No alla commissione d'indagine E il consiglio finisce tra le urla

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1 No alla commissione d'indagine E il consiglio finisce tra le urla Passa l'odg della maggioranza: verifica ai capigruppo. Ma è lite su chi presiede La minoranza non parteciperà. Ora la presentazione della delibera è in dubbio VERONA Bocciata la proposta della minoranza di creare una commissione d'indagine sulle vicende giudiziarie che hanno scosso la città (dagli arresti all'agec a quello dell'ex vicesindaco Vito Giacino fino alle assunzioni «sospette» nelle Aziende). Approvato invece un ordine del giorno della maggioranza per un «approfondimento» sulla regolarità delle delibere urbanistiche. Ma la delibera (sempre della maggioranza) per affidare questa «approfondita verifica» ai capigruppo consiliari non è neppure stata discussa, e rischia di non esserlo mai. Il consiglio comunale si chiude così, dopo una seduta che per oltre due ore era stata molto più tranquilla di quella precedente, salvo «esplodere» nel finale, tra urla, interruzioni e baruffe, più sulle procedure che nel merito. Atmosfera inizialmente tranquilla, dicevamo, anche per la scarsissima presenza di pubblico (una settimana prima le balconate erano invece sovraffollate e ribollenti). Clima rovente, invece, sul finale. Parte Michele Bertucco (Pd) che presenta la delibera sulla commissione d'indagine. E subito è chiaro che lo scontro sarà sulla presidenza: nella proposta di Pd, M5S e Forza Italia, la guida dei lavori andrebbe a un esponente della minoranza, mentre con l'incarico ai capigruppo, a dirigere i lavori sarebbe Luca Zanotto (Lega Nord). Bertucco spiega che «nessuno ha mai pensato di sostituirsi alla magistratura. La maggioranza pone il problema della presidenza ma ovunque le commissioni di questo tipo sono presiedute da un esponente della minoranza. Qui aggiunge - si parla di tangenti milionarie, un milione e 700mila euro di tangenti. Non si può limitarsi a ripetere "Giacino è un mio amico". E poi c'è Parentopoli: vogliamo dare indirizzi alle aziende sulle assunzioni o vogliamo che continuino ad essere assunti il fratello di o la sorella di? E c'è la vicenda Agec, per cui si è parlato di reati gravissimi. Vogliamo fare chiarezza? E invece vediamo la fuga e le assenze del sindaco, e voi - conclude, rivolto alla maggioranza - avete paura che la presidenza sia della minoranza! Voi volete che il malaffare continui!». Per Riccardo Saurini (M5S) «questa maggioranza ha avuto tutti gli strumenti per fare controlli. Risultato: il vicesindaco arrestato, 8 dirigenti Agec arrestati, bandi per assunzioni nelle partecipate sembrano fatti da Giorgio Armani: su misura...». Gianni Benciolini, anche lui grillino, si benda e si tappa le orecchie, mentre Saurini commenta: «Forse voi la commissione d'indagine la volete così». Orietta Salemi (Pd) va all'attacco in latino: «Usque tandem sindaco abutere patientia nostra?». Luigi Castelletti (Gruppo Misto) rileva che le due proposte hanno un obiettivo eguale tra loro: «Entrambe vogliono la stessa cosa - sottolinea - la differenza sta in chi presiede, ma se presiede Zanotto, io mi fido. E chiedo a tutti di fare uno sforzo e accettarlo». Alberto Zelger (Lista Tosi) ricorda che «tutti gli atti urbanistici sono stati seguiti dai nostri tecnici, che c'erano anche con la giunta di centrosinistra e hanno avallato questi provvedimenti». E per Massimo Piubello (Lista Tosi): «Tutti chiediamo chiarezza. E per la presidenza proponiamo il presidente del consiglio, Luca Zanotto ha sempre mostrato di rispettare le regole». Daniele Polato (Forza Italia) ricorda che «Tosi ha detto che gli atti amministrativi sono regolari perchè verificati dagli uffici: ma allora perchè propone i due saggi? O i tecnici sono fedeli, e allora non servono i saggi, o sono infedeli, e vanno cacciati». Riparla Bertucco (come proponente): «E' gravissima l'assenza del sindaco a questo dibattito. La modifica del Piano Casa 2010 riguardava solo un immobile (quello dell'abitazione del vicesindaco Giacino, ndr). Come non indagare su cose come questa?». Al voto, 13 sì (Pd, M5S, Udc e Forza Italia), 19 no (Lega Nord, Lista Tosi) e 2 astenuti (Castelletti e il presidente Zanotto). Si apre subito lo scontro sulla delibera che affida gli approfondimenti ai capigruppo. Putiferio e confusione, risate nervose e interruzioni, urla belluine di Segattini. In ogni caso, si annuncia che le minoranze non parteciperanno ai lavori della commissione dei capigruppo su queste vicende. L'ordine del giorno viene comunque approvato. Ma è tardi, il consiglio si chiude. E la delibera della maggioranza? La settimana prossima. Forse. Perché visto che le minoranze hanno annunciato che non parteciperanno ai lavori, è possibile che non venga neppure presentata. Lillo Aldegheri

2 Traforo, semaforo verde dal Tar Respinti i ricorsi contro il Comune I giudici: impugnazioni «infondate e improcedibili» VERONA - «Ricorsi in parte inammissibili, in parte improcedibili per sopravvenuta carenza di interesse, ed in parte infondati». E' con queste motivazioni che, con la sentenza appena depositata, la seconda sezione del Tribunale amministrativo regionale di Venezia ha dato torto ad «Abital srl», sposando al contrario le ragioni del Comune sul Traforo delle Torricelle. Operante nel settore tessile e dell'abbigliamento, e proprietaria di terreni siti in località Parona ospitanti lo stabilimento produttivo della ditta stessa, ed in parte interessati dalla realizzazione del collegamento autostradale del Traforo delle Torricelle, la società aveva impugnato sia «la deliberazione del consiglio comunale numero 62 del 22 luglio 2010 sull'approvazione del progetto preliminare di completamento dell'anello circonvallatorio a nord della città di Verona ai fini dell'adozione della variante urbanistica, oltre agli atti connessi e presupposti», sia «la deliberazione della giunta comunale numero 152 del 2009 che, in esito alla selezione del promotore, ha dichiarato di pubblico interesse la proposta presentata dall'ati Technital spa per la realizzazione dell'opera pubblica in questione mediante project financing». A supporto del proprio ricorso al Tar contro la realizzazione del progetto, Abital (difesa dagli avvocati Gabriele Leondini, Franco Zambelli, Enrico Maccari) aveva argomentato sette motivi di ricorso nei confronti di Palazzo Barbieri (le cui ragioni erano invece sostenute in aula dai legali Giovanni Michelon, Giovanni R. Caineri, Fulvia Squadroni). Tra le contestazioni avanzate dalla srl, figurava in particolare il fatto che «l'approvazione del progetto preliminare dell'opera sia avvenuta - secondo la società - senza attendere la conclusione dei lavori della commissione incaricata di valutare le possibili conseguenze sulla salute dei cittadini e sull'inquinamento atmosferico derivanti dalla realizzazione dell'opera stessa; configurandosi, pertanto, l'illegittimità della delibera di approvazione del progetto per illogicità e contraddittorietà rispetto alla decisione precedentemente adottata dalla stessa amministrazione di acquisire il giudizio di tale commissione appositamente istituita». Inoltre, la stessa Abital censurava «il difetto d'istruttoria e l'insufficienza della motivazione, non avendo l'amministrazione tenuto in debita considerazione i problemi di accesso all'area sulla quale sorge lo stabilimento Abital che deriverebbero dalla realizzazione del progetto». Sia questa che le altre lamentele mosse da Abital, tuttavia, sono state rigettate dai giudici, secondo cui in particolare «la censura si estende a valutazioni discrezionali e di merito dell'amministrazione rispetto alle quali non sono stati dedotti vizi di macroscopica illogicità e/o incongruenza; peraltro, quanto alla questione degli accessi alla proprietà Abital, essa appare maggiormente conferente alla fase attuativa delle previsioni generali, come condivisibilmente disposto in sede di piano degli interventi, laddove, in risposta alle osservazioni di Abital ed in parziale accoglimento delle stesse, si è stabilito che "le diverse possibilità di accesso all'area siano oggetto di verifica in sede di PUA"». Oltre a vedersi respinto il ricorso, la srl dovrà anche rimborsare con 6mila euro le spese di lite al Comune. Materne comunali, esclusi 37 bimbi Ma il Pd attacca: «Un escamotage» L'assessore Benetti: contributo alle famiglie per le paritarie VERONA Sono 37, secondo la giunta comunale, i bambini che non troveranno posto, il prossimo anno, nelle scuole per l'infanzia comunali: per le loro famiglie, se vorranno iscriverli in una scuola dai costi superiori a quelle municipali, è pronto un contributo fino a un massimo di mille euro l'anno. Palazzo Barbieri ha infatti confermato ufficialmente la pubblicazione delle graduatorie per le scuole dell'infanzia relative al prossimo anno scolastico, come anticipato due giorni fa dal nostro giornale. L'assessore all'istruzione Alberto Benetti ha spiegato che su domande (relative alle tre scelte opzionabili) ne sono state accolte 709, arrivando così ad un numero complessivo di iscritti. L'assessore ha aggiunto che «a causa peraltro della minore disponibilità di personale (causata dai limiti imposti alle assunzioni) saranno attivate 87 sezioni rispetto alle 95 attuali, otto in meno». Di quelle otto, però, quattro saranno recuperate grazie al fatto che l'ufficio scolastico Regionale per il Veneto ha dimostrato disponibilità alla statalizzazione appunto di quattro sezioni. Sono state quindi

3 cancellate quattro sezioni, e lo si è fatto nelle quattro zone in cui le domande di iscrizioni sono risultate decisamente inferiori rispetto ai posti disponibili (Alessandri Avesa Bacchiglione Villa Are). A questo punto, 37 bambini resterebbero in lista di attesa nelle quattro scuole sopra indicate. E l'assessore Benetti spiega che quei 37 bimbi potranno, se i loro genitori decideranno di iscriverli in una scuola paritaria con rette superiori a quelle applicate dalle scuole dell'infanzia comunali, usufruire di un contributo economico fino all'importo massimo di mille euro parametrato all'isee di appartenenza. Nel gennaio scorso, il sindaco aveva spiegato che «in seguito alla sentenza del giudice del lavoro che ha accolto il ricorso presentato da 54 insegnanti delle scuole comunali dell'infanzia contro l'applicazione del Contratto collettivo Enti locali anziché quello del settore scuola (cambio che comporta 5 ore di lavoro in più alla settimana), la giunta aveva deciso di stanziare 200 mila euro per coprire, con un contributo la differenza della retta per quei genitori che, esclusi dal servizio pubblico, dovranno iscrivere i figli nelle scuole private. «Se alle insegnanti sarà riconosciuto il ritorno alle 25 ore lavorative anziché 30 - aveva detto Tosi - sarà necessario limitare di circa 200 posti la disponibilità nelle scuole comunali dell'infanzia». Adesso invece, pare che i posti «tagliati» siano solo 37. Ma non tutti sono d'accordo. Ieri sera, in consiglio comunale, Elisa La Paglia (Pd) ha affermato che «in realtà i posti tagliati sono almeno 120 o forse addirittura di più, perché dei 300 rimasti fuori dalle graduatorie, molti avrebbero potuto trasferirsi in una delle quattro sezioni che invece sono state soppresse». La Paglia ha aggiunto che «dire che sono 37 è solo un escamotage: si è cercato e voluto un rapporto conflittuale a tutti i costi con le maestre e il risultato è questo: una giornata di lutto perchè a Verona, dopo tanti anni in cui siamo stati all'avanguardia in Italia, da oggi la scuola per l'infanzia ha smesso di crescere». L.A. Eataly cancella l'auditorium «Anche il cibo è cultura» Ma i grillini: viva Celentano SUL WEB Sì 58 No 42 Il distinguo di Zanotto: «E' il luogo che è sbagliato» VEROMA «La tua cultura, caro Farinetti, è solo una facciata per riempire le tue tasche». Né più, né meno secondo Adriano Celentano che, in un intervento pubblicato ieri su Il fatto quotidiano, ha stroncato l'attività del patron di Eataly Oscar Farinetti «colpevole» di aver acquistato lo storico teatro milanese «Smeraldo» per metterci un punto vendita della sua catena. Un caso, a guardar bene, forse non troppo diverso da quello che avverrà a Verona: là dove doveva sorgere l'auditorium, nella ghiacciaia degli ex Magazzini generali, arriverà, invece, il più grande negozio Eataly d'italia. Una somiglianza che, ieri in consiglio comunale, il consigliere del Movimento 5 stelle Gianni Benciolini ha reso esplicita, leggendo per intero l'intervento del cantante. Che la città, però, non veda di buon occhio l'arrivo del colosso del buon cibo è ipotesi sbagliata, c'è dibattito. Nel sondaggio web lanciato sulcorriere di Verona i pareri dei lettori si dividono anche se vedono in vantaggio, al 58%, i favorevoli all'arrivo di Eataly. «La polemica contro Farinetti sostiene, tuttavia, il cantautore Massimo Bubola mi sembra veramente surreale. Viene a Verona per investire e per portare cultura, perché quella del cibo e del vino è cultura, e lo si accusa che non si costruisce un auditorium. Ma la responsabilità è delle amministrazioni che non lo hanno mai realizzato, non di Farinetti e, a ben vedere, luoghi in cui costruire un auditorium o un teatro in città, penso alle caserme, non mancano certo». Allo stesso modo, Paolo Arena, presidente della Confcommercio scaligera stoppa le polemiche: «Usciamo dalle categorie meglio uno o meglio l'altro: Verona ha bisogno di un auditorium per essere in grado di sviluppare il tema congressuale e per attirare eventi. Gli operatori lo chiedono da anni. I prodotti del nostro agroalimentare sono il nostro petrolio e Farinetti è un soggetto che ha fatto cose eccezionali valorizzandoli. Smettiamola di attaccare ogni cosa viene realizzata, perché è vero che la cosa migliore è la programmazione a 360 rispetto ad interventi estemporanei, ma bisogna tenere anche conto degli investimenti proposti». E nemmeno Paolo Zanotto che, nel corso della sua amministrazione, era stato il primo a pensare all'ex ghiacciaia come auditorium, boccia l'arrivo di Eataly. Ne boccia, però, il luogo prescelto e la logica. «Un

4 grande negozio come Eataly sarebbe perfetto per le gallerie degli ex magazzini. La nostra idea era quella di realizzare nella ghiacciaia ciò che manca alla città, cioè un auditorium e di metterlo in collegamento con la fiera per far vivere quella parte di quartiere con eventi e progetti. L'alternativa era quella di realizzare l'acquario del Museo di Scienze naturali, altra struttura dalla grande capacità attrattiva. Invece, la logica seguita dal Comune e dalla Fondazione Cariverona è completamente diversa: hanno pensato che si potevano risparmiare i costi dell'intervento di restauro e quindi hanno dato il via libera. Ma si può progettare una città, guardando al risparmio di spesa? Mi sembra un tipico progetto di città provinciale che, più che altro, deprime per assenza». In realtà, i dettagli del progetto e anche gli impegni di spesa di ciascuno, saranno rivelati da Fondazione Cariverona, Oscar Farinetti e Comune solo al Vintaly, ma l'ipotesi che l'investimento di Eataly coinvolga anche il restauro della bella struttura industriale degli anni '20 è plausibile. Il presidente dell'ordine degli Ingegneri, Luca Scappini, tuttavia, mette in guardia, non tanto dalla realizzazione di una grande opera quanto dal successo che potrebbe avere: «Attenzione, a creare una cattedrale nel deserto ci si mette un attimo; capire cosa può funzionare in una città come Verona è molto più complesso. Quest'area ad oggi è morta: se nasce la vita, forse può nascere anche la cultura». Ciò che, forse, manca, e lo sottolinea l'architetto Giorgio Forti è un'idea complessiva per l'area a sud di Verona: «Cosa vogliamo farne davvero? La fiera la manteniamo lì o la spostiamo in nuovi spazi in cui poter crescere? Perché se la manteniamo dov'è, creare un polo dell'agroalimentare con Eataly non appare sbagliato, ma se vogliamo guardare verso il futuro e non solo al contingente, allora dobbiamo ripensare l'intera zona, compresa l'area degli ex Magazzini generali». Assolutamente favorevole alla nuova destinazione d'uso, invece, il presidente della V Circoscrizione Fabio Venturi: «Con Eataly ci guadagniamo tutti: avremo un centro di altissima qualità e come circoscrizione c'è l'impegno a dotarci di un teatro adatto alle nostre esigenze di quartiere ricavandolo nelle gallerie». Anche Slvia Nicolis, presidente della Sezione turismo di Confindustria appoggia il nuovo progetto: «Può essere interessante e utile per la città e piuttosto dei soliti progetti che rimangono sempre in aria, meglio qualcosa di concreto, pratico e con risultati». Forse, però, prima di prendere una decisione del genere, come sostenuto dall'editorialista Sergio Noto nel suo intervento sul Corriere di Verona, sarebbe stato meglio coinvolgere la città: «Tutto ciò che è condiviso è più accettato, ma non ne farei una caso di stato» dice Arena, anche se, come ricorda Scappini «coinvolgere la città e le sue competenze non fa mai male». «Troppe cene». Il Pd fa i conti in tasca al Bacanal VERONA «Cura dimagrante» per la nota spese del Bacanal. Una «spending review» che si concretizzerebbe in meno cene o perlomeno, nell'evitare, in questi casi, di presentare il conto al Comune. La richiesta arriva dal consigliere del Pd Elisa La Paglia ed è stata formulata ieri in commissione Cultura a palazzo Barbieri. L'occasione è stata l'analisi del bilancio del Carnevale veronese degli ultimi tre anni e il preventivo del Anche se più che bilancio, sarebbe corretto parlare di «nota spese», dato che nessun resoconto contabile completo è mai stato presentato dagli organizzatori del Carnevale in Comune, e del resto non è mai stato richiesto. Il regolamento che norma i rapporti tra municipio e associazioni, infatti, chiede una rendicontazione motivata e, da anni, il comitato Carnevale presenta un conto che in totale si aggira sui 123mila euro. Nel mirino dei consiglieri, però, ci sono le cene, tra cui quella al ristorante Fiore di Peschiera, che da anni si tiene a maggio, costata nel euro e quella al Maria Callas, a fine Carnevale, di euro. La proposta di La Paglia è che il Bacanal rinunci a circa 10mila euro provenienti da questo budget da utilizzare per il restauro dell'ex magazzino di Porta San Zeno. A difendere il Comitato Bacanal c'è Vittorio Di Dio (Lista Tosi): «Cene di rappresentanza sono indispensabili per l'attività di chi anima il Carnevale e sono ripagate dal volontariato a servizio della città»

5 Il governo: strisce blu, niente multe Ma i vigili: noi continueremo a farle Arriva la nota dei ministeri, i Comuni: serve una circolare VENEZIA Un cinguettio di Maurizio Lupi non lascia possibilità di equivoco: «Sosta su strisce blu oltre l'orario pagato: non si viola il codice quindi NIENTE MULTA ma va saldata la differenza» (i maiuscoli sono del ministro). Ecco dunque che finalmente sembra sia stata fatta chiarezza tra i pareri contrapposti del ministero degli Interni (sì, multate) e di quello dei Trasporti (no, la differenza) che avevano permesso ai Comuni di fare in ordine sparso un po' come volevano (Venezia, Padova e Verona multano, Vicenza si astiene) gettando di conseguenza nel caos gli automobilisti veneti (e italiani). Questione chiusa? No. Neanche un po'. Anche se i Trasporti scrivono (in risposta all'interrogazione del parlamentare veneziano del Pd Michele Mognato) che anche gli Interni convengono che «il pagamento in misura insufficiente non costituisca violazione di una norma di comportamento, ma configuri unicamente come inadempienza contrattuale», i comandanti della polizia locale di Venezia, Padova e Verona rispondono all'unisono: chissenefrega! Noi le multe le facciamo lo stesso. Cattiveria dettata dalla fame di denaro delle casse comunali? Accanimento contro gli automobilisti che affollano i centri città? «Niente di tutto questo - interviene il comandante dei vigili di Venezia Luciano Marini -. Semplicemente il fatto che il parere unitario dei ministeri è appunto un loro parere e non una verità. Se vogliono imporci questa interpretazione del codice della strada devono fare, come minimo, una circolare interpretativa che allora potrebbe avere forza di legge». A quanto spiegano le armate comunali (in effetti suffragate da tutta la giurisprudenza), i pareri, per quanto autorevoli, sono ai fini legali poco più di un consiglio amichevole. E se il comandante di Padova Lorenzo Panizzolo si dice d'accordo con il collega di Venezia, il vertice veronese della polizia locale Luigi Altamura va giù ancora più pesante: «Il ministero ha abolito l'articolo 7 comma 15 del codice della strada? No? Allora finché quell'articolo resta noi le multe le facciamo. Noi ci adeguiamo alla legge, non ai pareri di qualcuno». Perché è proprio questo il punto che rischia di buttare sul fuoco parecchia benzina invece che acqua. Se il ministero avesse voluto fare definitivamente chiarezza ed eliminare i dubbi sulle multe a favore degli automobilisti avrebbe dovuto intervenire con un atto formale (come una circolare), contrario agli interessi economici dei Comuni che, in presenza di magri bilanci, sugli introiti delle strisce blu e delle multe ci fanno conto per finanziare le piste ciclabili e la manutenzione stradale. Il ministero dunque avrebbe scelto la via del parere per non deludere gli automobilisti (che sono pur sempre elettori visto che sono maggiorenni patentati) ed evitare di inimicarsi i sindaci che possono bene o male continuare a fare più o meno quello che vogliono sulle loro strisce blu (ingraziandosi gli elettori con le manutenzioni stradali fatte con le loro multe). D'altra parte, lo scarso valore di legge dei pareri ministeriali si vede dal fatto che l'uniformità di interpretazione data dai due ministeri non è una novità di ieri. Nella risposta del ministero dei Trasporti all'interrogazione di Mognato si legge che «non risulta alcuna situazione di conflitto interpretativo con il ministero degli Interni che in seguito a un riesame della sua posizione del 2003 (sì, multare) ha successivamente condiviso la disamina dei Trasporti nel 2007». I due ministeri dunque lo stanno dicendo da più di sette anni che le multe non si devono dare, mentre i Comuni da sette anni continuano ufficialmente a non saperlo. «La dimostrazione di quanto valgono i pareri - continua Marini - è che restano al ministero e non mi risulta ci siano mai stati inviati». Nella confusione comunque sono finite anche le associazioni di consumatori che da giorni stanno battendo la grancassa dalle pagine di Internet e invitano gli automobilisti a presentare ricorso. Il risultato finale è che in questa situazione ogni ricorso sarà fatto a rischio e pericolo di chi ha preso la multa. Non solo perché le prefetture, in assenza di una circolare ministeriale o di una sentenza dei giudici di pace o della cassazione hanno già avvertito che respingeranno i ricorsi, ma soprattutto perché già almeno un giudice di pace (che fa legge) avrebbe rispedito al mittente il primo ricorso per lo sforamento dell'orario. Lo si scopre leggendo proprio il profilo Facebook di Lupi in cui un commentatore scrive: «Niente multe? Adesso spiegatelo anche al giudice di pace di Salerno che mi ha rigettato il ricorso». Alessio Antonini

6 Accattoni, linea dura di Tosi «Legge per l'allontanamento» Il sindaco ai colleghi della PaTreVe: il resto è inutile VERONA Un pò come un capoclasse. Mica male, per uno che sette anni fa su quella tematica era finito dietro alla lavagna, con le orecchie da razzista. E che adesso sul primo banco viene messo da colleghi che allora avevano schifato la sua iniziativa. Solo che lui, il sindaco Flavio Tosi, è il primo a smorzare gli entusiasmi di chi, in questo caso, lo prende ad esempio. Perché su quella volontà degli altri primi cittadini di dare il foglio di via agli accattoni, lui porta la sua esperienza. Vale a dire quell'ordinanza che fu foriera di critiche e che adesso conosce la gloria della copiatura. Ma anche l'amarezza di un mezzo fallimento. Perché Tosi, dopo la decisione dei sindaci di Padova, Venezia e Treviso di ricalcarne le orme, li mette sul chi va là. Snocciolando i dati del suo intervento. E spiega come sia stato quasi inutile a causa di un problema non secondario: la mancanza di una legge ad hoc. «A Verona - dice Tosi - abbiamo chiesto negli anni alla prefettura di emettere 536 decreti di allontanamento per comunitari dediti ad accattonaggio e meretricio, la prefettura ne ha emessi 210, di questi solo 143 sono stati notificati e il risultato finale è che solo 26 persone hanno obbedito al decreto. Per giunta, beffa finale dovuta alla legislazione vigente, l'unico cittadino comunitario espellibile per inottemperanza al decreto di allontanamento e per ragioni di pubblica sicurezza non è stato nemmeno espulso perché non c'era posto, per lui, nel Cie (il centro d'identificazione ed espulsione, ndr)». Da buon apripista Tosi, tramite il comandante della polizia municipale Luigi Altamura, ha inviato ai tre colleghi della PaTreVe la cospicua «banca dati» sul tema che Verona ha messo insieme. Vale a dire copia di tutti i 536 decreti di allontanamento. Con tanto di avviso ai colleghi. «Nonostante la buona volontà, le iniziative antiaccattonaggio rese note dai Comuni di Padova, Treviso e Venezia rischiano di essere, al momento, come i programmi enunciati dal presidente del Consiglio Renzi: titoli di giornale, ma non fatti o cose realizzabili». Perchè a Tosi non quaglia il modo in cui i tre avrebbero intenzione di rendere «operativa» quell'ordinanza. Pronti a calare su Roma e a chiedere l'aiuto dei parlamentari veneti e non solo perchè si faccia una legge che introduca il reato penale di sfruttamento dell'accattonaggio. Cosa che per chi come Tosi ha cercato in questi sette anni di venire a capo della faccenda, non è una soluzione. «Si tratterebbe di un'ammenda comminata a gente che è nullatenente, straniera anche se comunitaria e spesso anche senza fissa dimora». Insomma, una multa che nessuno pagherebbe. Quella che per Tosi sarebbe la soluzione è sì una legge, ma ben diversa. Una legge che permetta quell'allontanamento che lui va agognando da lunghi sette anni. «L'unica cosa utile tra quelle annunciate - dice - è il proposito di sensibilizzare i parlamentari a fare un nuovo provvedimento legislativo in materia, che colmi le lacune della normativa attuale che praticamente impedisce l'effettivo allontanamento del racket degli accattoni». Ma anche qui Tosi fa delle precisazioni. «Quando sento che i miei colleghi parlano di allontanamento dal territorio nazionale con divieto di rientro per tre anni, apprezzo le buone intenzioni ma li invito a non illudere i loro cittadini e a tornare con i piedi per terra: con le leggi in vigore è possibile che l'allontanato rientri subito in Italia, basta che torni per un giorno al suo Paese, si faccia apporre un visto al Consolato Italiano che dimostri l'avvenuto rimpatrio e poi può tranquillamente tornare». Quindi l'invito ai colleghi è chiaro: «Affrontiamo tutti insieme, prescindendo dal colore politico delle amministrazioni, una comune battaglia di sensibilizzazione verso i parlamentari». Ma, nel post scriptum che non c'è è sottointeso che la battaglia sarà «comune» solo se sarà nella direzione indicata da Tosi. Angiola Petronio

7 Assunzioni «pilotate» in Atv Zaninelli non scende a patti Esclusi riti alternativi, andrà a processo. Ma oggil'udienza slitta VERONA- Quattro imputati, tutti chiamati a rispondere dello stesso reato: quella «turbata libertà del procedimento di scelta del contraente» prevista e sanzionata dall'articolo 353 bis del codice penale. In ballo, all'udienza preliminare fissata per stamane alle 11 di fronte al giudice Guido Taramelli, c'è la scottante vicenda delle due presunte assunzioni «sospette» effettuate all'azienda di trasporto pubblico Atv nel luglio A dire il vero, quello odierno è un appuntamento destinato a slittare ad altra data per la scelta (già ufficializzata nelle scorse ore) da parte di due avvocati di aderire all'astensione della categoria dalle udienze. Anche se la seduta di questa mattina si chiuderà con un nulla di fatto, comunque, l'intero collegio difensivo (composto dai legali Luigi Sancassani, Marina Iacobazzi, Paolo Teodoro, Fabio Zambelli, Andrea Leoni) ha di fatto già deciso quale strada procedurale percorrere: nessuno tra i quattro imputati, infatti, attuerà istanza di patteggiamento o di ammissione al giudizio con rito abbreviato (che, in caso di eventuale sentenza di condanna, permette di ridurre di un terzo l'entità della pena). Tutti, al contrario, preferiranno affrontare il processo a porte aperte: si tratta di Stefano Zaninelli, direttore generale di Atv appena riconfermato; del dirigente del personale della stessa azienda, Giannantonio Nicolis; di Vinicio Bistaffa, genitore del giovane che sarebbe stato assunto - secondo la tesi della procura (rappresentata dal pubblico ministero Valeria Ardito) - nonostante la presunta assenza dei requisiti (ovvero del punteggio) previsti; e infine di Eva Buttura, la seconda persona che avrebbe beneficiato dell'assunzione «poco chiara» contestata dalla magistratura scaligera. Quello che si celebrerà stamattina di fronte al giudice per l'udienza preliminare Taramelli, rappresenta uno degli ultimi e decisivi passaggi della delicata inchiesta che nell'aprile 2013 era culminata nella sospensione per due mesi sia del dg Zaninelli che del dirigente del personale Nicolis dai rispettivi incarichi ricoperti in seno all'azienda di trasporto pubblico veronese. All'epoca, in base alle ricostruzioni accusatorie della procura, risultava contestato a entrambi il reato di «abuso d'ufficio», modificato successivamente con la notifica dell'atto di conclusione-indagini in quello di «turbata libertà del procedimento di scelta del contraente». Contro i due mesi d'interdizione inferti a Zaninelli e Nicolis su decisione del gip Rita Caccamo, le difese avevano presentato ricorso ai giudici del Tribunale del Riesame di Venezia, che alla fine haa tuttavia respinto le tesi proposte dagli imputati confermandone le rispettive sospensioni. A far finire ambedue nei guai, nello specifico, era stata una doppia assunzione a tempo indeterminato: la prima attraverso la conversione di un contratto a progetto in un rapporto di lavoro sine die; la seconda, invece, mediante un annuncio di ricerca del personale pubblicato nelle pagine della stampa locale «una sola volta il giorno 8 aprile 2012 (in coincidenza con la festività di Pasqua, ndr) e senza indicazione dell'azienda richiedente». In tal modo, secondo la procura, sarebbe stato violato il principio-base della pubblicità. Nulla di più falso, invece, per le difese: un muro contro muro che, a questo punto, finirà direttamente a processo. Laura Tedesco

8 Bilancio, finalmente c'è l'ok Via l'irap per chi assume Sgravi alle Pmi e alle cooperative che daranno lavoro VENEZIA «Buona la decima!», direbbero sul set. E c'è da credere che il regista non sarebbe molto contento. Figuriamoci gli uffici, le Usl, le società ed il resto della galassia che ruota attorno alla Regione, costretti ad attendere dieci sedute dieci (tre settimane) per veder finalmente approvato, a tre mesi dalla scadenza del 31 dicembre imposta dalla legge, ultimi in Italia, il bilancio di previsione Un iter lungo e complicato, protrattosi fino a notte anche nella decisiva seduta di ieri (non senza il piacevole intermezzo di Fiorentina-Juventus su tablet, per qualcuno), con 50 articoli che si sono via via aggiunti ai 19 di partenza soprattutto a causa della maggioranza spacchettata tra «tosiani», Zaia-boys, ex leghisti, nuovicentrodestristi, neo forzisti e forzisti «neri», tutti decisi a far sentire il loro peso, a far passare il loro emendamento, a guadagnare un posto al sole in vista delle Regionali del 2015 (questo era infatti il vero «bilancio elettorale», quello del prossimo anno approderà in aula in tempi non utili ai comizi). Con più d'un momento di tensione, come quello che ha visto protagonisti mercoledì Dario Bond di Forza Italia per il Veneto e Carlo Alberto Tesserin di Ncd, il cui contatto fisico è stato evitato solo dall'intervento del presidente del consiglio Valdo Ruffato, o la spaccatura del Carroccio che ha mandato sotto la maggioranza martedì, con furiosa resa dei conti tra i padani serrati nei loro uffici. Ebbene, dopo che già era stato confermato il no a nuove tasse (a cominciare dall'addizionale Irpef che pure farebbe comodo) ed erano stati approvato l'emendamento da 40 milioni per il risarcimento dei danni provocati dal maltempo di gennaio e febbraio e quello da 150 milioni in tre anni per l'avvio dei lavori del nuovo ospedale di Padova, la principale novità emersa ieri è l'approvazione dell'emendamento firmato da Moreno Teso di Forza Italia (riveduto e corretto dalla giunta) che introduce uno sgravio Irap a favore delle imprese sotto i 250 dipendenti, delle cooperative e delle imprese a capitale parzialmente pubblico che assumono nuovi dipendenti. Con una comunicazione all'agenzia delle Entrate, per il tramite di Veneto Lavoro, chi assumerà un lavoratore a tempo determinato per almeno 2 anni potrà dedurre dall'irap pagata sul relativo stipendio (oggi è al 3,9%) fino a 15 mila euro, una cifra che sale a 30 mila euro se il contratto è a tempo indeterminato ed a 60 mila se il lavoratore è ultra cinquantenne (in entrambi i casi resta il limite di 2 anni). «Stimiamo che la norma possa favorire l'assunzione di circa 2 mila persone - dice Teso -. Una risposta concreta alle piccole e medie imprese che ormai da tempo stanno attraversando un momento di forte crisi». L'operazione è finanziata con 3 milioni, più le risorse indefinite derivate dalla spending review. Il consiglio, approvando un emendamento della giunta, ha poi sospeso qualsiasi tipo di autorizzazione a nuovi impianti di trattamento dei rifiuti nella zona del bacino del Parco del Sile fino al 31 dicembre 2015, codicillo studiato ad hoc per bloccare la discarica CoVeRi a Casale sul Sile, ed ha anestetizzato per un soffio l'emendamento dell'assessore alla Caccia Daniele Stival che, appoggiandosi ad un emendamento di Piero Ruzzante del Pd che chiedeva un riequilibrio degli stipendi dei sovrintendenti dell'arena e della Fenice (rispettivamente 250 mila e 170 mila euro), proponeva per questi ultimi «lo stesso stipendio del sindaco di Venezia», ossia 85 mila euro. Una proposta che ha avuto il via libera (più o meno inconsapevole) della maggioranza e che è stata affondata in extremis da Ruzzante con il ritiro del suo emendamento, mossa che a cascata ha fatto cadere pure il sub-emendamenti di Stival. Il rischio era infatti d'incorrere in un caso simile a quello del taglio del 70% degli stipendi del difensore civico e del tutore dei minori di cui al bilancio 2012, per cui la Regione ha subito pure una sconfitta al Tar (senza contare che non era chiaro se il consiglio potesse o meno decidere d'imperio gli stipendi dovuti da due fondazioni di cui la Regione è solo uno dei componenti). Grazie al taglio lineare del 3% a tutti gli assessorati è stato possibile ripristinare il fondo dedicato alla non autosufficienza (721 milioni contro i 707 iniziali), quindi è stata estesa a tutti i titolari di un passo carraio, privato o agricolo che sia, l'esenzione dalla tassa oggi prevista per chi affaccia sulla strada (si tratta di centinaia di persone, soprattutto nel Trevigiano). Il maxi emendamento, 92 milioni su 13 miliardi complessivi recuperati per lo più dalla compartecipazione Iva (57 milioni) e dagli introiti legati dall'escavazione della sabbia e della ghiaia lungo i fiumi (10 milioni), stanzia oltre ai 50 milioni per il nuovo ospedale di Padova di cui si è detto, 15 milioni alle pensioni degli emotrasfusi (1.300 persone coinvolte).

9 Brutte notizie, invece, per bus, treni e vaporetti: a differenza degli anni passati tra le pieghe del bilancio non sono state trovate risorse aggiuntive, né per la gomma e la navigazione (27 milioni di tagli dal 2010 ad oggi), né per l'acquisto di nuovi treni e per i «servizi tampone» in caso di ritardi o soppressione delle corse. Marco Bonet Gardaland, 17 anni in causa con la Provincia per una multa di milioni di lire VERONA - Diciassette anni in causa contro la Provincia di Verona per il pagamento di milioni e mezzo delle vecchie lire. E' stata appena depositata, infatti, la sentenza con cui la seconda sezione del Tribunale amministrativo di Venezia ha respinto il ricorso presentato nel 1997 da Gardaland spa contro l'ente pubblico scaligero. Oggetto del contendere, risultava il decreto numero 259 (datato 22 settembre 1997) con cui il presidente dell'amministrazione provinciale di Verona aveva ordinato alla Gardaland spa «il pagamento della sanzione di lire ai sensi dell'articolo 15 della legge 1497 del 1939 per la realizzazione abusiva di modifiche interne con cambio di destinazione d'uso di locali e modeste variazioni prospettiche, relativamente a un fabbricato sito in Comune di Castelnuovo del Garda in località Pascolani, Via Derna». In aula, di fronte ai magistrati amministrativi, si fronteggiavano dunque Gardaland spa, rappresentata e difesa dagli avvocati Alfredo Bianchini, Dario Donella, Barbara Bissoli, e, sul fronte opposto, la Provincia di Verona, rappresentata e difesa dagli avvocati Giancarlo Biancardi, Antonio Sartori e Isabella Sorio. Stando a quanto emerso nel corso del contenzioso, dopo che il Comune di Castelnuovo aveva ingiunto a Gardaland il pagamento di 64 milioni e 600mila lire («pagamento quest'ultimo che veniva effettivamente posto in essere dalla ricorrente») e a seguito del rilascio alla spa della concessione in sanatoria, era intervenuta la Provincia «ordinando alla società Gardaland il pagamento di 21 milioni e 500mila lire corrispondente alla maggior somma tra il danno arrecato ed il profitto conseguente alla violazione della legge 1497 del '39». Un'ingiunzione, quest'ultima, che aveva indotto Gardaland a presentare ricorso al Tar adducendo «l'esistenza dei vizi di incompetenza, o carenza di potere della Provincia e, ancora, l'esistenza di un'irrazionalità del provvedimento, considerando come la società Gardaland era stata chiamata a corrispondere, per la seconda volta, una somma di denaro il cui pagamento era già stato posto in essere». Tutte contestazioni che, tuttavia, sono stati rigettate dal Tar in quanto «infondate»: peccato però che, nel frattempo, siano trascorsi qualcosa come diciassette anni. Comfoter, 7 deputati: «Bloccate il trasloco del comando a Roma» VERONA Quasi - per mancanza poi giustificata del Movimento 5 Stelle - un'iniziativa bipartisan. Con tanto di mal di pancia compresi. Una linea ormai difensiva, schierata a parare il colpo. E a provare a ribaltare la situazione. E' un colpo d'ala quello che stanno provando i deputati veronesi Vincenzo D'Arienzo, Gianni Dal Moro, Alessia Rotta e Diego Zardini del Pd, l'ex sottosegretario Alberto Giorgetti, Matteo Bragantini e Marco Marcolin (trevigiano, ma membro della commissione Difesa) della Lega. Tutti uniti sul fronte che vuole tenere a Verona il Comfoter, il comando delle forze operative terrestri, per il quale è stato deciso il trasferimento a Roma entro il 31 dicembre Un «comando» intriso anche nella storia della città, prima con la Ftase poi con il Joint Command South, ma per la quale la «spending review» militare ha deciso il trasloco. Per questo i sette deputati hanno presentato una risoluzione in Parlamento. «Verona - spiega D'Arienzo che è il promotore dell'iniziativa - non può perdere questa grande opportunità. I tagli non possono declassare ma nostra città. La commissione Difesa della Camera dei Deputati nell'esprimere il proprio parere il 20 dicembre 2013 sull'atto di Governo, su mia proposta aveva posto come condizione quella di togliere dal testo il previsto trasferimento. Nonostante questa forte indicazione del Parlamento, l'allora ministro Mauro ha comunque deciso nella direzione di trasferire il Comfoter. Il mancato rispetto della volontà del Parlamento è una ferita che insieme ad altri colleghi veronesi adesso vogliano sanare».

10 Hanno serrato le fila, gli onorevoli scaligeri. A volte masticando amaro. Come nel caso di Matteo Bragantini. «Avevo già fatto un'interrogazione nella scorsa legislatura. Trovo assurdo dover dare manforte a chi, come il Pd, è in maggioranza. Ma siccome è una battaglia in cui credo l'ho fatto volentieri». Già, il Pd. Quello scaligero, che batte alle sue stesse porte. «Credo che quella di D'Arienzo sia una risoluzione giusta - commenta Dal Moro -. E' una questione strategica per la città, non solo dal punto di vista militare, ma anche per l'indotto e le relazioni internazionali». Che il rischio sia quello di perdere un «valore aggiunto» non solo dal punto di vista economico ma anche storico è convinta la deputata Alessia Rotta. «Comfoter come Elcograf. Non ce lo possiamo permettere. Sono realtà che sotto tutti i profili sono parti integranti di Verona». Una sorta di «fuga di cervelli» dalla città a cui si oppone anche Zardini. «Accadrebbe quello che è successo quando Unicredit ha spostato il centro operativo a Milano. Sono depauperamenti per la città e a parte il prestigio e i risvolti economici, fanno barcollare una centralità che Verona ha sempre avuto». E perchè tra i firmatari di quella risoluzione non ci sia il Movimento 5 Stelle lo spiega l'onorevole Francesca Businarolo. «Noi il mantenimento a Verona del Comfoter lo abbiamo già chiesto. E lo abbiamo fatto nel luogo deputato, vale a dire in commissione Difesa. D'Arienzo mi ha chiesto di firmare la risoluzione. Ma è stato il suo stesso governo, la maggioranza di cui fa parte, a decidere il trasferimento a Roma. E sinceramente mi sembrava pazzoide firmare quel documento». Adesso, tra mal di pancia, rimandi al mittente e dichiarazioni d'unità si vedrà cosa risponde il governo a quella richiesta di annullare il trasferimento. An. Pe. Valdastico Nord, la sfida di Schneck «Avanti senza il sì del Trentino» A4 Holding distribuisce 13 milioni ai soci e raddoppia l'utile netto VERONA A4 Holding, la capogruppo dell'autostrada Brescia-Padova, chiude il 2013 con i conti in miglioramento, torna a distribuire dividendi agli azionisti e si avvicina al completamento di una delle due grandi opere in cui si è impegnata in questi anni, la Valdastico Sud. Ma l'attenzione è concentrata anche sull'altra grande sfida, cioé il prolungamento a nord della stessa Valdastico. E su questo fronte torna a crescere l'attesa, così come tornano le polemiche. Il presidente Attilio Schneck tuona: «A Trento la vestono come una storia a difesa del territorio. Non è vero, come dimostra il progetto definitivo che ha un impatto minimo su questa provincia. È solo una questione di soldi, cioé di pedaggi: se la Valdastico viene completata, si sviluppa una grande direttrice nord-sud e forse temono di perdere traffico lungo la A22». Schneck torna anche a minacciare: «Se ci impediscono di fare l'opera, qualcuno ne dovrà rispondere». Traduzione: super-contenzioso nel caso di blocco definitivo della Valdastico Nord per il diniego trentino. Ma le speranze sono tutte per il decisionismo renziano. Ancora Schneck: «Io non credo che il presidente del consiglio si faccia limitare per il lancio di questa opera». «Il vero danno dal congelamento - gli fa eco Giulio Burchi, l'amministratore delegato - è a carico del patrimonio dello Stato. Abbiamo speso 1,3 miliardi per la Valdastico Sud, un'autostrada che ha senso compiuto solo se viene completata, appunto, a nord». Secondo i vertici di A4 Holding lo strumento per proseguire c'è: «L'opera è inserita in Legge obiettivo. Il parere di un ente territoriale non è vincolante». Se ne saprà qualcosa al prossimo Cipe (a fine mese?) che dovrebbe occuparsi del dossier Valdastico Nord. «Ce lo ha promesso il ministro Lupi». In ogni caso, «non è vero che la concessione scade se non parte l'opera. Noi abbiamo realizzato quanto ci è stato chiesto, cioé il progetto definitivo; in caso di mancata approvazione, la concessione dovrà essere rinegoziata. Questo dice la convenzione con l'anas». Intanto, buone notizie per la Valdastico Sud: confermati i tempi di inaugurazione (totalmente in funzione dall'estate 2015), con un tratto già percorribile fino ad Agugliaro a luglio o giù di lì e - novità - forse l'apertura entro l'anno di 21 chilometri a partire da sud, cioé da Badia Polesine a Noventa Vicentina. «Stiamo discutendo con l'anas su questo», annuncia il direttore generale della Brescia-Padova, Bruno Chiari.

11 Buone notizie anche per gli azionisti. Ieri l'assemblea dei soci ha deliberato la distribuzione di circa 13 milioni, 3 milioni di dividendo dall'esercizio 2013 più il resto che deriva, in sostanza, da quanto era stato deciso nel Le esigenze di cassa per la Valdastico Sud avevano bloccato questa liquidità. Il bilancio consolidato parla di ricavi per 554 milioni, di cui 321 dalla concessionaria autostradale. Il fatturato nel complesso cala ma, sottolinea l'ad Burchi, «i margini sono in deciso aumento, grazie al controllo dei costi» e l'ebitda raggiunge i 200 milioni. Anche l'utile netto sale, anzi raddoppia dai 18 milioni del 2012 ai 36,3 dell'anno scorso. Le situazioni critiche riguardano sempre le controllate: Burchi parla di «buco nero» per quanto riguarda le attività di real estate, causa crisi dell'immobiliare, ma sottolinea i progressi sull'indebitamento di Infracom, il gruppo di telecomunicazioni. «La nostra volontà è comunque quella di focalizzarci sulle attività autostradali» ma la cessione di questi asset attualmente è difficile, visto il deprezzamento del mercato. Quanto ai propositi di grandi poli autostradali, sembra una pagina chiusa: «Fusione con A22? Polo padano delle concessionarie? Mi pare che, prima di tutto, manchi il quadro legislativo per immaginare aggregazioni del genere». C.T. San Luca, l'attesa sulle strisce fra multe a pedoni e ciclisti «Si sincronizzino i semafori» Gli Amici della bicicletta. «Copiamo da altri Paesi» VERONA È uno degli attraversamenti ciclo-pedonali più pericolosi della città, come dimostrano le statistiche della polizia municipale, riportate dal reportage del «Corriere di Verona» pubblicato ieri. Anche per questo motivo, il «maledetto» incrocio di volto San Luca è sottoposto ad un «trattamento speciale», unico in città. Un doppio semaforo pedonale che funziona sempre a ritmo alternato, costringendo il pedone a fermarsi sull'isola pedonale. Per percorrere quella ventina di metri scarsi, in orario diurno, ci vuole, almeno un minuto e dieci. Il conto è stato fatto, cronometro alla mano, dall'associazione «Amici della Bicicletta», che definisce l'attuale regime semaforico «un supplizio e un pericolo». «In molti non si accorgono che i due semafori alle estremità hanno tempi diversi - spiega il presidente dell'adb, Gianni Migliorini - ci sono in particolare molti turisti a cadere nel tranello. A questo incrocio le multe a pedoni e ciclisti fioccano: non abbiamo nulla da ridire, dato che vengono commesse infrazioni, ma è il segno che occorre darsi da fare per cambiare la segnaletica». L'attesa al semaforo, secondo l'associazione di ciclisti, può arrivare anche fino a due minuti e venti secondi. «In pratica ci vuole lo stesso tempo che si impiega per percorrere l'intero Corso», notano i ciclisti dell'adb. Per l'associazione, la soluzione passa attraverso l'unificazione dei tempi semaforici: non solo per volto San Luca, ma per tutti quelli in zona. «In sostanza, questi diventerebbero tutti verdi insieme, bloccando completamente il traffico automobilistico e, in seguito, quello pedonale - spiega Migliorini - è una soluzione adottata in diversi paesi europei, tra cui Regno Unito e Paesi Bassi, e realizzabile anche qui, considerando che gli autobus, che passano mediamente ogni cinque minuti non avrebbero particolari rallentamenti». A decidere se accogliere o meno la proposta dovrà essere l'ufficio Traffico di Palazzo Barbieri. Intanto il comandante Luigi Altamura conferma l'alto numero di infrazioni commesse all'incrocio. «Sono state elevate molte multe e continueremo a farlo. Del resto sono provvedimenti a tutela degli stessi pedoni, che non si rendono conto della pericolosità dell'incrocio e che non si fanno scrupoli ad attraversare con le luci rosse anche alla presenza di un vigile». Sulla questione sicurezza degli attraversamenti pedonali interviene anche Alberto Pallotti, presidente dell'associazione familiari vittime della strada. «La pericolosità di volto San Luca è indubbia - racconta - ne sono testimone diretto, dal momento che nel dicembre del 2009 sono stato investito proprio su quella via da un pirata della strada, riportando un grave trauma cranico. Penso che la soluzione proposta dagli Amici della Bicicletta valga la pena di essere presa in considerazione e sono d'accordo anche con quanto espresso negli scorsi giorni dal comandante Altamura: servono meno strisce pedonali, ma più sicure e più controllate. Fermo restando che possono prendere tutti i provvedimenti che si vuole, ma senza un'autentica cultura dell'automobilista non si va da nessuna parte». Che ci sia mancanza di

12 educazione sulla strada, per Pallotti è evidente anche dal caso T-Red. Solo la scorsa settimana, il tribunale metteva in chiaro che con i semafori videosorvegliati non era stata commessa nessuna truffa e che tutte le multe elevate derivavano quindi da violazioni. «La nostra associazione si è presa la briga di filmare gli incroci sorvegliati da T-Red dopo la rimozione degli impianti - fa sapere Pallotti - è emerso che moltissimi non rispettavano il rosso, fino a 25 automobilisti all'ora». Davide Orsato «Io, lontano dalla politica darò risposte alle imprese» Camera di commercio, Giuseppe Riello presidente Elezione lampo e promessa di svolta: «Innoveremo» VERONA «Credo che Verona ci guardi, in questo momento di generale smarrimento e confusione, e noi non possiamo deluderla». Giuseppe Riello chiude così il suo intervento appena dopo l'elezione a presidente della Camera di commercio di Verona per i prossimi cinque anni. Un'elezione record per durata: praticamente tre minuti, quanto è bastato a Paolo Arena, leader di Confcommercio e uno dei 33 componenti del nuovo consiglio camerale al suo esordio ieri pomeriggio, per proporre un solo nome a voto palese. Tutti d'accordo, tutte mani alzate per il rappresentante indicato da Confindustria. D'altronde il terreno era ampiamente preparato. L'accordo tra le categorie più forti era stato raggiunto e blindato. Più che le tradizionali divisioni, è valsa la paura di far brutte figure in un momento delicatissimo, in una fase di debolezza oggettiva della politica: veronesi assenti dal governo, Provincia in smobilitazione, Comune con il suo mucchio di problemi. E scatta così il revival per la Camera di commercio, improvvisamente assurta da ente in odore di inutilità a centro nevralgico per l'economia di questo territorio. Lui, quarantanove anni e due figli, laureato alla Sapienza di Roma, fresco di matrimonio (tre giorni fa, ed ha dovuto per l'elezione rimandare il viaggio di nozze), risponde pronto: «Questo è un ente, come piace dire a me, con portafoglio. Quindi è una di quelle realtà che possono fare molto per il territorio». E ancora: «Se qualcuno si domanda a cosa serve la Camera di commercio, noi dobbiamo tenere in debita considerazione questo dubbio. Evidentemente in passato l'ente non ha svolto bene i compiti a casa». Giuseppe Riello si presenta come presidente decisionista. Nella breve relazione di ringraziamento per l'elezione, parla della necessità di «raggiungere risultati e non solo svolgere compiti». Aggiunge che «dovremo avere il coraggio di cambiare e di rinunciare a ciò "che è sempre stato fatto" se ne saremo convinti»; annuncia «innovazioni nella prassi»; si pronuncia «allergico a proiettare il passato nel futuro. Non mi piace guardare avanti attraverso lo specchietto retrovisore». Il primo risultato, afferma poi a margine dell'insediamento, è stato raggiunto «ed è la mia elezione, cioé il modo in cui è avvenuta». Rapida, unanime e indolore, come «segnale forte alla politica e alle istituzioni sulla necessità di agire con velocità e unità di intenti per dare risposte al nostro territorio». E, a proposito di politica, marca la differenza: «Nei giorni scorsi venivo additato da qualcuno come un probabile presidente di rottura, e questo perché non ho grossi legami con la politica, anzi non ne ho nessuno. Sono un neofita delle istituzioni, ma posso mettermi in gioco perché non ho niente da perdere». Insomma lo sforzo di Giuseppe Riello è quello di sottolineare la provenienza (ha sempre lavorato nel gruppo di famiglia, la dinastia di Legnago: è figlio di Pilade e fratello di Andrea) e la voglia di portare risultati. Se necessario, senza impantanarsi nelle mediazioni della politica. «Questa è la cultura da cui provengo. La cultura degli imprenditori, che senza risultati vanno semplicemente al fallimento». Sollecitato sulle questioni più urgenti, Riello mantiene la prudenza d'obbligo per un neoeletto. Si parla di aeroporto, dove la Camera di commercio è il primo azionista, e commenta sorridendo: «Il presidente Bianchi mi ha lasciato una bella patata bollente. Di alleanze con Venezia e nuove società ho solo letto sui giornali. Faremo di tutto, comunque, perché il Catullo conservi il suo ruolo strategico. E lo faremo insieme a Paolo

13 Arena, che mi pare abbia finora lavorato bene». Non è un'investitura, ma tutto (anche la stessa elezione di Riello) sembra indirizzarsi verso il completamento anche di questa casella: cioé alla conferma, alla prossima assemblea dei soci, degli attuali vertici del Catullo. Claudio Trabona Ilaria, vent'anni senza verità La padovana Alvisi ricostruisce la vicenda della giornalista Rai uccisa in Somalia «Questa di Ilaria Alpi è una storia vera, uccisa una domenica di primavera...». Si apre così e sembra evocare un celebre brano di De Andrè, il romanzo di Gigliola Alvisi, scrittrice padovana, che ha deciso di narrare il dramma della giornalista uccisa vent'anni fa a Mogadiscio insieme all'operatore Miran Hrovatin. Ilaria Alpi La ragazza che voleva raccontare l'inferno (Rizzoli editore, 192 pagine, 10 euro), è il titolo del libro, documentato e realistico come un reportage, che affida però il cuore della narrazione a un personaggio di fantasia, Jamila, una bambina somala che nella storia accompagna alla scoperta di Ilaria. Una figura simbolica, piena di poesia, quella di Jamila, rappresenta gli occhi della Somalia, la cultura di quel paese, le molte contraddizioni, ma anche i tanti pregi, la profondità e l'energia di quel popolo. Gigliola Alvisi, che è autrice di libri per ragazzi, ha voluto narrare gli ultimi otto mesi di Ilaria Alpi a Mogadiscio utilizzando un linguaggio rivolto proprio ai più giovani, non per fare della giornalista uccisa un'eroina, ma per spiegare la passione per un'idea (o per una professione) che può muovere e indirizzare la vita delle persone e il loro destino. «Questa vicenda di Ilaria mi è sembrata un bell'esempio da tramandare ai ragazzi - spiega Gigliola Alvisi -. Tutti possono essere eroi, anche nella vita di ogni giorno, semplicemente facendo bene il proprio lavoro e ciò in cui credono. Lo studio, l'impegno, il rigore giornalistico, il forte senso etico di Ilaria Alpi testimoniano valori importanti». Ieri nel ventesimo anniversario della morte di Ilaria Alpi il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Sesa Amici ha annunciato che il Governo ha avviato le procedure per togliere il segreto dai documenti che riguardano il caso: migliaia di dossier che potrebbero essere utili per giungere alla verità su questa vicenda. Nonostante i taccuini di appunti di Ilaria e le videocassette di Miran sulla loro lunga indagine sul traffico di rifiuti tossici tra Somalia e Italia non siano mai stati ritrovati. I temi scottanti su cui Ilaria stava indagando nascondono anche i mandanti dell'agguato in cui lei e Hrovatin sono stati trucidati. Gigliola Alvisi ha ricostruito con il rigore di un'inchiesta ciò che avvenne, ma ha voluto soprattutto delineare il ritratto di una donna di grande umanità, una giornalista che ha sempre cercato, con ostinazione, di raccontare piccole e grandi storie, comprese quelle della Somalia, il paese in cui poi ha trovato la morte. «Una ragazza giovane che aveva voglia di lavorare, aveva vinto un concorso in Rai, era diventata una grande reporter e giornalista», così la ricordano i suoi colleghi del Tg3. Nel libro, ogni tappa degli ultimi otto mesi di Ilaria in Somali, è ricostruita con estrema precisione, tanto che sia l'associazione Ilaria Alpi che i genitori della reporter l'hanno approvato. E c'è anche la cronaca di quell'intervista a Mussa Bogor, sultano del Bosaso, che per Ilaria si è rivelata fatale. «Il libro è nato quando Beatrice Masini era editor Rizzoli, è stato da lei fortemente voluto - rivela Gigliola Alvisi -. Ha percepito subito la passione e l'onestà del progetto e ha voluto seguirlo fino alla pubblicazione». Francesca Visentin

14 La Borletti Buitoni in visita all'arsenale venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 8 Il recupero dell'arsenale diventa un «affare» di governo. Lunedì 24 marzo arriva in città per visitare il complesso ex militare asburgico di Borgo Trento il sottosegretario ai beni culturali Ilaria Borletti Buitoni, e sarà l'occasione per rifare il punto sul progetto di recupero presentato da una cordata di privati e sostenuto dall'amministrazione comunale ma avversato dai residenti della zona e dalle forze politiche di opposizione, in particolare il Pd. Sono stati proprio i parlamentari veronesi del Partito democratico a invitare il sottosegretario. La Borletti Buitoni, che è stata anche presidente nazionale del Fai, sarà all'arsenale lunedì prossimo alle 15, accompagnata nel sopralluogo dagli stessi parlamentari Pd, dal dirigente regionale del Ministero Ugo Soragni e dalla Soprintendente ai Beni Architettonici e paesaggistici di Verona Gianna Gaudini. Per il recupero dell'arsenale è in campo un'ipotesi di project financing presentata da Rizzani de Eccher- Contec che prevede una trasformazione in direzione ricreativo-commerciale su iniziativa prevalenetemente privata. Una proposta avversata da chi non è favorevole alla concessione ai privati e vorrebbe che il futuro dell'arsenale fosse guidato dalla regia pubblica. CARCERE E POLITICI. Dal 17 febbraio, giorno dell'arresto, non è mai stato trasferito Giacino «per sicurezza» è detenuto in infermeria Fabiana Marcolini L'ex vicesindaco non soffre di alcuna patologia. Da alcuni giorni divide la cella della sezione medica con un altro detenuto venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 12 Dal 17 febbraio, da quando è stato arrestato e portato a Montorio, l'ex vicesindaco Vito Giacino è detenuto in una cella della sezione infermeria. Per un paio di settimane è rimasto da solo, poi in stanza con lui è arrivato un altro detenuto. E nonostante l'ex politico non soffra di alcuna patologia e non abbia manifestato particolari difficoltà di equilibrio psicologico, a distanza di un mese dal suo ingresso (e almeno fino a ieri) è rimasto in una sezione che dovrebbe essere di «transito» e che ospita, da qualche tempo, solamente persone con disturbi psichiatrici. Tant'è che non necessariamente chi soffre di altre patologie (dai problemi cardiaci a malattie del metabolismo come il diabete) viene trasferito in infermeria. E le sezioni deputate ad accogliere i detenuti in custodia cautelare sono altre, con almeno tre persone per cella. Invero l'ingresso in una struttura detentiva per chiunque non abbia abitualmente a che fare con la giustizia e che quindi non è avvezzo a processi e condanne o a delinquere rappresenta un momento particolarmente difficile. Ed è anche in considerazione di questo che, fin dai tempi di Tangentopoli quando in carcere iniziarono ad entrare i politici e la classe dirigente, la gestione degli ingressi prevede una sorta di periodo di transizione in una zona diversa da quella in cui si trovano gli altri detenuti. L'arresto e la permanenza in cella rappresentano una violenta forzatura della vita di tutti i giorni e anche a Montorio, come nelle altre case circondariali, per i primi giorni si adottano cautele. Un trattamento uguale per tutti, all'inizio, che dura qualche giorno, di media una settimana. Poi però vengono spostati. È quello che è accaduto anche agli ultimi indagati, i vertici di Agec, lo stesso accade comunque a chiunque entri in carcere per la prima volta. Parrebbe invece che per l'ex vicesindaco le disposizioni siano diverse, in considerazione probabilmente del ruolo che ha rivestito e comunque a tutela della sua sicurezza o per salvaguardare la sua integrità, questo nonostante al termine della visita medica (passaggio obbligato all'ingresso in carcere), non fosse stato rilevato nessun particolare stato psicologico. Ed è rimasto in infermeria. A dispetto dei reclami che

15 quotidianamente arrivano ai magistrati di sorveglianza per le condizioni disagiate dovute al sovraffollamento. «Va aperto un nuovo filone d'indagine» venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 12 Il consigliere del Pd, Michele Bertucco insiste per l'avvio di un nuovo filone d'inchiesta sulla vicenda Giacino con le accuse di abuso d'ufficio e violazione della legge urbanistica. Dopo il deposito dell'esposto di una settimana fa, ieri l'avvocato Luca Tirapelle ha depositato per conto del consigliere Pd un'integrazione alla denuncia nel quale evidenzia un passaggio già riportato nell'ordinanza di custodia cautelare del gip Guido Taramelli a carico dell'ex vice sindaco, di sua moglie Alessandra Lodi e dell'imprenditore Alessandro Leardini, accusati di concussione (i primi due) e di corruzione nella nuova formula. Ci si riferisce al fatto che la delibera di cui ha beneficiato Giacino per i lavori nel suo appartamento, è stata applicata solo ad un altro veronese, residente nello stesso palazzo dell'ex braccio destro di Tosi. «Un caso di delibera ad personam visto che dal 2010 ad oggi è andata a vantaggio solo di Giacino e di un'altra richiedente», ha commentato Bertucco. Nell'esposto, vengono indicate oltre all'ex vice sindaco e alla moglie altre 5 persone che avrebbero agevolato la concessione del permesso per i lavori, violando le leggi sull'urbanistica. Ci si riferisce alla delibera del Consiglio comunale numero 20 del 18 marzo 2010 con la quale si dava il via libera ad interventi negli edifici per i quali c'era un'esplicita tutela, predisposta dal Piano territoriale del Veneto. In quei palazzi, tra i quali c'era anche l'edificio di Giacino e moglie, era il diktat regionale, non si potevano svolgere interventi edilizi significativi. È stato un parere della Regione, definito «bizzarro» dai giudici del riesame di Venezia, a dare il via libero ai lavori di ristrutturazione. Nell'integrazione, depositata ieri, Bertucco ha allegato la corrispondenza via e mail, intercorsa tra lui e i dirigenti comunali. A Palazzo Barbieri, peraltro, sono stati costretti ad allargare le braccia sulla richiesta di rilascio documenti. «Entrambe le pratiche (relative ai lavori in casa Giacino e di un altro veronese ndr)», riporta l'e mail del Comune, «non sono disponibili nei nostri uffici in quanto prelevate dalla procura».g.ch. CONSIGLIO COMUNALE. Una seduta infuocata L'Aula boccia la Commissione d'inchiesta Via libera invece alla Capigruppo proposta dalla maggioranza venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 13 Un'altra seduta turbolenta in Consiglio comunale. Ad agitare gli animi, ancora una volta, è la richiesta da parte delle minoranze di istituire una Commissione d'inchiesta che valuti gli atti amministrativi legati ai procedimenti urbanistici, all'assunzione del personale nelle partecipate e alla sicurezza alimentare nelle mense scolastiche. Di contro, la proposta della maggioranza di convocare una speciale Capigruppo coadiuvata da tre tecnici per fare luce sui dubbi sull'operato dell'amministrazione sorti dopo le indagini della magistratura su Agec, Parentopoli e il caso del vicesindaco Vito Giacino. Insomma, due organismi diversi che - a livello teorico - dovrebbero perseguire lo stesso obiettivo. Allora perché non trovare una formula che andasse bene a tutti? L'oggetto della discordia sta sulla presidenza: per la maggioranza non è accettabile che vada all'opposizione e per quest'ultima non è immaginabile che vada alla parte di «chi ha scelto le persone che ora risultano indagate o arrestate». E così in Aula si è arrivati, già la scorsa settimana con due documenti distinti: una proposta della minoranza e un ordine del giorno della maggioranza. Alla fine, per via del dilungarsi della discussione sulla delibera «anti kebab», la seduta si era chiusa senza arrivare toccare il punto. Ieri, però, per dare più forza alla propria proposta, la maggioranza l'ha presentata sotto forma di delibera chiedendo di ritirare l'ordine del giorno precedente ed identico nei contenuti. Ad impedirlo è stato, tatticamente, Daniele Polato che, da politico di lungo corso, si è offerto di fare proprio ogni ordine del giorno abbandonato dalla maggioranza. A quel punto, quindi, si è discussa la proposta delle opposizioni che è stata bocciata: 13 favorevoli (tra cui l'udc con Marisa Brunelli), 19 contrari e due astenuti ( Zanotto e Castelletti). Approvato invece (18 favorevoli, 11 contrari - Brunelli e Castelletti

16 erano in Aula ma non hanno votato) l'ordine del giorno della maggioranza per la costituzione di una Capigruppo con gli esperti. Subito dopo il presidente Luca Zanotto ha chiuso la seduta del Consiglio senza andare alla discussione della delibera (identica nel contenuto all'ordine del giorno), togliendo così la maggioranza dall'imbarazzo di un doppio documento. Sulla questione si sono sprecati fiumi di parole. Per il Pd, 5 Stelle e Forza Italia, la Commissione era l'occasione per «fare chiarezza su fatti gravissimi che coinvolgono l'amministrazione», un «atto dovuto nei confronti dei cittadini» e non «una santa inquisizione». Per la maggioranza, Lista Tosi e Lega Nord, era meglio la Capigruppo coadiuvata da tecnici che «possono garantire di fare chiarezza sui procedimenti senza inutili e dannose speculazioni politiche».g.coz. GLI INTRIGHI DI VIA CAPPELLO. Dopo la bocciatura della prima idea di project, la società Mox rilancia. Fra tanti dubbi Casa di Giulietta, sale l'offerta per gestire l'accesso al palazzo Enrico Giardini Più che raddoppiata la proposta di canone per la concessione Il Pd insorge: «Trasparenza» Tensioni anche nella maggioranza venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 13 Sulla Casa di Giulietta, sul cortile, e sui progetti per gestirli, è scontro politico. Anche nella maggioranza di centrodestra in Comune. Il Pd attacca: «Fuori la documentazione e convocare con urgenza una commissione consiliare che faccia luce in tutta trasparenza su scelte e investimenti dell'amministrazione». Vittorio Di Dio, Lista Tosi: «Sbagliato dare tutto ai privati». Salvatore Papadia, tosiano: «Trovare un accordo con i proprietari. No all'arroganza». Tutto ciò dopo la notizia, pubblicata ieri dal nostro giornale, di una proposta di project financing presentata al Comune dalla società Mox corporation per gestire l'ingresso a pagamento e le visite alla Casa, oltre all'organizzazione di eventi all'interno. Tutto ciò sarebbe a parte rispetto al piano del Comune di far pagare l'ingresso al cortile di Giulietta, da piazzetta Navona non più gratis, quindi, e da via Cappello con percorso espositivo su Giulietta e possibilità di accedere ai negozi e di toccare la statua di Giulietta. Prezzo 2 euro e mezzo per il cortile, possibilità cortile più Casa a 6. La Giunta comunale ha bocciato la proposta di project della Mox Corporation, perché confliggerebbe con il piano dell'ingresso a pagamento al cortile. E per l'aspetto economico. L'ipotesi di project biglietto per la sola Casa a 8 euro prevedeva che la società desse 200mila euro all'anno per vent'anni al Comune (che sinora ha gestito la casa, di sua proprietà, con una società) come canone di concessione. Palazzo Barbieri sinora riceveva però come utile 317mila euro all'anno. Quindi meno più dei 200mila. La Mox Corporation (soci i fratelli Andrea e Carlo Benatti i quali lo sono, con Paolo Valerio, anche di Juliet, il negozio di souvenir dentro il Teatro Nuovo, di cui è consigliere delegato Alessandra Sinico; altri due soci della Mox sono Alex e Mirco Martinelli) ha dunque presentato una nuova proposta, prevedendo un canone di affitto di 460mila euro. Va ricordato che l'ipotesi della Mox prevederebbe l'ingresso al cortile, gratis, da via Cappello, il che confliggerebbe con il progetto di entrata da piazza Navona. Per siglare la convenzione con il Comune per l'ingresso al cortile la Fondazione Atlantide, presieduta da Paolo Valerio che gestisce il nuovo, chiede che la Casa resti al Comune, potendo gestire quindi entrambe le biglietteria, cortile più Casa. Va sottolineato che i proprietari privati dei negozi e del relais di lusso Il Sogno di Giulietta, nel cortile, hanno presentato ricorso al Tar contro il Comune contestando l'uso pubblico che l'amministrazione rivendica per quegli spazi. La politica però è in subbuglio. «Io non conosco nei dettagli la proposta di project per la Casa», dice Di Dio, «ma sono convinto che sia sbagliato dare una gestione tutta a privati, perché la situazione poi può sfuggire di

17 mano». Di Dio, ex assessore all'edilizia pubblica, rivendica di aver chiesto per primo, invece, l'ingresso al pagamento al solo cortile: «L'idea era di un euro; con l'utilizzo di tornelli. Avevo prospettato un accordo anche con i condòmini, affinché avessero percentuali dagli incassi, per pagare loro il disturbo. Non se ne è fatto nulla. È chiaro, poi, che con un atto di imperio i privati non ci stanno. Un accordo con loro va trovato». Lo sottolinea anche Salvatore Papadia, consigliere tosiano: «La valutazione di qualsiasi progetto relativo all'ingresso nel cortile della Casa di Giulietta o alla gestione della Casa stessa dev'essere preceduto da un accordo con i privati». E attacca: «Se si va avanti a colpi di arroganza e prepotenza si finisce per prendere delle sberle giuridiche». Michele Bertucco, capogruppo del Pd, e la segretaria cittadina Orietta Salemi, consigliere, spiegano: «Il notevole giro di affari che ruota attorno al mito di Giulietta ha evidentemente acceso gli appetiti di molti ed è perciò essenziale garantire la massima trasparenza e imparzialità delle scelte. Ci sembra che il project financing», aggiungono, «sia chiamato in causa con troppa disinvoltura senza valutare altri strumenti utilizzabili dall'amministrazione. Chiediamo chiarezza sulla costituzione delle cordate che concorrono a aggiudicarsi la gestione della Casa di Giulietta. Sosterremo convintamente questa operazione se porterà vantaggio alle casse comunali e all'immagine di Verona, altrimenti chiederemo conto di qualsiasi intervento che non risponda al principio ispiratore dell'interesse pubblico». IL CARNEVALE A CONTI FATTI. La commissione cultura e le voci rimborsate dal Comune «Al Bacanal spesi 12mila euro per 3 cene» Ilaria Noro Il Pd e i grillini: «In tempi di tagli la cifra sembra poco opportuna Qui occorre stilare un bilancio dettagliato tra entrate e uscite» venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 15 Il Carnevale è una cosa seria. Soprattutto se si parla di bilanci, spese e contributi pubblici a sei cifre che ogni anno il Comune eroga a favore del Bacanal del gnoco. La commissione cultura, presieduta dal consigliere della Lega Rosario Russo, si è riunita ieri pomeriggio per analizzare nel dettaglio le voci e le note spesa che il Comune ha saldato ai comitati carnevaleschi negli ultimi anni e che si appresta a versare anche per il In tempi di crisi, tagli e ristrettezze economiche, al setaccio dei consiglieri del Pd e del Movimento 5 Stelle, ma anche del consigliere Forza Italia Gianluca Fantoni, non sono sfuggiti, per esempio, i circa 12 mila euro chiesti a rimborso di tre cene. Tra l'altro, fare una stima reale delle entrate complessive su cui può contare il Bacanal del gnoco e gli altri comitati, dai Filippini al Simeon de l'isolo, non è affatto semplice. «Le circoscrizioni a volte erogano qualche soldino, la Camera di commercio pure come anche le aziende municipalizzate che si fanno sponsor delle sfilate e delle iniziative», rilevano Pd e M5s che chiedono dunque che venga resa obbligatoria la compilazione di un bilancio dettagliato, preciso e complessivo che elenchi entrate e uscite. «Si tratta di cifre e motivazioni decisamente poco opportune. Senza nulla togliere all'importante valenza culturale e sociale che il Carnevale veronese svolge per la città, oltre 10mila euro all'anno per cene di questi tempi di tagli sono un po' tanti. Anche perché so che molti commensali - si parla di serate con anche centinaia di invitati - pagano di tasca propria la quota per fare beneficenza o comunque sostenereil comitato», sostiene Elisa La Paglia, consigliere Pd. «Queste cene e i momenti conviviali sono il sale per un comitato di questo tipo: l'aggregazione è vitale per l'organizzazione e la riuscita di molti eventi», difende invece il consigliere di Lista Tosi Vittorio Di Dio, membro anche della commissione paritetica che si occupa di valutare e analizzare le note spesa del Baccanal e degli altri comitati - che ricevono però complessivamente poche migliaia di euro al confronto dei 120mila circa annui a favore del comitato che ha sede dentro Porta San Zeno. Secondo La Paglia, però, «almeno

18 questa parte di soldi - 12mila euro circa quest'anno - potrebbero essere impiegati dal Bacanal per aprire la porzione di porta che ancora è chiusa e non fruibile»: quella che guarda verso corso Milano, si affaccia sui giardinetti e su un breve ponticello molto caratteristico. «L'architetto Lino Vittorio Bozzetto ha già analizzato i lavori che ci sarebbero da fare e sono molto pochi perché si tratta di un sito comunque in buono stato che con poco potrebbe essere restituito ai cittadini per attività e incontri, oltre che utilizzabile dallo stesso Bacanal», precisa La Paglia. IL RICORDO DELLE VITTIME. Protagonisti e testimoni all'università «La mafia si batte con un esercito di insegnanti» Manuela Trevisani L'importanza di formare una coscienza civica nei giovani. Il capo sezione omicidi a Palermo nel '92: «Sono l'unico vivo, ora il mio lavoro è raccontare» venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 16 «La mafia non sarà mai sconfitta dalla polizia, dai carabinieri, dalla guardia di finanza: per sconfiggerla ci vuole un esercito di insegnanti». Le parole di Francesco Accordino, capo della sezione omicidi della squadra mobile di Palermo nel 1992, risuonavano ieri al Polo Zanotto in Università, dove l'unione degli Universitari (Udu) e il comitato «Verso il 21 marzo» hanno organizzato un convegno in occasione della Giornata in memoria delle vittime della mafia. «Noi eravamo l'avamposto degli uomini perduti: in pochi e senza mezzi cercavamo di fare l'impossibile per affermare la legalità a Palermo. Ma allora non avevamo l'appoggio della società, né del mondo politicoistituzionale: a Palermo in quegli anni c'era un sindaco che diceva che la mafia non esisteva», ha raccontato Accordino. «Oggi sono rimasto l'unico sopravvissuto del nostro pool di investigatori e il mio lavoro è testimoniare sugli oltre mille omicidi di stampo mafioso su cui ho indagato». Al suo racconto è seguito quello di Tina Montinaro, vedova di Antonio, il caposcorta di Giovanni Falcone ucciso nel '92 a Capaci. «Mio marito non nascondeva di avere paura: diceva che era un sentimento umano», ha ricordato. «Quando è stato ucciso, ci siamo sentiti persi, pieni di emozioni ma al tempo stesso svuotati. Quando muore un uomo di Stato, è un fatto che riguarda tutta l'italia e io ancora oggi ho tanta rabbia dentro: una rabbia positiva, che fa andare avanti e chiedere giustizia». A parlare agli studenti dell'università è stato anche Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica esperto di mafia. «Quando ho iniziato a scrivere nel 1985, nei giornali non c'era una coscienza anti-mafia: la maggior parte della gente era indifferente a questo tema, o addirittura infastidita», ha spiegato. «La mafia non ha vinto del tutto, ma ha vinto tanto e lo dimostra il fatto che oggi siamo qui a Verona a parlarne e che si legge sui giornali locali di comportamenti che molto hanno a che fare con l'affiliazione mafiosa. Cosa Nostra è in un momento di difficoltà, ma ci sono la 'ndrangheta e altre associazioni criminali: per questo la soglia di attenzione deve restare alta». Soddisfatta per la buona riuscita dell'evento Maria Giovanna Sandri, coordinatrice dell'udu: «È importante che in Università non ci sia solo spazio per la didattica, ma sia anche un luogo dove fare formazione sociale e civica». Al suo fianco Maria Pia Mazzasette del comitato Verso il 21 marzo, che ha organizzato ieri mattina la proiezione del film «La mafia uccide solo d'estate» in Gran Guardia: al termine i ragazzi delle scuole medie e superiori hanno letto i nomi delle vittime di mafia sulla scalinata di Palazzo Barbieri. Il film verrà ritrasmesso stasera alle al Teatro Stimate.

19 IL CANTIERE INFINITO. Operai e ruspe sono all'opera da cinque anni e ancora non si prevede una data conclusiva A Porta Nuova i lavori viaggiano in ritardo Lorenza Costantino Grandi Stazioni si discolpa: «Abbiamo appena ricevuto dal Comune la variante al progetto per lo stralcio di una palazzina destinata a negozi». E c'è l'incognita filobus venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 8 I lavori in stazione Porta Nuova sono in ritardo di almeno quattro mesi sul cronoprogramma. È ciò che trapela dal quartier generale, a Roma, di Grandi Stazioni, la società delle Fs responsabile dell'ampio cantiere, avviato all'inizio del 2010 per il restauro dello scalo ferroviario. In realtà l'amministratore delegato di Grandi Stazioni, Fabio Battaggia, in una delle sue ultime visite a Verona, aveva pronosticato la conclusione dell'intervento per la fine del Ma ormai, fra ritrovamenti bellici, fraintendimenti con il Comune e lavori-lumaca, si veleggia verso i cinque anni di permanenza di operai, ruspe e camion in piazzale XXV Aprile, davanti al palazzo ferroviario. Grandi Stazioni si discolpa: tra le cause del ritardo - fanno sapere dalla capitale - c'è anche «la variante al progetto richiesta dal Comune e appena fatta pervenire alla società». Ci si riferisce allo stralcio di una palazzina destinata a negozi, inizialmente prevista sul piazzale, e rimpiazzata da un'area di sosta per le corriere. Ma cosa manca affinché il cantiere infinito, che assorbe un investimento complessivo di 18 milioni, possa finalmente sbaraccare? Bisogna terminare il parking sotterraneo, di cui è stata realizzata la struttura in cemento, costruire la nuova biglietteria per l'atv e il parcheggio coperto per le biciclette dei pendolari. E infine, rifinire l'intera superficie con una piazza in porfido, aiuole e (si diceva) una fontana. Ora si sta ultimando l'impermeabilizzazione del parking, stendendo le guaine sulle parti esterne. Poi si metterà mano all'impiantistica: per lo smaltimento dell'acqua piovana, per l'elettricità, e quant'altro. Intanto, il biglietto da visita che si presenta ai turisti appena scesi dal treno è pessimo. Ma Grandi Stazioni non compie di nuovo l'errore di annunciare una data di fine lavori per poi doverla ancora smentire. Anche perché ci si mettono pure le esigenze del Comune a complicare l'esecuzione delle opere. In piazzale XXV Aprile, infatti, dovrà passare pure il futuro filobus. Da Palazzo Barbieri sarebbe quindi partita la richiesta a Grandi Stazioni di lavorare nel frattempo su quelle porzioni dell'area che non saranno coinvolte dal tracciato del nuovo trasporto pubblico di massa. Per evitare che, secondo il detto veronese «far e desfar, l'è tuto un laorar», il Comune debba prossimamente smantellare ciò che Grandi Stazioni ha portato a termine. L'obiettivo è realizzare, nel cantiere di Grandi Stazioni ancora aperto, le prime opere funzionali al filobus, con la posa dei plinti per la sottostazione elettrica, dei pali di sostegno dei fili elettrici di cui la filovia si servirà nei tragitti esterni al centro cittadino, e gli interventi sull'assetto stradale. Secondo l'assessore alla mobilità, Enrico Corsi, il ritardo dei lavori in piazzale XXV Aprile torna utile per tentare la «la sovrapposizione delle due opere». Ma arrivano da Roma voci scettiche: «Il rifacimento del piazzale a opera di Grandi Stazioni è in fase esecutiva. Invece il filobus, ora, è solo un progetto definitivo». Verona difende i Velo-ok dagli anatemi del ministro venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 9 Il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi ha lanciato il suo anatema contro le colonnine arancioni, «Speed check» o «Velo-ok», per il controllo della velocità stradale, definendole pericolose perché ostacolo della viabilità. Lupi ha quindi invitato i sindaci a non utilizzarli. Ma da Verona la risposta è secca e arriva sia dalla politica, con l'assessore alla Mobilità Enrico Corsi, che dai tecnici, con il comandante di vigili Luigi Altamura. Quest'ultimo spiega: «In principio ero contrario, perché temevo si usassero come semplici

20 "spaventapasseri". Con l'assessore Corsi si è, però, deciso di inserire in questi contenitori l'autovelox a rotazione e i risultati sono stati enormi». In particolare, Altamura cita la tangenziale dove gli incidenti sono calati da 77 del 2010 a 19 del «Prima dell'installazione degli speed check abbiamo richiesto al ministero una serie di pareri e tutti smentiscono lo stesso ministro, forse, come già detto dall'asaps (Associazione sostenitori della polizia stradale) che, citando la polemica sull'installazione di sagome di vigili di cartone, si ha la sensazione che anche gli autovelox, come gli agenti, non si vogliano né finti né veri». Per Corsi «è un sistema che ha salvato molte vite» e, insieme ad Altamura, domanda: «Lupi ci dica quanti sono i morti a causa dello speed check».g.coz. MOBILITÀ. Il Comune rilancia il sistema di trasporto a noleggio per contenere traffico e smog «Car sharing» in arrivo Pronto il bando di gara Enrico Giardini Il modello ipotizzato è quello del Bike sharing: si paga il biglietto, si prende l'auto e poi la si lascia in un altro nodo vicino alla città venerdì 21 marzo 2014 CRONACA, pagina 9 Aveva un po' frenato, il Car sharing, cioè quella sorta di autonoleggio di auto a ore con veicoli parcheggiati in più punti della città. Ma ora l'amministrazione comunale rilancia. E sta preparando un bando di gara per allestire anche a Verona questo servizio, sul modello del Bike sharing già in uso nella nostra città con il Verona bike. Nei mesi scorsi Palazzo Barbieri aveva già manifestato l'intenzione di dotare la città del Car sharing e aveva affidato all'amt di studiare un sistema e di proporlo. L'Amt (come si ricava tutt'ora del suo sito web) ha così ipotizzato un servizio con piccole auto elettriche, chiamato We Drive, a scarso impatto ambientale, capace di muoversi agevolmente nel traffico, che ormai ha raggiunto punte notevolissime. IL SISTEMA del Car sharing (da non confondersi con il Car pooling, cioè l'auto, anche privata, condivisa da più persone contemporaneamente), stando a studi e rilevazioni statistiche compiute dagli operatori del settore consente di abbattere il numero di autoveicoli circolanti. Si calcola che un'auto del Car sharing ne sostituisca sette-otto di private. I costi per i piccoli spostamenti urbani sono poi inferiori e poi c'è l'aspetto del minore inquinamento. Uno studio condotto in Svizzera ha mostrato come il Car sharing porti a una riduzione media di emissioni di gas serra nell'aria di 290 chili all'anno. Ora, dopo questo approfondimento di conoscenze, la palla è tornata all'amministrazione comunale, in particolare al settore mobilità, trasporti e infrastrutture guidato dall'assessore Enrico Corsi. Che spiega: «Stiamo attivando il bando di gara del Car sharing, per le sole automobili, sulla tipologia di quello giù utilizzato a Milano, Bologna e Roma, dove ha avuto già un grandissimo successo». I MEZZI del Car sharing vengono posteggiati di solito in prossimità di parcheggio scambiatori e di zone di arrivo alla città come la stazione, le fermate degli autobus o gli aeroporti. Da lì chi prende il mezzo, pagando un biglietto o un abbonamento, si sposta fino a raggiungere un altro posteggio, dove lascia l'auto. Il modello è come detto quello del Verona Bike, che stando anche alle rilevazioni recenti, è utilizzato da migliaia di persone al giorno e sta riscuotendo dunque un successo più che soddisfacente, per l'amministrazione comunale. Il Car sharing varia a seconda delle città che già lo utilizzano. In alcune c'è soltanto un tipo di auto, a benzina, diesel o elettrico. In altre c'è una certa possibilità di scelta, tenendo conto del numero di persone che intendono utilizzarle. Le tipologie di pagamento sono a tariffa oraria o ad abbonamento, in quest'ultimo caso più pratico per chi abita nella città in cui utilizza i veicoli. In ogni caso, a breve Palazzo Barbieri varerà il bando di gara.

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