IL PROBLEMA DEL LEVERAGE DELLE ISTITUZIONI FINANZIARIE

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1 GESTIONE DEL CAPITALE Elisabetta Montanaro a.a Appunti introduttivi alla regolamentazione di Basilea IL PROBLEMA DEL LEVERAGE DELLE ISTITUZIONI FINANZIARIE La struttura finanziaria delle banche si caratterizza per l elevato livello del leverage. In media il rapporto Capitale/Totale Attivo (E/TA) delle banche si stima intorno al 4%: questo significa che a fronte di un attivo di 100 la banca si finanzia con 96 unità di debito e con 4 unità di capitale. In altre parole, l attivo è 25 volte il capitale e il debito (D) è 24 volte il capitale. La perdita di valore del 4% delle attività porta all azzeramento del capitale e quindi all insolvenza. Diversi indicatori per misurare il leverage: E/TA = 4% 1- E/TA = D/TA =96% TA/E = 25 TA/E 1 = D/E = 24 La specificità delle banche è evidente se si confronta la loro struttura finanziaria con quella delle imprese non finanziarie. Mediamente le imprese non bancarie hanno un rapporto E/TA intorno al 40%, ossia hanno un leverage (TA/E) di 2,5, circa 1/10 di quello delle banche. La maggiore capacità d indebitamento delle banche dipende, in parte, dal fatto che solo esse possono finanziarsi con depositi, ossia con passività che hanno funzione monetaria e che quindi beneficiano delle tutele previste dagli ordinamenti bancari a favore dei depositanti e a difesa del sistema dei pagamenti (assicurazione dei depositi; prestito di ultima istanza delle banche centrali). Questo però non spiega tutta la differenza. Anche escludendo i depositi, il leverage delle banche resterebbe molto più alto di quello delle altre imprese: la peculiare capacità d indebitamento delle banche, confermata dal loro leverage elevato, si spiega per il basso rischio di fallimento che tradizionalmente ha caratterizzato le banche. I LEVERAGE E RISCHIO. RICHIAMI Il leverage influisce sulle performance delle banche: livello e variabilità del ROE sono associati al leverage in funzione diretta. Valori di leverage crescenti comportano un aumento del valore del ROE, ma anche un aumento della sua variabilità. Una maggiore variabilità del ROE significa un maggior rischio di impresa. Si dimostra 1 che vale la relazione: ROE = ra + (ra-ip)*d/e Ossia: il rendimento del capitale cresce linearmente con il rapporto di indebitamento D/E Dove: ra = (ricavi CO-CR)/TA ricavi = interessi attivi, commissioni e utili da negoziazione CO = costi operativi CR = costi per il rischio (rettifiche e svalutazioni) 1 Definendo R i ricavi al netto dei costi operativi e per il rischio, ra = R/(E+D) e Roe = (R ipd)/e. Da cui: ROE*E = ra*(e+d) ip*d, ossia ROE*E = ra*e+ ra*d ip*d. Ne segue che ROE = ra+ (ra-ip)*d/e. 1

2 TA = valore totale attivo D = debiti E = capitale = A-D IA = totale dei ricavi per interessi, commissioni e utili da negoziazione, al netto dei costi operativi e dei costi per il rischio = ra*ta IP = costi per interessi passivi =ip*d ip = tasso medio del passivo = IP/D UN = utile netto ROE = UN/E Leverage TA/E = 11 D/E =10 Variabili Tempo 1 base Tempo 2 espansione Tempo 3 recessione ip 2% 2% 2% ra 3% 4% 2% Δra - +1% (100 p.b) -1% (-100 p.b.) Ra -ip 1% 2% 0 ROE 13% 24% 2% ΔROE - +11% (100 p.b*11) -11% (-100 p.b.*11) Media ROE 13% Dev.St ROE 8,98% Leverage TA/E = 26 D/E = 25 Variabili Tempo 1 base Tempo 2 espansione Tempo 3 recessione ip 2% 2% 2% ra 3% 4%=+1% 2% = -1% Δra - + 1% -1% Ra-ip 1% 2% 0 ROE 28% 54% 2% ΔROE % (100 p.b.*26) -26% (-100 p.b.*26) Media ROE 28% Dev.St. ROE 21,23% Al crescere del leverage, aumenta il livello ma anche la variabilità del ROE: il che implica un trade-off fra redditività e rischio. III. LEVERAGE E REDDITIVITÀ - DETERMINANTI DEI PROCESSI DI CRESCITA DELL INTERMEDIAZIONE Le banche hanno un incentivo alla crescita del leverage per massimizzare il ROE e quindi la capacità di crescita dell intermediazione. Al crescere del leverage, il contributo alla crescita derivante dalla redditività dell intermediazione si riduce. Tanto più elevato è il leverage, tanto maggiore è, a parità di ROA, la capacità della banca di aumentare i volumi dell attivo. Il ROE (UN/E) può essere definito: ROE = ROA * TA/E Dove: ROA = UN/TA 2

3 TA/E = leverage Assumiamo che: a) il capitale della banca cresca solo in funzione dell autofinanziamento, ossia della quota di utili che non sono distribuiti sotto forma di dividendi e di bonus; b) Il leverage abbia un valore desiderato di equilibrio che la banca intende mantenere costante. Per mantenere costante il leverage, il tasso di variazione dell attivo deve essere uguale al tasso di crescita del capitale. Dato: d = tasso di distribuzione degli utili = (dividendi + bonus)/un, ossia pay-out ratio si definisce: p = 1-d= tasso di conservazione del capitale (retention rate) = quota percentuale degli utili portata ad aumento del capitale (mediante aumento delle riserve di utili netti). UN *p = ΔE UN/E * p = ROE*p = ΔE/E = tasso di variazione del capitale In base all assunto b), sarà allora: ΔTA/TA = ΔE/E = ROE*p Da cui ΔTA/A = ROA*TA/E*p (1) In base alla relazione (1), la banca ha tre leve su cui agire per conseguire determinati obiettivi di crescita dell attivo a) ROA b) Leverage TA/E c) tasso di conservazione del capitale p Fissato un valore desiderato (valore obiettivo) del tasso di crescita dell attivo, la combinazione di ROA, leverage e tasso di conservazione del capitale definisce le principali strategie con cui le banche possono conseguire i livelli desiderati di crescita dell intermediazione. 2 Nelle ipotesi fatte, il leverage necessario a conseguire il tasso desiderato di crescita dell attivo è crescente al decrescere del ROA. Viceversa, il ROA necessario per conseguire un desiderato tasso di crescita dell attivo cresce al diminuire del leverage. Negli ultimi anni, la concorrenza e i bassi tassi d interesse hanno ridotto il valore del ROA delle banche, per effetto soprattutto di una flessione dello spread e quindi del margine di interesse unitario. 2 Ovviamente, le banche possono anche utilizzare fonti esterne di aumento di capitale. Tale possibilità è tuttavia disponibile a condizione che il tasso atteso di rendimento del capitale sia adeguato alle aspettative degli azionisti. 3

4 La tendenza decrescente del ROA è una delle spiegazioni dell aumento del leverage delle banche. La crescita dell intermediazione consentita dall aumento dell indebitamento ha permesso alle banche di generare utili netti elevati e crescenti, destinati in parte alla remunerazione degli azionisti e dei manager (dividendi e bonus), in parte minore ad aumento di capitale mediante autofinanziamento. Dimensioni delle maggiori banche EU (2012) TA md TA/PIL % Barclays (UK) HSBC (UK) RBS (UK) BNP (FR) Credit agricole (FR) Soc. Générale (FR) ING (NL) Deutsche Bank DE) Commerzbank (DE) Banco Santander (ES) BBVA (ES) Intesa Sanpaolo (IT) UniCredit (IT) Banca MPS (IT) Banco Popolare (IT) UBI Banca (IT) Fonte: Mediobanca (R&S), Le principali banche internazionali,

5 Leverage e struttura finanziaria delle maggiori banche EU (2012) TA/PN PN/TA Raccolta all'ingrosso/ta Barclays (UK) 26,9 3,7% 60,8% HSBC (UK) 19,8 5,1% 45,8% RBS (UK) 22,8 4,4% 55,9% BNP (FR) 23,3 4,3% 67,4% Credit agricole (FR) 61,9 1,6% 68,7% Soc. Générale (FR) 26,4 3,8% 68,8% ING (NL) 25,5 3,9% 50,2% Deutsche Bank DE) 49,7 2,0% 68,9% Commerzbank (DE) 26,4 3,8% 54,4% Banco Santander (ES) 22,1 4,5% 46,1% BBVA (ES) 17,7 5,6% 48,1% Intesa Sanpaolo (IT) 18,6 5,4% 58,2% UniCredit (IT) 17,9 5,6% 50,3% Banca MPS (IT) 41,4 2,4% 60,5% Banco Popolare (IT) 19,5 5,1% 57,4% UBI Banca (IT) 17 5,9% 53,5% Fonte: Mediobanca (R&S), Le principali banche internazionali, 2013 E importante ricordare che valori del leverage alti significano che la crescita dell intermediazione è finanziata in misura prevalente con l indebitamento; se il leverage è crescente, il tasso di crescita del passivo è maggiore del tasso di crescita dell attivo. La raccolta sotto forma di depositi da clientela ha una dinamica relativamente stabile o addirittura decrescente nell ultimo decennio. Il che significa che aumenti significativi del leverage, a fronte della crescita dell attivo, sono stati conseguiti da parte delle banche soprattutto attraverso la crescita di altre componenti della raccolta: in particolare, raccolta all ingrosso sul mercato interbancario, pronti contro termine, emissione di titoli. Livelli elevati e crescenti di leverage si associano quindi anche a una struttura della raccolta spesso molto volatile, che comporta per le banche rischi d interesse e di liquidità potenzialmente elevati. III LEVERAGE E CICLICITÀ Il livello del leverage ha l effetto di amplificare il comportamento ciclico delle banche e del sistema finanziario. Supponiamo che il livello di leverage sia una costante (ossia le banche tendano a gestire il proprio portafoglio in modo da mantenere il leverage sul livello desiderato). Questa ipotesi è empiricamente verificata. In situazione di normalità, si ipotizzi la seguente situazione aggregata del sistema bancario: TA0 = 100 E0 = 4 D0 = 96 Leverage0 = 25 5

6 Nelle fasi di espansione, quando il valore degli attivi aumenta (supponiamo che gli attivi siano valutati mark-to-market), fino a quando i debiti restano costanti, il leverage diminuisce al di sotto del livello desiderato. TA1 = (+ 3%) E1 = 4+3 (+75%) D = 96 Leverage1 = 14,71 Dato che al tempo 1 il tasso di crescita dell attivo è inferiore al tasso di crescita del capitale, le banche si trovano in questa fase in una situazione di squilibrio, ossia hanno un leverage inferiore a quello desiderato: in altre parole, hanno un eccesso di capitale rispetto agli investimenti effettuati. 3 Questo induce le banche ad aumentare l attivo mediante la crescita dell indebitamento 4, fino a ripristinare il valore del leverage desiderato. Supponendo che il riequilibrio avvenga al tempo due: Dato E1 = 7, il valore di TA deve essere = 25* E1 =25*7 = 175, ossia: TA2 = 175 (+75% rispetto al tempo 0) E2 = 7 (+ 75% rispetto al tempo 0) D2 = 168 (+ 75% rispetto al tempo 0) Leverage1 = 25 Un incremento di 3 unità del valore degli attivi e del capitale consente di aumentare l indebitamento di 72, e il valore degli investimenti di 75. Con 3 unità addizionali di capitale, la banca può incrementare il debito e gli investimenti della stessa percentuale dell aumento del capitale. L aumento dell indebitamento e degli investimenti accentua la fase ciclica espansiva, con una maggiore offerta di credito e una maggiore domanda di investimenti. Questo aumenta i prezzi e innesta un processo di amplificazione della fase ciclica. L aumento dell indebitamento in funzione del leverage desiderato comporta l assunzione di maggiori rischi di liquidità e di controparte, se l indebitamento cresce mediante la raccolta all ingrosso e/o sul mercato dei capitali. Nelle fasi di recessione, quando il valore degli attivi diminuisce, l effetto è opposto. La diminuzione del valore degli attivi, a parità di valore dei debiti, porta il leverage sopra il livello desiderato: TA1 = (- 2%) E1 = 4-2 (-50%) D1 = 96 Leverage1 = 49 Una flessione relativa del valore degli attivi inferiore a quella del capitale comporta che banche si trovano in una condizione di squilibrio (opposto a quello registrato nella fase di espansione): ossia un eccesso d indebitamento rispetto ai valori giudicati di equilibrio. Per rispristinare l equilibrio, le banche avviano un processo di deleveraging: ossia una diminuzione dei debiti a un tasso uguale a quello registrato dal capitale e una conseguente diminuzione degli investimenti nella stessa proporzione. TA2 = 50 (-50%) = E1*25 E2 = 2 D2 = 48 (-50%) Leverage2 = 25 3 Se il capitale è in eccesso, la banca può non essere in grado di remunerarlo ai tassi desiderati dagli azionisti: questo la spinge ovviamente ad aumentare gli impieghi per aumentare i profitti. 4 La crescita dell indebitamento, in condizioni di espansione, può avvenire a tassi relativamente costanti o addirittura decrescenti, perché il valore dell attivo a garanzia dei creditori è crescente. 6

7 La perdita di valore degli attivi e del capitale obbliga la banca a ridurre l offerta di credito e a vendere titoli, per rimborsare i debiti in eccesso, Questo processo amplifica la fase ciclica, per effetto delle vendite di attivi il cui prezzo si deprime, amplificando a sua volta il processo di deleveraging. I rischi di liquidità e di controparte impliciti nell indebitamento eccessivo possono, in queste condizioni, minacciare la solvibilità delle banche. Se si verificano fenomeni di vera e propria fuga dei creditori sul mercato al dettaglio (corse agli sportelli), o, molto più probabilmente, sul mercato all ingrosso, le banche possono essere costrette a subire dalla vendita forzata di attivi perdite di dimensioni superiori al capitale. In questo caso, i rischi di liquidità derivanti dal passato eccesso d indebitamento possono degenerare in vere e proprie situazioni d insolvenza. All amplificarsi di questi processi, solo il supporto del rifinanziamento delle banche centrali e le ricapitalizzazioni pubbliche consentono di evitare situazioni di crisi sistemica. A livello sistemico, il problema del leverage diviene quindi evidente proprio quando si verificano i processi di deleveraging: in realtà, il deleveraging è potenzialmente tanto peggiore quanto maggiore è il leverage (ossia la crescita dell indebitamento consentita nelle fasi di espansione dal livello del leverage di equilibrio). E facile dimostrare che in presenza di un leverage di equilibrio inferiore, ad esempio pari a 10, una diminuzione di valore degli impieghi di 2 unità comporta il ritorno al livello di equilibrio del leverage con una riduzione dell indebitamento e delle attività molto inferiore: ossia con un processo di deleveraging molto meno accentuato e, quindi, molto meno pericoloso per la solvibilità delle banche: TA0 = 100 E0 = 10 D0 = 90 Leverage0 = 10 Per effetto della perdita di 2 unità di valore degli attivi in fase di recessione, la banca registra un aumento del leverage rispetto al livello di equilibrio, ma inferiore a quello dell esempio precedente. TA1 = E1 = 10-2 = 8 (-20%) D1 = 90 Leverage1 = 12,25 Il processo di deleveraging sarà in questo caso molto più contenuto: TA2 = 80 (-20%) = E1*10 E2 = 8 D2 = 72 (-20%) Leverage2 = 10 7

8 LA REGOLAMENTAZIONE DEL CAPITALE SECONDO BASILEA 5 I. La regolamentazione del capitale delle banche L obbligo per le banche di dotarsi di una adeguata dotazione di capitale è il fondamento della moderna regolamentazione prudenziale. L adeguatezza del capitale fa riferimento alla dimensione dell eccedenza delle attività bancarie rispetto alle passività: in questo senso, è una misura della capacità della banca di far fronte alle perdite. Per la regolamentazione, il capitale è rilevante dato che obiettivo principale della regolamentazione e della vigilanza prudenziale è garantire la stabilità del sistema finanziario, minimizzando il rischio di situazioni di panico e di contagio derivanti dall insolvenza di singole banche. L intermediazione svolta dalle banche è particolarmente rischiosa per il divario di scadenze e di liquidità che esiste fra le loro attività e passività. Mentre larga parte delle passività delle banche sono a breve e volatili, i loro impieghi in genere sono a lungo termine, non standardizzati (ossia con condizioni contrattuali e caratteristiche tecniche specificamente negoziate con le singole controparti), non liquidi e il cui valore è difficilmente valutabile dal mercato (attività opache). Il valore di mercato di tali impieghi ossia il prezzo che un potenziale acquirente è disposto a pagare per comprarli, qualora la banca intenda cederli è funzione di molte variabili, fra cui la probabilità che gli impieghi vadano a buon fine (ossia siano convertiti in moneta alla scadenza per un valore pari al capitale investito + gli interessi), nonché la qualità delle garanzie acquisite a fronte degli impieghi. Le informazioni di cui la banca dispone per valutare la qualità dei propri impieghi e delle relative garanzie di solito non sono accessibili dal mercato, specie in tempi brevi. Quindi se una banca avesse la necessità di cedere rapidamente i propri impieghi per far fronte a rimborsi consistenti del passivo (ad esempio, in ipotesi di corsa agli sportelli), troverebbe acquirenti disposti a comprarsi solo con un forte sconto sul nominale. Le perdite conseguenti possono generare l insolvenza della banca. L insolvenza di una banca, considerata come fenomeno isolato, non sarebbe un problema di cui la regolamentazione pubblica dovrebbe preoccuparsi. In astratto, i depositanti e gli altri creditori dovrebbero essere compensati del rischio dell insolvenza della banca debitrice mediante il premio per il rischio percepito sui finanziamenti accordati. 6 Il fallimento di una banca diviene in realtà un problema per la regolamentazione per i rischi di contagio che esso comporta: rischi che nascono dai rapporti di credito e di debito che esistono fra le banche e fra le banche e altri intermediari (dealers, assicurazioni, fondi di investimento etc.). L operare delle banche in sistema fa sì che l insolvenza di una di esse (crisi specifica) possa generare crisi finanziarie sistemiche, che possono compromettere gravemente il funzionamento del sistema dei pagamenti e il finanziamento dell economia. 5 Il Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria (Basel Committee on Banking Supervision, BCBS) è un organismo internazionale composto dalle autorità di vigilanza e dalle banche centrali dei principali paesi sia industrializzati sia emergenti. Il BCBS opera presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements, BIS, che ha sede a Basilea). Il BCBS definisce, attraverso Accordi internazionali, gli standard minimi della regolamentazione prudenziale (per il capitale e per la liquidità) che tutti i paesi aderenti si impegnano ad applicare alle proprie banche, almeno a quelle operanti a livello internazionale. Gli Accordi di Basilea sono quindi tradotti in norme vincolanti per le banche attraverso le legislazioni adottate dalle diverse giurisdizioni. In Europa, la disciplina di Basilea è adottata mediante direttive e regolamenti dell UE. Mentre i regolamenti sono direttamente vincolanti per tutti i paesi dell Unione, le direttive sono applicate nei diversi stati membri mediante leggi nazionali. La disciplina di Basilea è applicata nell UE a tutte le banche e a tutte le imprese di investimento. 6 Questo non vale per i depositi al dettaglio, coperti dall assicurazione sui depositi. 8

9 Per prevenire o mitigare i fenomeni di panico e di contagio esistono vari rimedi, fra cui l assicurazione sui depositi e il credito di ultima istanza delle banche centrali. Queste reti di sicurezza intendono scoraggiare i creditori delle banche a chiedere il rimborso dei loro crediti verso le banche quando si diffondono notizie (magari infondate) negative sulla singola banca o sulla stabilità del sistema bancario nel suo complesso. L effetto è però anche quello di generare fenomeni di azzardo morale, perché tali reti di sicurezza riducono gli incentivi dei creditori assicurati ad esercitare un adeguato controllo sul comportamento delle banche, penalizzando con premi per il rischio più alti le banche che fanno investimenti più rischiosi. Inoltre, anche se l assicurazione sui depositi e il credito di ultima istanza fossero congegnati in modo tale da evitare questi incentivi distorti sul comportamento dei creditori, le banche avrebbero comunque incentivi ad assumere rischi eccessivi e a dotarsi di un capitale troppo basso rispetto a quello considerato ottimo dal punto di vista collettivo. Si sono già analizzati gli effetti del leverage sulla redditività per gli azionisti. Tanto minore è la capitalizzazione, tanto minore è l incentivo per gli azionisti a contenere i rischi: se dalle operazioni ad alto rischio si generano alti profitti, gli azionisti se ne appropriano mediante dividendi crescenti; se si generano perdite elevate, gli azionisti limitano la loro quota al capitale (basso), il resto va a carico dei creditori (non assicurati). Perché tuttavia questi ultimi non esercitano un sufficiente controllo sulla rischiosità della banca? Ossia, perché le banche con più alto leverage non sono di norma penalizzate da un costo del passivo maggiore? Questo si dovrebbe verificare se i creditori non assicurati ritenessero che, in caso di insolvenza, rischiano di perdere tutto o larga parte del loro investimento. In realtà, questo empiricamente non si verifica perché, almeno finora, è stato molto raro che una banca in dissesto, specie se grande, sia stata lasciata fallire e quindi messa in liquidazione. In caso di perdite, sono stati spesso i governi che hanno ricapitalizzato le banche, con l effetto che nessuna perdita dei dissesti è andata a carico dei creditori (né di quelli assicurati né di quelli non assicurati). La garanzia implicita derivante dalla prassi dei salvataggi pubblici (che pongono le perdite a carico dei contribuenti) implica che le banche con alto leverage (specie di grandi dimensioni, le banche too- big- to- fail) abbiano di fatto goduto di un sussidio sul costo del passivo, ossia abbiano pagato ai loro creditori non assicurati un premio per rischio minore di quello che sarebbe stato adeguato a compensarli dei rischi assunti. La regolamentazione cerca quindi di ridurre gli incentivi alle banche ad assumere rischi eccessivi, mediante diversi interventi finalizzati a promuovere la sana e prudente gestione di questi intermediari. Lo strumento principale adottato a tale scopo è il vincolo dei requisiti di capitale in funzione del rischio: tanto maggiori sono i rischi assunti da una banca, tanto maggiore è il capitale che esse devono detenere. Gli impieghi più rischiosi assorbono più capitale, ossia obbligano le banche ad investire un volume maggiore di risorse proprie (fondi propri). L effetto principale della disciplina del capitale dovrebbe essere quello di ridurre gli incentivi alle banche ad assumere rischi. Richiedendo alle banche di detenere un capitale maggiore, una quota maggiore delle perdite grava sugli azionisti e si riduce la quota di perdite che viene subita dai creditori e/o dal governo. II. Struttura finanziaria e costo del capitale delle banche Soprattutto a seguito della crisi finanziaria recente, si è largamente diffusa l opinione che la stabilità finanziaria può essere assicurata se le banche detengono dosi elevate di capitale, e che questo possa realizzarsi senza costi significativi per le banche stesse e l economia in cui esse operano. Un aumento del peso del capitale nella composizione dei finanziamenti bancari è realmente conseguibile senza effetti rilevanti sul costo complessivo che le banche pagano per finanziarsi (costo medio ponderato del capitale) 7? 7 Il costo medio ponderato del capitale w è definito dalla seguente relazione: 9

10 La risposta a questo problema è importante, perché il costo dei finanziamenti bancari determina anche il tasso medio a cui le banche sono disposte ad impiegare (tasso attivo medio sui prestiti): se aumenta il peso del capitale proprio nella struttura finanziaria delle banche, quali effetti si generano sui tassi attivi e quindi sul volume di prestiti bancari? La teoria finanziaria (Modigliani e Miller, M-M) ha dimostrato che, date certe condizioni, elevati livelli di capitale non aumentano i costi a cui un impresa si finanzia. E vero che il capitale proprio è più costoso del debito; tuttavia, secondo i teoremi di M-M, in condizioni di mercati perfetti, all aumento del peso del capitale di rischio, il costo di ogni unità di capitale e di ogni unità di debito si riduce di un ammontare che compensa esattamente il costo addizionale derivante dal maggior peso del capitale di rischio. Il costo unitario dei finanziamenti sia a titolo di debito sia a titolo di capitale si riduce perché, per effetto della maggiore capitalizzazione, debito e capitale di rischio diventano più sicuri. In che misura questa teoria è valida per spiegare gli effetti di una maggiore capitalizzazione per le imprese bancarie? Il dibattito teorico è largamente aperto. Tuttavia, esistono vari elementi che dimostrerebbero che le condizioni ideali su cui si regge la teoria di M-M in realtà per le banche non sono empiricamente verificate. a) Effetto delle imposte: mentre gli interessi passivi sono dedotti dalle imposte sul reddito, i dividendi non lo sono. Tenendo conto dell effetto fiscale, i costi del finanziamento si riducono all aumentare del peso del debito. Per compensare questo effetto, la maggiore capitalizzazione richiesta alle banche dovrebbe essere accompagnata da modifiche del regime fiscale che in tutti i paesi favorisce il debito rispetto al capitale. b) Garanzie pubbliche implicite o esplicite sui debiti bancari: anche senza ipotizzare che il governo intervenga sempre con fondi pubblici per salvare qualsiasi banca in dissesto, è tuttavia verosimile che interventi pubblici di salvataggio delle banche vengano adottati quando è a rischio la stabilità complessiva del sistema finanziario. La convinzione che, almeno in una certa misura, le risorse pubbliche intervengano a tutela dei creditori (ma non degli azionisti) delle banche, in caso di crisi sistemica, comporta che il costo del debito sia comunque inferiore e meno sensibile al rischio di insolvenza delle banche, che sono quindi incentivate a finanziarsi in misura maggiore con debito che con capitale di rischio. E vero che questi sussidi pubblici impliciti o espliciti sono distorsioni che possono essere eliminate: ma l effetto di una eliminazione dei sussidi pubblici è quello di un aumento del costo del debito, che molto probabilmente verrà trasferito in un aumento dei tassi attivi. c) Maggiori emissioni di azioni per aumentare il capitale non necessariamente si traducono in una riduzione del rendimento atteso da parte degli azionisti. Non è detto che essi credano che in questo modo la banca diventi più sicura, dato che i rischi assunti dalle banche sono difficilmente valutabili dal mercato. Niente garantisce gli azionisti che l aumento di capitale non sia associ ad un aumento dei rischi: se così fosse, la banca non diventerebbe più sicura, perché i vantaggi dell aumento di capitale sarebbero bilanciati dagli svantaggi derivanti dai maggiori rischi. Il rapporto fra capitale e attivo pesato per il rischio potrebbe restare costante, e gli effetti sul rendimento richiesto dagli azionisti potrebbero quindi essere nulli. Se, al crescere della capitalizzazione bancaria, il costo unitario delle fonti di finanziamento (debito e capitale) non si riduce (o non si riduce in misura adeguata), w = id*(d/(e+d)) + ke* (E/(E+D)), dove id è il costo medio del debito, ke il rendimento atteso sul capitale di rischio (approssimato dal ROE), E è il capitale di rischio e D è il debito. Dato che il debito è meno rischioso del capitale di rischio, perché i debiti hanno una maggiore protezione legale, in primis il diritto di priorità nel rimborso in caso di insolvenza rispetto agli azionisti, id < ke. 10

11 l effetto è inevitabilmente quello di un aumento dei tassi attivi, necessario per bilanciare il maggior costo del funding. Esempio Supponiamo che la banca abbia la seguente struttura finanziaria: D/(E+D) = 95%; E/(E+D)= 5%; id = 3%; ke = 3%+5% = 8%. Il costo del funding (costo medio ponderato del capitale di debito e del capitale proprio) è pari al 3,25%. Se il peso del capitale proprio aumenta dal 5% al 30%, il costo del funding, nell ipotesi che id e ke restino costanti (ossia non siano sensibili al minor rischio della banca), aumenta di 1,25%. Ovviamente questa può essere considerata una situazione estrema. Tuttavia, non esistono sufficienti elementi neppure per ipotizzare che il costo del funding resti costante, se D/(E+D) aumenta dal 5% al 30%: perché ciò si verificasse, supponendo che la differenza fra ke e id restasse pari al 5%, il costo del debito si dovrebbe ridurre dal 3% all 1,75% e il costo del capitale dall 8% al 6, 75%. III. Principi fondamentali della disciplina di Basilea sul capitale La disciplina di Basilea sul capitale è la base della moderna regolamentazione prudenziale. I principi fondamentali della disciplina di Basilea sono i seguenti: La regolamentazione prudenziale basata sul capitale intende indurre le banche a dotarsi di livelli di capitalizzazione sufficienti ad assorbire le perdite potenziali a cui esse sono esposte per effetto della loro attività. Livelli adeguati di capitalizzazione delle banche riducono la probabilità di crisi e quindi aumentano la stabilità dei sistemi finanziari. Le banche possono assumere liberamente tutte le varie tipologie di rischi, ma a condizione che dispongano di un capitale adeguato a coprirli. Il capitale deve essere commisurato ai rischi. La disciplina impone alle banche di detenere un coefficiente minimo di solvibilità, calcolato come rapporto fra il capitale regolamentare (Patrimonio di vigilanza) e attivo ponderato per il rischio. In presenza di gruppi bancari, la disciplina di Basilea deve essere applicata sia alle singole banche del gruppo sia su base consolidata. Per le banche multinazionali, il Paese in cui ha sede la casa madre (home country) è responsabile del controllo della solvibilità su tutto il gruppo. Originariamente la disciplina di Basilea doveva essere applicata solo alle banche internazionali, con l obiettivo di assoggettarle a vincoli regolamentari omogenei, (level playing field). La grande maggioranza dei Paesi (e l Europa in particolare) ha in realtà deciso di applicare le regole di Basilea a tutte le banche, e non solo a quelle internazionali. Vincolo di Basilea sul capitale Il coefficiente di solvibilità, ossia il rapporto fra Patrimonio di vigilanza e attivo ponderato per il rischio, deve essere non inferiore all 8%. PV n CSM A i rw i i Dove: PV = Patrimonio di vigilanza Ai = valore delle diverse tipologie di attivi classificati dalla regolamentazione in funzione del rischio ad esse attribuito (ΣAi = TA) rwi = coefficienti di ponderazione per il rischio attribuiti all i.ma categoria di attivi Ai. 11

12 CSM = è il coefficiente minimo di solvibilità definito dalla regolamentazione. Con Basilea 2, CSM = 8%. Con Basilea 3 8, il valore del CSM è stato aumentato: esso è pari al 10,5% + un ulteriore importo compreso fra l 1% e il 5% per le banche definite sistematicamente rilevanti (G-SIB s, Global systemic important banks, definite in Europa come SIFIs, Systemically important financial institutions). 9 L attivo di una banca può essere scomposto in due principali portafogli : il banking book (BB, prevalentemente prestiti e titoli detenuti per investimento e liquidità) e il trading book (TB, titoli per la negoziazione e derivati non di copertura). Il rispettivo coefficiente medio di ponderazione sarà rw1 e rw2. I valori BB e BT misurano il totale dei due portafogli così come iscritto in bilancio. Di norma, è rw1 > rw2, ossia, ai fini della regolamentazione prudenziale di Basilea, il banking book ha un peso (in termini di rischio e quindi di assorbimento di capitale per ogni unità di esposizione) maggiore del trading book. BB rw1 + TB rw2 = TA* ( BB rw TA 1 + TB rw TA 2) ( BB rw TA 1 + TB rw TA 2) = rw, Dove rw è il coefficiente medio di ponderazione dell attivo, ossia la media dei coefficienti rw1 e rw2 ponderata per il peso delle rispettive classi di attività sul totale del portafoglio. Sarà quindi: TA* rw = BB* rw1 + TB* rw2 In generale, dato: rw = il coefficiente medio di ponderazione dell attivo, pari a: n rw =( i A i rw i )/TA Si definisce: RWA 10 = TA*rw = valore totale dell attivo ponderato per il rischio (Risk weighted assets), con RWA/TA = rw. Il coefficiente rw dipende dai valori dei coefficienti di ponderazione attribuiti alle singole componenti dei portafogli bancari, e, a parità di questi, dal modello di business che caratterizza la singola banca: e, in particolare, dal diverso peso del BB e del TB sul totale dell attivo (in bilancio e fuori bilancio). La relazione che stabilisce il coefficiente minimo di solvibilità si può quindi scrivere in termini semplificati CMS = PV/RWA 8% (Basilea II) CMS = PV/RWA 8%+ 2,5% (Buffer di conservazione) + (1-5%) (Buffer G-SIBs) Basilea III 8 Il valore del CSM previsto da Basilea 3 entrerà progressivamente a regime a partire dal L applicazione a regime si avrà nel La maggiorazione minima del coefficiente di solvibilità per le banche sistemiche è definita a livello internazionale dal Financial Stability Board, varia in funzione delle dimensioni e della rilevanza sistemica della singola banca banca e può essere aumentata dalle autorità di vigilanza nazionali (nell area euro, dalla Banca Centrale Europea). 10 Nella terminologia italiana, RWA è definito come ARP (attivo di rischio ponderato), che comprende tutte le tipologie di rischio previste dalla regolamentazione (I Pilastro di Basilea), ossia il rischio di credito e di controparte, il rischio di mercato, il rischio operativo. 12

13 La disciplina di Basilea sul capitale si basa su quattro principali componenti: 1. Il valore del coefficiente di solvibilità minimo (CSM) ossia il minimo valore di PV/RWA. 2. La definizione del Patrimonio di vigilanza PV. Il PV è composto non solo dal capitale in senso civilistico (E), ma anche da altri strumenti finanziari ammessi dalla disciplina: quindi PV è di norma maggiore di E. 3. La ponderazione per il rischio delle diverse classi di attività da cui dipende rw. Vale la regola secondo cui 0 < rw < 1, per cui RWA < TA Le categorie di rischio che sono considerate dalla disciplina ai fini del calcolo dell attivo ponderato per il rischio. Dato il livello minimo del coefficiente di solvibilità, la disciplina di Basilea definisce il valore del leverage massimo consentito alle banche in funzione inversa di rw e in funzione diretta di PV/E: PV/RWA = E/TA* TA/RWA*PV/E, dove TA/RWA 1 = 1/rw PV/E 1. Con Basilea 2: Dato: min (PV/RWA) = 8% = 1/12,5 La relazione può scriversi: 8% = min (E/TA) *TA/RWA* PV/E Invertendo il primo e il secondo termine della relazione, sarà: 12,5 = max (TA/E)*RWA/TA*E/PV max (TA/E) *rw*e/pv = 12,5 max Leverage = (12,5*PV/E) /rw Ricordando che CMS = 8%, sarà quindi: Max Leverage = 1 CMS rw PV/E Nell ipotesi che rw = 100% e PV/E = 1, il leverage massimo definito dalla regolamentazione di Basilea 2 sarebbe pari a 1/CMS = 1/8% = 12,5. A parità di CSM, valori di leverage massimo superiori a 12,5 si registrano se rw < 1 e se PV/E > 1. Al diminuire del valore medio di rw e all aumentare del valore di PV/E cresce il valore del leverage massimo consentito alla singola banca dalla sua composizione dell attivo ponderato per il rischio e dalla sua composizione del patrimonio di vigilanza. Secondo la stessa logica, con Basilea 3 (CSM > 10,5%, ossia per le banche non sistemiche), il leverage massimo consentito, se PV = E e rw = 1, sarebbe pari a 9, Da notare che per totale attivo si deve intendere l esposizione complessiva ai rischi derivante sia dalle attività sopra la linea sia da quelle sotto la linea (poste fuori bilancio). 13

14 Leverage Effettivo Dato per la singola banca TCR = PV/RWA, Dove TCR = total capital ratio (ossia il coefficiente effettivo di solvibilità proprio della singola banca, che di norma deve essere superiore al CSM), sarà anche: Leverage effettivo = 1 TCR rw PV/E Da sottolineare la differenza fra leverage massimo e leverage effettivo: - Il leverage massimo è il massimo teorico che una singola banca potrebbe conseguire rispettando il coefficiente minimo di solvibilità, data la composizione dell attivo da cui dipende il coefficiente medio di ponderazione per il rischio e data la composizione del suo patrimonio di vigilanza. - Il leverage effettivo è il valore calcolato in base ai dati patrimoniali della singola banca, ossia quel leverage che si associa con il TCR, ossia il livello effettivo del coefficiente di solvibilità della banca. - Dato che le banche tendono a mantenere coefficienti di solvibilità superiori al minimo, il leverage effettivo è di norma inferiore al massimo teorico consentito dalla regolamentazione vigente. Esempi (dati 2013) Banche rw PV/E 12 TCR % CSM% B2* CSM % B3** Max lev B2 Max lev B3 Lev Effettivo (2013) Unicredit 0,46 1,43 13,7 8% 11% 39,0 28,36 22,6 MPS 0,39 1,63 11,4 8% 10,5 52,1 39,7 36,5 Deutsche Bank 0,24 1,14 15,3 8% 13 58,5 35,9 30,5 BN Paribas 0,31 1,17 12,4 8% 12,5 46,4 29,7 29,8 Fonte: European Banking Authority (2014), EU-wide stress test results (*) B2 = Basilea 2 (**) B3 = Basilea 3 12 Basilea 3 ha modificato la composizione del patrimonio di vigilanza, obbligando le banche ad eliminare progressivamente (entro il 2023) strumenti in precedenza ammessi nel patrimonio di vigilanza. Con la definitiva entrata a regime di Basilea 3, il rapporto PV/E è quindi destinato a ridursi. 14

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