UNIVERSITA POLITECNICA DELLE MARCHE FACOLTÀ DI ECONOMIA GIORGIO FUÀ

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1 UNIVERSITA POLITECNICA DELLE MARCHE FACOLTÀ DI ECONOMIA GIORGIO FUÀ Dottorato di Ricerca in Gestione nei Mercati Finanziari ed Assicurativi VII Ciclo Nuova Serie Tesi di dottorato Internazionalizzazione e Finanza innovativa: un Trading System per la gestione del rischio di cambio. Supervisore: Prof.ssa Caterina Lucarelli Tesi di Dottorato di: Filippo Cossetti Coordinatore del Corso: Prof. GianMario Raggetti

2 II

3 III Alla mia famiglia, la mia forza

4 IV

5 Indice Introduzione Capitolo I GLOBALIZZAZIONE E INTERNAZIONALIZZAZIONE 1.1.Globalizzazione Internazionalizzazione delle imprese L Italia nell economia internazionale: focus sull export Servizi finanziari per le imprese Commercial banking Investment banking: focus sulla gestione del rischio di cambio 29 Capitolo II LA GESTIONE DEL RISCHIO DI CAMBIO 2.1 Rischio di cambio ed export: i problemi per le PMI Rischi per le imprese La misurazione del rischio di cambio: la posizione valutaria Gestione del rischio di cambio: gli strumenti finanziari Strumenti finanziari: descrizione Strumenti finanziari: strategie e gestione dinamica Analisi Tecnica, Forex e Trading System 67 Capitolo III TRADING SYSTEM STRATEGY 3.1 Realizzazione strategia: medie mobili con filtro RSI Test della strategia Best strategy: analisi annualizzata Test robustezza con i cambi principali Simulazione Sintesi risultati Confronto strategie Operatività a mercato 116 Conclusioni Bibliografia V

6 VI

7 Introduzione L internazionalizzazione in campo aziendale può essere definita come lo sviluppo delle attività d impresa in mercati differenti rispetto a quello nazionale: in quest ottica, un impresa internazionalizzata è intesa come un azienda capace di ottenere un vantaggio competitivo nel territorio nazionale e in grado di sfruttare tale vantaggio anche al di fuori dai confini domestici. Le teorie classiche nascono dall osservazione del modus operandi delle multinazionali (Vernon, 1966) relegando l internazionalizzazione delle piccole e medie imprese (PMI) ad un fenomeno di nicchia, scarsamente interessante e limitato alla semplice esportazione. Mancando una teoria dell internazionalizzazione delle Pmi, per molto tempo si è identificata la PMI internazionale con l impresa etnocentrica, ovvero un atteggiamento nei confronti dei mercati esteri caratterizzato da esportazioni limitate dirette a mercati vicini (sia geograficamente che culturalmente) che richiedessero adattamenti minimi ai prodotti originari (Perlmutter, 1969). Nel corso del tempo tale atteggiamento si è modificato ed evoluto, passando ad un approccio di graduale sviluppo nei mercati esteri, non più esclusivamente geografico ma caratterizzato da un crescente coinvolgimento organizzativo, strategico e finanziario (Johanson e Valhne, 1977). I processi di internazionalizzazione delle PMI Italiane sono stati approfonditi sia in ambito economico (Mariotti, 2000; Onida, 2004) che in quello aziendale (Varaldo, 2006) e con il tempo il dibattito si è spostato anche sul legame più o meno diretto con il fenomeno della globalizzazione (Benevolo e Caselli, 2009). L internazionalizzazione si configura come una diretta conseguenza della globalizzazione, anche se vi è la tendenza comune ad attribuire lo stesso significato a tali processi; in realtà il termine internazionalizzazione viene usato con riferimento alle operazioni internazionali da parte delle PMI, mentre con globalizzazione si fa riferimento alla connettività internazionale dei mercati e l interdipendenza delle economie nazionali che incidono fortemente sull attività delle PMI (Ruigrok, 2000). La globalizzazione può essere definita come il processo attraverso il quale i mercati e la produzione in paesi differenti stanno diventando sempre più interdipendenti, in seguito alle dinamiche di beni e sevizi, dei flussi di capitale e di tecnologia. Non si tratta di un fenomeno nuovo ma della continuazione di processi in atto già da tempo (European Commission, 1997, pag. 45). Si arriva così alla creazione di un mercato unico, globale, dove i diversi segmenti di mercato - prima esclusivamente nazionali - si sono estesi su scala internazionale, o meglio, mondiale. Dunque, si assiste al tentativo, che gli attori economici (sfruttando l enorme avanzamento delle tecnologie) stanno perseguendo per I

8 unificare il mondo (Eurispes, 1998, pag. 36). Tale processo di integrazione economica mondiale è sinteticamente caratterizzato dall eliminazione di barriere commerciali con conseguente incremento delle opportunità (e della concorrenza) su scala internazionale: idealmente, L impresa globale è quella che riesce a portare il proprio prodotto ovunque, in qualsiasi momento, per offrirlo in un mercato locale (Dunnin e Mucchielli, 2002). Esportare rappresenta il metodo più semplice, e solitamente il meno rischioso, per conquistare una posizione nel mercato globale; esso rappresenta inoltre la soluzione che richiede il minor impegno in termini di risorse, quindi la più adottata dal tessuto economico-produttivo italiano, caratterizzato e trainato prevalentemente da PMI (Silvestrelli, 2001). Tuttavia, occorre tener conto dei rischi connessi all attività di esportazione, e più in generale di internazionalizzazione, quali: rischio politico (instabilità istituzionale); giuridico (inadeguatezza delle leggi a tutela dei diritti soggettivi); valutario (possibile blocco dei pagamenti); di cambio. Tra le problematiche appena elencate, il rischio di cambio ha un peso notevole, sia per la sua natura essenzialmente e puramente aleatoria - che ne rende difficoltose la valutazione e la gestione - sia per il peso che riveste nella redditività delle operazioni commerciali, e quindi in ultima analisi per l appetibilità stessa di tali attività (Damodaran, 2008). La storia dell euro insegna che il confronto tra due divise, anche di vaste aree economiche (Euro contro Dollaro, o contro Yen, ad esempio), non riduce la possibilità di ampi movimenti, sia favorevoli che sfavorevoli, in presenza di squilibri consistenti nelle rispettive bilance dei pagamenti. L ingresso dell Italia nell Unione Monetaria Europea (UME) non ha, pertanto, messo tout court le aziende nazionali al sicuro dal rischio di oscillazione del tasso di cambio e quindi al rischio concreto di vedere erosi i profitti derivanti da un buon andamento dell attività caratteristica a causa rilevanti perdite su cambi (Maiorino, 2006). La conoscenza e la corretta valutazione del rischio di cambio attività presente e ben impostata nelle grandi imprese, dove il ruolo del Risk Manager viene separato dalle altre funzioni aziendali - viene invece trascurata nelle PMI, dove la funzione di tesoreria risulta accorpata con altre (tipicamente quella amministrativa) o addirittura è lo stesso imprenditore ad assumerne il controllo. Questa tendenza diffusa deriva dalla scarsa conoscenza dei rischi finanziari, la cui gestione potrebbe invece rivelarsi un fattore di successo al pari (se non di più) con altre funzioni aziendali quali Marketing, Ricerca & Sviluppo, produzione e vendita (Garioni, 2007). L offerta di prodotti finanziari finalizzati alla copertura del rischio di cambio è vasta ed in continua evoluzione; il sistema bancario di fianco a strumenti tradizionali crea strumenti innovativi sempre più complessi (spesso il risultato della combinazione di altri strumenti finanziari) che richiedono risorse gestionali, conoscenze e abilità pratiche non II

9 indifferenti. Cambi a termine, anticipi all export, domestic currency swap, currency option sono solo alcuni esempi: ogni impresa deve pertanto fare un attenta riflessione sulla natura e sull entità dei rischi che corre, e scegliere una strategia che sia la migliore per le caratteristiche della propria gestione (Frenkel et al, 2005). Fatte queste premesse, la domanda che ci si pone in questo lavoro di ricerca è: come difendere i prezzi all export, nel caso in cui l Euro subisca apprezzamenti o deprezzamenti nei confronti delle altre valute? Verrà data la risposta a questa domanda focalizzando l attenzione sull analisi del rapporto Eur/Usd, che è la fonte principale del rischio di cambio per le imprese italiane 1. La metodologia proposta che consiste nell utilizzo dell analisi tecnica per la creazione di un Trading System finalizzato alla copertura del rischio di cambio - si delinea come una soluzione innovativa non tanto nel criterio realizzativo, quanto nell ambito di applicazione: nel trading privato e nelle società di gestione l utilizzo di sistemi di trading e, più in generale dell analisi tecnica, rappresenta la norma (Gehrig e Menkhoff, 2006), diverso è il discorso in ambito aziendale dove la maggior parte delle operazioni di copertura è rappresentata da forward, swap e opzioni, storicamente più vicine alle esigenze di rischio/rendimento delle imprese non finanziarie (Gallagher e Andrew, 2007). In questa sede si vuole dimostrare come una specifica conoscenza dei diversi strumenti a disposizione, accompagnata da una gestione professionale dei rischi aziendali, permetta di realizzare una strategia finalizzata al raggiungimento dell obiettivo principale (hedging) e non solo. Attraverso implementazione di questa metodologia (Hedging + Trading System) qualsiasi impresa che esporti può quindi raggiungere uno o più di questi obiettivi: - annullare il rischio di cambio; - ottimizzare i flussi di cassa; - generare delle differenze positive su cambi. Il cambio spot, prolungato fino a scadenza, ha prezzi evidenziati dal mercato Forex, costi bassi e durata decisa dalle esigenze delle aziende e delle imprese; dunque, uno strumento estremamente flessibile. In breve, l obiettivo di questo studio è quello di dimostrare come una soluzione alternativa a quelle offerte tradizionalmente dal sistema bancario, possa risultare la forma più moderna, più dinamica e trasparente di copertura del rischio di cambio. Il lavoro viene articolato in quattro capitoli. Nel primo capitolo, dopo un introduzione del fenomeno globalizzazione e dei possibili effetti sul sistema economico, verranno affrontate le problematiche relative all internazionalizzazione delle imprese italiane, ponendo l attenzione su quello che è stato sviluppo e l evoluzione del commercio con l estero, le 1 Bank for International Settlements, Survey 2010 III

10 strutture a sostegno dell internazionalizzazione e i servizi finanziari a disposizione delle imprese. Nel secondo capitolo, il focus verrà rivolto alle problematiche inerenti il rischio di cambio, illustrando quali strumenti finanziari (innovativi e non) rappresentano le possibili scelte per l impresa. Verrà effettuata una puntuale analisi di quelli che sono gli strumenti tradizionali e innovativi attualmente a disposizione delle imprese: un passaggio fondamentale per capire quali sono opportunità e rischi a cui le nostre aziende si espongono. Nel terzo capitolo l attenzione sarà rivolta al mercato di riferimento oggetto della ricerca, il mercato valutario. Si analizzeranno le caratteristiche e l operatività spot nel mercato Forex (Foreign Exchange Market) e verrà introdotta una descrizione teorica dello strumento che utilizzeremo per la realizzazione della strategia di copertura del rischio di cambio: il Trading System. Nel quarto capitolo verrà infine proposta e realizzata una strategia innovativa (Trading System + Hedging) basata sull operatività Forex-spot - con riferimento al cambio EurUsd - e finalizzata alla copertura del rischio di cambio per le imprese che si internazionalizzano. Logica realizzativa, simulazioni, test di robustezza, operatività nel mercato reale e confronto con strumenti alternativi saranno i passaggi fondamentali per comprendere al meglio i pregi e i limiti di questa nuova strategia con l obiettivo ultimo di dare un contributo alla ricerca nel settore. IV

11 CAPITOLO I GLOBALIZZAZIONE E INTERNAZIONALIZZAZIONE 1.1 Globalizzazione. Al termine globalizzazione sono stati attribuiti significati molteplici, Acocella (2005) definisce questo fenomeno come la crescita ad una scala tendenzialmente mondiale delle interrelazioni fra i diversi sistemi economici e sociali nazionali attraverso istituzioni economiche private. Una tale crescita è connessa con l aumento degli scambi internazionali di merci, di capitale finanziario e di lavoro (p. 8). Come ampiamente documentato in letteratura (Oman, 1996) gli aspetti che emergono dall analisi del fenomeno sono rappresentati sia dalla mancanza di una chiara definizione del concetto (Thompson, 1999) sia dalla consapevolezza che, comunque, parliamo di un evento il cui processo evolutivo è iniziato già da tempo ed è in continuo divenire. Affermare che la globalizzazione è un fenomeno caratteristico degli ultimi decenni e addirittura l inizio di una nuova epoca storica è in generale possibile solo se ciò che è nuovo viene contrapposto a ciò che è stato finora. Se invece la globalizzazione viene considerata come il risultato dell operare congiunto e del rafforzarsi reciproco di processi di lunga durata, allora in questo caso (e solo in questo) ci troviamo propriamente al centro di importanti questioni d interpretazione storica (Osterhammel e Petersson, 2005). Proprio a seguito di tale definizioni, possiamo ripercorrere brevemente le tappe storiche verso la globalizzazione: fino al 1750 abbiamo la fase di costruzione e consolidamento dei legami mondiali, successivamente ( ) si parla di imperialismo, industrializzazione e libero commercio [ , nascita dell economia mondiale; , prima ondata di globalizzazione]. Dal 1880 al 1945, capitalismo mondiale e crisi mondiali; , seconda ondata globalizzazione; 1980 ad oggi, terza ondata di globalizzazione (Dollar e Collier, 2003). Parliamo quindi di un fenomeno economico e sociale tale per cui le correlazioni, i legami e le dipendenze dei sistemi di tutti gli Stati aumentano in maniera esponenziale. A seguito delle definizioni date, è possibile individuare le principali caratteristiche di questo

12 processo, sintetizzabili in primis dalla maggiore apertura del commercio internazionale, poi dalla liberalizzazione dei mercati - in particolare quello finanziario - ed infine dalla progressiva riduzione dell intervento dello Stato nell economia a favore del mercato (con riferimento a politiche di privatizzazione, di riduzione dei controlli su importazioni ed esportazioni, politiche monetarie, fiscali e di cambio finalizzate ad una maggiore stabilità economica) (Figini e Santarelli, 2002). Dunque, tale fenomeno produce effetti sia a livello macroeconomico - e parliamo di Istituzioni, mercati finanziari e mercato del lavoro - che a livello microeconomico (Aziende). Nel dettaglio, tanto più i mercati sono correlati tra loro - senza barriere per la circolazione di merci e capitali, con il conseguente incremento della concorrenza internazionale - tanto più le politiche economiche e monetarie dei singoli Governi nazionali potranno risultare inefficaci e quindi condurre a comportamenti poco collaborativi 2 (Bojer e Drance, 1996). Per fronteggiare tali situazioni si programmano forum di discussione e incontri a livello mondiale al fine di determinare linee di azione condivise tra le nazioni per il raggiungimento di un obiettivo comune. La globalizzazione della finanza è una realtà per tutti gli attori dei mercati finanziari: tassi, valute e titoli azionari si confrontano in un mercato che, anche grazie alla tecnologia delle telecomunicazioni, è ormai completamente aperto. (Schmukler e Vesperoni, 2000). Tale dissolvimento elettronico dei confini comporta sicuramente molti vantaggi ma anche un incremento della complessità delle operazioni e delle problematiche di natura commerciale, fiscale e giuridica (Gianaris, 2001). Ogni attore del mercato globale, nella determinazione della propria strategia, deve tener conto di questa aumentata interrelazione: il numero di informazioni da elaborare per effettuare una scelta di mercato aumenta esponenzialmente all aumentare della correlazione tra sistemi economici e finanziari quindi, dotarsi di un sistema informativo più che adeguato, risulta oggi un fattore fondamentale. E vasta la letteratura sui benefici e sui costi della globalizzazione finanziaria, soprattutto quella riferita ai mercati maturi (Brooks, 1999), meno quella relativa agli effetti della stessa per paesi in via di sviluppo: alcuni autori sostengono che la globalizzazione finanziaria riduca la stabilità macroeconomica nei paesi in via di sviluppo (Mishkin, 2006) e, anche se altri affermano il contrario (Kose et al, 2009), la globalizzazione risulta comunque un fattore chiave per stimolare riforme istituzionali che promuovano lo sviluppo finanziario e la crescita economica nei paesi in via di sviluppo 3. Fugando i dubbi sul fatto che la globalizzazione finanziaria possa 2 Un esempio classico è rappresentato dal comportamento di un Paese che, al fine di attrarre gli investimenti diretti, decide di ridurre le imposte per i redditi delle imprese estere rendendo più conveniente la localizzazione delle aziende straniere sul proprio territorio. 3 I paesi avanzati possono ulteriormente alimentare questo processo sostenendo l'apertura dei loro mercati ai beni e servizi provenienti da i paesi emergenti. (Mishkin, 2007) 2

13 essere vantaggioso per i tali paesi, ci si chiede piuttosto come mai non sempre risulti efficace nel favorire lo sviluppo economico, e perché spesso porti a devastanti crisi finanziarie. Il problema non è quindi se la globalizzazione finanziaria è di per sé buono o cattiva, ma se può essere realizzata nel modo più opportuno (Mishkin, 2007). Analizzando il mercato del lavoro, si assiste al trasferimento delle produzioni industriali verso paesi che offrono un mercato del lavoro sicuramente più flessibile, ma con salari più bassi e - soprattutto nei paesi emergenti - a fronte di condizioni di sicurezza sociale peggiore (Stiglitz e Charlton, 2005; Knorringa e Pegler, 2006). Nelle economie avanzate il fenomeno più diffuso è rappresentato dal passaggio dalle produzioni industriali ed agricole al terziario e servizi: l inevitabile riduzione della forza lavoro e la conseguente perdita del posto di lavoro determina molteplici effetti distorsivi come tensioni sociali, necessità di riqualificazione per un nuovo collocamento, sviluppo di strumenti di aiuto economico (Choi e Greenaway, 2001). Nelle economie più povere si assiste comunque ad un aumento del benessere delle popolazioni che possono trovare un impiego altrimenti difficilmente ottenibile, anche se la forte concorrenza fatica ad innescare il circolo virtuoso della crescita e l atteggiamento prevalente è purtroppo quello che, grazie ai salari più bassi e alle peggiori condizioni sociali, tende a sfruttare tali economie (Bardhan et al, 2006). Dal punto di vista delle imprese, si è assistito ad un graduale espansione del mercato di interesse che ha portato a raggiungere, per molti beni o servizi, una dimensione globale (Mucchielli e Mayer, 2004). In alcuni casi tale ampliamento dimensionale si è presentato sotto forma di semplice espatrio delle produzioni (in primis per quelle a basso valore aggiunto) dai paesi maggiormente industrializzati a quelli in via di sviluppo, col chiaro intento di sfruttare una forza lavoro che le condizioni del mercato in quei luoghi rendono particolarmente conveniente (Reinert, 2004; Helpman et al, 2009; Amiti e Davis, 2008). In altri casi, invece, le imprese multinazionali hanno esteso le proprie attività attraverso l apertura di stabilimenti in altri paesi, con l obiettivo di produrre i propri beni in loco. L internazionalizzazione, come vedremo nel dettaglio, rappresenta quindi un importante fattore di competitività per le imprese: attraverso la crescita globale si generano consistenti economie di scala, si riducono i costi, si aprono nuovi mercati scegliendo la localizzazione non solo in base a dinamiche di prezzo ma anche con riferimento ad aspetti fiscali, normativi, sindacali, ecc. (Wolf, 2004; Flores e Aguilera 2007). I risultati per i consumatori sono quelli di un generale abbassamento del costo di produzione dei beni e, dunque, del prezzo di mercato. I detrattori della globalizzazione mettono invece sotto accusa le multinazionali in quanto responsabili di creare disoccupazione nei paesi di origine (dove dismettono attività industriali per esportarle all estero) e di avere effetti negativi anche sulla crescita sociale 3

14 dei paesi poveri in quanto, attraverso la leva salariale, cercano di mantenere bassi i costi di produzione delle merci (Lafay, 2008). Tale obiettivo, è opinione condivisa, viene spesso raggiunto attraverso ricatti morali nei confronti dei Governi di quei paesi (Helpman et al, 2009). In sintesi, gli effetti sono certamente duplici: da un lato l economia globale comporta la diffusione del benessere a tutti gli attori del processo in atto, determinando una crescita globale e, seppur in tempi diversi, un aumento della ricchezza delle nazioni (Jagdish e Bhagwati 2004); dall altro la protezione dei diritti sociali - una certezza nei paesi occidentali - non si può considerare ancora tale nei paesi in via di sviluppo. Il rischio concreto è quello di ledere i diritti umani e politici dei paesi in via di sviluppo, dato che in essi la crescita economica spesso non si accompagna alla quella democratica (Stiglitz, 2006). Dunque, alla globalizzazione economica non si è affiancata una globalizzazione dei diritti sociali (Scholte, 2000; Mazzocchi e Villani, 2002): considerata da alcuni come l emblema dell efficienza dei meccanismi del libero mercato (Jagdish e Bhagwati 2004), osteggiata da altri come un evidente fenomeno di sfruttamento economico dei paesi ticchi nei confronti di quelli più poveri (Stiglitz, 2006); i consensi internazionali hanno comunque avviato virtuosismi tali da creare le basi per una loro futura diffusione. Come abbiamo già accennato, la fase attuale della globalizzazione è soltanto l ultima di un processo - iniziato più di un secolo fa - che si compone di tre step, ciascuno dei quali presenta specifiche caratteristiche e diversi gradi di integrazione (Della Posta e Rossi, 2007). In questa sezione, dopo aver visto i contributi teorici del fenomeno globalizzazione, analizziamo alcuni dati focalizzando l attenzione alla fase più recente. Negli ultimi venti anni c è stata una crescita generalizzata a livello globale che ha coinvolto tutte le aree più importanti. Con riferimento al GDP, Europa, America latina ed Asia centrale sono state le aree con un maggiore incremento percentuale 4. Dopo anni di forte espansione produttiva e di aumento dell integrazione internazionale, le prospettive dell economia mondiale si sono ridotte a seguito della crisi immobiliare scoppiata negli USA nel 2007 e propagatasi dal sistema finanziario a quello reale. Il biennio è stato caratterizzato da una serie di interventi da parte degli Stati e delle autorità di politica monetaria, finalizzati a ridurre gli shock finanziari e garantire una ripresa del ciclo economico nel medio periodo. Tali manovre, (come possiamo vedere nella tabella 1) hanno determinato una sostanziale tenuta del Pil mondiale (-0,6% nel 2009, dati Fondo Monetario Internazionale). 4 World Development Indicators, Aprile

15 Tab. 1 Prodotto Interno Lordo per aree e Paesi (variazioni in percentuale) Fonte: elaborazione ICE su dati FMI, World Economic Outlook, Aprile 2010 Si tratta di una ripresa a doppia velocità dove gli USA - nonostante abbiano rappresentato la causa degli squilibri globali - hanno fatto registrare una contrazione inferiore alla media mentre l area euro ha avuto un vero e proprio tracollo del Pil, delle esportazioni e della domanda interna. Spostandoci verso le economie dell Asia orientale, Cina ed India sono andate in controtendenza, mantenendo un ritmo di crescita positivo, grazie soprattutto alla tempestiva applicazione di misure anti-crisi che hanno garantito una stabilità interna accompagnata da un afflusso di capitali stranieri. Non si può fare lo stesso discorso per le economie dell est Europa dove, chi per eccessiva dipendenza dal settore energetico (vedi Russia) chi per una eccessiva vulnerabilità del sistema bancario, hanno registrato decise contrazioni della crescita. L area Africana e quella mediorientale, al contrario di quella sudamericana, nonostante il rallentamento rispetto al passato, hanno comunque mantenuto un tasso di crescita positivo. 5

16 1.2 Internazionalizzazione delle imprese Come visto nella sezione introduttiva, anche se vi è la comune tendenza ad attribuire lo stesso significato, l internazionalizzazione può configurarsi come una diretta conseguenza della globalizzazione e, in ambito economico, tale terminologia viene usata con riferimento all operatività internazionale da parte delle PMI (Ruigrok, 2000). Prima di entrare nel dettaglio, si cerca di comprendere come mai le imprese italiane dovrebbero avviare un processo di internazionalizzazione, ovvero quali sono le spinte verso la globalizzazione ed i rischi ad essa connessi (Dematte et al., 2008). Per quanto riguarda le spinte, da parte delle imprese esiste la consapevolezza dell esistenza di differenze - tra i paesi e le aree del mondo - in termini di costo dei fattori produttivi e di aumento della pressione competitiva (che le economie mature avvertono nei loro territori storici). Ad essa si aggiunge la volontà di aumentare le dimensioni delle attività caratterizzate dalla presenza di rilevanti economie di scala e la possibilità di attenuare gli alti e bassi del ciclo delle attività economiche interne (Mucchielli e Mayer, 2004). Con riferimento ai rischi per le imprese osserviamo come, in generale, si verifichi un incremento della pressione competitiva - determinata da una riduzione degli attriti spaziali e dei costi di transazione - che porta ad un aumento del numero di concorrenti e la conseguente maggior scelta per i clienti. Si effettua però un importante distinzione tra i rischi connessi al processo di internazionalizzazione e quelli derivanti da una mancata internazionalizzazione. Nel primo caso l azienda potrebbe non ottenere risultati economico/finanziari soddisfacenti, esaurire le risorse interne (umane e finanziarie), non riuscire ad ottenere finanziamenti per l export, trascurare il mercato interno favorendo l ingresso dei concorrenti o non riuscire a trovare un rappresentante locale adatto (aspetto pratico molto rilevante) (De Martino et al., 2006). Nel secondo, invece, con la mancata internazionalizzazione l azienda potrebbe avere concorrenti stranieri che entrano nel mercato interno, perdere risorse umane a vantaggio di imprese globali che offrono migliori opportunità di carriera, avere concorrenti che traggono vantaggio dal processo di internazionalizzazione intrapreso, non disporre di ammortizzatori contro le oscillazioni dei cicli economici interni oppure disporre di limitate fonti di approvvigionamento di materie prime (Maiorino, 2006). Definiti i driver dell internazionalizzazione, approfondiamo il discorso e seguendo l Uppsala model (Johanson e Valhne, 1977) vediamo come questo processo nasce e gradualmente si evolve. Alla prima fase - spesso caratterizzata dalla semplice esportazione (principalmente verso mercati fisicamente più vicini) seguono poi le fasi successive caratterizzate da un impegno (organizzativo ed in termini di investimenti) via via crescente. 6

17 Nel dettaglio, i quattro stadi del modello sono: 1. esportazione indiretta: nessuna attività di esportazione regolare: le attività di export (prevalentemente casuali) avvengono su iniziativa dell importatore estero. Ci può essere anche l iniziativa da parte dell imprenditore nazionale, che però si rivolge a produttori stranieri che offrono prodotti complementari o a trading company; 2. esportazione diretta: attraverso agenti e distributori esteri, o comunque rappresentanti indipendenti; 3. realizzazione di una filiale commerciale estera; 4. investimenti diretti in unità produttive e/o distributive. I principali ostacoli all internazionalizzazione, che possono rendere più o meno difficoltoso tale processo, sono rappresentati dalla limitatezza delle risorse e dalla a mancanza di informazioni e conoscenze. Possiamo vedere le fasi nella tabella due che segue. Tab. 2 Le fasi del processo Fonte: Maccalini- Denicola, Economia e Gestione della PMI, (2007) Tale approccio, concentrando il focus sul graduale coinvolgimento organizzativo, strategico e finanziario (e attribuendo un importanza minore all ampiezza geografica del raggio d azione) si configura in un crescente impegno oltre confine che porta l impresa da una presenza occasionale sui mercati esteri ad una sempre più stabile attraverso un processo nel tempo nel quale informazioni ed esperienza (con riferimento ai mercati serviti) crescono contemporaneamente e contribuiscono ad accrescere e a rafforzare le strutture dedicate alla gestione dell attività sempre più internazionalizzata (Blomstermo e Sharma, 2003). Analizziamo ora le principali forme di internazionalizzazione intraprese dalle aziende in risposta alle sfide poste dalla globalizzazione (Flores e Aguilera, 2007). Si è visto come le imprese, perlomeno nelle fasi iniziali del processo, adottino approcci più limitati al mercato globale: esportare rappresenta il metodo più ovvio e solitamente il meno rischioso per conquistare una posizione nel mercato globale, configurandosi come la soluzione che - 7

18 richiedendo un minor impegno in termini di risorse - più si adatta al tessuto economicoproduttivo italiano, caratterizzato e trainato prevalentemente da PMI (Silvestrelli, 2001). La scelta di esportare risponde all esigenza di espandere il proprio mercato di riferimento cercando nuovi clienti in mercati esteri ed il vantaggio principale è quindi rappresentato dalla possibilità di estendere il mercato dell impresa con un limitato impiego di risorse e con un rischio contenuto. Esistono comunque anche degli ostacoli e dei limiti (Pepe e Zucchella, 2009): - presenza di barriere commerciali che potrebbero rendere i prodotti dell azienda esportatrice poco competitivi sui mercati locali o addirittura rendere non conveniente questa scelta; - costi di trasporto elevati; - impossibilità di monitorare direttamente la clientela locale e, conseguentemente, la difficoltà per l impresa nell adattare i propri prodotti e la strategia di comunicazione alla realtà locale. E utile distinguere le forme di internazionalizzazione in base alla finalità perseguita e - evidenziando però che nella realtà gli scopi che l impresa si prefigge possono essere molteplici e combinati tra loro - in generale possiamo distinguere tra scelte di internazionalizzazione finalizzate alla penetrazione nel mercato estero e scelte dettate dalla ricerca di una riduzione dei costi di produzione. Detto questo, si intende analizzare nel dettaglio le diverse forme di internazionalizzazione che, seguendo una classificazione generalmente condivisa (tra gli altri, Buckley e Ghauri, 1999; Silvestrelli, 2008), possono essere suddivise in due ampie categorie: le scelte di cooperazione; l Investimento Diretto all Estero. Scelte di cooperazione Esistono forme di internazionalizzazione nelle quali il trasferimento di beni e servizi può avvenire attraverso una relazione indiretta. Le scelte di cooperazione si basano su partnership con soggetti terzi e accordi non equity (ovvero che non comportano l assunzione di partecipazioni nel capitale azionario di altre imprese) e sono comprese in questa categoria gli accordi stipulati per fini commerciali, produttivi e tecnologici (Gramatica, 2002). Negli accordi commerciali il trasferimento di beni e servizi all estero avviene indirettamente, attraverso la stipulazione di accordi con soggetti terzi specializzati nella distribuzione dei 8

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