; avrebbero regnato un anno a testa, alternandosi sul trono. Eteocle tuttavia, allo scadere del proprio anno, non aveva voluto lasciare il proprio posto, sicché Polinice, con l appoggio del re di Argo Adrasto, aveva dichiarato guerra al proprio fratello ed alla propria patria. Trama: Prologo: Eteocle appare impegnato a rincuorare la popolazione preoccupata per l imminente arrivo dell esercito nemico. Giunge un messaggero, che informa che gli uomini di Polinice sono nei pressi della città, ed hanno deciso di presidiare le sette porte della città di Tebe con sette dei loro più forti guerrieri. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da contrapporre a quelli nemici, ognuno a difendere una porta. Parodo: Ricevuta la notizia, il coro di giovani tebane reagisce con paura. Primo episodio: Eteocle rimprovera aspramente le donne del coro. Primo stasimo: Le donne del coro immaginano con angoscia un futuro di schiave. Secondo episodio: Torna il messaggero e riferisce che i sette guerrieri nemici, tirando a sorte, hanno deciso a quale porta essere assegnati. Eteocle viene informato sul nome e le caratteristiche principali di ognuno, e ad essi contrappone un proprio guerriero. Quando il messaggero nomina il settimo guerriero, che è il fratello Polinice, Eteocle capisce di essere predestinato allo scontro con lui, e che probabilmente nessuno dei due ne uscirà vivo. Tuttavia non si tira indietro, nonostante i tentativi del coro di dissuaderlo. Secondo stasimo: Le giovani donne del coro, in attesa di notizie sull esito della battaglia, intonano un canto pieno di paura, al termine del quale arriva il messaggero. Terzo episodio: Il messaggero informa che sei delle sette porte di Tebe hanno tenuto, dunque l attacco è stato respinto. Alla settima porta però i due fratelli Eteocle e Polinice si sono dati la morte l'un

3 l'altro, com'era timore di tutti. Di fronte a questa notizia, la felicità per la battaglia vinta passa in secondo piano. Terzo stasimo (o Esodo?): Vengono portati in scena i cadaveri dei due fratelli, ed il coro piange la loro triste sorte. Qui con ogni probabilità terminava l opera scritta da Eschilo. Esodo? In un ultima scena (aggiunta probabilmente dopo la morte dell autore) entrano in scena le sorelle di Eteocle e Polinice, Antigone e Ismene, ed un araldo. Quest ultimo annuncia che il nuovo re di Tebe, Creonte, ha deciso di dare sepoltura al corpo di Eteocle, ma non a quello del traditore Polinice. Antigone, sentita la notizia, dichiara che farà di tutto perché anche l altro fratello abbia degna sepoltura. Probabilmente tali versi furono aggiunti in occasione di una replica della tragedia, con l intento di ricollegarsi all Antigone di Sofocle. Basti dire che nel finale dell opera si fa riferimento al collegio dei Probuli, un istituzione che entrò in funzione ad Atene dopo la mutilazione delle Erme del 415 a.c. Inoltre il ruolo dell araldo richiederebbe un terzo attore, all epoca inesistente. Commento Caratteri arcaici Come tutte le tragedie più antiche (in particolare I Persiani e Le supplici dello stesso Eschilo), anche I sette contro Tebe sono caratterizzati da una trama, per dirla con Aristotele, di tipo semplice e non complesso (cioè con una sola peripezia ) in tre soli episodi, da una parte assai estesa attribuita al coro e da un ridottissimo numero di personaggi. In effetti questi ultimi, se si escludono le interpolazioni aggiunte dopo la morte dell autore, sono soltanto due, Eteocle ed il messaggero, praticamente sempre in scena: due sono infatti gli attori disponibili, ed in questo caso interpretano solo un ruolo a testa. Tuttavia tali personaggi dialogano anche col coro, o più precisamente col corifeo che ne rappresenta la voce. Il coro, come già nei Persiani, svolge un ruolo portante nella vicenda: la sua voce si sente quasi di continuo nella tragedia. L azione drammatica si basa, come già nei Persiani, non già sul movimento, ma al contrario sulla stasi più totale, in questo caso più che mai evidente: dalla città presa d assedio non è possibile evadere, e l unico movimento è l andirivieni inutile del messaggero che torna ogni volta per riferire che si è chiusa un altra porta, finché, in un orrore di claustrofobia, tutte le porte si chiudono e i personaggi sono in trappola. Il personaggio di Eteocle Domina la tragedia la straripante personalità di Eteocle. All inizio dell opera egli appare come un re severo ma giusto, pronto a rincuorare la cittadinanza preoccupata e a rimproverare senza indugi le donne del coro che appaiono eccessivamente spaventate. Tuttavia si avverte in questo rimprovero un eccesso gratuito di asprezza. Il popolo appare profondamente legato al suo re, ed il sentimento è reciproco. Il personaggio ha un improvviso mutamento di atteggiamento quando sa che ad attaccare la settima porta della città c è suo fratello Polinice. Di colpo Eteocle comprende che la maledizione che grava sulla loro stirpe, e che ha radici lontane, nel progenitore Làbdaco, è giunta per colpire gli ultimi rappresentanti dei Labdàcidi. Viene allora colto da una furia incontenibile e si avvia verso il proprio destino con una rabbiosa determinazione che può apparire coraggio, ma che in realtà ha il sapore di una resa all inevitabile: il male, giunto da lontano, ha fatto un giro lunghissimo, senza che il generoso tentativo del padre Edipo riuscisse ad evitarlo, ed è tornato a destinazione per colpire chi ora occupa il posto di colui che ha dato origine alla catena di mali. A nulla valgono le argomentazioni del coro, che per dissuaderlo gli

4 prospetta subito il rischio che i due fratelli si uccidano a vicenda: Eteocle ha già capito che evidentemente è proprio questo che il fato ha deciso, per porre fine alla sua famiglia. Si propone qui per la prima volta il tema della stirpe maledetta, condannata a ripetere gli stessi errori, cercando di allontanare da sé il boomerang del male, ma in tal modo condannando chi viene dopo a subirne le conseguenze, in un crescendo di gravità che arriva fino all autodistruzione. La colpa di Eteocle Eteocle è colpevole o innocente? Certo, pur apparendo come un personaggio in parte positivo, egli non è del tutto innocente: infatti è stato proprio il suo rifiuto di regnare ad anni alterni a causare il conflitto con Polinice. E la sua è una colpa, non un errore, perché egli è ben consapevole di ciò che ha fatto, sebbene lo ritenesse politicamente opportuno (colpa oggettiva ). Quello che si nota, però, come sempre in Eschilo, è la sproporzione tra la colpa commessa e il castigo subìto: chi ripropone una colpa dopo avere subìto le conseguenze delle colpe altrui si comporta come un uomo colpito da un boomerang che, anziché fermarsi a riflettere su chi e perché lo ha lanciato, lo scaglia con rabbia lontano da sé, senza tener conto del fatto che tornerà a colpire qualcun altro con maggiore violenza. E per Eschilo è del tutto evidente che il male introdotto nella realtà, sia esso commesso in malafede o in buona fede, non rimane mai senza conseguenze, perché evidentemente il male ha uno scopo, e chi si rifiuta di accoglierlo, si rifiuta di capire lo scopo ed è condannato a ripetere lo stesso errore, in una catena di azioni-reazioni (hybris-nèmesis) senza fine. Resta da capire chi è l Attore misterioso che rilancia il boomerang, e perché lo fa. Il libero arbitrio Eteocle si comporta come se non avesse altra scelta che assecondare il destino, anzi lo afferma chiaramente nella sua ultima battuta, e quindi appare convinto che il libero arbitrio non esista e che le azioni dell uomo siano predeterminate: ma è veramente così? Davvero non gli era possibile fare altra scelta che accettare il duello fratricida? Il coro delle donne, da lui disprezzate, gli suggerisce altre possibilità, ma lui non le ascolta. In effetti, in mancanza della conciliazione con il fratello, da lui definita impossibile (ma lo è veramente?), sarebbe possibile la resa, oppure si potrebbe schierare l esercito in campo aperto. Il fatto è che queste alternative, che in effetti esistono, porterebbero a conseguenze ancor più rovinose, con uno spargimento di sangue ancora maggiore. Si direbbe quindi che per Eschilo il libero arbitrio esista, ma ridotto alla scelta fra poche possibilità stabilite da Altri (Dio, la Natura?): e tutte, invariabilmente, sbagliate.

5 I SETTE CONTRO TEBE Voi, ascoltatemi - creature di disgusto - bell'eroismo il vostro, bella difesa per Tebe! Dà slancio ai guerrieri bloccati qua dentro il vostro aggrapparvi agli idoli santi, patroni di Tebe! E poi strida, schiamazzi: orrore, per chi ha equilibrio! No, no. Disgraziato - o felice e beato - io non faccio famiglia con questa carne di donna. Se ha potere, scatta, non puoi viverle accanto; ma può prenderla il panico, ed è guaio più grave alla casa, allo Stato. Anche oggi. Questo vostro incrociarvi, fuggitive, sbandate, l'urlio che dilaga: è uno schianto nervoso per la gente di Tebe, l'ha annichilita. Per loro là fuori, invece, è un fior di favore: per noi uno sfacelo. Colpa nostra, siamo noi la radice. Ecco i frutti, a spartire la vita con donne. Chi non vuol essere docile a questo potere che ho - femmina, maschio, creatura mediana - avrà contro regolare sentenza di morte. Niente paura: non sfugge al supplizio dei pubblici colpi di sasso. È terreno dell'uomo, l'esterno. Non ha peso la donna, non deve. Tu sta' lì, tra le quattro pareti, non creare dei danni. M'hai sentito, o per nulla? Mi comprendi, se parlo? str. I Eteocle, quel rombo, quel rombo, martellare di carri... l'ho in testa, incubo cupo, sibilare di perni rotanti di morsi ossessivi, barre piantate tra i denti ai cavalli briglie fucinate alla fiamma. S'è mai visto il nostromo scovare rimedio che salva, sbandando su e giù per il ponte, con lo scafo spossato sull'abisso che bolle? ant. I Ma io venni di volo agli idoli antichi dei Potenti. M'abbandonavo agli dèi: fuori, tempestava le porte, ruggiva tormenta omicidia. M'avventa il terrore, a supplicare i Beati: spieghino salda barriera su Tebe. «La cinta sia stagna ai colpi di picca»: questo implorate. Non starà dalla parte dei numi, la cosa. Certo, gli dèi della città s'eclissano, dopo la rotta: è noto. str. II No, mai! Finch'io duro, non dilegui questa folla santa di dèi! No, vedere Tebe preda di gente sbandata, soldatesche avvolte da vampe assassine! Attenta. Chiama pure gli dèi: ma ragiona, non smarrirti. Docilità è madre di Buona Fortuna, e sposa di Riparo: è proverbio MESSAGGERO So tutto. Fatemi dire le mosse nemiche, una per una, che schieramento hanno estratto, davanti alle porte.

6 Tideo è già lì, di fronte alla soglia di Preto. Rugge. Ma il veggente non lascia che varchi il guado d'ismeno: non vengono belli i presagi di sangue! Delira Tideo, spasima, vuole lo scontro, si sgola: rettile, pare, che stride nel caldo del sole. Martella brutale sul chiaro veggente, sul figlio d'oicleo: «Senza fegato, abbassa la coda davanti all'ora fatale, alla lotta perfino!». Così lastra e scrolla tre creste, masse d'ombra, corona irsuta dell'elmo. Dallo scudo, nel cavo, trilli di bronzo battuto, scroscio che gela. Sullo scudo il marchio, lo stemma della sua arroganza. Eccolo: cielo metallico, incendio di stelle; in mezzo alla piastra raggia plenilunio terso, solenne, maestà astrale, gemma del buio notturno. È la sua frenesia, sotto armatura sdegnosa: e ulula, rasente l'orlo del fiume, irta passione di lotta. Un puledro, diresti che vibra, ansima contro le briglie, ha dentro lo scatto, teso al primo urlo di tromba. Che antagonista gli schieri? Chi dà pegno di saldo riparo alla porta di Preto, al cadere dei pali? Fregio d'uomo nemico non può dare brivido, a me. Non possono farsi autori di squarci, i suoi marchi. Creste, scampanio: non azzannano senza la picca. E quel buio famoso là sopra lo scudo, balenare di stelle nell'aria... chissà, la demenza può farsi profeta, a qualcuno. Certo, se crolla e buio gli piomba sugli occhi, questo stemma troppo sdegnoso fa reale il suo nome, per lui che l'imbraccia. Retto castigo! Io a Tideo contrappongo il bravo figliuolo di Astaco, campione a presidio del varco. È di ceppo purissimo. Non solo. Per lui, Ritegno è sacro. Ne ha il culto. Ha orrore d'insolenze chiassose. È indifferente al male: non sa la bassezza. L'ha nel sangue. Il suo tronco affonda nella semina d'uomini, superstiti della rissa mortale. Sì, è genuino di questo suolo, Melanippo! L'esito è un volo di dadi: giudica Ares. Naturale Patto di sangue è l'intimo scatto imperioso, per lui, a sviare la punta nemica da questa Madre nativa MESSAGGERO Il prossimo, quarto, occupa il varco seguente, di Atena Onca. Si fa sotto, tra scoppi di urla. È Ippomedonte. Una massa. Statuario, enorme. Mulinava la distesa di un'aia: lo scudo rotondo, vi dico. Io gelai! Basta, non più parole. Non era certo incisore mediocre chi plasmò per lo scudo la scena. Ecco Tifone, dalla gola che alita vampe sfoga caligine negra, sinuosa sorella del fuoco. Grumi di serpi costellano l'orlo, fanno solido blocco là dove s'incava lo scudo falcato, rotondo. «Morte!» ha ululato. Fanatico d'ares, smania per l'orgia di guerra. Un ossesso, diresti. Paralizza, lo sguardo. Devi imbrigliare lo scatto di questo guerriero. Senti? Panico è là, davanti alla porta, e scaglia bravate. Primo. Atena Onca ha sede qui nel sobborgo, porta a porta con Tebe. Odia lo squilibrato: gli sbarrerà la nidiata, come a un rettile freddo. Secondo: Iperbio, sangue buono, di Enopio, è campione eletto a misurarsi in duello con lui. È deciso a scrutare che parte gli tocca, nella stretta dell'ora fatale. Eroe senza macchia: né fuori, visibile, né intima, né come imbraccia le armi. Bella la scelta di Ermes, d'annodarli: un uomo sta per scontrarsi con l'uomo che odia. Nel cozzo di scudi, porteranno a lottare dèi antagonisti. Uno imbraccia Tifone che alita fiamma. A Iperbio Zeus padre troneggia immoto sull'arma. In pugno, ha lama di fuoco. E finora, occhio umano non ha scorto disfatta di Zeus! Così si spartisce l'affetto dei Potenti. Noi apparteniamo a chi trionfa, loro a chi cade. Per i rivali prevedo identica fine, se nel duello Zeus schiaccia Tifone. Parla chiaro lo stemma d'iperbio: Zeus è con lui, sullo scudo, e lo salva. Così vuole il destino

7 MESSAGGERO Al racconto del quinto, ora, già in posizione d'attacco alla porta del Nord, ch'è la quinta. Là, sì, alla tomba d'anfione, il figlio di Zeus. Giura sull'asta che stringe - è il suo dio, l'adora caparbio, più della luce degli occhi - che è sicuro, svuoterà l'abitato tebano: dovesse lottare con Zeus! Così tuona, bocciolo fiorito da una che ha il covo sui monti: splendida fronte, eroe intriso d'uomo e di bimbo. Da poco dilaga peluria sul volto - germoglio dell'età tenera - scura macchia di piuma nascente. Ma la mente è gelida, dura, non rispecchia il fanciullesco del nome. Eccolo, che avanza: lo sguardo t'impietra. Certo, non è umile il modo con cui si pianta alla porta: in mezzo allo scudo martellato di bronzo - rotonda fortezza dell'uomo - imbracciava lo sfregio di Tebe, la Sfinge - carne viva, tra i denti - placca ingegnosa saldata con chiodi, disegno in rilievo, lucente. Schiaccia un corpo, un tebano: così quest'uomo diventa bersaglio favorito dei colpi. Non ha l'aria di uno venuto a spacciare due soldi di guerra: anzi, deciso a non disonorare una missione partita da tanto lontano, l'arcade Partenopeo, Viso Fanciullo. Che guerriero. Eppure, è un emigrante. Vuole saldare splendidamente il suo debito ad Argo, che gli ha offerto la vita. Che minacce, ai torrioni di Tebe: che dio non le faccia reali! Ricada su loro il progetto! Concedilo, dio! Su loro, sugli sfoghi rabbiosi, sacrileghi! Che sfacelo, che abisso di male sarebbe, a stroncarli! Anche per l'eroe che racconti, per quest'arcade, è pronto un campione: uno senza bravate, ma il braccio vede bene il bersaglio. È Actor, fratello dell'altro che ho appena chiamato. Non vorrà che lingua sonante - senza sostanza di fatti - irrompa dentro la cinta, e moltiplichi i mali. Non darà varco, da fuori all'interno di Tebe, all'armato che imbraccia l'emblema del mostro, peggiore nemico, sullo scudo nocivo. Sfogherà il suo livore, la Sfinge, su lui che l'imbraccia, quando all'ombra di Tebe subirà un crepitio di percosse. Se il Cielo è disposto, le mie sono parole reali MESSAGGERO Ecco il settimo, alla settima porta. Sono pronto a ridire - sì, è lui, tuo fratello - che casi maligni bestemmia, impreca su Tebe: prima calpesta le torri, si fa proclamare campione, riversa sui vinti il suo inno frenetico, poi t'incrocia, t'ammazza e ti crolla vicino. Se scampi, castiga in te il suo usurpatore: scambio d'identica pena, l'esilio randagio, fuggiasco. È il suo proclama. Chiama per nome gli dèi familiari della terra nativa - che tengano fisso lo sguardo al suo supplicare - Polinice potente. Regge scudo di fresca fusione, un disco perfetto: sopra, placca ingegnosa, un duplice stemma. Ecco, uomo d'oro sbalzato, uomo di guerra, all'aspetto. Lo conduce un'effigie di donna: è composta, conosce la strada. Dice che è lei, proprio lei, la Giustizia. L'incisione l'afferma: «Sarò io a rimpatriare quest'uomo: riavrà una vita civile, girerà da padrone tra le mura native». Tutte qui le malizie di quelli là fuori. Ora a te: sappi chi ti par bene schierare alle porte. Di me non potrai lamentarti, son certo, di come t'ho riferito. Ora a te. Pensa tu a guidare lo Stato al suo porto. Il Corriere esce. O sangue indemoniato, carico d'odio divino, o universo di lacrime, o sangue mio che vieni da Edipo! Aaah, è il tempo: matura l'imprecazione del padre! No, no. Né singhiozzi, né chiasso. Non è dignitoso. Che non dilaghi poi il piagnisteo: non potrei sopportarlo. Per chi è specchio vero del nome - a Polinice, alludo - presto sapremo fin dove dà frutto il suo stemma, se saprà rimpatriarlo quella scritta d'oro fuso in mezzo alla piastra, sciocco profluvio d'un cervello sbandato. Se Giustizia - figliola immacolata di Zeus - gli stesse vicina, mentre pensa o agisce, certo questo potrebbe accadere. Ma non è così. Da quando fu espulso dal buio cavo materno, poi nel tempo delle cure infantili, adolescente, e al primo addensarsi di peluria sul viso

8 Giustizia mai gli ha rivolto uno sguardo, un segno di stima. Non gli farà da fedele scudiera in quest'ora, nello sfacelo del suolo paterno! Non credo, non posso. Sarebbe l'esatta smentita al suo nome, Giustizia, alleata a un essere che in corpo ha insolenza pura. Tutto ciò mi dà forza serena. Vado allo scontro: sì, io solo. E chi avrebbe più giusto motivo? Da principe a principe, fratello a fratello, nemico contro nemico: l'affronterò immoto. Forza, cominciamo: qua i gambali, baluardi ai colpi di lama e di sasso. No, mio principe, no, figlio di Edipo! Non ridurti, nel tuo slancio brutale, pari a quell'altro, che urla follie. Guerrieri Cadmei si battono contro gli Argivi. È sufficiente. Si lava, quel sangue. Ma nodo suicida di morte tra due dello stesso sangue... non, non è chiazza che possa appassire. Puoi subire una fine violenta, ma senza ignominia. E sta bene: è l'unico pregio che vale, tra i morti. Ma patire col male l'infamia non puoi dire sia fonte di gloria. str. I Che febbre la tua, povero figlio? Scatto cieco dilagante, pazzo di sangue, non possa predarti! Strappati il seme di sinistra passione. Incalza i miei casi - bufera di colpi - un dio. Dunque, veleggi al gorgo infernale, sul filo del vento, tutto il ceppo di Laio. È Destino: ha addosso l'odio di Apollo. ant. I Azzanna nel vivo, t'aizza lo spasimo d'immolare un essere umano: rito di sangue sacrilego, che frutta tormento. L'ostica Voce Imprecante... di mio padre - occhi riarsi, che non sanno il pianto -, mi attacca, mi spiega il vantaggio di una rapida fine, su una fine più tarda. str. II Tu almeno non farla più svelta. Non passerai per abietto, se hai il bene di vivere. Vendetta ammantata di buio lascia le mura, se all'offerta devota sorridono, infine, gli dèi. Dèi, dèi! Devi dirlo? Da un pezzo non contiamo più nulla, per loro. Un dono solo salutano in festa, da noi: ch'io perisca. Ha senso, vezzeggiare la mia funebre fatalità? CORRIERE ant. II Ora, almeno: t'è tanto vicina! Ma se, lenta Maledizione svia il suo corso, può toccarti con più soave spirare. Oggi ribolle. Ah, ferve, trabocca l'imprecazione di Edipo. Davvero sincere le fantasie degli incubi, nel sonno, quello spartirsi l'eredità del padre... Esaudisci noi donne! Non importa, se t'è atto sgradito.

9 Di' proposta concreta. Farla lunga non serve. No, non tu! Non andare laggiù, alla settima porta! Ho la tempra del ferro. Non mi smussi, parlando. Anche una vittoria opaca ha stima dal cielo. A un uomo di guerra non piace questo tuo dire. Dunque hai deciso: falcerai identico sangue fraterno? Dio ti regala sfacelo: assurdo schivarlo. Eteocle esce.

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