Legittimazione passiva del socio e divieto di concorrenza nelle società di persone ( Articolo di Gerardo Pizzirusso )

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1 Legittimazione passiva del socio e divieto di concorrenza nelle società di persone ( Articolo di Gerardo Pizzirusso ) Legittimazione passiva del socio e divieto di concorrenza nelle società di persone (Nota a margine di Cassazione Civile 6169/03) Gerardo Pizzirusso (Avvocato in Macerata) 1. La decisione in commento si sofferma su alcune interessanti questioni in tema di società di persone, tra cui rientra quella concernente la legittimazione del socio a stare in giudizio nelle controversie che riguardano la società. Nella fattispecie decisa dalla Corte di Cassazione è venuto anzitutto in rilievo il problema della individuazione del soggetto obbligato a pagare la quota di liquidazione spettante al socio receduto, dato che nel caso in esame ha agito in giudizio, oltre alla società, anche e direttamente uno dei soci. Le due parti attrici hanno contestato al socio receduto la violazione del divieto di concorrenza sancito dall art c.c., per aver questi iniziato, dopo l avvenuto recesso, un attività asseritamente in concorrenza con quella della società. Da ciò sarebbe derivato uno sviamento di clientela a danno della società, sicché parte attrice ha chiesto l annullamento per dolo dell accordo con cui era stato regolamentato lo scioglimento del singolo rapporto sociale. Sia il giudice di primo che di secondo grado hanno respinto le domande di parte attrice. Da qui il ricorso per cassazione attraverso il quale è stata contestata l avvenuta violazione degli artt e 2557 c.c. da parte del giudice di merito. La S.C. si è dapprima brevemente soffermata, addirittura d ufficio, sul tema della legittimazione passiva nelle società di persone, per poi affrontare l interessante profilo del divieto di concorrenza imputato al socio receduto e, dunque, l eventuale applicazione a tale ipotesi, in via analogica, dell art c.c. 2. La decisione in esame consolida ulteriormente l orientamento giurisprudenziale che trova il suo più autorevole riferimento nella pronuncia a Sezioni Unite della S.C. del 26 aprile 2000 n. 291 ( 1 ). Tale orientamento si è peraltro arricchito di un ulteriore decisione ( 2 ) che si è collocata nel solco della tesi che riconosce alle società di persone un autonoma

2 soggettività di diritto e, di conseguenza, la legittimazione a stare in giudizio nelle controversie che riguardano la società medesima. La legittimazione passiva delle società di persone costituisce un argomento che è stato ampiamente dibattuto sia in dottrina che in giurisprudenza. In tale tipo societario si pone assai frequentemente il problema di individuare il soggetto che, in caso di scioglimento del singolo rapporto sociale, deve essere convenuto in giudizio dal socio receduto, escluso o dagli eredi del socio defunto ai fini della liquidazione della quota. Il principio secondo cui, in caso di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio, la liquidazione della quota rappresenta un credito nei confronti della società e non direttamente dei soci, la cui responsabilità è solamente sussidiaria come per ogni altro debito sociale ( 3 ), è stato più volte affermato dalla prevalente (ma non univoca) giurisprudenza. Mettendo fine ad un annoso contrasto interpretativo la S.C., a Sezioni Unite, ha dapprima enunciato il principio di diritto in base al quale, in tale ipotesi, la legittimazione passiva spetta soltanto alla società, mentre successivamente ha ribadito che la domanda di liquidazione della quota spettante al socio nei cui confronti è venuto meno il vincolo sociale costituisce un obbligazione della società e non dei soci. La sentenza in epigrafe si conforma a tale orientamento, sia pure senza ripercorrere i principali profili di siffatta problematica che pare opportuno brevemente richiamare. 3. Il tema della legittimazione passiva viene comunemente affrontato attraverso la dimostrazione della soggettività giuridica delle società di persone. Attribuire la legittimazione passiva a tale tipo societario significa riconoscere esso come soggetto di diritto autonomo rispetto ai soci. In passato si è affermato che le società di persone non potessero essere considerate soggetti di diritto distinti dai soci ( 4 ), non essendo ad esse stata riconosciuta la personalità giuridica. Da qui deriverebbe il rilievo per cui non vi può essere nelle società di persone una perfetta autonomia tra il patrimonio dei soci e quello della società, sicché le obbligazioni sociali sono obbligazioni proprie dei soci e la responsabilità solidale ed illimitata di costoro é una responsabilità per debito proprio ( 5 ).

3 Secondo questo orientamento i soci sarebbero da considerare veri e propri coimprenditori, dato che l'attività di impresa esercitata dalla società sarebbe direttamente imputabile ad essi. Al contrario, la dottrina e la giurisprudenza più recenti affermano, facendo riferimento a quanto previsto dagli artt. 2266, 2569 e 2839 c.c. ( 6 ), che anche queste società rappresentano un fenomeno di unificazione soggettiva ( 7 ). Oltre a tali elementi si aggiunge, poi, il fatto che le società di persone possono avere un nome (artt e 2314 c.c.) ed una propria sede (art. 2295, 4 comma, c.c.), per cui non può essere contestato che anche questo tipo societario costituisca un centro di imputazione di attività giuridica distinto dalle persone dei soci ( 8 ). Da tale tesi derivano alcuni corollari, tra i quali vanno annoverati quello secondo cui é la società a svolgere attività di impresa, mentre i soci non possono essere considerati imprenditori e che le obbligazioni sociali sono obbligazioni della società a cui si aggiunge, a titolo di garanzia, la responsabilità sussidiaria, solidale ed illimitata dei soci. Ed ancora: la responsabilità personale e sussidiaria dei soci non è qualificabile come responsabilità per debito proprio, essendo essi considerati come garanti delle obbligazioni sociali ( 9 ). Non possono pertanto esservi dubbi, sulla base dei rilievi suesposti, sul fatto che le società di persone, a tutti gli effetti di legge, sono da considerare autonomi soggetti di diritto. 4. Alla luce di queste considerazioni è di intuitiva evidenza che spetta alla società, proprio in virtù del fatto che trattasi di un distinto centro di imputazione di attività giuridica, l obbligo di pagare la quota di liquidazione in caso di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio. Infatti, se la società ha una sua pur limitata autonomia giuridica, sarà la società medesima e non gli altri soci ad essere obbligata a pagare al socio uscente, ex art c.c., il valore della sua partecipazione sociale. E minoritario l orientamento che afferma la legittimazione passiva di tutti i soci in veste di litisconsorti necessari, trattandosi di obbligazione che graverebbe anche in capo a costoro ( 10 ). La legittimazione passiva della società non può essere negata nemmeno dando rilievo al fatto che lo scioglimento del rapporto sociale (e la conseguente liquidazione della quota) comporta l'accrescimento delle quote degli altri soci, da

4 cui emergerebbe che questi ultimi sarebbero gli effettivi debitori nei confronti del socio uscente ( 11 ). Il patrimonio sociale, infatti, non appartiene pro-quota ai soci, come avverrebbe in regime di comunione ( 12 ), ma per intero alla società, quale ente autonomo dotato di soggettività giuridica ( 13 ). Né tale tesi potrebbe trovare conforto negli artt e 2285, comma 3 c.c., dai quali non si ricava alcun elemento contrario alla legittimazione passiva della società. La prima norma afferma solamente che, in caso di morte, gli altri soci devono liquidare la quota agli eredi: tale previsione trova spiegazione nel fatto che in questa vicenda societaria sono previste soluzioni alternative alla liquidazione della quota che modificano il contratto sociale e coinvolgono, dunque, i singoli soci. La seconda norma stabilisce, invece, che la comunicazione del recesso ai soci debba avvenire con un termine di preavviso di almeno tre mesi: la previsione di questo onere (e del relativo termine di efficacia) costituisce solo espressione dell'intuitus personae che caratterizza le società di persone, integrando l'esercizio di un diritto potestativo discendente dal patto sociale. Anche da questa disposizione non si rinviene alcun elemento a favore della tesi per cui l'obbligo di liquidazione della quota dovrebbe far carico ai soci. Pertanto, è oramai pacifico il principio, a cui la decisione in commento aderisce inequivocabilmente, secondo il quale la domanda di liquidazione della quota di una società di persone deve essere proposta nei confronti della società, senza che sia necessario citare in giudizio gli altri soci. La posizione del socio Nulla toglie, però, che i soci possano egualmente essere convenuti nel giudizio intrapreso dal socio escluso, receduto o dagli eredi di quello defunto ai fini del pagamento della quota di liquidazione. Infatti, attribuire la legittimazione passiva in capo alla società non significa doverla necessariamente negare in capo ai soci. Quest ultimi, giova ricordare, sono illimitatamente e solidalmente responsabili per l'adempimento delle obbligazioni sociali. I soci ben possono essere convenuti in un ordinario giudizio di cognizione congiuntamente alla società, affinché chi agisce possa precostituirsi un titolo esecutivo allo scopo di iscrivere ipoteca giudiziale nei loro confronti e poter

5 prontamente agire in via esecutiva, in caso di acclarata incapienza del patrimonio sociale ( 14 ). Non vi è, per questo, violazione del principio di sussidiarietà. E pacifico, infatti, che il beneficium excussionis consente ai soci illimitatamente responsabili di società di persone il diritto di pretendere che il pagamento dei debiti sociali venga loro richiesto solo dopo l'infruttuosa escussione del patrimonio sociale ( 15 ). Tale beneficio opera, quindi, solo in fase esecutiva ( 16 ). Il socio receduto, escluso o gli eredi del socio defunto possono pertanto citare in giudizio anche i soci, congiuntamente alla società, per ottenere la liquidazione della quota e per avere in tal modo una pronuncia che esplichi i suoi effetti immediatamente e direttamente anche nei confronti dei soci medesimi. 5. Occorre invece compiere alcune osservazioni di contenuto diverso, quanto al profilo della legittimazione attiva, circa il potere del socio di partecipare al giudizio in cui è parte anche la società ovvero, a prescindere dalla presenza in giudizio della società stessa. Si potrebbe infatti essere indotti a ritenere che, data la responsabilità illimitata e solidale dei soci per le obbligazioni sociali, essi abbiano in realtà un interesse concreto e diretto ad agire in giudizio indipendentemente dalla società ovvero, ad assumere quantomeno la stessa posizione processuale in virtù della comune titolarità del diritto fatto valere in giudizio. La questione si presta a due differenti piani di lettura. Quanto al primo va detto, proprio rammentando che le società di persone costituiscono autonomi soggetti di diritto, che le obbligazioni sociali sono obbligazioni della società e, dunque, i soci non hanno un interesse diretto ad agire autonomamente per tutelare interessi e diritti riconducibili alla società medesima ( 17 ). Quanto al secondo, invece, devesi ammettere la possibilità per il socio di intervenire in giudizio aderendo alle azioni eventualmente proposte dalla società che resta la principale obbligata ( 18 ). L intervento del socio, come afferma la decisione in commento, può essere solo adesivo ( 19 ). Le domande formulate dal socio possono di conseguenza essere accolte solo nei limiti in cui esse si collocano nell ambito delle domande proposte dalla parte adiuvata.

6 6. La S.C. ha poi affrontato il problema dell asserita violazione del divieto di concorrenza a carico del socio receduto, sottolineando la necessità di tenere distinta l ipotesi del divieto di concorrenza ex art c.c. da quella di concorrenza sleale ex art c.c. Il fondamento della prima fattispecie risiede nell obbligo di chi è socio di non svolgere un attività concorrenziale con quella esercitata dalla società e da questa non consentita. La valutazione lesiva della condotta prescinde dal verificarsi di un danno, nonché dall intenzionalità o meno del comportamento posto in essere dal socio. La violazione del divieto genera una responsabilità di tipo negoziale, giacché il divieto di concorrenza si applica solo a chi è socio e, dunque, a chi è legato da un vincolo contrattuale con gli altri soci. Il fondamento dell illecito concorrenziale, invece, risiede nell obbligo gravante in capo a ciascun imprenditore di agire in modo corretto e leale nell esercizio dell attività di impresa e, in particolare, nei confronti degli imprenditori concorrenti ( 20 ). La violazione della normativa concorrenziale genera una responsabilità di tipo extra-contrattuale. Tenuto conto di tale distinzione la S.C. osserva che, nel caso di specie, può venir in rilievo solo l ipotesi di concorrenza sleale, come peraltro adombrato dagli stessi ricorrenti. L art c.c., infatti, si applica solo a chi è socio e non a chi non lo è più ( 21 ). Per tale motivo, di intuitiva e logica percezione, un eventuale condotta illecita dell ex socio potrebbe rilevare solo alla luce della disciplina concorrenziale, laddove essa si sia esplicata con modalità sleali in quanto contrarie ad un ordinario criterio di correttezza professionale. 7. Rebus sic stantibus, afferma la S.C., non vi è spazio, né vi sono ragioni, per invocare l applicabilità dell art c.c. E, ciò, né in via diretta, né in via analogica. In caso di recesso del socio, infatti, si verifica lo scioglimento del singolo rapporto sociale a seguito del quale l ex socio acquista la libertà di poter iniziare un autonoma attività di impresa, anche in regime di concorrenza con quella della società.

7 L unico limite (recte: obbligo) è costituito dall osservanza delle norme che disciplinano lo svolgimento del rapporto concorrenziale (arg. ex art c.c.), data l assenza di uno specifico divieto di concorrenza posto a carico dell ex socio. Tale fattispecie diverge completamente, sul piano sostanziale, da quella regolamentata dall art c.c. che, come noto, pone un divieto di concorrenza a carico di chi ha alienato l azienda, per un periodo di cinque anni, imponendogli di astenersi dallo svolgimento di un attività di impresa che per l oggetto, l ubicazione o altre circostanze potrebbe essere idonea a sviare la clientela dell azienda ceduta. Nell ipotesi di recesso del socio non vi è alcun fenomeno traslativo, bensì la mera uscita di un socio dalla compagine sociale in forza di una dichiarazione unilaterale di carattere recettizio: l azienda appartiene e continua ad appartenere alla società, quale soggetto giuridico autonomo e distinto dai soci. In caso di cessione di azienda (o di un suo ramo) vi è, invece, un trasferimento di un complesso di beni (o di una sua parte) organizzato per l esercizio dell attività di impresa (arg. ex art c.c.). Le due fattispecie sono assolutamente differenti sì da giustificare l inapplicabilità, anche in via analogica, dell art c.c. al recesso del socio. Ciò sebbene, come ricorda la S.C., la più recente giurisprudenza di legittimità abbia negato carattere eccezionale all art c.c. (22), contrariamente a quanto affermato da un orientamento più risalente (23) che sottolineava l evidente limitazione alla libertà di iniziativa economica che tale norma comportava in un regime di libera concorrenza (24). Peraltro, anche la prevalente dottrina non attribuisce natura eccezionale all art c.c., ritenendolo applicabile, in via analogica, ad altre fattispecie simili (25). Proprio la dottrina ha infatti osservato che vi sono nell ordinamento una serie di norme che impongono delle limitazioni della concorrenza ad una parte di un rapporto contrattuale (a titolo esemplificativo v. gli artt. 2105, 2301, 2318 c.c. e, nella disciplina previgente, gli artt. 2390, 2487 e 2516 c.c.) e che possono essere pacificamente ricondotte al principio generale della buona fede nell esecuzione del contratto (26). Seppur l art c.c. non abbia carattere eccezionale, ne va esclusa l applicazione, in via analogica, laddove vengano in rilievo fattispecie di contenuto diverso rispetto a quelle che involgono direttamente o indirettamente il trasferimento di azienda. 8. Al di là del profilo concernente la legittimazione passiva delle società di persone, oramai pacifico in giurisprudenza, la decisione in commento si segnala (e merita di essere condivisa) per aver correttamente escluso l applicazione analogica dell art c.c. all ipotesi di recesso del socio nelle società di persone. In siffatta vicenda, infatti, non si assiste ad alcun mutamento sostanziale nella titolarità dell azienda che rimane di proprietà della società. In assenza di un fenomeno traslativo, di qualsiasi tipo o natura, non vengono in rilievo le esigenze di tutela tese a garantire chi acquista l azienda da comportamenti concorrenziali dell alienante ( 27 ).

8 Non essendovi alcun mutamento nella titolarità dell azienda o fenomeni negoziali simulati o dissimulati concernenti sempre i beni aziendali ( 28 ), non vi sono ragioni per far gravare in capo al socio receduto un divieto generale di concorrenza analogo a quello sancito dall art c.c. E dunque corretta la tesi della S.C. in forza della quale è stata esclusa, pur essendone ribadita la natura non eccezionale, un interpretazione analogica dell art c.c. all ipotesi del recesso del socio che costituisce una vicenda societaria dai contorni definiti e meritevole di essere disciplinata sulla base delle norme esistenti o, come la legge facoltizza, dall autonomia statutaria. 1() Pubblicata in Dir. e prat. società, 2001, n. 2, 70, con nota di Pizzirusso; in Società, 2000, 1200, con nota di Ronco; in Giur. comm., 2000, II, p. 397, con nota di Buonocore e in Giust. civ., 2000, II, 3187, con nota di Vidiri. 2() Cfr. Cass., 28 agosto 2001, n , in Arch. civ., 2002, 571, con nota di Pizzirusso, Scioglimento del rapporto sociale e legittimazione passiva alla liquidazione della quota nelle società di persone. 3() Cass., 10 giugno 1998, n. 5757, in Società, 1998, 1417; nello stesso senso già Cass., 20 aprile 1994, n. 3773, ivi, 1994, 1053, con nota di Carbone; Cass., 28 gennaio 1993, n. 1027, in Giur. it., 1993, I, 1, 1201; Trib. Verona, 25 ottobre 1995, in Società, 1996, 205, con nota di Di Chio, App. Bologna, 20 novembre 1993, ivi, 1994, 343; Trib. Torino, 31 marzo 1989, in Giur. it., I, 2, 734, con nota di Maugeri. 4() Ferrara-Corsi, Gli imprenditori e le società, Milano, 1994, pp. 208 ss.; M. Ghidini, Società personali, Padova, 1972, pp. 224 ss.; Ferri, Le società, in Trattato di dir. civ. it., X, t. 3, diretto da F. Vassalli, Torino, 1987, pp. 73 ss.; per ulteriori riferimenti v. AA.VV., Casi e materiali di diritto commerciale, 2, Società di persone, Milano, 1978, pp. 178 ss. Nella medesima direzione si segnalano anche diverse decisioni che, sia pure con diverse argomentazioni, hanno ad esempio affermato che i soci sono titolari dei rapporti giuridici facenti capo alla società ovvero, che la fideiussione o l'ipoteca concessa dal socio è garanzia per debito proprio: v., senza pretesa di completezza, Cass., 6 dicembre 1994, n , in Fallim., 1995, 412; Cass., 1 agosto 1990, n. 7663, in Società, 1991, 185; Cass., 29 gennaio 1971, in Giur. it., 1971, I, 1, 989; Trib. Ferrara, 8 marzo 1984, in Giur. comm., 1985, II, 69; Trib. Venezia, 15 settembre 1981, in Giur. it., 1982, I, 2, () Su questi ultimi aspetti v., in particolare, Buonocore, Fallimento e impresa, Napoli, 1969, pp. 198 ss.; Denozza, Responsabilità dei soci e rischio di impresa nelle società personali, Milano, 1973, pp. 81 ss; un'ulteriore sfumatura di tale tesi afferma che anche i beni sociali, in realtà, sono da ritenere in comproprietà tra i

9 soci, sia pure in una forma di comproprietà speciale o modificata: così Ferri, Le società, cit., pp () Tali norme stabiliscono, rispettivamente, la possibilità per le società personali di acquistare diritti ed obblighi e di avere, a favore o contro, trascrizioni immobiliari o iscrizioni ipotecarie; per ulteriori riferimenti bibliografici v. Campobasso, Manuale di diritto commerciale, I, Torino, 1997, pp. 42; Di Sabato, Manuale delle società, Torino, 1995, pp. 158 ss.; Cottino, Diritto commerciale, I, 2, Padova, 1994, pp. 235 ss.; Bussoletti, Società semplice (voce), in Enc. dir., XLII, Milano, 1990, pp. 908 ss.; Belviso, Profili soggettivi della liquidazione della quota al socio uscente e interesse dei creditori nelle società di persone, in Giur. comm., 1979, I, pp. 811 ss. 7() In giurisprudenza v. Cass., 2 marzo 1993, n , in Riv. dir. comm., 1994, II, 195; Cass., 28 gennaio 1993, n. 1027, in Giur. it., 1993, I, 1, 1201; Cass., 24 aprile 1989, n. 3498, in Foro it., 1990, I, 1617; Cass., 28 gennaio 1987, n. 797, in Società, 1987, 496; Cass., 8 gennaio 1984, n. 5642, in Giur. comm., 1985, II, 298; App. Genova, 22 marzo 1986, in Società, 1986, () Campobasso, Manuale, cit., p. 42. In giurisprudenza v. Cass., 7 agosto 1996, n. 7228, in Giur. it., 1997, I, 1, () Maggiolo, Obbligazioni sociali, responsabilità del socio e solidarietà, in Riv. dir. comm., 1990, I, pp. 337 ss.; Oppo, L'impresa come fattispecie, in Riv. dir. civ., 1982, I, pp. 123; Di Sabato, Capitale e responsabilità interna nelle società di persone, Napoli, 1967, pp. 309 ss.; Simonetto, Responsabilità e garanzia nel diritto delle società, Padova, 150, pp. 55 ss.; per una ricostruzione di segno opposto v. Denozza, Responsabilità dei soci, cit., pp. 209 ss.; F. Vassalli, Responsabilità di impresa e potere di amministrazione nelle società personali, Milano, 1973, pp. 15 ss. 10() Ha negato la legittimazione passiva della società Cass., 24 aprile 1993, n. 4821, in Giust. civ. Mass., 1993, 734; Cass., 7 marzo 1990, n. 1799, in Giur. comm., 1991, II, 218, con nota di Tassinari, Soggettività giuridica e legittimazione processuale passiva; App. Milano, 14 gennaio 1992, in Giur. it., 1993, I, 2, 262; Trib. Milano, 3 ottobre 1991, in Società, 1992, 521 con nota di Ambrosini; Trib. Napoli, 19 dicembre 1991, in Dir. giur., 1992, 564; App. Roma, 9 ottobre 1989, in Foro it., 1990, I, 1688; in proposito v. pure Patelli, Citazione in giudizio della società personale, in Società, 1990, p () Trib. Milano, 22 febbraio 1988, in Società, 1988, () Per l'opinione secondo cui i beni sociali sarebbero in regine di comproprietà (speciale o modificata) tra i soci e le obbligazioni sociali sarebbero obbligazioni proprie (obbligazioni collettive) dei soci v. Ferri, Le società, cit., p. 76.

10 13() In argomento cfr. Pescatore, Attività e comunione nelle strutture societarie, Milano, 1974, pp. 140 ss. e Spada, La tipicità delle società, Padova, 1974, pp. 223 ss., per i quali ai soci non spetta sul patrimonio sociale alcuna prerogativa tipica dei comproprietari, dato che ogni potere di godimento o di disposizione sui beni sociali spetta all'organizzazione di gruppo. Secondo Cass., 24 luglio 1989, n. 3498, cit., "titolare dei beni sociali è la società e non i soci collettivamente". 14() E' costante l'orientamento giurisprudenziale che ritiene operante il beneficium excussionis solo in sede esecutiva, non essendo precluso ai creditori sociali di agire, in sede cognitiva, nei confronti dei soci a fini di accertamento e di condanna: v. Cass. 12 aprile 1994, n. 3399, in Società, 1995, 39; Cass. 26 giugno 1993, n. 7100, in Società, 1993, 1349; Cass. 26 giugno 1992, n. 8011, in Foro it., 1993, I, 867; Cass. 23 dicembre 1983, n. 7582, in Giur. comm., 1984, II, 548. In dottrina v. Buonocore, Società in nome collettivo, in Comm. al cod. civ. diretto da P. Schlesinger, Milano, 1995, pp. 363 ss.; Costi-Di Chio, Le società di persone, in Giur. sist. dir. civ. comm., Torino, 1991; Pittalis, Ambito di operatività del beneficio di escussione, in Società, 1989, p. 1281; Bavetta, La società in nome collettivo, in Trattato di dir. priv. diretto da P. Rescigno, Torino, XVI, 1985, p () Per una recente affermazione di tale principio v. Cass., 10 febbraio 1996, n. 1050, in Giur. it., 1996, I, 1, 1488; Cass., 15 dicembre 1990, n , in Giust. civ. mass., 1990, fasc () Cass., 5 novembre 1999, n , in Società, 2000, 303, con nota di Fusi; Cass., 26 novembre 1999, n , in Dir. e prat. soc., 2000, f , 82, con nota di Nisivoccia; Cass., 3 giugno 1998, n. 5434, in Mass., 1998; Cass., 20 dicembre 1997, n , in Giust. civ. mass., 1997, () In tal senso concorda anche Iudica, Impugnative contrattuali e pluralità di interessi, Padova, 1973, 124, pp () Così Cass., 7 gennaio 2000, n. 82, in Società, 2000, () Liebman, Manuale di diritto processuale civile, Milano, 1980, I, p. 98; Proto Pisani, Dell esercizio dell azione, in Commentario al codice di procedura civile, diretto da Allorio, I, Torino, 1973, pp () Cfr. Sanzo, La concorrenza sleale, Padova, 1998, pp. 8 ss; GHIDINI, Della concorrenza sleale, Artt , in Comm. al cod. civ. diretto da P. Schlesingher, Milano, 1991, pp. 53 ss.; in giurisprudenza v. Cass., 14 febbraio 2000, n. 1617, in Giust. civ. Mass., 2000, 325; Cass., 30 luglio 1996, n. 6887, in Giust. civ. Mass., 1996, 1081

11 21() Peraltro, l'azione ex art c.c. non può essere intentata dal socio nei confronti dell'altro, ma solo dalla società: Trib. Orvieto, 2 febbraio 2001, in Rass. giur. umbra, 2002, 30 con nota di Mirti. 22() Cfr. Cass., 24 luglio 2000, n. 9682, in Arch. civ., 2001, 764 con nota di Pizzirusso; Cass., 16 febbraio 1998, n. 1643, in Giur. it., 1998, I, 1, 1181; Cass., 20 gennaio 1997, n. 549, in Foro it., 1997, I, 1498, con nota di Palmieri; in Riv. dir. ind., 1998, II, 13, con nota di Guidetti; in Contratti, 1997, 267, con nota di Carnevali e in Giust. civ., 1997, I, 1289; per la giurisprudenza di merito v. App. Milano, 11 maggio 1979, in GADI, 1979, n che ha, ad esempio, ritenuto applicabile l art c.c. in caso di cessione di tutte le quote di società di persone; Trib. Milano, 7 luglio 1975, ivi, 1975, n () Cfr. Cass., 23 aprile 1980, n. 2669, in Giur. comm., 1981, II, 11; Cass., 10 maggio 1966, n. 1196, in Foro it., 1967, I, 68; Cass., 29 aprile 1965, n. 756, ivi, 1965, I, 1965; Cass., 23 giugno 1956, n. 2245, ivi, 1957, I, () Così, expressis verbis, Cass., 10 maggio 1966, n. 1196, cit. 25() V., in particolare, Campobasso, op. cit, p. 154; Vanzetti-Di Cataldo, Manuale del diritto industriale, Milano, 1996, p. 526; Tedeschi, Le disposizioni generali sull azienda, in Tratt. dir. priv. a cura di P. Rescigno, Torino, 1988, p. 38; G.E. Colombo, L azienda, in Trattato di diritto commerciale e diritto pubblico dell economia a cura di F. Galgano, Padova, 1988, p. 191 ss.; Ferrari, Trasferimento di partecipazioni sociali e divieto di concorrenza, in Riv. dir. ind., 1967, I, p. 59; Mangini, Cessione di quota sociale e divieto di concorrenza, in Riv. dir. civ., 1966, II, p. 195; contra Bracciodieta, Alienazione di quota sociale e divieto di concorrenza, in Riv. soc., 1964, I, p. 677 ss. 26() Auletta, Azienda (voce), in Enc. Giur. Treccani, Roma, 1988, p. 25; Schiano Di Pepe, nota a App. Genova 17 dicembre 1993, in Dir. ind., 1994, 457; nello stesso senso Sordelli, Divieto di concorrenza nell alienazione di azienda, in Riv. dir. ind., 1988, I, p. 210 e, di recente, Guidetti, Divieto di concorrenza in caso di cessione di quote sociali, in Riv. dir. ind., 1998, II, p () Cfr. Colombo, op. cit., p. 179, secondo cui si sarebbe di fronte ad una particolare pericolosità della concorrenza dell alienante che, a conoscenza della struttura organizzativa e dell articolazione produttiva dell azienda alienata, può porre in essere una condotta particolarmente pregiudizievole all avviamento di questa; in senso conforme già Ferrari, Azienda (voce), in Enc. dir., Milano, 1959, p. 709 e Auletta, Alienazione di azienda e divieto di concorrenza, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 1956, p () Il divieto di concorrenza ex art c.c. non trova applicazione nemmeno in caso di cessione di quote sociali da parte del singolo socio, laddove la società

12 continui regolarmente la propria attività: cfr. App. Bologna, 1 giugno 1996, in Gius, 1996, 2037; sulla necessità di distinguere caso per caso se una cessione di quota dissimuli in realtà un trasferimento di azienda v. Cass., 24 luglio 2000, n. 9682, cit. ( da )

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