Fondazione: Carlo Pucci Il più son balle. Ricordo di Elide ed Ernesto Rossi

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1 Apparso originariamente in «Il Ponte» n. 2 del 2000, pp Riproduzione per gentile concessione del Direttore della Rivista, Marcello Rossi, che ringraziamo. Nel 1929 la nonna, con i figli Aida, Ernesto, Clara e Serenella, i mariti di Aida e Clara e noi nipoti, andarono a passare l estate in un villino a Quercianella. Ernesto era rientrato da Parigi in Italia, contando sull inefficienza della polizia italiana e insegnava a Bergamo. La mattina Ernesto si alzava presto e si metteva a leggere in giardino su una sedia a dondolo. Giocava, anche, con i nipotini con estro e allegria infantile. Uno dei giochi che si facevano consisteva nell usuale lancio della palla tra due persone, con la peculiarità, però, che la palla non c era e che si dovevano fare tutti i gesti come se ci fosse; a volte si faceva finta di averla persa, altre di aver fallito e di correrle dietro per riprenderla, il tutto accompagnato da gioia o delusione. Io mi immedesimavo nel gioco con grande divertimento. Quando Ernesto veniva con noi al mare a volte si dedicava alla costruzione di un castello, con l aiuto di noi nipoti che gli portavamo l acqua nei secchielli. Le foto dell epoca ritraggono la felicità e l armonia familiari di quella villeggiatura; dopo pochi mesi vi fu la morte di Serenella e poi l arresto di Ernesto. Nel 1930, con Ernesto in carcere e la figlia minore morta da poco, mia nonna era chiusa nel suo dolore e rimaneva seduta al tavolino per ore, ricamando, cucendo, lavorando a maglia; rammendava anche calzini a dei poveri a cui dava l elemosina. Io avevo allora cinque anni e passavo spesso i pomeriggi con lei, perché mia madre sperava che la mia compagnia l avrebbe distratta dai suoi tristi pensieri. Mi faceva giocare con gomitoli e matasse di lana colorata; mi aveva insegnato a usare l uncinettto e in particolare a fare con la lana dei pon pon, scegliendo io i colori da usare. Se la giornata era bella facevamo una passeggiata, arrivando al greto asciutto di un fiume, sul quale raccoglievo margherite, che al ritorno mettevo in un vaso davanti alla foto di Serenella. Io frequentavo allora la prima elementare e raccontavo alla nonna cosa avevo fatto a scuola. Quando le raccontai di Mosè, che aveva portato i dieci comandamenti, dettatigli dal Signore sul monte Sinai, mia nonna commento: «Mosè, il primo dei preti imbroglioni». Nonostante la tristezza nella quale era immersa, quando si rivolgeva a me il suo sguardo si addolciva e sembrava più serena. In certi casi mia nonna si dimostrava assai dura e insofferente. Vi era un generale che spesso andava a trovarla nella sua passeggiata serale con cagnolino. Avevano abitato vicino un tempo. Lui era un benpensante che cercava di indicare i meriti del governo, lei rispondeva in modo tagliente commentando poi brevemente con me l ipocrisia della borghesia italiana. Ricordava che il generale a Caporetto si era ritirato con la sua auto, mettendo in salvo tutti i bagagli. Mia nonna non perdeva un occasione per manifestare pubblicamente il suo antifascismo. Quando scriveva la lettera settimanale a Ernesto, sulla busta in grande scriveva: «Al detewww.fondazionerossisalvemini.eu 1

2 nuto politico» e andava in tramvai in centro a impostare, tenendo la lettera in evidenza sopra la borsetta, in genere seduta in modo che la busta fosse ben visibile e appariscente. I suoi commenti politici non mancavano quando andava nei negozi a far spesa, se vi erano appigli nelle conversazioni fra il negoziante e gli avventori. Ogni tanto veniva chiamata in questura per essere redarguita. Si è poi saputo che la polizia aveva l ordine di evitare di prendere contro Elide provvedimenti, che avrebbero avuto ripercussioni sulla stampa estera dei paesi dove erano Salvemini, Rosselli e altri conoscenti. Un ricordo di questi colloqui è di mia sorella Fiorella. La nonna, probabilmente per rendere più imbarazzante la situazione per il questore, si recava da lui portando con sé mia sorella, che aveva allora circa sei anno. Fiorella ricordava che al termine di un discorso minaccioso il questore volle aggiungere una nota più umana, di comprensione, per i suoi comportamenti, dovuti all affetto materno e disse: «Anch io ho una madre, ma lei sta a casa a fare la calza». La risposta della nonna fu, come al solito, sprezzante e tagliente. La nonna aveva un grande amore per gli animali. Ha tenuto sempre un gatto o un cane. Per lasciare rientrare il gatto dal giardino lasciava una finestra socchiusa anche d inverno; e così prese la bronchite e ripetute sgridate dalle figlie. Una canina rimase con lei dodici anni, morendo per cancro al fegato per scarsa frugalità. Fece anche figliare la canina, allevando i cuccioli, che penò a sistemare bene, e, anche in questo caso, rovinandosi la salute. Più volte si rivolse all Associazione per la protezione degli animali. Ricordo un suo intervento contro un barrocciaio che bastonava il cavallo perché non ce la faceva a trainare il peso sul Ponte al Pino; lì vi erano cavalli apposta che, a pagamento, potevano essere utilizzati per trasporti troppo pesanti. Anche gli animali avvertivano i sentimenti della nonna nei loro confronti. In Svizzera andava in un parco dove scoiattoli e uccelli si avvicinavano alle persone senza timore. Lei portava delle briciole di pane e gli uccelli andavano a beccare sulle sue mani. Mentre eravamo sfollati in campagna, durante la guerra, si salvò solo un pulcino da una moria generale, che colpì tutti i polli che avevamo. Questo pulcino stava con noi in giardino, aveva una particolare predilezione per la nonna; saliva sul suo tavolo da lavoro, sulla sua spalla e qualche volta si appollaiava sulla sua testa. La nonna, pur avendo un atteggiamento decisamente anticlericale, maturato anche nell infanzia, passata in collegio di monache, credeva in Dio e aveva una sua religiosità. Vi era un prete, don Magri, per il quale lei aveva molta stima e ogni tanto andava a trovarlo per un lungo colloquio. Dopo la morte del sacerdote, la nonna ne conservò sempre la fotografia. La sera a letto recitava una specie di preghiera da lei inventata, nella quale chiedeva di diventare migliore. Aveva anche col Padreterno dei lunghi e tempestosi colloqui, nei quali lo rimproverava dei vari eventi che stavano accadendo, chiedendogli come potesse permettere tante ingiustizie e crudeltà. Scriveva, ogni tanto, di ciò a Ernesto, che illustrò questo tipo di conversazioni con un disegno in una lettera alla madre. La nonna si rivolgeva spesso ai figli morti, Mario, Maria e Serenella, chiedendo il loro aiuto in particolare nei riguardi di Ernesto. Sperava molto nell esistenza di un altro mondo, dove 2

3 poter ritrovare finalmente i suoi figli morti così giovani. Il processo a Riccardo Bauer, Ernesto Rossi e altri di GL iniziò, presso il Tribunale speciale di Roma, il 29 maggio Il giorno prima lo stesso Tribunale aveva condannato a morte Michele Schirru, per progettato attentato a Mussolini. Mia nonna e la futura moglie di Ernesto, Ada, andarono ad assistere al processo. All ingresso del tribunale vi era un folto gruppo di fascisti, che invocava la fucilazione degli imputati. Vi era anche il gruppo degli squadristi fiorentini, la cosiddetta «Disperata», guidata da Tamburini, con il gagliardetto nero, con sopra scritto in bianco «me ne frego». Mia nonna e Ada passarono nel corridoio lasciato libero dalla schiera dei manifestanti; Elide camminava impettita, senza degnare di uno sguardo i manifestanti, come se non esistessero, e quando arrivò davanti al gagliardetto della «Disperata», sempre guardando in alto, si passò la mano sotto la gola, che era il segno usato a Firenze per dire «me ne frego». Ernesto dal carcere inviava lettere alla nonna con saluti per i nipotini. Una volta le dissi di mandargli un disegno fatto da me, sperando che avessi ereditato le capacità grafiche che aveva lui: ne fu completamente deluso. Si entusiasmò, invece, per un tema d italiano da me scritto in terza (o seconda) elementare. Con la scuola ero andato a vedere un film molto patriottico su un episodio che avevo da poco studiato a scuola. Dopo aver fatto una breve esposizione del film commentai con la frase: «Il più son balle», frase che mi fu segnata dal maestro con matita rossa e blu per gli errori di grammatica che conteneva. Ernesto mi scrisse: «Ma a proposito del tuo Il più son balle, voglio ancora insistere perché tu l assuma seriamente come tuo motto, e non potendo scriverlo sullo stemma, o farlo incidere sulla lama della spada, come usava una volta, sarebbe bene che tu lo faccia almeno stampare sulla carta da lettere. Senti come suona bene: Il più son balle» (Lettera, Casa penale di Roma, 1 aprile 1936, «Bubi»). L aveva entusiasmato il fatto che in regime fascista e concordatario un bambino avesse potuto sviluppare un suo infantile spirito critico rispetto alle verità ufficiali. In seguito, in alcune lettere contenenti disegni riguardanti episodi del passato che potevano alludere anche alla situazione italiana del tempo, inseriva di fianco un bambino che diceva: «Il più son balle». Quando Ernesto fu arrestato un giornale di Bergamo pubblicò un articolo intitolato Una carogna al laccio, riferendosi a Ernesto, che allora insegnava all Istituto tecnico di Bergamo. Mia nonna si fece ricevere dal direttore del giornale, spiegando che come madre di Rossi era andata lì per l articolo pubblicato. Il direttore rimase profondamente sconcertato e, quando la nonna aprì la sua borsa, impallidì e cominciò a balbettare temendo che volesse sparargli. In occasione della guerra d Abissinia e delle sanzioni imposte all Italia dalle Nazioni Unite, vari italiani cercavano di avere maggiori informazioni, sia ascoltando radio straniere sia comprando qualche giornale sempre straniero. Gli squadristi fiorentini decisero di dare una lezione a costoro, molti dei quali non impegnati politicamente, ma neppure favorevoli al fascismo. Bastonarono qualcuno, già probabilmente individuato, con i giornali stranieri in mano, e fecero irruzione in alcuni locali pubblici dove la sera, generalmente nel retrobottega, un gruppo 3

4 di persone ascoltava notizie sull Italia, trasmesse da Radio Londra. Un sabato questo avvenne anche nella zona dove abitava la nonna. La domenica, tenendomi per mano, avevo allora dieci anni, passò dal giornalaio per comprare un giornale francese e, con la testata ben visibile, passeggiò su e giù, per tre volte di seguito, davanti al circolo rionale fascista. Erano le undici di una domenica mattina in una zona suburbana, che aveva ancore le caratteristiche del paese. Le persone erano affacciate alle finestre e compresero pienamente il significato della passeggiata della signora Elide. Nel 1937 Ernesto era detenuto nel carcere di Regina Coeli, insieme a Bauer, Foa e altri aderenti a «Giustizia e Libertà». I familiari potevano fargli visita una volta al mese e in questi colloqui si alternavano la madre Elide e la moglie Ada. Nel mesi di giugno del 37 la visita mensile spettava alla madre. Fu deciso, però, che quella volta l avremmo accompagnata mia madre, Clara, e io (era la mia prima visita in carcere allo zio). Il colloquio era fissato per la seconda metà di giugno; il 9 dello stesso mese Carlo e Nello Rosselli furono assassinati in Francia. Il nostro incontro con Ernesto avvenne in una stanza, nella quale erano state disposte due panche: su una sedeva lui, sull altra, di fronte, noi, lateralmente, un poliziotto. Ernesto era estremamente agitato, alternava singhiozzi al ricordo di Carlo e Nello ad affettuose espressioni nei riguardi della sorella, miei e della madre in particolare, come ricorda nella lettera a lei scritta del 2 luglio 1937: «Dopo una bastonata, qual è quella che abbiamo avuto, si ha maggiore desiderio d aver vicine persone che ci sono care, e sei la persona ch io sempre ho avuto più cara al mondo». Alla fine del colloquio Ernesto rimase nella stanza e a noi fu richiesto di uscire dal carcere. Vi era un lungo corridoio che mia nonna percorse senza voltarsi, con passo fermo e deciso. Ricordo il suono ritmato dei suoi passi nel silenzioso lungo corridoio. Mia madre, invece, piangeva, continuando a voltarsi verso il fratello, fermo sulla soglia della stanza in cui ci eravamo visti, e quindi distanziata dalla nonna di circa una ventina di metri. Io ero a metà strada tra l una e l altra, in una posizione corrispondente ai contrastanti sentimenti di attaccamento a mia madre e amore per la nonna e convinzione della giustezza dei suoi comportamenti, sentimenti sviluppatisi in me fin dall infanzia. Uscita dal carcere mia madre seguitava a parlare con voce rotta dalla commozione, mentre la nonna rimase in silenzio fino a quando, arrivati al ponte che attraversa il Tevere, lei aprì la borsetta, vi sputò dentro qualcosa e disse: «Fatto». Ci spiegò poi che Ernesto le aveva passato con il bacio finale una pallina che doveva contenere un messaggio. Il messaggio era scritto con calligrafia minutissima su carta da sigaretta, che Ernesto aveva poi accuratamente appallottolato e ricoperto di cera. Il biglietto fu esaminato in albergo. Su di esso era scritto: «Da pubblicare subito con le nostre firme: Carlo e Nello Rosselli coi loro corpi straziati ancora ripetono: NON MOLLARE. Dalla galera incitiamo a proseguire sulla strada indicata dai nostri morti, unica onoranza degna di loro. Non per vendicare, ma per la Giustizia e la Libertà. R. Bauer, E. Rossi, V. Foa». Questo messaggio non fu mai pubblicato. Scrisse, infatti, Ernesto a Salvemini da Ginevra 4

5 nel marzo del 44: «Vincendo mille difficoltà e correndo molti rischi, riuscii a dare a mamma, durante un colloquio, un messaggio che avevano firmato anche Bauer e Foa, compagni che allora vedevo, da pubblicarsi su GL. Ma ho saputo poi che, per l idiota prudenza di un amico, che temeva di comprometterci troppo, il messaggio non venne recapitato a Parigi». Nella lettera di risposta Salvemini scrisse: «Ricevemmo il vostro messaggio dopo l assassinio di Carlo. Io decisi che non dovesse essere pubblicato. Avevate abbastanza sofferenze perché le aumentassi. Marion lo possiede» (Lettere dall America, ). Ernesto fu liberato dal carcere di Regina Coeli il 30 luglio 1943 e, dopo essere stato riarrestato e liberato nello stesso giorno, arrivò a Firenze la sera del primo agosto, correndo la mattina dopo su, nella casa di campagna, dove era sfollata la nonna. Fu un effettiva corsa per la mezz ora di salita che vi era dalla fermata del tramvai alla casa, tanto che io facevo fatica a stragli dietro, nonostante fossi un diciottenne ben allenato. L incontro di Ernesto con la madre fu commovente. Nella casa avevano trovato sistemazione, per sfollamento, oltre alla nonna, anche le famiglie Ferrero e Pucci, tutti naturalmente abbastanza stipati. Ernesto fu sistemato nel letto accanto a sua madre e io in una brandina in un angolo. La mattina successiva, ai primi albori, fui svegliato da un sussurrio di frasi scambiate fra Ernesto e la madre: ricordi, valutazioni, speranza. Era come una dolce musica in cui si alternavano due strumenti: il sussurrio di Ernesto e quello della madre. Mi era difficile cogliere il significato di tutte le singole frasi, però, a un certo punto, sentii fare il mio nome da Ernesto e la nonna gli disse che ero il nipote di cui aveva più stima, verso cui aveva più affetto e fiducia. Ernesto le disse che forse avrebbe potuto prendermi con lui nel giro che si accingeva a fare in alta Italia, per riprendere i contatti con tutti gli amici antifascisti, con i quali aveva collaborato prima di andare in carcere. Elide osservò che doveva prima chiedere il permesso a mia madre. A quel punto non potei più trattenermi dall interrompere la loro conversazione e dissi: «ma io voglio venire». E così fu. (carlo pucci) 5

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