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1 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO CORTE D'APPELLO DI ROMA PRIMA SEZIONE CIVILE così composta: dott. Roberto Cimorelli- Belfiore- Pres. rel.- dott. Luigi Fabrizio Augusto Mancuso- Consiglieredott. Raffaella Tronci- Consigliereriunita in camera di consiglio, ha emesso la seguente SENTENZA nella causa civile in grado d'appello iscritta al n del R.G. per gli affari contenziosi dell'anno 2008, riservata per la decisione all'udienza del 14 dicembre 2011 e vertente Tra P. S.r.l. appellante elett.te dom.ta in Roma, Via(...), presso lo studio del procuratore avv.to M.C. che la rappresenta e difende per delega a margine della comparsa di costituzione in primo grado. E F. S.p.A. appellata elett.te dom.ta in Roma, Via(...), presso lo studio del procuratore avv.to G.N. che, unitamente al procuratore avv.to M.A. del foro di Milano, la rappresenta e difende per delega a margine dell'atto di citazione di primo grado. Oggetto: marchi, contraffazione, risarcimento danni. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Con atto di citazione ritualmente notificato F. S.p.A. conveniva, dinanzi al Tribunale di Roma, F. S.r.l. e F.F. per sentir accertare e dichiarare l'illegittimità del comportamento posto in essere dai convenuti in quanto lesivo, per contraffazione, dei marchi registrati e segni distintivi dell'impresa di cui essa attrice era titolare, oltre che della concorrenza ex art cod. civ.; quindi perché fosse inibita ai predetti la prosecuzione di tale condotta illecita e condannati, in solido, al

2 risarcimento dei danni da liquidarsi, con separato giudizio, in via equitativa. L'attrice esponeva di essere titolare degli indicati marchi italiani contenenti la parola"f.". Tali marchi d'impresa e i relativi segni distintivi costituiti dalla ditta, ragione sociale ed insegna, a cagione della rilevante diffusione pubblicitaria svolta, godevano di sicura rinomanza, di modo che vantava certamente un diritto di esclusivasuglistessiinbaseall'art.13dellal.m.,oltrechedell'art.1n.1lett.c). Cosicché poteva vietare ai terzi l'uso di tale espressione che costituiva l'essenza distintiva dei citati segni, laddove l'uso da parte di terzi poteva determinare un rischio di confusione all'interno del settore merceologico di riferimento. Lamentava quindi che la convenuta società F. (attiva solo dal 10 giugno 2001) utilizzava, per contraddistinguere la propria attività commerciale nel settore dell'abbigliamento, il marchio "(...)", e che il convenuto F.F. - collegato a detta società per ragioni di coniugio con l'attuale amministratore- aveva un sito internet denominato "(...)". Deduceva infine che, essendo la stessa ragione sociale della società convenuta costituita dalla parola "(...)", era irrilevante ai fini distintivi l'aggiunta della parola "(...)". Attesa l'attività commerciale, sostanzialmente coincidente, delle due imprese sussisteva pertanto mi evidente rischio di confusione tra i segni distintivi usati, e tale uso commerciale dei segni costituiva, nel contempo, illecito concorrenziale ex art cod. civ., oltre che lesione della ditta e dell'insegna, tenuto conto anche che la stessa società era stata diffidata formalmente a porre fine alle condotte lesive senza però esito alcuno. La soc. convenuta, costituitasi in giudizio, resisteva alle domande attrici chiedendone il rigetto. Deduceva di svolgere mera attività di vendita all'ingrosso di capi d'abbigliamento da lavoro e di non produrre, quindi, alcun capo con proprio marchio, bensì di apporre sui prodotti il nominativo o la sigla dell'acquirente. Contestava di non essere intestataria di alcun domain nome e di aver semplicemente inserito nella Pagine Gialle il proprio nome d'impresa per l'ambito commerciale degli abiti da lavoro, specificazione, quest'ultima, presente in modo evidente anche a fianco della propria insegna. Per tali ragioni non sussisteva alcun illecito concorrenziale né alcuna lesione dei marchi e segni distintivi, dovendosi escludere ogni possibilità di confusione per la particolarità dei prodotti commercializzati, diversi dall'abbigliamento sportivo commercializzato dall'attrice. Da ultimo, rilevava che il nome"(...)" si differenziava dal marchio dell'attrice per l'ulteriore elemento(style) che lo componeva. Il convenuto F.F. restava contumace. Istruita la causa documentalmente, il Tribunale, con la sentenza n depositata in data 20 agosto 2007, accertava e dichiarava che l'uso della parola "(...)" come ragione sociale, ditta, insegna e marchio dei prodotti commercializzati dalla convenuta costituiva illecito e violazione del marchio "(...)" registrato dall'attrice F. S.p.A.; accertava e dichiarava che la condotta posta in essere dalla convenuta costituiva concorrenza sleale ai sensi dell'art n. 1 e 3 cod. civ.; condannava la convenuta a cessare in via immediata i comportamenti e le condotte integranti i sopra detti illeciti, e in particolare di far uso del termine lessicale"(...)" nello svolgimento della propria attività commerciale verso i terzi ed in qualunque forma attuata, ed a provvedere in via immediata al ritiro dei prodotti con marchio

3 "(...)" immessi in commercio; condannava la convenuta al risarcimento generico dei danni in favore dell'attrice; accertava e dichiarava che l'intestazione del nome a dominio "(...)" operata dal convenuta F.F. costituiva violazione ed illecito per contrasto con l'art. 22 c.p.i., e per l'effetto condannava lo stesso a cessare in via immediata l'uso di tale nome a dominio e a dismettere la stessa titolarità della registrazione; condannava i convenuti al rimborso delle spese processuali. Conattonotificatoindata29ottobre2008F.S.r.l.convenivaF.S.p.A.dinanzia questa Corte proponendo appello avverso detta sentenza per sentirla dichiarare nulla per mancanza degli elementi di diritto e per difetto o insufficienza di motivazioni, o, in subordine, per ottenerne la parziale riforma con l'annullamento della condanna emessa nei suoi confronti per concorrenza sleale per insussistenza di elementi in fatto ed in diritto; con l'annullamento della condanna generica al risarcimento danni in quanto non provati; con la riduzione delle liquidate spese processuali. Instauratosi il contraddittorio, l'appellata F. S.p.A. si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto del gravame. La causa era posta in decisione all'udienza collegiale del 14 dicembre 2011, sulle conclusioni formulate dalle parti e richiamate in epigrafe. MOTIVI DELLA DECISIONE Conilprimomotivodigravamelasoc.appellantesostienecheilgiudicediprimo grado non avrebbe"correttamente esaminato il contenuto del diritto previsto dalla legge marchi, il quale si caratterizza per il contenuto negatorio verso le attività degli altri". Deduce in particolare che il titolare del marchio, in base a detta normativa, "può vietare a terzi l'apposizione del segno sui prodotti, la loro commercializzazione e nella pubblicità" in presenza però delle indicate circostanze specifiche che, nel caso di specie, non caratterizzavano l'esercizio dell'azione intrapresa dall'attrice F. S.p.A. nei confronti di essa convenuta. Precisa, al riguardo, che il nome F. era composto da elementi che lo distinguevano nettamente dal generico marchio "F." e lo differenziavano in modo sostanziale poiché nessun elemento, dedotto dalla controparte, portava ad affermare l'esistenza del requisito della"confondibilità". La censura è infondata. Il Tribunale, con pronuncia rimasta immune da specifica censura, ha qualificato come forte il marchio dell'attrice sul rilievo che lo stesso non era concettualmente collegabile ai prodotti (abbigliamento sportivo) per i quali era stato registrato e trovavaconcretousoeapplicazione.inguisachelatuteladicuilostessogodeva era particolarmente rilevante "posto che la lontananza del contenuto concettuale del nucleo del segno distintivo dal prodotto commercializzato con il medesimo segno accresce fortemente la propria capacità e potenzialità distintiva, sicché la tutela del segno rispetto alle possibili contraffazioni ed imitazioni assuma una pari forza ed ampiezza, in conseguenza proprio delle caratteristiche fisiologiche suddette del marchio". Avendo ancora ritenuto, sulla base della prodotta

4 documentazione, che il marchio "(...)" rivestiva e possedeva anche il connotato peculiare della rinomanza(ossia quella particolare conoscenza del segno ottenuta presso il pubblico dei consumatori attraverso l'uso e la notorietà di esso), il primo giudice ha così affermato la illiceità del comportamento della convenuta e la suscettibilità di esso di arrecare pregiudizio al marchio prioritario dell'attrice stante il rischio di confusione indotto dal segno distintivo della convenuta. Ritiene il Collegio che, così statuendo, il Tribunale abbia fatto corretta applicazione dell'art. 20 c.p.i. (che è in vigore dal 2008) ed abbia conformato la propria decisione all'affermato orientamento giurisprudenziale secondo cui, in caso di marchio forte, la tutela accordata dalla legge"si caratterizza per una maggiore incisività rispetto a quella dei marchi"deboli", perché rende illegittime le variazioni, anche se rilevanti ed originali, che lascino sussistere l'identità sostanziale del nucleo individualizzante"(cass. 1906/010). Il giudice di primo grado ha perciò ritenuto privo di rilevanza il fatto che alla parola "(...)" costituente il nucleo che individuava il marchio tutelato si fosse abbinato, dalla soc. convenuta, l'altra parola "(...)" essendo questo un termine generico inidoneo ad individualizzare il marchio posteriore. A tale riguardo va considerato che, in fatto di marchi forti, anche lievi somiglianze possono ingenerare la confondibilità del segno, e quindi a maggior ragione la semplice aggiunta di un nome privo di contenuto individualizzante. Né vale osservare da parte appellante che essa non produce capi di abbigliamento, ma si limita ad apporre sui singoli capi il nominativo dei clienti, essendo comunque la pacifica utilizzazione commerciale di quel segno distintivo come marchio di impresa suscettibile di indurre una associazione tra i due inarchi. Sul punto deve pertanto ritenersi che la sentenza impugnata non sia affetta dal lamentato vizio da erronea individuazione del"contenuto del diritto previsto dalla legge marchi", trovando nella specie applicazione la normativa sulla proprietà industriale che il giudice di primo grado ha in sentenza espressamente richiamato. Con il secondo motivo, la soc. appellante assume che il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto coincidenti e collegabili i settori merceologici della soc. F. S.p.A. (abbigliamento sportivo) e quello della controparte (abiti da lavoro a dimensione locale). Poiché la concorrenza sleale ricorre in caso di realizzazione volontaria di un atto volto a creare confusione nel consumatore in modo tale da impedirgli di distinguere, era a suo dire evidente come nel caso specifico non potesse verificarsi alcun pericolo di sviamento di clientela essendo i relativi prodotti totalmente differenti. La censura non è condivisibile in quanto dal rischio anche di una semplice associazione tra i due segni, con conseguente indebito sfruttamento della fama spettante al titolare del marchio tutelato, stante la sostanziale affinità dei prodotti commercializzati dalle due ditte poiché tutti riconducibili allo stesso ambito merceologico che era quello dell'abbigliamento, deriva la sussistenza delle condizioni stabilite dall'art cod. civ. per la configurabilità della concorrenza sleale, atteso il pacifico utilizzo del marchio contraffatto da parte della odierna appellante.

5 Conlaterzadoglianzalasoc.F.sostienecheilTribunale,senzalabenchéminima prova documentale circa la produzione e vendita di prodotti dal marchio contraffatti, aveva emesso condanna generica volta a far"cessare in via immediata i comportamenti e le condotte integranti gli illeciti". Osserva il Collegio che la condanna generica di cui la parte lamenta remissione in assenza di idonei elementi probatori vada individuata non nella statuizione richiamata dalla parte, con la quale si impone alla convenuta l'astensione da specifici comportamenti integranti gli illeciti accertati, ma in quella relativa al risarcimento dei danni della quale viceversa la appellante chiede l'annullamento nelle sole conclusioni dell'appello. Purinassenzadispecificimotivisulpunto,ataleriguardoèperaltroilcasodi osservare che, secondo la consolidata giurisprudenza dei giudici di legittimità, la pronuncia di condanna generica al risarcimento del danno per fatto illecito integri un accertamento di potenziale idoneità lesiva di quel fatto, e non anche l'accertamento del fatto effettivo, la cui prova è riservata alla successiva fase di liquidazione. Tale accertamento di lesività potenziale prescinde dalla misura ed anche dalla stessa concreta esistenza del danno, con la conseguenza che il giudicato formatosi su detta pronuncia non osta a che nel giudizio instaurato per la liquidazione venga negato il fondamento della domanda risarcitoria, previo accertamento del fatto che il danno non si sia in concreto verificato (v. Cass. 6685/06). Con il quarto motivo la soc. appellante lamenta l'esuberanza della liquidazione delle spese di giudizio, in considerazione della mancanza di qualunque attività istruttoria che giustifichi l'importo. La censura è inammissibile poiché non contiene, a parte la somma complessiva indicata solamente nelle conclusioni dell'atto di appello, alcun elemento per la determinazione in concreto dei diritti e degli onorari che il giudice di primo grado avrebbe dovuto liquidare a norma di tariffa in relazione al valore della causa ed alla natura ed entità dell'attività professionale effettivamente svolta. L'appello va dunque rigettato. In applicazione del principio della soccombenza, la appellante F. S.r.l. va condannata alla rifusione, in favore dell'appellata F. S.p.A., delle ulteriori spese del presente grado di giudizio che si liquidano come da dispositivo. P.Q.M. La Corte d'appello di Roma, Sezione prima civile, definitivamente pronunciando, così provvede: Rigetta l'appello proposto dalla appellante F. S.r.l. avverso la sentenza n /07 del Tribunale Civile di Roma, nei confronti dell'appellata F. S.p.A.; Condanna la appellante F. S.r.l. alla rifusione, in favore dell'appellata F. S.p.A., delle spese del presente grado di giudizio liquidate in complessivi Euro 4.000,00,

6 di cui Euro 1.000,00 per competenze ed Euro 3.000,00 per onorari, oltre accessori di legge e rimborso forfettario delle spese generali. CosìdecisoinRomail9maggio2012. Depositata in Cancelleria il 14 gennaio 2013.

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