CORSO BIBLICO IL VANGELO SECONDO MARCO CHIESA DEL CARMELO - BAGHERIA (PA) OTTOBRE 2017 RELATRICE PROF.SSA MARINA RANDO

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1 CORSO BIBLICO IL VANGELO SECONDO MARCO CHIESA DEL CARMELO - BAGHERIA (PA) OTTOBRE 2017 RELATRICE PROF.SSA MARINA RANDO Chi è Marco, che la tradizione della Chiesa, sin dagli inizi del II secolo d.c., identifica come l autore del secondo vangelo? Vediamo innanzitutto l occorrenza di questo nome nel NT. Compare per la prima volta in At 12,12, sia col nome ebraico di Giovanni che con quello pagano di Marco. È il figlio di Maria, una donna benestante di Gerusalemme nella cui casa si riunivano i primi cristiani e dove Pietro si reca subito dopo la sua liberazione miracolosa. Lo ritroviamo al v.25, al seguito di Paolo e Barnaba nel loro primo viaggio missionario; ancora in At 13,5.13; 15, Come si vede, è per colpa di Marco che Paolo e Barnaba litigano e si separano; Paolo non lo ritiene affidabile, il testo non lo dice ma probabilmente lo considera un inetto, uno che ha paura delle difficoltà, visto che li ha abbandonati nel pieno della missione. Va detto, però, a riscatto del povero Marco, che in seguito Paolo lo rivaluterà: è collaboratore di Paolo prigioniero a Roma (Fm 24), da lui inviato in missione a Colossi (Col 4,10 da qui si evince che Marco era cugino di Barnaba) e poi richiamato a Roma (2Tm 4,11), perché gli sarebbe stato utile nel ministero (rivalutato in pieno!). Quindi Marco è legato a Paolo, particolarmente nella missione dell Apostolo a Roma, ma anche a Pietro (1Pt 5,13), sempre a Roma: secondo la tradizione, infatti, Pietro scrisse questa lettera a Roma, chiamata metaforicamente Babilonia (come fa Giovanni nell Apocalisse), perché simbolo di idolatria e di perdizione. Interessante che Pietro definisca Marco figlio mio, termine utilizzato per i discepoli cui si trasmetteva la fede; quindi Marco è destinatario della fede trasmessa da Pietro e colui che, ora vedremo, ne raccoglie le memorie. Tutte le volte in cui il nome di Marco compare nel NT, però, non è legato in alcun modo alla composizione del secondo vangelo, questo è un dato trasmessoci dalla tradizione patristica. Prima di vedere cosa ci dicono i Padri a tal proposito, c è un indizio nel secondo vangelo che ha portato alcuni studiosi a vedervi proprio l autore, Marco. Al momento dell arresto di Gesù al Getsemani c è un particolare che solo Mc riporta (14,51). In questo ragazzino che fugge lasciando cadere il lenzuolo che lo ricopre alcuni commentatori vedono lo stesso evangelista, quasi fosse una memoria autobiografica (altri studiosi vi vedono il compimento di una profezia, Am 2,16; altri ancora una scena simbolica che anticipa la risurrezione - il lenzuolo di cui il ragazzo si libera, lasciandolo in mano ai nemici, in greco è sindon - ; altri infine vi leggono l immagine dei discepoli, che fuggono via cfr. v.50 incapaci di condividere il destino di sofferenza del Maestro, di cui il lenzuolo funebre è simbolo). Ma torniamo a Marco e a ciò che di lui ci tramanda la tradizione. Già a cavallo tra il I e il II secolo, Papia vescovo di Gerapoli (+ intorno al 120 fa dunque parte della generazione sub-apostolica) definisce Marco interprete (hermeneutes) di Pietro (citato da Eusebio di Cesarea c d.c. in Historia Ecclesiastica III,39.15). Ireneo di Lione (+ verso il 200) dice che Marco, discepolo e interprete di Pietro, ci trasmise per iscritto le cose predicate da Pietro (Adversus Haereses III,1.1). Anche Tertulliano (+ verso il 230) definisce Marco l interprete di Pietro (Adversus Marcionem IV,5). Clemente Alessandrino (c ) precisa che l opera fu scritta a Roma su richiesta dei fedeli convertiti da Pietro (citato da Eusebio di Cesarea in HE VI,14.5-6): «[Clemente di Alessandria] ha anche riportato che il vangelo secondo Marco ebbe la seguente storia. Dopo che Pietro ebbe predicato pubblicamente la Parola a Roma e grazie allo Spirito ebbe annunciato il Vangelo, i presenti, che erano molti, pregarono Marco che lo aveva seguito per lungo tempo e ricordava le sue parole di metterle per iscritto. Allora, dopo aver composto il Vangelo, egli lo affidò a quelli che glielo avevano richiesto». Da Eusebio di Cesarea sappiamo inoltre che Marco fu il primo vescovo di Alessandria d Egitto (dove morì martire), mentre già Ireneo lo identificava simbolicamente con un leone, perché il suo vangelo si apre con Gesù nel deserto in mezzo alle fiere (Mc1,13). Nel IX secolo, poi, esattamente nell anno 829, le sue reliquie furono trasportate da Alessandria d Egitto a Venezia, nella omonima basilica tuttora meta di culto per moltissimi pellegrini. 1

2 A parte queste testimonianze dei padri, ci sono degli elementi che sembrano supportare l origine romana del secondo vangelo e la sua destinazione ai cristiani di Roma. Innanzitutto, la presenza di latinismi o termini greci di cui si sente il bisogno di fornire il corrispondente latino o la spiegazione (es. legione che era l unità principale dell esercito romano Mc 5,9.15; denarion Mc 6,37; 12,15; xestēs Mc 7,4 ecc.; vi gettò due monetine, che fanno un soldo Mc12,42). L ipotesi che i destinatari fossero cristiani provenienti dal paganesimo è anche suffragata dal fatto che Marco spieghi le tradizioni giudaiche (Mc 7,3-4; 14,12; 15,42), che ci siano pochi richiami all AT e che le parole aramaiche di cui fa largo uso (ben 13 nel vangelo marciano!) siano quasi sempre spiegate (Mc 3,17; 5,41; 7,11.34; 14,36; 15,22.34). La data di composizione potrebbe essere tra il 64 (anno della morte di Pietro, cfr. prologo antimarcionita di Ireneo) e il 70 d.c. (anno della distruzione del tempio di Gerusalemme). Infatti, l insistenza sulla necessità di seguire Gesù portando la propria croce poteva essere di particolare attualità per una comunità costretta a subire la persecuzione di Nerone (+ 68 d.c.). Ancora, il fatto che il discorso escatologico (Mc 13) non presenti alcuna chiara allusione al modo concreto con cui gli avvenimenti ebbero luogo nel 70 (a differenza di quanto avviene in Mt e Lc), porta a collocare la data di composizione del vangelo prima della distruzione di Gerusalemme e del tempio. Qual è l intento dell autore nello scrivere il vangelo? Essendo, secondo la gran parte degli studiosi, il più antico dei quattro vangeli, Marco ha il merito innanzitutto di aver fissato per iscritto la testimonianza dei primi discepoli e di averlo fatto in un momento in cui la vita delle chiese sparse fuori della Palestina e la riflessione teologica favorita dall incontro con culture straniere rischiavano di perdere il contatto con le origini del vangelo. Egli è riuscito a mantenere viva e incancellabile l immagine singolare di Gesù di Nazareth inventando il genere letterario chiamato vangelo, che è un unicum. Che significa? Significa che, mentre il romanzo ha diverse categorie (storico, biografico, horror, giallo, fantastico ecc.) come anche la poesia (lirica, sonetto, ode, ballata ecc.), il vangelo è unico nel suo genere, un genere che può essere ricondotto ad altre forme letterarie (biografia, racconto storico, testo narrativo), ma senza riconoscersi pienamente in alcuna di esse. In pratica, cosa ha fatto Marco? Si è infilato nel solco di una tradizione che lo precedeva (racconti orali sulla vicenda di Gesù di Nazareth, ma anche testi scritti staccati tra di loro, quali potevano essere il racconto della passione, che doveva presentarsi all inizio come una serie narrativa di più episodi, alcune parole del Signore, alcuni miracoli registrati indipendentemente) e le ha dato la forma di una storia raccontata, con una sua trama, un intreccio, una sequenza ordinata di scene. Marco, cioè, ha scelto di annunciare Gesù raccontando Gesù, facendoci percorrere, insieme con lui, le strade dalla Galilea a Gerusalemme, ponendo il lettore di ogni tempo a fianco di un Uomo perennemente in movimento, difficilissimo da comprendere, particolarissimo e irripetibile. Un uomo vivo che spesso è in contrasto con le immagini belle e fatte che ci facciamo di Lui, un uomo con le sue reazioni imprevedibili, con la sua compassione o la sua rudezza, con la sua meraviglia o la sua parola tagliente. Un uomo sempre al di là delle nostre attese, che sorprende, appassiona, scandalizza, mette in crisi; un uomo che si relaziona, che incontra, che guarda, parla, tocca, piange, gioisce, fatica, soffre, muore e poi risorge. Un uomo scomodo ed esigente, che non si accontenta di un po di commozione passeggera, ma desidera entrare nella nostra esistenza, per trasformarla. Infatti, mentre ci racconta questa storia, il vangelo vuole suscitare la fede del lettore in Colui che viene raccontato e che, sin dall inizio, è definito Cristo e Figlio di Dio. Ma la fede non è qualcosa di dato una volta per tutte: il lettore già credente, il discepolo, è continuamente messo in crisi dall identità di quest Uomo, ci sono domande costantemente riproposte e risposte mai pienamente esaustive; anzi, possiamo dire che Marco sia il vangelo della domanda (uno studioso ha contato 114 domande nel secondo vangelo, di cui 77 rimangono senza risposta). La fine di ogni tappa è l inizio di una tappa che chiama un altro inizio (come scriveva Eugenio Zolli, rabbino capo di Roma dal 1939 al 1945, che chiese il battesimo dopo la Liberazione). Si procede a tappe, è un cammino continuo; nel vangelo marciano si parte da una via Mc 1,2, e si prosegue per una via 9,33; 10, ecc., sino ad arrivare a un sepolcro vuoto che sollecita a rifare il percorso (si deve tornare in Galilea, 16,7, luogo da cui era partita l avventura) per vedere tutto alla luce di quel sepolcro vuoto. Il termine odos/via ricorre ben 16 volte in Marco e l ultima ricorrenza del termine ci indica che è la via di Dio 12,14. Il cammino prospettato dal vangelo è un viaggio progressivo verso il centro del mistero di Gesù, Chi è dunque costui? Mc 4,41. Infatti, anche se sin dal primo versetto Marco esplicita a 360 l identità di Gesù, questa identità sarà messa in questione per tutto il corso del vangelo, in un alternanza continua tra nascondimento e rivelazione, aperture e incomprensioni, luci ed ombre, come un cercare che non giunge mai a trovare completamente l oggetto della ricerca. È l eccedenza del mistero cristiano, Gesù di Nazareth è sì un uomo come tutti gli altri, ma è anche Dio, Lo cerchi, Lo trovi 2

3 ma, essendo Totalmente Altro e infinitamente oltre le nostre vie e i nostri pensieri, Lo perdi nuovamente e sei costretto a rimetterti alla ricerca. Il vangelo è costantemente percorso dalla ricerca di Gesù (Mc 1,37 cui fa da inclusione 16,6): è come se si entrasse in una basilica in penombra e, procedendo progressivamente verso l abside, ci fosse sempre più luce, fino allo svelamento shock: l abside è il Calvario e il mistero di quell uomo riconosciuto Figlio di Dio da un centurione romano (anche da questo particolare possiamo forse intravedere l origine romana del vangelo) viene svelato sulla croce. La croce rimane però uno scandalo e allora, per essere annunziato e accolto nella sua verità, il vangelo esige non solo la fedeltà alle espressioni della confessione di fede, ma soprattutto l autenticità di vita nella sequela di Gesù. Di conseguenza, il cuore del vangelo marciano non è solo il mistero dell identità di Gesù, ma anche la verifica dell identità del discepolo, con tutte le sue incomprensioni, le paure, le difficoltà di adeguarsi a quanto propone il Maestro, le resistenze nell accogliere la via della croce. Chi è dunque quest uomo? E tu, discepolo di oggi, chi sei veramente? Se dici di avere fede in Lui, sei disposto a provare la tua fede nell impegno senza compromessi a seguirlo sino in fondo? Sei disposto a lasciare tutto per accogliere il Tutto? Lo stile usato dall evangelista è scarno, sobrio, asciutto, quasi giornalistico. Marco è il vangelo più breve, nella versione greca (quella originale) contiene poco più della metà delle parole utilizzate da Luca (che è il vangelo più lungo). Nonostante il vocabolario limitato, usa però una vasta gamma di termini diversi per indicare le reazioni provocate da Gesù (via via lo stupore, la meraviglia, lo sconvolgimento, la diffidenza, l incredulità, l incomprensione, l ostilità, l attaccamento, lo sgomento, la paura) o anche le cose concrete (cibi o parti della casa). Uno stile semplice ed essenziale, dicevamo, ma anche vivido, diretto, immediato; Mc usa molto spesso il presente storico, come se gli eventi stessero scorrendo davanti al lettore, e la paratassi (cfr. Mc 1,12-13: «E subito lo Spirito lo spinge nel deserto ed era nel deserto 40 giorni tentato da Satana ed era con le fiere e gli angeli lo servivano»). È uno stile anche rude, talvolta, rozzo, molto arcaico e probabilmente rispondente al vero (anche perché è il racconto più vicino nel tempo ai fatti che narra); Marco non si preoccupa di mitigare certe risposte brusche di Gesù, né di scusare la crescente incomprensione dei discepoli. Il fatto poi che usi tante parole aramaiche denota l attenzione nel voler trasmettere la vividezza del linguaggio originale di Gesù. La brevità del secondo vangelo e il suo stile un po brusco gli hanno a lungo fatto preferire il più ampio e particolareggiato Matteo o il più raffinato Luca. Per secoli Marco è stato considerato la copia ridotta (e brutta) del vangelo di Matteo: per s. Agostino Marco era breviator Matthei, cioè il valletto e il compendiatore di Matteo, quasi che il suo vangelo fosse un sunto di quello matteano. Nella Chiesa, il vangelo secondo Matteo ha sempre occupato il primo posto (anche se è stato messo per iscritto, almeno nella sua forma canonica, per secondo); infatti è sempre stato il vangelo preferito per la catechesi, sia perché è quello che riporta in modo più ampio e organico i discorsi di Gesù, sia perché è il vangelo ecclesiale, avendo al suo interno un discorso dedicato alla natura della Chiesa (Mt18) e una risposta particolareggiata di Gesù sul ruolo di Pietro dentro la Chiesa (Mt 16,18-19). Il riscatto di Marco inizia a partire dal secolo scorso, quando si scopre che non è il riassunto di Matteo, anzi è antecedente agli altri vangeli e ne costituisce una delle fonti di composizione. Si riscopre così, valorizzandolo, anche il suo stile asciutto ed essenziale, per nulla ricercato, concreto, vivace, ricco di semitismi, che ne fa un racconto molto simile allo stile orale. Per quanto riguarda la struttura del secondo vangelo, tutti gli esegeti concordano nel riconoscervi due grandi atti, separati, ma anche congiunti, dall episodio di Cesarea di Filippo (Mc 8,27-30), la cosiddetta confessione di Pietro. Ognuno dei due grandi atti è a sua volta suddiviso in sezioni, ricavate in linea di massima da indicazioni topografiche. La confessione di Pietro fa da spartiacque e funge sia da chiusura del primo atto (contiene infatti la risposta agli interrogativi della prima metà del racconto, chi è dunque costui?), sia da apertura del secondo atto (dove si vedrà quale sia l autentica identità del messia/cristo confessato da Pietro). La prima parte del racconto è dominata dal cosiddetto segreto messianico, Gesù impone il silenzio ai demoni che lo riconoscono, agli ammalati che guarisce, ai genitori di una bambina che resuscita (egli non permette che si parli di lui, 1,34; ammonisce severamente di non dire niente a nessuno, 1,43-44; raccomanda con insistenza che nessuno venga a saperlo, 5,43; comanda di non dire niente a 3

4 nessuno, 7,36; addirittura impone di non entrare nemmeno nel villaggio a un cieco guarito, 8,26). Questo segreto, che sembra finalmente venire svelato da Pietro a Cesarea di Filippo, in realtà sembra protrarsi anche nella seconda parte del vangelo. È vero, abbiamo finalmente saputo grazie a Pietro che Gesù è il Cristo, ma questa rivelazione non risponde alle aspettative che Israele aveva riguardo al messia. La confessione di Pietro apre un nuovo enigma, perché la proposta di questo messia è troppo ardua da comprendere, spiazza, spaventa, disorienta, destabilizza e, alla fine, allontana persino i suoi discepoli. L incomprensione dei discepoli è progressiva, dall inizio alla fine del vangelo, la chiusura del racconto non li vedrà migliori dell apertura (4, ; 6,51-52 Mt 14,33 qua lo stesso episodio termina con una professione di fede; 8,14-21 è la sequenza più lunga di domande che abbiamo nel secondo vangelo, otto domande incalzanti di Gesù di cui solo due ottengono risposta, quelle con la risposta numerica. Anche qui, si veda la differenza con Mt 16,8-12 che termina con la nota rassicurante allora essi compresero). L incomprensione non si dissolve dopo la confessione di Pietro anzi, paradossalmente, sembra aumentare. Non basta confessare che Gesù è il Cristo, bisognerà anche riuscire a comprendere, attraverso una continua conversione del cuore, il progetto che Dio vuole portare avanti attraverso il Suo Unto e a quel progetto aderire. Significativo il fatto che, subito dopo averlo riconosciuto Cristo, Pietro non accetti le parole di Gesù e, in un certo senso, capovolga i ruoli, prendendolo in disparte e mettendosi a rimproverarlo (Mc 8,32). È Gesù a ristabilire le giuste posizioni (Va dietro a me) e lo fa volgendosi al discepolo (ma guardando, tutti, perché sa che nel rifiuto di Pietro c è il rifiuto di tutti) con l appellativo di satana, in quanto rappresenta in quel momento la tentazione che vuole anteporre le priorità degli uomini a quelle di Dio. Stessa incomprensione dei discepoli si avrà a ogni nuovo annuncio della Passione, con una distanza tra Gesù e i discepoli che appare sempre più incolmabile (9,30-32, cui segue la discussione su chi è il più grande vv.33-34; 10,32-34, cui segue la domanda dei figli di Zebedeo di sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nella sua gloria vv.35-41). A questo proposito, appare sintomatica la reazione che i discepoli hanno nel cenacolo, all annunzio di Gesù del tradimento di uno di loro (14,18-19); invece di preoccuparsi di cercare di individuare il traditore, ognuno si sente traditore, ognuno è toccato personalmente dall annuncio di Gesù, perché si scopre capace di tradire il Maestro, capace della possibilità di non restargli fedele sino in fondo. E, di fatto, tutti fuggiranno e lo abbandoneranno al momento dell arresto (v.50). Il Gesù marciano, nel momento estremo della sua vita, si troverà nella solitudine più assoluta, incompreso e abbandonato da tutti. A questo punto, anche il lettore viene spiazzato; se all inizio simpatizzava per i discepoli, che vedeva sempre accanto a Gesù e dalla sua parte, ora è portato a prenderne le distanze. Paradossalmente, però, proprio quando inizia a prendere le distanze dal discepolo, che vede sempre più distaccato da Gesù, il lettore può iniziare a rispecchiarvisi, a riconoscersi in esso. Ognuno di noi è quel discepolo che confessa la propria fede nel Cristo, ma subito dopo dubita della propria capacità di seguirlo sulla via della croce (sono forse io? a tradire Gesù -); ognuno di noi è quel discepolo che tende sempre a fare la propria volontà, piuttosto che quella di Dio (nonostante lo ripetiamo ogni giorno nel Padre Nostro). Ma se i discepoli si vanno allontanando dalla prospettiva di questo messia, Marco a beneficio anche del lettore - affida a dei personaggi secondari, comparse spesso senza nome, individui persino messi ai margini dalla società di quel tempo, il compito di mostrare cosa significhi credere in Gesù e quanto questa esperienza di fede sia bella e liberante. Per restare soltanto alla seconda parte del Vangelo, cioè al momento in cui sembra diventare sempre più incolmabile la distanza tra Gesù e i discepoli, pensiamo a Bartimeo (10,46-52) che grazie all incontro con Gesù diventa uomo nuovo, non solo per il fatto che ora ci veda (mentre i discepoli appaiono sempre più chiusi nel buio della loro incomprensione), ma anche perché da uomo statico, nell immobilità della sua condizione di mendicante, improvvisamente si ritrova nel dinamismo di un cammino che lo vede intrepido seguace di Gesù (balzò in piedi; venne ora la sua vita è orientata verso Gesù-; lo seguiva all imperfetto, che indica azione continua- lungo la strada che non è una strada qualsiasi, ma è la salita verso Gerusalemme). Bartimeo non teme di lasciare tutto ciò che ha, il mantello, suo unico bene, che gli serviva sia per coprirsi dal freddo, sia per raccogliere le elemosine dei viandanti 4

5 (anzi, possiamo immaginare che, gettando via il suo mantello, abbia gettato via anche le elemosine che vi aveva raccolto sinora). Il mantello era talmente importante per un povero che persino la legislazione dell AT imponeva che andasse restituito (nel caso fosse stato preso in pegno) prima del tramonto del sole (Es 22,25-26). Ebbene, Bartimeo non esita a lasciare tutto, perché ha trovato il Tutto, come quel tale che ha venduto tutto per comprare il campo dove c è il tesoro nascosto Mt 13,44 (pensiamo anche all episodio della vedova povera, Mc 12,41-44, anche lei getta per il Signore tutto ciò che ha,). Bartimeo che segue Gesù lungo la via della croce diventa per il lettore modello di discepolo in un momento in cui i discepoli ufficiali sembrano tirarsi indietro; subito prima della confessione di Pietro, Marco narra la guarigione di un cieco (8,22-26), cui fa da inclusione la guarigione di Bartimeo, narrata subito prima dell ingresso di Gesù a Gerusalemme. Tra le due guarigioni si pone il cammino verso Gerusalemme e lungo la via Gesù istruisce i suoi discepoli sul significato della sequela; ma mentre i ciechi guariscono, perché si affidano totalmente al Figlio di Davide, i discepoli, che fisicamente ci vedono, diventano sempre più ciechi spiritualmente. Un altro importante personaggio secondario è l anonima donna dell unzione di Betania (14,3-9): proprio nel momento in cui i nemici di Gesù tramano vigliaccamente contro di lui (vv.1-2, Marco mette in evidenza la volontà di inganno e la paura della folla, quindi è un insidia sottile, nascosta, strisciante, come il serpente di Gen 3), c è una donna che agisce in maniera aperta, gratuita, assolutamente disinteressata. C è una bellezza tale nell azione di questa donna (v.6 kalon ergon, lett. un opera bella ), che Gesù non esita ad associarla alla proclamazione del vangelo (v.9). In pratica, cosa fa questa donna? Sicuramente non bada a spese: rompe un vaso di alabastro (che già di per sé è un materiale estremamente pregiato) per versarne tutto il prezioso contenuto (il vaso è pieno di nardo puro di grande valore) sul capo di Gesù. La donna sta sprecando per Gesù ciò che ha di più prezioso, senza calcoli gretti e interessati. La reazione che suscita è di genere opposto, è calcolatrice, si fa i conti in tasca (vv.4-5). Solo Gesù vede la bellezza del gesto, solo Gesù sente il profumo della gratuità e del dono disinteressato; egli, nel difendere la donna, è come se dicesse accogli il gesto, non il denaro; respira il profumo, non il costo che c è dietro; capisci il cuore, non la spesa. Che contrasto incredibile con l atteggiamento di Giuda (vv.10-11), che vende un amico per denaro, e con quello dei capi del popolo, che tramano insidie di nascosto! Da un lato c è il gesto profumato dell amore che si dona; dall altro il puzzo di inganno, di tradimento, di sentimenti torbidi, di morte. Gesù interpreta il gesto della donna come l unzione anticipata del suo corpo che, dopo la morte, per l imminenza del sabato, non potrà essere unto: l unzione di Betania viene così strettamente legata alla passione e morte di Gesù (non sempre avete me). In effetti questo gesto della donna non evoca forse l offerta totale che Gesù farà di sé sulla croce? Corpo spezzato e sangue versato, segni della follia di un Dio che spreca Suo Figlio per amore dell umanità, sembrano quasi richiamati in quel gesto bello del vaso spezzato e profumo versato, sprecato per amore di Gesù. E se sulla morte si versa profumo di amore, la morte è già intimamente sconfitta. Avendo parlato della morte di Gesù, possiamo agganciarci al terzo dei personaggi secondari che voglio presentarvi (ma ce ne sono molti di più, disseminati per tutto il racconto): il centurione romano (Mc 15,39). È una reazione strana, quasi paradossale: mentre tutte le altre persone presenti alla crocifissione dichiarano che crederanno all identità di Gesù-messia se lo vedranno scendere dalla croce (vv.29-32), questo pagano riconosce in Gesù l identità di Figlio di Dio proprio nel modo in cui muore, restando su quella croce. Interessante notare che solo Marco metta in bocca al centurione quest altissima professione di fede vedendo come muore quell uomo (Matteo e Luca riferiscono invece che vede ciò che accade intorno, i fatti cioè che accompagnano la morte di Gesù). Questo mi fa pensare che, oltre al modo di vivere, esiste anche un modo di morire che può farci qualificare una persona, un modo di morire che diventa punto paradigmatico di tutta una vita. Ma, allora, chiediamoci, come muore Gesù? Cosa vede il centurione per affermare una cosa talmente grande? Vede un uomo che, nonostante gli scherni, la derisione, i pesanti oltraggi contro di lui, rimane muto: non un lamento, non una parola di rimprovero, o di giustificazione nei propri confronti, a quanti lo stanno denigrando. Le sue uniche parole sono rivolte a Dio, è solo Dio che egli chiama in causa nel punto estremo della sua vita, solo Dio interpella e quasi mette in questione, come dire 5

6 dove sei? Perché taci? Eppure, nel momento del maggior bisogno, pur non comprendendone il silenzio, è solo a Dio che Gesù si aggrappa, quasi con violenza, come l orante del salmo. E il centurione, sebbene non conosca le Scritture d Israele, percepisce una relazione intima e fortissima, quella di un Figlio che invoca violentemente un Padre che appare lontano proprio quando è più forte la necessità della Sua vicinanza, non per accusarlo, ma per rimettersi interamente, sempre e comunque, nelle Sue mani, fedele sino in fondo al Suo progetto, facendosi obbediente sino alla morte, e a una morte di croce (Fil 2,8). Paradossale appare anche il fatto che questa profonda identità di Gesù, proclamata sin dall inizio del Vangelo, ma mai pienamente rivelata, se non dalla voce dal cielo (Mc 1,11 anche qui si assiste a uno squarcio; 9,7), venga alla fine riconosciuta, nel momento del massimo fallimento, da un centurione romano. Ricordiamo che Marco scrive per i cristiani di Roma provenienti dal paganesimo e, dunque, questo centurione doveva costituire per loro, in un periodo storico di violenta persecuzione, un grande modello di fede. Avviandoci alla conclusione del nostro percorso con Marco, mi premeva dire qualcosa sulla finale del vangelo. I manoscritti più antichi e autorevoli terminano con Mc16,8; i vv sono una finale deuterocanonica, aggiunta per rimediare a una chiusura considerata brusca e sconcertante e per sopperire alla mancanza di racconti sulle apparizioni del Risorto (la finale aggiunta è in effetti una sintesi dei racconti di apparizione presenti negli altri vangeli). L intenzione dell evangelista era quella di finire proprio al v.8, con la fuga e il silenzio delle donne, oppure c era una finale che è andata perduta? A mio parere, Marco finisce volutamente con il v.8: fa parte del suo stile brusco, conciso, spiazzante, un po rude, e inoltre lascia il lettore in sospeso, quasi una domanda non risolta (non abbiamo forse detto che Marco è il vangelo della domanda?). Il corpo di Gesù, tanto messo in evidenza durante la passione (un corpo, abbiamo visto, unto già prima della passione e poi oltraggiato, vilipeso, schernito, flagellato, crocifisso) ora è assente; ma è in questa assenza che si gioca la fede, è in questa assenza che inizia l avventura del discepolato. Ai discepoli scomparsi al momento dell arresto di Gesù viene data un ulteriore possibilità (v.7): quell appuntamento in Galilea è per i discepoli, ma soprattutto per il lettore, la promessa di un nuovo inizio, la storia può ricominciare per sciogliere quei nodi che si erano formati per via. E così torniamo sulla frase di Eugenio Zolli La fine di ogni tappa è l inizio di una tappa che chiama un altro inizio : il sepolcro vuoto è la fine di una tappa, ma è l inizio di una nuova tappa il discepolato - che chiama un altro inizio, la Galilea. La finale resta aperta, è una finale che ognuno di noi, se vuole, può scrivere con la propria vita, ognuno di noi può decidersi per una storia di sequela o di abbandono, a partire dalla propria Galilea, che rappresenta la nostra ferialità, con tutte le sue piccole e grandi contraddizioni. Il silenzio delle donne rimane una provocazione per noi a metterci in movimento per fare il nostro personale percorso nella comprensione del mistero di Gesù e per continuare a cercarlo sempre, anche quando riteniamo di averlo già trovato. Marina Rando 6

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