DETTI E MOTTI LATINI (USI E ABUSI)

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1 festival del mondo antico DETTI E MOTTI LATINI (USI E ABUSI) Marinella De Luca Conferenze Rimini, Biblioteca Gambalunga 12, 13, 14, 15 giugno 2008

2 Che vuol ch'io faccia del suo latinorum orum? Manzoni, I Promessi Sposi, II Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de' calzoni, con una cert'aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglimento incerto e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi gioviali e risoluti del giovinotto. "Che abbia qualche pensiero per la testa", argomentò Renzo tra sé; poi disse: - son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa. - Di che giorno volete parlare? - Come, di che giorno? non si ricorda che s'è fissato per oggi? - Oggi? - replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. - Oggi, oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso. - Oggi non può! Cos'è nato? - Prima di tutto, non mi sento bene, vedete. - Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica... - E poi, e poi, e poi... - E poi che cosa? - E poi c'è degli imbrogli. - Degl'imbrogli? Che imbrogli ci può essere? - Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci nascono in queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io son troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il mio dovere; e poi mi toccan de' rimproveri, e peggio. - Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c'è. - Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola? - Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa, - disse Renzo, cominciando ad alterarsi, - poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s'è sbrigato ogni cosa? non s'è fatto tutto ciò che s'aveva a fare? - Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora... basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovane; e i superiori... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo. - Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare, come dice; e sarà subito fatta. - Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti? - Che vuol ch'io sappia d'impedimenti? - Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis,... - cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita. - Si piglia gioco di me? - interruppe il giovine. - Che vuol ch'io faccia del suo latinorum? - Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 2

3 CAPITOLO 1: ESPRESSIONI LATINE CORRENTEMENTE USATE IN ITALIANO (in ordine alfabetico) Cave canem! Mosaico da Pompei. Napoli, Museo archelogico. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 3

4 Ab aeterno. Da tutta l'eternità, da tempo immemorabile. Ab assuetis non fit passio. Dalle cose abituali (alle quali siamo assuefatti) non nasce la passione. Ab illo tempore Da quel tempo. Abusus non tollit usum. L'abuso non vieta l'uso. Ad abundantiam. In abbondanza, in aggiunta, in più. Ad augusta per angusta. Alle cose eccelse si arriva solo attraverso le difficoltà. Adferte mihi gladium. Portatemi una spada A divinis (mysteriis). Dai ministeri divini. Ad hoc. (Esclusivamente) per questo. Ad honorem. Per onore. Ad impossibilia nemo tenetur. Nessuno è obbligato a fare l'impossibile. Altri noti brocardi : Aequat quadrata rotundis, facit de albo nigrum. Dura lex, sed lex. Legge dura, ma legge. Ignorantia legis non excusat. L'ignoranza della legge non scusa In dubio pro reo. Nel dubbio, giudica in favore dell'imputato. Pacta sunt servanda. I patti devono essere rispettati. Solve et repete. Prima adempi alla tua obbligazione, poi chiedi il rimborso. Consensus, non amor facit nuptias. Il consenso, non l'amore fa le nozze. Ad interim. Frattanto, provvisoriamente. Ad libitum. A piacere, a volontà. Ad litteram. Alla lettera. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 4

5 Ad maiora! A successi ancor più grandi! Ad multos annos! Ancora per molti anni. Ad personam. Solo per (la) persona. Ad rem. Alla cosa. Ad valorem. In funzione del valore. Aequo animo. Con animo giusto, sereno, imparziale. Afflictis longae (o lentae), celeres gaudentibus horae. Lente sono le ore per chi è afflitto, veloci per chi è felice. Altre epigrafi per meridiane: Fugit irreparabile tempus. (Virgilio, Georgiche, III, v. 284) Il tempo fugge inesorabile. Horas non numero nisi serenas. - Non conto che le ore serene. Vulnerant omnes, ultima necat. - Tutte feriscono, l'ultima (ora) uccide. A latere. Al fianco. Alias (dictus). In altre circostanze. Altrimenti detto. Alibi. Altrove. Alter ego. Un altro me stesso. Ante litteram. Lett.: "prima della lettera". Apertis verbis. Con parole chiare. A posteriori. Lett.: da ciò che è dopo. A priori. Lett.: da ciò che è prima. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 5

6 Aquila non capit muscas. L'aquila non va a caccia delle mosche Asinus asinum fricat. L'asino gratta l'asino Asinus in cathedra. Un asino che fa da maestro. Asinus portans mysteria. Un asino che porta i misteri. Barba non facit philosophum. La barba non fa il filosofo. Bis dat qui cito dat. Dà due volte chi dà presto. Brevi manu. Con mano breve (direttamente, di persona). Busillis. Problema spinoso e di difficile soluzione. (in diebus illis magnis plenae indie busillis magnis plenae) Captatio benevolentae. Tentativo di accattivarsi la simpatia. Caput mundi. Capo del mondo. Castigat ridendo mores. Corregge i costumi deridendoli. Casus belli. Evento che dà origine alla guerra. Caveant consules. I consoli stiano attenti. Cave canem. Attenti al cane Compos mentis. Pienamente padrone della sua mente. Condicio sine qua non. Condizione senza la quale non (si può verificare un evento). Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 6

7 Contraria contrariis curantur. Le malattie (contrarie) si curano con i rimedi contrari. Currenti calamo. Con penna veloce. De gustibus non est disputandum Non bisogna discutere sui gusti. Deus ex machina Lett.: dio (che viene) dalla macchina (= intervento inatteso e risolutore ). De visu. Con i propri occhi. Divide et impera. Dividi e domina. Do ut des. Io do affinché tu dia. Eiusdem furfuris. Della medesima crusca. Elephas indus culices non timet. L'elefante indiano non teme le zanzare. E pluribus unum. Da molti, uno. Erga omnes. Nei confronti di tutti. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Commettere errori è umano, ma perseverare (nell'errore) è diabolico. (cfr. Sant Agostino, Sermones, 164, 14: Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere). Ex abrupto. All'improvviso, di colpo. Ex aequo. A parità di merito, alla pari. Ex cathedra. Dall alto della cattedra. Excusatio non petita, accusatio manifesta. Scusa non richiesta, accusa manifesta. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 7

8 Ex dono. (Proveniente) da un dono. Exempli gratia. Per esempio. Ex lege. Secondo la legge. Ex professo. Di proposito, intenzionalmente. Ex ungue leonem. Il leone (si riconosce) dalle unghie. Ex voto. A seguito di un voto. Factotum. Colui che fa tutto. Fervet olla, vivit amicitia. Finché bolle la pentola, vive l'amicizia. Fluctuat nec mergitur. Fluttua e non affonda. Forma mentis. Forma (idea, impostazione) della mente. Gratis et amore Dei Per grazia e per amore di Dio. Hic et nunc. Qui ed ora. Hic sunt leones. Qui ci sono i leoni. Hodie mihi, cras tibi. Oggi a me, domani a te. Honoris causa. A motivo di onore. Imprimatur. Si stampi, venga impresso. Impunitas semper ad deteriora invitat. L'impunità invita sempre a cose peggiori. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 8

9 In camera caritatis. Lett: nella stanza dell'amore (= in confidenza). In cauda venenum. Il veleno (è) nella coda. In dubio pro reo. In caso di dubbio (giudicare) in favore del colpevole. In fieri In divenire. In extremis. All ultimo momento. In itinere. Durante il percorso. In medio stat virtus. La virtù sta nel mezzo. In pectore. Lett.: nel petto, nel (segreto del) cuore (= designazione non ancora ufficiale ad un incarico). In primis. Tra le prime cose, soprattutto.. Insalutato hospite. Non (avendo) salutato l'ospite. Intra moenia. All'interno delle mura della città. In vestimentis non est sapientia mentis. La saggezza della mente non risiede negli abiti. In vino veritas. Nel vino c'è la verità. In vitro. Sotto vetro. Lectio brevis Lezione breve. Lapsus (calami). Errore della penna. Lapsus linguae. Errore della lingua. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 9

10 Littera non erubescit. Gli scritti non arrossiscono. Ludere, non laedere. Scherzare, ma non offendere. Maiora premunt. Ci sono cose più urgenti da fare. Manu militari. Con l uso della forza armata. Mater semper certa est, pater nunquam. La madre è sempre certa, il padre mai. Mea culpa. Per mia colpa. Melius est abundare quam deficere. Meglio abbondare che scarseggiare. Memento mori. Ricordati che devi morire. Minus habens. Minorato, stupido. Modus operandi. Modo di operare o modalità operativa. More maiorum. Secondo il costume degli antichi. More uxorio. Secondo il costume matrimoniale. Mors tua vita mea. La tua morte è la mia vita. Mutatis mutandis. Lett.: Cambiate le cose che devono essere cambiate (= fatte le debite mutazioni). Nemo propheta in patria. Nessuno è profeta nella propria patria. Nihil obstat. Niente si oppone. Nomen omen. Il nome (è) un presagio. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 10

11 Non plus ultra. Non più avanti. Nosce te ipsum Conosci te stesso. Obtorto collo. Lett.: con il collo storto (= contro la propria volontà). Omissis. Tralasciate (le altre informazioni). Opera omnia. Tutte le opere. Ore rotundo. A bocca tonda. Palmarès. Eccellente. Par condicio (creditorum). Parità di trattamento dei creditori. Passim. Qua e là. Perinde ac cadaver. Allo stesso modo di un cadavere. Per os. Per bocca. Post mortem. Dopo la morte. Post nubila Phoebus. Dopo la pioggia il sole. Post scriptum. Scritto dopo. Pro forma. Per formalità. Pro memoria. Per la memoria, per ricordare. Prosit. Auguri, salute! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 11

12 Pro tempore. Temporaneamente. Punica fides. Fedeltà cartaginese. Qui pro quo. Lett.: il che per il come (= equivoco). Quod non potest diabolus, mulier evincit. Ciò che non può il diavolo, l ottiene la donna. Quorum. Dei quali. Rebus. Mediante le cose. Rebus sic stantibus. Stando così le cose. Redde rationem. Rendimi conto. Referendum. Da riferirsi (al popolo sovrano). Relata refero. Riferisco ciò che mi è stato detto. Repetita iuvant Le ripetizioni aiutano. Risus abundat in ore stultorum. Il riso abbonda sulla bocca degli stolti. Semper fidelis. Fedele per sempre. Sic. Così. Sic et simpliciter. Così e semplicemente. Sic semper tyrannis. Così sempre ai tiranni. Sic transit gloria mundi. Così passa la gloria del mondo. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 12

13 Sine die. Senza fissare il giorno. Status quo. Nella condizione in cui (si trovava). Sua sponte. Di sua volontà. Sui generis. Di un genere tutto suo. Suo tempore. A suo tempo. Sursum corda. In alto i cuori. Tabula rasa. Tavoletta liscia, cancellata (su cui non c è nulla). Toto corde. Con tutto il cuore. Ubi consistam. Lett.: dove io mi possa appoggiare (= un punto di appoggio). Ubi maior, minor cessat. Lett.: dove c'è il maggiore, il minore è trascurabile (= dove c è qualcuno che vale di più, quello che vale di meno si deve mettere da parte) Ultima forsan Forse l ultima (ora). Ultima ratio regum. (La forza) è l'ultima ragione dei re. Una tantum. Una soltanto. Urbi et Orbi. Alla città (di Roma) e al mondo. Vade mecum. Vieni con me. Verba docent, exempla trahunt. Le parole insegnano, gli esempi trascinano. Verba volant, scripta manent. Le parole volano, gli scritti rimangono. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 13

14 Verbi gratia. Lett.: in grazia della parola (= per esempio) Vexata quaestio. Argomento già dibattuto e discusso. Vis comica. La forza comica. Viribus unitis. Con le forze unite. Vox clamantis in deserto. Voce di uno che grida nel deserto. Vox populi vox dei. Voce del popolo voce di Dio. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 14

15 CAPITOLO 2: MOTTI CELEBRI DI AUTORI LATINI (in ordine cronologico) Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio ( ). Amor vincit omnia ( ), olio su tela (cm. 156 x 113). Berlino, Staatliche Museen. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 15

16 APPIO CLAUDIO CIECO (IV - III a.c.) Faber est suae quisque fortunae. Ciascuno è artefice della propria sorte. (Appio Claudio Cieco, nello PseudoSallustio, Epistulae ad Caesarem senem de re pubblica, I, 1, 2) PseudoSallustio, Epistulae ad Caesarem senem de re pubblica, I, 1, 1-3 Pro vero antea optinebat regna atque imperia fortunam dono dare, item alia quae per mortaleis avide cupiuntur, quia et apud indignos saepe erant quasi per libidinem data neque cuiquam incorrupta permanserant. sed res docuit id verum esse, quod in carminibus Appius ait, fabrum esse suae quemque fortunae, atque in te maxume, qui tantum alios praegressus es, ut prius defessi sint homines laudando facta tua quam tu laude digna faciundo, ceterum ut fabricata sic virtute parta, quam magna industria haberei decet, ne incuria deformentur aut conruant infirmata. [I, 1] Era per l'addietro verità inconcussa che la fortuna concedesse in dono regni ed imperi, nonché gli altri beni cui gli uomini aspirano avidamente: perché, conferiti quasi a capriccio, si vedevano spesso in mano di uomini indegni, ed alcuno mai li aveva conservati integri. [2] Ma l'esperienza ha dimostrato vera la massima di Appio, che cioè ciascuno è artefice della propria fortuna: e questo nel caso tuo in particolare, che hai spinto tanto innanzi la tua superiorità sugli altri che la gente si è stancata prima di esaltare le tue gesta che tu di compiere imprese lodevoli. [3] lnoltre, tanto i prodotti dell'arte quanto le conquiste del valore vanno conservati con la massima diligenza, perché non abbiano a guastarsi per l'incuria e a vacillare sino alla rovina totale. PLAUTO (ca a.c.) Certa mittimus, dum incerta petimus. Perdiamo il certo, mentre corriamo dietro all'incerto. (Plauto, Pseudolus, v. 685) Plauto, Pseudolus, vv (il servo Pseudolo) 667. Di immortales, conservavit me illic homo adventu suo; 668. suo viatico redduxit me usque ex errore in viam Namque ipsa Opportunitas non potuit mihi opportunius 670. advenire quam haec allatast mi opportune epistula nam haec allata cornu copiaest, ubi inest quidquid volo: 672. hic doli, hic fallaciae omnes, hic sunt sycophantiae, 673. hic argentum, hic amica amanti erili filio atque ego nunc me ut gloriosum faciam et copi pectore: 675. quo modo quicque agerem, ut lenoni surruperem mulierculam, 676. iam instituta ornata cuncta in ordine, animo ut volueram, 677. certa deformata habebam; sed profecto hoc sic erit: 678. centum doctum hominum consilia sola haec devincit dea, 679. Fortuna. atque hoc verum est: proinde ut quisque Fortuna utitur, 680. ita praecellet atque exinde sapere eum omnes dicimus. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 16

17 681. bene ubi quoi scimus consilium accidisse, hominem catum 682. eum esse declaramus, stultum autem illum quoi vortit male stulti hau scimus, frusta ut simus, quom quid cupienter dari 684. petimus nobis, quasi quid in rem sit possimus noscere certa mittimus, dum incerta petimus; atque hoc evenit 686. in labore atque in dolore, ut mors obrepat interim sed iam satis est philosophatum. nimis diu et longum loquor di immortales, aurichalco contra non carum fuit 689. meum mendacium, hic modo quod subito commentus fui, 690. quia lenonis me esse dixi. nunc ego hac epistula 691. tris deludam, erum et lenonem et qui hanc dedit mi epistulam euge, par pari aliud autem quod cupiebam contigit: 693. venit eccum Calidorus, ducit nescio quem secum simul. (Pseudolo, da solo). Santi numi, quell'uomo con la sua venuta è stato la mia salvezza: col viatico che porta mi ha rimesso dallo smarrimento sulla via giusta. L'Opportunità in persona non sarebbe giunta più opportunamente di quanto mi è giunta opportuna questa lettera. Perché questa è la vera cornucopia e dentro c'è tutto quello che voglio: ci sono i tranelli, c'è il denaro e c'è l'amante del padroncino. Ed io ho buon motivo di farmene tanto albagioso e di rizzar la cresta. Già avevo nella testa tutte le mariolerie che dovevo fare per portar via la ragazza al ruffiano: tutto era organizzato, tutto era pronto e congegnato secondo il mio genio, tutto sistemato e messo a punto. Ma bisogna riconoscerlo: basta una sola dea, la Fortuna, a superare le architettazioni di cento sapientoni. E anche questa è pura e santa verità: se uno ha la fortuna dalla sua e fa parlare di sé, ecco noi tutti ad esaltarlo come un cervellone. Basta che gliene va bene una e già lo proclamiamo un uomo di genio; se invece la sgarra, ci diventa un imbecille. Lasagnoni come siamo, non ci rendiamo conto che errore è mettersi a desiderare una cosa che non possiamo sapere se è per il nostro bene o no. Perdiamo il certo, mentre corriamo dietro all'incerto. E tutto questo tra mille tribolazioni ed affanni finché non ci acchiappa la morte. Ma ora basta con la filosofia: ho sproloquiato troppo e troppo a lungo. Santo cielo! che bugia da pagare a peso d'oricalco quella che mi inventai su due piedi, quando mi venne detto di dichiararmi servo del ruffiano! Ora con questa lettera ne potrò uccellare tre: il padrone, il lenone e quello che me la diede. Evviva! ecco qua un'altra bella occasione che tanto desideravo: ecco che sta arrivando Calidoro e conduce con sé non so chi. Mulier recte olet ubi nihil olet. La donna ha un buon odore quando non ha nessun odore. (Plauto, Mostellaria, vv. 273) Plauto, Mostellaria, vv (Filemasia, cortigiana e amante di Filolachete; Scafa, serva di Filemasia; Filolachete, giovanotto, figlio di Teopropide) 248. Philem. Cedo mi speculum et cum ornamentis arculam actutum, Scapha, 249. ornata ut sim, quom huc adveniat Philolaches voluptas mea Sc. Mulier quae se suamque aetatem spernit, speculo ei usus est: 251. quid opust speculo tibi, quae tute speculo speculum es maxumum? 252. Philol. Ob istuc verbum, ne nequiquam, Scapha, tam lepide dixeris, 253. dabo aliquid hodie peculi tibi, Philematium mea Philem. Suo quique loco viden? capillus satis compositust commode Sc. Ubi tu commoda es, capillum commodum esse credito Philol. Vah, quid illa pote peius quicquam muliere memorarier? 257. nunc adsentatrix scelesta est, dudum adversatrix erat. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 17

18 258. Philem. Cedo cerussam. Sc. Quid cerussa opust nam? Philem. Qui malas oblinam Sc. Vna opera ebur atramento candefacere postules Philol. Lepide dictum de atramento atque ebore. euge, plaudo Scaphae Philem. Tum tu igitur cedo purpurissum. Sc. Non do. scita es tu quidem nova pictura interpolare vis opus lepidissimum? 263. non istanc aetatem oportet pigmentum ullum attingere, 264. neque cerussam neque melinum, neque aliam ullam offuciam Philem. Cape igitur speculum. Philol. Ei mihi misero, savium speculo dedit nimis velim lapidem, qui ego illi speculo diminuam caput Sc. Linteum cape atque exterge tibi manus. Philem. Quid ita, obsecro? 268. Sc. Vt speculum tenuisti, metuo ne olant argentum manus: 269. ne usquam argentum te accepisse suspicetur Philolaches Philol. Non videor vidisse lenam callidiorem ullam alteras ut lepide atque astute in mentem venit de speculo malae Philem. Etiamne unguentis unguendam censes? Sc. Minime feceris Philem. Quapropter? Sc. Quia ecastor mulier recte olet, ubi nihil olet nam istae veteres, quae se unguentis unctitant, interpoles, 275. vetulae, edentulae, quae vitia corporis fuco occulunt, 276. ubi sese sudor cum unguentis consociavit, ilico 277. itidem olent, quasi cum una multa iura confudit cocus quid olant nescias, nisi id unum, ni male olere intellegas. File. Suvvia, ora sbrigati: Scafa, porgimi lo specchio e il cofanetto dei gioielli. Voglio farmi bella di tutto punto per l'arrivo di Filolachete, la passione mia. Sc. Dello specchio hanno bisogno le donne che non hanno fiducia in se stesse e nella propria giovinezza. Ma tu che te ne fai? il vero specchio sei tu, lo specchio degli specchi. Filo. (a parte). Per una battuta così graziosa, cara Scafa, e perché non si dica che tu l'hai pronunziata ad ufo, oggi regalerò una bella somma... a te, mia Filemazia. File. E i capelli, sono tutti a posto come si deve? Guarda un po'. Sc. Se sei a posto tu, credi pure che sono a posto anche i capelli. Filo. (a parte). Puah! ve la sapete immaginare una cosa peggiore di codesta donna? un momento fa, le faceva il contraddittorio, ora non fa che assecondarla, la birbacciona! File. Porgimi il bianchetto! Sc. Che te ne fai del bianchetto? File. Mi do una passatine alle guance. Sc. Sarebbe come se tu, la mia signora, volessi imbiancare l'avorio con l'inchiostro. Filo. (a parte). Brava Scafa, ti meriti un applauso. Questa trovata dell'avorio e dell'inchiostro è davvero carina. File. Be, allora dammi il rossetto. Sc. Non te lo do. Bella furberia voler imbrattare con un piastriccio d'accatto il meraviglioso capolavoro del tuo viso! Alla tua età non c'è bisogno di ricorrere alle tinture, né al bianchetto, né alla biacca di Melo, né ad altri impiastri. File. E allora dàmmi lo specchio (ci si guarda e lo bacia). Filo. (a parte) Ah, povero me, ha dato un bacio allo specchio! Come vorrei sottomano un ciottolo da spaccar la testa a quello specchio! Sc. Piglia il fazzoletto e pulisciti le mani. File. O perché, di grazia? Sc. Siccome hai toccato lo specchio, temo che le mani ti possano odorare d'argento: così Filolachete potrebbe sospettare che abbia preso denaro da altri. Filo. (a parte) Mi sa di non aver mai vista una mezzana più furbacchiona di costei. Che idea fina, che sottile ciurmeria l è venuta in testa sullo specchio a questa birbante. File. E non credi sia il caso che mi passi un po' d'unguento? Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 18

19 Sc. Per carità! File. Ma perché? Sc. Perché, giuraddio, una donna fa buon odore quando non ne fa alcuno. Pensa a quelle vecchie che si insegano di unguenti, come delle maschere, vecchie decrepite, sdentate che cercano di occultare le magagne del viso con i trucchi! quando poi il sudore fa mistura con gli unguenti, sùbito fanno lo stesso odore di certi intrugli che ammanniscono i cuochi a furia di mescolare salse con salse. Non sai più che odore fanno. Capisci solo una cosa: che puzzano! Amor et melle et felle est fecundissimus. L Amore è fecondissimo di miele e di fiele. (Plauto, Cistellaria, v. 69) Perfidiosus est Amor. L Amore è perfido. (Plauto, Cistellaria, v. 72) Plauto, Cistellaria, vv (Selene, Gimnasia, Lena) 52. Gymn. (...) Sed tu aufer istaec verba. 53. meus oculus, mea Selenium, numquam ego te tristiorem 54. vidi esse. quid, cedo, te obsecro tam abhorret hilaritudo? 55. neque munda adaeque es, ut soles hoc sis vide, ut petivit 56. suspiritum alte et pallida es. eloquere utrumque nobis, 57. et quid tibi est et quid velis nostram operam, ut nos sciamus. 58. noli, obsecro, lacrumis tuis mi exercitum imperare. 59. Sel. Med excrucio, mea Gymnasium: male mihi est, male maceror; 60. doleo ab animo, doleo ab oculis, doleo ab aegritudine. 61. quid dicam, nisi stultitia mea me in maerorem rapi? 62. Gymn. Indidem unde oritur facito ut facias stultitiam sepelibilem. 63. Sel. Quid faciam? Gymn. In latebras abscondas pectore penitissimo. 64. tuam stultitiam sola facito ut scias sine aliis arbitris. 65. Sel. At mihi cordolium est. Gymn. Quid? id unde est tibi cor? commemora obsecro; 66. quod neque ego habeo neque quisquam alia mulier, ut perhibent viri. 67. Sel. Siquid est quod doleat, dolet; si autem non es t, tamen hoc hic dolet. 68. Gymn. Amat haec mulier. Sel. Eho an amare occipere amarum est, obsecro? 69. Gymn. Namque ecastor Amor et melle et felle est fecundissimus; 70. gustui dat dulce, amarum ad satietatem usque oggerit. 71. Sel. Ad istam faciem est morbus, qui me, mea Gymnasium, macerat. 72. Gymn. Perfidiosus est Amor. Sel. Ergo in me peculatum facit. 73. Gymn. Bono animo es, erit isti morbo melius. Sel. Confidam fore, 74. si medicus veniat qui huic morbo facere medicinam potest. 75. Gymn. Veniet. Sel. Spissum istuc amanti est verbum, veniet, nisi venit. 76. sed ego mea culpa et stultitia peius misera maceror, 77. quom ego illum unum mi exoptavi, quicum aetatem degerem. 78. Len. Matronae magis conducibilest istuc, mea Selenium, 79. unum amare et cum eo aetatem exigere quoi nuptast semel. 80. verum enim meretrix fortunati est oppidi simillima: 81. non potest suam rem obtinere sola sine multis viris. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 19

20 Gimn. (...) Ma tu, cara Selenia, luce degli occhi miei, mentre noi si sta a chiacchierare, mi hai un'aria... non ti ho vista mai così rabbuiata. Ma via, dimmi, ti prego, che c'è da far quella faccia? Non hai più neanche lo sgallettìo che hai sempre avuto. Guarda un po' tu che razza di sospironi tira fuori! E come sei pallida! confidati con noi, dicci tutto quello che hai e quello che vuoi da noi. E fa' il piacere, non costringermi con codeste tue lacrime a sciogliermi in pianto. Sel. Ah, Ginnasia mia, sono disperata, tribolata, sono in un mare di pene. Ho male al cuore, agli occhi, son tutta angosciata. Che debbo dirti? la verità è che la mia stoltezza mi trascina a tormentarmi così. Gimn. E fa' allora di seppellire codesta stoltezza nel punto stesso dove ti fa capolino. Sel. E come farò? Gimn. Sprofondala nel fondo del petto, più dentro che puoi e fa' in modo che di codesta tua stoltezza non si accorgano altri all'infuori di te. Sel. Ma quella mia è pena di cuore. Gimn. E che significa? com'è che hai cuore tu? Spiègati, ti prego. Giacché cuore io non ne ho, come non ne hanno le altre donne, a detta degli uomini. Sel. Se ne esiste uno capace di soffrire, il mio soffre: se poi non ne esiste alcuno, certo è che qui (indica il cuore) io ci ho male. Gimn. Questa poverina è innamorata! Sel. Oh, è poi tanto amaro innamorarsi? ditemi. Gimn. Certo, perdiana! L'Amore è fecondissimo di miele e di fiele. Al primo gusto è dolce, poi ti subissa d'amaro a più non posso. Sel. È l'immagine, tale e quale, del male che mi travaglia, cara Ginnasia. Gimn. L'amore è perfido. Sel. Per questo mi raggira. Gimn. Coraggio! vedrai che il tuo male andrà meglio. Sel. Ci spererei, se venisse il medico che può guarirmi da questo male. Gimn. Verrà. Sel. Già, verrà! questa è una parola ben dura per un'innamorata, se poi non viene. Ala peggio per me! è tutta colpa mia, della mia follia, se mi struggo così. Giacché quello è il solo uomo col quale bramavo di vivere il resto dei mei giorni. Len. Veramente, cara Selenia, questa di voler bene a uno solo e dì voler passare la vita assieme a lui, una volta che lo si sia sposato, credimi, è roba da matrone. La cortigiana è come una città ricca e fiorente, che da sola non può reggersi, ed ha perciò bisogno del concorso di tanti uomini. Amator, quasi piscis, nequam est, nisi recens. L amante, come il pesce, è cattivo se non è fresco. (Plauto, Asinaria, v. 178) Homo homini lupus L uomo è un lupo per l altro uomo. (Plauto, Asinaria, v. 495) Plauto, Asinaria, vv (Cleareta, Diabolo) 153. Clear. Unum quodque istorum verbum nummis Philippis aureis 154. non potest auferre hinc a me si quis emptor venerit; 155. nec recte quae tu in nos dicis, aurum atque argentum merumst: 156. fixus hic apud nos est animus tuos clavo Cupidinis remigio veloque quantum poteris festina et fuge: 158. quam magis te in altum capessis, tam aestus te in portum refert Diab. Ego pol istum portitorem privabo portorio; 160. ego te dehinc ut merita es de me et mea re tractare exsequar, 161. quom tu med ut meritus sum non tractas atque eicis domo. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 20

21 162. Clear. Magis istuc percipimus lingua dici, quam factis fore Diab. Solus solitudine ego ted atque ab egestate abstuli; 164. solus si ductem, referre gratiam numquam potes Clear. Solus ductato, si semper solus quae poscam dabis; 166. semper tibi promissum habeto hac lege, dum superes datis Diab. Qui modus dandi? nam numquam tu quidem expleri potes; 168. modo quom accepisti, haud multo post aliquid quod poscas paras Clear. Quid modist ductando, amando? numquamne expleri potes? 170. modo remisisti, continuo iam ut remittam ad te rogas Dedi equidem quod mecum egisti. Clear. Et tibi ego misi mulierem: 172. par pari datum hostimentumst, opera pro pecunia Diab. Male agis mecum. Clear. Quid me accusas, si facio officium meum? 174. nam neque fictum usquamst neque pictum neque scriptum in poematis 175. ubi lena bene agat cum quiquam amante, quae frugi esse volt Diab. Mihi quidem te parcere aequomst tandem, ut tibi durem diu Clear. Non tu scis? quae amanti parcet, eadem sibi parcet parum quasi piscis, itidemst amator lenae: nequam est, nisi recens; 179. is habet sucum, is suavitatem, eum quo vis pacto condias, 180. vel patinarium vel assum, verses quo pacto lubet: 181. is dare volt, is se aliquid posci, nam ibi de pleno promitur; 182. neque ille scit quid det, quid damni faciat: illi rei studet volt placere sese amicae, volt mihi, volt pedisequae, 184. volt famulis, volt etiam ancillis; et quoque catulo meo 185. subblanditur novos amator, se ut quom videat gaudeat vera dico: ad suom quemque hominem quaestum esse aequomst callidum. Clear. (uscendo di casa) Neanche a suon di filippi darei via, se ci fosse un compratore, una sola di codeste tue parolacce. Gli improperi che ci scagli addosso sono tutt'oro e argento di coppella. Il tuo cuore è qui, appiccicato alla nostra porta: è stato il dio dell'amore a inchiodarvelo. Ora prova a fuggire: forza coi remi, forza con la vela! quanto più cercherai di correre al largo, tanto più il flutto della passione tì ricaccerà in porto. Diab. Però io, corpo di Bacco, al doganiere di questo porto non pagherò più dazio. D'ora in poi voglio usarti il i6o trattamento che meriti da me e dalla mia borsa. Del resto sei proprio tu che non mi tratti come merito. Mi cacci perfino di casa! Clear. Eh, lo sappiamo bene! Questa è roba che si dice con la lingua, ma poi non se ne fa nulla. Diab. Senti, sono stato l'unico a sollevarti dalla desolazione e dalla miseria. E se ora dovessi essere l'unico a godermi tua figlia, non ti saresti sdebitata abbastanza. Clear. L'unico? ma sì! Però dovresti essere in grado, da solo, ir; di dare tutto quello che ti chiedo. Diab. Dare, dare... ma c'è un limite? sei proprio insaziabile! Hai finito appena d'insaccare che sùbito pensi a rinnovare le tue richieste. Clear. E c'è un limite quando meni via la tua bella e quando ci fai all'amore? forse che ti sazi? Me l'hai appena riaccompagnata e sùbito mi chiedi di rimandartela. Diab. Ma io quello che avevo pattuito te l'ho ben dato! Clear. Ed io ti ho mandato la ragazza. Siamo pari: tanto denaro, tanto servizio. Diab. Fai male a mercanteggiare con me. Clear. Perché mi rimproveri, se faccio il mio dovere? Vedi, né la scultura, né la pittura, né la letteratura hanno mai pensato ad una mezzana che, intenzionata a rimpannucciarsi, si metta a far la beneficenza con questo o quel giovanotto. Diab. Ma infine tu stessa hai l'interesse di trattarmi bene, se vuoi farmi durare. Clear. Non sai? chi tratta bene un amante, tratta male sé stessa. L'amante per la mezzana è come il pesce: è cattivo, se non è fresco. Fresco, invece, è una delizia, un lacchezzo! Lo puoi preparare Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 21

22 come ti talenta: arrostito, lesso; lo puoi rivoltare che è un piacere! Non pensa che a dare, a venire incontro alle richieste dell'amica; perché in questo caso si attinge da una tasca ancòra piena, e lui non si accorge dì quello che sfontana, del salasso che subisce. Non ha altro per la testa che di piacere alla sua bella, a me e perfino alla serva, ai domestici e alle ancelle. L'amante novizio fa i daddoli financo al mio Gagnolo, perché gli faccia festa quando lo vede arrivare. Non è vero forse? Del resto è logico che ognuno, in base al proprio mestiere, cerchi di darsi da fare. Plauto, Asinaria, vv (mercante, Leonida) 487. Merc. Nunc demum? tamen numquam hinc feres argenti nummum, nisi me 488. dare iusserit Demaenetus. Leon. Ita facito, age ambula ergo tu contumeliam alteri facias, tibi non dicatur? 490. tam ego homo sum quam tu. Merc. Scilicet. ita res est. Leon. Sequere hac ergo praefiscini hoc nunc dixerim: nemo etiam me accusavit 492. merito meo, neque me alter est Athenis hodie quisquam, 493. cui credi recte aeque putent. Merc. Fortassis. sed tamen me 494. numquam hodie induces, ut tibi credam hoc argentum ignoto lupus est homo homini, non homo, quom qualis sit non novit Leon. Iam nunc secunda mihi facis. scibam huic te capitulo hodie 497. facturum satis pro iniuria; quamquam ego sum sordidatus, 498. frugi tamen sum, nec potest peculium enumerari. Merc. Ma insomma! Comunque sia, non avrai da me il becco d'un quattrino, finché non sarà Demeneto a ordinarmelo. Leon. Fa' come ti pare. E ora su, cammina, aria! Oltraggi gli altri, e non vuoi che non ti si risponda per le rime? Io sono un uomo né più né meno che te. Merc. Questo si capisce. Leon. Vieni qua, seguimi dunque. Modestia a parte, posso dirti una cosa. Finora nessuno ha avuto motivo di accusarmi e oggi ad Atene non c'è un altro, in cui la gente abbia più stima e incondizionata fiducia che in me. Merc. Può darsi. Tuttavia oggi non mi convincerai mai ad affidarti questo denaro senza conoscerti. Quando un uomo non si sa di che pasta sia, non è un uomo, ma un lupo per l'altro uomo. Leon. Ah, vedi? ora cominci ad adularmi. Sapevo che avresti dato soddisfazione a quell'omiciattolo che sono per il torto arrecatomi. Anche se ti sembro sbricio, sono un galantuomo io e ho denaro da non potersi contare. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 22

23 TERENZIO (190/ a.c.) Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Sono un uomo, ritengo che nulla di umano mi sia estraneo. (Terenzio, Heautontimorumenos, v. 77) Terenzio, Heautontimorumenos, vv (Cremete, Menedemo) 53. Chr. Quamquam haec inter nos nuper notitia admodumst 54. inde adeo quod agrum in proxumo hic mercatus es 55. nec rei fere sane amplius quicquam fuit, 56. tamen vel virtus tua me vel vicinitas, 57. quod ego in propinqua parte amicitiae puto, 58. facit ut te audacter moneam et familiariter 59. quod mihi videre praeter aetatem tuam 60. facere et praeter quam res te adhortatur tua. 61. nam pro deum atque hominum fidem quid vis tibi aut 62. quid quaeris? annos sexaginta natus es 63. aut plus eo, ut conicio; agrum in his regionibus 64. meliorem neque preti maiori' nemo habet; 65. servos compluris: proinde quasi nemo siet, 66. ita attente tute illorum officia fungere. 67. numquam tam mane egredior neque tam vesperi 68. domum revortor quin te in fundo conspicer 69. fodere aut arare aut aliquid ferre denique. 70. nullum remitti' tempu' neque te respicis. 71. haec non voluptati tibi esse sati' certo scio. at 72. enim dices "quantum hic operi' fiat paenitet." 73. quod in opere faciundo operae consumis tuae, 74. si sumas in illis exercendis, plus agas. 75. Men. Chreme, tantumne ab re tuast oti tibi 76. aliena ut cures ea quae nil ad te attinent? 77. Chr. Homo sum: humani nil a me alienum puto. 78. vel me monere hoc vel percontari puta: 79. rectumst ego ut faciam; non est te ut deterream. 80. Men. Mihi sic est usu'; tibi ut opu' factost face. 81. Chr. An quoiquamst usus homini se ut cruciet? Men. Mihi. 82. Chr. si quid laborist nollem. sed quid istuc malist? 83. quaeso, quid de te tantum meruisti? Men.. Eheu! Cr. È vero che questa nostra conoscenza è piuttosto recente - ed esattamente da quando hai comprato il podere qui vicino -, e che tra di noi non c'è stato nulla di più; eppure, sarà per le tue doti, sarà per il vicinato, una cosa che io considero al confine con l'amicizia, io mi sento indotto a consigliarti, con franchezza e familiarità, perché mi pare che tu, per la tua età, lavori troppo e più di quanto lo richieda la tua condizione. In nome degli dèi e degli uomini, a che cosa miri? Che cosa vai cercando? Avrai sessant'anni, o forse più, immagino; nessuno, in questa zona, ha un podere migliore e più pregiato; un sacco di servi; e, come se non ne avessi neanche uno, ti metti a fare tu stesso, con tanto accanimento, le cose che toccano a loro. Mai ch'io esca tanto presto la mattina, o rincasi così tardi la sera, senza che ti veda lì nel fondo a scavare, ad arare o a trasportare qualcosa. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 23

24 Insomma, non ti dai un momento di riposo e non hai nessun riguardo per te. Tutto questo non è un piacere per te, ne sono sicuro. Ma mi dirai: «Non mi piace quanto si lavora qui». Ma la fatica che tu fai lavorando, se la spendessi per far lavorare quelli, ci guadagneresti di più. Men. Cremete, ti resta tanto tempo dalle tue faccende, da occuparti delle cose degli altri, che non ti riguardano affatto? Cr. Sono un uomo, ritengo che nulla di umano mi sia estraneo. Pensa pure che io voglia darti un consiglio o porti una domanda: se è giusto, dovrò farlo anch'io; ma se non è giusto, devo fartela smettere. Men. A me, va bene così. Tu, fa' come va bene per te. Cr. Ma c'è qualcuno a cui fa bene tormentarsi? Men. A me. Cr. Se hai qualche problema, mi dispiace. Ma di che guaio si tratta? Scusa, perché ti senti tanto in colpa con te stesso? Men. Ahimè! Amantes amentes Amanti pazzi. (Terenzio, Andria, v. 218) Amantium irae amoris integratio est. Le ire degli amanti sono un rinnovamento dell amore. (Terenzio, Andria, v. 555) Terenzio, Andria, vv Davos 206. Enimvero, Dave, nil locist segnitiae neque socordiae, 207. quantum intellexi modo senis sententiam de nuptiis: 208. quae si non astu providentur, me aut erum pessum dabunt nec quid agam certumst, Pamphilumne adiutem an auscultem seni si illum relinquo, eius vitae timeo; sin opitulor, huius minas, 211. quoi verba dare difficilest: primum iam de amore hoc comperit; 212. me infensu' servat nequam faciam in nuptiis fallaciam si senserit, perii: aut si lubitum fuerit, causam ceperit 214. quo iure quaque iniuria praecipitem [me] in pistrinum dabit ad haec mala hoc mi accedit etiam: haec Andria, 216. si[ve] ista uxor sive amicast, gravida e Pamphilost audireque eorumst operae pretium audaciam 218. (nam inceptiost amentium, haud amantium): 219. quidquid peperisset decreverunt tollere et fingunt quandam inter se nunc fallaciam 221. civem Atticam esse hanc: "fuit olim quidam senex 222. mercator; navim is fregit apud Andrum insulam; 223. is obiit mortem." ibi tum hanc eiectam Chrysidis 224. patrem recepisse orbam parvam. fabulae! 225. miquidem hercle non fit veri simile; atque ipsis commentum placet sed Mysis ab ea egreditur. at ego hinc me ad forum ut 227. conveniam Pamphilum, ne de hac re pater inprudentem opprimat. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 24

25 Davo Caro Davo, non è il momento di prendersela comoda e di starsene con le mani in mano, dopo quello che ho capito poco fa delle intenzioni del vecchio stille nozze. Queste, se non le blocchiamo con l'astuzia, faranno la rovina mia o del mio padrone. Non so neppure cosa fare: aiutare Panfilo o dar retta al vecchio. Se abbandono quello, temo per la sua vita: se lo aiuto, ci sono le minacce di quest'altro, a cui non è facile darla a bere. Prima di tutto è già al corrente di questa relazione: mi tiene gli occhi addosso con brutte intenzioni, perché non gli combini qualche inghippo per le nozze. Se se ne accorgesse, sono fritto! Oppure, se gli salta il ticchio, a ragione o a torto, la troverà la scusa per mandarmi dritto dritto al mulino. A questi guai mi si aggiunge anche quest'altro: questa ragazza di Andro, moglie o amante che sia, è incinta di Panfilo. La loro temerarietà, val la pena di sentirla (perché è un progetto da dementi, non da amanti!): il bimbo che partorisce, han deciso di allevarlo; ed ora stanno architettando tra loro non so che imbroglio, cioè che questa sarebbe cittadina ateniese. «C'era una volta un vecchio mercante, che fece naufragio presso l'isola di Andro e morì; fu in quella circostanza che il padre di Criside raccolse naufraga questa piccola orfana». Balle! A me la cosa non pare verosimile; ma loro sono convinti della trovata. Ma ecco Miside che esce dalla casa. Io però faccio un salto in piazza per cercare Panfilo e perché il padre non lo colga alla sprovvista su questa storia. (Si allontana) Terenzio, Andria, vv (Simone, Cremete) 533. Sim. Iubeo Chremetem... Chr. O te ipsum quaerebam. Sim. Et ego te: optato advenis Chr. Aliquot me adierunt, ex te auditum qui aibant hodie filiam 535. meam nubere tuo gnato; id viso tune an illi insaniant Sim. Ausculta pauca: et quid ego te velim et tu quod quaeris scies Chr. Ausculto: loquere quid velis Sim. Per te deos oro et nostram amicitiam, Chreme, 539. quae incepta a parvis cum aetate adcrevit simul, 540. perque unicam gnatam tuam et gnatum meum, 541. quoius tibi potestas summa servandi datur, 542. ut me adiuves in hac re atque ita uti nuptiae 543. fuerant futurae, fiant. Chr. Ah ne me obsecra: 544. quasi hoc te orando a me impetrare oporteat alium esse censes nunc me atque olim quom dabam? 546. si in remst utrique ut fiant, accersi iube; 547. sed si ex ea re plus malist quam commodi 548. utrique, id oro te in commune ut consulas, 549. quasi si illa tua sit Pamphilique ego sim pater Sim. Immo ita volo itaque postulo ut fiat, Chreme, 551. neque postulem abs te ni ipsa res moneat. Chr. Quid est? 552. Sim. Irae sunt inter Glycerium et gnatum. Chr. Audio Sim. Ita magnae ut sperem posse avelli. Chr. Fabulae! 554. Sim. Profecto sic est. Chr. Sic hercle ut dicam tibi: 555. amantium irae amoris integratiost Sim. Em id te oro ut ante eamus, dum tempus datur 557. dumque eius lubido occlusast contumeliis, 558. priusquam harum scelera et lacrumae confictae dolis 559. redducunt animum aegrotum ad misericordiam, 560. uxorem demu'. spero consuetudine et 561. coniugio liberali devinctum, Chreme, 562. dehinc facile ex illis sese emersurum malis. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 25

26 Sim. Carissimo Cremete! Cr. Oh. ti stavo proprio cercando. Sim. Anch'io te: arrivi a proposito. Cr. Son venute a trovarmi diverse persone, per dirmi che hanno sentito da te che oggi mia figlia deve sposare tuo figlio. Son qui per vedere se il matto sei tu o loro. Sim. Sta' a sentire un momento: saprai cosa voglio da te e quello che tu vai cercando... Cr. Tì ascolto. Di' pure cosa vuoi. Sim. Ti prego, Cremete, in nome degli dèi e della nostra amicizia, che è cominciata sin da quando eravamo piccoli ed è cresciuta insieme con gli anni. in nome della tua unica figlia e di mio figlio, la cui possibilità di salvezza è tutta nelle tue mani, aiutami in questa circostanza, e che queste nozze, come si dovevano fare, si facciano! Cr. Oh, non supplicarmi! Come se tu avessi bisogno di supplicarmi, per ottenere questo da me. Credi che io sia diverso da quando, tempo fa, ero disposto a concederla? Se è nell'interesse di tutt'e due, che il matrimonio si faccia, mandala a chiamare; ma se da questo deve venire ad entrambi più male che bene, ti prego di tenere in considerazione il nostro comune interesse, come se quella fosse tua figlia, ed io fossi il padre di Panfilo. Sim. Ma è proprio quello che voglio, Cremete, e ti chiedo che avvenga; né starei a chiedertelo, se le circostanze non me lo suggerissero. Cr. Di che si tratta? Sim. C'è rottura tra Glicerio e mio figlio... Cr. Capisco! Sim... Così profonda, che ho fiducia di poterglielo strappare. Cr. Balle! Sim. No, è proprio così. Cr. Te lo dico io, perdinci, come stanno le cose: le ire degli amanti sono un rinnovamento dell amore. Sim. Ecco, è proprio per questo che ti chiedo di prevenirli, finché siamo in tempo e finché la sua passione è soffocata dalle offese; prima che la perfidia di queste donne e le loro false lacrime non facciano impietosire il suo cuore malato, diamogli moglie! Io spero. Cremete, che, legato dal vivere insieme e dal vincolo di un matrimonio legittimo, poi facilmente potrà tirarsi fuori da questi guai. Quot homines, tot sententiae. Quanti uomini, tanti pareri. (Terenzio, Phormio, v. 454) Terenzio, Phormio, v (Demifone, Geta, Egione, Cratino, Critone) 441. De. Quanta me cura et sollicitudine adficit 442. gnatus, qui me et se hisce inpedivit nuptiis! 443. neque mi in conspectum prodit, ut saltem sciam 444. quid de hac re dicat quidve sit sententiae Abi, vise redieritne iam an nondum domum Ge. Eo. De. Videtis quo in loco res haec siet: 447. quid ago? Dic, Hegio. Heg. Ego Cratinum censeo, 448. si tibi videtur... De. Dic, Cratine. Cra. Mene vis...? Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 26

27 449. De. Te. Cra. Ego quae in rem tuam sint ea velim facias. Mihi 450. sic hoc videtur: quod te absente hic filius 451. egit, restitui in integrum aequomst et bonum, 452. et id impetrabis. Dixi. De. Dic nunc, Hegio Heg. Ego sedulo hunc dixisse credo; verum itast, 454. quot homines, tot sententiae: suus quoique mos Mihi non videtur quod sit factum legibus 456. rescindi posse; et turpe inceptust. De. Dic, Crito Cri. Ego amplius deliberandum censeo: 458. res magnast. Cra. Numquid nos vis? De. fecistis probe: 459. Incertior sum multo quam dudum. Ge. Negant 460. redisse. De. Frater est exspectandus mihi: 461. is quod mihi dederit de hac re consilium, id sequar Percontatum ibo ad portum, quoad se recipiat Ge. At ego Antiphonem quaeram, ut quae acta hic sint sciat Sed eccum ipsum video in tempore huc se recipere. De. Quanti fastidi e quante preoccupazioni mi procura mio figlio, mettendo nei guai me e lui con queste nozze. E non si fa neppure vedere da me, perché almeno io sappia che cosa dice e cosa pensa di questa storia. (A Geta) Va' a vedere se è già tornato a casa o no. Ge. Vado. (Entra in casa). De. Vedete a che punto è la cosa. Che devo fare? Dimmi. Egione. Eg. Io credo che Cratino potrebbe, se tu sei d'accordo... De. Dimmi, Cratino. Cra. Vuoi che io... De. Sì. Cra. Io direi che devi fare quello che è meglio per te, Per me, io la vedo così. Quello che tuo figlio ha fatto qui durante la tua assenza, mi pare giusto e corretto che torni com'era prima. E l'otterrai. Ecco tutto. De. Di' tu ora, Egione. Eg. Io credo che lui (indica Cratino) abbia detto una cosa esatta. Ma poi, è così: quante teste, tanti pareri. Ognuno la vede a modo suo. A me non pare che quello che è stato fatto per legge lo si possa annullare. Tentarlo è una cosa che non fa onore. De. Di' tu, Critone. Cri. Io penso che bisogna riflettere un po' di più: il caso è grave. Eg. Ti serve altro da noi? De. Siete stati perfetti: sono molto più indeciso di prima. (Si allontanano). Ge. (uscendo di casa) Dicono che non è tornato. De. Devo aspettare mio fratello. Seguirò il consiglio che mi darà lui su questa storia. Andrò al porto per sapere quando ritorna. (Si allontana). Ge. Io intanto cercherò Antifone per fargli sapere cos'è successo qui. Ma ecco che lo vedo arrivare, proprio al momento giusto. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 27

28 CATULLO (ca. 84 a.c. ca. 54 a.c.) Desinas ineptire Smetti di fare follie! (Catullo, c. 8, v. 1) Carme 8 1. Miser Catulle, desinas ineptire, 2. et quod vides perisse perditum ducas. 3. Fulsere quondam candidi tibi soles, 4. cum ventitabas quo puella ducebat, 5. amata nobis quantum amabitur nulla. 6. Ibi illa multa tum iocosa fiebant, 7. quae tu volebas nec puella nolebat. 8. fulsere vere candidi tibi soles. 9. Nunc iam illa non vult: tu quoque, impotens, noli; 10. nec quae fugit sectare, nec miser vive, 11. sed obstinata mente perfer, obdura. 12. Vale, puella, iam Catullus obdurat, 13. nec te requiret nec rogabit invitam. 14. at tu dolebis, cum rogaberis nulla. 15. Scelesta, vae te! quae tibi manet vita? 16. quis nunc te adibit? cui videberis bella? 17. quem nunc amabis? cuius esse diceris? 18. quem basiabis? cui labella mordebis? 19. At tu, Catulle, destinatus obdura! Povero Catullo, smetti di fare follie, e ciò che vedi perduto, consideralo come perduto! Un tempo brillarono per te giornate radiose, quando correvi dove ti conduceva la fanciulla, da noi amata come nessuna sarà mai amata. Lì allora si svolgevano molti giochi amorosi, che tu volevi e lei non rifiutava. Davvero brillarono per te giornate radiose! Ma ora non vuole più: rifiutali anche tu, sebbene incapace di dominarti; non inseguire lei che fugge e non vivere da disperato, ma sopporta con animo saldo, tieni duro! Addio, fanciulla, ormai Catullo tiene duro, e non ti cercherà né ti supplicherà, tuo malgrado. Ma tu soffrirai, quando non sarai supplicata. Guai a te, disgraziata, quale vita ti attende? Chi, ora, verrà da te? A chi sembrerai hbella? E chi ameraiora? E di chi si dirà che tu sei? Chi bacerai? A chi morderai le labbra? Ma tu, Catullo, con animo fremo, tieni duro! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 28

29 Carme Nulli se dicit mulier mea nubere malle 2. quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat. 3. Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti, 4. in vento et rapida scribere oportet aqua. Scribere in vento et rapida aqua. Scrivere sul vento e sull acqua che scorre veloce. (Catullo, c. 70, v.4) La mia donna dice di non voler stare con altri, se non con me, neppure se Giove in persona la corteggiasse. Dice (così): ma ciò che una donna dice all amante folle di passione Bisogna scriverlo sul vento e sull acqua che scorre veloce. Difficile est longum deponere amorem. È difficile deporre ad un tratto una lunga passione. (Catullo, c. 76, v. 13) Carme Siqua recordanti benefacta priora voluptas 2. est homini, cum se cogitat esse pium, 3. nec sanctam violasse fidem, nec foedere in ullo 4. divum ad fallendos numine abusum homines, 5. multa parata manent in longa aetate, Catulle, 6. ex hoc ingrato gaudia amore tibi. 7. nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt 8. aut facere, haec a te dictaque factaque sunt. 9. omnia quae ingratae perierunt credita menti. 10. quare cur tete iam amplius excrucies? 11. quin tu animum offirmas atque istinc te ipse reducis 12. et dis invitis desinis esse miser? 13. difficilest longum subito deponere amorem, 14. difficilest, verum hoc qua libet efficias: 15. una salus haec est, hoc est tibi pervincendum, 16. hoc facias, sive id non pote sive pote. 17. di, si vestrumst misereri, aut si quibus umquam 18. extremam iam ipsa in morte tulistis opem, 19. me miserum aspicite et, si vitam puriter egi, 20. eripite hanc pestem perniciemque mihi, 21. quae mihi surrepens imos ut torpor in artus 22. expulit ex omni pectore laetitias. 23. non iam illud quaero, contra me ut diligat illa, 24. aut, quod non potis est, esse pudica velit: 25. ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum. 26. Di, reddite mi hoc pro pietate mea! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 29

30 1. Se all'uomo è dolce il ricordo del bene compiuto, 2. quando sente di essere giusto, di non avere mai infranto 3. la parola inviolabile, e di non avere abusato 4. del Nume divino, nei patti, ad inganno degli uomini, 5. ti restano incolumi gioie nel tempo avvenire, o Catullo, 6. superstiti a questa per te sventurata passione. 7. Quanto un uomo, difatti, può compiere o dire di bene, 8. tu l'hai detto o compiuto. Ma tutto, 9. invano affidato ad un animo ingrato, è perito. 10. Perché dunque continui ad accrescere l'antico tormento, 11. e non rendi più fermo il tuo animo, e non ti ravvedi, 12. e non smetti di vivere in pena, malgrado il volere divino? 13. È difficile deporre ad un tratto una lunga passione. 14. È difficile, ma devi riuscirvi a ogni costo. 15. Questa è la sola salvezza, questa la tua grande vittoria. 16. Tenta l'impresa, possibile o perduta che sia. 17. O dèi, se la pietà vi si addice, e se mai concedeste 18. ad alcuno nell'ora della morte un estremo soccorso, 19. guardate me pure infelice, e se la mia vita fu pura, 20. strappatemi a questo male che mi consuma 21. e come letargo si insinua in ogni fibra del corpo 22. disperdendo tutte le gioie dal profondo dell'animo. 23. Non chiedo già questo, che lei ricambi il mio amore, 24. o, ciò che è impossibile, voglia divenire pudica; 25. sono io che voglio guarire e liberarmi di questo orribile morbo. 26. O dèi concedetemi qesto, in cambio della mia devozione. Odi et amo. Odio e amo (Catullo, c. 85, v. 1) Carme 85 Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Odio e amo. Forse ti chiedi perché io lo faccia (oppure: come sia possibile) Non lo so, ma sento che accade e mi tormento. Anacreonte. Amo e non amo, sono pazzo e non sono pazzo. (fr. 46 Gentili) Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 30

31 CORNELIO NEPOTE (ca. 100 a.c. ca. 25 a.c.) Invidia gloriae comes. Invidia compagna della gloria. (Cornelio Nepote, Cabria, 2-3) Cornelio Nepote, Cabria, 2-3 Interim bellum inter Aegyptios et Persas conflatum est. Athenienses cum Artaxerxe societatem habebant, Lacedaemonii cum Aegyptiis, a quibus magnas praedas Agesilaus, rex eorum, faciebat. id intuens Chabrias, cum in re nulla Agesilao cederet, sua sponte eos adiutum profectus Aegyptiae classi praefuit, pedestribus copiis Agesilaus. Tum praefecti regis Persae legatos miserunt Athenas questum, quod Chabrias aduersum regem bellum gereret cum Aegyptiis. Athenienses diem certam Chabriae praestituerunt, quam ante domum nisi redisset, capitis se illum damnaturos denuntiarunt. Hoc ille nuntio Athenas rediit, neque ibi diutius est moratus, quam fuit necesse. Non enim libenter erat ante oculos suorum civium, quod et vivebat laute et indulgebat sibi liberalius, quam ut invidiam vulgi posset effugere. Est enim hoc commune vitium magnis liberisque civitatibus, ut invidia gloriae comes sit et libenter de iis detrahant, quos eminere videant altius, neque animo aequo pauperes alienam intueantur fortunam. Itaque Chabrias, quoniam ei licebat, plurimum aberat. Neque vero solus ille aberat Athenis libenter, sed omnes fere principes fecerunt idem, quod tantum se ab inuidia putabant futuros, quantum a conspectu suorum recesserint. Itaque Conon plurimum Cypri vixit, Iphicrates in Thraecia, Timotheus Lesbo, Chares Sigeo, dissimilis quidem Chares horum et factis et moribus, sed tamen Athenis et honoratus et potens. Intanto scoppiò la guerra tra l'egitto e la Persia. Gli Ateniesi erano alleati con Artaserse, gli Spartani con gli Egiziani; dai quali Agesilao, loro re, traeva enormi guadagni. Cabria, considerando questo e non volendo essere in nulla inferiore ad Agesilao, di sua iniziativa partito in loro aiuto, si mise a capo della flotta Egiziana, mentre Agesilao era a capo delle truppe di terra. Allora i satrapi del re persiano inviarono ambasciatori ad Atene a protestare del fatto che Cabria conducesse la guerra insieme agli Egiziani contro il re. Gli Ateniesi fissarono a Cabria un giorno, entro il quale se non fosse tornato in patria, gli notificarono che lo avrebbero condannato alla pena capitale. A questo messaggio egli ritornò ad Atene, ma non rimase lì più a lungo di quanto fu necessario. I suoi concittadini infatti non lo vedevano di buon occhio: viveva sfarzosamente e si dava troppo alla bella vita perché potesse sfuggire al mal volere della gente. È questo vizio comune a tutti gli Stati grandi e liberi, che l'invidia sia compagna della gloria e che volentieri screditino coloro che vedono levarsi troppo in alto e che i poveri non guardino con animo sereno la fortuna degli altri che sono ricchi. E così Cabria, finché le circostanze glielo permettevano, se ne stava assente il più a lungo possibile. E non era lui solo a stare volentieri lontano da Atene: fecero lo stesso pressoché tutti i capi, perché ritenevano che sarebbero stati lontani dalla invidia nella misura in cui fossero stati lontani dai loro concittadini. Così Conone visse per lo più a Cipro, Ificrate in Tracia, Timoteo a Lesbo, Carete al Sigeo; molto diverso Carete da questi e per vicende e per costumi, ma tuttavia in Atene onorato e potente. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 31

32 Paritur pax bello. La pace nasce dalla guerra. (Cornelio Nepote, Epaminonda, 5) Cornelio Nepote, Epaminonda, 5 Fuit etiam disertus, ut nemo ei Thebanus par esset eloquentia, neque minus concinnus in brevitate respondendi quam in perpetua oratione ornatus. Habuit obtrectatorem Menecliden quendam, indidem Thebis, et adversarium in administranda re publica, satis exercitatum in dicendo, ut Thebanum scilicet: namque illi genti plus inest virium quam ingenii. Is quod in re militari florere Epaminondam videbat, hortari solebat Thebanos, ut pacem bello anteferrent, ne illius imperatoris opera desideraretur. Huic ille Fallis inquit verbo civis tuos, quod hos a bello avocas: otii enim nomine servitutem concilias. Nam paritur pax bello. Itaque qui ea diutina volunt frui, bello exercitati esse debent. Quare si principes Graeciae vultis esse, castris est vobis utendum, non palaestra. Inoltre fu facondo tanto che nessun Tebano gli fu pari per eloquenza, felice nelle brevi risposte quanto elegante nel discorso continuo. Ebbe come calunniatore un certo Meneclide, anche lui di Tebe, suo avversario nell'amministrazione dello Stato, abbastanza abile oratore, come Tebano, evidentemente: infatti in quel popolo è posta più forza fisica che ingegno. Costui, poiché vedeva che Epaminonda eccelleva nell'arte militare, soleva esortare i Tebani ad anteporre la pace alla guerra, affinché non fosse richiesta la sua opera di comandante. Epaminonda gli disse: "Inganni i tuoi concittadini con quello che dici, dal momento che li allontani dalla guerra: infatti in nome della pace procuri loro la schiavitù. La pace nasce dalla guerra. Perciò quelli che vogliono godere di una lunga pace devono essere esercitati alla guerra. Quindi, se volete essere i primi della Grecia, dovete usare l'accampamento, non la palestra". Motti simili: Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace, prepara la guerra. Qui desiderat pacem, praeparet bellum. (Vegezio, IV-V secolo d.c.)) Chi desidera la pace, prepari la guerra. (Vegezio, Epitoma rei militaris, III, pref. Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum; qui victoriam cupit, milites imbuat diligenter; qui secundos optat eventus, dimicet arte, non casu. Nemo provocare, nemo audet offendere quem intellegit superiorem esse, si pugnet. Dunque chi desidera la pace, prepari la guerra; chi desidera la vittoria, istruisca accuratamente i soldati; chi desidera esiti favolrevoli, combatta ad arte, non a caso. Nessuno osa provocare, nessuno osa offendere (un nemico) di cui è chiara la superiorità, in caso di combattimento. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 32

33 LUCREZIO (ca. 100 ca. 25 a.c.) Tantum religio potuit suadere malorum. A tante scelleratezze poté indurre la superstizione. (Lucrezio, De rerum natura, I, v. 101) Lucrezio, De rerum natura, I, vv Humana ante oculos foede cum vita iaceret 63 in terris oppressa gravi sub religione, 64 quae caput a caeli regionibus ostendebat 65 horribili super aspectu mortalibus instans, 66 primum Graius homo mortalis tollere contra 67 est oculos ausus primusque obsistere contra; 68 quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti 69 murmure compressit caelum, sed eo magis acrem 70 inritat animi virtutem, effringere ut arta 71 naturae primus portarum claustra cupiret. 72 ergo vivida vis animi pervicit et extra 73 processit longe flammantia moenia mundi 74 atque omne immensum peragravit mente animoque, 75 unde refert nobis victor quid possit oriri, 76 quid nequeat, finita potestas denique cuique 77 qua nam sit ratione atque alte terminus haerens. 78 quare religio pedibus subiecta vicissim 79 opteritur, nos exaequat victoria caelo. 80 Illud in his rebus vereor, ne forte rearis 81 impia te rationis inire elementa viamque 82 indugredi sceleris. quod contra saepius illa 83 religio peperit scelerosa atque impia facta. 84 Aulide quo pacto Triviai virginis aram 85 Iphianassai turparunt sanguine foede 86 ductores Danaum delecti, prima virorum. 87 cui simul infula virgineos circum data comptus 88 ex utraque pari malarum parte profusast, 89 et maestum simul ante aras adstare parentem 90 sensit et hunc propter ferrum celare ministros 91 aspectuque suo lacrimas effundere civis, 92 muta metu terram genibus summissa petebat. 93 nec miserae prodesse in tali tempore quibat, 94 quod patrio princeps donarat nomine regem; 95 nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras 96 deductast, non ut sollemni more sacrorum 97 perfecto posset claro comitari Hymenaeo, 98 sed casta inceste nubendi tempore in ipso 99 hostia concideret mactatu maesta parentis, 100 exitus ut classi felix faustusque daretur. 101 Tantum religio potuit suadere malorum. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 33

34 La vita umana sotto gli occhi di tutti turpemente giaceva sulla terra, oppressa sotto il peso della religione, che affacciava il capo dalle plaghe del cielo con volto spaventoso incombendo dall'alto sugli uomini, quando un uomo greco 6 per primo osò alzare contro di lei gli occhi mortali e primo le si drizzò contro : non lo trattennero le favole sugli dèi né i fulmini né col minaccioso murmure il cielo, ma più ancora affilarono l'acuta energia del suo animo, sì che volle per primo spezzare le chiuse sbarre delle porte della natura. Così la vivida tensione dell'animo vinse, e avanzò lontano oltre le fiammeggianti mura del mondo, e l'universo immenso percorse con la mente e col cuore : di là riporta a noi vittorioso quel che può nascere, quello che non può, e secondo qual legge ogni cosa ha un potere definito e un termine profondamente infisso. Così la religione abbattuta sotto i piedi è a sua volta calpestata, noi la vittoria eguaglia al cielo. Qui un timore mi prende, che forse tu creda d'essere iniziato ai princìpi di un'empia dottrina e di metterti sulla via della colpa. Invece proprio essa, la religione, generò più volte atti scellerati ed empi, come in Aulide l'ara della vergine Trivia macchiarono turpemente col sangue d'ifianassa' gli eletti duci dei Danai, il fiore degli eroi. Non appena la benda avvolta alle nitide chiome virginee in liste eguali le ricadde su entrambe le guance, e come s'accorse che mesto stava innanzi all'altare suo padre e accanto a lui i sacerdoti celavano il ferro e al vederla apparire la sua gente non teneva il pianto, muta per il terrore s'abbatteva a terra piegandosi sulle ginocchia. Né alla misera poteva giovare in un tale momento l'aver dato per prima al re il nome di padre. Sollevata da mani d'uomini e tutta tremante fu condotta all altare, non perché, una volta compiuto il sacro rito solenne, potesse essere scortata per via dal luminoso Imeneo, ma affinché pura impuramente, nel giorno promesso alle nozze, cadesse vittima dolente colpita dal padre, e così fosse data alla flotta felice e fausta partenza. Tanto grandi delitti ha potuto ispirare la religione. Labitur interea res. Frattanto il patrimonio si dilegua. (Lucrezio, De rerum natura, IV, v. 1123) Languent officia I doveri sono trascurati. (Lucrezio, De rerum natura, IV, v. 1124) Lucrezio, De rerum natura, IV, vv Adde quod absumunt viris pereuntque labore, adde quod alterius sub nutu degitur aetas, Labitur interea res et Babylonia fiunt languent officia atque aegrotat fama vacillans Unguenta et pulchra in pedibus Sicyonia rident, scilicet et grandes viridi cum luce zmaragdi auro includuntur teriturque thalassina vestis adsidue et Veneris sudorem exercita potat Et bene parta patrum fiunt anademata, mitrae, inter dum in pallam atque Alidensia Ciaque vertunt Eximia veste et victu convivia, ludi, pocula crebra, unguenta, coronae, serta parantur, ne quiquam, quoniam medio de fonte leporum surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat, aut cum conscius ipse animus se forte remordet desidiose agere aetatem lustrisque perire, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 34

35 1137. aut quod in ambiguo verbum iaculata reliquit, quod cupido adfixum cordi vivescit ut ignis, aut nimium iactare oculos aliumve tueri quod putat in voltuque videt vestigia risus Atque in amore mala haec proprio summeque secundo inveniuntur; in adverso vero atque inopi sunt, prendere quae possis oculorum lumine operto Innumerabilia; ut melius vigilare sit ante, qua docui ratione, cavereque, ne inliciaris nam vitare, plagas in amoris ne iaciamur, non ita difficile est quam captum retibus ipsis exire et validos Veneris perrumpere nodos Et tamen implicitus quoque possis inque peditus effugere infestum, nisi tute tibi obvius obstes et praetermittas animi vitia omnia primum aut quae corporis sunt eius, quam praepetis ac vis Nam faciunt homines plerumque cupidine caeci et tribuunt ea quae non sunt his commoda vere Multimodis igitur pravas turpisque videmus esse in deliciis summoque in honore vigere Atque alios alii inrident Veneremque suadent ut placent, quoniam foedo adflictentur amore, nec sua respiciunt miseri mala maxima saepe Nigra melichrus est, inmunda et fetida acosmos, caesia Palladium, nervosa et lignea dorcas, parvula, pumilio, chariton mia, tota merum sal, magna atque inmanis cataplexis plenaque honoris balba loqui non quit, traulizi, muta pudens est; at flagrans, odiosa, loquacula Lampadium fit Ischnon eromenion tum fit, cum vivere non quit prae macie; rhadine verost iam mortua tussi At nimia et mammosa Ceres est ipsa ab Iaccho, simula Silena ac Saturast, labeosa philema cetera de genere hoc longum est si dicere coner Sed tamen esto iam quantovis oris honore, cui Veneris membris vis omnibus exoriatur; nempe aliae quoque sunt; nempe hac sine viximus ante; nempe eadem facit et scimus facere omnia turpi et miseram taetris se suffit odoribus ipsa, quam famulae longe fugitant furtimque cachinnant. Aggiungi che sperdono le forze e si logorano con le fatiche; aggiungi che al cenno imperioso d'altri si trascorre la vita. Frattanto il patrimonio si dilegua e si trasforma in tappeti d'oriente; i doveri sono trascurati e ne soffre il buon nome, che vacilla. Ma scintillano unguenti, e intorno ai piedi ridono leggiadri sandali di Sicione e, s'intende, grandi smeraldi dalla verde luce sono legati in oro, la veste color di mare è consunta dall'uso continuo e strapazzata s'imbeve di sudore amoroso. Gli onesti guadagni dei padri diventano bende e diademi, talvolta si mutano in pepli e in stoffe di Alinda e di Ceo. Si apprestano conviti con splendide coperture e portate, giochi, tazze sempre colme, profumi, corone e ghirlande invano, perché di mezzo alla fonte delle delizie rampolla non so che amaro, e stringe alla gola perfino tra i fiori, o quando a volte l'animo consapevole si rode di trascorrere oziosa la vita e di perdersi con la lussuria, o perché essa una parola in senso ambiguo Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 35

36 gettando ha lasciata, che confitta nel cuore innamorato si avviva come fiamma, o gli pare che lanci troppe occhiate o fermi lo sguardo su un altro, o vede nel suo volto il lampo d'un sorriso. E questi mali s'incontrano in un amore appagato e sommamente felice; ma in una passione avversa e disperata ce ne sono infiniti, che puoi cogliere anche a occhi chiusi. Meglio essere prima vigilanti, nel modo che ho detto, e badare a non essere adescati. Evitare d'esser gettati nelle reti d'amore non è così difficile come uscirne una volta irretiti, e districarsi dai tenaci nodi di Venere. Eppure anche impigliato e avviluppato potresti sfuggire al nemico, se proprio tu non ti opponessi ostacoli, e specialmente non ti nascondessi tutti i vizi dell'animo o i difetti del corpo di colei che vagheggi e vuoi tua. Questo fanno di solito gli uomini accecati dal desiderio, e accordano ad esse quei pregi che in verità non hanno. Perciò vediamo femmine per molti aspetti brutte e deformi, teneramente amate e superbe di altissimo onore. E poi ridono un dell'altro e si esortano a rabbonire Venere, perché un brutto amore li affligge; e spesso non vedono, miseri, i propri mali enormi. La mora «ha il colore del miele», una sudicia e lercia «veste negletto», se ha occhi verdi «è il ritratto di Pallade», tutta tèndini e stecchi «è una gazzella», piccolina - una nana - «è una delle Grazie, tutta sale», enorme e sgraziata è «stupenda, piena di maestà». La balbuziente non può parlare, «cinguetta», la muta è «così riservata!», l'impetuosa petulante e ciarliera diventa una «Fiammetta». È «un esile amorino» quando la consunzione l'uccide, e se già muore di tosse è «un po' gracilina». La pingue dal seno enorme è «Cerere sgravata di Bacco», la camusa è «una cilena» o «una Satira», la labbrona «una voglia di baci». E la farei troppo lunga se volessi esaurir l'argomento. Ma sia pur bella in viso quanto vuoi e il richiamo di Venere sorga possente da tutte le sue membra: certo ve ne sono anche altre; cero senza di lei siamo vissuti finora; certo fa, e lo sappiamo, tutto quello che fa la brutta e da sé, poverina, s ammorba di odori ripugnanti, mentre le serve fuggono lontano e scoppiano in risate furtive. Ex una scintilla incendia. (Nascono) incendi da una sola scintilla. (Lucrezio, De rerum natura, V, v. 609) Lucrezio, De rerum natura, V, vv Illud item non est mirandum, qua ratione 593. tantulus ille queat tantum sol mittere lumen, 594. quod maria ac terras omnis caelumque rigando 595. compleat et calido perfundat cuncta vapore [quanta quoquest tanta hinc nobis videatur in alto] 597. nam licet hinc mundi patefactum totius unum 598. largifluum fontem scatere atque erumpere lumen, 599. ex omni mundo quia sic elementa vaporis 600. undique conveniunt et sic coniectus eorum 601. confluit, ex uno capite hic ut profluat ardor nonne vides etiam quam late parvus aquai 603. prata riget fons inter dum campisque redundet? 604. est etiam quoque uti non magno solis ab igni 605. aera percipiat calidis fervoribus ardor, 606. opportunus ita est si forte et idoneus aer, 607. ut queat accendi parvis ardoribus ictus; 608. quod genus inter dum segetes stipulamque videmus 609. accidere ex una scintilla incendia passim forsitan et rosea sol alte lampade lucens Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 36

37 611. possideat multum caecis fervoribus ignem 612. circum se, nullo qui sit fulgore notatus, 613. aestifer ut tantum radiorum exaugeat ictum. Neppure questo fa meraviglia, come il sole, che è tanto piccolo, possa emettere tanta luce da colmare, inondandoli, tutti i mari e le terre ed il cielo e diffondere su tutte le cose il caldo suo alito. Forse di là s apre sul mondo un unica fonte, che sgorga e riversa con getto copioso la luce, perché da tutto il mondo gli elementi di fuoco si raccolgono d ogni parte, e il loro impeto confluisce per modo, che qui da una sola sorgente scaturisce il calore. Non vedi per quanto spazio una piccola fonte d'acqua talvolta irriga i prati e trabocca nella pianura? 0 forse anche, dal fuoco non grande del sole una vampa di ardente calore infiamma l'aria, se per caso l'aria è così opportunamente disposta, da accendersi appena è colpita da lieve calore; come talvolta vediamo nelle spighe e nelle stoppie per vasto tratto nascono incendi da una sola scintilla. O forse, il sole che sfolgora in alto con rosea fiaccola, ha intorno a sé molto fuoco dal fervore invisibile, che non è rivelato da nessuno sprazzo di luce, e diffonde un calore che accresce solo la potenza dei raggi. CICERONE ( a.c.) Pro domo sua. Cicerone in difesa della sua casa (Cicerone, Pro domo sua: titolo di un orazione) Orazione che Cicerone scrisse nel 57 a.c. quando, grazie all intervento di Pompeo, poté tornare a Roma e, nonostante le difficoltà, ottenne di ricostruire la casa sul palatino che Clodio gli aveva fatto demolire. Cicerone, Pro domo sua, 1 Cum multa divinitus, pontifices, a maioribus nostris inventa atque instituta sunt, tum nihil praeclarius quam quod eosdem et religionibus deorum immortalium et summae rei publicae praeesse voluerunt, ut amplissimi et clarissimi cives rem publicam bene gerendo religiones, religiones sapienter interpretando rem publicam conservarent. Quod si ullo tempore magna causa in sacerdotum populi Romani iudicio ac potestate versata est, haec profecto tanta est ut omnis rei publicae dignitas, omnium civium salus, vita, libertas, arae, foci, di penates, bona, fortunae, domicilia vestrae sapientiae, fidei, potestati commissa creditaque esse videantur. (1) Tra le numerose istituzioni che gli dèi, o pontefici, hanno ispirato ai nostri antenati, non ce n'è una che sia più bella della loro volontà di affidare agli stessi uomini e il culto degli dèi immortali e i supremi interessi dello Stato, perché i più autorevoli e illustri cittadini assicurassero col loro buon governo il mantenimento dell culto e con una saggia interpretazione delle norme religiose quello dello Stato. E se ci fu mai altra occasione in cui una causa importante fu affidata al giudizio e al potere dei sacerdoti del popolo romano, questa è di certo di tale importanza che tutto il prestigio dello Stato, la sicurezza, la vita, la libertà, gli altari, i focolari domestici, gli dèi penati, i beni e le sostanze di tutti i cittadini sono - è ben evidente - rimessi e affidati alla vostra saggezza, alla vostra scrupolosità, al vostro potere. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 37

38 Silent enim leges inter arma. Le leggi tacciono in mezzo alle armi. (Cicerone, Pro Milone, 11) Cicerone, Pro Milone, IV, Insidiatori vero et latroni quae potest inferri iniusta nex? Quid comitatus nostri, quid gladii volunt? quos habere certe non liceret, si uti illis nullo pacto liceret. Est igitur haec, iudices, non scripta, sed nata lex, quam non didicimus, accepimus, legimus, verum ex natura ipsa adripuimus, hausimus, expressimus, ad quam non docti sed facti, non instituti sed imbuti sumus, ut, si vita nostra in aliquas insidias, si in vim et in tela aut latronum aut inimicorum incidisset, omnis honesta ratio esset expediendae salutis. Silent enim leges inter arma nec se exspectari iubent, cum ei qui exspectare velit ante iniusta poena luenda sit quam iusta repetenda. Etsi persapienter et quodam modo tacite dat ipsa lex potestatem defendendi, quae non hominem occidi, sed esse cum telo hominis occidendi causa vetat, ut, cum causa, non telum quaereretur, qui sui defendendi causa telo esset usus, non hominis occidendi causa habuisse telum iudicaretur. Quapropter hoc maneat in causa, iudices; non enim dubito quin probaturus sim vobis defensionem meam, si id memineritis quod oblivisci non potestis insidiatorem interfici iure posse. 10. Ma come si può chiamare ingiusta la morte inferta a chi ci tende insidie e ruba le nostre sostanze? E, ditemi, come si spiegano queste nostre scorte armate di pugnali? È ovvio che, se non fosse permesso in alcun caso di usarle, non sarebbe permesso nemmeno di tenerle. Esiste, dunque, giudici, questa legge non scritta, ma insita in noi, che non abbiamo letto o imparato sui banchi di scuola né ereditato dai padri: al contrario, l'abbiamo desunta dalla natura, assimilata completamente e fatta nostra: non ce l'hanno insegnata, ce la siamo presa ed è ormai connaturata in noi. Così, se dovessimo subire un agguato, una violenza, magari anche armata, per opera di un brigante da strada o di un avversario politico, ogni mezzo per salvare la nostra vita sarebbe lecito. 11. Le leggi, infatti, tacciono in mezzo alle armi e non prescrivono di affidarsi a loro, perché chi decidesse in tal senso dovrebbe comunque subire una pena immeritata prima di avere giustizia. Se vogliamo, c'è una legge che tutela la legittima difesa: essa, nella sua oculatezza, seppure implicitamente, non proibisce di uccidere un uomo, ma vieta che si vada in giro armati con l'intenzione di uccidere. E dunque, quando si indaga sulle cause e non sull'arma del delitto, chi ha usato un'arma solo per difendersi, non deve essere imputato di avere avuto con sé l'arma con l'intenzione di uccidere. Perciò, giudici, vorrei che questa mia riflessione restasse un punto fermo nel corso del dibattito; infatti, sono sicuro di convincervi con le mie parole di difesa, a patto che teniate sempre presente un dato che non si può dimenticare: si può legittimamente uccidere chi tende insidie. Quousque tandem? Fino a quando? (Cicerone, Catilinaria, I, 1) [1] Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum praesidium Palati, nihil urbis vigiliae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora voltusque moverunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitraris? Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 38

39 1 Fino a quando, Catilina, approfitterai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi? A che limiti si spingerà una temerarietà che ha rotto i freni? Non ti hanno turbato il presidio notturno sul Palatino, le ronde che vigilano in città, la paura della gente, l'accorrere di tutti gli onesti, il riunirsi del Senato in questo luogo sorvegliatissimo, l'espressione, il volto dei presenti? Non ti accorgi che il tuo piano è stato scoperto? Non vedi che tutti sono a conoscenza della tua congiura, che la tengono sotto controllo? O ti illudi che qualcuno di noi ignori cos'hai fatto ieri notte e la notte ancora precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisioni hai preso? Nihil difficile amanti. Non c è nulla di difficile per chi ama. (Cicerone, Orator, 33) Cicerone, Orator, (33) Referamus igitur nos ad eum quem volumus inchoandum et ea demum eloquentia informandum quam in nullo cognovit Antonius. magnum opus omnino et arduum, Brute, conamur; sed nihil difficile amanti puto. amo autem et semper amavi ingenium studia mores tuos. Incendor porro cotidie magis non desiderio solum quo quidem conficior, congressus nostros, consuetudinem victus, doctissimos sermones requirens tuos, sed etiam admirabili fama virtutum incredibilium quae specie dispares prudentia coniunguntur. (34) Quid enim tam distans quam a severitate comitas? Quis tamen unquam te aut sanctior est habitus aut dulcior? quid tam difficile quam in plurimorum controversiis diiudicandis ab omnibus diligi? consequeris tamen, ut eos ipsos quos contra statuas aequos placatosque dimittas. itaque efficis ut, cum gratiae causa nihil facias, omnia tamen sint grata quae facis. Ergo omnibus ex terris una Gallia communi non ardet incendio, in qua frueris ipse te, tanquam in Italiae luce cognosceris versarisque in optumorum civium vel flore vel robore. iam quantum illud est quod in maxumis occupationibus nunquam intermittis studia doctrinae, semper aut ipse scribis aliquid aut me vocas ad scribendum. (33) Passiamo dunque ad abbozzare quel tipo di oratore che noi cerchiamo e a rappresentarlo è ormai ora fornito di quell eloquenza che Antonio non ha riscontrato in nessuno. Mi accingo a un'impresa veramente importante e ardua, o Bruto; ma non c'è nulla di difficile, a mio avviso, per chi ama. Perché io amo e ho sempre amato il tuo talento, i tuoi gusti e il tuo carattere. Sento ogni giorno di più la tua mancanza e mi struggo di desiderio, pensando ai nostri incontri, ai nostri rapporti, alle tue dotte conversazioni. Mi commuove anche l'incredibile fama delle tue meravigliose virtù, che, opposte all'apparenza, sono unite dalla tua saggezza. (34) Che cosa c'è di più diverso della severità e della gentilezza? Eppure, chi è stato mai giudicato o più retto o più affabile di te? Per chi deve giudicare processi in cui sono coinvolte più persone, nulla è tanto difficile quanto il farsi amare da tutti. Eppure tu riesci a rimandare soddisfatti e sereni perfino coloro contro i quali hai emesso una sentenza. Così, pur non facendo tu nulla per guadagnarti dei fautori, ottieni che riesca gradito tutto ciò che fai. Per questo tra tutte le regioni la sola Gallia è immune dall'incendio che ovunque divampa: tu vi raccogli il frutto delle tue virtù, al cospetto dell'italia, vivendo in mezzo a cittadini ragguardevolissimi per dignità e potenza. E che dire del fatto che, pur occupato da sì grandi problemi, non tralasci un istante i severi studi, ma sei sempre intento a scrivere qualcosa o esorti me a scrivere! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 39

40 Summum ius, summa iniuria. Somma giustizia, somma ingiustizia. (Cicerone, De officiis, I, 33) Oderint dum metuant. Mi odino, purché mi temano. (Cicerone, De officiis, I, 97) Cicerone, De officiis, I, 33 (33) Existunt etiam saepe iniuriae calumnia quadam et nimis callida sed malitiosa iuris interpretatione. Ex quo illud summum ius summa iniuria factum est iam tritum sermone proverbium. Quo in genere etiam in re publica multa peccantur, ut ille, qui, cum triginta dierum essent cum hoste indutiae factae, noctu populabatur agros, quod dierum essent pactae, non noctium indutiae. Ne noster quidem probandus, si verum est Q. Fabium Labeonem seu quem alium - nihil enim habeo praeter auditum - arbitrum Nolanis et Neapolitanis de finibus a senatu datum, cum ad locum venisset, cum utrisque separatim locutum, ne cupide quid agerent, ne adpetenter, atque ut regredi quam progredi mallent. Id cum utrique fecissent, aliquantum agri in medio relictum est. Itaque illorum finis sic, ut ipsi dixerant, terminavit; in medio relictum quod erat, populo Romano adiudicavit. Decipere hoc quidem est, non iudicare. Quocirca in omni est re fugienda talis sollertia. (33) Si commettono spesso ingiustizie anche per una certa tendenza al cavillo, cioè per una troppo sottile, ma in realtà maliziosa, interpretazione del diritto. Di qui il comune e ormai trito proverbio: somma giustizia, somma ingiustizia. A questo riguardo, si commettono molti errori anche nella vita pubblica; come, per esempio, quel tale che, conclusa col nemico una tregua di trenta giorni, andava di notte a saccheggiar le campagne, col pretesto che il patto parlava di giorni e non di notti. Non merita lode neppure, -se il fatto è vero -, quel nostro concittadino, sia egli Quinto Fabio Labeone o qualcun altro (io non ne so più che per sentito dire). Il senato l'aveva mandato ai Nolani e ai Napoletani, come arbitro per una questione di confini. Venuto egli sul luogo, parlò separatamente agli uni e agli altri, raccomandando che non trascendessero in atti di avidità e di prepotenza, anzi volessero piuttosto retrocedere che avanzare. Così fecero gli uni e gli altri, e un bel tratto di terreno rimase libero nel mezzo. Allora egli fissò i confini dei due popoli come essi avevano detto; e il terreno rimasto nel mezzo, l'assegnò al popolo romano. Questo si chiama ingannare, non giudicare. Perciò, in ogni circostanza, conviene evitare simili furberie. Cicerone, De officiis, I, Est autem eius descriptio duplex; nam et generale quoddam decorum intellegimus, quod in omni honestate versatur, et aliud huic subiectum, quod pertinet ad singulas partes onestatis. Atque illud superius sic fere definiri solet, decorum id esse, quod consentaneum sit hominis excellentiae in eo, in quo natura eius a reliquis animantibus differat. Quae autem pars subiecta generi est, eam sic definiunt, ut id decorum velint esse, quod ita naturae consentaneum sit, ut in eo moderatio et temperantia appareat cum specie quadam liberali. Haec ita intellegi, possumus existimare ex eo decoro, quod poetae sequuntur, de quo alio loco plura dici solent. Sed ut tum servare illud poetas, quod deceat, dicimus, cum id quod quaque persona dignum est, et fit et dicitur, ut si Aeacus aut Minos diceret oderint dum metuant aut 'natis sepulchro ipse est parens' indecorum videretur, quod eos fuisse iustos accepimus; at Atreo dicente plausus excitantur, est enim digna persona oratio; sed poetae quid quemque deceat, ex persona iudicabunt; nobis autem personam imposuit ipsa natura magna cum excellentia praestantiaque animantium reliquarum. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 40

41 96. Ora, il decoro è di due specie, giacché per decoro o conveniente intendiamo tanto un carattere generale che risiede in tutto l'onesto, quanto un carattere particolare, a quello subordinato, che appartiene alle singole parti dell'onesto. Del primo si suol dare circa questa definizione: "È decoro ciò che è conforme all'eccellenza dell'uomo, in quanto la sua natura differisce da quella degli altri esseri viventi"; la parte speciale, invece, è definita così: "decoro è ciò che è conforme alla particolare natura di ciascuno, così che in esso appaiono moderazione e temperanza con un certo aspetto di nobiltà". 97. Che tale sia la vera nozione del decoro (conveniente), noi possiamo argomentarlo da quel decoro al quale tendono i poeti. Di questo speciale decoro si suole parlare diffusamente altrove; qui io noterò soltanto che esso è rispettato dai poeti quando appunto i singoli personaggi agiscono e parlano in modo conforme al loro proprio carattere. Così, per esempio, se Eaco o Minosse dicessero "Mi odino, purché mi temano"; oppure: Ai figliuoli è tomba il corpo del padre, l'espressione parrebbe sconveniente, perché, come sappiamo, quelli furono uomini giusti; ma se lo dice Atreo, scoppiano applausi, perché il suo linguaggio è conforme al suo carattere. Ma i poeti, dal carattere dei singoli personaggi, comprenderanno quali tratti convengano a ciascuno di essi; noi, invece, dobbiamo conservare quel carattere che appunto la natura ci ha imposto e che, per la sua grande nobiltà, ci innalza sopra tutti gli altri esseri viventi. Modus vivendi. Correntemente: modo di vivere ; originariamente: equilibrio nel vivere. (Cicerone, De re publica, I, 51) Cicerone, De re publica, I, (51)... si fortuito id faciet, tam cito evertetur quam navis, si e vectoribus sorte ductus ad gubernacula accesserit. Quodsi liber populus deliget, quibus se committat, deligetque, si modo salvus esse vult, optimum quemque, certe in optimorum consiliis posita est civitatium salus, praesertim cum hoc natura tulerit, non solum ut summi virtute et animo praeessent inbecillioribus, sed ut hi etiam parere summis velint. Verum hunc optimum statum pravis hominum opinionibus eversum esse dicunt, qui ignoratione virtutis, quae cum in paucis est, tum a paucis iudicatur et cernitur, opulentos homines et copiosos, tum genere nobili natos esse optimos putant. Hoc errore vulgi cum rem publicam opes paucorum, non virtutes tenere coeperunt, nomen illi principes optimatium mordicus tenent, re autem carent [eo nomine]. Nam divitiae, nomen, opes vacuae consilio et vivendi atque aliis imperandi modo dedecoris plenae sunt et insolentis superbiae, nec ulla deformior species est civitatis quam illa, in qua opulentissimi optimi putantur. (52) Virtute vero gubernante rem publicam quid potest esse praeclarius? Cum is, qui imperat aliis, servit ipse nulli cupiditati, cum, quas ad res civis instituit et vocat, eas omnis conplexus est ipse nec leges imponit populo, quibus ipse non pareat, sed suam vitam ut legem praefert suis civibus. (51)... se ciò farà per sorte, sarà travolto tanto presto quanto una nave, nel caso che si metta al timone uno dei passeggeri estratto a caso. Che se liberamente il popolo sceglierà quelli cui affidarsi, e sceglierà, se pur vuole essere salvo, i migliori soltanto, di certo la salvezza della città viene ad identificarsi con le deliberazioni degli ottimi, soprattutto perché la natura stessa comporta questo, che non soltanto i sommi per virtù ed animo governino i più deboli, ma che anche costoro vogliano obbedire ai sommi. Ma questa ottima condizione essi dicono che venne sconvolta dai pregiudizi falsi degli uomini, che ignorando la virtù, la quale si trova in pochi e da pochi quindi è giudicata e vista, stimano che siano ottimi ora i ricchi ed i plutocrati, ora gli aristocratici. Per questo errore del volgo, da quando incominciò ad essere padrona dello Stato non la virtù ma la potenza di pochi, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 41

42 questi oligarchi rattengono coi denti il nome di ottimati, ma ne mancano della sostanza. Infatti ricchezze, nome, potenza, prive di saggezza e di equilibrio nel vivere e nel comandare ad altri, sono piene di sconvenienza e di altezzosa superbia, né vi è alcuno Stato di aspetto più snaturato di quello in cui siano stimati ottimi i più ricchi. (52) Invece che vi può essere di più insigne di quando la virtù regga uno Stato? Quando colui che comanda ad altri non è schiavo di alcuna cupidigia, quando nel proporre ai cittadini norme e mete, tutte egli le abbraccia e non impone al popolo delle leggi alle quali egli poi non obbedisca, ma la propria vita egli propone ai cittadini come una legge. Ipse dixit. L ha detto lui. (Cicerone, De natura deorum, I, 10) Cicerone, De natura deorum, I, 10 (10) Qui autem requirunt, quid quaque de re ipsi sentiamus, curiosius id faciunt, quam necesse est; non enim tam auctoritatis in disputando quam rationis momenta quaerenda sunt. Quin etiam obest plerumque iis, qui discere volunt, auctoritas eorum, qui se docere profitentur; desinunt enim suum iudicium adhibere, id habent ratum, quod ab eo, quem probant, iudicatum vident. Nec vero probare soleo id, quod de Pythagoreis accepimus, quos ferunt, si quid adfirmarent in disputando, cum ex iis quaereretur, quare ita esset, respondere solitos "ipse dixit"; ipse autem erat Pythagoras: tantum opinio praeiudicata poterat, ut etiam sine ratione valeret auctoritas. (10) Quanto poi a coloro che si danno da fare per conoscere la nostra personale opinione su ogni singolo problema, debbo dire che se ne preoccupano più del necessario; nelle discussioni si deve cercare non il peso dell'autorità, ma la forza degli argomenti. Per lo più, anzi, l'autorità di coloro che si proclamano maestri è un ostacolo per quelli che desiderano imparare; sotto il suo peso cessano di esercitare la loro facoltà di giudicare e ritengono incontestabilmente valido il giudizio di colui che apprezzano e stimano. Non è mia abitudine esaltare il metodo dei Pitagorici, dei quali si racconta che, se in una discussione veniva fatta un'asserzione e qualcuno chiedeva che venisse giustificata razionalmente, erano soliti rispondere: L'ha detto lui. Questo lui era Pitagora: tanto grande era il peso di un'opinione preventivamente fissata come vera, che l'autorità prevaleva anche prescindendo dalla possibilità di dimostrarla razionalmente. Honos alit artes L onore alimenta le arti. (Cicerone, Tusculanae disputationes, I, 4) Cicerone, Tusculanae disputationes, I, 3-4 (3) Doctrina Graecia nos et omni litterarum genere superabat; in quo erat facile vincere non repugnantes. nam cum apud Graecos antiquissimum e doctis genus sit poetarum, siquidem Homerus fuit et Hesiodus ante Romam conditam, Archilochus regnante Romulo, serius poeticam nos accepimus. annis fere cccccx post Romam conditam Livius fabulam dedit C. Claudio, Caeci filio, M. Tuditano cos. anno ante natum Ennium. qui fuit maior natu quam Plautus et Naevius. sero igitur a nostris poetae vel cogniti vel recepti. quamquam est in Originibus solitos esse in epulis canere convivas ad tibicinem de clarorum hominum virtutibus; Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 42

43 honorem tamen huic generi non fuisse declarat oratio Catonis, in qua obiecit ut probrum M. Nobiliori, quod is in provinciam poetas duxisset; duxerat autem consul ille in Aetoliam, ut scimus, Ennium. quo minus igitur honoris erat poetis, eo minora studia fuerunt, nec tamen, si qui magnis ingeniis in eo genere extiterunt, non satis Graecorum gloriae responderunt. (4) An censemus, si Fabio, nobilissimo homini, laudi datum esset, quod pingeret, non multos etiam apud nos futuros Polyclitos et Parrhasios fuisse? Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria, iacentque ea semper, quae apud quosque improbantur. summam eruditionem Graeci sitam censebant in nervorum vocumque cantibus; igitur et Epaminondas, princeps meo iudicio Graeciae, fidibus praeclare cecinisse dicitur, Themistoclesque aliquot ante annos cum in epulis recusaret lyram, est habitus indoctior. ergo in Graecia musici floruerunt, discebantque id omnes, nec qui nesciebat satis excultus doctrina putabatur. (3) Nella cultura e in ogni genere letterario la Grecia ci era superiore; ma era facile vincere chi non contrastava. Infatti, mentre in Grecia antichissimo è il culto della poesia, se è vero che Omero ed Esiodo vissero prima della fondazione di Roma ed Archiloco al tempo di Romolo, noi abbiamo appreso più tardi l'arte poetica. Livio Andronico, che fu anteriore a Plauto e a Nevio, diede una rappresentazione teatrale circa cinquecentodieci anni dopo la fondazione di Roma, e precisamente sotto il consolato di Gaio Claudio, figlio di Appio Claudio Cieco, e di Marco Tuditano, l'anno prima della nascita di Ennio. Tardi fu dunque conosciuta, o meglio accolta, la poesia fra noi. Per quanto, si legge nelle Origini di Catone che i convitati solevano nei banchetti cantare accompagnati dal flauto le virtù degli uomini illustri; che però non fosse tenuto in pregio questo genere letterario lo dichiara il medesimo Catone in un discorso in cui rinfacciò a Marco Nobiliore di aver condotto dei poeti nella sua provincia, come se si trattasse di un'azione vergognosa: come si sa, egli quand'era console aveva condotto Ennio in Etolia. Pertanto, quanto meno si onoravano i poeti, tanto minore era l'interesse per la poesia; pur tuttavia sorsero alcuni grandi ingegni poetici, che non sfigurano del tutto di fronte alla gloria dei Greci. (4) Del resto, se Fabio, nobilissima persona, fosse stato onorato come pittore, non sarebbero forse stati numerosi anche da noi artisti come Policlito e Parrasio? L'onore alimenta le arti, e tutti sono invogliati agli studi dal desiderio di gloria, mentre dovunque resta trascurato ciò che è stimato senza valore. Per i Greci era indice di profonda cultura saper cantare e suonare uno strumento a corda; pertanto si dice che Epaminonda, a mio parere il primo dei Greci, era un ottimo suonatore di cetra, mentre Temistocle e alquanti anni prima fu ritenuto poco colto perché in un banchetto aveva dichiarato di non saper suonare la lira. In Grecia dunque la musica fu in onore e tutti la imparavano, e chi la ignorava era stimato di scarsa cultura. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 43

44 Cedant arma togae. Le armi cedano alla toga. (Cicerone, De officiis, I, 77 e Philippicae, II, 20) Cicerone, De officiis, I, 77 (77) Illud autem optimum est, in quod invadi solere ab improbis et invidis audio "cedant arma togae, concedat laurea laudi". Ut enim alios omittam, nobis rem publicam gubernantibus nonne togae arma cesserunt? Neque enim periculum in re publica fuit gravius umquam nec maius otium. Ita consiliis diligentiaque nostra celeriter de manibus audacissimorum civium delapsa arma ipsa ceciderunt. Quae res igitur gesta umquam in bello tanta? qui triumphus conferendus? (77) Ottima è quella mia sentenza, contro la quale, a quel ch'io sento, si scagliano i soliti maligni e gl'invidiosi: " Le armi cedano alla toga, ceda l'alloro (del capitano) alla gloria civile". Per tralasciare altri casi, quando io reggevo il timone dello Stato, forse le armi non cedettero alla toga? Mai lo Stato corse più grave pericolo e mai godette più sicura pace. Con tanta prontezza, in virtù dei miei provvedimenti e della mia vigilanza, caddero da se stesse le armi dalle mani di temerari e facinorosi cittadini. Quale impresa così grande, dunque, fu mai compiuta in guerra? Quale trionfo di capitano può paragonarsi con questo di magistrato? Cicerone, Philippicae, II, 20 (20) At etiam quodam loco facetus esse voluisti. Quam id te, di boni, non decebat! In quo est tua culpa non nulla. Aliquid enim salis a mima uxore trahere potuisti. Cedant arma togae. Quid? tum nonne cesserunt? At postea tuis armis cessit toga. Quaeramus igitur, utrum melius fuerit, libertati populi Romani sceleratorum arma an libertatem nostram armis tuis cedere. Nec vero tibi de versibus plura respondebo; tantum dicam breviter, te neque illos neque ullas omnino litteras nosse, me nec rei publicae nec amicis umquam defuisse et tamen omni genere monimentorum meorum perfecisse, ut meae vigiliae meaeque litterae et iuventuti utilitatis et nomini Romano laudis aliquid adferrent. Sed haec non huius temporis; maiora videamus. (20) In un passo, poi, del tuo discorso, hai voluto pure fare lo spiritoso: quanto a sproposito, dèi buoni! E un po' di colpa ce l'hai, dato che un po' di spirito avresti potuto prenderlo da quell'attricetta di tua moglie. Cedano le armi alla toga. Ebbene? Forse che allora non hanno ceduto? Ma in seguito la toga ha ceduto alle tue armi. Vediamo dunque un po' cos'è stato più utile: che le armi dei criminali cedano alla libertà del popolo romano, oppure che la nostra libertà ceda alle tue armi. Per quanto poi riguarda i miei versi, non mi dilungherò oltre nella mia risposta; accennerò solo che tu non t'intendi né di poesia né in generale di letteratura, assolutamente; io invece, che pure non ho mai mancato ai miei doveri né verso lo stato né verso gli amici, con i miei componimenti di ogni genere, scritti nei ritagli di tempo, ho tuttavia ottenuto il bel risultato che la mia attività letteraria, per la quale ho sottratto del tempo al sonno, procurasse qualche vantaggio e qualche gloria alla nostra patria. Ma queste questioni sono attualemente fuori posto; passiamo a problemi ben più importanti! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 44

45 Manzoni, Promessi Sposi, cap. XIII Ferrer, appena seduto, s'era chinato per avvertire il vicario, che stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per l'amor del cielo; ma l'avvertimento era superfluo. Lui, in vece, bisognava che si facesse vedere, per occupare e attirare a sé tutta l'attenzione del pubblico. E per tutta questa gita, come nella prima, fece al mutabile uditorio un discorso, il più continuo nel tempo, e il più sconnesso nel senso, che fosse mai; interrompendolo però ogni tanto con qualche parolina spagnola, che in fretta in fretta si voltava a bisbigliar nell'orecchio del suo acquattato compagno. - Sì, signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no: non iscapperà. Por ablandarlos. E troppo giusto; s'esaminerà, si vedrà. Anch'io voglio bene a lor signori. Un gastigo severo. Esto lo digo por su bien. Una meta giusta, una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin da parte, di grazia. Sì, sì; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà gastigato: è vero, è un birbante, uno scellerato. Perdone, usted. La passerà male, la passerà male... si es culpable. Sì, sì, li faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. Animo; estamos ya quasi fuera. Avevano in fatti attraversata la maggior calca, e già eran vicini a uscir al largo, del tutto. Lì Ferrer, mentre cominciava a dare un po' di riposo a' suoi polmoni, vide il soccorso di Pisa, que' soldati spagnoli, che però sulla fine non erano stati affatto inutili, giacché sostenuti e diretti da qualche cittadino, avevano cooperato a mandare in pace un po' di gente, e a tenere il passo libero all'ultima uscita. All'arrivar della carrozza, fecero ala, e presentaron l'arme al gran cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a destra, un saluto a sinistra; e all'ufiziale, che venne più vicino a fargli il suo, disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: - beso a usted las manos-: parole che l'ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m'avete dato un bell'aiuto! In risposta, fece un altro saluto, e si ristrinse nelle spalle. Era veramente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perché l'ufiziale non intendeva il latino. Non aqua, non igni utimur locis pluribus quam amicitia. Non dell acqua, non del fuoco facciamo uso in più occasioni che dell amicizia. (Cicerone, Laelius De amicitia, 22) Amicus certus in re incerta cernitur. L amico certo si scopre nella sorte incerta. (Cicerone, Laelius De amicitia, 64) Cicerone, Laelius De Amicitia, 22 Principio qui potest esse vita vitalis, ut ait Ennius, quae non in amici mutua benivolentia conquiescit? Quid dulcius quam habere, quicum omnia audeas sic loqui ut tecum? Qui esset tantus fructus in prosperis rebus, nisi haberes, qui illis aeque ac tu ipse gauderet? adversas vero ferre difficile esset sine eo, qui illas gravius etiam quam tu ferret. Denique ceterae res, quae expetuntur, oportunae sunt singulae rebus fere singulis, divitiae, ut utare, opes, ut colare, honores, ut laudere, voluptates, ut gaudeas, valitudo, ut dolore careas et muneribus fungare corporis; amicitia res plurimas continet; quoquo te verteris, praesto est, nullo loco excluditur, numquam intempestiva, numquam molesta est; itaque non aqua, non igni, ut aiunt, locis pluribus utimur quam amicitia. Neque ego nunc de vulgari aut de mediocri, quae tamen ipsa et delectat et prodest, sed de vera et perfecta loquor, qualis eorum, qui pauci nominantur, fuit. Nam et secundas res splendidiores facit amicitia et adversas partiens communicansque leviores. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 45

46 In primo luogo, come può essere vitale una vita?, per usare le parole di Ennio, che non trovi sollievo nel reciproco affetto di un amico? Cosa c'è di più dolce che avere una persona cui confidare tutto, senza timori, come a te stesso? E che gran frutto ci sarebbe nella prosperità se non avessi qualcuno capace di goderne al par tuo? Con difficoltà, poi, potresti affrontare le sventure senza un amico che ne soffrisse anche più di te. Infine, tutti gli altri beni a cui l'uomo aspira, se presi uno a uno, presentano un solo lato vantaggioso - la ricchezza per spenderla, la potenza per essere riveriti, le cariche per ricever lodi, i piaceri per goderne, la salute per non provar dolore e per disporre delle forze fisiche. L'amicizia, invece, racchiude moltissimi vantaggi. Dovunque tu ti volga, è a tua disposizione, non è esclusa da nessun luogo, non è mai inopportuna, non è mai molesta; e così non dell acqua, non del fuoco, come si dice, facciamo uso in più occasioni che dell amicizia. E io ora non parlo dell'amicizia comune o media, che tuttavia nch essa diletta e giova, ma dell'amicizia vera e perfetta, quale fu quella dei pochi che sono ricordati. L'amicizia, infatti, rende più splendida la buona sorte e più lieve la cattiva sorte, dividendola e mettendola in comune. Cicerone, Laelius De Amicitia, 64 Itaque verae amicitiae difficillime reperiuntur in iis, qui in honoribus reque publica versantur; ubi enim istum invenias, qui honorem amici anteponat suo? Quid? haec ut omittam, quam graves, quam difficiles plerisque videntur calamitatum societates! ad quas non est facile inventu qui descendant. Quamquam Ennius recte: Amicus certus in re incerta cernitur, tamen haec duo levitatis et infirmitatis plerosque convincunt, aut si in bonis rebus contemnunt aut in malis deserunt. Qui igitur utraque in re gravem, constantem, stabilem se in amicitia praestiterit, hunc ex maxime raro genere hominum iudicare debemus et paene divino. E così, è difficilissimo trovare vere amicizie in chi vede nella carriera politica una ragione di vita. Dove trovare chi preferisca alla propria affermazione quella dell'amico? E, per passare ad altro, come risulta gravoso e difficile, ai più, condividere gli insuccessi altrui! Non è facile trovare persone disposte ad abbassarsi a tanto. E benché Ennio abbia ragione nel dire: L'amico certo si scopre nella sorte incerta tuttavia due sono le situazioni che dimostrano la leggerezza e l'incostanza dei più: se disprezzano gli amici nel momento del successo o se li abbandonano nelle difficoltà. Chi, in entrambi i casi, si mostrerà amico serio, coerente e stabile, dobbiamo considerarlo di una stirpe umana rarissima, quasi divina! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 46

47 VITRUVIO (I a.c.) A pedibus imis ad summum caput. Dalle piante dei piedi alla sommità del capo (= da capo a piedi, da cima a fondo). (Vitruvio, De architectura, III, 1, 3) Vitruvio, De architectura, III, 1, 1-4 (1) Aedium compositio constat ex symmetria, cuius rationem diligentissime architecti tenere debent. ea autem paritur a proportione, quae graece analogia dicitur. proportio est ratae partis membrorum in omni opere totiusque commodulatio, ex qua ratio efficitur symmetriarum. Nmque non potest aedis ulla sine symmetria atque proportione rationem habere compositionis, nisi uti hominis bene figurati membrorum habuerit exactam rationem. (2) Corpus enim hominis ita natura composuit, uti os capitis a mento ad frontem summam et radices imas capilli esset decimae partis, item manus pansa ab articulo ad extremum medium digitum tantundem, caput a mento ad summum verticem octavae, cum cervicibus imis ab summo pectore ad imas radices capillorum sextae, ad summum verticem quartae. ipsius autem oris altitudinis tertia est pars ab imo mento ad imas nares, nasum ab imis naribus ad finem medium superciliorum tantundem, ab ea fine ad imas radices capilli frons efficitur item tertiae partis. Pes vero altitudinis corporis sextae, cubitum quartae, pectus item quartae. reliqua quoque membra suas habent commensus proportiones, quibus etiam antiqui pictores et statuarii nobiles usi magnas et infinitas laudes sunt adsecuti. (3) Similiter vero sacrarum aedium membra ad universam totius magnitudinis summam ex partibus singulis convenientissimum debent habere commensus responsum. item corporis centrum medium naturaliter est umbilicus. namque si homo conlocatus fuerit supinus manibus et pedibus pansis circinique conlocatum centrum in umbilico eius, circumagendo rotundationem utrarumque manuum et pedum digiti linea tangentur. Non minus quemadmodum schema rotundationis in corpore efficitur, item quadrata designatio in eo invenietur. Nam si a pedibus imis ad summum caput mensum erit eaque mensura relata fuerit ad manus pansas, invenietur eadem latitudo uti altitudo, quemadmodum areae, quae ad normam sunt quadratae. (4) Ergo si ita natura composuit corpus hominis, uti proportionibus membra ad summam figurationem eius respondeant, cum causa constituisse videntur antiqui, ut etiam in operum perfectionibus singulorum membrorum ad universam figurae speciem habeant commensus exactionem. igitur cum in omnibus operibus ordines traderent, maxime in aedibus deorum, quorum operum et laudes et culpae aeternae solent permanere. (1) La composizione dei templi risulta dalla simmetria e gli architetti devono conservare in modo estremamamente scrupoloso i principi di essa. Ed essa nasce dalla proporzione, che in greco è detta analoghía. La proporzione è la commensurabilità sulla base di un'unità determinata delle membrature in ogni impianto e in tutta quanta tale opera, con cui viene tradotto in atto il criterio delle relazioni modulari. E infatti non può alcun tempio avere un principio razionale della composizione senza «simmetria» e proporzione, se non l'ha avuto aderente al principio razionale precisamente definito proprio delle membra di un uomo dalla bella forma. (2) Infatti il corpo dell uomo è cosí composto per natura che nella testa il volto dal mento alla sommità della fronte e all'inizio inferiore dei capelli sostituisce la decima parte, cosí pure il palmo della mano dal polso all'estremità del dito medio altrettanto, la testa dal mento alla sommità del cranio l'ottava, dalla sommità del petto son la parte piú bassa del collo alle radici inferiori dei capelli la sesta, dal petto alla sommità del capo la quarta. E della stessa altezza del volto la parte dal limite inferiore del mento a quello delle narici è la terza, il naso dal limite inferiore delle narici al tratto intermedio della linea delle sopracciglia altrettanto. Da tale linea all'inizio inferiore della chioma la fronte è resa pure terza parte. E il piede è la sesta parte dell'altezza del corpo, il cubito la quarta, il petto pure la quarta. Anche le altre membra hanno le loro proporzioni reciprocamente Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 47

48 commensurabili, valorizzando le quali pure rinomati antichi pittori e statuari conseguirono lodi grandi e illimitate. (3) E similmente le membrature dei sacri templi debbono essere assai convenientemente rispondenti per commensurabilità alla somma totale di tutta quanta la grandezza risultante dalle singole parti. Parimenti il centro in mezzo al corpo per natura è l'ombelico. E infatti se un uomo fosse collocato supino con le mani e i piedi distesi e il centro del compasso fosse puntato nell'ombelico di questi, descrivendo una circonferenza le dita di entrambe le mani e dei piedi sarebbero toccate dalla linea. Analogamente come la forma della circonferenza viene istituita nel corpo, cosí si rinviene in esso il disegno di un quadrato. Infatti se si misura dalle piante dei piedi alla sommità del capo e tale misura è riferita alle mani distese, si trova che pure la larghezza è come l'altezza, come le aree che sono quadrate regolari. (4) Pertanto se così la natura compose il corpo dell'uomo che nelle proporzioni le membra rispondono alla figura generale, sembra che gli antichi con ragione abbiano disposto che anche nelle realizzazioni di impianti questi presentino la perfezione della «simmetria» delle singole membrature rispetto alla configurazione complessiva della figura. Pertanto come trasmisero le regole di tutte le opere, lo fecero anche e soprattutto nell ambito dei templi degli dèi, costruzioni delle quali sia le lodi sia le colpe sogliono permanere in eterno. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 48

49 Leonardo da Vinci ( ). L uomo di Vitruvio (c. 1490), matita e inchiostro (cm. 34 x 24). Venezia, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell'accademia. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 49

50 VIRGILIO (70-19 a.c.) Latet anguis in herba. Una serpe si nasconde nell erba. (Virgilio, Bucoliche, III, v. 93) Virgilio, Bucoliche, III, vv (Dameta, Menalca) 92. Dam. Qui legitis flores et humi nascentia fraga, 93. frigidus, o pueri fugite hinc!, latet anguis in herba. 94. Men. Parcite, oves, nimium procedere: non bene ripae 95. creditur; ipse aries etiam nunc vellera siccat. 92. Dam. Voi che cogliete i fiori e le fragole basse sul terreno, 93. scappate via, ragazzi: una fredda serpe si nasconde nell erba. 94. Men. Restate indietro, pecore, la riva non è solida. 95. Persino il capro si sta ancora asciugando. Carpent tua poma nepotes. I nipoti raccoglieranno i tuoi frutti. (Virgilio, Bucoliche, IX, v. 50) Omnia fert aetas, animum quoque. Tutto porta via il tempo, anche il ricordo. (Virgilio, Bucoliche, IX, v. 51) Virgilio, Bucoliche, IX, vv (Meri, Licida) 37. Moe. Id quidem ago et tacitus, Lycida, mecum ipse uoluto, 38. si ualeam meminisse; neque est ignobile carmen. 39. Huc ades, o Galatea; quis est nam ludus in undis? 40. hic uer purpureum, uarios hic flumina circum 41. fundit humus flores, hic candida populus antro 42. imminet et lentae texunt umbracula vites. 43. huc ades; insani feriant sine litora fluctus. 44. Lyc. Quid, quae te pura solum sub nocte canentem 45. audieram? numeros memini, si uerba tenerem: 46. Daphni, quid antiquos signorum suspicis ortus? 47. ecce Dionaei processit Caesaris astrum, 48. astrum quo segetes gauderent frugibus et quo 49. duceret apricis in collibus uva colorem. 50. insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes. 51. Moe. Omnia fert aetas, animum quoque. saepe ego longos 52. cantando puerum memini me condere soles; 53. nunc oblita mihi tot carmina (...). Meri Ci penso, Lìcida, e in silenzio medito se riesco a ricordarmi: non è un canto da poco. Vieni qui, mia Galatèa: che diletto c'è fra fonde? Qui è purpurea primavera, qui la terra in riva ai fiumi fa sbocciare tanti fiori; e sulla grotta Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 50

51 il bianco pioppo inclina e i molli tralci tesse la vite in pergolati d'ombra. Vieni qui: lascia che i flutti battan rabbiosi il lido. Licida E quello che ti sentii cantare tutto solo nella notte serena? Ricordo l aria: se avessi le parole! Dafni, perché guardi nel cielo l antico sorgere degli astri? Ecco, sale la stella di Cesare Dionèo, la stella a cui gioiscono di frumento i campi, e indora l uva sui colli solatii. Innesta i peri, Dafni: i tuoi nipoti ne coglieranno i frutti. Meri Tutto porta via il tempo, anche il ricordo; quand ero giovane ricordo che trascorrevo le lunghe giornate cantando; ora ho scordato tante canzoni (...). Omnia vincit Amor. Amore vince ogni cosa. (Virgilio, Bucoliche, X, v. 69) Virgilio, Bucoliche, X, vv Extremum hunc, Arethusa, mihi concede laborem: 2. pauca meo Gallo, sed quae legat ipsa Lycoris, 3. carmina sunt dicenda; neget quis carmina Gallo? 4. sic tibi, cum fluctus subterlabere Sicanos, 5. Doris amara suam non intermisceat undam, 6. incipe: sollicitos Galli dicamus amores, 7. dum tenera attondent simae virgulta capellae. 8. non canimus surdis, respondent omnia silvae. 9. Quae nemora aut qui vos saltus habuere, puellae 10. Naides, indigno cum Gallus amore peribat? 11. nam neque Parnasi vobis iuga, nam neque Pindi 12. ulla moram fecere, neque Aonie Aganippe. 13. illum etiam lauri, etiam flevere myricae, 14. pinifer illum etiam sola sub rupe iacentem 15. Maenalus et gelidi fleverunt saxa Lycaei. 16. stant et oves circum; nostri nec paenitet illas, 17. nec te paeniteat pecoris, divine poeta: 18. et formosus ovis ad flumina pavit Adonis. 19. venit et upilio, tardi venere subulci, 20. uvidus hiberna venit de glande Menalcas. 21. omnes Unde amor iste rogant tibi? venit Apollo: 22. Galle, quid insanis? inquit, tua cura Lycoris 23. perque nives alium perque horrida castra secuta est. 24. Venit et agresti capitis Silvanus honore, 25. florentis ferulas et grandia lilia quassans. 26. Pan deus Arcadiae venit, quem vidimus ipsi 27. sanguineis ebuli bacis minioque rubentem. 28. Ecquis erit modus? inquit. Amor non talia curat, 29. nec lacrimis crudelis Amor nec gramina rivis Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 51

52 30. nec cytiso saturantur apes nec fronde capellae. 31. tristis at ille tamen cantabitis, Arcades, inquit 32. montibus haec vestris; soli cantare periti 33. Arcades. o mihi tum quam molliter ossa quiescant, 34. vestra meos olim si fistula dicat amores! 35. atque utinam ex vobis unus vestrique fuissem 36. aut custos gregis aut maturae vinitor uvae! 37. certe sive mihi Phyllis sive esset Amyntas 38. seu quicumque furor quid tum, si fuscus Amyntas? 39. et nigrae violae sunt et vaccinia nigra, 40. mecum inter salices lenta sub vite iaceret; 41. serta mihi Phyllis legeret, cantaret Amyntas. 42. hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycori, 43. hic nemus; hic ipso tecum consumerer aevo. 44. nunc insanus amor duri me Martis in armis 45. tela inter media atque adversos detinet hostis. 46. tu procul a patria nec sit mihi credere tantum 47. Alpinas, a! dura nives et frigora Rheni 48. me sine sola vides. a, te ne frigora laedant! 49. a, tibi ne teneras glacies secet aspera plantas! 50. ibo et Chalcidico quae sunt mihi condita versu 51. carmina pastoris Siculi modulabor avena. 52. certum est in silvis inter spelaea ferarum 53. malle pati tenerisque meos incidere amores 54. arboribus: crescent illae, crescetis, amores. 55. interea mixtis lustrabo Maenala Nymphis 56. aut acris venabor apros. Non me ulla vetabunt 57. frigora Parthenios canibus circumdare saltus. 58. iam mihi per rupes videor lucosque sonantis 59. ire, libet Partho torquere Cydonia cornu 60. spiculatamquam haec sit nostri medicina furoris, 61. aut deus ille malis hominum mitescere discat. 62. iam neque Hamadryades rursus nec carmina nobis 63. ipsa placent; ipsae rursus concedite silvae. 64. non illum nostri possunt mutare labores, 65. nec si frigoribus mediis Hebrumque bibamus 66. Sithoniasque nives hiemis subeamus aquosae, 67. nec si, cum moriens alta liber aret in ulmo, 68. Aethiopum versemus ovis sub sidere Cancri. 69. omnia vincit Amor: et nos cedamus Amori. 70. Haec sat erit, divae, vestrum cecinisse poetam, 71. dum sedet et gracili fiscellam texit hibisco, 72. Pierides: vos haec facietis maxima Gallo, 73. Gallo, cuius amor tantum mihi crescit in horas 74. quantum vere novo viridis se subicit alnus. 75. surgamus: solet esse gravis cantantibus umbra, 76. iuniperi gravis umbra; nocent et frugibus umbrae. 77. ite domum saturae, venit Hesperus, ite capellae. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 52

53 Concedimi, Aretùsa, quest'ultima fatica: pochi versi - ma che la stessa Licòri li legga - voglio dire per Gallo: a lui, chi mai li potrebbe negare? Che tu possa scorrere sotto i flutti sicani, che mai l'onda amara di Dori alla tua si confonda: comincia, ti prego. Le pene d'amore di Gallo cantiamo, intanto che teneri germogli brucano le camuse caprette. Non a sordi cantiamo: a ogni nota rispondono i boschi. Quale selva, quale gola vi tenne, fanciulle Nàiadi, mentre d'ingiusto amore Gallo si moriva? Pure, né le vette del Parnàso mai, né il Pindo vi fermò, né l'aonia Aganìppe. Per lui, anche l'alloro, anche i merischi han pianto e ha pianto il Ménalo e i suoi pini e i gelidi sassi del Liceo, lui che giaceva ai piedi di una deserta roccia. Anche le pecore gli fanno cerchio intorno (non ci sdegnano loro, e tu non sdegnarle, divino poeta: il bell'adone, lui pure lungo il fiume pascolava il gregge). Venne il pastore, vennero i lenti porcai, venne Menalca, bagnato ancora per le ghiande invernali. E chiedono: «Perché tanto amore?». E venne Apollo: «Gallo, perché deliri? L'amore tuo, Licòri, per distese di neve, fra le armi e ì soldati, già segue un altro». Venne Silvano, coronato di fiori: gli ondeggiano sul capo le verdi canne e i gigli. E venne Pan, dio dell'arcadia: anch'io l'ho visto, rosso di minio e del sanguigno frutto del sambuco. Dice: «Basta! Finisci! Non se ne cura Amore: di pianto non si sazia Amor crudele, né il prato di ruscelli, né di cìtiso l'ape, né di verdi cermogli le caprette». E lui triste rispose: Ma, almeno, di me voi canterete ai vostri monti. Arcadi: solo voi sapete il canto. Che dolce quiete avranno le mie ossa se il vostro flauto un giorno racconterà il mio amore! Ah, fossi stato uno di voi, a custodire i vostri greggi o a vendemmiare i grappoli maturi! Almeno avessi amato Filli o Aminta, o un altro ancora (Aminta è bruno, e allora? Le viole sono scure, e scuri anche i giacinti); fra i salici con me riposerebbe, sotto una molle vite: Filli coglierebbe per me serti di fiori, e canterebbe Aminta. Qui fresche fonti, qui morbidi prati, Licòri, e il bosco: qui, a te vicino, solo il tempo mi consumerebbe. E invece un folle amore mi trattiene in mezzo alle armi del crudele Marte, esposto ai colpi, e col nemico in fronte. E tu, via dalla patria (cosa darei perché non fosse vero!), le nevi delle Alpi e i brividi del Reno senza di me - crudele! - da sola vedi. Ah, non ti ferisca il gelo! Ah, non ti laceri l'aspro ghiaccio i piedi delicati! Io me ne andrò. E i canti che ho composto in versi calcidesi li voglio modulare con il flauto del siculo pastore. È certo: meglio soffrire fra le selve, fra i covi delle fiere, e incidere sugli alberi novelli il nome del mio amore. e cresceranno; e.crescerai, Amore. Sul Mènalo andrò vagando con le Ninfe, oppure in caccia di ispidi cinghiali; né mai mi fermeranno Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 53

54 i ghiacci dal correre coi cani le gole del Partenio. Mi sembra già di andare per dirupi e boschi risonanti; scagliare frecce di Cidone con l'arco parto, è bello! Come se ciò potesse guarire il mio delirio o si addolcisse il dio per le miserie umane! Più non amo le Amadrìadi, ormai, né il canto; e anche voi, selve, via da me! addio! I nostri sforzi mai non muteranno Amore, neppure se nel gelo dell'inverno uno bevesse all'ebro o affrontasse le nevi e le bufere del Sitone; o al tempo che la scorza in cima all'olmo inaridisce e muore, sotto il segno del Cancro pascolasse i greggi d'etiopia. Amore vince ogni cosa: anche noi cediamo ad Amore». Il vostro poeta, dee di Pièria, così ha cantato, mentre siede e intreccia un cesto di sottile ibisco. E basterà: per Gallo, voi lo farete grande, per Gallo, sì, il cui amore mi cresce d'ora in ora, come cresce il verde ontano alla stagione nuova. Andiamo: gravosa per chi canta è l'ombra, gravosa l'ombra del ginepro; anche alle messi nuocciono le ombre. Siete sazie, caprette: andate a casa. Andate: Espero viene. Agostino Carracci ( ). Amor vincit omnia (1599), incisione (cm. 12,7 x 18,8). New York, Metropolitan Museum of Art. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 54

55 Labor omnia vi(n)cit improbus. La dura fatica vince ogni cosa. (Virgilio, Georgiche, I, v ) Virgilio, Georgiche, I, v Ante Iovem nulli subigebant arva coloni: 126. ne signare quidem aut partiri limite campum 127. fas erat; in medium quaerebant, ipsaque tellus 128. omnia liberius nullo poscente ferebat ille malum uirus serpentibus addidit atris 130. praedarique lupos iussit pontumque moveri, 131. mellaque decussit foliis ignemque removit 132. et passim riuis currentia vina repressit, 133. ut varias usus meditando extunderet artis 134. paulatim, et sulcis frumenti quaereret herbam, 135. ut silicis uenis abstrusum excuderet ignem tunc alnos primum fluuii sensere cauatas; 137. navita tum stellis numeros et nomina fecit 138. Pleiadas, Hyadas, claramque Lycaonis Arcton tum laqueis captare feras et fallere uisco 140. inventum et magnos canibus circumdare saltus; 141. atque alius latum funda iam verberat amnem 142. alta petens, pelagoque alius trahit umida lina tum ferri rigor atque argutae lammina serrae 144. nam primi cuneis scindebant fissile lignum, 145. tum variae uenere artes. Labor omnia vicit 146. improbus et duris urgens in rebus egestas Prima di Giove non v'erano agricoltori a lavorare la terra, 126. e neanche si poteva segnare i confini dei campi e spartirli; 127. tutti gli acquisti erano in comune, la terra da sé donava, 128. senza richiesta, con grande liberalità, tutti i prodotti Egli aggiunse il pericoloso veleno ai tetri serpenti, 130. e volle che i lupi predassero, che il mare si agitasse, 131. e scosse il miele dalle foglie e nascose il fuoco 132. e fermò il vino che fluiva sparso in ruscelli, 133. affinché il bisogno sperimentando a poco a poco esprimesse 134. le varie arti e cercasse la pianta del frumento nei solchi 135. e facesse scoccare il fuoco nascosto nelle vene della selce Allora primamente i fiumi sentirono gli ontani incavati: 137. allora il marinaio numerò e denominò le stelle, 138. Pleiadi, Iadi,l'Orsa splendente di Licaone Allora si apprese a catturare le fiere con lacci, a ingannare 140. gli uccelli col vischio e a circondare di cani le vaste selve; 141. e uno già percuote il largo fiume con il giacchio, 142. un altro spintosi al largo tira le reti bagnate Allora si pregiò la durezza del ferro e la lama della stridula sega infatti prima gli uomini fendevano il legno con i cunei -; 145. allora nacquero le diverse arti. La dura fatica vince 146. ogni cosa e il bisogno che incalza nell'avversità. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 55

56 Si parva licet componere magnis. Se è lecito paragonare piccole cose alle grandi. (Virgilio, Georgiche, IV, v. 176) Virgilio, Georgiche, IV, vv Solae communis natos, consortia tecta 154. urbis habent magnisque agitant sub legibus aeuum, 155. et patriam solae et certos novere penatis; 156. venturaeque hiemis memores aestate laborem 157. experiuntur et in medium quaesita reponunt namque aliae victu invigilant et foedere pacto 159. exercentur agris; pars intra saepta domorum 160. narcissi lacrimam et lentum de cortice gluten 161. prima favis ponunt fundamina, deinde tenacis 162. suspendunt ceras; aliae spem gentis adultos 163. educunt fetus; aliae purissima mella 164. stipant et liquido distendunt nectare cellas; 165. sunt quibus ad portas cecidit custodia sorti, 166. inque vicem speculantur aquas et nubila caeli, 167. aut onera accipiunt venientum, aut agmine facto 168. ignauum fucos pecus a praesepibus arcent: 169. fervet opus, redolentque thymo fraglantia mella ac veluti lentis Cyclopes fulmina massis 171. cum properant, alii taurinis follibus auras 172. accipiunt redduntque, alii stridentia tingunt 173. aera lacu; gemit impositis incudibus Aetna; 174. illi inter sese magna vi bracchia tollunt 175. in numerum, versantque tenaci forcipe ferrum: 176. non aliter, si parva licet componere magnis, 177. Cecropias innatus apes amor urget habendi 178. munere quamque suo. Grandaevis oppida curae 179. et munire fauos et daedala fingere tecta at fessae multa referunt se nocte minores, 181. crura thymo plenae; pascuntur et arbuta passim 182. et glaucas salices casiamque crocumque rubentem 183. et pinguem tiliam et ferrugineos hyacinthos (Le api) sole hanno i figli in comune, case congiunte 154. a formare una città; vivono sotto leggi magnanime, 155. e sole riconoscono una patria e sicuri Penati; 156. pensose dell'inverno che incombe, faticano d'estate 157. e mettono in comune il frutto della loro ricerca Infatti alcune sono preposte al vitto, e secondo un patto, 159. faticano nei campi; parte, nel chiuso della dimora, 160. pongono a primo fondamento dei favi stille di narciso 161. e vischiosa resina di corteccia; poi vi sovrappongono 162. cera tenace; altre conducono fuori i figli cresciuti, 163. speranza della stirpe; altre stipano purissimo 164. miele, e colmano le celle di limpido nettare Ad alcune toccò in sorte la vigilanza davanti alle porte, 166. e a vicenda scrutano le acque e le nubi del cielo, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 56

57 167. ricevono il carico dalle venienti, o strette in schiera, 168. ricacciano dalle mangiatoie i fuchi, ignavo armento; 169. ferve ìl lavoro, olezza di timo il dolce miele E come i Ciclopi quando dalle duttili masse di metallo 171. affrettano i fulmini, alcuni raccolgono e risoffiano l'aria 172. dai mantici di pelle taurina, altri tuffano i metalli 173. stridenti nell'acqua; geme per le imposte incudini l'etna; 174. essi tra loro con grande violenza sollevano 175. a ritmo le braccia e volgono con le tenaci morse il ferro: 176. così altrimenti se è lecito paragonare piccole cose alle grandi, 177. urge le api cecropie un innato amore del possesso, 178. ognuna con suo compito. Le anziane badano alle rocche, 179. a munire i favi e a formare le dedàlee stanze Le più giovani tornano stanche a notte fonda, 181. le zampe colme di timo; vagando suggono corbezzoli, 182. e salici azzurrognoli, cassia, rosseggiante croco, 183. glutinoso tiglio e giacinti di colore ferrigno. Rari nantes in gurgite vasto. Pochi naufraghi che nuotano nel vasto gorgo. (Virgilio, Eneide, I, v. 118) Virgilio, Eneide, I, vv Franguntur remi, tum prora avertit et undis 105. dat latus, insequitur cumulo praeruptus aquae mons hi summo in fluctu pendent; his unda dehiscens 107. terram inter fluctus aperit, furit aestus harenis tris Notus abreptas in saxa latentia torquet 109. saxa vocant Itali mediis quae in fluctibus Aras, 110. dorsum immane mari summo, tris Eurus ab alto 111. in brevia et Syrtis urget, miserabile visu, 112. inliditque vadis atque aggere cingit harenae unam, quae Lycios fidumque uehebat Oronten, 114. ipsius ante oculos ingens a vertice pontus 115. in puppim ferit: excutitur pronusque magister 116. volvitur in caput, ast illam ter fluctus ibidem 117. torquet agens circum et rapidus vorat aequore vertex apparent rari nantes in gurgite vasto, 119. arma virum tabulaeque et Troia gaza per undas S'infrangono i remi, la prua si rigira ed espone 105. il fianco alle onde: incalza un monte d'acqua scosceso Alcune navi pendono sulla cresta del flutto; a quelle l'onda 107. spalanca la. terra tra i flutti; infuria un ribollire di sabbia Il Noto afferra e travolge tre navi su scogli 109. nascosti - rocce tra i flutti, che gli Italici chiamano Are, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 57

58 110. immane dorso a fior d'acqua -; tre l'euro sospinge 111. dal largo nelle secche delle dune, miserevole vista, 112. e caccia nei bassifondi e cinge d'un argine di sabbia Una, che trasportava i Lici e il fido Oronte, 114. davanti ai suoi occhi un enorme maroso colpisce 115. piombando a poppa: il nocchiero è sbalzato e precipita 116. a capofitto; l'ondata la fa mulinare tre volte 117. nel medesimo luogo, e un rapido vortice la inghiotte 118. nel mare. Appaiono pochi naufraghi che nuotano nel vasto gorgo, 119. e armi di guerrieri, e tavole, e i tesori troiani sulle onde. Furor arma ministrat. Il furore fornisce le armi. (Virgilio, Eneide, I, v. 150) Virgilio, Eneide, I, vv Ac veluti magno in populo cum saepe coorta est 149. seditio saevitque animis ignobile vulgus 150. iamque faces et saxa volant (furor arma ministrat); 151. tum, pietate gravem ac meritis si forte virum quem 152. conspexere, silent arrectisque auribus astant; 153. ille regit dictis animos et pectora mulcet: 154. sic cunctus pelagi cecidit fragor, aequora postquam 155. prospiciens genitor caeloque invectus aperto 156. flectit equos curruque volans dat lora secundo E come spesso in un numeroso popolo sorge 149. una sommossa, e con gli animi infuria l oscuro volgo 150. e già volano pietre e tizzoni (il furore fornisce le armi); 151. allora, se per caso scorgono un uomo autorevole 152. per pietà e per meriti, tacciono, e stanno quieti con le orecchie tese: 153. quello con le parole governa gli animi, e placa i cuori: 154. così si calmò il fragore del mare, dopo che il padre, 155. guardando dall'alto le acque e trasportato nel limpido cielo, 156. dirige i cavalli e volando allenta le briglie al docile carro. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 58

59 Forsan et haec olim meminisse iuvabit. Forse un giorno sarà dolce ricordare anche questi avvenimenti. (Virgilio, Eneide, I, v. 203) Virgilio, Eneide, I, vv O socii neque enim ignari sumus ante malorum, 199. passi graviora, dabit deus his quoque finem vos et Scyllaeam rabiem penitusque sonantis 201. accestis scopulos, vos et Cyclopia saxa 202. experti: revocate animos maestumque timorem 203. mittite; forsan et haec olim meminisse iuvabit per varios casus, per tot discrimina rerum 205. tendimus in Latium, sedes ubi fata quietas 206. ostendunt; illic fas regna resurgere Troiae durate, et vosmet rebus servate secundis Compagni - poiché conosciamo le passate sventure -, 199. voi che ne avete sofferte altre peggiori, un dio esaurirà anche queste Sfidaste la furia di Scilla e gli scogli dal cupo 201. fragore, e provaste le rupi ciclopiche: rinfrancate 202. gli animi, scacciate il mesto timore: 203. forse un giorno sarà dolce ricordare anche questi avvenimenti Per vari casi, per tanti rischi di eventi 205. tendiamo nel Lazio, laddove i fati ci mostrano 206. sedi tranquille; là è stabilito che il regno 207. di Troia risorga. Resistete, e serbatevi alla fortuna. Timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Danai anche se recano doni. (Virgilio, Eneide, II, v. 49) Ab uno disce omnes. Da uno solo conoscili tutti! (Virgilio, Eneide, II, vv ) Virgilio, Eneide, II, v Primus ibi ante omnis magna comitante caterva 41. Laocoon ardens summa decurrit ab arce, 42. et procul 'o miseri, quae tanta insania, cives? 43. creditis avectos hostis? aut ulla putatis 44. dona carere dolis Danaum? sic notus Vlixes? 45. aut hoc inclusi ligno occultantur Achivi, 46. aut haec in nostros fabricata est machina muros, 47. inspectura domos venturaque desuper urbi, 48. aut aliquis latet error; equo ne credite, Teucri. 49. quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentis (= ferentes). 50. sic fatus validis ingentem viribus hastam 51. in latus inque feri curvam compagibus alvum Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 59

60 52. contorsit. stetit illa tremens, uteroque recusso 53. insonuere cavae gemitumque dedere cavernae. 54. et, si fata deum, si mens non laeva fuisset, 55. impulerat ferro Argolicas foedare latebras, 56. Troiaque nunc staret, Priamique arx alta maneres. 57. Ecce, manus iuvenem interea post terga revinctum 58. pastores magno ad regem clamore trahebant 59. Dardanidae, qui se ignotum venientibus ultro, 60. hoc ipsum ut strueret Troiamque aperiret Achivis, 61. obtulerat, fidens animi atque in utrumque paratus, 62. seu versare dolos seu certae occumbere morti. 63. undique uisendi studio Troiana iuventus 64. circumfusa ruit certantque inludere capto. 65. accipe nunc Danaum insidias et crimine ab uno 66. disce omnis (=omnes) 67. namque ut conspectu in medio turbatus, inermis 68. constitit atque oculis Phrygia agmina circumspexit, 69. 'heu, quae nunc tellus,' inquit, 'quae me aequora possunt 70. accipere? aut quid iam misero mihi denique restat, 71. cui neque apud Danaos usquam locus, et super ipsi 72. Dardanidae infensi poenas cum sanguine poscunt?' 73. quo gemitu conversi animi compressus et omnis 74. impetus. Hortamur fari quo sanguine cretus, 75. quidue ferat; memoret quae sit fiducia capto. 40. Per primo accorre, davanti a tutti, dall'alto 41. della rocca Laocoonte adirato, seguito da una grande turba; 42. e di lungi: "Sciagurati cittadini, quale così grande follia? 43. credete partiti i nemici? o stimate alcun dono 44. dei Danai privo d'inganni? Così conoscete Ulisse? 45. O chiusi in questo legno si tengono nascosti Achei, 46. o questa macchina è fabbricata a danno delle nostre mura, 47. per spiare le case e sorprendere dall'alto la città, 48. o cela un'altra insidia: Troiani, non credete al cavallo. 49. Di qualunque cosa si tratti, temo i Danai anche se recano doni". 50. Disse, e avventò con vigore gagliardo la grande asta 51. al fianco della fiera ed al ventre 52. dalle curve giunture. Quella s'infisse vibrando e dall'alvo 53. percosso risuonarono le cavità e diedero un gemito le caverne. 54. E se i fati degli dei, se la nostra mente non era funesta, 55. egli ci aveva sospinti a violare il nascondiglio argolico con il ferro; 56. oggi Troia si ergerebbe, e tu, alta rocca di Priamo, dureresti ancora. 57. Intanto dei pastori dardanidi traevano al re 58. con grande clamore un giovane, 59. con le mani legate sul dorso, che ignoto s'era offerto 60. a chi veniva, per tramare proprio questo, aprire 61. Troia agli Achei, risoluto d'animo e pronto ad entrambe 62. le sorti, ordire inganni o incontrare sicura morte. 63. Per desiderio di vedere, la gioventù troiana s'affolla 64. ed accorre da tutte le parti, e gareggiano a schernire il prigioniero. 65. Ora ascolta le insidie dei Danai e dal crimine di uno solo, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 60

61 66. conoscili tutti. 67. Infatti, come ristette in vista nel mezzo, turbato, 68. inerme, e volse intorno lo sguardo sulle schiere frigie: 69. "Ahi, quale terra ora" disse, "quali mari 70. possono accogliermi, e che cosa ormai mi resta, 71. sventurato che non ha luogo tra i Danai, e gli stessi 72. Dardanidi ostili richiedono una pena di sangue?". 73. Al lamento mutano gli animi e tutto l'impeto s'arresta. 74. Lo esortiamo a dirci da che sangue nacque, 75. e a rivelarci che cosa rechi e con quali speranze si consegnò prigioniero. Sofocle, Aiace, vv (Aiace) 664. ' ' Ed è vero il proverbio degli uomini: 665. I doni dei nemici non sono doni e non sono vantaggiosi. Mirabile dictu. Mirabile a dirsi. (Virgilio, Eneide, II, v. 26) Parce sepulto. Risparmia un cadavere. (Virgilio, Eneide, III, v. 41) Auri sacra fames. Esecrabile fame di oro. (Virgilio, Eneide, III, v. 57) Virgilio, Eneide, III, v Sacra Dionaeae matri divisque ferebam 20. auspicibus coeptorum operum, superoque nitentem 21. caelicolum regi mactabam in litore taurum. 22. forte fuit iuxta tumulus, quo cornea summo 23. virgulta et densis hastilibus horrida myrtus. 24. accessi viridemque ab humo convellere silvam 25. conatus, ramis tegerem ut frondentibus aras, 26. horrendum et dictu video mirabile monstrum. 27. nam quae prima solo ruptis radicibus arbos 28. vellitur, huic atro liquuntur sanguine guttae 29. et terram tabo maculant. mihi frigidus horror 30. membra quatit gelidusque coit formidine sanguis. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 61

62 31. rursus et alterius lentum convellere vimen 32. insequor et causas penitus temptare latentis; 33. ater et alterius sequitur de cortice sanguis. 34. multa movens animo Nymphas venerabar agrestis 35. Gradivumque patrem, Geticis qui praesidet arvis, 36. rite secundarent visus omenque levarent. 37. tertia sed postquam maiore hastilia nisu 38. adgredior genibusque adversae obluctor harenae, 39. eloquar an sileam? gemitus lacrimabilis imo 40. auditur tumulo et vox reddita fertur ad auris: 41. Quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto, 42. parce pias scelerare manus. non me tibi Troia 43. externum tulit aut cruor hic de stipite manat. 44. heu fuge crudelis terras, fuge litus avarum: 45. nam Polydorus ego. hic confixum ferrea texit 46. telorum seges et iaculis increvit acutis. 47. Tum vero ancipiti mentem formidine pressus 48. obstipui steteruntque comae et vox faucibus haesit. 49. Hunc Polydorum auri quondam cum pondere magno 50. infelix Priamus furtim mandarat alendum 51. Threicio regi, cum iam diffideret armis 52. Dardaniae cingique urbem obsidione videret. 53. ille, ut opes fractae Teucrum et Fortuna recessit, 54. res Agamemnonias victriciaque arma secutus 55. fas omne abrumpit: Polydorum obtruncat, et auro 56. vi potitur. quid non mortalia pectora cogis, 57. auri sacra fames! postquam pavor ossa reliquit, 58. delectos populi ad proceres primumque parentem 59. monstra deum refero, et quae sit sententia posco. 60. omnibus idem animus, scelerata excedere terra, 61. linqui pollutum hospitium et dare classibus Austros. 62. ergo instauramus Polydoro funus, et ingens 63. aggeritur tumulo tellus; stant Manibus arae 64. caeruleis maestae vittis atraque cupresso, 65. et circum Iliades crinem de more solutae; 66. inferimus tepido spumantia cymbia lacte 67. sanguinis et sacri pateras, animamque sepulcro 68. condimus et magna supremum voce ciemus. 19. Facevo sacrifici alla madre dionea ed ai numi 20. auspici dell'opera intrapresa, e mi accingevo a immolare 21. sulla riva uno splendido toro al re dei celesti. 22. V'era lì accanto un'altura, e in cima virgulti 23. di corniolo e un mirto rigido di dense verghe. 24. M'appressai, e tentando di svellere dal suolo un verde 25. cespuglio, per coprire le are di rami frondosi, 26. orrendo e mirabile a dirsi vedo un prodigio. 27. Infatti dall'arbusto che strappo dal suolo per primo, 28. spezzate le radici, colano gocce di nero sangue 29. e macchiano la terra di putredine. Un freddo brivido 30. mi scuote le membra, e il sangue si gela per il terrore. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 62

63 31. Di nuovo insisto a strappare il flessibile ramo d'un altro, 32. e a cercare a fondo le cause nascoste. 33. Anche dalla corteccia dell'altro sgorga nero sangue; 34. agitando molti pensieri nell'animo veneravo le agresti 35. Ninfe e il padre Gradivo che presiede ai campi getici, 36. perché propiziassero la visione e alleviassero il presagio. 37. Ma dopo che afferro con maggiore slancio la terza 38. verga, puntando le ginocchia contro la sabbia devo parlare o tacere? -, s'ode un lacrimoso gemito 40. dalla base del cumulo, e una voce uscendone raggiunge gli 41. orecchi: "Perché laceri uno sventurato, o Enea? Risparmia un cadavere; 42. risparmia di profanare le pie mani. Troia mi ha generato 43. non estraneo a te, e il sangue che vedi non sgorga dal legno. 44. Oh fuggi terre crudeli, fuggi un avido lido. 45. Sono Polidoro. Qui mi trafisse e mi coprì 46. una ferrea messe di dardi e crebbe di acute aste. 47. Allora, oppresso la mente dubbiosa dall'orrore, 48. stupii, si drizzarono i capelli, e la voce si arrestò nella gola. 49. Lui, Polidoro, un giorno, con grande quantità d'oro 50. l'infelice Priamo aveva affidato in segreto 51. da allevare al re tracio, quando ormai disperava 52. delle armi dei Dardani, e vedeva la città assediata. 53. Quello, appena furono infrante le forze dei Teucri e la fortuna 54. si ritrasse, seguendo le sorti di Agamennone e le armi vincitrici, 55. offende ogni legge; uccide Polidoro, e s'appropria 56. con violenza dell'oro. A cosa non spingi i cuori mortali, 57. o esecrabile fame dell'oro? Dopo che il terrore lasciò 58. le mie ossa, agli scelti capi del popolo e per primo al padre 59. riferisco i prodigi degli dei, e chiedo il parere. 60. Tutti hanno il medesimo proponimento, allontanarsi dalla terra scellerata, 61. lasciare il rifugio contaminato, e affidare le navi ai venti. 62. Dunque prepariamo le esequie a Polidoro: si ammucchia 63. una massa di terra per il tumulo; si ergono ai Mani 64. are meste di livide bende e di nero cipresso, 65. e intorno le donne di Ilio, sciolte secondo l'uso 66. le chiome; offriamo tazze schiumanti di tiepido latte 67. e coppe di sacro sangue, e chiudiamo l'anima 68. nel sepolcro, e gridiamo a gran voce l'estremo saluto. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 63

64 Agnosco veteris vestigia flammae. Riconosco i segni dell antica fiamma. (Virgilio, Eneide, IV, v. 23) Tacitum vivit sub pectore vulnus. Tacita vive la ferita nel cuore. (Virgilio, Eneide, IV, v. 67) Virgilio, Eneide, IV, vv At regina gravi iamdudum saucia cura 2. vulnus alit venis et caeco carpitur igni. 3. multa viri uirtus animo multusque recursat 4. gentis honos; haerent infixi pectore vultus 5. verbaque nec placidam membris dat cura quietem. 6. postera Phoebea lustrabat lampade terras 7. umentemque Aurora polo dimoverat umbram, 8. cum sic unanimam adloquitur male sana sororem: 9. 'Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent! 10. quis novus hic nostris successit sedibus hospes, 11. quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis! 12. credo equidem, nec vana fides, genus esse deorum. 13. degeneres animos timor arguit. heu, quibus ille 14. iactatus fatis! quae bella exhausta canebat! 15. si mihi non animo fixum immotumque sederet 16. ne cui me vinclo vellem sociare iugali, 17. postquam primus amor deceptam morte fefellit; 18. si non pertaesum thalami taedaeque fuisset, 19. huic uni forsan potui succumbere culpae. 20. Anna fatebor enim miseri post fata Sychaei 21. coniugis et sparsos fraterna caede penatis 22. solus hic inflexit sensus animumque labantem 23. impulit. Agnosco veteris vestigia flammae. 24. sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscat 25. vel pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras, 26. pallentis umbras Erebo noctemque profundam, 27. ante, pudor, quam te violo aut tua iura resolvo. 28. ille meos, primus qui me sibi iunxit, amores 29. abstulit; ille habeat secum servetque sepulcro.' 30. sic effata sinum lacrimis implevit obortis. 31. Anna refert: 'o luce magis dilecta sorori, 32. solane perpetua maerens carpere iuventa 33. nec dulcis natos Veneris nec praemia noris? 34. id cinerem aut manis credis curare sepultos? 35. esto: aegram nulli quondam flexere mariti, 36. non Libyae, non ante Tyro; despectus Iarbas 37. ductoresque alii, quos Africa terra triumphis 38. diues alit: placitone etiam pugnabis amori? 39. nec venit in mentem quorum consederis arvis? 40. hinc Gaetulae urbes, genus insuperabile bello, 41. et Numidae infreni cingunt et inhospita Syrtis; 42. hinc deserta siti regio lateque furentes Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 64

65 43. Barcaei. quid bella Tyro surgentia dicam 44. germanique minas? 45. dis equidem auspicibus reor et Iunone secunda 46. hunc cursum Iliacas vento tenuisse carinas. 47. quam tu urbem, soror, hanc cernes, quae surgere regna 48. coniugio tali! Teucrum comitantibus armis 49. Punica se quantis attollet gloria rebus! 50. tu modo posce deos veniam, sacrisque litatis 51. indulge hospitio causasque innecte morandi, 52. dum pelago desaevit hiems et aquosus Orion, 53. quassataeque rates, dum non tractabile caelum. 54. His dictis impenso animum flammavit amore 55. spemque dedit dubiae menti solvitque pudorem. 56. principio delubra adeunt pacemque per aras 57. exquirunt; mactant lectas de more bidentis 58. legiferae Cereri Phoeboque patrique Lyaeo, 59. Iunoni ante omnis, cui vincla iugalia curae. 60. ipsa tenens dextra pateram pulcherrima Dido 61. candentis vaccae media inter cornua fundit, 62. aut ante ora deum pinguis spatiatur ad aras, 63. instauratque diem donis, pecudumque reclusis 64. pectoribus inhians spirantia consulit exta. 65. heu, vatum ignarae mentes! quid vota furentem, 66. quid delubra iuvant? est mollis flamma medullas 67. interea et tacitum vivit sub pectore vulnus. 1. Ma già la regina, tormentata da un profondo affanno, 2. nutre una ferita nelle vene, e un cieco fuoco la divora. 3. II grande valore dell'eroe, la grande gloria della stirpe 4. le ritornano in mente: non dileguano, impressi nel cuore, il volto 5. e le parole; l'affanno non concede alle membra la placida quiete. 6. L'Aurora seguente illuminava le terre con la luce 7. febea e aveva allontanato dal cielo l'umida ombra, 8. quando, già perturbata, parla alla concorde sorella: 9. Anna, sorella, che sogni mi tengono sospesa e m'angosciano! 10. Che ospite straordinario è entrato nel nostro palazzo, 11. quale mostrandosi in volto! che forza nel cuore e nell'armi! 12. Credo davvero che sia - non è fede illusoria 13. di stirpe divina. II timore accusa gli animi ignobili. 14. Quali fati lo hanno agitato! Che guerre sofferte narrava! 15. Se non fosse decisione irremovibile e fissa nel cuore 16. di non volermi unire a nessuno con vincolo coniugale, 17. dopo che il primo amore m'ingannò e m'illuse con la morte, 18. se non avessi in odio il talamo e le fiaccole nuziali, 19. forse per questo solo potrei soccombere al peccato. 20. Anna, lo confesso, dopo la morte del misero sposo 21. Sicheo, e la casa insanguinata da fraterna strage, 22. egli soltanto ha scosso i miei sensi, e m'ha fatto 23. vacillare l'animo. Riconosco i segni dell'antica fiamma. 24. Ma voglio che prima la terra mi s'apra in un abisso, 25. e il padre onnipotente mi spinga con il fulmine tra le Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 65

66 ombre, 26. le ombre del pallido Erebo e la notte profonda, 27. prima che ti violi, o Pudore, o sciolga le tue leggi. 28. Quello che per primo mi unì a sé, mi rapì l'amore; 29. egli lo abbia con sé e lo serbi nel sepolcro. 30. Detto ciò, riempì la veste di dirotte lagrime. 31. Anna risponde: O più cara della luce alla sorella, 32. ti consumerai sola e dolente per l'intera giovinezza, 33. e non conoscerai i dolci figli né i doni di Venere? 34. credi che di ciò si curino le ceneri e i Mani sepolti? 35. Sia, un giorno nessun marito ti piegò affranta, 36. né in Libia, né prima in Tiro; hai spregiato larba 37. e gli altri capi che nutre l'africa, terra 38. ricca di trionfi: resisterai anche a un amore gradito? 39. Non ti viene in mente nei campi di chi sei stanziata? 40. Da, una parte città getule, stirpe invincibile in guerra, 41. e sfrenati Numidi ti attorniano, e le inospitali Sirti; 42. dall'altra una regione desolata dalla sete, e per largo tratto 43. i furenti Barcei. Che dire delle guerre che sorgono da Tiro 44. e delle minacce del fratello? 45. Penso davvero che, auspici gli dei e propizia Giunone, 46. le navi iliache seguirono questa rotta col vento. 47. Quale vedrai questa città, sorella, e quale regno 48. sorgere per tale connubio! Con l'aiuto delle armi dei Teucri 49. per quali grandi eventi si leverà la punica gloria! 50. Ma tu invoca il favore degli dei e, compiuti sacrifici, 51. prolunga l'ospitalità, e intreccia cause d'indugio, 52. mentre imperversa sul mare l'inverno e il piovoso Orione, 53. e le navi sono sconnesse, e il cielo è tempestoso. 54. Con queste parole infiammò l'animo ardente d'amore, 55. diede speranza alla mente dubbiosa, e dissolse il pudore. 56. Prima si recano nei templi, e implorano la pace 57. sulle are; sacrificano secondo il rito scelte pecore bidenti 58. a Cerere legislatrice e a Febo e al padre Lieo, 59. a Giunone prima di tutti, che tutela i vincoli nuziali. 60. La bellissima Didone, tenendo nella destra una coppa, 61. la versa tra le corna d'una candida giovenca, o s'aggira 62. davanti alle statue degli dei tra le ricche are, 63. e rinnova il giorno con doni, e aperto il petto 64. delle vittime consulta col respiro sospeso le viscere palpitanti. 65. Oh ignare menti dei profeti! che giovano all'invasata 66. i voti e i templi? Frattanto una dolce fiamma 67. divora le midolla, e tacita vive la ferita nel cuore. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 66

67 Audentes fortuna iuvat. La fortuna aiuta gli audaci. (Virgilio, Eneide, X, v. 284) Virgilio, Eneide, X, vv Haud tamen audaci Turno fiducia cessit 277. litora praecipere et venientis pellere terra [ultro animos tollit dictis atque increpat ultro:] 279. quod votis optastis adest, perfringere dextra in manibus Mars ipse viris. Nunc coniugis esto 281. quisque suae tectique memor, nunc magna referto 282. facta, patrum laudes. ultro occurramus ad undam 283. dum trepidi egressisque labant vestigia prima audentis (= audentes) Fortuna iuvat. [Piger ipse sibi obstat] 285. haec ait, et secum versat quos ducere contra 286. vel quibus obsessos possit concredere muros Tuttavia all'audace Turno non svanì la fiducia 277. di occupare le rive e di respingere dalla terra i venienti 278. [Anzi solleva gli animi con le sue parole, e grida:] 279. Come invocaste nei voti, potete sterminarli col braccio: 280. Marte stesso è nelle mani degli uomini. Adesso ciascuno 281. ricordi la sposa e la casa, rammenti le grandi 282. imprese, le glorie dei padri. Corriamo subito all'onda, 283. mentre esitanti allo sbarco vacillano nei primi passi: 284. la Fortuna favorisce gli audaci. [Chi è tardo è nemico di sé stesso] 285. Così dice, e tra sé medita chi possa guidare 286. all'attacco e a chi affidare l'assedio dei muri. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 67

68 ORAZIO (65-8 a.c.) Est modus in rebus. C è una misura nelle cose. (Orazio, Satire, I, 1, v. 106) Orazio, Satire, I, 1, vv. 1-3; Qui fit, Maecenas, ut nemo, quam sibi sortem 2. seu ratio dederit seu fors obiecerit, illa 3. contentus vivat, laudet diversa sequentis? (...) 92. Denique sit finis quaerendi, cumque habeas plus, 93. pauperiem metuas minus et finire laborem 94. incipias, parto quod avebas, ne facias quod 95. Ummidius quidam; non longa est fabula: dives 96. ut metiretur nummos, ita sordidus, ut se 97. non umquam servo melius vestiret, ad usque 98. supremum tempus, ne se penuria victus 99. opprimeret, metuebat. at hunc liberta securi 100. divisit medium, fortissima Tyndaridarum 'quid mi igitur suades? ut vivam Naevius aut sic 102. ut Nomentanus?' pergis pugnantia secum 103. frontibus adversis conponere: non ego avarum 104. cum veto te, fieri vappam iubeo ac nebulonem: 105. est inter Tanain quiddam socerumque Viselli: 106. est modus in rebus, sunt certi denique fines, 107. quos ultra citraque nequit consistere rectum illuc, unde abii, redeo, qui nemo, ut avarus, 109. se probet ac potius laudet diversa sequentis, 110. quodque aliena capella gerat distentius uber, 111. tabescat neque se maiori pauperiorum 112. turbae conparet, hunc atque hunc superare laboret. (1-3) Come si spiega, o Mecenate, che nessuno al mondo vive contento della sua condizione (l abbia egli scelta a suo talento, o gliel abbia posta innanzi il destino) e ritiene felice chi svolge attività diverse dalla sua? (...) (92-112) Infine, per metter punto il ragionamento, quando già possiedi più del bisogno, abbi mulo timore della povertà e, ottenuto quanto desideravi, comincia a riposarti dalle fatiche; per non fare come Ummidio (non è lungo il racconto) il quale, essendo tanto ricco, da misurare le sue monete a staia, e così taccagno, da non vestir mai meglio d'un servo, fino agli ultimi anni temeva di morire per mancanza del vitto: ma una liberta, emula della Tindaride più vigorosa (= Clitemnestra, moglie di Agamennone e sorella di Elena), con un colpo di scure lo divise a mezzo. Che mi consigli allora? ch'io segua nella vita l'esempio di Nevio (= famoso per la sua spilorceria), o quello di Nomentano (= famoso per la sua prodigalità)? Tu insisti a metter di fronte tra loro due modi, che sono agli antipodi. S'io t'impedisco di diventare avaro, non ti ordino già d'esser prodigo e scialacquatore. C è una misura nelle cose; esistono insomma limiti precisi, oltre i quali, dall'una e dall'altra parte, non può trovarsi la rettitudine. E torno al punto di partenza: che, a somiglianza dell'avaro, nessuno è soddisfatto del proprio stato, e leva al cielo quello degli altri; si affligge che l'altrui capretti riporti la mammella più gonfia, e non paragona sé stesso con la folla dei meno abbienti, ma cerca sempre di avanzar questo e quello. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 68

69 Ad unguem. Fino all unghia, alla perfezione. (Orazio, Satire, I, 5, v. 33) Orazio, Satire, I, 5, 28-34: 28. Huc venturus erat Maecenas optimus atque 29. Cocceius, missi magnis de rebus uterque 30. legati, aversos soliti conponere amicos. 31. hic oculis ego nigra meis collyria lippus 32. inlinere. interea Maecenas advenit atque 33. Cocceius Capitoque simul Fonteius, ad unguem 34. factus homo, Antoni, non ut magis alter, amicus. Qui ci eravamo dato convegno con l'ottimo Mecenate, e Cocceio, incaricati l'uno e l'altro di mansioni importanti, soliti com'erano a rappattumare gli amici che erano in rotta fra loro. Attendevo appunto a ungere, per la mia cispa, gli occhi con un denso collirio, quando arrivano Mecenate e Cocceio, e con essi Fonteio Capitone, uomo fino all unghia (= gentiluomo raffinato) e amico di Antonio, quanto altri mai. Dente lupus, cornu taurus petit. Il lupo assale con i denti, il toro con le corna. (Orazio, Satire, II, 1, v. 52) Orazio, Satire, II, 1, 1-7; 42-53; Sunt quibus in satura videar nimis acer et ultra 2. legem tendere opus; sine nervis altera quidquid 3. conposui pars esse putat similisque meorum 4. mille die versus deduci posse. Trebati, 5. quid faciam? Praescribe. Quiescas. Ne faciam, inquis, 6. omnino versus?. Aio. Peream male, si non 7. optimum erat; verum nequeo dormire. (...) 42. (...) O pater et rex 43. Iuppiter, ut pereat positum robigine telum 44. nec quisquam noceat cupido mihi pacis! at ille, 45. qui me conmorit - melius non tangere, clamo flebit et insignis tota cantabitur urbe. 47. Cervius iratus leges minitatur et urnam, 48. Canidia Albuci, quibus est inimica, venenum, 49. grande malum Turius, siquid se iudice certes. 50. ut quo quisque valet suspectos terreat utque 51. imperet hoc natura potens, sic collige mecum, 52. dente lupus, cornu taurus petit: unde nisi intus 53. monstratum? (...) (...) 57. ne longum faciam: seu me tranquilla senectus 58. exspectat seu mors atris circumvolat alis, 59. dives, inops, Romae, seu fors ita iusserit, exsul, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 69

70 60. quisquis erit vitae scribam color. Vi sono di quelli a cui sembra che io nella satira sia troppo mordace e che trapassi la misura; altri ritiene che quel che ho scritto sia privo di vigore e che dei versi simili ai miei si possono scodellare mille al giorno. Consigliami o Trebazio (= dotto e stimato giureconsulto, amico e coetaneo di Cicerone), ciò che ho da fare. E tu stattene quieto Dici che io non faccia più versi? Proprio così Mi venga un malanno se questo non sarebbe un ottimo partito, ma è che io non posso dormire. (...). O Giove, padre e re nostro, tu fa' che quest'arma irrugginisca, né alcuno cerchi di far male a me, che voglio la pace! Ma, se qualcuno si attenterà a stuzzicarmi (meglio non far la prova, ve lo avverto!) avrà da piangere, e diverrà la favola della intera città. Cervio quando va in bestia, minaccia ricorsi alle leggi e ai tribunali; Canidia minaccia ai suoi nemici i veleni di Albuzio; Turio una sequela di malanni a chi gli càpiti in qualche processo sotto le grinfie. Ciascuno cerca di spaventare gli avversari con i mezzi, di cui dispone; e come ciò sia imposto dalle leggi ineluttabili di natura, convieni con me per queste considerazioni, il lupo assale con i denti, il toro con le corna: da dove proviene ciò se non dall istinto? (...) Per non farla lunga, sia che mi attenda una tranquilla vecchiezza, sia la Morte mi voli intorno con le sue nere ali; ricco o povero, sia che io rimanga a Roma, sia che il destino mi getti d un tratto in esilio; qualunque sia il mio genere di vita, io continuerò a scrivere. Orazio, Odi, I, 1 1. Maecenas atavis edite regibus, 2. et praesidium et dulce decus meum: 3. sunt quos curriculo pulverem Olympicum 4. collegisse iuvat metaque fervidis 5. evitata rotis palmaque nobilis 6. terrarum dominos evehit ad deos; 7. hunc, si mobilium turba Quiritium 8. certat tergeminis tollere honoribus; 9. illum, si proprio condidit horreo 10. quidquid de Libycis verritur areis. 11. gaudentem patrios findere sarculo 12. agros Attalicis condicionibus 13. numquam demoveas, ut trabe Cypria 14. Myrtoum pavidus nauta secet mare; 15. luctantem Icariis fluctibus Africum 16. mercator metuens otium et oppidi 17. laudat rura sui: mox reficit rates 18. quassas indocilis pauperiem pati. 19. est qui nec veteris pocula Massici 20. nec partem solido demere de die 21. spernit, nunc viridi membra sub arbuto 22. stratus, nunc ad aquae lene caput sacrae; 23. multos castra iuvant et lituo tubae 24. permixtus sonitus bellaque matribus Bella matribus detestata. Guerre detestate dalle madri. (Orazio, Odi, I, 1, vv ) Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 70

71 25. detestata; manet sub Iove frigido 26. venator tenerae coniugis inmemor, 27. seu visa est catulis cerva fidelibus, 28. seu rupit teretes Marsus aper plagas. O Mecenate, disceso da antenati che furono re, o mio sostegno e dolce ornamento mio: vi son di quelli a cui piace la polvere raccolta con la biga nelle gare olimpiche, e cui la mèta sfiorata con le ruote roventi e la palma della vittoria solleva agli dèi, dominatori del mondo. Questi è felice, se la folla dei volubili Quiriti gareggia per innalzarlo alle tre maggiori magistrature l; quegli, se poté radunare nel proprio granaio tutto il frumento che si spazza dalle aie della Libia. Chi gode a sminuzzar col sarchiello le zolle del campo ereditato dal padre, neppure col miraggio delle ricchezze di Attalo 2 tu lo ìndurrestì a solcare con un legno di Cipro, timido navigante, il mare mirtoo. Il mercante, sbigottito dal libeccio in lotta con le onde icarie, loda la pace e le campagne del suo paesello; ma sùbito dopo, insofferente delle strettezze, ripara le barche sconquassate dalla tempesta. C'è chi si diletta a, vuotare tazze di annoso Messico e ad accorciar la giornata di lavoro, sdraiato ora sotto un verdeggiante corbezzolo, ora presso la tranquilla sorgente d'un sacro fiume. A molti piacciono l'accampamento e il suono della tromba, misto a quello del lituo, e le guerre detestate dalle madri. Il cacciatore, dimentico della tenera sposa, pernotta sotto il cielo gelato, sia che i suoi bracchetti fedeli abbiano scovata una cerva, sia che un cignale marsico abbia spezzate le attorte reti. Me le corone di edera, premio delle dotte fronti, congiungono agli dèí superni; me il bosco ombroso e le danze leggère delle Ninfe con i Satiri distinguono dal volgo, se Euterpe non arresta le melodie del flauto e Polinnia non rifiuta di accordare la lira di Lesbo. Che se tu mi poni nella schiera dei poeti lirici, io leverò il capo fino a toccare le stelle. Pallida mors aequo pulsat pede. La pallida morte bussa con piede imparziale. (Orazio, Odi, I, 4, v. 13) Orazio, Odi, I, 4 1. Solvitur acris hiems grata vice veris et Favoni 2. trahuntque siccas machinae carinas, 3. ac neque iam stabulis gaudet pecus aut arator igni 4. nec prata canis albicant pruinis. 5. iam Cytherea choros ducit Venus imminente luna, 6. iunctaeque Nymphis Gratiae decentes 7. alterno terram quatiunt pede, dum gravis Cyclopum 8. Volcanus ardens visit officinas. 9. nunc decet aut viridi nitidum caput impedire myrto 10. aut flore, terrae quem ferunt solutae. 11. nunc et in umbrosis Fauno decet immolare lucis, 12. seu poscat agna sive malit haedo. 13. pallida Mors aequo pulsat pede pauperum tabernas 14. regumque turris. o beate Sesti, 15. vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam; 16. iam te premet nox fabulaeque Manes 17. et domus exilis Plutonia; quo simul mearis, 18. nec regna vini sortiere talis Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 71

72 19. nec tenerum Lycidan mirabere, quo calet iuventus 20. nunc omnis et mox virgines tepebunt. Col dolce arrivo della primavera e del favonio, si dissolve l'aspro inverno, e scivolano sui rulli le navi che erano all'asciutto. Oramai non è gradita la stalla al bestiame, né il focolare al bifolco; né più biancheggiano i prati di candide brine. Già Venere, la dea di Citera, guida le danze al lume della luna e le Grazie leggiadre, traendo per mano le Ninfe, battono con piede alterno la terra; mentre Vulcano, rosso in volto, sorveglia le faticose officine dei Ciclopi I. Ora conviene intrecciare i capelli profumati o col verde mirto, o con i fiori nati sulle zolle sciolte dal gelo; ora sacrificare nei boschi ombrosi a Fauno, sia che domandi un'agnella, sia che preferisca un capretto. La pallida Morte bussa con piede imparziale ai tuguri dei poveri e ai palazzi dei prìncipi. O ricco Sestio, la breve durata della vita non ci permette di concepire una lunga speranza. Presto graveranno anche su te le tenebre e i favolosi Mani e la squallida dimora di Plutone; dove, una volta entrato, non sarai più eletto co' dadi re del convito, né potrai più ammirare l'avvenente Licida, per cui adesso arde tutta la gioventù e, quanto prima, proveranno amore le fanciulle. Carpe diem. Cogli l attimo (= cogli la giornata d oggi) (Orazio, Odi, I, 11, v. 8) Orazio, Odi, I, Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi 2. finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios 3. temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati. 4. seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, 5. quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare 6. Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi 7. spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida 8. aetas: carpe diem quam minimum credula postero. Non domandare, o Leuconoe (ché saperlo non è lecito), qual termine gli dèi abbiano assegnato a me, quale a te; e non consultare le cabale babilonesi. Quanto è meglio prendere in pace tutto quello che ha da venire! Sia che Giove ci abbia concessi molti inverni, sia che l'ultimo sia questo, che ora fiacca sugli opposti scogli il mare Tirreno, tu sii saggia. Filtra il vino da bere e restringi in un àmbito breve le lunghe speranze. Mentre noi parliamo, sarà già sparita l'ora, invidiosa del nostro godere. Cògli la giornata d'oggi e confida il meno possibile in quella di domani. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 72

73 Orazio, Odi, I, 37, Nunc est bibendum, nunc pede libero 2. pulsanda tellus, nunc Saliaribus 3. ornare pulvinar deorum 4. tempus erat dapibus, sodales. Nunc est bibendum. Ora si deve bere. (Orazio, Odi, I, 37, v. 37) Ora si deve bere, o compagni, ora si deve battere con piede sfrenato la terra, ora si deve imbandire il banchetto di ringraziamento agli dèi con vivande degne dei Salii (era da tanto che s aspettava!): Alceo, Fr. 332 L. P.,,... Ora bisogna ubriacarsi e bere a forza, poìché è morto Mirsilo... Orazio, Odi, II, Rectius vives, Licini, neque altum 2. semper urgendo neque, dum procellas 3. cautus horrescis, nimium premendo 4. litus iniquum. 5. auream quisquis mediocritatem 6. diligit, tutus caret obsoleti 7. sordibus tecti, caret invidenda 8. sobrius aula. 9. saepius ventis agitatur ingens 10. pinus et celsae graviore casu 11. decidunt turres feriuntque summos 12. fulgura montes. Aurea mediocritas. Aurea mediocrità. (Orazio, Odi, II, 10, v. 5) Feriunt summos fulgura montes. I fulmini colpiscono le vette dei monti. (Orazio, Odi, II, 10, vv ) Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 73

74 13. sperat infestis, metuit secundis 14. alteram sortem bene praeparatum 15. pectus: informis hiemes reducit 16. Iuppiter, idem 17. submovet; non, si male nunc, et olim 18. sic erit: quondam cithara tacentem 19. suscitat Musam neque semper arcum 20. tendit Apollo. 21. rebus angustis animosus atque 22. fortis adpare, sapienter idem 23. contrahes vento nimium secundo 24. turgida vela. Vivrai più rettamente, o Licinio, se non ti spingerai di continuo in alto mare, né, ad evitar cauto le tempeste, rasenterai troppo da vicino il lido insidioso. Chi si compiace dell'aurea mediocrità, resta lontano, senza preoccupazioni, dal luridume d'una dimora cadente, e lontano, senza intemperanze, da un palazzo, che desti l'invidia. Più spesso è squassato dai venti il gigantesco pino, e con rovina maggiore crollano le alte torri, e i fulmini colpiscono le vette dei monti Nelle avversità spera una fortuna migliore, nelle prosperità teme il mutar della sorte l'animo bene apparecchiato. Giove apporta gli sgraditi inverni, e Giove li scaccia. Se per il momento le cose vanno male, non sarà così in altro tempo. Non sempre Apollo sta con l arco teso, ma talvolta ridesta con la lira la Musa sopita. Tu mòstrati coraggioso e forte nelle strettezze; saggio del pari, ammainerai le vele, quando saranno gonfie dal vento troppo favorevole. Fugaces labuntur anni. Veloci scorrono gli anni. (Orazio, Odi, II, 14, vv. 1-2) Orazio, Odi, II, 14, Eheu fugaces, Postume, Postume, 2. labuntur anni nec pietas moram 3. rugis et instanti senectae 4. adferet indomitaeque morti, 5. non si trecenis quotquot eunt dies, 6. amice, places inlacrimabilem 7. Plutona tauris (...). Ahi, Postumo, veloci scorrono gli anni, né la religione porterà alcuna remora alle rughe e alla vecchiezza incalzante e alla morte ineluttabile; neanche se con trecento tori, quanti sono i giorni dell anno, tu plachi l inflessibile Plutone (...). Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 74

75 Odi profanum vulgus et arceo. Odio il volgo ignorante e me ne tengo lontano (Sdegno la folla dei profani e la respingo dal tempio) (Orazio, Odi, III, 1, v. 1) Orazio, Odi, III, 1, Odi profanum volgus et arceo. 2. Favete linguis: carmina non prius 3. audita Musarum sacerdos 4. virginibus puerisque canto. 1. Sdegno la folla dei profani e la respingo (dal tempio). 2. Voi, iniziate, secondate in silenzio il rito: 3. io, sacerdore delle Nuse, intono un canto non prima tentato, 4. per le giovinette e per i fanciulli. Orazio, Odi, III, 16, vv. 9-24; vv Aurum per medios ire satellites 10. et perrumpere amat saxa potentius 11. ictu fulmineo; concidit auguris 12. Argivi domus ob lucrum 13. demersa exitio; diffidit urbium 14. portas vir Macedo et subruit aemulos 15. reges muneribus; munera navium 16. saevos inlaqueant duces. 17. Crescentem sequitur cura pecuniam 18. maiorumque fames: iure perhorrui 19. late conspicuum tollere verticem, 20. Maecenas, equitum decus. 21. quanto quisque sibi plura negaverit, 22. ab dis plura feret: nil cupientium 23. nudus castra peto et transfuga divitum 24. partes linquere gestio, (...) 42. Multa petentibus 43. desunt multa: bene est cui deus obtulit Crescentem sequitur cura pecuniam. Al denaro che si accumula tiene dietro l ansietà. (Orazio, Odi, III, 16, v. 17) Multa petentibus desunt multa. A chi molto chiede, molto manca. (Orazio, Odi, III, 16, vv ) Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 75

76 44. parca quod satis est manu. L'oro riesce a farsi strada attraverso le scolte armate e a frantumare le rupi, con maggior forza di un colpo di fulmine. Per l'oro, cadde la casa dell'àugure di Argo z, sommersa nella rovina; coi doni, il re Macedone infranse le porte delle città e tolse di mezzo i suoi rivali; i doni stringono nei lacci i feroci capitani delle navi. Ma al denaro che s'accumula tien dietro l'ansietà e la cupidigia di ricchezze sempre maggiori: per questo, o Mecenate, onore dei cavalieri, io giustamente mi sono rattenuto dal sollevare il capo troppo in alto. Quante più cose uno saprà rifiutare a sé stesso, tante più ne otterrà dagli dèi. Io voglio entrar disarmato nel campo di chi nulla desidera, e mi affretto ad abbandonare, qual disertore, le file dei ricchi; (...). A chi molto chiede, molto manca: avventurato è colui, al quale la divinità largì con mano misurata quel tanto, che è sufficiente per lui. Orazio, Odi, IV, Iam veris comites, quae mare temperant, 2. inpellunt animae lintea Thraciae, 3. iam nec prata rigent nec fluvii strepunt 4. hiberna nive turgidi. 5. nidum ponit Ityn flebiliter gemens 6. infelix avis et Cecropiae domus 7. aeternum opprobrium, quod male barbaras 8. regum est ulta libidines. 9. dicunt in tenero gramine pinguium 10. custodes ovium carmina fistula 11. delectantque deum, cui pecus et nigri 12. colles Arcadiae placent. 13. adduxere sitim tempora, Vergili. 14. sed pressum Calibus ducere Liberum 15. si gestis, iuvenum nobilium cliens, 16. nardo vina merebere. 17. nardi parvus onyx eliciet cadum, 18. qui nunc Sulpiciis accubat horreis, 19. spes donare novas largus amaraque 20. curarum eluere efficax. 21. ad quae si properas gaudia, cum tua 22. velox merce veni: non ego te meis 23. inmunem meditor tinguere poculis, 24. plena dives ut in domo. 25. verum pone moras et studium lucri 26. nigrorumque memor, dum licet, ignium 27. misce stultitiam consiliis brevem: 28. dulce est desipere in loco. Dulce est desipere in loco. È piacevole folleggiare al momento opportuno (Orazio, Odi, IV, 12, v. 28) Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 76

77 Già le aure della Tracia, compagne della primavera e moderatrici del mare, gonfiano le vele delle navi; già i prati non sono più stretti dal gelo, né i fiumi rumoreggiano, ingrossati dalle nevi invernali. Costruisce il nido, flebilmente rimpiangendo il suo Iti, l'uccello sventurato', eterno disonore della casa di Cecrope, perché sì atrocemente vendicò la sfrenatezza di un re barbaro. Sopra la molle erbetta, i pastori delle ben pasciute pecore modulano con la zampogna i loro canti, e dilettano il dio, a cui sono gradite le greggi e le colline ombrose dell'arcadia. La bella stagione, o Virgilio, ha riportato la sete: ma tu, commensale di giovani illustri, se brami anche da me vino pigiato a Calvi, te lo guadagnerai portando del sardo. Un vasetto di sardo farà comparire un caratello, che ora dorme nei magazzini Sulpicii 2, largo a donare nuove speranze ed efficace a cancellare ogni doloroso pensiero. Se tu aspiri a questa gioia, vieni di volo con la tua mercanzia; io non intendo bagnarti a ufo co' miei bicchieri, come potrebbe fare un ricco nella sua casa ben fornita. Dunque non perdere tempo, e smetti la smania del guadagno; e memore, finché puoi, del rogo fumoso che ci attende, mescola alla saggezza un granello di follia: è piacevole folleggiare (= abbandonare la saggezza) al momento opportuno. Motti simili: Tolerabile est semel anno insanire. È tollerabile una volta all anno uscire di senno. (Sant Agostino, De civitate dei, VI, 10) Semel in anno licet insanire. È lecito una volta all anno uscire di senno. Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt. Coloro che varcano il mare mutano il cielo, non l animo. (Orazio, Epistulae, I, 11, v. 26) Orazio, Epistulae, I, Quid tibi visa Chios, Bullati, notaque Lesbos, 2. quid concinna Samos, quid Croesi regia Sardis, 3. Zmyrna quid et Colophon, maiora minorane fama? 4. cunctane prae campo et Tiberino flumine sordent? 5. an venit in votum Attalicis ex urbibus una? 6. an Lebedum laudas odio maris atque viarum: 7. 'scis, Lebedus quid sit: Gabiis desertior atque 8. Fidenis vicus; tamen illic vivere vellem 9. oblitusque meorum, obliviscendus et illis, 10. Neptunum procul e terra spectare furentem'? 11. sed neque qui Capua Romam petit, imbre lutoque 12. adspersus volet in caupona vivere; nec qui 13. frigus collegit, furnos et balnea laudat 14. ut fortunatam plene praestantia vitam; Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 77

78 15. nec si te validus iactaverit Auster in alto, 16. idcirco navem trans Aegaeum mare vendas. 17. incolumi Rhodos et Mytilene pulchra facit quod 18. paenula solstitio, campestre nivalibus auris, 19. per brumam Tiberis, Sextili mense caminus. 20. dum licet ac voltum servat Fortuna benignum, 21. Romae laudetur Samos et Chios et Rhodos absens. 22. tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam 23. grata sume manu neu dulcia differ in annum, 24. ut quocumque loco fueris, vixisse libenter 25. te dicas: nam si ratio et prudentia curas, 26. caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt. 27. strenua nos exercet inertia: navibus atque 28. quadrigis petimus bene vivere. quod petis, hic est, 29. est Ulubris, animus si te non deficit aequus. Che t'è parso, o Bullazio, di Chio e della famosa Lesbo? che dell'adorna Samo, che di Sardi, già reggia di Creso, e di Smirne e di Colofone? son esse maggiori o minori della fama loro? Forse tutte a confronto del nostro Campo di Marte e del fiume Tevere impallidiscono, o t'è rimasta in cuore qualcuna delle città di Attalo? oppure, stanco dei viaggi per mare e per terra, tu preferisci Lebedo? Sai bene quello che è Lebedo: un villaggio più deserto di Gabii e di Fidene Pure, vorrei vivere colà e, dimentico de' miei, sperando anche d'esser dimenticato da loro, osservare da un punto remoto della costa le tempeste del mare Ma non vorrà il viaggiatore diretto da Capua a Roma, fradicio dalla pioggia e pieno di zacchere, rimanere tutto il tempo all'osteria; né chi soffre di reumi loderà i baghi e le terme, come se quelle potessero apprestargli la vita beata in tutto e per tutto; né tu, se il violento scirocco t'abbia sballottato in alto mare, venderai per questo la nave, trovandoti ancora oltre l'egeo. All'uomo sano, per quanto belle, Rodi e Mitilene si confanno, come d'estate un tabarro, alle brezze invernali una maglietta, un bagno in dicembre e il caminetto in agosto. Finché ci è dato e la fortuna ci fa buon viso, si lodino, rimanendo a Roma, Samo e Chio e Rodi, di lontano. Tu, qualunque ora felice ti sarà largita dagli dèi, accettala con grato animo, e non attender l'anno venturo per goderne; acciocché tu possa dire d'esser vissuto lietamente dovunque ti trovassi. Poiché, se il senno e la ragione han forza di rimuovere gli affanni, e non il luogo che domina l'ampia distesa delle acque, coloro che varcano il mare mutano il cielo, non l'animo. Noi affatica un'accidia irrequieta. Inseguiamo su navi e su quadrighe la felicità: ma quel che tu cerchi è qui; è ad Ulubra, se non ti manca l'animo equilibrato. De lana caprina. (Questioni) di lana caprina. (Orazio, Epistole, I, 18, v. 15) Orazio, Epistole, I, 18, Si bene te novi, metues, liberrime Lolli, 2. scurrantis speciem praebere, professus amicum. 3. ut matrona meretrici dispar erit atque 4. discolor, infido scurrae distabit amicus. 5. est huic diversum vitio vitium prope maius, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 78

79 6. asperitas agrestis et inconcinna gravisque, 7. quae se commendat tonsa cute, dentibus atris, 8. dum volt libertas dici mera veraque virtus. 9. virtus est medium vitiorum et utrimque reductum. 10. alter in obsequium plus aequo pronus et imi 11. derisor lecti sic nutum divitis horret, 12. sic iterat voces et verba cadentia tollit, 13. ut puerum saevo credas dictata magistro 14. reddere vel partis mimum tractare secundas; 15. alter rixatur de lana saepe caprina, 16. propugnat nugis armatus: Scilicet ut non 17. sit mihi prima fides? et vere quod placet ut non 18. acriter elatrem? pretium aetas altera sordet. Se io ti ho bene inteso, o molto indipendente Lollio, professandoti amico di un signore tu temerai di fare la figura di un buffone, buffone: ma tanto differisce un amico da un parassita, quanto una matrona, per contegno e pudore, da una sgualdrina. Diverso poi da questo, e forse maggiore, è il vizio della rozzezza contadinesca e scontrosa e sgarbata di chi, mentre aspira alla fama di indipendente e virtuoso a tutta prova, si pavoneggia della zucca rasa a fior di pelle e dei denti neri. La virtù è nel mezzo dei due vizi, e lontana dall'uno e dall'altro. Il parassita, chinandosi più del giusto, e occupando l'infimo divano, teme così il cenno del signore, così ne trasmette gli ordini e ne raccoglie le parole che gli cadono di bocca, che tu lo crederesti uno scolaro, il quale reciti la lezione al burbero maestro, ovvero un mimo addetto a svolgere le seconde parti. Il rustico il più delle volte fa questioni di lana caprina, e le sostiene armato di cavilli: Non volete dunque credermi a prima giunta? e ch'io non gridi ben alto quel che mi garba? una seconda vita in prezzo del silenzio non vale per me tanto. Graecia capta ferum victorem cepit. La Grecia conquistata conquistò il suo fiero vincitore. (Orazio, Epistole, II, 1, v. 156) Orazio, Epistulae, II, 1, vv Graecia capta ferum victorem cepit et artis 157. intulit agresti Latio. sic horridus ille 158. defluxit numerus Saturnius et grave virus 159. munditiae pepulere; sed in longum tamen aevum 160. manserunt hodieque manent vestigia ruris serus enim Graecis admovit acumina chartis 162. et post Punica bella quietus quaerere coepit, 163. quid Sophocles et Thespis et Aeschylos utile ferrent. La Grecia conquistata conquistò il suo fiero vincitore, e introdusse le arti nel Lazio, dedito all'agricoltura. Così scomparve quell'orrido verso saturnio, e le eleganze scacciarono la pesante rozzezza: ma tracce di rusticità sopravvissero per lungo tempo, e oggi ancora sopravvivono, perché tardi il Romano volse il proprio acume alle opere dei Greci e, solo dopo le guerre puniche, cominciò riposato a considerare qual frutto potevano arrecargli Sofocle e Tespi ed Eschilo. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 79

80 Desinit in piscem. Finisce in pesce. (Orazio, Ars poetica, v. 4) Orazio, Ars poetica, vv Humano capiti cervicem pictor equinam 2. iungere si velit et varias inducere plumas 3. undique conlatis membris, ut turpiter atrum 4. desinat in piscem mulier formosa superne, 5. spectatum admissi risum teneatis, amici? 6. credite, Pisones, isti tabulae fore librum 7. persimilem, cuius, velut aegri somnia, vanae 8. fingentur species, ut nec pes nec caput uni 9. reddatur formae. Pictoribus atque poetis 10. quidlibet audendi semper fuit aequa potestas. 11. Scimus, et hanc veniam petimusque damusque vicissim; 12. sed non ut placidis coeant inmitia, non ut 13. serpentes avibus geminentur, tigribus agni. Se ad un pittore venisse talento di congiungere a una testa umana un collo equino, e a membra accozzate da cento parti inserir piume variopinte, facendo sì che una donna, bella in viso, terminasse sconciamente in un sozzo pesce, ammessi a contemplare il quadro, sapreste, amici miei, trattener le risa? Ebbene, o Pìsoni, assai simile a questo dipinto sarà il libro, ove ricorrano, come incubi di un febbricitante, vane immagini, in modo che né il principio, né la fine si possano ricomporre in un sol tutto. Ma i pittori e i poeti ebbero sempre plausibile licenza di ardire checchessia. Lo sappiamo: e tale privilegio noi chiediamo e concediamo vicendevolmente: non al punto però, che le bestie feroci vadano assieme alle miti, e i serpenti siano accoppiati agli uccelli, le agnelle alle tigri. Parturient montes, nascetur ridiculus mus. Partoriranno le montagne, nascerà un ridicolo topolino. (Orazio, Ars poetica, v. 139) Ab ovo. Dall uovo (= dalle più remote origini) (Orazio, Ars poetica, v. 147) In medias res. In mezzo agli eventi. (Orazio, Ars poetica, v. 148) Orazio, Ars poetica, vv Difficile est proprie communia dicere, tuque Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 80

81 129. rectius Iliacum carmen deducis in actus 130. quam si proferres ignota indictaque primus: 131. publica materies privati iuris erit, si 132. non circa vilem patulumque moraberis orbem 133. nec verbo verbum curabis reddere fidus 134. interpres nec desilies imitator in artum, 135. unde pedem proferre pudor vetet aut operis lex, 136. nec sic incipies, ut scriptor cyclicus olim: 137. 'fortunam Priami cantabo et nobile bellum.' 138. quid dignum tanto feret hic promissor hiatu? 139. parturient montes, nascetur ridiculus mus quanto rectius hic, qui nil molitur inepte: 141. 'dic mihi, Musa, virum, captae post tempora Troiae 142. qui mores hominum multorum vidit et urbes.' 143. non fumum ex fulgore, sed ex fumo dare lucem 144. cogitat, ut speciosa dehinc miracula promat, 145. Antiphaten Scyllamque et cum Cyclope Charybdim; 146. nec reditum Diomedis ab interitu Meleagri 147. nec gemino bellum Troianum orditur ab ovo: 148. semper ad eventum festinat et in medias res 149. non secus ac notas auditorem rapit et quae 150. desperat tractata nitescere posse relinquit 151. atque ita mentitur, sic veris falsa remiscet, 152. primo ne medium, medio ne discrepet imum. Non è facile impresa dar forma conveniente a un soggetto a disposizione di tutti; e più agevolmente tu potrai ridurre in atti i canti omerici, che rappresentare per il primo fatti nuovi e non trattati. La materia comune diverrà tua, se tu non indulgerai in un raggirarti piatto e pedestre, e non ti curerai di render parola per parola, da semplice interprete; né imitando scivolerai dentro una stretta, d'onde t'impediscano di ritrarre il piede la tua timidezza o le esigenze artistiche. Né darai mimo al poema, come una volta quel poeta ciclico: Canterò la potenza di Priamo e la famosa guerra. Che mai recherà l'autore di corrispondente a un così rimbombante esordio? Partoriranno le montagne, e nascerà un ridicolo topolino. Quanto più opportunamente colui, che nulla ordisce a caso: Cantami, o Musa, l'eroe che, dopo la conquista di Troia, conobbe i costumi e le città di molti popoli. Non dallo splendore egli intende cavar fumo, ma dal fumo spandere la luce, per quindi suscitar quei meravigliosi episodi: Antifate (= re dei Lestrigoni) e Scilla e il Ciclope e Cariddi. Né, per cantare il ritorno di Diomede, egli prende le mosse dalla morte di Meleagro; né, per la guerra troiana, dall'uovo di Leda; egli avanza sempre diritto alla mèta, e rapisce il lettore, come attraverso una via conosciuta, in mezzo agli eventi; e quel che non può sperare di mettere in luce passa sotto silenzio: e così finge, così mescola le cose immaginate alle vere, che il mezzo non discorda dall'inizio, né la fine dal mezzo. Motti simili: Ab ovo usque ad mala. Dall uovo fino alle mele (= dall inizio alla fine). (Orazio, Satire, I, 3, vv. 6-7). Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 81

82 Laudator temporis acti. Lodatore del tempo passato. (Orazio, Ars poetica, v. 173) Coram populo. Davanti a tutti. (Orazio, Ars poetica, v. 185) Orazio, Ars Poetica, vv Tu, quid ego et populus mecum desideret, audi, 154. si plausoris eges aulaea manentis et usque 155. sessuri, donec cantor vos plaudite dicat aetatis cuiusque notandi sunt tibi mores, 157. mobilibusque decor naturis dandus et annis reddere qui voces iam scit puer et pede certo 159. signat humum, gestit paribus conludere et iram 160. colligit ac ponit temere et mutatur in horas inberbis iuvenis, tandem custode remoto, 162. gaudet equis canibusque et aprici gramine campi, 163. cereus in vitium flecti, monitoribus asper, 164. utilium tardus provisor, prodigus aeris, 165. sublimis cupidusque et amata relinquere pernix conversis studiis aetas animusque virilis 167. quaerit opes et amicitias, inservit honori, 168. conmisisse cavet quod mox mutare laboret multa senem circumveniunt incommoda, vel quod 170. quaerit et inventis miser abstinet ac timet uti, 171. vel quod res omnis timide gelideque ministrat, 172. dilator, spe longus, iners avidusque futuri, 173. difficilis, querulus, laudator temporis acti 174. se puero, castigator censorque minorum multa ferunt anni venientes commoda secum, 176. multa recedentes adimunt: ne forte seniles 177. mandentur iuveni partes pueroque viriles: 178. semper in adiunctis aevoque morabitur aptis Aut agitur res in scaenis aut acta refertur segnius inritant animos demissa per aurem 181. quam quae sunt oculis subiecta fidelibus et quae 182. ipse sibi tradit spectator: non tamen intus 183. digna geri promes in scaenam multaque tolles 184. ex oculis, quae mox narret facundia praesens: 185. ne pueros coram populo Medea trucidet 186. aut humana palam coquat exta nefarius Atreus 187. aut in avem Procne vertatur, Cadmus in anguem. Ascolta ora quali siano le esigenze del popolo e le mie. Se vuoi che lo spettatore ti apllaudisca e si trattenga per tutta la rappresentazione, e resti a sedere fino a quando il cantore dica: Applaudite, a Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 82

83 te conviene osservare le tendenze di ciascheduno dei personaggi e assegnare atti dicevoli all'indole e all'età di essi.' Il fanciullo, che sa appena formar le parole e muovere sicuramente i primi passi, ama giocare con gli altri bambini, e si adira e si placa a capriccio, e muta i suoi gusti da un'ora all'altra. Il giovane imberbe, libero alfine dal precettore, si diletta dei cavalli e dei cani e degli esercizi sull'erboso Campo di Mai-te; facile a cadere nel vizio, sgarbato con chi l'ammonisce, lento a procacciarsi le cose utili, prodigo del denaro, generoso negl'impeti, pieno di desidèri e pronto ad abbandonare le cose desiderate. Con diversa inclinazione, l'età e la mente dell'uomo adulto cerca le ricchezze e le amicizie, appetisce gli onori, e si guarda dal fare quello che poi stenti a modificare. Cento molestie sopraggiungono al vecchio, o perché tende ad acquistar beni e, da taccagno, risparmia quelli che ha radunati e ha timore di usarne, o perché tratta tutti gli affari freddo e sospettoso, rinviandoli al giorno dopo; lento a crearsi illusioni, accidioso e cupido del bene avvenire, diffidente, brontolone, lodatore del tempo passato, quand'era fanciullo, ammonitore e censore dei giovani. Così gli anni al loro giungere arrecano molti beni, e molti portano via al loro partire. Che non si assegnino dunque al giovane parti da vecchio, né da uomo maturo al fanciullo; ma a ciascuno si serbi il contegno adatto e proprio dell'età. Un'azione drammatica o si svolge sulla scena, o si racconta come avvenuta. I fatti appresi per udita scuotono più debolmente gli animi, che quelli messi sotto gli occhi attenti dello spettatore e da lui stesso osservati. Tuttavia non esporrai sul palcoscenico quello che è opportuno si svolga di dentro; e molte cose sottrarrai alla vista, le quali più tardi potrà riferire un dicitore che ne fu testimone. Medea non tagli a pezzi i propri figli in presenza del pubblico, né l'empio Atreo cucini viscere umane alla vista di tutti, né Progne si trasformi in uccello, o Cadmo in serpente. Miscēre utile dulci. Contemperare l utile con il dilettevole. (Orazio, Ars poetica, v. 343) Quandoque bonus dormitat Homerus. Talvolta sonnecchia il valente Omero. (Orazio, Ars poetica, v. 359) Ut pictura poesis. La poesia è come la pittura. (Orazio, Ars poetica, v. 361) Orazio, Ars Poetica, vv Aut prodesse volunt aut delectare poetae 334. aut simul et iucunda et idonea dicere vitae Quidquid praecipies, esto brevis, ut cito dicta 336. percipiant animi dociles teneantque fideles: 337. omne supervacuum pleno de pectore manat ficta voluptatis causa sint proxima veris: 339. ne quodcumque volet poscat sibi fabula credi 340. neu pransae Lamiae vivum puerum extrahat alvo centuriae seniorum agitant expertia frugis, 342. celsi praetereunt austera poemata Ramnes: 343. omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci 344. lectorem delectando pariterque monendo hic meret aera liber Sosiis, hic et mare transit 346. et longum noto scriptori prorogat aevum sunt delicta tamen, quibus ignovisse velimus: Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 83

84 348. nam neque chorda sonum reddit quem volt manus et mens, 349. poscentique gravem persaepe remittit acutum, 350. nec semper feriet quodcumque minabitur arcus verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucis 352. offendar maculis, quas aut incuria fudit 353. aut humana parum cavit natura. Quid ergo est? 354. ut scriptor si peccat idem librarius usque, 355. quamvis est monitus, venia caret, et citharoedus 356. ridetur, chorda qui semper oberrat eadem, 357. sic mihi, qui multum cessat, fit Choerilus ille, 358. quem bis terve bonum cum risu miror; et idem 359. indignor, quandoque bonus dormitat Homerus; 360. verum operi longo fas est obrepere somnum Ut pictura poesis: erit quae, si propius stes, 362. te capiat magis, et quaedam, si longius abstes; 363. haec amat obscurum, volet haec sub luce videri, 364. iudicis argutum quae non formidat acumen; 365. haec placuit semel, haec deciens repetita placebit. Il fine dei poeti è di giovare, o di dilettare, o di dire a un tempo cose piacevoli e utili alla vita. Nell'impartir precetti sii breve; che la mente del discepolo li afferri sùbito e li ritenga tenacemente: tutto ciò ch'è superfluo trabocca dall'intelletto ricolmo. Le cose immaginate allo scopo di dilettare siano verosimili; né il dramma esiga che si presti fede a qualsiasi panzana; né dal ventre della strega, che l'ha divorato, estragga il bambino vivo e verde. Le centurie degli anziani deridono i drammi, che non contengano ammaestramenti; i cavalieri boriosi disprezzano le composizioni serie. Raccoglie tutti i suffragi chi abbia contemperato con l'utile il dilettevole, offrendo spasso al lettore e insieme istruendolo. Un libro di siffatto genere frutterà ai Sosii 23 buona moneta; varcherà il mare, e assicurerà per gran tempo la fama al celebrato scrittore. Vi sono tuttavia alcune mancanze, alle quali vorremmo perdonare; perché non sempre la corda produce il suono che vogliono la mano e l'intenzione del sonatore; ma rende spessissimo una nota acuta a chi richiede la grave; né sempre la freccia colpisce il bersaglio. Però in un canto, dove risplendano parecchie bellezze, io non avrò fastidio di poche mende causate da una svista, o non avvertite dalla debole natura umana. E che perciò? Come non merita venia un copista che, benché ammonito, ricade ancora nel medesimo errore, ed è esposto ai fischi un citaredo, che intoppa sempre sulla medesima corda; così per me chi è troppo trascurato rassomiglia a quel famoso Cherilo, i cui pregi son mosche bianche, e che mi procura stupore e riso; mentre mi fa dispiacere se talvolta sonnecchia il valente Omero. Se non che in un'opera lunga è meritevole di scusa il lasciarsi cogliere dal sonno. La poesia è come la pittura. Vi sono quadri, che ti colpiscono di più, se li osservi da vicino, e altri, se resti un po' lontano; l'uno ama la penombra, l'altro, che non teme lo sguardo acuto di un esperto, vuol esser posto in piena luce; questo è piaciuto una sola volta, e questo piacerà, anche se riveduto dieci volte. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 84

85 Invita Minerva Lett.: contro la volontà di Minerva (= mancare di estro, di ispirazione, di predisposizione naturale). (Orazio, Ars poetica, v. 385) Nescit vox missa reverti. Le parole, una volta uscite, non possono tornare indietro. (Orazio, Ars poetica, v. 390) Orazio, Ars Poetica, vv Tu nihil invita dices faciesve Minerva: 386. id tibi iudicium est, ea mens. siquid tamen olim 387. scripseris, in Maeci descendat iudicis auris 388. et patris et nostras nonumque prematur in annum 389. membranis intus positis: delere licebit, 390. quod non edideris, nescit vox missa reverti. Ma tu non dirai, né farai cosa alcuna contro la volontà di Minerva (= contro la tua indole naturale): tanto è il tuo criterio, tanta la tua saggezza! e, se pure talvolta avrai scritto qualcosa, passi prima per la trafila di Mezio e di tuo padre e mia, e sia trattenuta per nove anni riposta nel cassetto: quello che non avrai messo fuori, potrai sempre ricorreggerlo; ma le parole, una volta uscite, non possono tornare indietro. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 85

86 LIVIO (59 a.c. 17 d.c.) Vae victis. Guai ai vinti. (Livio, Ab urbe condita, V, 48) Livio, Ab urbe condita, V, (48) Sed ante omnia obsidionis bellique mala fames utrimque exercitum urgebat, Gallos pestilentia etiam, cum loco iacente inter tumulos castra habentes, tum ab incendiis torrido et vaporis pleno cineremque non pulverem modo ferente cum quid venti motum esset. Quorum intolerantissima gens umorique ac frigori adsueta cum aestu et angore vexati volgatis velut in pecua morbis morerentur, iam pigritia singulos sepeliendi promisce acervatos cumulos hominum urebant, bustorumque inde Gallicorum nomine insignem locum fecere. Indutiae deinde cum Romanis factae et conloquia permissu imperatorum habita; in quibus cum identidem Galli famem obicerent eaque necessitate ad deditionem vocarent, dicitur avertendae eius opinionis causa multis locis panis de Capitolio iactatus esse in hostium stationes. Sed iam neque dissimulari neque ferri ultra fames poterat. Itaque dum dictator dilectum per se Ardeae habet, magistrum equitum L. Valerium a Veiis adducere exercitum iubet, parat instruitque quibus haud impar adoriatur hostes, interim Capitolinus exercitus, stationibus vigiliis fessus, superatis tamen humanis omnibus malis cum famem unam natura vinci non sineret, diem de die prospectans ecquod auxilium ab dictatore appareret, postremo spe quoque iam non solum cibo deficiente et cum stationes procederent prope obruentibus infirmum corpus armis, vel dedi vel redimi se quacumque pactione possint iussit, iactantibus non obscure Gallis haud magna mercede se adduci posse ut obsidionem relinquant. Tum senatus habitus tribunisque militum negotium datum ut paciscerentur. Inde inter Q. Sulpicium tribunum militum et Brennum regulum Gallorum conloquio transacta res est, et mille pondo auri pretium populi gentibus mox imperaturi factum. Rei foedissimae per se adiecta indignitas est: pondera ab Gallis allata iniqua et tribuno recusante additus ab insolente Gallo ponderi gladius, auditaque intoleranda Romanis vox: Vae victis!. (49) Sed dique et homines prohibuere redemptos vivere Romanos. Nam forte quadam priusquam infanda merces perficeretur, per altercationem nondum omni auro adpenso, dictator intervenit, auferrique aurum de medio et Gallos submoveri iubet. Cum illi renitentes pactos dicerent sese, negat eam pactionem ratam esse quae postquam ipse dictator creatus esset iniussu suo ab inferioris iuris magistratu facta esset, denuntiatque Gallis ut se ad proelium expediant. (48) Ma più che da tutti i mali dell'assedio e della guerra, entrambi gli eserciti erano tormentati dalla fame e i Galli anche da un'epidemia dovuta al fatto che il loro accampamento si trovava in un punto depresso in mezzo alle alture, bruciato dagli incendi e pieno di esalazioni, dove bastava un alito di vento per sollevare polvere e cenere. I Galli, non riuscendo a sopportare quelle esalazioni proprio perché erano un popolo abituato al freddo e all'umidità, morivano soffocati dal grande calore mentre il contagio si diffondeva come se si fosse trattato di bestiame, per pigrizia di seppellire i cadaveri ad uno ad uno li bruciavano a mucchi accatastati alla rinfusa, rendendo così in seguito famoso quel luogo col nome di Tombe dei Galli. Venne poi stipulata una tregua con i Romani e, con l'autorizzazione dei comandanti, si iniziarono colloqui. Ma dato che durante queste conversazioni i Galli non perdevano occasione per rinfacciare agli avversari la fame che pativano e li invitavano ad arrendersi piegandosi a questa necessità, pare che per far loro cambiare idea a tale riguardo venne gettato già da molti punti del Campidoglio del pane in direzione dei posti di guardia nemici. Soltanto che ormai la fame non poteva più né essere dissimulata né tollerata a lungo. E così, mentre il dittatore era impegnato a realizzare di persona una leva militare ad Ardea, e dopo aver ordinato al maestro di cavalleria Lucio Valerio di marciare da Veio a capo di un esercito disponeva e preparava le truppe per affrontare i nemici in condizioni di parità, nel frattempo gli uomini attestati sul Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 86

87 Campidoglio, stremati dai turni di guardia e dai picchetti armati, non riuscivano a superare quell'unico ostacolo, la fame. La natura non permetteva di averne ragione non ostante avessero già affrontato con successo tutti i mali che possono capitare a degli esseri umani, spiavano di giorno in giorno se apparisse un qualche aiuto da parte del dittatore; alla fine, quando ormai non solo il cibo ma anche la speranza era venuta a mancare e i loro corpi indeboliti erano quasi schiacciati dal peso delle armi nell'incalzare dei turni di guardia, il dittatore ordinò loro di chiedere la resa e il riscatto a qualunque condizione, anche perché i Galli avevano fatto sapere in maniera più che chiara di essere disposti a togliere l'assedio a un prezzo per nulla esorbitante. Allora si tenne una seduta del senato nella quale venne dato ai tribuni militari l'incarico di definire i termini dell'accordo. La questione venne regolata in un colloquio tra il tribuno militare Quinto Sulpicio e il capo dei Galli Brenno: il prezzo pattuito per un popolo presto destinato a regnare sul mondo fu di mille libbre d'oro. A questa trattativa già di per sé infamante venne aggiunto anche un oltraggio: i Galli portarono dei pesi tarati in maniera disonesta e siccome il tribuno protestò, l'insolente comandante dei Galli aggiunse al peso la propria spada, pronunciando una frase insopportabile per le orecchie dei Romani: Guai ai vinti!. (49) Ma né gli dèi né gli uomini tollerarono che i Romani sopravvivessero a prezzo di un riscatto. Infatti, per una sorte provvidenziale, prima ancora che il vergognoso mercato fosse concluso, mentre si era nel pieno delle trattative e l'oro non era stato pesato del tutto, sopraggiunse il dittatore che ordinò di far sparire l'oro e ingiunse ai Galli di andarsene. Siccome questi ultimi si rifiutavano sostenendo di aver stipulato un accordo, Camillo disse che non poteva avere validità un patto siglato, senza sua autorizzazione, dopo che era stato nominato dittatore, da un magistrato di rango inferiore, e intimò ai Galli di prepararsi alla battaglia. Hic manebimus optime Qui staremo benissimo. (Livio, Ab urbe condita, V, 55) Livio, Ab Urbe condita libri, V, 55 (55) Movisse eos Camillus cum alia oratione, tum ea quae ad religiones pertinebat maxime dicitur; sed rem dubiam decrevit vox opportune emissa, quod cum senatus post paulo de his rebus in curia Hostilia haberetur cohortesque ex praesidiis revertentes forte agmine forum transirent, centurio in comitio exclamavit: Signifer, statue signum; hic manebimus optime. Qua voce audita, et senatus accipere se omen ex curia egressus conclamavit et plebs circumfusa adprobavit. Antiquata deinde lege, promisce urbs aedificari coepta. Tegula publice praebita est; saxi materiaeque caedendae unde quisque vellet ius factum, praedibus acceptis eo anno aedificia perfecturos. Festinatio curam exemit uicos dirigendi, dum omisso sui alienique discrimine in vacuo aedificant. Ea est causa ut veteres cloacae, primo per publicum ductae, nunc privata passim subeant tecta, formaque urbis sit occupatae magis quam divisae similis. (55) Pare che il discorso di Camillo, sia nell'insieme, sia soprattutto nella parte attinente alla sfera religiosa, suscitasse grande commozione. A dissipare ogni dubbio residuo furono però delle parole pronunciate in maniera tempestiva: mentre, poco dopo, il senato era riunito nella curia Ostilia per deliberare circa questo problema, e alcune coorti, di ritorno dai posti di guardia, attraversavano per puro caso a passo di marcia il foro, un centurione gridò nella piazza del comizio: O alfiere, pianta l'insegna: qui staremo benissimo. Udita questa frase, i senatori uscirono dalla curia e gridarono all'unisono di voler accettare l'augurio e la plebe, accorsa tutta intorno, approvò. Respinta quindi la proposta di legge, si iniziò a riedificare la città senza un preciso progetto. Le tegole per i tetti vennero fornite a spese dello stato. Ognuno venne autorizzato a prender pietre e tagliar legname dovunque avesse voluto, a patto però di completare gli edifici entro la fine dell'anno. La fretta liberò dalla preoccupazione di tracciare vie diritte, e tutti, non essendoci più alcuna distinzione tra le Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 87

88 proprie e le altrui proprietà, costruivano là dove trovavano spazi liberi. Ecco la ragione per cui le vecchie cloache, un tempo condotte sotto le pubbliche vie, oggi passano in più punti sotto le case private, e la pianta di Roma somiglia a quella di una città nella quale il terreno sia stato occupato a casaccio più che diviso secondo un piano determinato. Ostendite modo bellum, habebitis pacem. Minacciate soltanto la guerra, avrete la pace. (Livio, Ab urbe condita, VI, 18, 7) Livio, Ab urbe condita, VI, 18 [18] Recrudescente Manliana seditione sub exitum anni comitia habita creatique tribuni militum consulari potestate Ser. Cornelius Maluginensis iterum P. Valerius Potitus iterum M. Furius Camillus quintum Ser. Sulpicius Rufus iterum C. Papirius Crassus T. Quinctius Cincinnatus iterum. Cuius principio anni et patribus et plebi peropportune externa pax data: plebi, quod non avocata dilectu spem cepit, dum tam potentem haberet ducem, fenoris expugnandi: patribus, ne quo externo terrore avocarentur animi ab sanandis domesticis malis. Igitur cum pars utraque acrior aliquanto coorta esset, iam propinquum certamen aderat. et Manlius advocata domum plebe cum principibus novandarum rerum interdiu noctuque consilia agitat, plenior aliquanto animorum irarumque quam antea fuerat (...), incitabat plebis animos. Quousque tandem ignorabitis vires vestras, quas natura ne beluas quidem ignorare voluit? Numerate saltem quot ipsi sitis, quot adversarios habeatis. Quot enim clientes circa singulos fuistis patronos, tot nunc adversus unum hostem eritis. Si singuli singulos adgressuri essetis, tamen acrius crederem vos pro libertate quam illos pro dominatione certaturos. Ostendite modo bellum; pacem habebitis. Videant vos paratos ad vim; ius ipsi remittent. Audendum est aliquid universis aut omnia singulis patienda. Quousque me circumspectabitis? Ego quidem nulli vestrum deero; ne fortuna mea desit videte. ipse vindex vester, ubi visum inimicis est, nullus repente fui, et vidistis in vincula duci universi eum qui a singulis vobis vincula depuleram. Quid sperem, si plus in me audeant inimici? An exitum Cassi Maelique exspectem? bene facitis quod abominamini. Di prohibebunt haec; sed nunquam propter me de caelo descendent; vobis dent mentem oportet ut prohibeatis, sicut mihi dederunt armato togatoque ut vos a barbaris hostibus, a superbis defenderem civibus. Tam parvus animus tanti populi est ut semper vobis auxilium adversus inimicos satis sit nec ullum, nisi quatenus imperari vobis sinatis, certamen adversus patres noritis? nec hoc natura insitum vobis est, sed usu possidemini. Cur enim adversus externos tantum animorum geritis ut imperare illis aequum censeatis? Quia consuestis cum eis pro imperio certare, adversus hos temptare magis quam tueri libertatem. Tamen, qualescumque duces habuistis, qualescumque ipsi fuistis, omnia adhuc quantacumque petistis obtinuistis, seu vi seu fortuna vestra. Tempus est etiam maiora conari. Experimini modo et vestram felicitatem et me, ut spero, feliciter expertum; minore negotio qui imperet patribus imponetis quam qui resisterent imperantibus imposuistis. Solo aequandae sunt dictaturae consulatusque, ut caput attollere Romana plebes possit. Proinde adeste; prohibete ius de pecuniis dici. Ego me patronum profiteor plebis, quod mihi cura mea et fides nomen induit: vos si quo insigni magis imperii honorisve nomine vestrum appellabitis ducem, eo utemini potentiore ad obtinenda ea quae voltis. (18) Mentre i disordini causati da Manlio si stavano aggravando, verso la fine dell'anno ci furono delle elezioni nelle quali risultarono eletti tribuni militari con potere consolare Servio Cornelio Maluginense, Publio Valerio Potito, Servio Sulpicio Rufo, Gaio Papirio Crasso, Tito Quinzio Cincinnato (tutti per la seconda volta) e Marco Furio Camillo (per la quinta). La pace esterna della Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 88

89 quale si godette all'inizio di quell'anno fu estremamente vantaggiosa sia per la plebe che per la nobiltà. E se per i plebei lo fu perché, non dovendo prestare servizio militare, finché avevano dalla loro un capo prestigioso come Marco Manlio, nutrivano la speranza di eliminare i debiti, per i patrizi lo fu in quanto non desideravano che preoccupazioni provenienti dall'esterno distogliessero gli animi dal pensiero di risanare i mali interni. E così, visto che entrambe le parti si erano buttate nella contesa con maggiore accanimento, l'ora dello scontro era ormai vicina. Manlio invitava i plebei a casa sua e discuteva coi loro capi giorno e notte progetti rivoluzionari, era più arrogante e irato di quanto non fosse stato prima (...), istigava gli animi già di per sé eccitati della plebe. Fino a quando, chiedeva, continuerete a ignorare la vostra forza, cosa che la natura non consente nemmeno alle fiere di ignorare? Fate almeno il conto del vostro numero e del numero dei vostri avversari. Infatti quanti eravate in qualità di clienti intorno a un solo patrono, altrettanti adesso sarete contro un solo nemico. Se doveste affrontarli uno contro uno, anche così credo che combattereste con maggiore accanimento voi per la libertà di quanto non farebbero loro per il potere. Minacciate soltanto la guerra e avrete la pace. Fatevi vedere che siete pronti a ricorrere alla forza, essi rinunceranno ai loro diritti. Bisogna osare qualcosa tutti insieme. Oppure dovrete a uno a uno sopportare tutto. Fino a quando starete a guardare me? Lo sapete benissimo, io non abbandonerò mai nessuno di voi. Ma badate che la buona sorte non abbandoni me. Io, il vostro difensore, quando è parso opportuno ai miei nemici, sono stato annientato all'improvviso. E voi tutti avete visto trascinare in prigione l'uomo che aveva allontanato le catene da ciascuno di voi. Che cosa potrei sperare, se i nemici osassero di più nei miei confronti? Una fine come quella di Cassio e di Melio? Fate bene a pronunziare scongiuri. Gli dèi non lo permetteranno! ; ma per me non scenderanno mai dall'alto del cielo. Devono infondere a voi il coraggio di impedirlo, così come a me hanno dato, in pace e in guerra, il coraggio necessario per difendervi dalla barbarie dei nemici e dall'arroganza dei concittadini. Questo grande popolo ha così poco carattere che per contrastare i vostri nemici continuate ancora ad accontentarvi del diritto di ausilio e non conoscete nessun altro tipo di lotta contro i patrizi, se non in quali limiti permettere che spadroneggino su di voi? Anche questa non è in voi una caratteristica congenita, ma vi lasciate dominare per abitudine. Perché, vi domando, con i popoli stranieri combattete con tanta animosità da ritenere giusto di ridurli in vostro potere? Perché con loro siete abituati da sempre a combattere per la supremazia, mentre contro i senatori siete avvezzi a combattere più per cercare di ottenere la libertà che per difenderla. Tuttavia, qualunque sia stato il valore specifico vostro e degli uomini che vi hanno guidato, fino a oggi avete ottenuto, vuoi con la violenza, vuoi con l'aiuto della vostra buona stella, tutto ciò che avete voluto. Ma ora è tempo di aspirare anche a qualcosa di più grande. Mettete solo alla prova la vostra buona sorte e me (che, lo spero, avete già messo alla prova con esiti felici). Vi costerà meno fatica imporre ai patrizi qualcuno che li comandi di quanta non ve ne sia costata l'imporre qualcuno che si opponesse al loro potere. Bisogna fare tabula rasa del consolato e della dittatura, perché la plebe di Roma possa alzare la testa. Perciò siate pronti: impedite che si pronuncino le sentenze nelle cause per debiti. Io mi dichiaro protettore della plebe, titolo del quale sono stato investito per il mio zelo e il mio leale attaccamento alla causa: se voi deciderete di attribuirne al vostro capo uno più prestigioso per autorità e dignità, egli avrà maggiore potere per ottenere ciò che volete. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 89

90 Absit invidia verbo. Possano le mie parole non essere fraintese. (Sia detto senza offendere nessuno) (Livio, Ab urbe condita, IX, 19, 15) Tito Livio, Ab Urbe Condita, IX, 19, 1-15 (19, 1) Restat ut copiae copiis comparentur vel numero vel militum genere vel multitudine auxiliorum. Censebantur eius aetatis lustris ducena quinquagena milia capitum. Itaque in omni defectione sociorum Latini nominis urbano prope dilectu decem scribebantur legiones; quaterni quinique exercitus saepe per eos annos in Etruria, in Umbria Gallis hostibus adiunctis, in Samnio, in Lucanis gerebat bellum. Latium deinde omne cum Sabinis et Volscis et Aequis et omni Campania et parte Umbriae Etruriaeque et Picentibus et Marsis Paelignisque ac Vestinis atque Apulis, adiuncta omni ora Graecorum inferi maris a Thuriis Neapolim et Cumas et inde Antio atque Ostiis tenus Samnites aut socios validos Romanis aut fractos bello invenisset hostes. Ipse traiecisset mare cum veteranis Macedonibus non plus triginta milibus hominum et quattuor milibus equitum, maxime Thessalorum; hoc enim roboris erat. Persas Indos aliasque si adiunxisset gentes, impedimentum maius quam auxilium traheret. Adde quod Romanis ad manum domi supplementum esset, Alexandro, quod postea Hannibali accidit, alieno in agro bellanti exercitus consenuisset. Arma clupeus sarisaeque illis; Romano scutum, maius corpori tegumentum, et pilum, haud paulo quam hasta vehementius ictu missuque telum. Statarius uterque miles, ordines servans; sed illa phalanx immobilis et unius generis, Romana acies distinctior, ex pluribus partibus constans, facilis partienti, quacumque opus esset, facilis iungenti. Iam in opere quis par Romano miles? quis ad tolerandum laborem melior? uno proelio victus Alexander bello victus esset: Romanum, quem Caudium, quem Cannae non fregerunt, quae fregisset acies? ne ille saepe, etiamsi prima prospere evenissent, Persas et Indos et imbellem Asiam quaesisset et cum feminis sibi bellum fuisse dixisset, quod Epiri regem Alexandrum mortifero volnere ictum dixisse ferunt, sortem bellorum in Asia gestorum ab hoc ipso iuvene cum sua conferentem. Equidem cum per annos quattuor et viginti primo Punico bello classibus certatum cum Poenis recordor, vix aetatem Alexandri suffecturam fuisse reor ad unum bellum. Et forsitan, cum et foederibus vetustis iuncta res Punica Romanae esset et timor par adversus communem hostem duas potentissimas armis virisque urbes armaret, [et] simul Punico Romanoque obrutus bello esset. Non quidem Alexandro duce nec integris Macedonum rebus sed experti tamen sunt Romani Macedonem hostem adversus Antiochum Philippum Persen non modo cum clade ulla sed ne cum periculo quidem suo. (19, 15) Absit invidia verbo et civilia bella sileant: nunquam ab equite hoste, nunquam a pedite, nunquam aperta acie, nunquam aequis, utique nunquam nostris locis laboravimus: equitem, sagittas, saltus impeditos, avia commeatibus loca gravis armis miles timere potest. Mille acies graviores quam Macedonum atque Alexandri avertit avertetque, modo sit perpetuus huius qua vivimus pacis amor et civilis cura concordiae? (19, 1) Restano da confrontare le forze messe in campo dalle due parti: il numero e la qualità degli uomini, l'entità dei contingenti ausiliari. Nei censimenti di quell'epoca i cittadini romani ammontavano a unità: di conseguenza, anche nell'eventualità che tutti gli alleati latini si fossero dissociati in massa, la sola leva dei cittadini romani avrebbe permesso l'arruolamento di dieci legioni. In quegli anni spesso accadeva che partissero per il fronte quattro o cinque eserciti per volta, in Etruria, in Umbria (dove ai nemici si erano aggiunti i Galli), nel Sannio e in Lucania. In séguito, in tutto il Lazio, con i Sabini, i Volsci, gli Equi, nell'intera Campania, in parte dell'umbria e dell'etruria, tra i Piceni, i Marsi, i Peligni, i Vestini e gli Apuli, e lungo tutta la costa tirrenica abitata da Greci, da Turi fino a Napoli e Cuma e di lì fino ad Anzio e Ostia, Alessandro avrebbe trovato validi alleati oppure nemici già sconfitti in guerra. Quanto a lui, avrebbe attraversato il mare Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 90

91 coi veterani macedoni (non più di uomini) e con cavalieri, provenienti per buona parte dalla Tessaglia. Era infatti questo il meglio delle sue truppe. Se invece avesse portato con sé anche i Persiani, gli abitanti dell'india e altre popolazioni, si sarebbe trascinato dietro un fastidio più che un valido supporto. Si aggiunga poi a tutto ciò il fatto che i Romani avevano a portata di mano dei riservisti da richiamare in servizio, mentre Alessandro, combattendo in territorio nemico, avrebbe subito la stessa sorte toccata in séguito ad Annibale, cioè il progressivo indebolimento dell'esercito col passare del tempo. Passiamo, ora, alle armi: i Macedoni avevano il clipeo e la sarissa (ovvero l'asta); i Romani lo scudo rettangolare, che proteggeva meglio la figura, e il giavellotto, ovvero un'arma da lancio capace di colpire con più precisione dell'asta. Erano entrambi, Macedone e Romano, soldati di posizione, abituati a mantenere il proprio posto nello schieramento, ma la falange macedone era poco mobile e compatta, mentre la legione romana risultava più articolata, composta di varie parti e non aveva difficoltà a doversi eventualmente dividere o ricomporre a seconda del bisogno. E poi, chi era il soldato che potesse stare alla pari col Romano nel campo dei lavori di fortificazione? Chi era più adatto a sopportare le fatiche? Se Alessandro fosse stato sconfitto in un'unica battaglia, avrebbe perso la guerra: quale armata avrebbe potuto piegare i Romani, che non erano stati annientati dagli eventi di Caudio o di Canne? Se avesse riportato delle vittorie anche solo all'inizio, avrebbe rimpianto le spedizioni contro i Persiani, gli Indiani e l'imbelle Asia, e avrebbe affermato di aver combattuto fino a quel momento contro delle femminucce (come pare abbia detto Alessandro re dell'epiro, ferito a morte, paragonando i successi nelle guerre combattute dal giovane re con le sue). A dir la verità, quando penso che nel corso della prima guerra punica i Romani combatterono ventiquattro anni di battaglie navali contro i Cartaginesi, mi sembra che la vita di Alessandro sarebbe bastata a stento per portare a termine quella sola guerra. E siccome Cartagine era unita a Roma da un antico trattato di alleanza, è probabile che il timore avrebbe portato a prendere insieme le armi contro il comune nemico le due città più potenti per armamenti e per uomini, e Alessandro sarebbe stato schiacciato dalle forze congiunte dei Cartaginesi e dei Romani. Anche se i Macedoni non erano più sotto la guida di Alessandro e se la loro forza non era più integra, i Romani ebbero ciò nonostante l'opportunità di sperimentare le armi macedoni nei conflitti contro Antioco, Filippo e Perseo, non solo senza mai subire sconfitte, ma senza mai correre alcun pericolo. (19, 15) Possano le mie parole non essere fraintese e tacciano le guerre civili: noi Romani non siamo mai stati messi in difficoltà da nemici a cavallo o a piedi, in campo aperto, a parità di posizioni, e tanto meno in zone a noi favorevoli. La nostra fanteria pesante può temere la cavalleria, le frecce, gli avvallamenti del terreno, i punti dove i rifornimenti risultino difficili, ma è perfettamente in grado di respingere - e sempre lo sarà - migliaia di eserciti più imponenti di quello dei Macedoni e di Alessandro, a patto però che duri per sempre l'amore per questa pace nella quale adesso viviamo e la preoccupazione per l'armonia nei rapporti tra i cittadini. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 91

92 Bellum se ipsum alet. La guerra si nutrirà da sé. (Livio, Ab urbe condita, XXXIV, 9, 12) Livio, Ab urbe condita, XXXIV, 8, 7; 9, 1-3; Ab Rhoda secundo vento Emporias perventum: ibi copiae omnes praeter socios navales in terram expositae. Iam tunc Emporiae duo oppida erant muro divisa. Unum Graeci habebant, a Phocaea, unde et Massilienses, oriundi, alterum Hispani; sed Graecum oppidum in mare expositum totum orbem muri minus quadringentos passus patentem habebat, Hispanis retractior a mari trium milium passuum in circuitu murus erat. Tertium genus Romani coloni ab divo Caesare post devictos Pompei liberos adiecti. Nunc in corpus unum confusi omnes Hispanis prius, postremo et Graecis in civitatem Romanam adscitis. (...) Paucos ibi moratus dies Cato, dum exploraret ubi et quantae hostium copiae essent, ut ne mora quidem segnis esset, omne id tempus exercendis militibus consumpsit. Id erat forte tempus anni ut frumentum in areis Hispani haberent; itaque redemptoribus vetitis frumentum parare ac Romam dimissis Bellum inquit se ipsum alet. Profectus ab Emporiis agros hostium urit vastatque, omnia fuga et terrore complet. Da Roda, col vento favorevole, si giunse a Emporie. Qui vennero sbarcate tutte le truppe ad eccezione dei marinai alleati. Già allora Emporie era formata da due città divise da un muro. L'una era occupata da Greci oriundi di Focea, come i Marsigliesi, l'altra da Ispani; ma la città greca, completamente esposta sul mare, aveva un giro di mura di meno di quattrocento passi, mentre la cerchia di mura degli Ispani, più lontano dal mare, era lunga tremila passi. Un terzo gruppo di abitanti, dei coloni romani, vi furono aggiunti dal divino Cesare dopo la sconfitta dei figli di Pompeo. Ora sono stati fusi tutti quanti in una sola popolazione, dato che è stata concessa la cittadinanza romana prima agli Ispani, poi ai Greci. Catone, trattenutosi colà per pochi giorni, il tempo necessario per scoprire dove fossero e quante fossero le forze nemiche, perché neppure questo tempo di attesa trascorresse nell'inerzia lo impegnò completamente in esercitazioni della truppa. Era proprio la stagione in cui gli Ispani avevano il grano nelle aie; perciò, dopo aver proibito ai fornitori di farne provvista ed averli rimandati a Roma, disse: La guerra si nutrirà da sé. Partito da Emporie incendia e devasta il territorio nemico spargendo ovunque terrore e fuga. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 92

93 OVIDIO (43 a.c. 18 d.c.) Casta est quam nemo rogavit. Casta è colei che nessuno ha cercato. (Ovidio, Amores, I, 8, v. 43) De rugis crimina multa cadent. Dalle rughe cadranno molti peccati. (Ovidio, Amores, I, 8, v. 46) Ovidio, Amores, I, 8, vv. 1-6; vv Est quaedam - quicumque volet cognoscere lenam, 2. audiat! - est quaedam nomine Dipsas anus. 3. ex re nomen habet nigri non illa parentem 4. Memnonis in roseis sobria vidit equis. 5. illa magas artes Aeaeaque carmina novit 6. inque caput liquidas arte recurvat aquas. (...) 21. fors me sermoni testem dedit; illa monebat 22. talia (me duplices occuluere fores): 23. Scis here te, mea lux, iuveni placuisse beato? 24. haesit et in vultu constitit usque tuo. 25. et cur non placeas? nulli tua forma secunda est; 26. me miseram, dignus corpore cultus abest! 27. tam felix esses quam formosissima, vellem. 28. Non ego, te facta divite, pauper ero. 29. stella tibi oppositi nocuit contraria Martis. 30. Mars abiit; signo nunc Venus apta suo. 31. prosit ut adveniens, en adspice! dives amator 32. te cupiit; curae, quid tibi desit, habet. 33. est etiam facies, qua se tibi conparet, illi; 34. si te non emptam vellet, emendus erat. 35. Erubuit. 'decet alba quidem pudor ora, sed iste, 36. si simules, prodest; verus obesse solet. 37. cum bene deiectis gremium spectabis ocellis, 38. quantum quisque ferat, respiciendus erit. 39. forsitan inmundae Tatio regnante Sabinae 40. noluerint habiles pluribus esse viris; 41. nunc Mars externis animos exercet in armis, 42. at Venus Aeneae regnat in urbe sui. 43. ludunt formosae; casta est quam nemo rogavit 44. aut, si rusticitas non vetat, ipsa rogat. 45. has quoque, quae frontis rugas in vertice portant, 46. excute; de rugis crimina multa cadent. C è una tutti quelli che vorranno conoscere una mezzana stiano a sentire c è una vecchia di nome Dipsa. Il nome le viene da una caratteristica: non è mai riuscita senza essere ubriaca a vedere la madre (= Aurora) del nero Mèmnone (= re dell Etiopia) sui suoi rosati cavalli. Lei conosce le arti magiche, le parole di Circe, e con artifici fa rifluire alla fonte le limpide acque. (...) Il caso mi ha fatto testimone del discorso; lei dava tali consigli (due porte mi tenevano nascosto): Sai che ieri, o luce mia, hai conquistato un giovane ricco? È rimasto fisso e continuamente incantato sul tuo volto. E perché non dovresti piacergli? La tua bellezza non è seconda a nessuna ma ti manca - me Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 93

94 disgraziata - un abbigliamento degno del corpo. Vorrei che tu fossi tanto fortunata quanto sei bellissima: diventata tu ricca, io non sarò povera. Tí ha danneggiato la stella, che sta dalla parte opposta, di Marte contrario; Marte se ne è andato; ora Venere sta nel suo segno favorevolmente. Ecco, guarda come, venendo avanti, ti è propizia: un amante ricco ti ha desiderata: si preoccupa di quello che ti manca. Ha anche l'aspetto che si adatta a te: se egli non volesse comprare te, sarebbe da comprare lui. (È arrossita!) (= espressione che la donna mormora tra sé). Sta bene il rossore su un volto bianco, ma serve se tu lo produci con simulazione; quello vero di solito danneggia. Quando ti guarderai il grembo, abbassàti bene gli occhi, dovrai osservare di sottecchi quanto uno ti offre. Forse durante il reghno di Tazio, le rozze non avranno essere disponibili per molti uomini; ora Marte tiene desti gli animi in guerre straniere, mentre Venere impèra nella città del suo Enea. Le belle donne si divertono: casta è colei che nessuno ha cercato: oppure se non la trattiene la ritrosia, è lei che cerca. Prova a scuotere anche costoro che portano le rughe sulla cima della fronte: dalle rughe cadranno molti peccati. Militat omnis amans. Ogni amante è un soldato. (Ovidio, Amores, I, 9, v. 1) Ovidio, Amores, I, 9, vv. 1-20; Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido; Attice, crede mihi, militat omnis amans. quae bello est habilis, Veneri quoque convenit aetas. turpe senex miles, turpe senilis amor. quos petiere duces animos in milite forti, hos petit in socio bella puella viro. pervigilant ambo; terra requiescit uterque: ille fores dominae servat, at ille ducis. militis officium longa est via; mitte puellam, strenuus exempto fine sequetur amans. ibit in adversos montes duplicataque nimbo flumina, congestas exteret ille nives, nec freta pressurus tumidos causabitur Euros aptaque verrendis sidera quaeret aquis. quis nisi vel miles vel amans et frigora noctis et denso mixtas perferet imbre nives? mittitur infestos alter speculator in hostes; in rivale oculos alter, ut hoste, tenet. ille graves urbes, hic durae limen amicae obsidet; hic portas frangit, at ille fores. (...) Ipse ego segnis eram discinctaque in otia natus; mollierant animos lectus et umbra meos. inpulit ignavum formosae cura puellae iussit et in castris aera merere suis. inde vides agilem nocturnaque bella gerentem. qui nolet fieri desidiosus, amet! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 94

95 Ogni amante è un soldato; anche Amore ha il suo campo militare; crèdimi, Attico, ogni amante è un soldato. L'età che è adatta alla guerra, si addice anche all'amore: è brutto un soldato vecchio, è brutto un amore senile. Gli stessi anni che i condottieri richiedono al soldato robusto li richiede la donna bella per l'uomo suo compagno: entrambi fanno la veglia di notte, tutti e due dormono per terra: l'uno custodisce la porta della donna, l'altro quella del suo capo. Dovere del soldato sono i lunghi spostamenti: manda lontano la donna, l'amante risoluto la seguirà, superando ogni confine: andrà incontro all'ostacolo delle montagne, e ai fiumi ingrossati dai temporali, calpesterà mucchi di neve, e dopo aver deciso di solcare le onde, non addurrà come pretesto i venti impetuosi. né aspetterà le costellazioni favorevoli a far solcare il mare. Chi mai, se non un soldato o un amante, sopporterà il freddo della notte e la neve mista a fitta pioggia' L'uno viene mandato come esploratore verso i nemici crudeli, l'altro tiene gli occhi fissi sul rivale, come su un nemico. Ouello assedia le città di difficile conquista, questi la soglia dell'amante che non cede; questi abbatte le porte della città, quello la porta della casa. (...) Io stesso ero pigro per natura e nato per la tranquillità senza impegni; il riposo a letto e l'ombra avevano reso fiacchi i miei sentimenti; ma le preoccupazioni per una bella donna stimolarono la mia indolenza e mi costrinsero a militare nell'accampamento di Amore. In conseguenza di questo mi vedi attivo e impegnato in lotte notturne: chi non vorrà diventare accidioso, si metta ad amare. Dicere quae puduit, scribere iussit Amore ha ordinato di scrivere ciò che ebbi pudore di dire a voce. (Ovidio, Heroides, IV Fedra ad Ippolito - v. 10) Venit amor gravius, quo serius. L amore è tanto più profondo quanto più tardi giunge. (Ovidio, Heroides, IV Fedra ad Ippolito - v. 19) Ovidio, Heroides, IV (Fedra ad Ippolito), vv Quam nisi tu dederis, caritura est ipsa, salutem mittit Amazonio Cressa puella viro. Perlege, quodcumque est: quid epistula lecta nocebit? Te quoque in hac aliquid quod iuvet esse potest; his arcana notis terra pelagoque feruntur. Inspicit acceptas hostis ab hoste notas. Ter tecum conata loqui ter inutilis haesit lingua, ter in primo restitit ore sonus. Qua licet et sequitur, pudor est miscendus amori; dicere quae puduit, scribere iussit amor. Quidquid Amor iussit, non est contemnere tutum; regnat et in dominos ius habet ille deos. Ille mihi primo dubitanti scribere dixit: Scribe! dabit victas ferreus ille manus. Adsit et, ut nostras avido fovet igne medullas, figat sic animos in mea vota tuos! Non ego nequitia socialia foedera rumpam; fama - velim quaeras - crimine nostra vacat. venit amor gravius, quo serius - urimur intus; urimur, et caecum pectora vulnus habent. Scilicet ut teneros laedunt iuga prima iuvencos, frenaque vix patitur de grege captus equus, sic male vixque subit primos rude pectus amores, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 95

96 sarcinaque haec animo non sedet apta meo. Ars fit, ubi a teneris crimen condiscitur annis; cui venit exacto tempore, peius amat. La giovane donna di Creta augura all eroe figlio dell Amazzone quella salute di cui ella stessa sarà priva, se tu non gliela darai. Leggi questa lettera fino in fondo, qualunque cosa valga: che male potrà farti la lettura? In essa può esservi qualcosa che piaccia anche a te. Con questi segni si portano i segreti per terra e per mare: anche il nemico esamina le parole ricevute da un nemico. Per tre volte ho tentato di parlare con te, ma per tre volte la lingua si inceppò, incapace, e per tre volte la voce si spense a fior di labbra. Finché si può ed è lecito, amore e pudore si devono unire; l'amore mi ha ordinato di scrivere quello che ebbi pudore di dire a voce. Tutto quello che l'amore ordina, è prudente non disdegnarlo: egli comanda ed esercita la sua legge anche sugli dèi sovrani. Egli dunque impose a me, che dapprima ero incerta, di porre i miei sentimenti per. iscritto: «Scrivi: quel crudele si arrenderà! n Ali assista l'amore e come scalda le mie viscere col fuoco che divora, così pieghi il tuo cuore ai miei desideri. Io non romperò per cattiveria il patto che mi lega a te: la mia fama - vorrei che ti informassi - è senza macchia. L'amore è tanto più profondo quanto più tardi giunge; io ardo dentro, ardo e il mio petto ha una ferita nascosta. Certo, come il giogo per la prima volta irrita i giovani giovenchi, e un puledro preso fuori dalla mandra a stento tollera il freno, così un cuore inesperto con affanno e fastidio sopporta il primo amore e questo fardello grava importuno sul mio cuore. La passione amorosa diviene un'arte quando si impara dai teneri anni; se essa coglie quando l'età è matura, si ama con maggiore pericolo. Dum novus est, pugnemus amori Opponiamoci all amore, finché è nuovo. (Ovidio, Heroides, XVII Elena a Paride - v. 191) Ovidio, Eroidi, XVII (Elena a Paride), vv ; vv Sic meus hinc vir abest ut me custodiat absens. An nescis longas regibus esse manus? Forma quoque est oneri; nam quo constantius ore laudamur vestro, iustius ille timet. Quae iuvat, ut nunc est, eadem mihi gloria damno est, et melius famae verba dedisse fuit. nec, quod abest hic me tecum, mirare, relicta; moribus et vitae credidit ille meae. De facie metuit, vitae confidit, et illum securum probitas, forma timere facit. Tempora ne pereant ultro data praecipis, utque simplicis utamur commoditate viri. Et libet et timeo, nec adhuc exacta voluntas est satis; in dubio pectora nostra labant. Et vir abest nobis, et tu sine coniuge dormis, inque vicem tua me, te mea forma capit; et longae noctes, et iam sermone coimus, et tu, me miseram! blandus, et una domus. Et peream, si non invitant omnia culpam; nescio quo tardor sed tamen ipsa metu! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 96

97 quod male persuades, utinam bene cogere posses! Vi mea rusticitas excutienda fuit. utilis interdum est ipsis iniuria passis. sic certe felix esse coacta forem. Dum novus est, potius coepto pugnemus amori! flamma recens parva sparsa residit aqua. Certus in hospitibus non est amor; errat, ut ipsi, cumque nihil speres firmius esse, fugit. (...) 263. Quod petis, ut furtim praesentes ista loquamur, 264. scimus, quid captes conloquiumque voces; 265. sed nimium properas, et adhuc tua messis in herba est Et mora sit voto forsan amica tuo Hactenus; arcanum furtivae conscia mentis 268. littera iam lasso pollice sistat opus Cetera per socias Clymenen Aethramque loquamur, 270. quae mihi sunt comites consiliumque duae. Egli ha diretto le vele verso Creta col favore dei venti: ma tu non credere per questo che ti sia lecito tutto. Mio marito è lontano di qua, ma è tale da custodirmi, anche se assente. O non lo sai che i re hanno braccia lunghe? Anche la fama è un peso; quanto più costantemente sono lodata dalla tua bocca, più giustamente egli teme. Quella stessa gloria che ora mi piace mi è poi di danno; meglio sarebbe stato raggirare la fama. Non meravigliarti che in sua assenza mi abbia lasciato qui con te: egli si è fidato del mio carattere e del mio comportamento. Teme per il mio aspetto ma ha fiducia nella mia condotta: l'onestà lo fa sicuro, la bellezza lo inquieta. Tu mi esorti a non perdere un'occasione inaspettatamente offerta e a usare della compiacenza di, un uomo ingenuo. Mi seduce la proposta e mi fa paura: la volontà non è ancora decisa a sufficienza; il mio cuore erra nel dubbio. Mio marito è lontano e tu dormi senza la sposa e, vicendevolmente, la tua bellezza prende me e te la mia; le notti sono lunghe e già a parole siamo uniti; tu sei, me infelice!, seducente; comune è la casa; possa io morire se tutto non ci spinge al peccato; tuttavia mi trattengo non so per quale paura. Oh, se tu potessi costringermi senza colpa a quello cui mi induci con colpa! La mia ritrosia dovrebbe essere vinta con la violenza. L'offesa è a volte utile a quelli che la subiscono: almeno sarei costretta a essere fortunata. Combattiamo l'amore, finché è nuovo, piuttosto che quando è cominciato; una fiamma recente si spegne anche versandovi sopra poca acqua. L'amore degli ospiti non è duraturo: va in giro, come loro e quando pensi che non esiste nulla di più sicuro, si allontana. (...) Circa quello che chiedi, cioè discutere questi problemi di nascosto e di presenza, so che cosa intendi e cosa chiami colloquio; ma corri troppo e la tua messe è ancora erba: questa dilazione forse è favorevole ai tuoi desideri. Basta; la lettera, consapevole di un piano furtivo, poiché la mano è stanca, sospenda il suo nascosto lavoro. Diciamoci il resto per mezzo di Clìmene ed Etra, mie compagne che sono entrambe mie amiche e consigliere. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 97

98 Lacrimis adamanta movebis. Con le lacrime muoverai le rocce. (Ovidio, Ars amatoria, I, v. 656) Ovidio, Ars amatoria, I, vv. 1-4; vv Siquis in hoc artem populo non novit amandi, 2. Hoc legat et lecto carmine doctus amet. 3. Arte citae veloque rates remoque moventur, 4. Arte leves currus: arte regendus amor. (...) 656. Et lacrimae prosunt; lacrimis adamanta movebis: 657. Fac madidas videat, si potes, illa genas Si lacrimae neque enim veniunt in tempore semper 659. Deficient, uda lumina tange manu. Se qualcuno tra questa gente non conosce la scienza dell amore, legga quest opera poetica e, dopo averla letta, ami con competenza. Con la scienza si muovono le navi veloci a vela e coi remi, con la scienza gli agili cocchi: con la scienza bisogna guidare Amore. (...) Anche le lacrime servono; con le lacrime muoverai le rocce: se puoi, fa in modo che lei veda guance umide: se ti mancheranno le lacrine infatti non sempre vengono al momneto giusto tòccati gli occhi con la mano bagnata. Ut ameris, amabilis esto. Per essere amato, sii amabile. (Ovidio, Ars amatoria, II, v. 107) Dos est uxoria lites. Dote della donna sono i litigi. (Ovidio, Ars amatoria, II, v. 155) Amor odit inertes. Amore odia gli inerti. (Ovidio, Ars amatoria, II, v. 229) Litore quot sunt conchae, tot sunt in amore dolores. Quante sono le conchiglie sulla spiaggia, tanti sono i tormenti in amore. (Ovidio, Ars amatoria, II, v. 519) Ovidio, Ars amatoria, II, vv Fallitur, Haemonias siquis decurrit ad artes, 100. Datque quod a teneri fronte revellit equi Non facient, ut vivat amor, Medeides herbae 102. Mixtaque cum magicis nenia Marsa sonis Phasias Aesoniden, Circe tenuisset Ulixem, 104. Si modo servari carmine posset amor Nec data profuerint pallentia philtra puellis: 106. Philtra nocent animis, vimque furoris habent Sit procul omne nefas; ut ameris, amabilis esto: 108. Quod tibi non facies solave forma dabit: 109. Sis licet antiquo Nireus adamatus Homero, Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 98

99 110. Naiadumque tener crimine raptus Hylas, 111. Ut dominam teneas, nec te mirere relictum, 112. Ingenii dotes corporis adde bonis Forma bonum fragile est, quantumque accedit ad annos 114. Fit minor, et spatio carpitur ipsa suo Nec violae semper nec hiantia lilia florent, 116. Et riget amissa spina relicta rosa Et tibi iam venient cani, formose, capilli, 118. Iam venient rugae, quae tibi corpus arent Iam molire animum, qui duret, et adstrue formae: 120. Solus ad extremos permanet ille rogos Nec levis ingenuas pectus coluisse per artes 122. Cura sit et linguas edidicisse duas Non formosus erat, sed erat facundus Ulixes, 124. Et tamen aequoreas torsit amore deas. Si inganna uno che ricorre alle arti emonie e offre la sostanza che toglie dalla fronte di un giovane cavallo. Non faranno durare l'amore né le erbe di Medea né i canti marsici uniti a suoni magici: la donna del Fasi avrebbe trattenuto il figlio di Esone e Circe Ulisse, se l'amore si potesse conservare solo con gli incantesimi. Non serviranno a niente i filtri che fanno impallidire, somministrati alle fanciulle; i filtri fanno male alla mente e dànno la pazzia. Stia lontano ogni mezzo illecito! Per essere amato, sii amabile; e questa dote non te la daranno né l'aspetto né la sola bellezza fisica. Anche se tu fossi Nireo amato dall'antico Omero o il delicato Ila portato via dalla colpa delle Naiadi, per conservarti la tua donna e non avere la sorpresa d'essere stato abbandonato, aggiungi alle bellezze del corpo le doti dello spirito. La bellezza è un bene fragile: quanto più va avanti con gli anni, diminuisce e viene consumata dal suo stesso durare. Le viole e i gigli aperti non sempre sono in fiore e, sfiorita la rosa, si irrigidisce e rimane il ramo spinoso; anche a te, bell'uomo, presto verranno bianchi i capelli, presto verranno le rughe a solcarti il corpo. Ormai educa il tuo spirito, che resista, e uniscilo alla bellezza fisica: solo quello rimane fino al rogo dell'ultimo giorno. E sia un serio impegno ornare la mente con le arti liberali e imparare bene le due lingue. Ulisse non era bello, ma era facondo, e pure fece struggere d'amore le dèe del mare. Ovidio, Ars amatoria, II, vv Dextera praecipue capit indulgentia mentes; 146. Asperitas odium saevaque bella movet Odimus accipitrem, quia vivit semper in armis, 148. Et pavidum solitos in pecus ire lupos At caret insidiis hominum, quia mitis, hirundo, 150. Quasque colat turres, Chaonis ales habet Este procul, lites et amarae proelia linguae: 152. Dulcibus est verbis mollis alendus amor Lite fugent nuptaeque viros nuptasque mariti, 154. Inque vicem credant res sibi semper agi; 155. Hoc decet uxores; dos est uxoria lites: 156. Audiat optatos semper amica sonos Non legis iussu lectum venistis in unum: 158. Fungitur in vobis munere legis amor Blanditias molles auremque iuvantia verba 160. Adfer, ut adventu laeta sit illa tuo Non ego divitibus venio praeceptor amandi: Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 99

100 162. Nil opus est illi, qui dabit, arte mea; 163. Secum habet ingenium, qui, cum libet, 'accipe' dicit; 164. Cedimus: inventis plus placet ille meis Pauperibus vates ego sum, quia pauper amavi; 166. Cum dare non possem munera, verba dabam. Anzitutto conquista i cuori una mitezza accorta; l'asprezza suscita odio e risse feroci. Odiamo lo sparviero, poiché vive sempre in lotta, e i lupi, che sono soliti assalire il gregge timoroso; ma la rondine, che è mite, non conosce le insidie degli uomini e gli uccelli dei Caoni (= popolazione dell Epiro) hanno le colombaie che possono abitare senza timore. State lontani, litigi e contrasti di pungente linguaggio: il delicato amore deve essere nutrito con parole dolci. Con i litigi le mogli scaccino i mariti e i mariti le mogli, e vicendevolmente credano che il vantaggio sia sempre il loro: questo si addice alle mogli: dote della donna sono i litigi; l'amante ascolti sempre le parole desiderate. Voi non vi siete uniti in un unico letto per ordine della legge; in voi è l'amore che agisce in funzione di legge. Pòrtale delicate carezze e parole che piacciano alle orecchie, così che ella sia lieta del tuo arrivo. Io non vengo maestro d'amore per i ricchi; chi fa regali non ha bisogno per niente della mia scienza. Ha con sé la capacità colui che, quando gli fa piacere, può dire: Prendi ; mi tiro indietro: egli piace più dei miei ritrovati. Io sono poeta per i poveri, perché ho amato da povero; non potendo offrire regali, offrivo parole. Ovidio, Ars amatoria, II, vv Occurras aliquo, tibi dixerit: omnia differ, 226. Curre, nec inceptum turba moretur iter Nocte domum repetens epulis perfuncta redibit: 228. Tum quoque pro servo, si vocat illa, veni Rure erit, et dicet venias : Amor odit inertes: 230. Si rota defuerit, tu pede carpe viam Nec grave te tempus sitiensque Canicula tardet, 232. Nec via per iactas candida facta nives Militiae species amor est; discedite, segnes: 234. Non sunt haec timidis signa tuenda viris Nox et hiems longaeque viae saevique dolores 236. Mollibus his castris et labor omnis inest Saepe feres imbrem caelesti nube solutum, 238. Frigidus et nuda saepe iacebis humo. Mettiamo che ti abbia detto: Viènimi incontro in quel posto : rimanda tutto; corri, e la folla non ritardi la tua strada già iniziata. Di notte, dopo aver banchettato, dirigendosi verso casa, lei dovrà tornare: anche allora, se ti chiama, vieni, al posto di un servo. Sarà in campagna e ti dirà: Vieni! ; Amore odia gli inerti: se non avrai un cocchio, fa' la strada a piedi. Non ti facciano ritardare né il cattivo tempo né la riarsa Canicola né una strada divenuta bianca per la neve caduta. L'amore è una forma di servizio militare: allontanàtevi, uomini pigri; questi non sono stendardi che devono essere difesi da uomini paurosi. La notte, l'inverno, i lunghi viaggi, i dolori crudeli, ogni tipo di fatica c'è in questo accampamento sentimentale. Spesso sopporterai la pioggia lasciata cadere dalle nubi del cielo e spesso, intirizzito, giacerai sulla terra nuda. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 100

101 Ovidio, Ars amatoria, II, vv Ad propiora vocor. Quisquis sapienter amabit 512. Vincet, et e nostra, quod petet, arte feret Credita non semper sulci cum faenore reddunt, 514. Nec semper dubias adiuvat aura rates; 515. Quod iuvat, exiguum, plus est, quod laedat amantes; 516. Proponant animo multa ferenda suo Quot lepores in Atho, quot apes pascuntur in Hybla, 518. Caerula quot bacas Palladis arbor habet, 519. Litore quot conchae, tot sunt in amore dolores; 520. Quae patimur, multo spicula felle madent Dicta erit isse foras: intus fortasse videre est: 522. Isse foras, et te falsa videre puta Clausa tibi fuerit promissa ianua nocte: 524. Perfer et inmunda ponere corpus humo Forsitan et vultu mendax ancilla superbo 526. Dicet 'quid nostras obsidet iste fores?' 527. Postibus et durae supplex blandire puellae, 528. Et capiti demptas in fore pone rosas Cum volet, accedes: cum te vitabit, abibis; 530. Dedecet ingenuos taedia ferre sui. Sono chiamato ad argomenti più vicini: chiunque amerà con saggezza vincerà e dalla mia scienza otterrà quel che desidera. Non sempre i solchi rendono con l interesse quel che è stato loro affidato; non sempre il vento favorisce le navi incerte: quello che favorisce gli amanti è poco; è più quello che loro nuoce: si mettano in testa che devono sopportare molte cose. Quante sono le lepri che pascolano sul monte Atos, quante le api sull'ibla, quante bacche ha l'albero argenteo di Minerva (= l ulivo); quante sono le conchiglie sulla spiaggia, tanti sono i tormenti in amore; le frecce che riceviamo sono intrise di molto fiele. Ti sarà detto che lei è andata fuori, e tu forse la vedrai in casa: pensa che sia andata fuori e di vedere il falso. Dopo che ti era stata promessa una nottata, ti sarà chiusa la porta: sopporta anche di posare il corpo sul terreno sporco. Forse una serva bugiarda con faccia insolente dirà anche: Perché costui assedia la nostra porta?. Tu supplice rivolgi lusinghiere parole alla soglia e alla donna crudele e deponi sulla porta le rose tolte dal capo. Quando vorrà, entrerai; quando ti eviterà, te ne andrai: non è bello che uomini bene educati siano importuni. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 101

102 Nullis amor est sanabilis herbis. L amore non può essere guarito da nessuna erba. (Ovidio, Metamorfosi, I, v. 523) Ovidio, Metamorfosi, I, vv ; vv Primus amor Phoebi Daphne Peneia, quem non 453. fors ignara dedit, sed saeva Cupidinis ira, 454. Delius hunc nuper, victa serpente superbus, 455. viderat adducto flectentem cornua nervo 456. 'quid' que 'tibi, lascive puer, cum fortibus armis?' 457. dixerat: 'ista decent umeros gestamina nostros, 458. qui dare certa ferae, dare vulnera possumus hosti, 459. qui modo pestifero tot iugera ventre prementem 460. stravimus innumeris tumidum Pythona sagittis tu face nescio quos esto contentus amores 462. inritare tua, nec laudes adsere nostras!' 463. filius huic Veneris 'figat tuus omnia, Phoebe, 464. te meus arcus' ait; 'quantoque animalia cedunt 465. cuncta deo, tanto minor est tua gloria nostra.' 466. dixit et eliso percussis aere pennis 467. inpiger umbrosa Parnasi constitit arce 468. eque sagittifera prompsit duo tela pharetra 469. diversorum operum: fugat hoc, facit illud amorem; 470. quod facit, auratum est et cuspide fulget acuta, 471. quod fugat, obtusum est et habet sub harundine plumbum hoc deus in nympha Peneide fixit, at illo 473. laesit Apollineas traiecta per ossa medullas; 474. protinus alter amat, fugit altera nomen amantis 475. silvarum latebris captivarumque ferarum 476. exuviis gaudens innuptaeque aemula Phoebes: 477. vitta coercebat positos sine lege capillos. (...) 490. Phoebus amat visaeque cupit conubia Daphnes, 491. quodque cupit, sperat, suaque illum oracula fallunt, 492. utque leves stipulae demptis adolentur aristis, 493. ut facibus saepes ardent, quas forte viator 494. vel nimis admovit vel iam sub luce reliquit, 495. sic deus in flammas abiit, sic pectore toto 496. uritur et sterilem sperando nutrit amorem spectat inornatos collo pendere capillos 498. et 'quid, si comantur?' ait. videt igne micantes 499. sideribus similes oculos, videt oscula, quae non 500. est vidisse satis; laudat digitosque manusque 501. bracchiaque et nudos media plus parte lacertos; 502. si qua latent, meliora putat. fugit ocior aura 503. illa levi neque ad haec revocantis verba resistit: 504. Nympha, precor, Penei, mane! non insequor hostis; 505. nympha, mane! sic agna lupum, sic cerva leonem, 506. sic aquilam penna fugiunt trepidante columbae, 507. hostes quaeque suos: amor est mihi causa sequendi! Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 102

103 508. me miserum! ne prona cadas indignave laedi 509. crura notent sentes et sim tibi causa doloris! 510. aspera, qua properas, loca sunt: moderatius, oro, 511. curre fugamque inhibe, moderatius insequar ipse cui placeas, inquire tamen: non incola montis, 513. non ego sum pastor, non hic armenta gregesque 514. horridus observo. nescis, temeraria, nescis, 515. quem fugias, ideoque fugis: mihi Delphica tellus 516. et Claros et Tenedos Patareaque regia servit; 517. Iuppiter est genitor; per me, quod eritque fuitque 518. estque, patet; per me concordant carmina nervis certa quidem nostra est, nostra tamen una sagitta 520. certior, in vacuo quae vulnera pectore fecit! 521. inventum medicina meum est, opiferque per orbem 522. dicor, et herbarum subiecta potentia nobis ei mihi, quod nullis amor est sanabilis herbis 524. nec prosunt domino, quae prosunt omnibus, artes!' 525. Plura locuturum timido Peneia cursu 526. fugit cumque ipso verba inperfecta reliquit, 527. tum quoque visa decens; nudabant corpora venti, 528. obviaque adversas vibrabant flamina vestes, 529. et levis inpulsos retro dabat aura capillos, 530. auctaque forma fuga est. Il primo amore di Febo fu Dafne figlia di Peneo: lo suscitò non la cieca Fortuna, ma la feroce ira di Cupido. Apollo, fiero per la vittoria sul serpente, lo aveva poco prima visto mentre cercava di piegare l'arco tirando a sé la corda e così gli disse: Che cosa hai da fare con le forti armi, o fanciullo arrogante? codesti pesi si addicono alle nostre spalle, noi che possiamo infliggere ferite mortali alle fiere, ferite ai nemici, noi che poco fa abbiamo abbattuto con migliaia di dardi il minaccioso serpente che occupava con il suo fetido ventre molti iugeri di terra. Tu accontentati di suscitare con la tua fiaccola non so quali amori e non attribuirti i nostri meriti». A lui il figlio di Venere: O Febo - disse - il tuo arco trafigga pure ogni cosa, ma il mio colpisca te, e di quanto tutti gli esseri animati sono inferiori a un dio, di tanto è minore; la tua gloria della mia. Finì di parlare e muovendo rapido le ali fende l'aria e si ferma sulla cima ombrosa del Parnaso e tira fuori dalla faretra, due dardi dagli effetti opposti: ché uno suscita l'amore, l'altro lo impedisce; quello che fa innamorare è dorato e risplende nella sua punta aguzza, smussato invece quello che tiene lontano l'amore e con la punta di piombo. Quest'ultimo il dio conficcò nel corpo della ninfa Peneia, mentre con l altro trapassandogli le ossa ferì fin nelle midolla Apollo: subito uno si innamora, l altra ha orrore del nome dell amore, allietandosi dei recessi dei boschi e delle spoglie delle fiere catturate, emula della vergine Diana; una fascia tratteneva i capelli scomposti. (...) Febo arde d'amore e brama l'unione con Dafne appena vista, e spera d'avere ciò che desidera e resta ingannato dai suoi stessi oracoli; come la secca stoppia va in fiamme una volta mietute le spighe, come bruciano le siepi per una fiaccola qualora un viandante casualmente ve l'abbia accostata troppo o l'abbia abbandonata sul far del giorno: così il dio fu in preda del fuoco, così arde in tutto il cuore e nutre un vano amore continuando a sperare. Guarda i capelli che le scendono spettinati sul collo e si chiede Che cosa sarebbero, se venissero acconciati? ; guarda gli occhi luminosi simili alle stelle, guarda la boccuccia, che non si sazia di rimirare; ammira le dita, le mani, i polsi e le braccia scoperte più che a metà: e le parti nascoste se le immagina più attraenti. Ma quella fugge più veloce del vento leggero e non si ferma a queste parole da lui dette per richiamarla: Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 103

104 Ninfa, figlia di Peneo, ti prego, fermati! non ti seguo come nemico; ninfa, fermati! In tale maniera l'agnella fugge il lupo, così la cerva il leone, così le colombe con trepido volo l'aquila: ciascuna stirpe ha un proprio nemico; ma per me è l'amore la causa per venirti dietro. O me infelice! Che tu non debba cadere inciampando e che i rovi non ti lacerino le gambe che non meritano alcuna ferita e che io non sia causa del tuo dolore. I luoghi, per i quali corri, sono selvaggi: corri, ti prego, con meno impeto e modera la fuga: da parte mia ti seguirò più lentamente. Chiediti però chi sia quello a cui piaci: non sono un montanaro, non sono un pastore irsuto che qui fa la guardia ad armenti e greggi. Tu, impulsiva, non sai chi fuggi e per questo motivo fuggi. Sotto il mio dominio sta la regione di Delfi e Claro e Tenedo e la rocca di Patara; mio padre è Giove. Per opera mia viene svelato il futuro, il passato e il presente; per opera mia i carmi si accordano con la cetra. La mia saetta poi è infallibile, tuttavia ce n'è un'altra più infallibile della mia, che ha provocato una ferita nel petto sinora libero dall'amore. La medicina fu inventata per opera mia, e in tutto il mondo mi si chiama soccorritore e la virtù delle erbe è a me soggetta: ahimè, perché l'amore non può essere guarito da nessuna erba, né al maestro porta aiuto la sua arte, che aiuta invece tutti gli altri!». La figlia di Peneo impaurita corre via da lui che voleva dire di più e gli tronca a metà il discorso. Anche allora sembrò bella: i venti mettevano a nudo il corpo e il loro soffio faceva svolazzare l'abito investendolo di fronte e la corrente d'aria leggera spingeva indietro i capelli, sicché la bellezza cresceva con la fuga. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 104

105 Piero del Pollaiolo ( ). Apollo e Dafne ( ), tempera su tavola (cm. 29,5 x 20). Londra, National Gallery. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 105

106 Paolo Caliari, detto il Veronese ( ). Apollo e Dafne (ca. 1575), olio su tela (cm. 100,2 x 100,5). San Diego, Museum of Art. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 106

107 Gian Lorenzo Bernini ( ). Apollo e Dafne ( ), gruppo scultoreo a tutto tondo (h. 2,43 m.) Roma, Galleria Borghese. Marinella De Luca - Detti e motti latini (usi e abusi) 107

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