Istituto di Istruzione Superiore ITC Crescenzi - ITG Pacinotti, Bologna

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1 Istituto di Istruzione Superiore ITC Crescenzi - ITG Pacinotti, Bologna APPUNTI DI ECONOMIA POLITICA A.S. 2011/12 LA MONETA E IL PIL N.B.: gli appunti sono parte integrante delle lezioni frontali e del libro di testo. ORIGINI DELLA MONETA Docente: Giuseppe Falivene La primitiva forma di vita sociale portava le persone a scambiarsi le merci che producevano in eccedenza con altre merci a loro mancanti. Questo scambio si basava sul "baratto" in cui la merce scambiata doveva essere pesata di volta in volta. Le difficoltà del baratto arrivarono quando le merci scambiate divennero molte che per essere scambiate occorreva si verificasse la coincidenza dei bisogni e dei valori attribuiti ai diversi beni. (necessitava dare ad ogni prodotto una valutazione che doveva accontentare sia il venditore che l acquirente) Sicuramente nelle popolazioni più avanzate nel commercio maturò l idea di trovare prodotti di riferimento più maneggevoli. Furono i Sumeri - (gli abitanti della Mesopotamia che nel 4000 circa a.c. avevano inventato la scrittura ) - che con i loro sacerdoti stabilirono di scegliere il metallo come la merce più adatta per gli scambi, i metalli scelti avevano il pregio di mantenere costante il peso nel tempo. I metalli prescelti furono: l ORO sacro al dio sole e l ARGENTO consacrato alla luna. Col tempo si cominciarono a barattare i prodotti con oggetti informi quali pezzi di metallo a foggia di anelli, alcune particolari varietà di conchiglie che le popolazioni oceaniche usavano nei loro commerci, ecc., denominati "Premonete". Non si può ancora affermare con ciò che la moneta sia nata in quanto i metalli preziosi restavano custoditi nei templi e i sacerdoti regolamentavano le operazioni più importanti. METALLI USATI per la monetazione ELETTRO - lega di oro e argento allo stato nativo. Usato nella prima monetazione a.c.. Fu presto abbandonato in quanto non veniva garantito il quantitativo di metallo e peso. ORO - puro o in lega prestabilita. L oro è stato sempre considerato il primo metallo di monetazione. Fu la base per tutti i riferimenti con gli altri metalli e pertanto non fu mai considerato come una moneta circolante. Servì per pagamenti di elevati valori o usato tra gli stati e le banche per il saldo di grossi pagamenti. Tutto il sistema economico e la riserva degli Stati, fino a metà del XX secolo, era basato su questo metallo. ARGENTO - puro o in lega prestabilita. E stato il metallo più monetato sia in antichità che ai giorni nostri. BRONZO - lega di rame e stagno. Fu adottato per la prima volta dai Greci e città della Magna Grecia al tempo della decadenza e durante la soggezione a ROMA. ALLUMINIO - NICHEL - LEGHE DI FERRO Questi metalli compaiono solo con la monetazione dei giorni nostri. LA DIFFUSIONE DELLA MONETA E in Asia Minore a Sardi nel Regno di Lidia, (intorno al VI sec. a. C.) che fu inventata la moneta nel senso moderno, avente lega, titolo, peso e valore stabiliti dallo Stato. Le grandi città dove si sviluppò l antica monetazione sono ALICARNASSO - EFESO MILETO PERGAMO SARDI TARSO. 1

2 Dall Asia Minore la monetazione si sviluppa in Grecia e di conseguenza con il nascere di città di genti greche in Sicilia e nel sud Italia " MAGNA GRECIA". Ai LIDI viene attribuito il merito di aver dato inizio all uso di uno strumento avente funzione di moneta, che si rivelò adatta a facilitare gli scambi con i popoli vicini e lontani. In un loro fiume, ricchissimo di pagliuzze d oro e di argento vi trovavano soprattutto sassolini di un metallo detto "elettro", cioè una lega naturale di oro e argento. Su questi sassi impressero un marchio, testina di leone, che serviva per il riconoscimento e garanzia di qualità. Durante il regno di Creso ( a.c.) abbiamo la prima monetazione in oro e argento ottenuto dalla fusione e separazione dei metalli sfruttando il diverso punto di fusione. La prima cartamoneta come la vediamo noi è attribuita ai CINESI nel 807. La prima banconota europea viene emessa nel 1661 in Svezia. La prima banconota della storia italiana nasce a Torino con il Regio Editto 26 Settembre 1745, regnando Carlo Emanuele III di Savoia. I primi "biglietti di credito verso le regie finanze" recano la data del 1 gennaio1746 e sono del valore in Lire con tagli da 100, 200, 500, 1000, Il valore della banconota era riferita al peso dell oro: - Il valore di 3000 lire corrispondeva circa al quantitativo di un chilo di oro. Definizione La moneta è lo stock di mezzi di pagamento utilizzabili per realizzare gli scambi. La moneta rappresenta quindi quella parte del patrimonio che è detenuta in forma facilmente spendibile e accettata come mezzo di pagamento nell acquisto di beni e servizi. Lo stock di moneta del sistema economico è composto da: monete metalliche e banconote (il circolante) saldi dei conti correnti altre attività finanziarie che possono essere trasformate facilmente in contante o in depositi a vista Forme: Metallica Cartacea (convertibile/inconvertibile) Elettronica GLI AGGREGATI MONETARI M0 = base monetaria (C) (circolante, moneta legale: banconote e monete metalliche) M1 = liquidità primaria (C + depositi a vista ) M2 = liquidità secondaria (M1 + depositi vincolati a breve ) M3 (M2 + depositi vincolati a lungo ) Un aggregato monetario può essere definito come la somma del circolante più le consistenze in essere di alcune passività delle istituzioni finanziarie, il cui carattere monetario è particolarmente evidente o la cui liquidità, intesa in senso lato, è elevata. Questi aggregati differiscono tra loro per quanto attiene al carattere monetario delle attività incluse. Secondo l analisi condotta dalla BCE e dal suo predecessore, l Istituto monetario europeo, gli aggregati monetari ampi dell area dell euro, pur essendo forse meno controllabili nel breve termine, presentano, rispetto a quelli ristretti, caratteristiche migliori in termini di stabilità e forniscono maggiori informazioni 2

3 sull andamento dei prezzi nel medio termine. La strategia di politica monetaria dell Eurosistema richiede l individuazione di un aggregato monetario che rappresenti un indicatore stabile e affidabile dell inflazione in un orizzonte di medio termine. Di conseguenza, il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di attribuire all aggregato monetario ampio M3 un ruolo di primo piano nella strategia di politica monetaria, attraverso l annuncio di un valore di riferimento per il suo tasso di crescita annuale. FUNZIONI DELLA MONETA La moneta (M) ha molteplici funzioni: 1) Mezzo di pagamento, perché è utilizzata come strumento di intermediazione negli scambi. 2) Unità di conto, perché è il metro di misura del valore dei beni; 3) Riserva di valore, perché permette di conservare e trasferire nel tempo la ricchezza (funzione non sempre soddisfatta per via dell inflazione). 1. La prima funzione della moneta da considerare è quella di essere un mezzo di scambio L utilità della moneta come mezzo di scambio deriva dal fatto che l esistenza stessa della moneta risolve il problema della coincidenza dei bisogni che emergerebbe in un economia basata sul baratto. La figura che segue esemplifica le difficoltà in cui incorrerebbe un economia di baratto nel caso in cui non si verificasse la coincidenza dei bisogni: gli scambi diventerebbero particolarmente onerosi e complicati In assenza di moneta, in che modo il falegname può persuadere l agricoltore a dargli grano quando l agricoltore ha bisogno di un taglio di capelli, ma non di mobili? Che cosa vuole il cuoco? In che modo il trasportatore può persuadere il cuoco a dargli da mangiare quando il cuoco non ha bisogno del furgone per i traslochi? Ne ha bisogno lo scrittore? In presenza della moneta, tutti sono in grado di vendere ciò che possiedono in cambio di contante e hanno fiducia di poter invertire il processo e utilizzare il contante per comprare ciò di cui hanno bisogno. 2. La seconda funzione della moneta da prendere in considerazione è quella di fungere da unità di conto: le valute solitamente utili per effettuare gli scambi e le transazioni (euro, dollaro, yen, etc.) sono anche utili per comunicare i prezzi dei beni e dei servizi. La moneta, dunque, è utile come unità di conto: essa permette di misurare il prezzo dei beni. La funzione della moneta come unità di conto è causa di potenziali inconvenienti. Per esempio, la variazione del livello generale dei prezzi ha un impatto sui termini reali dei contratti che utilizzano la moneta come unità di conto. In questo caso, parliamo dei costi sociali della inflazione (o della deflazione). Le variazioni del tasso di cambio hanno un impatto sui termini reali dei contratti che utilizzano valute estere come unità di conto. In questo caso, parliamo dei costi sociali delle crisi valutarie. DOMANDA DI MONETA Secondo la teoria economica la domanda di moneta di un individuo è la risultante di 3 motivazioni: 1) Domanda transazionale. E la domanda di moneta legata alla necessità di avere una certa liquidità per compiere le normali transazioni quotidiane, cioè gli acquisti desiderati. Essa è direttamente proporzionale al reddito, perché è plausibile ipotizzare che l aumento del reddito disponibile comporti una maggiore spesa in beni di consumo. Per cui Dm = f(r), dove Dm è la domanda transazionale. 3

4 2) Domanda precauzionale. E la domanda di moneta legata agli acquisti eccezionali che potrebbero sorgere all improvviso ed inaspettatamente. Anch essa è legata in maniera diretta al reddito. 3) Domanda speculativa. Questa è la domanda di moneta dovuta alla necessità di detenere sempre in portafoglio una certa somma, da utilizzare qualora diventi appetibile acquistare un titolo particolarmente fruttifero d interessi. In altre parole, s ipotizza che un individuo medio detenga una somma di denaro sempre pronta ad essere investita in speculazioni, nel caso in cui l interesse di un titolo di credito diventi vantaggioso. In questo movente, la domanda di moneta è in relazione inversa col tasso d interesse (i), perché maggiore è il tasso d interesse, maggiore sarà l acquisto speculativo di titoli e, di conseguenza, minore sarà la liquidità tenuta in tasca (la domanda speculativa di moneta). In formula matematica: Ds = f(1/r), cioè la domanda speculativa Ds è inversamente proporzionale al tasso d interesse (r), che rappresenta per la persona un costo-opportunità. La domanda di moneta del sistema economico presenta una un inclinazione negativa rispetto al tasso d interesse i. Infatti, più è alto il tasso d interesse e minore è la domanda speculativa di moneta, cioè la liquidità detenuta per fini di investimento finanziario, in quanto gli individui preferiranno acquistare titoli piuttosto che tenere denaro liquido in portafoglio. Viceversa, per bassi livelli di i, c è una grossa liquidità nel sistema, perché sono tutti in attesa di futuri rialzi appetitosi del tasso d interesse. L aumento della domanda è dovuto ad un aumento del reddito, che sposta la domanda di moneta transazionale e precauzionale verso l alto, determinando un valore d equilibrio di i, maggiore del precedente. L asse orizzontale riporta la quantità di moneta. La scala a sinistra dell asse verticale riporta il valore della moneta; la scala a destra dell asse verticale riporta il livello dei prezzi. La curva della domanda di moneta è inclinata verso il basso perché gli individui detengono una quantità crescente di moneta al diminuire del suo valore ( o all aumentare del livello dei prezzi), perché ogni unità di moneta acquista meno beni e servizi. Nel punto di equilibrio A il valore della moneta ( scala a sinistra) e il livello dei prezzi (scala a destra ) si sono aggiustati in modo da garantire l uguaglianza tra la quantità domandata e quella offerta di moneta. OFFERTA DI MONETA Nella figura l offerta di M (moneta) è rigida (asse verticale) ed è stabilita dalla Banca Centrale. In realtà nei sistemi economici esistono diversi intermediari finanziari (fra cui le banche) che: Ricevono fondi da individui e imprese (deposito di contanti) Concedono prestiti e acquistano e vendono titoli L attività delle banche influenza l offerta di moneta Esaminiamo i rapporti che intercorrono fra famiglie e imprese e le banche: 4

5 a) Assumiamo che famiglie e imprese possiedano una certa quantità di contanti K K suddiviso in due parti Quota detenuta Quota depositata presso di sé in banca Circolante Depositi b) Le banche ricevono le somme depositate Tali somme possono essere utilizzate in qualunque momento dai loro proprietari (prelevamenti, assegni, ecc.) Le banche dovrebbero detenere in cassa una quantità di contanti pari ai depositi ricevuti In realtà solo una parte dei depositi viene prelevata Le banche detengono in cassa contanti < depositi Tale quota di contanti è detta Riserve bancarie (es 10% dei depositi). La Banca Centrale fissa la percentuale minima di riserve (Riserve obbligatorie) Le banche possono detenere una percentuale più elevata (Riserve volontarie) Riserve bancarie = Riserve obbligatorie + Riserve volontarie c) Determinate le riserve cosa accade alla parte restante dei depositi? Due forme di utilizzo: Concessione di prestiti (mutui, anticipazioni su c/c, ecc.) Acquisto di titoli sul mercato Depositi Riserve Prestiti + Titoli Concessione di prestiti e acquisto di titoli hanno effetti analoghi per semplicità assumiamo solamente acquisto di titoli. Acquisto di titoli sul mercato Le banche acquistano titoli da famiglie e imprese: I soggetti che cedono i titoli ricevono in cambio contanti Come vengono suddivisi tali contanti? Contanti ricevuti Circolante Depositi Da ciò si riavvia il meccanismo precedente. In conclusione abbiamo: Contanti k Circolante Depositi Riserve Titoli Contanti e così via Circolante Depositi EQUILIBRIO DEI MERCATI FINANZIARI e azione della BCE L equilibrio dipende dalla domanda di moneta, comportamento delle famiglie e imprese, comportamento delle banche. Moneta emessa dalla Banca Centrale (monete e banconote) Base Monetaria (Mo liquidità primaria) La base monetaria non è l offerta complessiva di moneta (c è anche la moneta creata dalle banche) La base monetaria è pari al contante detenuto nell economia Come viene detenuto il contante? Famiglie e imprese Circolante Banche Riserve 5

6 Cosa accade se la Banca Centrale vuole M S? 1) La Banca Centrale agisce sull Offerta di moneta aumentando la Base monetaria ( Mo) 2) L effetto di Mo è amplificato dall azione delle banche 3) L effetto complessivo è controllato solo in parte dalla Banca centrale (Se le banche o le famiglie e le imprese modificano il loro comportamento il moltiplicatore cambia) 4) L effetto della manovra può essere previsto dalla Banca Centrale solo in modo approssimato L insieme degli strumenti che la Banca Centrale può utilizzare sono tre: 1. base monetaria 2. coefficiente di riserva obbligatoria: deposito sui conti aperti presso le BCN a titolo di riserva obbligatoria o minima. L ammontare di tale deposito e determinato in relazione all aggregato soggetta a riserva, il quale, a sua volta, è definito in base alle voci di bilancio. Si moltiplica l aggregato soggetta a riserva per il coefficiente. La BCE applica un coefficiente del 1% (un mese fa era il 2%) 3. tasso di interesse di riferimento (TUR) La moneta e la Banca d Italia La Banca d Italia emette le banconote in euro in base ai principi e alle regole fissati nell Eurosistema. Nell'ambito dell'eurosistema, la Banca d'italia produce la quantità di banconote in euro ad essa assegnata, immette le banconote in circolazione e provvede al ritiro e alla sostituzione dei biglietti deteriorati, partecipa all'attività di studio e sperimentazione di nuove caratteristiche di sicurezza dei biglietti, contribuisce alla determinazione dei quantitativi da produrre e alla definizione di indirizzi comuni per quanto riguarda la qualità della circolazione e l'azione di contrasto della contraffazione. In Italia le monete in euro sono coniate dall Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per conto del Ministero dell Economia e delle Finanze che, in qualità di ente emittente, provvede alla loro distribuzione sul territorio nazionale avvalendosi delle Filiali della Banca d'italia. L'emissione delle banconote Dal 1 gennaio 2002 la Banca d'italia e le altre 11 Banche Centrale Nazionali (BCN) dei Paesi dell'unione Europea (UE) che all'epoca avevano adottato l'euro, hanno iniziato ad emettere, nel quadro dei principi e delle regole che disciplinano la funzione di emissione dell'eurosistema, banconote denominate in euro. Le banconote in euro hanno corso legale nell'area dell'euro, attualmente costituita da 17 dei 27 Stati membri dell'ue, che sono: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Sia la BCE sia le BCN dei paesi partecipanti all'area dell'euro hanno titolo legale a emettere banconote in euro. In pratica soltanto le BCN provvedono materialmente all'emissione e al ritiro dei biglietti in euro. La BCE non è infatti coinvolta in alcuna operazione di cassa. La funzione di emissione da essa svolta si articola su tutto il territorio nazionale attraverso la rete delle filiali. A livello locale le singole filiali provvedono ad alimentare il sistema con banconote idonee alla circolazione e a ritirare dalla circolazione le banconote logore attraverso i prelevamenti e i versamenti effettuati dalle banche commerciali, e, per conto di queste ultime, delle società di servizi. Il principio di non rimpatrio Le singole BCN sono chiamate a gestire tutte le banconote in euro presenti nei rispettivi sistemi nazionali, indipendentemente dal Paese emittente. In forza del principio generale dell'esecuzione decentrata delle operazioni dell'eurosistema, le BCN curano l'esito, l'introito, il ritiro e la distruzione delle banconote logore. Attenzione alla qualità del circolante La BCE e le BCN dell'eurosistema perseguono l'obiettivo di assicurare l'integrità e il buono stato di conservazione dei biglietti in circolazione per preservare la fiducia del pubblico nelle banconote in euro. Un ruolo importante nella circolazione delle banconote viene svolto dalle banche e da altri operatori del contante. Per garantire l'integrità dei biglietti in circolazione, la BCE ha adottato la Decisione 2010/14 relativa al controllo dell'autenticità e idoneità delle banconote in euro e al loro ricircolo, che impegna i gestori del contante a ridistribuire al pubblico banconote che siano state controllate per autenticità e per idoneità alla circolazione. L'emissione delle monete L'emissione delle monete in euro è di competenza degli Stati dei Paesi partecipanti. Nell'area dell'euro è la Commissione europea che coordina gli aspetti attinenti alle stesse. In Italia le monete in euro sono coniate dall'istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per conto del 6

7 Ministero dell'economia e delle Finanze che, in qualità di ente emittente, provvede alla loro distribuzione sul territorio nazionale avvalendosi delle Filiali della Banca d'italia. Le monete danneggiate possono essere presentate alle Filiali della Banca d'italia che provvedono al loro inoltro all'istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Funzioni e compiti della Banca d Italia 1. Politica monetaria 2. Sorveglianza sul sistema dei pagamenti e Supervisione dei mercati 3. Tesoreria dello Stato 4. Circolazione monetaria 5. Analisi e ricerca economica 6. Vigilanza creditizia e finanziaria LA TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA La teoria secondo la quale il livello delle transazioni (il flusso di spesa) è l unica determinante della domanda di moneta è nota come teoria quantitativa della moneta. Tale teoria è esemplificata dall equazione quantitativa secondo la formulazione americana di Fisher MV = (PY) La TQM e l ipotesi di piena occupazione considerate congiuntamente permettono di determinare il livello generale dei prezzi nel modello macroeconomico a prezzi flessibili. Se si conoscono il PIL reale Y (che è uguale a Y*), la velocità di circolazione V (che dipende dalle innovazioni finanziarie e dalle convenzioni sociali che governano i sistemi di pagamento) e lo stock di moneta M, si può calcolare il livello dei prezzi attraverso la formula: P = (V/Y) M Per utilizzare la TQM per predire il movimento dei prezzi bisogna conoscere il livello dello stock di moneta. La determinazione dello stock di moneta è l obiettivo fondamentale della politica monetaria. La Banca Centrale determina direttamente la base monetaria, ossia la somma del circolante e dei depositi delle banche centrali o federali che costituiscono il sistema monetario. Nel caso dell Europa, la base monetaria è composta dal circolante e dai depositi delle banche che costituiscono il Sistema Europeo di Banche Centrali. Attraverso le cosiddette operazioni di mercato aperto, la Banca Centrale varia la base monetaria. Quando decide di ridurre la base monetaria, la BCE vende titoli di stato a breve e accetta come pagamento circolante o depositi nelle sue banche regionali. Una vendita di titoli sottrae contante dal sistema economico e riduce lo stock di moneta. L operazione opposta, acquisto di titoli contro circolante o incremento di depositi presso se stessa, è finalizzata ad aumentare la base monetaria cioè lo stock di moneta del sistema economico. Anche se la BCE controlla direttamente la base monetaria, le altre misure dello stock di moneta sono determinate dall interazione tra base monetaria e sistema bancario. Questa interazione è alla base del processo di creazione dell offerta di moneta nel sistema economico La banca centrale è in grado di controllare la capacità delle banche ordinarie di accettare depositi, imponendo ad esse l obbligo di ridepositare presso la BC stessa una certa percentuale del totale dei loro depositi (riserve obbligatorie) 7

8 EFFETTI DELLA POLITICA MONETARIA - INIEZIONE DI LIQUIDITA (es. acquisto di TITOLI mediante operazione di mercato aperto da parte della BANCA CENTRALE), con AUMENTO conseguente dell OFFERTA di moneta. Se la banca centrale aumenta la quantità di moneta, l offerta di moneta si sposta verso destra, da OM1 a OM2. Il valore della moneta (scala a sinistra) e il livello dei prezzi (scala a destra) si adattano in modo da riportare la quantità offerta e la quantità domandata di moneta in equilibrio. Il punto di equilibrio si sposta da A a B. Un aumento dell offerta di moneta, aumentandone la disponibilità, ne fa diminuire il valore e fa aumentare il livello dei prezzi. l sistema dei prezzi al consumo. L'inflazione è un processo di aumento continuo e generalizzato del livello dei prezzi dei beni e servizi destinati al consumo delle famiglie. Un aumento dell'inflazione corrisponde ad una situazione in cui aumenta la velocità di crescita dei prezzi, mentre una riduzione dell'inflazione si verifica nel caso in cui i prezzi, pur essendo in aumento, crescono a una velocità minore. L'inflazione si misura attraverso la costruzione di un indice dei prezzi al consumo, uno strumento statistico che misura le variazioni nel tempo dei prezzi di un insieme di beni e servizi, chiamato paniere, rappresentativo degli effettivi consumi delle famiglie in uno specifico anno. L'Istat produce tre diversi indici dei prezzi al consumo: per l'intera collettività nazionale (NIC), per le famiglie di operai e impiegati (FOI) e l'indice armonizzato europeo (IPCA). I tre indici dei prezzi al consumo hanno finalità differenti: il NIC misura l'inflazione a livello dell'intero sistema economico; in altre parole considera l'italia come se fosse un'unica grande famiglia di consumatori, all'interno della quale le abitudini di spesa sono ovviamente molto differenziate. Per gli organi di governo il NIC rappresenta il parametro di riferimento per la realizzazione delle politiche economiche; il FOI si riferisce ai consumi dell'insieme delle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente (extragricolo). È l'indice usato per adeguare periodicamente i valori monetari, ad esempio gli affitti o gli assegni dovuti al coniuge separato; l'ipca è stato sviluppato per assicurare una misura dell'inflazione comparabile a livello europeo. Infatti viene assunto come indicatore per verificare la convergenza delle economie dei paesi membri dell'unione Europea, ai fini dell'accesso e della permanenza nell'unione monetaria. Analogie e differenze tra i diversi indici I tre indici si basano su un'unica rilevazione e sulla stessa metodologia di calcolo, condivisa a livello internazionale. NIC e FOI si basano sullo stesso paniere, ma il peso attribuito a ogni bene o servizio è diverso, a seconda dell'importanza che questi rivestono nei consumi della popolazione di riferimento. Per il NIC la popolazione di riferimento è la popolazione presente sul territorio nazionale; per il FOI è l'insieme delle famiglie residenti che fanno capo a un operaio o un impiegato. L'IPCA ha in comune con il NIC la popolazione di riferimento, ma si differenzia dagli altri due indici perché il paniere esclude, sulla base di un accordo comunitario, le lotterie, il lotto e i concorsi pronostici. Un'ulteriore differenziazione fra i tre indici riguarda il concetto di prezzo considerato: il NIC e il FOI considerano sempre il prezzo pieno di vendita. L'IPCA si riferisce invece al prezzo effettivamente pagato dal consumatore. Ad esempio, nel caso dei medicinali, mentre per gli indici nazionali viene considerato il prezzo pieno del prodotto, per quello armonizzato europeo il prezzo di riferimento è rappresentato dalla quota effettivamente a carico del consumatore (il ticket). Inoltre, l'ipca tiene conto anche delle riduzioni temporanee di prezzo (saldi e promozioni). Il paniere 2012 è composto da prodotti, aggregati in 597 posizioni rappresentative (591 nel 2011); su queste ultime vengono calcolati mensilmente i relativi indici dei prezzi al consumo. 8

9 I beni sono suddivisi per divisioni (ex capitoli di spesa), e da qui poi classificati secondo un modello gerarchico: 1. prodotti alimentari e bevande analcoliche; 2. bevande alcoliche e tabacchi; 3. abbigliamento e calzature; 4. abitazione, acqua, elettricità e combustibili; 5. mobili, articoli e servizi per la casa; 6. servizi sanitari e spese per la salute; 7. trasporti; 8. comunicazioni; 9. ricreazione, spettacoli e cultura; 10. istruzione; 11. servizi ricettivi e di ristorazione; 12. altri beni e servizi Esempio 12 DIVISIONE di spesa: es. prodotti alimentari e bevande analcoliche 43 categorie di prodotti (GRP): prodotto alimentare 102 classi: carne 233 sottoclassi: carne bovina 322 segmenti di consumo: carne bovina adulto 597 posizioni rappresentative: carne fresca di bovino adulto primo taglio Nel 2012 sono 84 i comuni capoluogo di provincia che concorrono al calcolo degli indici (erano 85 nel 2011). A interrompere la partecipazione è il comune di Siena. La copertura in termini di popolazione provinciale è pari all 86,3%. Nei comuni capoluogo di provincia considerati sono circa i punti vendita nei quali vengono rilevati i prezzi e le abitazioni soggette a rilevazione dei canoni di affitto. Nel complesso, le quotazioni di prezzo rilevate ogni mese ammontano a , di cui raccolte sul territorio mediante l utilizzo di Tablet PC e inviate all Istat dagli Uffici comunali di statistica e rilevate direttamente dall Istat. ECONOMIA ECOLOGIA - SVILUPPO Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da una crescita della popolazione umana senza precedenti: da 2,5 miliardi nel 1950 a 6,7 miliardi nel Una crescita destinata a continuare dato che, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, la popolazione nel 2050 arriverà a 9,5 miliardi. Infatti, se in alcuni Paesi industrializzati la crescita demografica è molto bassa (in Italia, per esempio, è negativa), in altri Paesi l incremento demografico continua a ritmi elevati (per esempio, Paesi dell Africa sub-sahariana e dell America Latina, India). Parallelamente, abbiamo assistito anche alla crescita del prodotto interno lordo (aumentato di circa 10 volte dal 1950), dei consumi di combustibili fossili (quintuplicati rispetto al 1950), di acqua (raddoppiati dal 1960), di carne e di pescato (quadruplicati dal 1960). Questa crescita è spesso avvenuta in contrasto con le necessità di tutela e conservazione dell ambiente e delle risorse naturali. Inoltre, il miglioramento delle condizioni di vita è stato assolutamente disomogeneo e si è assistito a percorsi di sviluppo completamente diversi tra Paesi industrializzati, emergenti e in via di sviluppo. I Paesi industrializzati sono i principali responsabili dei danni all ecosistema globale, provocati dallo sfruttamento incontrollato delle risorse e dalla diffusione di inquinanti e di rifiuti. 9

10 1. Lo sviluppo sostenibile La comunità scientifica e politica si è quindi chiesta se è possibile che il modello attuale di crescita possa mantenersi nel futuro ed estendersi anche ai Paesi emergenti e in via di sviluppo, per portarli al livello di benessere di cui godiamo nei Paesi industrializzati. Per rispondere positivamente a questa domanda è necessaria una transizione dal sistema di sviluppo economico attuale, basato su lavoro e capitale (monetario), a uno che tenga conto di un ulteriore fattore: il capitale naturale. Con questo termine si intendono i sistemi naturali (mari, laghi, fiumi, foreste, flora, fauna, territorio), i prodotti agricoli, i prodotti della pesca e della caccia, il patrimonio artistico-culturale. Occorre dunque fare riferimento a un economia ecologica, caratterizzata da un approccio assai diverso dal modello tradizionale basato sui paradigmi dell economia neoclassica, che si fonda sul diktat della crescita senza limiti del PIL e che trascura i vincoli che dovrebbero regolare tale sviluppo: quello biofisico e quello etico-sociale. Si è così arrivati a definire il concetto di sviluppo sostenibile che, secondo la definizione riportata nel Rapporto Brundtland, è uno sviluppo che risponde alle necessità del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze (World Commission on Environment and Development, Our Common Future, 1987). La sostenibilità è definita nello stesso rapporto come un processo nel quale lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l orientamento dello sviluppo tecnologico e il cambiamento istituzionale sono tutti in armonia e accrescono le potenzialità presenti e future per il soddisfacimento delle aspirazioni e dei bisogni umani. Lo sviluppo sostenibile contiene in sé due concetti: quello di sviluppo, generalmente associato all idea della crescita senza limiti, e quello di sostenibilità, generalmente associato alla capacità limitata del nostro pianeta: più in generale è sostenibile uno sviluppo che migliora la qualità della vita umana nel rispetto della capacità portante degli ecosistemi che la supportano (Caring for the Earth, IUCN/UNEP/WWF, 1991). Il concetto si articola quindi in tre dimensioni: quella economica, quella sociale e quella ambientale. La sostenibilità non si limita alla tutela dell ambiente, ma si estende all obiettivo di un benessere economico nella prospettiva di una società equa. È di primaria importanza il raggiungimento di una visione non limitata ai bisogni del presente, ma in grado di prevedere le conseguenze che le strategie odierne possono causare nel futuro, in un ottica di solidarietà con le generazioni a venire. Uno sviluppo sostenibile richiede pertanto un cambiamento a lungo termine dell attuale struttura socioeconomica per ridurre e razionalizzare i consumi delle risorse naturali e aumentare l efficienza della loro utilizzazione. Allo stesso modo, la sostenibilità deve riguardare anche la sfera economica, preservando obiettivi come l elevato livello occupazionale, i bassi tassi d inflazione e la stabilità nel commercio internazionale. Per quanto concerne l ambito sociale, gli obiettivi sono il raggiungimento di un equa distribuzione delle risorse, l eliminazione della povertà e dell esclusione sociale. Nel 1992, in occasione della conferenza dell ONU su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro, il concetto di sviluppo sostenibile riceve legittimazione politica da parte di 170 nazioni grazie all adozione della cosiddetta Agenda 21. Si tratta dell insieme di principi, strategie, obiettivi e azioni finalizzati alla costruzione di un modello di sviluppo sostenibile e durevole per il XXI secolo, che garantisca un utilizzo equilibrato delle risorse naturali, umane ed economiche. La finalità è quella di trasferire operativamente a ogni ambito decisionale pubblico il concetto di sostenibilità. L Agenda 21 definisce attività da intraprendere, soggetti da coinvolgere e mezzi da utilizzare in relazione alle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile (ambiente, economia, società), in un processo complesso, data la diversa natura dei problemi affrontati e gli inevitabili riferimenti alle più diverse scale di governo degli interventi. I problemi ambientali hanno sia una dimensione globale, nell ambito della quale si manifestano effetti di portata planetaria, sia una dimensione locale, caratterizzata da fenomeni specifici, legati allo stato dell ambiente e alle attività che hanno sede su un particolare territorio. Entro questo scenario hanno preso man mano rilevanza temi come la pianificazione strategica integrata, la concertazione, la partecipazione della comunità ai processi decisionali, la ricerca e la sperimentazione di strumenti operativi adeguati, alla cui soluzione si stanno impegnando da alcuni decenni e con prevedibili difficoltà le comunità internazionali e nazionali, ai diversi livelli. 10

11 La Conferenza di Rio del 1992 ha sollecitato anche la definizione e l adozione di indicatori quantitativi con cui misurare il livello di sostenibilità e supportare la formulazione di politiche ambientali, di cui sia possibile monitorare l efficacia. Questi indicatori dovrebbero tener conto della scala spaziale (locale o globale) e temporale (intergenerazionale) della sostenibilità e dovrebbero misurare non solo gli aspetti economici, ma anche quelli sociali e ambientali. Questi concetti sono espressi anche da un altra definizione di sviluppo sostenibile dell economista David Pearce, secondo cui lo sviluppo economico sostenibile implica la massimizzazione dei benefici netti dello sviluppo economico, a condizione che siano mantenuti nel tempo i servizi e la qualità delle risorse naturali. Questa definizione riconosce l importanza del capitale naturale e della sua conservazione, al di là del reddito che il suo sfruttamento potrebbe generare. Lo stretto legame fra biodiversità e benessere dell uomo è stato lucidamente evidenziato nell ambito del Millenium Ecosystem Assessment, un ciclopico progetto di ricerca delle Nazioni Unite (terminato nel 2005) che descrive lo stato e le tendenze degli ecosistemi e della biodiversità, oltre che dei servizi che offrono gratuitamente all uomo: il mantenimento del clima, la produzione di cibo, legna e altre risorse rinnovabili, la protezione dall erosione, lo smaltimento degli scarichi organici, l impollinazione e molti altri ancora. È stato così chiarito che occuparsi della protezione della biodiversità e dell integrità degli ecosistemi non è un lusso di società agiate, ma una necessità per conservare i preziosi ecosistemi da cui dipende, in definitiva, il nostro benessere. Mentre esiste una consolidata esperienza su come misurare la ricchezza economica di una nazione mediante i parametri del PIL, è molto più complicato misurare il livello di sostenibilità raggiunto da una determinata attività, oppure da una nazione. Il dibattito in materia è intenso anche a livello istituzionale. A titolo di esempio, nel novembre 2007 si è svolta a Bruxelles una conferenza internazionale dal titolo Oltre il PIL (Beyond GDP) organizzata dalla Commissione Europea, dal Parlamento Europeo, dall OCSE e dal WWF. Nel 2008 il presidente francese Nicolas Sarkozy ha inaugurato i lavori della Commissione sulla misurazione delle performance economiche e del progresso sociale per valutare in che modo riformare la rilevazione del PIL e definire indicatori più rappresentativi della sostenibilità e livello di benessere del suo Paese. Il lavoro di questa commissione è stato coordinato dal premio Nobel per l economia Joseph Stiglitz e ha coinvolto numerosi studiosi di fama internazionale (il rapporto è consultabile dal nostro sito di scuolambiente). Comunque esistono già diversi indici che combinano un opportuno pannello di indicatori per cercare di cogliere la multidimensionalità dello sviluppo sostenibile e valutarne l evoluzione. Alcuni di quelli in discussione e utilizzati in accompagnamento al PIL sono l indice di progresso genuino o del vero progresso (GPI, genuine progress indicator), proposto dagli economisti americani William Nordhaus e James Tobin nel 1972; l indice di sviluppo umano (ISU, o HDI, human development index), sviluppato dalle Nazioni Unite; l impronta ecologica, sviluppata dagli studiosi Mathis Wackernagel e William Rees negli anni 90. Il PIL (in inglese, GDP, gross domestic product) è il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all interno di un Paese in un anno e destinati a usi finali (consumi finali, investimenti, esportazioni nette). Il PIL, come abbiamo avuto modo di ascoltare anche dalle parole di Robert Kennedy (vedi link presente nel sito), tiene conto solamente delle transazioni in denaro e trascura tutte quelle a titolo gratuito; restano quindi escluse le rilevantissime prestazioni in ambito familiare o quelle di volontariato (si pensi al valore economico del non-profit). Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, facendo sì che i danni provocati dai crimini,dall inquinamento o dalle catastrofi naturali ne aumentino il valore: per esempio, il PIL cresce se si compra un auto, se stando in coda si consuma benzina, se si ha un incidente e si viene ricoverati in ospedale. Cresce anche in occasione di grandi disastri ambientali in conseguenza delle costose opere di smaltimento, recupero e bonifica. Inoltre somma, invece di sottrarre, i costi sanitari dovuti all inquinamento e le rendite provenienti dallo sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali. In sintesi, il PIL non distingue tra le attività che contribuiscono alla qualità della vita e quelle che la diminuiscono. (per gli altri aspetti del PIL vedi il libro) L indice di progresso genuino (GPI) Il primo indice a essere stato proposto in alternativa al PIL è l indice di progresso genuino (GPI). Il GPI serve per misurare se la crescita economica, l aumento della produzione di beni e l espansione dei servizi 11

12 di un Paese producono effettivamente un aumento della qualità della vita dei suoi abitanti. Diversamente dal PIL, il GPI è calcolato distinguendo tra spese positive (che aumentano il benessere, come quelle per beni e servizi) e spese negative (come i costi di criminalità, inquinamento, incidenti stradali). Il calcolo del GPI è basato sugli stessi dati di consumo utilizzati per il PIL, ma i valori di spesa personale (per beni e servizi del mercato e non) sono pesati tenendo in considerazione le disuguaglianze del reddito e della distribuzione del lavoro. Infatti, le persone benestanti ricevono meno soddisfazione dal consumo di un unità di bene rispetto a persone meno agiate, di conseguenza l aumento delle disuguaglianze di reddito può abbassare, a parità di consumi, il GPI di un Paese. Vengono poi sommati i valori di beni e servizi che contribuiscono al miglioramento della società, ma sono ignorati dal PIL: il volontariato, i lavori domestici e l impegno da genitori, il conseguimento di titoli di studio avanzati. Infine, sono sottratti i costi della criminalità, della diminuzione del tempo libero, del pendolarismo e della disoccupazione, ma anche i costi legati all inquinamento, allo sfruttamento delle risorse naturali, alla perdita di suolo agricolo e di aree naturali. L andamento del GPI, che è utilizzato in Paesi come Regno Unito, Germania, Austria e USA, è andato aumentando fino agli anni 70, per poi rallentare fortemente o diminuire, nonostante che il PIL abbia continuato ad aumentare. Per esempio, negli USA dal 1950 a oggi (2009) il PIL è aumentato di circa il 9% mentre il GPI del 4%. Se si guarda il valore pro capite, eliminando quindi l effetto dovuto all aumento della popolazione americana, il PIL è aumentato del 3,8%, mentre il GPI è cresciuto solo di un terzo (1,3%). L indice di sviluppo umano L indice di sviluppo umano (ISU) combina indicatori sull aspettativa di vita, l istruzione e il reddito; è stato introdotto dall ONU nel L ISU è il risultato di operazioni di standardizzazione in cui le varie componenti (scolarizzazione, aspettativa di vita e PIL pro capite) sono rapportate su una stessa scala adimensionale normalizzata fra 0 e 1. Per quanto riguarda ad esempio la componente dell ISU relativa all istruzione essa è composta dalla somma pesata del tasso di alfabetizzazione tra gli adulti (con peso due terzi) e del tasso d iscrizione alle scuole (con peso un terzo). Il tasso di alfabetizzazione può essere al minimo pari a 0% e al massimo pari a 100%, quindi la componente di un Paese in cui il tasso di alfabetizzazione è del 98,4% sarà pari a 0,984; allo stesso modo è calcolata la componente relativa all iscrizione alle scuole 0,906. Combinando i due contributi (2/3 0, /3 0,906) si ottiene 0,958. L ISU è operativamente più semplice da calcolare rispetto al GPI perché assegna un valore relativo fra 0 e 1 per ognuna delle tre componenti principali, mentre il GPI cerca di assegnare un valore monetario anche a beni e servizi, come quelli ecologici o quelli legati alle attività di volontariato, che non essendo beni di mercato sono per loro natura difficili da monetizzare. Tuttavia, anche l ISU ha alcuni limiti. Per prima cosa, sebbene voglia misurare anche lo sviluppo sociale, non tiene conto delle disparità di genere tra uomini e donne. Non prende in considerazione nemmeno la condizione politica del Paese, ovvero non distingue tra democrazie e regimi autoritari, e, estendendo il concetto, non tiene in considerazione il rispetto dei diritti civili per i quali occorre definire indici a parte. L impronta ecologica La sostenibilità di un sistema può essere valutata anche misurando se le risorse sono utilizzate con tassi inferiori a opportuni limiti di sfruttamento, oppure se la capacità di assorbimento di un sistema naturale è o no superata. Se questi criteri non sono rispettati, le risorse naturali (cibo, acqua, legname, minerali, combustibili fossili) sono destinate all esaurimento in tempi più o meno lunghi: l ecosistema terrestre è, infatti, un sistema chiuso. In quest ottica, l impronta ecologica (EFI, dall inglese ecological footprint index) misura la superficie di ecosistemi produttivi necessari a consentire per un tempo indefinito il consumo di risorse necessario per una determinata attività e ad assorbire emissioni e rifiuti risultanti: solo questa durata indefinita definisce uno sviluppo sostenibile. In particolare, l EFI conteggia l area di foresta necessaria per assorbire l anidride carbonica prodotta dall utilizzo di combustibili fossili; il terreno agricolo utilizzato per la produzione di alimenti e altri beni (tabacco, cotone ecc.); il terreno a pascolo usato per gli allevamenti di bestiame; la superficie forestale destinata alla produzione di legname; la superficie edificata dedicata a insediamenti abitativi, impianti industriali, aree per servizi, vie di comunicazione; la superficie di mari, oceani e fiumi usata per fornire il pescato. Per tenere conto del commercio, l indice stima il consumo totale sommando la produzione interna al sistema e le importazioni e sottraendo le esportazioni. Secondo le stime del Global Footprint Network, nel 2005 l impronta ecologica globale della popolazione della Terra, vale a dire la superficie di ecosistemi produttivi per sostenere i livelli di consumo degli abitanti del pianeta, era pari a 17,5 miliardi di ettari, equivalenti a 2,7 ettari pro capite (calcolata in 12

13 riferimento alla capacità media di un ettaro di produrre risorse e assorbire rifiuti). L impronta ecologica media di un italiano, però, è superiore alla media e pari a 4,2 ettari, quella di un cittadino degli Stati Uniti è addirittura di 9,6, quella di un abitante di uno Stato subsahariano, invece, è inferiore a 1 ettaro. Si noti che il nostro pianeta ha un area produttiva una biocapacità effettivamente disponibile, come si dice in termini tecnici pari solo a 13,6 miliardi di ettari, che corrispondono a 2,1 ettari pro capite. Questo significa che l impronta ecologica del pianeta oggi è superiore alla sua superficie produttiva effettivamente disponibile: come è possibile? Dato che la Terra è una sola, questo significa che stiamo consumando risorse in modo non sostenibile, a un tasso superiore alla capacità di rigenerazione (o assorbimento, nel caso delle emissioni di CO2) del pianeta e ne stiamo intaccando le riserve. È un po come se un fondo fiduciario, invece che utilizzare solo gli interessi sul capitale, consumasse progressivamente il capitale stesso: è chiaro che non potrebbe farlo per sempre. Anche noi, quindi, invece di vivere sugli interessi, stiamo consumando il capitale, il capitale naturale del nostro pianeta. Stiamo quindi impedendo alle future generazioni di disporre delle stesse risorse di cui disponiamo noi oggi, in contrasto con quello che dovrebbe essere uno sviluppo sostenibile. L impronta ecologica è un indice diventato molto popolare grazie alla facilità e immediatezza con cui ci aiuta a quantificare la sostenibilità del nostro modello di vita. Risulta fra l altro estremamente utile per operare analisi comparative del carico ambientale esercitato dalle nazioni come illustrato nel Living Planet Report, una pubblicazione aggiornata ogni due anni e scaricabile anche in italiano dal sito del WWF (www.wwf.it). L impronta ecologica non è tuttavia esente da problemi, di cui è opportuno essere consapevoli. In primo luogo, l EFI non è in grado di considerare il problema della perdita di biodiversità, che pure è legata all erogazione di quei servizi che rendono il nostro pianeta vivibile. Inoltre, non considera gli effetti delle emissioni inquinanti nell ambiente e i relativi impatti sulla salute umana e su quella degli ecosistemi. In terzo luogo, serve solo a valutare quanto è sostenibile l uso che un Paese fa delle proprie risorse, ma non dice nulla se vi si vive bene o male: per esempio, è evidente che una serie di Paesi con impronta ecologica inferiore alla biocapacità disponibile (come la Sierra Leone, il Senegal o il Brasile) non sono esempi di sviluppo sostenibile. L EFI si applica quindi bene nei Paesi industrializzati, ma non è sufficiente a mostrare i miglioramenti della qualità della vita nei Paesi in via di sviluppo. L'ultimo volume del premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz ("Bancarotta. L'economia globale in caduta libera" pubblicato da Einaudi) è estremamente esplicito nei confronti dell'andamento economico che è stato perseguito sino ad ora. Scrive Stiglitz: "Abbiamo creato una società in cui il materialismo predomina sull'impegno morale, in cui la rapida crescita che abbiamo raggiunto non è sostenibile dal punto di vista né ambientale né sociale e in cui la comunità non agisce in maniera concertata per affrontare i problemi comuni, anche perché la spietatezza dell'individualismo e del fondamentalismo di mercato hanno eroso qualsiasi senso di comunità permettendo lo sfruttamento feroce di persone inconsapevoli e vulnerabili e creando sempre maggiori differenze sociali." Stiglitz ammonisce in maniera estremamente chiara: "L'economia si è trasformata, molto di più di quanto gli economisti non vogliano ammettere, da disciplina scientifica a principale portabandiera del capitalismo neoliberista. Per poter riformare la loro economia gli Stati Uniti dovranno fare innanzitutto riformare la scienza economica". E, parlando dell'abnorme crescita del settore finanziario nell'economia globalizzata, scrive: "Ma qui dobbiamo chiederci come mai qualcosa che doveva essere il mezzo per raggiungere un fine sia potuto diventare il nucleo centrale della new economy. Avremmo dovuto capire che le dimensioni sproporzionate del settore finanziario - negli anni prima della crisi circa il 40% dei profitti aziendale proveniva da quel comparto - erano il risultato di qualcosa di molto sbagliato". Queste recenti analisi danno ulteriore forza alla crescita ed alla diffusione dell'economia ecologica che secondo Rober Costanza, presidente dell International Society for Ecological Economics (I.S.E.E): l economia ecologica è un tentativo di superare le frontiere tradizionali per sviluppare una conoscenza 13

14 integrata dei legami tra sistemi ecologici ed economici. Un obiettivo chiave in questa ricerca è quello di sviluppare modelli sostenibili di sviluppo economico, distinti dalla crescita economica che non è sostenibile in un pianeta finito. Un aspetto chiave nello sviluppare modelli sostenibili di sviluppo è il ruolo dei vincoli: vincoli termodinamici, limiti biofisici, limiti di risorse naturali, limiti all assorbimento dell inquinamento, limiti demografici, vincoli imposti dalla carryng capacity del pianeta e, soprattutto, limiti della nostra conoscenza rispetto a ciò che questi limiti sono e come influenzano il sistema. Per carrying capacity, definita dai vincoli biofisici del pianeta, s intende la capacità di portare, di sostenere la popolazione e tutte le altre forme viventi di cui l uomo e la natura hanno bisogno di sopravvivere: questa è la base della sostenibilità Le prime riflessioni in tal senso risalgono agli anni Sessanta dello scorso secolo, grazie all'opera pionieristica del grande matematico ed economista Nicholas Georgescu-Roegen ( ) e di un allievo di Georgescu-Roegen, Herman Daly, oggi internazionalmente riconosciuto come uno dei fondatori dell'economia Ecologica ed uno dei maggiori esperti di sviluppo sostenibile. Ed è poi a partire dagli anni Ottanta che si vanno formando le basi per la nascita di una nuova disciplina che porta nel 1988 alla fondazione dell'international society for ecological economics (ISEE) e al primo congresso mondiale di economia ecologica nel maggio Altri tipi di analisi che fanno riferimento all economia ambientale hanno riguardato più un semplice "aggiustamento" dell'economia neoclassica affinché si tenesse conto delle risorse naturali. In particolar modo si evidenziava l incidenza dei cosiddetti "costi esterni", cioè i costi che la collettività si trova a pagare per non aver preso in considerazione il valore delle risorse naturali e quindi il tentativo di internalizzare" nei conti economici queste esternalità. L'economia ecologica ha invece un approccio più critico e profondo rispetto all'economia tradizionale. Scrive H. Daly: "Ciò che è necessario a questo punto non è un'analisi sempre più raffinata di una visione difettosa, ma una nuova visione. Questo non vuol dire che tutto ciò che è stato costruito sulla base della vecchia visione sia necessariamente da buttare via, ma quando si altera la visione preanalitica è probabile che ne conseguano cambiamenti anche fondamentali. Il mutamento di visione necessario consiste nel rappresentare la macroeconomia come un sottosistema aperto di un ecosistema naturale non illimitato (l'ambiente), anziché come un flusso circolare isolato di valore e scambio astratto, non vincolato da equilibri di massa, entropia ed esauribilità". Le riflessioni e le ricerche dell'economia ecologica, incrociate con quelle di altre discipline, hanno consentito di giungere a definire alcuni principi fondamentali che caratterizzano il concetto di sostenibilità. Tema che riprenderemo in altra parte del programma di economia. Scrivendo sul ruolo di Nicholas Georgescu-Roegen nel porre le basi della bioeconomia, lo studioso Jacques Grinevald scrive nel suo saggio su Georgescu-Roegen apparso nel volume curato da Mauro Bonaiuti "Obiettivo decrescita" (Emi edizioni): "E' fondamentalmente il dogma meccanicistico della società industriale occidentale a rappresentare l'errore fatale, le cui conseguenze tecnologiche ed economiche sono all'origine della crisi che attende l'umanità, lanciata nel vicolo cieco (ecologico e sociale) della crescita illimitata. Ciò che dobbiamo avviare, a livello intellettuale, non è quindi una semplice riforma che sostituirebbe, per esempio, una contabilità energetica alla contabilità monetaria in vigore, ma un capovolgimento radicale della nostra visione del processo economico. Questo allo scopo di integrare il metabolismo globale dell'umanità - con le sue estensioni tecnologiche - nell'ambiente biosferico limitato del pianeta Terra, di una "natura" generata da miliardi di anni di co- evoluzione della vita e della Terra stessa, in una parola della biosfera, di cui la specie umana è momentaneamente l'erede. Anche in ragione alla nostra potenza, ci ritroviamo co-responsabili della sua evoluzione, cioè del destino della Terra". L'economia standard presenta una visione che prescinde dai sistemi ambientali che racchiudono il nostro sottosistema economico. Negli anni Ottanta si vanno formando le basi per la nascita di una nuova disciplina. Nel 1982 Ann-Mari Jansson dell'università di Stoccolma, organizza in Svezia, a Saltsjobaden, un simposio dal titolo "Integrare ecologia ed economia", al quale Robert Costanza ed Herman Daly danno un seguito per avviare la pubblicazione di una rivista ad hoc sull'argomento, per tastare la quale, 14

15 preparano l'edizione di un numero speciale della nota rivista "Ecological Modeling" nel 1987; nell'introduzione a questo numero speciale, Costanza e Daly individuano le necessità' ed una prima agenda di base dell'economia ecologica. Dopo altri due meeting pianificatori tenutisi in Svezia e in Polonia, viene organizzato un nuovo simposio a Barcellona, dal 26 al 29 settembre 1987 dal titolo "Integrating Ecology and Economics" che vede come organizzatore principale il noto economista Juan Martinez-Alier. Dal meeting parte l'idea di avviare una specifica associazione professionale di economia ecologica e la pubblicazione di una rivista scientifica dedicata all'approfondimento di questi temi. Nel 1988 viene così fondata l'international society for ecological economics (ISEE), primo presidente Robert Costanza, che all'inizio ha base presso la Lousiana State University e dal 1989 parte la pubblicazione della rivista "Ecological Economics". Il primo congresso mondiale di economia ecologica ha luogo a Washington nel maggio 1990, seguito da un workshop all' Aspen Institute, cui partecipano 38 studiosi invitati ad hoc e dal quale nasce un volume curato da Bob Costanza "Ecological economics: the science and management of sustainability" pubblicato nel 1991 dalla Columbia University Press. Da allora numerosi sono i convegni e i workshop sul tema, mentre si formano sezioni dell' ISEE in altri paesi e fioccano le ricerche e gli studi relativi all'integrazione delle due discipline (ecologia ed economia) che, di fatto, si intersecano fortemente proprio sul tema della sostenibilità e del concetto di sviluppo sostenibile (vedasi il sito dell'international Society for Ecological Economics ). Si pubblicano libri di testo di economia ecologica e si istituiscono corsi di laurea sulla materia. I problemi ed i principi dell'economia ecologica costituiscono una base fondamentale per la sostenibilità. Le riflessioni e le ricerche dell'economia ecologica, incrociate con quelle di altre discipline, hanno consentito di giungere a definire alcuni principi fondamentali che caratterizzano il concetto di sostenibilità. Herman Daly che ne è stato uno dei principali elaboratori, ricorda quelli che, a suo avviso, sono i principi fondamentali dello sviluppo sostenibile: 1. la scala dell'intervento umano sui sistemi naturali dovrebbe essere limitato ad un livello che rientra nella capacità di carico dei sistemi stessi; 2. il progresso tecnologico per lo sviluppo sostenibile dovrebbe essere basato sull'incremento dell'efficienza dell'uso e non sull'incremento dell'input di materie prime e di energia nel processo economico; 3. i tassi di utilizzo dei sistemi naturali non dovrebbero eccedere i tassi di rigenerazione degli stessi; 4. le emissioni degli scarti non dovrebbero eccedere la capacità assimilativa dei sistemi naturali; 5. le risorse non rinnovabili non dovrebbero essere utilizzate se non ad un tasso tale equivalente alla creazione di sostituti rinnovabili. A questi si sono aggiunti i principi individuati dal gruppo di Karl-Henrik Robèrt che costituiscono la base operativa della Fondazione Natural Step (vedasi : 1. le sostanze estratte dalla litosfera (dalla crosta terrestre) non possono essere sistematicamente accumulate nell'ecosfera; 2. le sostanze prodotte dall'industria umana non possono essere sistematicamente accumulate nell'ecosfera; 3. le condizioni fisiche per la produzione e la diversità nell'ecosfera non devono essere sistematicamente deteriorate; 4. l'utilizzo delle risorse deve essere efficiente e rispettare i bisogni umani. Comincia ormai ad essere evidente un po' a tutti che le nostre società si devono preparare con grande rapidità al cambiamento. 15

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