Osservatorio sulla giustizia civile n. 17

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1 Osservatorio sulla giustizia civile n. 17 a cura di Maria Concetta Rametta 1. Corte di Cassazione, terza sezione civile, n del 14 luglio 2009, in materia di responsabilità civile. Nella fattispecie concreta all esame della Suprema Corte un motociclista, a causa delle gravi lesioni riportate a seguito dell impatto con un bidone dei rifiuti posto al centro della strada che stava percorrendo, chiede ed ottiene, in primo ed in secondo grado, la condanna del comune al risarcimento dei danni. Il soggetto soccombente propone ricorso per cassazione, lamentando la carenza della propria legittimazione passiva, sulla base della violazione dell art. 2 del d. lgs. 285/92, secondo il quale le strade che fungono da collegamento tra il capoluogo di provincia ed il comune sono strade provinciali. La suprema corte respinge il gravame ritenendo errata l interpretazione della norma fornita dal comune: la disposizione legislativa, infatti, prevede che le strade urbane appartengono al comune qualora siano poste all interno dei centri abitati, salvo che questi abbiano una popolazione superiore ai diecimila abitanti, ipotesi non ricorrente nel caso di specie. Viene, inoltre, ritenuta irrilevante il fatto che, al momento del sinistro, la strada in oggetto era compresa all interno dell elenco delle strade provinciali e che, solo successivamente, fu trasferita al comune. La suprema corte rileva, infatti, che secondo l orientamento costante della giurisprudenza, gli atti di classificazione non sono significativi al fine di individuare la titolarità di un bene demaniale, poiché essi hanno soltanto valore meramente dichiarativo e non costitutivo; in secondo luogo, essa afferma che il codice della strada scandisce il procedimento di passaggio di proprietà delle strade in tre fasi: delimitazione del centro abitato, decreto di passaggio della proprietà e consegna della strada. Nel caso de quo, anche se, alla data del sinistro, né la delimitazione del centro abitato né la consegna erano state effettuate, si deve ritenere che l effetto traslativo è conseguito all entrata in vigore del codice della strada che ha attribuito ai comuni la titolarità della strade poste al loro interno.

2 Con riferimento, infine, alla supposta violazione degli artt e 2051 c.c., la Corte di Cassazione concorda con la pronuncia dei giudici di secondo grado che hanno fondato la condanna al risarcimento non sulla responsabilità da custodia ex art. 2051, ma sulla diversa responsabilità da culpa in vigilando ex art. 2043, applicando i costanti principi elaborati in materia d insidia dalla giurisprudenza e ritenendo tale il bidone della spazzatura posto in modo anomalo ed imprevedibile al centro della carreggiata. 2. Corte di cassazione, prima sezione civile, n del 22 luglio 2009, in materia di tutela del marchio. Il titolare di un famoso marchio d abbigliamento, dopo aver rilevato l utilizzo su prodotti similari di un marchio che, foneticamente e graficamente, richiamava il proprio, agisce avverso il negoziante chiedendo ed ottenendo in via cautelare l inibitoria dell uso di esso ed il sequestro dei prodotti. Il convenuto contesta la propria legittimazione passiva ritenendo che l unico responsabile della condotta lesiva fosse la ditta produttrice delle merci. Per tale motivo l attore conviene in giudizio anche tale azienda, chiedendo l accertamento della condotta illecita di entrambi, costituente concorrenza sleale e contraffazione, e la condanna al risarcimento dei danni. Nel corso del giudizio, mentre la controversia tra l attore ed il negoziante viene chiusa attraverso la stipula di un accordo di conciliazione, in base al quale il convenuto si impegnava ad astenersi dal vendere i prodotti recanti il marchio contestato, la ditta produttrice contesta le accuse escludendo la confondibilità tra i due marchi, sulla base del diverso prezzo al quale i prodotti venivano venduti e del diverso tipo di clienti ai quali le due aziende si rivolgevano. Il tribunale rigetta le domande attoree condividendo la tesi del convenuto sulla mancata confondibilità dei marchi, data la diversità dei segni grafici, della fonetica, della lunghezza delle parole usate. In sede di gravame, invece, la corte d appello accoglie le richieste presentate dal soggetto leso e, dopo aver accertato l esistenza di una condotta di contraffazione, ordina la cessazione della produzione, la distruzione dei prodotti e dispone la condanna al risarcimento dei danni. Il ricorso per cassazione viene fondato, in primo luogo, sulla violazione e falsa applicazione dell art c.c.. Il ricorrente, infatti, sostiene che, poiché la condotta di concorrenza sleale sussiste quando è posta in essere con lo scopo di sottrarre clienti ad un altro imprenditore, elemento

3 imprescindibile di essa, come affermato più volte dalla giurisprudenza, è la confondibilità dei prodotti, che ha l effetto di sviare la clientela dal loro acquisto, clientela che, pertanto, devev essere comune alle due aziende. In secondo luogo, il ricorrente censura il capo relativo alla condanna al risarcimento, irrogata nonostante la mancata prova, da parte dell attore, del danno subito. La suprema corte rigetta il ricorso, ritenendo corretta la statuizione dei giudici di secondo grado, basata sugli insegnamenti costanti della giurisprudenza in ordine alla ricostruzione degli elementi fondanti la condotta di concorrenza sleale, ovverossia la confondibilità dei marchi e dei prodotti e la comunanza di clientela. La Suprema Corte, premesso che la contraffazione del marchio può essere posta a fondamento sia di un azione a tutela del marchio sia di un azione per concorrenza sleale, afferma che quest ultima sussiste quando vi sia il contemporaneo esercizio, da parte di più imprenditori, di una medesima attività industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune. Per ciò che concerne, poi, l elemento della comunanza della clientela, la corte di cassazione ritiene che esso sia sussistente nei casi in cui le aziende offrano prodotti similari a clienti che cercano e che vogliono acquistare quel tipo di prodotto. Nel caso de quo, la corte d appello ha correttamente rilevato l esistenza dell elemento della confondibilità, a nulla rilevando quanto contestato dal ricorrente in ordine al fatto che i due prodotti vengono venduti a prezzi completamente diversi ed in negozi di tipo diverso, poichè l elemento della confondibilità non deve riguardare solo i prodotti, ma soprattutto l attività degli imprenditori, elemento che potrebbe indurre i consumatori a credere che, nonostante il prodotto del soggetto ricorrente sia di qualità inferiore all altro, esso venga comunque prodotto dalla ditta più famosa. La differenza qualitativa e di prezzo tra i prodotti non esclude, pertanto, la sussistenza dell elemento della confondibilità. Anche con riferimento al secondo motivo di ricorso, la suprema corte ritiene che la corte d appello abbia correttamente statuito: infatti, dall accertamento della confondibilità dei marchi deriva la sussistenza del danno; inoltre, l impossibilità di fornire, in questi casi, una prova più rigorosa giustifica il fatto che i giudici di secondo grado abbiano effettuato una valutazione equitativa dei danni.

4 3. Corte di cassazione, terza sezione civile,n del 22 giugno 2009, sulla distinzione tra campeggio e attività alberghiera. Il tema centrale della controversia all esame della Corte di Cassazione riguarda la qualificazione di un contratto di locazione intercorso tra la proprietaria dell immobile, oramai deceduta e madre degli attori, ed una società a responsabilità limitata: infatti, mentre per gli attori si trattava di un contratto di locazione a carattere stagionale, da ritenersi, pertanto, scaduto al termine del periodo concordato, il soggetto convenuto, invece, sosteneva che era stato stipulato un contratto di affitto per attività turistico alberghiera, in scadenza nel Il tribunale, dopo avere dichiarato la nullità del contratto per violazione della legge 392/78, rigetta le domande attoree, sostenendo la durata di sei anni del contratto di locazione, da intendersi implicitamente rinnovato per altri sei anni data la mancata indicazione del diniego di rinnovo per i motivi indicati dalla stessa normativa. Al contrario, i giudici di secondo grado, accogliendo l appello proposto dai proprietari dell immobile, ordinano il rilascio di esso da parte della società. La suprema corte risolve, innanzitutto, un problema procedurale: infatti, trattandosi di un ricorso al quale possono applicarsi le nuove norme introdotte dal d. lgs. n. 40/06, l enunciazione del motivo di ricorso, se ricompreso nei numeri dell art. 360 cpc, deve concludersi con la formulazione di un quesito di diritto. Nel caso de quo, invece, il motivo di ricorso era da ritenersi inammissibile perché il quesito non era stato collegato alla fattispecie concreta, ma era stato formulato in maniera troppo generica. Tuttavia, la cassazione afferma che, in ogni caso, anche a voler guardare il merito del ricorso, esso non può ritenersi fondato, avendo la corte d cappello correttamente statuito nel ritenere sussistente un contratto di locazione stagionale, come sostenuto dagli attori, sulla base delle prove documentali presentante, del contesto letterale dell atto e dalla volontà manifesta in esso dai contraenti. Premesso ciò, la suprema corte precisa i tratti caratterizzanti il contratto in oggetto, affermando che, poiché ai sensi dell art. 27 della legge 392/78, esso non può essere assimilato, ai fini dell individuazione della durata, agli altri tipi di contratti di locazione di immobili per uso non abitativo, configurandosi la sua normale scadenza al termine della stagione: infatti, la durata del contratto è qui determinata dal collegamento posto in essere tra il bene e l attività economica svolta dal conduttore ed avente, per l appunto, carattere stagionale. Sono comunque fatte salve sia la possibilità del rinnovo per lo stesso periodo degli anni successivi fino ad un massimo di sei,

5 sia la facoltà del locatore di aggiornare il quantum del canone inizialmente pattuito nel caso del rinnovo del contratto. Infine, la suprema corte esclude l applicabilità della disciplina della durata del contratto dettata in materia di contratto alberghiero poiché nel caso in esame l immobile oggetto dell atto era un terreno agricolo da adibire al campeggio di roulotte, attività che non può essere equiparata a quella alberghiera, il cui elemento caratterizzante l offerta di un alloggio all interno di una propria struttura. 4. Corte di cassazione, terza sezione civile, n del 7 luglio 2009, in materia di obbligazioni pecuniarie. Ennesima pronuncia della suprema corte sulle obbligazioni pecuniarie e sulla rivalutazione monetaria nei debiti di valore. Nella fattispecie concreta all esame dei giudici, un azienda ospedaliera era stata condannata a risarcire i danni subiti da una paziente che, durante la degenza, a seguito dell utilizzo di strumenti non perfettamente sterilizzati, aveva contratto il virus dell epatite. Contro la sentenza della corte d appello che, in parziale riforma della pronuncia dei giudici di primo grado aveva diminuito il quantum del risarcimento, il paziente agisce innanzi alla cassazione, lamentando la mancata attribuzione degli interessi legali, giustificata in base alla mancata formulazione di uno specifico motivo d appello: il ricorrente, infatti, sostiene che il pagamento degli interessi era stato già chiesto in primo grado e che, pertanto, non era necessario riformulare la richiesta in sede d appello. La suprema corte ritiene fondata la censura, ricordando che, poichè secondo il principio di diritto oramai consolidato nella giurisprudenza la rivalutazione monetaria e gli interessi costituiscono una componente naturale del risarcimento del danno, essi possono essere riconosciuti dal giudice anche d'ufficio, essendo ricompresi nell'originario petitum della domanda risarcitoria. Tuttavia, poiché è non è possibile provvedere in base all art. 384 cpc perché la liquidazione degli interessi va operata in relazione ad accertamenti di fatto che devono essere condotti dal giudice di rinvio, la suprema corte rimette a quest ultimo la decisione, ricordando che, nel caso in esame, poiché il risarcimento del danno derivante da responsabilità extracontrattuale è un debito di valore la rivalutazione, che ha la funzione di risarcire il danno emergente e cioè la perdita subita

6 dalla vittima del fatto, e gli interessi, che vanno a risarcire il lucro cessante, derivante dal ritardato conseguimento della somma, vanno liquidati dal giorno in cui si è verificato l evento dannoso, e non vanno calcolati sulla somma originaria o su quelle rivalutata, ma su quella originaria rivalutata anno per anno. 5. Corte di cassazione, terza sezione civile, n del 17 giugno 2009, in materia di oneri probatori nel caso di sinistri derivanti dalla circolazione di veicoli. A seguito di un incidente stradale, il soggetto, la cui auto era stata danneggiata, cita innanzi al giudice di pace, la compagnia assicurativa indicata nel contrassegno esposto sul parabrezza della macchina danneggiante. Tuttavia, egli si vede rigettare la domanda di risarcimento per carenza di legittimazione passiva, poiché in realtà la compagnia assicurativa presso la quale effettivamente era stato stipulato il contratto, era diversa da quella menzionata sul parabrezza; presenta, pertanto, ricorso per cassazione. La suprema corte di cassazione accoglie il gravame, in quanto il principio statuito dall art. 22 della legge 990/69, legge applicabile al caso de quo, per il quale non si può proporre l azione risarcitoria se non sono decorsi sessanta giorni dalla richiesta trasmessa attraverso la raccomandata, non si può applicare qualora il danneggiato, senza sua colpa si sia trovato nell impossibilità di identificare l assicuratore, ipotesi che può ricorrere facilmente, data la mancata predisposizione nel nostro ordinamento di un sistema di pubblicità dei contratti assicurativi, quando il danneggiante non abbia risposto a tale richiesta trasmessa tramite raccomandata.

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