la cultura dell energia magazine per i clienti edito da c è vita su vega il gigante-chef rapito dal rugby

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1 la cultura dell energia magazine per i clienti edito da interni d artista aldo rota, l eremita globetrotter c è vita su vega il mondo dalla piattaforma petrolifera martin leandro castrogiovanni il gigante-chef rapito dal rugby cronache dall Iit dove rientrano i cervelli

2 editoriale el energia positiva della vita che svolta. La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri piani, diceva John Lennon quando s apprestava a lasciare i Beatles per seguire la sua folle storia d amore con Yoko Ono. A volte, un impetuosa scelta di vita può cambiare radicalmente il proprio destino; infonde nuova energia - fisica, emotiva, culturale -, rigenera e, talvolta, perfino aiuta l umanità. Così la scelta di vita è il fil rouge che attraversa questo numero. C è la scelta di Aldo Rota, membro della buona borghesia lombarda che dopo aver vissuto in ogni parte del mondo ha deciso di dedicarsi totalmente all arte, rinchiudendosi in una sorta di nido d anime. O c è scelta degli operatori di Vega, la piattaforma petrolifera conficcata come una madonnina nel mare di Sicilia; vivono la solitudine di chi è consapevole di essere il più grande rifornitore di petrolio nostrano. O c è la scelta dei piccoli grandi geni dell Istituto Italiano di Tecnologia nascosto su una collina che guarda Genova: in quei laboratori i cervelli italiani non hanno mai smesso di rientrare, e si mescolano con altri cervelli giapponesi, indiani, brasiliani, americani, e rendono lo studio delle nanoscienze una missione planetaria. Quegli scienziati, tra l altro, sono gli unici superprecari d Italia quasi orgogliosi d esserlo. Parlando di scelte di vita, questo numero di Switch incontra anche Martin Leandro Castrogiovanni, il pilone della nostra nazionale di rugby, il più famoso al mondo. Castrogiovanni ha scelto casualmente il rugby, perché per il calcio era troppo grosso e per fare lo chef il tempo libero era più che sufficiente: gli è andata bene. E poi ci siamo infilati nelle strane vite di personaggi illustri o meno illustri che hanno modificato radicalmente la loro esistenza: dall insuperato scienziato all attrice vegetariana, all architetto che progetta e diffonde case fatte sugli alberi, il green innanzitutto. Infine una particolare, quasi felliniana, scelta di vita ce la fornisce lo scrittore Montolli che ci spiazza nel riferirci come una partita di poker in una bisca di periferia possa sconvolgere non una sola, ma varie esistenze l una concatenata all altra. C è sempre un modo per riappropriasi del proprio destino. di Viviana Barozzi Direttore editoriale SWITCH3

3 s 6 Faccia a Faccia TELE-VISIONI di Francesco Specchia 12 Ritratto MARTIN LEANDRO CASTROGIOVANNI di Paolo Ligammari 16 Scelte di Vita BIOGRAFIE NON AUTORIZZATE di Valeria Braghieri 2 Reportage IIT di Paola Caruso 24 Innovazione PHILIPS di Maria Letizia Mariani 32 Racconto LA LEGGE DI PINO di Edoardo Montolli 36 Territori L ISOLA CHE NON C è di Stefano Righi 42 Piccole/Medie Imprese TIMBERLAND di Marco Di Troia Servizi&Offerte EDISON ENERGIA 47 Posta 44 Switch la cultura dell energia Direttore editoriale Viviana Barozzi Direttore responsabile Stefano Amoroso Supervisione editoriale Francesco Specchia Coordinamento di progetto Paolo Contenti Redazione Riccardo Brega (grafica), Marco Di Troia (testi) Progetto grafico Cayenne Hanno collaborato Blozz, Valeria Braghieri, Davide Calvi, Paola Caruso, Paolo Ligamarri, Pier Lodigiani, Edoardo Montolli Stefano Righi Stampa Optima - Via Paullo, 9/A Milano Registrazione al tribunale di Milano sommario 28 Arte INTERNI D ARTISTA di Pier Lodigiani 48 Humour di Blozz Switch è un magazine di cultura dell energia edito da Edison. Per ricevere Switch e per informazioni scrivete a: n 723 del 21/11/26 5 Citazione seneca Nel numero di Switch di Dicembre 211 abbiamo erroneamente parlato di coinvolgimento di Edison nella costruzione dell impianto di trigenerazione della fabbrica di Maranello di Ferrari e nella fornitura dell energia d integrazione per la fabbrica stessa. L impianto è stato realizzato da Fenice. SWITCH39

4 f faccia a faccia Sky oggi è considerata quasi la regina del calcio e non solo; con la sua offerta di programmi, è la scelta per antonomasia nell immensità del panorama televisivo Matthew Ashton/AMA/Corbis Sky, la magia dell altra tivù Era nata in punta di piedi nel 23. Superate le polemiche e i conflitti politici, la televisione di Murdoch è diventata risorsa essenziale nel mercato delle telecomunicazioni italiane. Con l aiuto di soubrette, cantanti e calciatori di Francesco Specchia «Il futuro del calcio a pagamento passerà, per tutti, dalla piattaforma Sky; opereremo in prima persona per i diritti di Champions e i nostri abbonati pagheranno molto meno». Applausi. «Il prezzo totale richiesto sarà inferiore alla somma dei due abbonamenti attuali per tutto il campionato. E basterà un unico decoder con un unica carta; e gli attuali decoder continueranno a funzionare». Applausi e sorrisi: si apre una nuova epoca della tv. SWITCH6 SWITCH7

5 fsembra passato un secolo - invece era solo il 13 maggio 23 - quando Tom Mockridge, allora 47enne australiano, belloccio dal trapezio possente e sorriso da surfista, nella sua veste di amministratore delegato della nuova Sky Italia nata dalla fusione di Tele+ e Stream Tv, inaugurò, con le parole suddette, a Milano, la nuova televisione di Rupert Murdoch. Sembra passato un secolo. Mockridge oggi ha lasciato l Italia per riassettare Sky UK dopo gli scandali inglesi del gruppo News Corp che hanno investito la famiglia Murdoch e i suoi giornali; e a prendere in mano i destini della sede italiana è stato richiamato l ottimo Andrea Zappia, italiano di nascita e formazione, CEO dalle molte ambizioni. Zappia punta su molti atout aziendali in continua crescita. Per il nuovo CEO l innovazione tecnologica e i contenuti sono il punto di forza di Sky Italia, azienda che mira ad essere un vero campione italiano, un azienda che è terra di sviluppo ; lo ha detto egli stesso mentre presentava la sua più recente fiction, Faccia d angelo sulla mafia del Brenta, interpretata da uno straordinario Elio Germano (Elio Germano è sempre straordinario). La sua dichiarazione d intenti, Zappia l ha fatta piazzandosi accanto il suo vicepresident Andrea Scrosati, Nils Hartmann, Direttore produzioni originali Sky Italia, e Roberto Amoroso, Direttore creativo responsabile fiction Sky Italia: una sorta di sacra Trimurti della nuova religione satellitare. Ripetiamo: Sky Italia è cambiata parecchio dai tempi dei suoi pionieri. A quel tempo gli obiettivi della neonata rete murdochiana erano, nel giro di quattro mesi, 1,5 milioni di abbonati. In questi giorni siamo a 5,3 milioni. E Sky si accende ancora nei bar e negli alberghi, negli ospedali e nei più disparati luoghi di ritrovo e di aggregazione illuminati dal tifo, un po come avveniva con Lascia o Raddoppia negli anni 5. Oggi Sky, la prima tv a pagamento, è la scelta per antonomasia nell immensità dell offerta televisiva. E ha cambiato le scelte stesse degli italiani; se non scelte di vita, perlomeno di palinsesto. La tv sul satellite è diventata una realtà consolidata nel nostro paese. Sky, oggi, è sport e cinema; nel calcio è addirittura considerata per capacità tecnica e spettacolarizzazione la regina. Sky ha impresso nell immaginario collettivo immagini assai evocative. Il volto e la gambe di Ilaria D Amico di Sky Sport Show son diventate quasi un topos letterario nella grammatica televisiva. Così come, sempre parlando di sport, sono emersi, prepotenti, dal grande magma dei caratteri catodici la grinta di Gianluca Vialli al cazzeggio con Paolo Rossi e Beppe Bergomi (e poi la seconda generazione di calciatori-commentatori come Marchegiani e Costacurta); le dirette munifiche, raccontate come un romanzo, dalle Olimpiadi; le radiocronache in stile brasiliano chiassoso e catarifrangente di Fabio Caressa. Sky vanta fiction come il metatelevisivo Boris (un telefilm di ironia cristallina ambientato sul set di un finto telefilm) o Romanzo Criminale (serializzazione del film di Michele Placido, oramai un piccolo oggetto di culto che ha dato adito perfino a parodie); e telefilm di massa e di culto, e produzioni di talk show e megashow d intrattenimento da Fiorello (che proprio dalle sue dirette teatrali Sky ha preparato il rilancio sulla tv generalista) fino agli ultimi successi di X Factor e Masterchef. Prodotti, questi ultimi, che hanno realizzato, rispettivamente, la vera rivoluzione nello star system musicale e nella drammatizzazione delle gare tra fornelli: luoghi dove regia e montaggio cinematografico diventano oramai esprit metafisici, autentiche forme d arte. Per non dire dell informazione all news 24 ore su 24, quella di SkyTg24, il tg prima creato e plasmato dalle mani esperte dell ex Mediaset Emilio Carelli. E ora passato in quelle della prima direttrice under 4 di telegiornali italiani, quella Sarah Varetto che lanciò l economia col sorriso nei programmi di Alan Friedman, uno dei primi fondatori di Sky ora tele-visioni SWITCH8 migrato nei mercati asiatici. Nel 23, ad entrare nella sede ipertecnologica fatta di specchi a telai di acciaio invisibile sulla via Salaria, lo spettatore attento avrebbe notato due ambienti differenti, uno recintato da una linea blu e l altro da una linea rossa: limitavano l area di lavoro di due lobbies ben consolidate, due gruppi di lavoro indipendenti fra loro: il tg generalista e la redazione economica. Che davano l esatta sensazione di un doppia anima, quella americana (la linea rossa, dominata da Freidman e dal suo gruppo, appunto) e quella italiana, la linea blu che stava emergendo dall opera di Carelli, l unico direttore di testata in Italia che assunse giornalisti soltanto tramite curricula e soltanto d agosto, col solleone, quando i politici in vacanza non potevano influenzare in nessun modo le decisioni dell editore. Oggi quel groviglio di linee blu e rosse non esiste più. S è trasformato in un unico arabesco di creatività che ha fatto di Sky una vera macchina da guerra. Ha assediato il satellite in regime di quasi monopolio. E la sua gemmazione sul digitale terrestre col canale Cielo trasmesso sulle frequenze di proprietà L Espresso/Repubblica per un momento aveva annunciato un ennesima cruenta battaglia con la rivale di sempre, Mediaset, in La sede Sky Italia a Milano, nel quartiere Santa Giulia Alcuni personaggi de Gli Sgommati, il talk show di Sky Uno che svela vizi e virtù dei protagonisti della società contemporanea SWITCH9 Stefano de Luigi

6 f tele-visioni Grande successo per la versione italiana di Masterchef. Da sinistra Bruno Barbieri, Carlo Cracco e Joe Bastianich, severi giudici della prima serie Nell agosto del 28 contro Sky è stato richiesto l intervento dell Antitrust per pubblicità ingannevole. A dicembre 28 viene confermato l adeguamento al rialzo dell IVA sugli abbonamenti dal 1% al 2%, anche in seguito all interpretazione delle direttive comunitarie che avevano chiesto un imposta uguale per tutte le forme di ricezione televisiva a pagamento. Scatta così una durissima polemica tra la tv satellitare e il premier Berlusconi accusato di favorire le sue tv. Il 2 maggio 211 Sky annuncia la fine del rapporto con Current TV, la rete di Al Gore, penalizzata dai bassi ascolti. La notizia provoca insofferenza in una certa parte dell opinione pubblica al punto tale che l entourage di Sky è costretto a rilasciare posizioni ufficiali sulla questione mai chiarita. Il 2 luglio 211 Sky oscura il canale Mediaset Plus, l unica emittente Mediaset ospitata sulla sua piattaforma, per inadempienze contrattuali. Lo spegnimento dell emittente è avvenuto improvvisamente, senza alcuna comunicazione né da parte di Sky né del gruppo Mediaset. La decisione dell improvvisa cessazione dell emissione della rete è stata presa unilateralmente da Sky in base a gravi inadempimenti contrattuali da parte del Biscione, per non aver inserito nel palinsesto dell emittente alcuni dei programmi di maggior richiamo delle reti analogiche di Cologno Monzese. Il gruppo di Berlusconi ha accusato Sky di averla oscurata dal satellite e, attraverso un comunicato stampa, ha fatto sapere di aver intrapreso un azione legale contro quest ultima per la sospensione improvvisa del canale. Bisticci. Ma il 7 dicembre 211 Sky torna nuovamente ad ospitare un canale di proprietà del gruppo Mediaset, TgCom24. L eterna guerra con la rivale Mediaset pare dunque conclusa con l arrivo del nuovo governo Monti e con la rinuncia del gruppo Murdoch ad accedere al Beauty Contest, la famosa assegnazione delle ultime frequenze digitali. La corsa di Sky Italia continua. I risultati si raggiungono. Sempre l anno scorso, per festeggiare il traguardo dei 5 milioni di abbonati, la tv regala a tutte le scuole pubbliche secondarie di primo grado che ne faranno richiesta, l installazione gratuita di un impianto satellitare e di un decoder My Sky HD, oltre all attivazione di un abbonamento gratuito valido 5 anni ad un pacchetto di canali di news e documentari. E to be continued, direbbero gli americani un terreno la pay tv digitale, appunto - in cui Mediaset la faceva da padrone. Le cifre della tv di Murdoch, a scorrerle, impressionano. Solo nell anno fiscale 211 Sky ha speso in Italia milioni di Euro, il 71% dei suoi investimenti complessivi. Ha 7.69 dipendenti e collaboratori (e un indotto stimato per 16. lavoratori) alle quali si deve aggiungere un indotto intorno alle 15. unità. È un azienda giovane e rosa : le donne rappresentano la metà circa degli assunti e l età media è di 35 anni. Il bilancio 29/21 di Sky Italia s è chiuso con un fatturato 2,74 miliardi di Euro e un risultato operativo di 176 milioni. Sky ha generato ricchezza calcolata da pregiati analisti della Fondazione Rosselli - per 15,9 miliardi di Euro, e non è poco. Conta 19 canali tematici e pay per view, oltre 8 canali audio-tematici e radio digital di cui 37 in alta definizione, ha una share media di 8,3% nella piattaforma negli ultimi 12 mesi. Imperversa, inoltre, sulla banda larga. Altri numeri? Sono 455 i film in anteprima trasmessi solo nel 21, tutti quelli dalla piattaforma; ore di programmi sportivi, media tra le più alte del mondo. Oltre 9 milioni di Euro investiti nel sistema cinematografico, 32. bar e locali pubblici abbonati (come ai tempi di Mike, si diceva) e 226. camere d albergo dotate dell accesso a Sky, 31 gli ospedali pediatrici in cui è stato installato gratuitamente Sky Kids, perché uno slancio benefico ci vuole. Nei primi nove mesi dell esercizio 21/211, Sky ha accelerato su alta definizione e servizio MySky (il congegno usato per vedersi i programmi quando si vuole), conquistando 174. nuovi utenti ma rallentando nei ricavi e nel risultato operativo. Certo, in tutti questi anni c è stato anche, inevitabilmente, qualche problemino. Specie legato alla politica. Per esempio, nell aprile del 28 per protestare contro il mancato faccia a faccia tra Veltroni e Berlusconi (per il quale la piattaforma aveva inviato gli inviti ai 2 candidati, con il secondo che ha rifiutato a causa di una certa interpretazione della par condicio), Sky emette un annuncio a pagamento sui maggiori quotidiani mostrando immagini di duelli avvenuti all estero. Eppure proprio a SkyTg24 si debbono le esclusive su Romano Prodi e la sconfitta elettorale milanese di Letizia Moratti, la quale davanti alle telecamere di Carelli si rovinò con una gaffe sull avversario Pisapia. Andrea Zappia, Amministratore Delegato di Sky Italia Dal 211, X Factor, l evento televisivo e musicale per eccellenza, è passato su Sky. Riconfermati gli storici Morgan e Simona Ventura, con Elio e Arisa EDISON E SKY di Sandra Cragnolini Edison Energia garantisce una fornitura di oltre 5 GWh annui, necessari a soddisfare il fabbisogno energetico di tutte le sedi Sky sul territorio nazionale, a partire dalla nuova sede di Milano Santa Giulia e da quella di Roma. La collaborazione si è ampliata negli anni con lo svolgimento, nel corso del 211, di un audit energetico presso la sede di Milano Santa Giulia, dove è stata condotta un analisi dei consumi energetici, elettrici e termici, al fine di individuare interventi per il risparmio energetico. SWITCH1 SWITCH11

7 rritratto Stephane Reix/For Picture/Corbis il gigante-chef rapito dal rugby Martin Leandro Castrogiovanni è il pilone più noto al mondo. Adorato dagli inglesi, simbolo della nazionale italiana, pluripremiata montagna di muscoli, passa la vita tra la palla ovale e i fornelli del suo ristorante. Sono un guerriero, a star fermo mi sembra di impazzire di Paolo Ligammari Se mi fa piacere essere tanto amato dai tifosi? Certo che sì. Quale sportivo non firmerebbe cambiali in bianco per essere al mio posto? Due anni fa, la fredda Leicester sembrava essersi trasformata in Notting Hill: in giro si vedevano un mucchio di barbe finte e parrucche arruffate. Tutto questo fiorire di travestimenti non aveva nulla a che fare con il celebre carnevale caraibico del quartiere londinese. Era una preghiera e un tributo. Un modo per dire a Martin Leandro Castrogiovanni, il pilone più noto del rugby internazionale (gioca, appunto, nel Leicester, ma è oriundo italiano) che lo amavano alla follia, che ormai era uno di loro e che di lasciare la squadra, malgrado i dubbi dell azzurro sul rinnovo del contratto, non se ne parlava. Se mi fa piacere essere tanto amato dai tifosi? Certo che sì - gongola Castro - Quale sportivo non firmerebbe cambiali in bianco per essere al mio posto? Ma guarda che capelli lunghi e barba da orco non c entrano. Mi adorano per quello che faccio in campo, perché combatto su ogni palla e non mi tiro mai indietro. Il rugby è un po una guerra. E Castro si esalta quando sente l odore della battaglia: in mischia spinge come un dannato, nel gioco aperto placca e carica senza respiro. Un cuore impavido, insomma, incastonato in 12 chili di muscoli. Ma Castrito non è solo fisico, c è anche tanta classe. Nel 28, tanto per inquadrare il personaggio, segnò una meta in ognuna delle prime quattro partite del Sei Nazioni, mentre nel 26, alla prima stagione in Premiership, fu acclamato dall esigente critica anglosassone miglior giocatore del campionato inglese. Un riconoscimento non proprio comune per un pilone, che normalmente, negli 8 minuti di una partita, passa più tempo sdraiato nel fango gelido che sulle proprie gambe. Ma Martin non è un personaggio ordinario. I giornalisti stranieri lo idolatrano: Uhhh, Castrogì-o-vàaani What a player!, sospirano ammirati. Non a caso, quando veste la maglia azzurra, è uno dei più temuti dagli avversari, che lo marcano stretto. Anche troppo, bofonchia. In effetti, a Roma poche settimane fa, nella seconda partita del Sei Nazioni 212, le attenzioni particolari del pacchetto di mischia inglese gli sono costate caro: frattura scomposta di una costola, lesione al muscolo addominale e 3-4 giorni a riposo assoluto. Stop forzato e tanta rabbia da sbollire. Sono un guerriero, a stare fermo mi sembra di impazzire. Per fortuna mi consolo con la mia fidanzata, Giulia (Candiago, ex azzurra dello sci, ndr) e i miei amici. Anche quelli virtuali, visto che su Twitter e Facebook (http://www.facebook.com/pages/ Martin-Castrogiovanni-officialpage/ ) c è un intero popolo, numeroso e variopinto, a seguirlo e incitarlo: italiani, argentini, britannici, australiani e neozelandesi. Sono fantastici, li ringrazio tutti, uno per uno. E pensare che non dovevo neanche fare il rugbista. Certo, con questa stazza no potevo fare il ballerino, ma a Paranà confida - nello stato argentino di Entre Ríos, dove sono nato, mia madre non ne voleva sapere di rugby. Non le piaceva e aveva paura che mi facessi male. A me invece faceva impazzire; il mio mito era un campione argentino, pilone anche lui: Reggiardo, barba e capelli lunghi. Gli ho copiato un po il look. Anche il calcio mi piaceva, ma con sto fisico Allora avevo ripiegato sul basket, giocavo pivot. A un certo punto non ce l ho più fatta e ho spintonato l arbitro mandandolo anche a quel paese Squalificato a vita. Così mia madre non ha avuto più scuse: pur di farmi fare sport mi ha mandato al campo da rugby. Ho cominciato tardi, avevo già 18 anni. Ma ho bruciato le tappe. Insomma, tutto merito di un arbitro zelante. Ora però con i fischietti Martin ha un rapporto migliore. Nel rugby non li puoi neanche avvicinare. Devi accettare ogni decisione senza fiatare. Già, si dice sempre: il rugby non è il calcio. Sì, lo sento ripetere anche troppo spesso. Eppure, a me il calcio piace tanto. Sono tifosissimo dell Inter e guardo sempre le partite in tv. Quando siamo andati in Nuova Zelanda per gli ultimi Mondiali, a settembre e ottobre 211, mi sembrava di impazzire. Più di un mese senza partite! Si dice anche che il rugby insegna valori profondi, al contrario del calcio. Io penso che trasmettere valori sia un privilegio dello sport, di qualsiasi sport. Dipende da te, da come lo fai. Ma io non consiglierei mai a un bambino di andare a giocare a rugby invece che a calcio. Direi semplicemente: fa lo sport che ti piace di più. E divertiti. Sul calcio posso dire solo SWITCH12 SWITCH13

8 castrogiovanni runa cosa: che c è troppa pressione. Un giocatore noto non può neanche uscire con gli amici o la fidanzata a mangiare una pizza. Mi sembra folle. Una volta Pierre Berbizier, ex ct dell Italia e grande mediano di mischia, disse: Ho messo la mia faccia dove la maggior parte delle altre persone non metterebbero neanche la punta di un piede. Giocare in mischia non è una cosa da tutti. Questo è vero. Ogni mischia è una battaglia. Ci sono due tonnellate di carne, sedici giocatori che cozzano gli uni contro gli altri, quasi si vedono le scintille quando c è l impatto. Lì si vede se un uomo ha carattere: sei legato ai tuoi compagni braccia e spalle, gambe e collo e cerchi di prevalere sul tuo avversario. Si creano grandi rivalità, profonde divisioni, ma impari anche a rispettare profondamente i tuoi avversari, ad apprezzare il modo in cui lottano, in cui vengono a stanarti e a rifilarti un bel placcaggio. Ed è anche un modo per procurarsi grandi amici: Nel rugby ci si muove tutti insieme. Impari subito che da solo non vai da nessuna parte. Basta giocare una volta così vicini, faticare così tanto insieme per legarti tutta la vita ai tuoi compagni. Soprattutto quando si è giovani. Mi ricordo di tutti i ragazzi che hanno giocato con me e di quanto ci siamo divertiti insieme, gli allenamenti, le trasferte, le partite E il terzo tempo, ovviamente. Un momento ormai mitico: i rugbisti prima si inseguono e se le danno per tutta la partita e poi ci bevono sopra, magari abbracciati. Ora non esageriamo Certo, è vero che è un bel momento di rilassamento dopo la foga del match. Ma a volte, specialmente con le nazionali, è un momento sin troppo formale: abiti da cerimonia, i discorsi dei capitani, il saluto dei presidenti E tu che hai solo voglia di mangiare e bere una birra. Poi è anche vero che con molti avversari ti conosci talmente bene che ci scherzi su e magari ci vai anche insieme in discoteca. È vero, non tutti i terzi tempi finiscono bene. Per esempio, tra Castro e il cavernicolo francese, Sebastien Chabal, in un locale di Roma è finita quasi a pugni. Una lotta tra giganti, meno male che li hanno divisi. Qualche screzio può capitare, non dico di no. Specialmente se c è qualche birra di mezzo. Ma vi assicuro che quella storia è stata ingigantita: solo un incomprensione, non è successo proprio nulla. Insomma, un banale bisticcio che, visti i mastodontici protagonisti, è finita in prima pagina. Ecco. È andata così. Se siamo amici? No, ma lo conosco bene. In Inghilterra, oltre a essere una celebrità, Castro ha anche messo su l impresa: due ristoranti ( Timo, come la spezia. Ovviamente si mangia italiano ), uno con il capitano della sua squadra, l irlandese Geordan Murphy: Un bravo giocatore e buon amico. Tra i fornelli andiamo più d accordo che in campo. La terra inglese è ormai una seconda casa per il pilone azzurro: Ho fatto una scelta di vita, ormai. In Inghilterra sto benissimo, spero di finire la mia carriera lì e magari di restare a gestire le mie attività. Nel 215, tra l altro, la Coppa del Mondo sbarcherà Oltremanica. Castro avrà 34 anni. Spero davvero di esserci. Per me sarebbe come giocare i Mondiali in casa. Il mio sogno? Una partita con l Italia a Leicester, davanti al mio pubblico. Tiferebbero tutti per me A proposito di tifosi, la mia mamma non ha più paura del rugby. Ora è la mia prima sostenitrice. Anche se. Cosa? Le mischie. Quelle non riesce proprio a guardarle. Quando ci sono di mezzo io si gira dall altra parte. Paolo Ligammari è giornalista sportivo Martin Leandro Castrogiovanni nato a Paranà, stato di Entre Ríos, in Argentina, il 21 ottobre Pilone, con la nazionale italiana ha collezionato 82 presenze. Gioca in Inghilterra, con i Leicester Tigers, dal 26. Nel suo primo anno in Premiership è stato incoronato miglior giocatore del campionato inglese (non capita di frequente a chi gioca in prima linea). SWITCH14 Martin Leonardo Castrogiovanni in posa con il figlio Matteo

9 s Reportage scelte di vita 3 L australiana Crystal Thomas con il suo Double Decker ristrutturato internamente, in cui ha deciso di vivere Daniel Hartley Allen cambiare se stessi per cambiare il mondo Ci sono il nobel immaginifico e i barboni ecologici, c è l attrice vegana e l architetto delle case sugli alberi: ecco il catalogo delle piccole grandi imprese di ogni giorno SWITCH16 di Valeria Braghieri Mollare tutto per non farsi scappare il resto. Una piroetta da trapezisti, ma senza la certezza di avere, sotto, a pochi metri dal livello terra-terra della normalità, la rete di protezione. Quelle che vi raccontiamo sono le vite di persone importanti. Viste da fuori, però. Perché dentro qualcosa spinge, vuole uscire al sole, crogiolarsi al tepore dell azzardo, della sfida. Dentro c è un io che vuol riappropriarsi della maiuscola: Io sono questo, Io sono questa, prendere o lasciare. Non è facile farlo. Le zavorre pesano sui muscoli e sulla coscienza. Ma quando la spina dorsale si piega senza spezzarsi, asseconda l estro, lo accompagna nel moto ascensionale, allora si spicca il volo. E, dopo, non si torna più indietro. Mollare tutto per agguantare saldamente il resto. Si trattasse soltanto del rimettersi in gioco, sarebbe troppo semplice. Basterebbe l avanzamento di carriera, il trasferimento all estero, il riposizionamento sul mercato pedissequo del dare e dell avere. Ma qui si tratta di altro: lo stop and go, la sospensione SWITCH19

10 Any Junk sbiografie non autorizzate Raphael Fellmar ha deciso di provare l esperienza di una vita senza soldi ma in armonia con la terra e la natura. Due dipendenti di Any Junk al lavoro mentre ritirano un frigorifero non più utilizzato che sarà reinserito nel circuito distruttivo attraverso enti di beneficienza o ritirato da creativi o collezionisti del giudizio su ciò che è stato, la messa fra parentesi del fardello pregresso. Fare fagotto come un personaggio delle favole, metterci dentro il minimo indispensabile, legarlo a un bastone, caricarselo in spalla e inoltrarsi in una foresta dove gli alberi sono punti interrogativi, i torrenti gorgogliano lungo i percorsi accidentati delle ipotesi, i frutti da cogliere potrebbero essere trucchi da strega o incanti da fata... Albert Einstein, il quale, è vero, non cambiò poi di molto la propria vita, accontentandosi tuttavia di cambiare il volto dell universo, è il nume tutelare di chiunque tracci una riga sotto la somma dell esistenza, faccia la somma e si ritrovi insoddisfatto del totale. La logica - diceva - vi porta da A a B. Ma l immaginazione vi porterà dappertutto. Troppo facile, detto da un genio. Troppo bello per non provarci, detto da ogni Pinco Pallino. Infatti, il buon Albert aggiungeva: Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare fino a quando arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa. E a volte per reinventarsi con nuove energie non è necessario andare chissà dove. Basta... rovistare nella pattumiera. Raphael Fellmer, 28 anni, e Nieves Palmer, 26, lo fanno da un paio d anni, in Germania, per sentirsi un uomo e una donna migliori. Lui, tedesco, è laureato in Scienze politiche, lei, spagnola, in Psicologia. E la loro piccola Alma Lucia un giorno sarà fiera dei suoi genitori, usciti dalla sfera degli sprechi del mondo borghese ed entrati in quella dei rifiuti. Quattro volte la settimana - spiega Raphael - vado con lo zaino a ispezionare i container della spazzatura, in particolare dei supermercati biologici. Tutto ciò che si vende nei supermercati finisce nella spazzatura: compresi i cosmetici, i saponi, il cioccolato... Poi c è moltissima frutta e verdura e latticini che si possono ancora tranquillamente consumare. Ciò che non serve a noi lo regalo a vicini, amici, persone in difficoltà. L idea è mostrare che non solo si butta una mela ogni tanto, ma che tutto finisce nella spazzatura. Ma come la mettiamo con la gente che li prende per dei normali barboni e con qualche conoscente che si vergogna di loro? Nessun problema. Anzi no, un problema ci sarebbe. Per la legge tedesca salvare il cibo dai container diretti in discarica è un reato: violazione di proprietà. Bisognerebbe cambiare la legge. E infatti. Raphael e Nieves si sono messi a raccogliere firme per questo. Ne servono almeno 5mila affinché si possa esporre la questione al Bundestag, il Parlamento Federale. Vogliamo che sia proibito ai supermercati negare a chi ne fa richiesta la merce che altrimenti verrebbe gettata. Tutto qui. Persino la logica (e senza nemmeno scomodare Einstein, tedesco atipico come Raphael) non avrebbe nulla in contrario. Un altro che ha trovato il modo di farsi accettare grazie ai rifiuti (e di mettersi nel contempo in tasca un bel gruzzoletto che non fa mai male) è il londinese Jason Mohr. Lavorava alla banca d affari Rothschild & Sons. Un posticino bello caldo. Un posticino che però a un certo punto gli è parso freddo, ostile. Ho sempre voluto creare qualcosa di tangibile, qualcosa di cui essere orgoglioso. Chi potrebbe essere felice, limitandosi a spostare virtualmente enormi quantità di soldi?, dice. Così ha acquistato un vecchio magazzino nei pressi dell ex centrale elettrica di Battersea, e l ha stipato di tutto e di più: computer strausati, libri stravecchi, giocattoli, tavoli, divani, armadi, cassapanche e chi più ne ha più ne getti. Come dire, dal trash al pop, biglietto di sola andata. Per non perdere il vizio del capitalista, sebbene fulminato sulla via del risparmio, Mohr ha poi creato una società e l ha chiamata, con un pizzico di autoironia e due pizzichi di marketing, Any Junk, letteralmente Qualsiasi Schifezza. Lo scaltro Jason ritira, facendosi pagare, qualsiasi oggetto destinato alle discariche. Poi redistribuisce il malloppo a istituti di beneficenza, negozi di rigattiere, collezionisti, persino creativi e stilisti affamati di vintage. I pc quasi sempre prendono la strada dei Paesi in via di sviluppo. Agli elettrodomestici provvede ebay con la sua scuderia di furgoni. Il simbolo di Any Junk è un elefante bianco in campo rosso e blu, ormai diventato un logo di culto fra i londinesi. Compresi alcuni vip, calciatori, cantanti e attori che hanno eletto il super emporio di Mohr a loro bottega di riferimento. All alba del Terzo Millennio, insomma, il cambio di vita non comporta più, o non più soltanto, l autoesilio nel Terzo Mondo per dare una mano ai fantasmi che sporadicamente turbano le coscienze del Primo e del Secondo; non ha più la spinta propulsiva della crisi mistica i cui refoli giungono fino al cielo dorato di Hollywood dove brillano le star. Ma non chiamatele scelte di ripiego. A proposito di Hollywood, la soave Natalie Portman ha cambiato vita nel modo più casalingo e anti-glamour possibile: cambiando dieta. Vegetariana dall infanzia, è diventata addirittura vegana dopo aver letto Eating Animals (uscito in Italia con il titolo Se Microcube, il progetto della svedese TreeHotel, che offre camere d albergo sugli alberi, una straordinaria opportunità di vivere la natura senza rinunciare al comfort e al design niente importa ), di Jonathan Safran Foer, il saggio in cui l autore di Ogni cosa è illuminata illumina con i fari dello sdegno gli orrori perpetrati negli allevamenti intensivi e nei macelli. E, fatto trenta, la protagonista di Il cigno nero farà trentuno: produrrà e forse persino dirigerà il documentario omonimo. Che sicuramente andrà di traverso agli inguaribili carnivori. Chi meglio del più animalista dei santi, Francesco d Assisi (uno che ha dato lezioni al mondo intero, quanto a cambiare vita...), potrebbe benedire la sua scelta? Magari con queste parole: Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all improvviso vi sorprenderete a fare l impossibile. L animalismo, del resto, è un classico fra le stelle dello spettacolo, da Brigitte Bardot (la prima a fare outing dicendo chiaramente di preferire le bestie agli umani) in poi. C è poi chi esagera (o no?) e, proprio come molti animali, saluta tutti e va a vivere sugli alberi. Accade sulla Vancouver Island, in Canada, con le Free Spirit Spheres sospese nel vuoto e progettate da Tom Chudleigh. E, sempre in Canada, con la 4Treehouse firmata da Lukasz Kos. Mentre alle Hawaii esistono dei piccoli resort piazzati fra i rami, il modo più naturale per immergersi nella natura. Persino la Svezia si è lasciata conquistare dall architettura arborea: a soli sessanta chilometri dal Circolo Polare Artico è sorto un singolare albergo (con tanto di sauna), il Tree Hotel. Lì non servono le finestre, per affacciarsi sugli incantevoli boschi scandinavi, perché il bosco diventa casa tua. Altri, come l australiana Crystal Thomas, si sono accontentati di un double decker. Acquistato su ebay per pochi soldi un vecchio autobus doppio, non si è nemmeno curata di dargli una sistematina alla carrozzeria, concentrandosi sull interno. Via i sedili e dentro il letto, il comodino, la cucina e i sanitari. Ed ecco una villetta con tutti i comfort. Il suo esempio all insegna del fai da te è stato prontamente seguito, e una cittadella de-motorizzata è rapidamente sorta intorno a lei, ben lieta di fregiarsi del titolo di rottamatrice architetto. Crystal Thomas, come Raphael Fellmer, Nieves Palmer, Jason Mohr, Natalie Portman, San Francesco, Brigitte Bardot, gli inquilini degli alberi. E poi la folle razionalità di chi vuol creare monete alternative all euro, la fantasia di chi, come il Premio Nobel per la Pace del 26, l indiano Muhammad Yunus, ha inventato il microcredito della Grameen Bank... Sono esempi di gente che ha cambiato la propria e l altrui vita. Il loro successo passa in secondo piano. Ciò che conta, nei quadri che hanno dipinto, è la cornice delle idee. Valeria Braghieri è giornalista e critico televisivo SWITCH18

11 rreportage Reportage 3 Riccardo Brega dove rientrano i cervelli Da una collina di Genova svetta l Istituto Italiano di Tecnologia, ci lavorano 11 ricercatori da tutto il mondo trentenni e superprecari. Viaggio nel cuore tachicardico della robotica e delle nanoscienze di Paola Caruso Su una collina affacciata a Genova, un po fuori mano, sorge l Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). E difficile non notarlo dall autostrada. Si tratta di un edificio imponente di 32 mila metri quadrati. Un ex sede di uffici della Finanza sventrata e ricostruita per renderla adatta a ospitare i laboratori di ricerca scientifica. Qui, si lavora su vari fronti, dalle nanotecnologie, alla robotica, dall energia alle neuroscienze, giusto per fare qualche esempio. è stato definito il MIT italiano (Massachusetts Institute of Technology), ma la somiglianza con la struttura di Boston non calza, perché non ospita un accademia per studenti. Se proprio si vuole fare un paragone, si può dire che l IIT si avvicina al Max Planck Institute tedesco, almeno per quanto riguarda il modello organizzativo (oltre alla sede di Genova è composto da una rete di 1 laboratori in locations universitarie e non, su tutto il territorio nazionale). Quando si entra all IIT si rimane colpiti dalla freschezza delle sue persone (compresi i ricercatori dei lab esterni). Entro l anno: 11. Di sicuro, i giovani non mancano. L età media dei ricercatori è sui anni. I dottorandi sono ventenni. I post-doc trentenni e molti team leader non hanno spento le 4 candeline. SWITCH2 SWITCH21

12 r Iit Ingresso dell Istituto Italiano di Tecnologia a Genova Insomma, qui si vedono pochi capelli bianchi. In compenso, si trovano molti capelli lunghi. Le quote rosa sono di tutto rispetto. Infatti, le donne rappresentano il 31% dei camici bianchi. Una buona percentuale di cervelli è costituita da ricercatori italiani richiamati dall estero, come Luca Razzari (36 anni) che si occupa di nanoplasmonica. Razzari è rientrato dal Canada nel 21, lasciando l Istituto nazionale della ricerca scientifica (Inrs-Emt) di Varennes. Prima era stato in Francia come post-doc. Lui parla con entusiasmo del suo attuale posto di lavoro. Volevo tornare nel mio Paese - spiega Razzari - anche se adesso guadagno meno. Lo stipendio non è tanto importante, rispetto alla possibilità di fare il lavoro che ti appassiona. Alla fine, all IIT ho una posizione migliore, ho più libertà nella ricerca e più responsabilità di prima. Gli strumenti e i mezzi sono di altissimo livello e il lavoro è dinamico. Mi piace la struttura gerarchica che c è qui: piana e non verticale. In questo modo ci si muove con più disinvoltura. Certo, il lavoro dà soddisfazione. Se trovi il posto giusto, quello che è nelle tue corde, tutto sembra più bello. Quasi più facile. Ma la scelta di tornare a casa, di sbarcare a Genova, può essere pure influenzata da altri motivi. A volte curiosi. Per esempio, Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, rifiutò un posto in un università prestigiosa per andare al Caltech in California, un ateneo che allora era giovane e non gettonato come Yale o Harvard. Il motivo della sua decisione? Disse: In California ci sono le belle ragazze!. Pensando alla battuta di Feynman, Razzari sorride. E aggiunge: Beh, qui ho ritrovato vecchi amici, perché queste zone le ho frequentate da ragazzo. Inoltre, il clima è straordinario. La nebbia non esiste. Dopo cinque anni di inverni canadesi, caratterizzati da metri e metri di neve, sono contento di stare in posto più caldo. Per capire quanta ricerca ha sfornato l IIT nei suoi cinque anni di attività, basta osservare i numeri: duemila pubblicazioni sulle principali riviste scientifiche internazionali. I termini da sottolineare sono due: principali e internazionali. Che cosa significa? Che la produzione è di ottima qualità. Perché tutti possono pubblicare notizie su scoperte e risultati. Bisogna, poi, vedere se queste notizie hanno un valore, ossia sono importanti per lo sviluppo della scienza. Oppure se al contrario entrano nelle nomination dei premi Ig Nobel (gli anti-nobel). A giudicare dalle copertine conquistate sulle principali riviste internazionali, come Nature, il lavoro made in IIT è di qualità. Molte copertine sono appese a mo di quadro nei corridoi del palazzo e testimoniano i meriti di chi ha pubblicato news interessanti. In più, aggiungono un pizzico di colore al giallino delle pareti. SWITCH22 Un operatore al lavoro nei corridoi dell IIT Riccardo Brega Riccardo Brega Che cosa vuol dire lavorare all IIT? In sostanza, non avere il posto fisso. I contratti sono a termine per garantire il turn-over. Remo Proietti, 39 anni, team leader nel settore di nanostrutture con un passato di ricercatore in Cina e Giappone, mi parla di questo argomento. La nostra ricerca è stimolante e cerchiamo di dare il massimo - afferma Proietti -. Abbiamo strumenti all avanguardia e possiamo lavorare a tutte le ore: perché non ci chiudono il riscaldamento alle 5 del pomeriggio. Ma siamo consapevoli di avere la valigia in mano, perché quando scade il contratto devi trovare un altra sistemazione: è uno stimolo a fare sempre meglio. In laboratorio si respira un clima di allegria. Ironia, battutine e ogni tanto un piccolo scherzo, sollevano il morale. Certo, nel Belpaese sei considerato un tipo strano, se a 38 anni hai ancora un contratto atipico. Invece, qui è normale.. La conferma che l ambiente scientifico è di respiro internazionale si ha prendendo in cosiderazione il numero di stranieri. Un ricercatore su cinque non parla italiano, o lo sta imparando. Tra chi ha preferito emigrare in Italia c è Hanako Tsushima, 32 anni, esperta in meccanismi molecolari in campo neurologico. Lei è arrivata 1 anni fa. Prima ha studiato all University College London (UCL) e subito dopo ha completato il dottorando all Istituito Europeo di Oncologia. Desideravo cambiare campo di ricerca - precisa Tsushima - e all IIT ho trovato un progetto interessante sui meccanismi molecolari che volevo approfondire. La città mi piace: c è il mare. Inoltre, la gente di Genova, grazie al porto è come quella di Singapore: è abituata a entrare in contatto con gli stranieri ed è gentile. Mi accorgo che c è curiosità intorno a me, ma non in maniera negativa o cattiva. Le piace il suo posto? Lavoro in un open space insieme a 25-3 persone - chiarisce la ricercatrice - e l ambiente è amichevole. Durante il giorno sono concentrata sui miei compiti e la sera esco con i colleghi. Le menti dell IIT hanno voglia di fare. Tutti sono pronti a dimostrare di essere in gamba. Di meritare fiducia e sovvenzioni. Mi capita di lavorare ore al giorno - dichiara Paolo Medini, 37 anni, team leader jr nel settore neuroscienze -, la sera dopo cena, quando i bimbi sono a letto, e nel weekend. Tutto questo perché vogliamo dimostrare di essere bravi. In fondo, abbiamo iniziato da pochi anni e sentiamo di avere l onere della prova, per documentare che meritiamo i finanziamenti. In breve, avvertiamo la necessità di fare in fretta. Una cosa positiva? Il fatto che la ricerca non è organizzata per scatole chiuse. Qui, hai la possibilità di attingere a un melting pot di competenze che collaborano tutte tra loro, per sviluppare un filone di sperimentazione innovativo. Medini è a Genova da tre anni e sta assistendo allo sviluppo del centro di ricerca. Sa che a dare un voto ai suoi lavori sarà un comitato scientifico esterno, una cosa non tanto frequente in Italia. Dalla valutazione dipenderà la busta paga, perché il 2% dello stipendio di tutti i ricercatori è legato ai risultati. Le regole sono queste. Senza eccezioni. Paola Caruso è giornalista scientifica - IIT - ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA L istituto Italiano di Tecnologia è una Fondazione di diritto privato istituita congiuntamente dal Ministero dell Istruzione, dell Università e della Ricerca e dal Ministero dell Economia e delle Finanze, con l obiettivo di promuovere l eccellenza nella ricerca di base e in quella applicata e di favorire lo sviluppo del sistema economico nazionale. Il consiglio di amministrazione è composto da: Gianfelice Rocca (presidente), Roger Abravanel, Particolare di una Il cippato è la biomassa legnosa più utilizzata; gamba di un robot viene prodotto da legno vergine, pannelli truciolati realizzato all IIT e scarti da imballaggio o dalle lavorazioni del legno Alberto Alesina, Fulvio Conti, Sergio Dompé, Pierre J. Magistretti, Giorgio Margaritondo, Konrad Osterwalder, Alessandro Ovi, Remo Pertica, Giuseppe Recchi, Fabrizio Saccomanni, Giuseppe Vita (membro onorario), Rodolfo Zich. Gli ambiti di ricerca riguardano campi della scienza dall elevato contenuto innovativo, che rappresentano le frontiere più avanzate della tecnologia moderna, con ampie possibilità applicative in molteplici settori dalla medicina all industria, dall informatica alla robotica, alle scienze della vita, alle nanobiotecnologie. SWITCH25 Max Blain / shutterstock Riccardo Brega

13 i innovazioni IL MESTIERE DELLA LUCE Accordi con i comuni virtuosi, negozi da far brillare, lampade che rasserenano i dipendenti: per l azienda l innovazione migliora la vita di Maria Letizia Mariani Se dovessi raccontare Philips in una sola frase direi che siamo un azienda globale, che opera in tre settori diversi (Consumer Lifestyle, Healtcare, Lighting) uniti da un unica, forte, visione: migliorare la vita delle persone attraverso l introduzione di innovazioni significative. Lavoriamo ogni giorno per migliorare la salute e il benessere delle persone, con un attenzione che si estende oltre l individuo e riflette il nostro impegno verso la sostenibilità della comunità, della società e del mondo in cui viviamo. Parlare di innovazioni significative vuol dire concentrarsi sull innovazione tecnologica, elemento chiave di differenziazione alimentato da investimenti in Ricerca e Sviluppo che superano il 7% del nostro fatturato. E guardando costantemente ai bisogni delle persone rendiamo significative, appunto, tali innovazioni, attuabili grazie alla tecnologia e introdotte sul mercato dove e quando serve, generando, così, nuove esperienze, nuovi design, nuovi modelli di business. Anche Il mondo dell illuminazione sta cambiando profondamente, spinto da una rivoluzione tecnologica inarrestabile. è un mondo che sta affrontando la trasformazione da analogico a digitale, aprendo infinite possibilità all uso della luce. La luce tocca tutti noi, in ogni momento della nostra vita e riguarda temi fondamentali e variegati come la sostenibilità, le emozioni, il design, la valorizzazione del patrimonio artistico, il risparmio energetico, la salute, il benessere, la sicurezza La luce accompagna le nostre vite e può aiutarci a vivere meglio: la luce influenza l umore, la produttività, i nostri stati d animo, il nostro benessere. Se ci fermiamo a riflettere su alcuni dei maggiori trend attuali, ci rendiamo conto di quanto fortemente possiamo, attraverso le soluzioni di illuminazione, generare impatti positivi. Pensiamo ad esempio alla maggior coscienza ambientale che si va affermando: circa 1/5 dell energia consumata è destinata all illuminazione. Questo dimostra quanto sia importante affrontare le modalità di consumo dell energia elettrica in modo nuovo ed efficiente. Contemporaneamente sta aumentando in modo significativo il livello di urbanizzazione: si prevede che nel 25 circa il 75% della popolazione mondiale sarà residente in un contesto urbano. L attività di progettazione e costruzione sarà la vera sfida delle città del futuro. Allo stesso tempo i nostri stili di vita stanno cambiando: spinti dall attuale clima economico globale, tendiamo a spendere più tempo in casa e puntiamo sempre più a costruire ambienti accoglienti e nei quali identificarci. La luce ricopre un ruolo decisivo nell influenza dello stato d animo e dell atmosfera che desideriamo creare. Partendo da queste considerazioni, i nostri centri di Ricerca e Sviluppo concentrano la propria attività su questi ed altri macro-elementi, realizzando soluzioni innovative che offrono risposte adeguate a soddisfare i bisogni delle persone. Tra queste, è indubbio che il LED sia il più rivoluzionario dei cambiamenti che l industria dell illuminazione abbia mai affrontato, dopo l invenzione della lampadina. Questa tecnologia sta radicalmente trasformando la natura dell illuminazione, aprendo nuovi scenari ed infinite opportunità per migliorare la vita delle persone all insegna dell efficienza energetica, contribuendo parallelamente alla salvaguardia dell ambiente grazie alla riduzione delle emissioni in atmosfera di CO 2. Non si tratta solo di lampadine o di singoli componenti. Parliamo di soluzioni e servizi di illuminazione integrati, sostenibili e convenienti. È questo che in Philips crediamo sia il vero elemento di trasformazione e di vantaggio per i nostri clienti, fin dalla nascita dell azienda, 121 anni fa, proprio nell illuminazione. Facendo tesoro della nostra storia e dell esperienza maturata e concentrandoci sulle nuove possibilità che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, lavoriamo in partnership con i nostri clienti per trasformare le loro idee e le loro esigenze in applicazioni reali, che consentano di migliorare le esperienze attraverso un uso nuovo e dinamico della luce, adatto ad ogni singolo evento, situazione o necessità. È questo il principio che ispira il nostro approccio ai diversi segmenti di applicazione e di mercato: accade quando studiamo con i sindaci le migliori soluzioni di illuminazione per esterni finalizzate all abbellimento di un monumento o alla maggior sicurezza di un quartiere, o quando un cliente ci chiede di incrementare il business del suo punto vendita attraverso un esperienza d acquisto guidata dalla luce. Ma anche quando, grazie alla luce, contribuiamo a migliorare l ambiente di lavoro attraverso lo studio, in team con esperti, dell impatto che la luce ha sull umore e la produttività, o a intensificare i momenti di svago ed emozione del tempo libero, durante concerti, festival o eventi sportivi; e perfino al corretto utilizzo della luce nei siti produttivi per garantire il più alto livello di sicurezza degli impianti per i lavoratori. Perchè l impatto che la luce ha sulla nostra vita è molto più importante di ciò che percepiamo consciamente. La luce influenza il nostro umore, i cicli di veglia e sonno, stimola l attenzione, migliora la produttività, energizza o rilassa. E le attuali tecnologie consentono di modulare la luce come meglio si desidera, in tutti gli ambienti interni ed esterni, ponendo sempre il massimo livello di attenzione e di rispetto per l ambiente. La partnership con Philips, oggi più che mai, consente di vivere da protagonisti questo incredibile cambiamento. Perchè crediamo che fiducia, brillanti idee, apertura e collaborazione ci permetteranno di migliorare il mondo. Maria Letizia Mariani è General Manager Professional Lighting Solutions Philips Italy, Israel & Greece Timberland SWITCH24 SWITCH25

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15 a Reportage arte 3 Riccardo Brega Aldo Rota passeggia nel giardino della sua casa con i due Jack Russell rota, l arte dell eremita globetrotter Dai monasteri pavesi all India, dalla rivoluzione di New York a quella di Mosca: si racconta il pittore che insegue i suoi sogni attorno al mondo di Pier Lodigiani Incontrare un artista di fama internazionale come Aldo Rota per raccontarlo non è uno scherzo. Primo perché la sua resistenza a parlare di se è nota almeno quanto la sua arte. In secondo luogo perché è un artista, come detto prima, di fama internazionale. E un certo genere di artisti è per definizione difficile. Sono personaggi spesso bizzosi, in cui il loro genio è direttamente proporzionale ad una certa volubilità. Sul primo punto ci siamo. Aldo Rota rifugge in maniera esplicita e diretta a quel galateo di mondanità e pubbliche relazioni che ormai scandisce la vita degli artisti come quelle delle rockstar. Proprio per questo è più facile tracciare un ritratto di Aldo Rota partendo proprio dagli antipodi dell eccesso. Si presenta all appuntamento puntuale come un orologio svizzero, elegante e di una sobrietà quasi severa. Ed eccoci faccia a faccia. Dietro ogni singolo sguardo, ogni singola parola, emerge chiaramente un primo dato di fatto. Aldo Rota non produce arte. Aldo Rota è la sua arte. Ormai gli artisti si limitano a concettualizzare dice poi la realizzazione dell opera viene affidata ad altri. Non io. Io non permetto neppure al mio assistente di mettere piede nello studio dove opero. Ogni quadro vede impegnato me e solo me dall idea originaria al momento della consegna. Qui il discorso potrebbe anche chiudersi. Se non fosse per il fatto che dietro la sua arte c è una storia che merita di essere raccontata. Quella di un ragazzo settantenne, da sempre in viaggio e in continua indagine di se stesso, quella di un artista in solitario la cui produzione è espressione diretta della sua più intima dimensione. Il mercato, ammesso che gli interessi, viene dopo. Molto dopo. E sembra essergli molto laterale. Ma andiamo con ordine. Dopo un adolescenza trascorsa a Milano, Aldo Rota, allora 25enne, SWITCH28 SWITCH29

16 d interni d artista Particolare di un opera privata dell artista si trasferisce in Portogallo. Da subito e da lì comincia a dipingere. Ma senza esporre, ci tiene ad affermare. Già allora ero avulso alla mondanità, alla vita notturna e agli eccessi di una certa iconografia dell artista. Ben più di una semplice riluttanza. Un autentica scelta di vita. Tanto che nel 198 Aldo Rota si trasferisce nel monastero primario della Certosa di Pavia dove rimarrà per 24 anni. Lontano dalle cogenti convenzioni dell ambiente metropolitano. Libero di vivere da solo e pienamente con la propria arte. Ma attenzione. Non si tratta di un ritiro. Da lì Rota comincia o - per meglio dire continua il suo viaggio intorno al mondo. Australia, Giappone, Indonesia, Vietnam e Timor. Già negli anni 7 era stato a New York, San Francisco e nel New Mexico, aveva respirato l aria delle grandi rivolte sociali e si era nutrito delle suggestioni delle rivolte stesse. Ma è stata una rivoluzione sfociata nel nulla - afferma lapidario Rota. Sicuramente, leggendo fra le parole, leggere e assertive al tempo stesso, non è il caso di disquisire sugli influssi dei fervori a stelle e strisce che non hanno cambiato un bel niente. Ancora una volta la sua dimensione è da un altra parte. La trova nel 1988 in India, dove per due anni studia il modo in cui lì viene dato corpo al colore. Ma soprattutto, in India Aldo Rota incontra la sua dimensione spirituale. Passa alcuni periodi per diversi anni nell Ashram di Babaji dove abbraccia l induismo che pratica ancora adesso e che ha definito come proprio percorso spirituale. Babaji, che ora ha lasciato il suo corpo, per me ha significato molto. Ha significato grande consapevolezza. Ma quello che colpisce di Aldo Rota, è che la narrazione della sua vita, dell artista che confluisce nell uomo e viceversa, non ha nessuna pretesa di straordinarietà. La Certosa di Pavia, l ashram indiano, così come la sua attuale casa, hanno più o meno la stessa valenza. Sono i luoghi di una personalissima ascesi, i templi di quella solitudine che sembra così necessaria e imprescindibile per un uomo che ha scelto come principale antenna di comunicazione con il mondo l arte. La sua arte. E così Aldo Rota, ogni mattina, si sveglia alle 5:3, dialoga con i suoi cani (due Jack Russell che, ci tiene a precisare, SWITCH3 ha adottato prima che diventassero animali da compagnia per le signore bene ) e poi alle 6:3 comincia le sue pratiche spirituali. Alle 8: fa colazione e poi si mette all opera. Interrompendosi verso le 12: per un pasto vegetariano consumato in casa o in un osteria a Fallavecchia (Morimondo), circondato da imbianchini e carpentieri che, ignari di chi hanno di fronte, gli chiedono: Ma tu quanto fai pagare al metro?. Poi di nuovo lavoro, cena e alle 22: a letto. E un costante impegno nel vivere una vita in armonia con l ambiente e la natura. Televisione e Internet? Pochissimo e il minimo indispensabile. I social network? Non ci penso nemmeno. Così da sempre, così ogni giorno. In questa casa-rifugio di impianto ottocentesco esterno, ma estremamente contemporanea nello studio degli interni in cui non accoglie chi si presenta senza essersi preannunciato telefonicamente. Una casa che è estensione della sua stessa personalità. Una casa da cui si muove, molto spesso, per andare in Russia. Non a San Pietroburgo, una città da lui considerata talmente straordinaria da non lasciare spazio ad ulteriore creatività. Va a Mosca. Una città dissacrante perché in continua trasformazione e fermento, dove si ritrova, in un quartiere di artisti lungo la Moscova, la stessa energia della New York degli anni 6. è un posto traboccante di giovani che fanno un ottimo lavoro, un quartiere che fa venire voglia di fare. A questo punto non resta che parlare dell artista. O per meglio dire dell opera artistica di Aldo Rota. D altra parte siamo circondati dai suoi quadri, così materici, con cromatismi talmente vivi che sembrano premere contro la tela per esplodere come vulcani e dilagare sul severo biancore delle pareti che li ospitano. Lui si limita a dire che lì c è tutto il suo furore, la sua energia. Anche in questo caso Aldo Rota prende distanza. E con quell atteggiamento iconoclasta a cui ci ha abituati, dice che l arte è nell umanità, che a suo tempo è disegnata a misura d arte. L arte, la sua arte, pertanto parla con il linguaggio delle opere, e solo dopo che le opere hanno parlato si possono, se necessario, spiegare. Di fronte a un affermazione del genere non si può andare oltre. E quindi torniamo all uomo, o Stazione geotermica in Islanda Laurence Gough / shutterstock Riccardo Brega Riccardo Brega Interno della casa dell artista meglio al ragazzo, Aldo Rota. Ci dice che crede nell aldilà e che sarà bellissimo. Ci parla di una Milano che sta cambiando e che spera torni a investire nella cultura (e non solo sulla moda). Ci dice anche che il mondo cambierà e che sarà un mondo migliore, che i giovani vedranno cose che non riusciamo neppure a sognare, che vedranno un bel mondo. Non sono le parole dell ennesimo profeta del terzo millennio. Sono le speranze di un ragazzo di settant anni che crede ostinatamente nei suoi sogni, e che grazie a ciò riesce a vedere il mondo oltre il mondo finito. Difficile non dargli credito. VISIONI IN MOSTRA Da sabato 24 marzo 212 a domenica 29 aprile, il Palazzo della Ragione di Mantova, ospiterà una grande mostra antologica dell artista ALDO ROTA. Sensazioni Tattili è il nome che è stato appositamente pensato per dare, sin dal titolo, il valore espressivo e concreto a questa importante exhibition dell artista ove le opere si concretizzano al punto che il desiderio primario di chi la visiterà sarà quello di toccare, in senso metaforico, le opere. La Mostra che è stata realizzata grazie al contributo offerto dal Museo di Arte Moderna di Mosca, nella persona del Presidente del suo Consiglio di Amministrazione, Umar A. Dzhabrailov, avrà al suo interno ben 65 opere di grandi e piccole dimensioni che molto bene esprimono il carattere dell artista e che abbracciano tutta la sua produzione storica.

17 rracconto L ETERNA JELLA DEL PINO DIETRO AL MIO POKER DI RE Partite a carte stregate in un bar di paese tra gemelli inquietanti e amori di seconda mano: la strana storia di uno scrittore che sceglie la bisca come paradiso Si dice che Pico della Mirandola conoscesse l intero scibile a memoria. Gli servì a concludere che l uomo è artefice del proprio destino. Si può essere più o meno d accordo. E più o meno d accordo lo ero anch io. Poi incontrai Pino, uno che aveva studiato molto meno. Ma che costituiva la dimostrazione vivente e scientifica che la verità sta esattamente all opposto: nessun uomo è MAI artefice del proprio destino, che viene deciso sempre da altre persone. Attenzione: non altre persone che ce l hanno con noi o che ci amano, no. Si tratta di persone che nemmeno sanno della nostra esistenza. In sostanza voglio farvi capire che il nostro destino è deciso ESCLUSIVAMENTE da sconosciuti. Certo, può sembrare una tesi ardita, che implica forti ripercussioni sul libero arbitrio. E lo sembrava anche a me. Fino a che, una notte di quindici anni fa, nel mezzo di una partita di poker, non mi trovai in mano quattro Re. di Edoardo Montolli IL SONNANBULO Non voglio annoiarvi con teorie da quattro soldi. Mi limiterò a raccontarvi questa storia dall inizio. Premetto che si tratta di una storia maledettamente inquietante. Quindi, vedete voi se proseguire. Il bar dove mi ritrovavo da ragazzino potremmo definirlo una specie di paese dei balocchi, perché si giocava sempre. Ma per essere più precisi diremo subito che era una bisca. Ci viveva una tribù eterogenea di truffatori, ladri, avvocati, operai, studenti. Io e gli amici del paese. Tra questi c era Artemio. Artemio soffriva di una stranissima forma di epilessia che si manifestava sotto forma di vuoti attivi. Sostanzialmente capitava che, nel bel mezzo di una partita di poker, all improvviso prendesse a fissare il vuoto. Poi metteva giù le carte. E cominciava a girare nel bar in cui era cresciuto come fosse un luogo mai visto, domandandosi dove fosse il bagno. Altre volte lasciava il tavolo e si sedeva sul bancone dei caffè, dondolando le gambe e guardando il nulla. Non appena le crisi finivano, tornava a sedersi: «Allora, a chi tocca?» I vuoti lo colpivano ovunque. Ma siccome era timido, si vergognava a parlarne con quelli che dovevano rinnovargli la patente. Sicché ogni tanto tirava dritto agli Stop e andava contro un muro. Aveva già spaccato sei macchine, ma era sempre riuscito a cavarsela. Una sera, durante la solita crisi, Artemio lasciò le carte. Passeggiò nella sala, si lucidò le scarpe con la Gazzetta dello Sport. Andò al bancone. E fissò il registratore di cassa. Un tipo brizzolato gli offrì un caffè. Ma lui non lo filò e uscì. «Artemio urlò il barista -, ma dove cazzo vai?!?» Il brizzolato bevve. E se ne andò. «Chi è quel tipo?» chiesi al barista. «Si chiama Pino. È il fidanzato della tabaccaia, quella che ha la ricevitoria». «Ah, non la conosco». Passò un minuto. E Artemio rientrò, come se nulla fosse successo: «Allora, a chi tocca?» IL GEMELLO A poker giocavano pure due gemelli, perfettamente identici. Per questa ragione nessuno di noi li chiamava per nome. Ognuno di loro, per tutti, era il Gemello. I gemelli non brillavano per voglia di fare. E siccome avevano una sola macchina in due, avevano preso anche una sola patente, che si scambiavano a seconda di chi doveva usarla. Chi dei due l avesse conseguita resta un mistero. Qualche tempo dopo Artemio non venne in bisca, perché era andato a sbattere contro un albero. E i vigili stavolta gli avevano tolto la patente. «Meno male - fece un Gemello -, vorrei proprio vedere in faccia chi gliel aveva data». «E a te?» «A me?!?» «Sì, a te chi te l ha data la patente?» «Che c entra. A me l ha data mio fratello. La sua faccia la conosco benissimo». «Già». Mancandoci però il quarto per il poker, il brizzolato si propose di prendere il posto di Artemio. «Piacere, Pino». Si presentò come un distinto uomo di mezza età dai modi garbati, una grappetta sempre in mano, una giacca e cravatta grigio scuro. Al tavolo sedemmo io, lui, il Gemello e Cavallo. UN UOMO CHIAMATO CAVALLO L uomo chiamato Cavallo non era bello, anzi. Raramente si potevano incontrare uomini tanto brutti. Ma non era una bruttezza malata o sfregiata dagli eventi, no. Era una bruttezza sana, da esposizione, concessagli con generosità dalla natura. Che a lui piaceva assecondare. Vestiva così, estate e inverno, con un piumino blu tenuto insieme con lo scotch, scarpe da tennis bucate. E in bocca aveva ormai solo 14 denti smangiati dal fumo. Ma le donne non gli mancavano. Le recuperava tra gli annunci d amore di Secondamano, rimediando ovviamente vecchie, racchie e grassone. Ma tant è. Non starò a sottolineare perché l uomo venisse chiamato Cavallo, basterà sapere che queste donne con lui improvvisamente rifiorivano, cascate in una seconda, vigorosa, giovinezza. Ma a lui tutto ciò non interessava. Cercava l amore eterno. Qualche giorno più tardi mi mostrò un annuncio: «Questa c ha solo 3 anni. Mi sa che mi sto innamorando. Mi ha detto che vuole rivedermi». «Bene! - esclamai - E quando?» «Appena la rilasciano». «In che senso?!?» Fece spallucce: «Ma niente». L aveva rimediata in un reparto psichiatrico. SWITCH32 6 SWITCH33

18 la legge di pino rla FILOSOFIA DEL POKER Cercate ora di seguirmi. Il poker sfugge a qualsiasi calcolo statistico. Non è questione di bravura nè di soldi. E obbedisce a due sole impalpabili leggi: i periodi e la fortuna. Ci sono periodi fortunati in cui vinci sempre anche se non sei bravo e non hai tanti soldi. E ci sono periodi sfortunati in cui perdi sempre anche se sei bravo e hai tanti soldi. La differenza tra i vincenti e i perdenti sta nella diversa frequenza dei periodi fortunati. So che ci stiamo avventurando nel magmatico sentiero della scaramanzia, ma in effetti è proprio lì che si deve approdare. Perché è infatti lì che il pokerista cerca la codifica della parola fortuna. Per farlo annusa il profumo di un mazzo nuovo come se fosse una donna. E lo tratta come tale. Accarezza la carta, seducente ma capricciosa. Non la sfida, ma la coccola e si fa cullare, sapendo bene che gli può voltare le spalle quando vuole, come se accusasse un mal di testa in un letto d amore. Un perenne corteggiamento è il segreto di ogni vincente. E io, che ci sono cresciuto, avevo fatto mie queste norme. Ci si può credere o meno, non è importante. È importante che un giorno nella mia vita entrò Pino. SEI MESI DOPO Quando si sedeva con noi per un poker, Pino aveva alti e bassi, come tanti. Il problema nasceva quando il tavolo era già fatto. E lui, come facevano altri, si sedeva a guardare alle spalle. Era allora che accadevano fatti che prima non mi erano mai successi. Qualsiasi fosse il mio periodo fortunato e qualsiasi cifra vincessi, non appena Pino veniva a fare da spettatore, incombendo come un corvo nero, le cose cambiavano: in capo a due ore, perdevo tutto. Quella sera Cavallo stava imprecando perché, dopo una lite, la pazza della psichiatria lo aveva denunciato. «E ora si agitava, mi serve un avvocato». Ma la mia partita si era messa bene. Poi, arrivò Pino. E ricominciai sistematicamente a perdere: avevo una scala e trovavo un full, avevo un full e trovavo un colore, avevo un colore e trovavo un poker. Era come se le carte si trasformassero. La cosa iniziò a rendermi nervoso. Ma mi sembrava brutto farglielo notare bruscamente davanti a tutti. E così, con il massimo garbo possibile e pesando bene le parole, usai tutto il tatto di cui disponevo: «Pino?» «Sì?» «Ti posso dire una cosa senza alcuna offesa, per carità?» «Certo». «Tu mi porti una sfiga della madonna. Perché non ti alzi e non ti levi dai coglioni?» Pino abbozzò. Ma da allora si fece trovare lì tutti i giorni. Perdevo come un rubinetto aperto. QUATTRO RE Non è che potessi litigarci sulla base della scaramanzia, come se fossi un ragazzino che non sa accettare la sconfitta. E poi, per essere chiari e non fare confusione, quando non si giocava Pino era di grande compagnia. E anche quando incombeva alle mie spalle all improvviso, lo faceva quasi distrattamente. Restando lì giusto un minuto, con la scusa di dare un occhiata alla tv dietro al tavolo. Ma lui sapeva che era sufficiente: affondavo inesorabilmente. Cercai dunque l unico rimedio possibile: esorcizzarlo. Pubblicamente non lo chiamai più Pino, ma, con estremo rispetto per carità, L Anticristo. Sapevo che alla lunga il nuovo nome lo avrebbe logorato, facendolo desistere dall appollaiarsi alle mie spalle. Era un duello silenzioso. Nel senso che, se per un po non si faceva vedere nella sala carte, tornavo a chiamarlo Pino. Lui capì. Non si presentò più durante le partite. E i miei periodi fortunati tornarono. Finchè tutto precipitò, in una fredda sera di febbraio. Stavo vincendo di brutto. Un Gemello arrivò al bar e chiese di giocare. «È tardi. Tavolo chiuso» risposi. «È che sono rimasto senza macchina. Se l è presa la polizia. Un bel casino, cazzo». Rimasi di sasso: «Vuoi dire che si sono accorti che tu non sei quello della foto sulla patente?» «Ma va». «E allora?» «Si sono accorti che quel demente di mio fratello invece di farla se l è comprata». «Cioè, voi avete una patente in due e quella che avete l avete comprata?» «Sì, ma io mica lo sapevo. È mio fratello il demente». «Scusa, tu hai guidato per anni con la patente di tuo fratello senza averla mai conseguita, e il demente è solo lui che l ha comprata?» «Che c entra. Sul documento la faccia è la stessa. E io pensavo che la sua patente fosse vera. O no?». «Certo!». Cambiai due carte e spizzicai lentamente: poker di Re. Richiusi la cinquina. E per far finta di nulla gli chiesi distrattamente come fosse arrivato al bar, visto che era a piedi. Col mento, il Gemello indicò la soglia: «Mi ha portato lui». Mi voltai. Davanti alla porta si stagliava l ombra mefitica di Pino, L Anticristo. LA LEGGE DI PINO Una goccia di sudore mi colò sulla schiena. L Anticristo, grappetta nella destra, si avvicinava felpato. Cercai di mantenere la calma, perché stavolta io avevo in mano quattro Re. Certo, mi dicevo, forse L Anticristo avrebbe potuto influenzare il seguito della serata, ma non quella mano, no. Anche sulla scia delle normali probabilità quattro Re sono sostanzialmente imbattibili. Ma cominciai ad agitarmi lo stesso. Cavallo rilanciò di duecentomila. Aveva cambiato tre carte. Cosa poteva avere in mano? Ma cosa m importava in fondo? Avevo QUATTRO RE! Non si poteva mica tentennare. Voleva dire offendere la carta, istigarla a rivoltarsi. E per cosa poi, per scaramanzia? Sudavo copiosamente. Com è che era cominciata tutta la faccenda? Certo, io non ho la memoria di Pico della Mirandola, però, insomma, la memoria è buona. Il primo che aveva incrociato lo sguardo di Pino era stato Artemio durante un vuoto di memoria. E, dopo anni in cui era riuscito a sfangarla, i vigili gli avevano ritirato la patente. Poi Pino si era seduto al tavolo di poker con me, Cavallo e un Gemello. E Cavallo, che pensava di aver trovato la donna della vita, era stato denunciato. Quanto ai Gemelli, i Gemelli, maledizione, erano appena stati beccati dalla polizia con la patente comprata. E poi c ero io. Con le carte che, quando arrivava Pino, cambiavano improvvisamente. Portandomi un immensa, gigantesca, incalcolabile sfiga. Una sfiga assoluta, ontologica, primordiale. Possibile mai che questa concatenazione di eventi avesse un senso in Pino, L Anticristo? Cavallo mi fissò: «Allora, lasci o vedi?» Tossii: «Tempo». No, quattro Re sono quattro Re. Anche se poteva avere un senso, non poteva averlo in quella mano. E poi, diamine, si deve essere razionali. E ragionare: con le donne che si cercava, Cavallo doveva sapere che, prima o poi, gli sarebbe forse potuto capitare di trovare una pazza, tantopiù che l aveva raccolta dalla psichiatria. E i Gemelli, be la patente se l erano comprata, e prima o poi dovevano sapere che forse li avrebbero beccati. E Artemio, certo Artemio non poteva pretendere di uscirne indenne ancora a lungo. Doveva sapere che forse l avrebbero beccato. In fondo ognuno è artefice del proprio destino. O no? Cavallo insisteva: «Allora? Lasci o vedi?» «Ancora un attimo». Certo, c era di mezzo quel forse. Forse era colpa di Pino. Ma forse non lo era. Ma quattro Re non ammettono i forse. Se indugi con quattro Re è tempo che tu smetta di giocare. Quattro Re possono essere battuti solo da punti stratosferici, ma le combinazioni per farli uscire in contemporanea al mio erano prossime a zero. E poi Cavallo aveva cambiato tre carte. Poteva mirare ad un full o ad un poker. Ma io avevo QUATTRO RE! No, no. Mi scrollai. Tutte fesserie. Cavallo sbuffò: «Lasci o vedi?» «Vedo». «Poker d assi». LA SCELTA DI VITA Ora mi si obietterà che, rispetto alla tesi iniziale, il destino mio, di Cavallo, di Artemio e del Gemello (uno qualsiasi dei due) sia stato deciso non da una persona che non conoscevamo, ma da una che conoscevamo benissimo, e cioè Pino, L Anticristo. Invece no. Il nostro destino, esattamente come premesso, fu proprio deciso da una persona che nessuno di noi aveva mai visto né conosciuto: la tabaccaia della ricevitoria. Successe nel mese di giugno, quando la tabaccaia della ricevitoria mollò il suo fidanzato, Pino. Una scelta di vita. Pino si rassegnò e sparì in cerca di una nuova compagna. E d incanto le cose tornarono al loro posto: la denuncia su Cavallo fu archiviata. E lui andò a convivere con una divorziata. I Gemelli fecero ben due patenti. Io smisi di giocare a poker, dibattuto dal dilemma dei quattro Re. Quanto ad Artemio, non so che fine abbia fatto, ma tanto lui non si ricorda niente. Gli irriducibili scettici penseranno ancora che tutta questa sia mera suggestione. Ma solo perché non conoscono la parte finale della storia, che rende la legge di Pino assolutamente scientifica. Un mese dopo la rottura del fidanzamento con Pino, grazie al quale la sconosciuta tabaccaia della ricevitoria aveva deciso i nostri destini, anche il destino dei clienti della tabaccaia cambiò. E loro, che non avevano MAI visto Pino L Anticristo, nella sua tabaccheria imbroccarono addirittura il 6 al Superenalotto. Sei, capite? Sei! Altroché artefici del proprio destino. Il loro destino era stato scelto da una persona che non avevano mai visto: Pino L Anticristo, mollato dalla loro tabaccaia al momento giusto. E ho le prove. Perché io non sono un grande esperto di statistica e non so esattamente quante siano le infinitesimali probabilità di fare un Sei al Superenalotto. Ma ritengo con assoluta certezza che siano le stesse di beccare un poker d assi con quattro Re in mano. Ditelo a Pico, se dovesse rinascere. Edoardo Montolli è romanziere e direttore della collana Yahoopolis di Aliberti Editori - illustrazioni di Blozz. SWITCH34

19 t territori Alberto Novelli il mondo visto dalla piattaforma Si chiama Vega, sta orgogliosamente nel mare di Sicilia da più di 25 anni. Ecco la storia del nostro più grande rifornitore di petrolio. di Stefano Righi La posizione geografica è: 36, 32, 21 latitudine Nord; 14, 37, 32 longitudine Est. Si trova in mezzo al mare, a sud della Sicilia, 11,3 miglia, poco più di venti chilometri, davanti alla costa di Pozzallo, provincia di Ragusa, cosicché se il tempo è sereno da lì si distinguono le case, il porto, le strade dell isola. Là c è Vega, la più grande piattaforma italiana per l estrazione del petrolio, una delle maggiori, per dimensione e produzione, del Mediterraneo. Un isola artificiale costruita per la ricerca del bene a più elevata strategicità nella società occidentale: il petrolio. La proprietà di quel mix di ferro e acciaio, di cavi elettrici e computer, di pompe idrauliche e lance di salvataggio è divisa tra due società: La petroliera Vega, la più grande piattaforma italiana per l estrazione del petrolio, una delle maggiori, per dimensione e produzione, del Mediterraneo SWITCH36 SWITCH37

20 Alberto Novelli t l isola che non c è Su questo tratto di mare nel Canale di Sicilia le ricerche del petrolio iniziarono nel Vega è in attività dal su Vega si svolgevano in simultanea attività di perforazione e di produzione e sulla piattaforma lavoravano un centinaio di persone. Inizialmente, sotto il livello del mare, vennero individuati diciassette pozzi da cui estrarre il petrolio. Dopo l inaugurazione di Vega e grazie all attività di perforazione se ne aggiunsero altri sette, ma oggi in attività ne sono rimasti ventuno che estraggono petrolio da un giacimento che si estende su un area di 28 chilometri quadrati a metri di profondità. Sotto Vega il mare è profondo 122 metri, grossi pali di acciaio collegano la piattaforma al fondale e da qui partono altri venti pali che ancorano Vega al fondo del mare bucando la terra per 65 metri. Vega è come inchiodata al fondale, perché i rischi ambientali che al tempo di Schimberni quasi non venivano considerati sono elevatissimi, ma non più sottovalutati. Del petrolio che si estrae non si versa nulla e la piattaforma è fatta per resistere al mare grosso d inverno, quando le onde arrivano a 8 metri e la costa si dissolve in una nuvola di umidità mentre il piano di attracco, una piattaforma metallica sospesa a pochi centimetri sopra il livello medio del mare, scompare alla vista, inghiottito dalle onde. Gennaio e febbraio sono i mesi più difficili, i venti di Scirocco e di Libeccio rendono la navigazione quasi impraticabile e su Vega si avverte la forza del mare più che su una nave in movimento. Anche a causa dell imponente struttura. Da quella griglia di ferro che è il punto di attracco, continuamente corrosa dalla salsedine, e che rappresenta il punto più basso della parte emersa della piattaforma, Vega si alza per 5 metri. Sopratutto si trova l elideck, lo spiazzo dove atterra l elicottero che assicura i collegamenti urgenti con la terraferma, soprattutto con l eliporto di Siracusa, la città dove Edison ha fissato la sede della Ias, la Idrocarburi Area Sicilia che nei fatti ha sostituito la Ics, la Idrocarburi Canale di Sicilia, la società di Montedison che quasi trent anni prima aveva realizzato il progetto Vega. Lavoro per Edison dal 1987 racconta Maurizio Dimauro, siciliano di Augusta ma sono su Vega dal Più di vent anni sulla piattaforma. Vega è un po la mia vita, come per tutti gli uomini che sono qui. Per una zona della Sicilia che non aveva molto da offrire quanto a occupazione, Vega è stata un occasione importante. Il 9 per cento di noi viene dalle province di Ragusa e Siracusa, qualcuno da Catania. È stata una scelta difficile, ma dopo tanti anni e tante fatiche, ho l impressione che sia stata la scelta giusta. Qui l attività è continua, ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni dell anno. Non ci si può mai fermare. Ma il lavoro è razionale: la produzione è continua, il che significa che l estrazione del petrolio dal giacimento non si ferma mai, mentre solo di giorno si lavora sulla manutenzione programmata. Gli operai sono divisi in squadre, come in un normale impianto di terra. Solo che qui, in mezzo al mare, la manutenzione è ininterrotta. È l unico modo per riuscire a garantire l attività estrattiva, la produzione, in continuo. L unico modo per fronteggiare il mare è essere sempre in ordine, non cedere mai su nulla, non tralasciare niente. Dalla vernice sulle pareti esterne alla guarnizione di un manicotto 3. I tremila barili di petrolio che ogni giorno Vega estrae dal Canale di Sicilia, circa 48 mila litri, non rimangono a lungo sulla piattaforma. Non c è posto e lo stoccaggio aumenterebbe il pericolo per gli uomini e la struttura. Il petrolio estratto subisce subito una prima lavorazione, viene scaldato e al prodotto viene aggiunto un gas diluente per aumentarne la fluidità. Il petrolio viene quindi pompato verso la Leonis, una nave di stoccaggio che dista 1,2 miglia da Vega. Viste dalla costa quasi non si distinguono. Qualcuno può pensare che siano due piattaforme, invece la Leonis è in tutto e per tutto una nave, sebbene ora incapace di navigare. È ancorata a prua ed è lì, a due chilometri da Vega, più verso terra rispetto alla piattaforma, dall 11 ottobre 29. Michele Giannone, il comandante e Michele Emilio, il direttore di macchina, sono andati a prenderla a Suez. È una nave moderna, con il doppio scafo di sicurezza contro i versamenti in mare; ha sostituito la Vega Oil, in servizio dal 1986 e non più allineata con i criteri di sicurezza richiesti oggi. Proprio la sostituzione della Vega Oil con la Leonis, una nave lunga 233 metri, larga 47, con una stazza di 57 mila Alberto Novelli Edison, che controlla il 6 per cento del capitale ed Eni, che ha il restante 4. L operatore, ovvero chi gestisce l attività quotidiana sull isola artificiale, è invece solamente Edison 1. Vega, visibile d estate dalla costa, è una delle eredità più evidenti della Montedison, in particolare della Montedison di Schimberni, un azienda così dinamica e ambiziosa che fu capace di scovare un notevole campo minerario sotto al naso del concorrente di sempre, l Eni, che proprio lì vicino, a Gela, ha una delle sue raffinerie più importanti. Quando Maurizio Dimauro, che con Salvatore Torneo si divide oggi la responsabilità della piattaforma, ci fa entrare nel suo ufficio, trenta metri sopra il livello del mare, a una parete notiamo la mappa dei pozzi sottostanti. È un grande foglio di carta intestata ricco di annotazioni tecniche: c è stampata la scritta «Selm-Gruppo Montedison». Venticinque anni dopo quel foglio è ancora lì e poco importa se non c è più né la Selm né il gruppo Montedison. Su questo tratto di mare nel Canale di Sicilia, non lontano da Malta, le ricerche del petrolio iniziarono nel La certezza che lì sotto si trovasse l oro nero arrivò però solamente nel Vega entrò in attività nel 1986, nel pieno dell era Schimberni. A quel tempo Sten Stromberg aveva ventidue anni e studiava ingegneria mineraria a Stoccolma. Dopo la laurea lavorò nelle piattaforme del Mare del Nord, cercando il petrolio in Nigeria e in Mozambico e scavando le miniere del Cile per conto di General Electric e di Skanska. Lavora per Edison dal 21, ma è arrivato in Italia nel 24 e oggi è il direttore delle operazioni in Sicilia. È lui il capo di Vega. Dopo venticinque anni di attività spiega Stromberg Vega è ancora una piattaforma pienamente attiva e in grado di generare reddito per la società. A fronte di costi operativi per decine di milioni di euro, Vega estrae circa 3 mila barili di petrolio al giorno che equivalgono a poco più di un milione di barili all anno, con un valore della produzione fortemente influenzato dal prezzo del greggio. Per la qualità del petrolio che viene estratto da Vega il valore è variato, in questi ultimi anni, da 3 a 7 milioni di dollari 2. Oggi su Vega lavorano stabilmente tra le dodici e le venti persone di Edison tecnici, operai, addetti alla sicurezza. Poi ci sono gli uomini delle ditte appaltatrici e gli addetti alla cucina del gruppo Ligabue. In tutto non si arriva a una cinquantina di persone. Nei primi dieci anni di attività, non continuativamente, ma fino al 1996, La nave di stoccaggio Leonis, ancorata a circa 2 Km dalla Vega SWITCH38 SWITCH39 Alberto Novelli

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