CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE PRESSO IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

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1 CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE PRESSO IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA *** RASSEGNA STAMPA 24 novembre 2008 Titoli dei quotidiani Avvocati Un consiglio? Gustatevi l'udienza Bologna chiude tra le polemiche E De Tilla è in corsa per l'oua I minimi tariffari dividono i giovani: il Bersani non colpisce tutti E se la crisi rappresentasse un'opportunità? Valiamo Arriva il legale pay per result Strateghi in aula e nello studio Come organizzarsi Fascicoli, conservare con cura L'informativa sui dati va fornita sempre al cliente, scritta o orale La riservatezza entra nello studio Il consenso non serve per le attività giudiziarie La notifica al garante si può fare via computer Bisogna designare chi tocca i fascicoli Professioni Sotto controllo il denaro contante

2 Giustizia Corsera Corsera Messaggero Alfano, una riforma buona a metà Tribunale senza soldi Le toghe portano carta igienica e sapone Emergenza giustizia, corsa ad ostacoli del Governo GIURISPRUDENZA I clienti hanno poche chance contro le decisioni degli ordini locali L'avvocato non può fare Sherlock Holmes L'aspirante avvocato non può farsi lo studio No alla caccia alla clientela Tutti i paletti dei giudici Più chance di ricongiungimento Nel caso dei minori conta il sostentamento FLASH

3 Marco Castoro, pag. 3 Un consiglio? Gustatevi l'udienza *** Avvocati Se a 29 anni si fa il processo del secolo, che cosa si fa dopo? È il caso di Giulia Bongiorno, avvocato, nata a Palermo il 22 marzo 1966, attuale presidente della commissione giustizia della camera, salita agli onori delle cronache durante il processo Andreotti. «Ma la professione di un avvocato si mette in gioco ogni giorno», non si stanca mai di ripetere l'avvocato Bongiorno. Nel suo caso, poi, se fa un controesame sbagliato sono dolori, in quanto su di lei ci sono sempre i riflettori accesi. «Giusto, ma io se non riesco a studiare bene in udienza non ci vado: perché mi vergogno», dice senza peli sulla lingua. Figlia, nipote e sorella di avvocati civilisti, ha cominciato la professione di penalista nel 1989 a Palermo, in una città e in un periodo in cui di avvocati donna ce n'erano pochi. «Speriamo non mi capiti quella lì», ricorda la Bongiorno, quando leggeva il terrore negli occhi dei clienti dello studio legale Gioacchino Sbacchi. Del resto, l'icona del penalista è quella dell'uomo maturo, con le rughe e i capelli bianchi, lei aveva appena 22 anni e, confessa la diretta interessata, ne dimostrava 12. Tuttavia, la diffidenza iniziale è stata la spinta ad avere un tipo di approccio sempre meticoloso nelle cose. Il caso ha però voluto che l'avvocato Coppi, legale di Andreotti, avesse scelto Sbacchi come collega di Palermo. E siccome Andreotti, sapendo che aveva contemporaneamente due processi, uno a Palermo e uno a Perugia, con gli stessi testimoni, ebbe l'idea che ci voleva un avvocato sempre presente, per la Bongiorno fu la svolta: 11 anni dedicati interamente a questi due processi. «A 29 anni dovevo essere all'altezza di affrontare i pentiti di mafia, testi come Cossiga e Martinazzoli». Ma non c'è stato solo Andreotti nella vita professionale dell'avvocato Bongiorno. Cragnotti, Bettarini, il Coni, Sollecito. E il famoso caso dello sputo di Totti. Una difesa da improntare in una notte. Di buon'ora parlò con il capitano della Roma, «una persona eccezionale. Fece un interrogatorio splendido. E un interrogatorio perfetto di un mio assistito mi riempie di soddisfazione, quasi quanto la sentenza di assoluzione», ama sottolineare la Bongiorno. Ci fu anche un processo che vide Piero Angela contro gli omeopatici. Ma difendere la Forleo è stato un altro duro scoglio da superare. «Clementina mi dice sempre che gli 11 anni del processo Andreotti sono stati per me soltanto un allenamento per difendere lei», confida la Bongiorno. La sua giornata comincia alle 6. Un'ora di corsa per sgomberare la mente, «spesso le buone idee mi vengono proprio mentre corro», confessa. Golosissima di zucchero filato, preferisce il cappuccino tiepido da bere tutto d'un sorso. Ex giocatrice di volley. Odia fare shopping, anzi non nasconde di preferire un ricorso in Cassazione piuttosto che comprarsi un tailleur. Adora il silenzio. Le piace vivere sola, sentire il rumore dei suoi passi, spostare gli oggetti e ritrovarli lì. Non sa fare a meno del telefonino e delle vacanze al mare. Si occupa anche di Doppia Difesa, la fondazione a cui ha dato vita assieme a Michelle Hunziker. «Lavoriamo a sostegno delle donne che hanno subito violenze e maltrattamenti offrendo consulenza giuridica gratuita», precisa. Dunque, come è facile immaginare, la Bongiorno è un'icona. Quali consigli darebbe ai più giovani che intraprendono la carriera del penalista? «Un avvocato che dice non vedo l'ora che siano le 20 per andar via non può fare l'avvocato. Serve rigore massimo anche nelle cose minime. Bisogna gustare l'udienza, senza aspettare la sentenza. È necessario darsi dei piccoli obiettivi. E a tutti dico di osservare la regola del 5, che considero fondamentale, perché solo leggendo un foglio cinque volte si riesce a possederne il contenuto. Questa è la regola che deve ispirare tutti gli avvocati».

4 Gabriele Ventura, Italia oggi pag. 2 Bologna chiude tra le polemiche E De Tilla è in corsa per l'oua Si sono spenti i riflettori del Congresso nazionale forense. Ma non le polemiche interne all'avvocatura. Sì, perché se l'annunciato duplice obiettivo dell'appuntamento era, da un lato, quello di consegnare un testo di riforma della professione condiviso al ministro Angelino Alfano, e, dall'altro, quello di compattare la categoria, ebbene, su entrambi gli obiettivi il fallimento pare essere stato quasi totale. Il Consiglio nazionale ha infatti deciso all'ultimo di non presentare alcun testo a Bologna, complici i nodi ancora aperti su alcuni passaggi della bozza. E la cosa ha scatenato più di qualche malumore. Tra ordini e associazioni. Ai margini del convegno, tra un dibattito e l'altro pare ci sia stato anche un tentativo, fallito, di far partire dal congresso una raccolta firme anti-cnf. E il presidente dell'ordine di Roma, Alessandro Cassiani, nella giornata conclusiva avrebbe letto una mozione contro il Consiglio nazionale e la sua scelta di rimandare il dibattito sulla riforma, che però non sarebbe stata recepita né quindi presentata. In più, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, fino al giorno prima del congresso, la maggior parte dei vertici delle associazioni forensi era ancora convinta che il presidente Guido Alpa presentasse a Bologna un testo condiviso. In quanto all'oua, invece, occhi puntati sul nuovo presidente. Si era parlato di una mozione che cambiasse lo statuto e permettesse la rieleggibilità di Michelina Grillo. Ma non se n'è fatto nulla. E il nome che circola, tra gli addetti ai lavori, è quello di Maurizio de Tilla, ex presidente della cassa forense e oggi alla guida dell'adepp, l'associazione che rappresenta le casse previdenziali.

5 Tariffe pag. 2 I minimi tariffari dividono i giovani: il Bersani non colpisce tutti L'abolizione delle tariffe minime degli avvocati ha colpito i giovani legali e non gli studi d'affari. Sarebbe quindi fallito l'intento del decreto Bersani di favorire la concorrenza e dare la possibilità alla parte debole della categoria di emergere e dare del filo da torcere sul mercato. Per questo, i giovani avvocati dell'aiga hanno deciso di appoggiare in pieno il Consiglio nazionale forense nella sua battaglia politica per il ritorno dei minimi tariffari, partita a Bologna in occasione dell'ultimo congresso nazionale dell'avvocatura. «Crediamo che le tariffe minime siano una garanzia soprattutto per il cliente», spiega il presidente Giuseppe Sileci, «e quello che ci risulta è che i giovani siano stati i più esposti al rischio di dover accettare condizioni economiche penalizzanti e indecorose. Insomma, il decreto Bersani non ha portato alcun vantaggio per l'utenza, a meno che non si faccia riferimento a banche o enti pubblici, che impongono i compensi. E non ha innalzato il livello qualitativo delle prestazioni professionali». «I più colpiti dalle liberalizzazioni», sottolinea il presidente dell'aiga, «sono quindi i clienti privati e i giovani avvocati. E i più avvantaggiati gli enti pubblici, le grandi imprese e quegli studi legali già avviati con una clientela consolidata. La strada da seguire per migliorare la qualità delle prestazioni e favorire la concorrenza è ritornare ai minimi obbligatori e pretendere che i professionisti si sottopongano a un aggiornamento permanente, così il cliente può verificarne affidabilità e professionalità». «I giovani avvocati stanno già vivendo troppe difficoltà», conclude Sileci, «in primis perché i numeri sono ormai fuori controllo. E l'abolizione dei minimi ha solo peggiorato le loro condizioni di lavoro». A confermare che gli studi legali d'affari già avviati non hanno avuto la benché minima percezione dell'abolizione delle tariffe minime legali è proprio l'associazione che li rappresenta, Asla. «L'abolizione dei minimi non ha avuto nessuna rilevanza sull'attività degli studi legali associati», spiega il segretario generale Fulvio Pastore-Alinante, «per il semplice fatto che l'attività prevalente è quella stragiudiziale, dove è indicata solo la tariffa massima. Gli effetti si sono avuti sull'attività giudiziale, che però gli studi svolgono nel contenzioso commerciale, un settore dove di certo non si ricorre ai minimi tariffari». «In questi due anni», afferma Pastore-Alinante, «l'argomento non è mai neanche stato sollevato all'interno di Asla e non abbiamo avuto alcuna segnalazione o comunicazione. Anche se il decreto Bersani venisse abrogato, quello che conta, per noi, è il codice deontologico, che è stato ben riscritto dal consiglio nazionale forense». Asla approfondirà proprio domani i temi trattati al congresso nazionale di Bologna. Al Blue Note di Milano è in programma infatti l'assemblea degli studi membri dell'associazione, dove si parlerà delle ultime proposte dell'avvocatura.

6 Legali e mercato Roberto Miliacca, pag. 31 E se la crisi rappresentasse un'opportunità? Con la fine dell'anno arrivano, immancabili, i bilanci e i rapporti sull'andamento dell'economia e dell'occupazione. L'ultimo, in ordine di tempo, è stato quello dell'isfol presentato mercoledì a Roma. Un dato su tutti: dopo dieci anni circa di crescita dell'occupazione, per il 2008 ci si attende il ristagno. Le cause? Principalmente la crisi economica internazionale, che aveva già fatto sentire i suoi effetti sull'ultimo trimestre del 2007 e che si farà sentire, in maniera ancora più pesante, proprio nel 2008, anno nel quale viene previsto un arresto del processo espansivo dell'occupazione. Una piccola isola felice, però c'è, ed è rappresentata dal mondo delle professioni intellettuali. «Le proiezioni per stimano che l'occupazione proseguirà nel trend di crescita osservato nell'ultimo decennio, con un incremento di circa 1,2 milioni di unità (pari al 5%)», si legge nel rapporto. «Tale aumento sarà prevalentemente determinato dalle professioni a basso livello di qualifica (8%) e da quelle ad alto livello (quasi il 6%)... Nei prossimi anni le maggiori variazioni occupazionali riguarderanno proprio il gruppo delle professioni intellettuali e scientifiche, con una crescita dell'8,7% entro il 2012, dovuto prevalentemente agli specialisti in scienze gestionali, commerciali e giuridiche». Ma è anche un altro il dato che risalta dal rapporto Isfol: da una parte emerge, come dato positivo, che per la prima volta in Italia, i lavoratori diplomati raggiungono il 60% della forza lavoro complessiva, accompagnati dall'aumento anche dei lavoratori in possesso di un titolo universitario (15,7%); dall'altro, emerge che sta salendo anche il numero delle matricole universitarie (+5,6%) anche se si scelgono sempre più le facoltà del gruppo scientifico, con un netto calo per quelle giuridiche (-15%). Insomma, a leggerli bene questi dati, emerge che il mercato, aiutato dalla crisi, sta facendo la sua selezione. E sta creando una nuova opportunità per il mondo dell'avvocatura: quella di aiutare a scremare a monte le reali aspirazioni di coloro che ambiscono a indossare la toga, riparametrando in maniera più consona alle esigenze di un'economia dinamica come l'attuale, il fabbisogno di legali per il paese. Oggi, invece, l'avvocatura scoppia, e questo porta verso il basso il livello della competizione, mettendo a rischio la stessa qualità delle prestazioni professionali. Insomma, chissà che la crisi non possa rappresentare una grande opportunità per gli avvocati. Forse ancor più delle riforme più o meno condivise, della categoria.

7 Roberto Altesi, pag. 31 Valiamo Valgono quasi quanto una manovra finanziaria, gli avvocati. Con la loro attività, lo scorso anno, hanno realizzato lo 0,6% del prodotto interno lordo, cioè circa 9,2 miliardi di euro (per fare un raffronto basti pensare che solo per il 2009 la manovra finanziaria presentata dal ministro dell'economia Giulio Tremonti, vale 13,1 miliardi). Secondo la fotografia scattata al Congresso nazionale forense dal presidente del Cnf Guido Alpa, la quota di ricchezza prodotta dall'avvocatura dal 1980 a oggi si è più che sestuplicata: 28 anni fa era pari allo 0,1% (203 miliardi di euro), oggi è lo 0,6%. In crescita in questi anni sono stati tutti gli indicatori: innanzitutto i fatturati degli studi, passati in dieci anni dai circa 4 miliardi del 1996 agli oltre 9 miliardi del Ma in crescita sono anche i numeri dell'avvocatura, quasi quadruplicati in poco meno di 30 anni: nel 1980 i legali erano 45 mila, oggi superano i 200 mila (nel rapporto con la popolazione residente, questo vuol dire che dagli 0,8 avvocati ogni mille abitanti si è passati ai 3,1 avvocati ogni abitanti di oggi). Insomma, come spiega lo stesso Cnf, «il pil dell'avvocatura a livello di singolo avvocato si riduce, segno che la torta delle opportunità professionali offerte dal mercato è da dividere tra un numero sempre più numeroso di commensali». Così almeno, fino alla grande crisi dei mercati e all'entrata del paese in recessione, che sta rimettendo in discussione tutti questi numeri. O meglio, alcuni di questi. Perché se buona parte degli studi legali stanno registrando già da mesi una flessione dell'attività, il numero di nuovi aspiranti avvocati che tra qualche giorno si presenterà per sostenere l'esame di abilitazione, è in crescita, perché le professioni intellettuali, come ha spiegato Alpa, sono il maggior «ammortizzatore sociale del paese, quando le imprese non assumono e l'amministrazione non bandisce più concorsi». Il mondo dell'avvocatura, insomma, ora chiede al governo di dargli una mano, o meglio, di riconoscergli il doppio ruolo di motore dell'economia e di «ammortizzatore sociale». Un riconoscimento che potrebbe venire, per esempio, dal punto di vista fiscale, con la riduzione della pressione tributaria sugli studi. Un appello al collega Tremonti, che sta mettendo a punto un pacchetto di misure anticrisi, come la riduzione degli acconti Irpef, Ires e Irap di almeno 3 punti e l'introduzione dell'iva per cassa, perché si ricordi anche di loro. Potrebbe essere quel segnale di attenzione che la categoria chiede da tempo.

8 Gabriele Ventura, pag. 2 Arriva il legale pay per result Consulenza legale in 48 ore a 197 euro. Con il «marchio di garanzia» nientepopodimeno che dell'avvocato penalista e parlamentare del Pdl Gaetano Pecorella. Il servizio si chiama «Pronto consulenza»: basta chiamare un numero verde, comunicare il problema, pagare la tariffa e scegliere come avere la risposta, se via mail, via telefono o recandosi in studio. Soluzione entro due giorni, grazie al «Patto Sgromo», con la formula «legali pay per result». Si tratta del servizio offerto da un network legale (www.networklegalesgromo.com) ideato dall'avvocato Bruno Sgromo, grazie al quale, come promette dal sito il professionista, il privato cittadino o la piccola media impresa può trovare risposta alle sue beghe legali. Una trovata originale, non c'è dubbio, ma la vera novità è che sul sito campeggia la tariffa della consulenza: 197 euro + Iva (20%) e Cpa (Cassa previdenza avvocati) (2%), ovvero 241,13 euro. Una mossa che si muove sul filo del rispetto codice deontologico forense, che l'ordine degli avvocati ha sanzionato diverse volte a livello disciplinare. Ma è anche l'ennesimo segnale che una parte del mondo dell'avvocatura sta andando in controtendenza rispetto alle indicazioni di chi la tutela e la rappresenta, ovvero il Consiglio nazionale forense. In questo caso, poi, a testimoniare l'interesse anche «politico» alla modernizzazione della professione c'è pure l'avallo dell'ex presidente della commissione giustizia della camera, Pecorella, che, secondo quanto viene riportato nella home page del sito web dello studio, di fianco a una sua foto, ci tiene a tenere a battesimo l'iniziativa: «Anche questa volta Bruno (Sgromo, ndr) ha dimostrato di essere all'avanguardia nel settore. Il suo network offre un servizio efficace e puntuale, al passo con le nuove esigenze del mondo di oggi. Dimostra di sapersi mettere in gioco, anche a livello economico, condividendo un interesse comune con il cliente. Questa è una vera (e gradita) novità nel panorama legale italiano. Non posso che consigliarlo come una ottima soluzione». A dirci chi è Sgromo ce lo spiega lui stesso. Sul sito si presenta così: «Sono stato definito l'«avvocato imprenditore» per il mio nuovo modo di essere avvocato. Sto parlando di uno stile di nuova generazione, nel quale l'avvocato parla la lingua del cliente e ne capisce da vicino le esigenze creando servizi e strutture di pricing adeguate. Ecco perché la politica del network Sgromo è quella di fornire un servizio di consulenza pensata per i privati e le piccole e medie imprese». La sua squadra, che opera a Roma, è formata da altri otto professionisti, e il servizio «pronto consulenza» offre «la risposta più corretta per il tuo problema», garantita da una polizza assicurativa; a un costo «chiaro e trasparente, sai sempre prima quanto dovrai pagare, e se vai in causa paghi in base al risultato (gran parte della parcella viene condizionata dal risultato positivo che avrai ottenuto)». Il cliente, poi, ha garantito «uno specialista che si occupa di casi come il tuo (dieci ore al giorno e sei giorni su sette, lo fa con vera passione) e si è distinto in carriera per le sue prestazioni eccellenti». Se dovesse servire, poi, gli avvocati «ti seguiranno anche successivamente, con professionisti qualificati nella tua città». Il tutto, al «costo di due notti in albergo per avere la certezza di assumere l'atteggiamento giusto di fronte a un problema che se affrontato per tempo eviterà di sfociare in lunghe e costose vertenze legali». Diversi i campi di specializzazione della consulenza: diritto del lavoro, della famiglia, responsabilità medica, infortunistica stradale, recupero crediti, contratti, successioni, societario, amministrativo, penale, fiscale. E per ciascun campo c'è uno specialista ad hoc. Per esempio, chi avesse problemi sul lavoro sarà seguito da Roberto Adinolfi, specialista da dieci anni: «Nel corso della mia carriera», spiega l'avvocato, «ho visto diversi tentativi di sopruso da parte dei datori di lavoro e casi di negligenza da parte dei lavoratori, situazioni poco chiare e episodi di cattiva gestione delle vertenze. Parliamo la tua lingua, ti offriamo chiarezza e trasparenza Il nostro

9 linguaggio nei tuoi confronti è sempre semplice e chiaro, come i nostri costi e i nostri servizi (lo vedi già da questa pagina web). Il nostro è uno studio con oltre 40 anni di storia e noi siamo avvocati con mentalità di nuova generazione». Per poi concludere, testualmente: «prevenire è meglio che curare soprattutto nel campo legale!». Sarebbe meglio anche nel campo dell'ortografia.

10 Alessia Grassi, pag. 9 Strateghi in aula e nello studio Competenza, preparazione, esperienza e correttezza sono alcuni dei valori che gli studi legali vorrebbero comunicare, nel rispetto, si intende, della dignità e del decoro della professione. Ma decidere come e a chi veicolare questi messaggi è questione di strategia. «In fase di elaborazione della strategia è importante comprendere quale sia il mercato di riferimento, i competitors su cui ci si vuole parametrare e quali i target da raggiungere, interni ed esterni allo studio», suggerisce Claudio Cosetti, partner dell'agenzia Barabino & Partners. «Quindi prima di iniziare una qualsiasi attività bisogna svolgere un'analisi preliminare che faccia emergere gli elementi che caratterizzano lo studio e i professionisti che vi lavorano, la loro «filosofia», i settori di intervento in cui si eccelle, ma anche come lavora la concorrenza, cosa si fa di diverso, magari in più, per il cliente. «Nella definizione di una strategia di comunicazione è fondamentale individuare, a priori, quale sia il posizionamento obiettivo dello studio, in termini di messaggi chiave, aree di competenza percepite e competitors di riferimento, e confrontare questo posizionamento con quello percepito effettivamente sul mercato e sui media», «L'individuazione del gap di comunicazione permette di delineare un piano coerente per obiettivi, timing, messaggi e soprattutto azioni da implementare». Le fasi della strategia: Quindi, una volta capito il «chi siamo» e cosa vogliamo comunicare, occorre definire «a chi». Il destinatario dei messaggi di comunicazione non è così scontato come potrebbe sembrare. Oltre infatti ai potenziali clienti, nei confronti dei quali il codice deontologico consente un'attività di informazione, target interessanti potrebbero essere i colleghi, sia dello stesso studio delineando attività di comunicazione interna sia che lavorano presso uffici legali di aziende clienti, ma anche il cliente «persona fisica» o, ancora, i media, i decision makers o una determinata comunità. Insomma, quello che in gergo viene chiamato la segmentazione del target. Ovviamente non è detto che l'obiettivo e il target siano sempre gli stessi, anzi, è molto probabile che nel lungo periodo cambieranno, proprio per questo una strategia o un piano di comunicazione vincenti devono avere un timing, un piano di sviluppo temporale, che è opportuno monitorare ed aggiornare costantemente, seguendo l'obiettivo. L'errore più frequente è quello di fare iniziative «spot», fini a se stesse, dettate da circostanze particolari, utilizzando strumenti di comunicazione non in base alla loro funzionalità, ma per le ragioni più diverse (per es.: il sito internet perché ormai «ce l'hanno tutti»). Affinché una strategia funzioni deve essere organica, comprendere più strumenti, coinvolgere tutti gli attori (in uno studio legale ben strutturato avranno un ruolo anche i praticanti, le segreterie, i collaboratori esterni). Se poi una strategia è vincente lo dimostrano i risultati. Certo non mancheranno le «crisi», infatti la comunicazione in questi casi, quella che gli addetti ai lavori chiamano «crisis management», è un altro aspetto della comunicazione. Alla fine il controllo :La valutazione dei risultati, cioè la fase finale di controllo sul piano di comunicazione, è l'ultimo passaggio, chiave, di una strategia vincente. Al di là del fatto che si siano centrati o meno gli obiettivi inizialmente fissati, bisogna individuare gli effetti delle varie azioni su tutto il pubblico di riferimento. Così, ad esempio, potrebbe emergere che l'organizzazione di un seminario, pensato per rafforzare i legami con i clienti esistenti ed evidenziare il know-how degli avvocati in un certo settore, ha poi creato attriti tra i professionisti dello studio, a spese del clima interno, oppure che alcune pagine del sito internet cui si era data scarsa rilevanza sono state, invece, le più cliccate. Insomma, l'analisi attenta di quanto fatto, permette di focalizzare i nuovi messaggi della comunicazione, rielaborare gli strumenti e ottimizzare le risorse dando l'avvio, di fatto, ad un nuovo piano strategico.

11 pag. 9 Come organizzarsi Con il parere n. 65, del , il si è espresso sulla possibilità di svolgere attività di pubblicità informativa, quindi a maggior ragione attività di comunicazione, attraverso una apposita stabile organizzazione, e la sua compatibilità con il codice deontologico. Fermo restando «il divieto di ogni condotta diretta all'acquisizione di rapporti di clientela a mezzo di agenzie o procacciatori o con modi non conformi alla correttezza e al decoro», «l'esistenza di una specifica funzione informativa stabilmente strutturata all'interno o all'esterno dello studio professionale di per sé non viola la norma deontologica, a condizione che il contenuto dell'informazione comprenda le indicazioni obbligatorie (art. 17-bis, comma 1) senza eccedere rispetto alle facoltative (art. 17-bis, comma 2) e sempre che le modalità di esercizio di tale attività non risultino in concreto contrastanti con la dignità ed il decoro professionali. Ove l'attività della struttura dedicata dovesse poi trascendere la sfera dell'informazione per proporsi l'assunzione di rapporti clientelari potrebbe nel concreto risultare violato l'art. 19 del codice deontologico sia sotto il profilo dell'intermediazione sia per modalità (non altrimenti tipizzate dalla regola) che eventualmente fossero rilevate non conformi alla correttezza ed al decoro professionali».

12 pag. 10 Fascicoli, conservare con cura Privacy Uno dei problemi affrontati, ma non del tutto definiti dal codice, riguarda la conservazione dei fascicoli nell'archivio di studio. Si parte dal principio per cui la fine del processo non implica l'obbligo di cancellare i dati o distruggere i fascicoli. L'articolo 4 del codice privacy precisa che la definizione di un grado di giudizio o la cessazione dello svolgimento di un incarico non comportano un'automatica dismissione dei dati. Ci sono ragioni che giustificano la conservazione (magari in forma elettronica) di atti e documenti una volta estinto il procedimento o il di mandato. Le ragioni attengono a esigenze difensive della parte assistita o dello stesso avvocato e la valutazione deve essere fatta caso per caso. Se anonimizzati i dati possono essere usati per pubblicazioni e ricerche scientifiche. Le informazioni possono, inoltre, essere conservate per adempiere a specifici obblighi normativi, anche in materia fiscale e di contrasto della criminalità: in questo caso possono essere custoditi i soli dati personali effettivamente necessari. L'art. 4 del codice si occupa anche della dismissione dei dati, fissando i passaggi procedurali. L'avvocato deve darne previa comunicazione alla parte assistita; solo dopo potrà distruggere, cancellare o consegnare all'avente diritto o ai suoi eredi la documentazione integrale dei fascicoli degli affari trattati e le relative copie. Naturalmente se la pratica passa a un altro legale, in caso di revoca o di rinuncia al mandato, la documentazione acquisita è rimessa, in originale, al difensore che subentra formalmente nella difesa. Se la documentazione non può essere consegnata ad altri, la documentazione dei fascicoli, decorso un congruo termine dalla comunicazione all'assistito, è consegnata al consiglio dell'ordine di appartenenza ai fini della conservazione per finalità difensive.

13 Italia oggi pag. 10 L'informativa sui dati va fornita sempre al cliente, scritta o orale L'informativa agli interessati è prevista all'articolo 13 del codice della privacy. L'avvocato deve fornirla al cliente, ai dipendenti e ai soggetti in genere di cui tratta i dati personali. Il codice deontologico contiene alcune specificazioni in merito all'informativa: può non comprendere gli elementi già noti alla persona che fornisce i dati e può essere caratterizzata da uno stile colloquiale e da formule sintetiche adatte al rapporto fiduciario con la persona assistita o, comunque, alla prestazione professionale. Altra specificazione (in questo il codice deontologico non innova) chiarisce che l'informativa può essere fornita, anche solo oralmente e, comunque, una tantum rispetto al complesso dei dati raccolti sia presso l'interessato, sia presso terzi. Il codice sottolinea che non sono raccolti presso l'interessato i dati provenienti da un rilevamento lecito a distanza, soprattutto quando non sia tale da interagire direttamente con l'interessato. L'informativa, per regola generale, è, infatti, dovuta anche quando si raccolgono dati presso terzi, ma gli avvocati possono avvalersi a questo proposito di una particolare agevolazione: hanno la possibilità di omettere l'informativa stessa per i dati raccolti presso terzi, qualora gli stessi siano trattati solo per il periodo strettamente necessario per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per svolgere investigazioni difensive. In sostanza l'avvocato potrà raccogliere e utilizzare informazioni di terzi (ad esempio la controparte) senza fornire l'informativa, purché il trattamento sia mantenuto nei limiti necessari alle esigenze difensive. L'articolo 3 del codice aggiunge la prescrizione dell'informativa unica: l'avvocato può fornire in un unico contesto, anche mediante affissione nei locali dello studio e, se ne dispone, pubblicazione sul proprio sito Internet, anche utilizzando formule sintetiche e colloquiali, l'informativa sul trattamento dei dati personali (articolo 13 del codice) e le notizie che deve indicare ai sensi della disciplina sulle indagini difensive. Antonio Ciccia, pag. 10 La riservatezza entra nello studio Un altro codice deontologico per gli avvocati. È il codice privacy (licenziato dal Garante il 6 novembre 2008) che si aggiunge a quello forense e fornisce in maniera definitiva le linee direttive per l'applicazione del codice sulla protezione dei dati personali. Va notato che il codice deontologico non si caratterizza per particolari elementi di novità e riveste in gran parte carattere riepilogativo. In gran parte si tratta di esplicitazioni e chiarificazioni in gran parte anticipate dal parere del 3 giugno 2004 rilasciato dal Garante al Consiglio nazionale forense. Già in quella occasione il Garante aveva ricordato che: a) l'avvocato deve designare per iscritto avvocati, praticanti, collaboratori e personale amministrativo quali incaricati del trattamento; -b) il cliente deve ricevere un'informativa, orale o scritta, prima del trattamento dei dati; c) non occorre richiedere il consenso del cliente quando il trattamento dei dati è necessario per adempiere agli obblighi del mandati professionale; d) la maggior parte dei trattamenti di dati effettuati nell'esercizio dell'attività forense non è soggetta a notificazione. Ora il codice deontologico 2008 dettaglia gli adempimenti in un quadro formale: chi non adempie sarà passibile, non solo di richieste risarcitorie dai clienti (pregiudicati dalle negligenze del legale), ma anche di contestazioni del Garante e anche dei consigli dell'ordine.

14 pag. 10 Il consenso non serve per le attività giudiziarie Per l'ordinaria attività dell'avvocato il consenso non è richiesto. Il codice deontologico precisa che il consenso dell'interessato, infatti, non va richiesto per adempiere a obblighi di legge e non occorre per i dati anche di natura sensibile utilizzati per perseguire finalità di difesa di un diritto anche mediante investigazioni difensive. Non va dimenticato, anche, che il consenso non è richiesto per eseguire gli obblighi derivanti da un contratto: e il rapporto tra cliente e avvocato è, appunto, un rapporto contrattuale. La non necessità del consenso riguarda sia i dati trattati nel corso di un procedimento, anche in sede amministrativa, di arbitrato o di conciliazione, sia nella fase propedeutica all'instaurazione di un eventuale giudizio, anche al fine di verificare con le parti se vi sia un diritto da tutelare utilmente in sede giudiziaria, sia nella fase successiva alla risoluzione, giudiziale o stragiudiziale della lite. Non c'è dunque bisogno del consenso per un gran numero di attività tipiche della professione forense sia prima che dopo il giudizio. Ciò è molto importante se, in prospettiva, le attività conciliative dovranno equiparare le attività contenziose. Non si deve, tuttavia, scambiare la regola dell'esonero dal consenso quasi come un completo esonero da ogni incombenza. I dati, insomma, vanno divisi in due categorie: quelli relativi all'ordinaria attività del legale, e quelli cosiddetti sensibili. Per questi ultimi, o meglio per quelli che potremmo definire supersensibili, e cioè quelli idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, deve essere rispettato il principio del «pari rango»: l'avvocato può trattare tali dati solo se il diritto che si intende tutelare, anche derivante da atto o fatto illecito, è «di rango pari a quello dell'interessato, ovvero consistente in un diritto della personalità o in altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile». pag. 11 La notifica al garante si può fare via computer Il codice di deontologia, che verrà presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, entra in vigore il 1 gennaio 2009 ed è stato sottoscritto dal Consiglio nazionale forense, dall'unione camere penali, dell'unione camere civili, dall'unione avvocati europei, dall'associazione italiana giovani avvocati, dall'organismo unitario dell'avvocatura italiana, da Federpol e da Aipros. Secondo il codice, la notificazione è prevista dall'articolo 37 del codice della privacy e consiste in una comunicazione telematica al garante in cui si segnalano particolari trattamenti, ritenuti dalla legge molto delicati. Sulla notificazione è intervenuto l'articolo 29 del decreto legge 112/2008, che ha riformulato i contenuti del modello di notifica telematica. Il codice deontologico ha precisato che la notificazione non è richiesta per innumerevoli trattamenti di dati effettuati per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, o per svolgere investigazioni difensive.

15 pag. 11 Bisogna designare chi tocca i fascicoli L'avvocato è tenuto alla designazione di incaricati e di eventuali responsabili del trattamento. Questo adempimento scatta ogni volta che il legale si avvale di soggetti che possono utilizzare legittimamente i dati: colleghi, collaboratori, corrispondenti, domiciliatari, sostituti, periti, ausiliari e consulenti che non rivestano la qualità di autonomi titolari del trattamento. I collaboratori non vanno solo designati ma devono essere controllati nello svolgimento delle mansioni; a essi l'avvocato deve dare precise istruzioni da osservare a seconda del ruolo di sostituto processuale, di praticante, con o senza abilitazione al patrocinio, di consulente tecnico di parte, perito, investigatore privato o altro ausiliario che non rivesta la qualità di autonomo titolare del trattamento, di stagista o di amministrativo.

16 Antonio Ciccia, pag. 20 Sotto controllo il denaro contante Professioni Antiriciclaggio Sotto controllo il denaro contante in entrata e in uscita dalla Ue. Questo l'obiettivo dello schema di decreto legislativo di riforma delle norma valutarie, che ha il dichiarato scopo di arginare fenomeni di riciclaggio e che entrerà in vigore al 1 gennaio Il testo aggiorna e modifica il decreto legge 167/1990, che in origine prevedeva la soglia dei 20 milioni. In Europa si sono adottate nel tempo diverse normative, periodicamente riviste. La fonte di riferimento in questa materia è rappresentata dal regolamento CE n. 1889/2005, recepito con lo schema di decreto legislativo in esame. Con il citato regolamento comunitario è stato previsto che è tenuta ad effettuare un'apposita dichiarazione (scritta, orale o elettronica) ogni persona fisica che, in entrata nell'unione europea o in uscita dalla stessa, trasporti per importi pari o superiori a 10 mila euro di denaro contante, strumenti negoziabili al portatore (per esempio assegni), strumenti monetari emessi al portatore (per esempio travellers cheques) o strumenti incompleti firmati ma privi del nome del beneficiario. Con il decreto legislativo in itinere si aggiorna il quadro normativo, innanzi tutto, abbassandolo la soglia da cui scatta l'obbligo di dichiarazione per i movimenti extracomunitari di contante: dai euro, è stata abbassata a 10 mila euro. Si prevede, inoltre, un maggiore dettaglio nelle informazioni fornite nella attestazione e si dispone un maggiore coordinamento tra le autorità nazionali di vigilanza e controllo. Dunque abbiamo una stessa soglia (10 mila euro) sia per i trasferimenti intra-comunitari (decreto ministeriale del 15 giugno 2007, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 145 del 25 giugno 2007) sia per i trasferimenti extracomunitari. Il decreto legislativo contiene anche il modello di dichiarazione aggiornato: lo stesso contiene in calce l'informativa sulla riservatezza dei dati personali (articolo 13 codice della privacy). Quanto agli aspetti tecnici lo schema di decreto legislativo individua l'organo competente a ricevere la dichiarazione nell'agenzia delle dogane. Da segnalare l'innovativa l'eliminazione della possibilità di effettuare la dichiarazione nel termine di 48 ore posteriori o antecedenti al passaggio tranfrontaliero tra i paesi membri della Comunità. La novità è stata ritenuta opportuna per per impedire a soggetti comunitari di rendersi irreperibili, dopo essersi appellati a tale facoltà. I funzionari dell'agenzia delle dogane e i militari della guardia di finanza hanno assegnati i poteri di accertamento e contestazione. Una volta elevati i verbali di contestazione devono essere conservati in forma nominativa per la durata di dieci anni. Per chi viola l'obbligo di dichiarazione, innanzitutto, è previsto il sequestro delle somme eccedenti di 10 mila euro trasferite o che si tentano di trasferire; nel sequestro si darà priorità per banconote e monete in circolazione e, in mancanza o incapienza, per strumenti negoziabili al portatore di facile e pronto realizzo. Per un effettivo utilizzo delle somme lo schema di decreto prevede, in maniera innovativa, che le somme confluiscano nel fondo unico (articolo 61, comma 23 decreto legge 112/2008), che può essere utilizzato anche dalla società di gestione del credito riferito alle spese di giustizia (articolo 1,comma 367, legge 244/2007). Resta, invece, invariato l'importo della sanzione amministrativa pecuniaria in caso di violazione dell'obbligo di dichiarazione, pari al 40% dell'importo eccedente trasferito o che si tenta di trasferire. Peraltro il contravventore può avvalersi della possibilità di oblazionare.il soggetto cui è stata contestata una violazione può chiederne

17 l'estinzione effettuando un pagamento in misura ridotta pari al 5% del denaro contante eccedente la soglia, e comunque, non inferiore a 200 euro. Il pagamento può essere effettuato all'agenzia delle dogane o alla guardia di finanza al momento della contestazione, o al ministero dell'economia e delle finanze, entro dieci giorni dalla stessa. Le richieste di pagamento in misura ridotta ricevute dalla guardia di finanza, con eventuale prova dell'avvenuto pagamento, sono trasmesse all'agenzia delle dogane. Qualora il pagamento avvenga nei dieci giorni dalla contestazione, il ministero dell'economia e delle finanze dispone la restituzione delle somme sequestrate entro dieci giorni dal ricevimento della prova dell'avvenuto pagamento. Non è, però, possibile il pagamento in misura ridotta se l'importo del denaro contante eccedente la soglia supera 250 mila euro e se il trasgressore si sia già avvalso della stessa facoltà oblatoria, nei 365 giorni antecedenti la ricezione dell'atto di contestazione concernente l'illecito per cui si procede. Il pagamento in misura ridotta, se è possibile, estingue l'illecito. Nel caso di pagamento contestuale non si procede al sequestro. Qualora il pagamento avvenga nei dieci giorni dalla contestazione, il ministero dell'economia e delle finanze dispone la restituzione delle somme sequestrate entro dieci giorni dal ricevimento della prova dell'avvenuto pagamento. La data di entrata in vigore del decreto legislativo è fissata al 1 gennaio 2009 per consentire all'agenzia delle dogane l'adeguamento e l'implementazione dei propri sistemi informatici.

18 Giustizia Vittorio Grevi, Corriere della Sera pag. 38 Alfano, una riforma buona a metà Non si sono ancora spente (e anzi torneranno presto a svilupparsi) le discussioni e le polemiche suscitate dall'iniziativa del ministro Alfano diretta a modificare il sistema penale in materia di sospensione condizionale della pena e di sospensione del procedimento per «messa alla prova» dell'imputato. Un'iniziativa che muove da una premessa giusta (per cui nessun «beneficio» penale deve essere concesso «senza contropartita» da parte di chi ne usufruisca), ma che approda poi, sul terreno del processo, a estensioni assai opinabili. A quanto risulta, una prima importante proposta contenuta nel progetto Alfano riguarda una nuova disciplina della sospensione condizionale della pena, cioè del beneficio che il giudice può concedere tutte le volte in cui pronunci una sentenza di condanna a una pena non superiore ai due anni, sul presupposto che il condannato si asterrà dal commettere ulteriori reati. Un beneficio che oggi viene concesso in modo pressoché automatico, quasi si trattasse di un vero e proprio diritto per ogni condannato a quel tipo di pena (sempreché già non ne abbia goduto), traducendosi perciò in una forma di esenzione «a costo zero» dal carcere o comunque dalla sanzione penale, a favore di tali condannati. Da tempo si è posta in luce, però, l'esigenza che il provvedimento sospensivo della pena venga accompagnato dalla sottoposizione del condannato a particolari obblighi (per esempio, al risarcimento del danno, che già oggi il giudice può imporgli, anche se accade di rado), i quali rappresentino una sorta di contrappeso rispetto al beneficio in tal modo elargito. E appunto in questa prospettiva si colloca la proposta di subordinare sempre la sospensione condizionale della pena all'obbligo del condannato di svolgere un lavoro a vantaggio della collettività: così da rendere evidente, non foss'altro sul piano simbolico, che, anche in ipotesi del genere, il reato commesso comporta comunque un qualche «prezzo» a carico del suo autore accertato, sebbene esente da pena. Una idea valida, dunque, e non priva di utili riflessi anche per il messaggio che potrà derivarne all'opinione pubblica. Purché, naturalmente, esistano strutture e servizi sociali sufficienti per dare concretezza agli obblighi imposti ai condannati, e per controllarne l'osservanza. Diverso è il discorso, invece, con riferimento alla proposta concernente l'allargamento anche agli imputati adulti dell'istituto della sospensione del processo con «messa alla prova», oggi previsto solo nel sistema processuale minorile, ed evidentemente ispirato (nel quadro delle molte peculiarità risocializzanti proprie di questo sistema) all'esigenza di offrire una significativa chance di anticipato recupero sociale al minorenne imputato: attraverso il suo esonero dal giudizio, proiettato fino alla cancellazione del reato, nel caso di positivo adempimento alle prescrizioni di condotta cui sia stato sottoposto. Tuttavia, ciò che si giustifica nel processo minorile, difficilmente potrebbe ammettersi nel sistema processuale ordinario, dove non si profilano come prioritarie analoghe esigenze socializzanti degli imputati, prima della sentenza di condanna. Sicché un istituto siffatto potrebbe apprezzarsi solo in vista di un risultato di deflazione processuale, cioè di alleggerimento della grande massa dei processi pendenti. Il tutto, però, sulla base di una rinuncia dello Stato alla funzione tipica della giustizia penale, che consiste, quanto meno, nell'accertamento dei fatti e delle responsabilità.si tratta di una scelta delicata, sulla quale sono emerse divergenti valutazioni. Tanto è vero che una proposta similare -condivisa dall'associazione nazionale magistrati -era già stata avanzata in passato dal ministro Mastella, e oggi risulta ripresa anche in disegni di legge dell'opposizione, sia pure con riferimento agli imputati di un'assai più ristretta cerchia di reati (quelli puniti con pena massima fino a due, ovvero a tre anni, mentre nel progetto Alfano si arriva alla pericolosa soglia dei quattro anni).

19 Senonché, al di là di questo aspetto -peraltro fondamentale in vista di una scelta legislativa -ciò che lascia soprattutto perplessi è la circostanza che, in certi casi, l'esercizio doveroso dell'azione penale, e quindi della giurisdizione, possa venire sospeso, per il solo fatto che l'imputato chieda di essere «messo alla prova»: col risultato di evitare così non solo la pena, ma anche il processo, semplicemente accettando il vincolo di assoggettarsi a determinate prescrizioni, tra cui l'obbligo di un lavoro di pubblica utilità. Davvero un po' poco, di fronte alla proclamata (e sacrosanta) esigenza di effettività dei processi, di repressione dei reati e di certezza delle pene. Marisa Fumagalli, Corriere del Sera pag. 20 Tribunale senza soldi Le toghe portano carta igienica e sapone Carta cercasi per gli uffici giudiziari di Venezia. Non per i fascicoli: questi sono una montagna, accatastati anche sul pavimento. Quella per le fotocopie non è abbondante, ma c'è. Bisogna passare nelle toilette per capire dove sta la carenza. Manca la carta igienica. Oltre al sapone e agli asciugamani. Insomma, gli articoli di igiene personale. La denuncia arriva dal Gazzettino, che ha raccolto gli sfoghi di impiegati e magistrati. Un genere di fornitura raccontano che sarebbe assente da anni, e, nel frattempo, ognuno ha preso l'abitudine di arrangiarsi con dotazioni proprie. La notizia fa sorridere, certo. Ma è la spia delle condizioni precarie in cui versano i palazzi di Giustizia. «Siamo senza macchine, senza benzina, senza personale. Lo sanno tutti che i tribunali sono al disastro osserva il procuratore generale Ennio Fortuna. Il dettaglio di questo materiale di consumo fa colore, ma non è la cosa più tragica». Il concetto viene ribadito da altri colleghi. Che, alla domanda diretta, «lei si porta o no la carta igienica da casa?», tendono a svicolare. Lasciano intendere, senza ammetterlo esplicitamente. Diamine, non è decoroso parlare di certe cose. Chi, vagamente irritato, lo dice chiaro e tondo, è il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni: «Per dignità personale, mi rifiuto di fare dichiarazioni di questo genere. Invece di piangerci addosso, di piegarci al folklore, parliamo piuttosto di cose serie e importanti». Ok. Il cahier des doléances degli uffici giudiziari, messi a stecchetto, è un altro: mancanza di spazi, organici ridotti all'osso, mezzi di servizio insufficienti, eccetera. Tuttavia, si potrebbe anche raccontare qualcosina sui servizi igienici. O no? Lo fa il pm Carlo Nordio, trent'anni di servizio presso la Procura veneziana, con un battuta: «Il rotolo? Pazienza se non c'è, meglio i Procuratore Vittorio Borraccetti (alle spalle il pm Luca Marini) critica il taglio dei fondi: «Ci limita anche l'indispensabile» fazzolettini di carta. Sono più igienici». E avanza una considerazione: «E' abbastanza normale che i bagni degli uffici pubblici siano sprovvisti di questo materiale. Succede anche perché, nonostante lo scarso valore, è soggetto a furti». Poi, spezza una lancia a favore del personale delle pulizie del Palazzo di Giustizia di Rialto: «Lavora benissimo, fa il meglio che può». E conclude: «L'igiene del Tribunale è la cosa che funziona meglio, rispetto a tutto il resto». Qui, interviene il procuratore capo Vittorio Borraccetti, per ribadire: «Carta igienica sì o no, che importa? Si può rimediare altrimenti; i problemi veri sono altri. Il taglio dei fondi ci limita anche l'indispensabile. Tre motoscafi di servizio guasti, che non vengono riparati. Idem per le auto. Presentiamo i preventivi e le somme non vengono accreditate. Idem per stampanti e fotocopiatrici. Inoltre, le cataste di fascicoli giudiziari, posate ovunque, sono a rischio sicurezza».

20 Il Messaggero pag. 9 Emergenza giustizia, corsa ad ostacoli del Governo Che la giustizia italiana dovesse essere considerata una vera emergenza nazionale era chiaro fin dal momento dell insediamendo del nuovo governo Berlusconi. Con i suoi quattro milioni di processi civili pendenti, con una spesa inferiore in Europa solo a quella della Germania, il nostro sistema giudiziario è di gran lunga il più disastrato del continente. E in questa situazione di degrado erano germogliate altre distorsioni incredibili, da quella del ricorso massiccio - e talvolta improprio - alle intercettazioni telefoniche, a quello della eccessiva lunghezza e fallibilità dei processi penali, che oltre a non fornire una adeguata risposta alla naturale istanza di giustizia richiesta da un sistema democratico, hanno costretto l erario a sborsare centinaia di milioni di euro per gli errori giudiziari e l eccessiva durata dei giudizi. Ecco perchè il Guardasigilli Angelino Alfano ha cominciato la sua corsa contro il tempo. Lavori socialmente utili emessa in prova per alleggerire i ruoli penali: L'idea è quella di introdurre i lavori socialmente utili come pena accessoria subito dopo la sentenza, da assegnare a chi avrebbe i requisiti per avere la sospensione condizionale della pena, cioè una condanna a meno di due anni di reclusione. Lo stesso principio sarà applicato ai processi in corso, consentendo solo agli indagati incensurati per reati puniti nel massimo a quattro anni, di chiedere la sospensione del processo e svolgere lavori socialmente utili per un periodo deciso dal giudice. Nel testo è chiarito che si tratta di lavori non retribuiti da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, gli enti di assistenza o di volontariato, per una durata settimanale non inferiore alle otto ore e non superiore alle ventiquattro, per un periodo non inferiore ai dieci giorni e non superiore ai due anni. E ancora, i lavori di pubblica utilità dovranno essere obbligatoriamente sospesi nei casi di donne incinte, madri con figli inferiori a un anno, malati di Aids; sospensione solo facoltativa, invece, per chi si trova in condizione di grave infermità fisica o è madre con bimbi di età inferiore ai tre anni. Il ddl del governo arriverà in consiglio dei ministri venerdì prossimo con la messa in prova per gli indagati per reati che prevedono la pena massima al disotto dei quattro anni. Ma dal ministero della Giustizia fanno sapere che c è la massima apertura a discutere eventuali limature. Il nodo intercettazioni per garantire la privacy consentire le indagini: Alla fine sarà un emendamento del governo a sbloccare una situazione che sembra rischiare lo stallo. Il ddl sulle intercettazioni, che nelle intenzioni di Palazzo Chigi sarebbe dovuto entrare in vigore in tempi rapidissimi, è uscito di fatto dalla corsia preferenziale del legislatore. Il ddl è fermo in Commissione Giustizia della Camera, dove la presidente Giulia Bongiorno conta di licenziarlo entro Natale, connotandolo però di una certa carica di definitività, in modo da favorire un passaggio blindato in aula a Montecitorio e poi al Senato. L orientamento è quello di limitare ad una serie ristretta di reati la possibilità di svolgere intercettazioni formali (criminalità organizzata, corruzione e terrorismo) e di lasciare aperta la porta ai pm di svolgere intercettazioni cosiddette informative, per acquisire notizie sulle quali poi cercare riscontri probatori con le indagini tradizionali. Carriere separate e riforma del Csm:Il Guardasigilli Angelino Alfano lo ripete quasi in ogni occasione pubblica: «Questo governo non riterrà compiuta la sua missione prima di aver provveduto ad una separazione netta delle carriere di pm e giudici». La questione è centrale, perchè riguarda effettivamente la mancata realizzazione della norma costituzionale sul giusto processo, che prevede l assoluta parità di avvocati difensori e pubblici ministeri davanti al giudice terzo. La conseguenza diretta di una riforma di questo calibro, però, è la necessità di modificare l attuale struttura del Consiglio Superiore della Magistratura, prevedendo una sezione Disciplinare distinta per i giudici e per i pubblici ministeri. Si tratta di due modifiche per le quali è necessario ritoccare alcuni articoli della Costituzione; e tuttavia il governo ha in progetto di farlo entro il dicembre 2009.

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