bisogna fare per fare come bisogna essere come era GLI ANNI GIOVANILI

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1 DON LORENZO MILANI Le responsabilità della scuola per la formazione intellettuale e sociale degli ultimi. Il significato dell imperativo etico I care di Rita Turrini Mi sembra doveroso introdurre questo intervento confessando che l occasione che mi sono data di approfondire la conoscenza di don Milani e delle sue vicende mi ha consentito di chiudere un conto personale che avevo in sospeso da molto tempo con il priore di Barbiana, nei confronti del quale nutrivo un risentimento e una ostilità di carattere culturale e professionale che risaliva al periodo in cui cominciai ad insegnare e lessi la Lettera ad una professoressa. Quella lettura mi colpì molto e in modo non positivo. Me ne rimase anzi un senso di profonda ingiustizia perché, allora giovane professoressa, la lessi come se fosse diretta proprio a me e trovai che la maggior parte delle affermazioni degli studenti di Barbiana, coordinati da don Milani, attaccasse la scuola, e in particolare gli insegnanti, in un modo che non riconosceva la qualità e l intensità dell impegno di molti professori con una foga che pregiudizialmente e in modo manicheo aveva già diviso gli attori della scuola in vittime e carnefici. In particolare mi sembrò che attribuisse agli insegnanti delle intenzioni discriminatorie e una volontà di selezione sociale degli studenti che non corrispondeva a quello che io facevo e vedevo fare intorno a me dai molti colleghi seriamente impegnati ad aiutare e sostenere anche gli studenti più deboli. Dalla lettura di quel testo che non prendeva in considerazione la possibilità di una valutazione più diversificata e articolata del mondo della scuola, mi rimase un fastidio destinato a durare, anche per l impossibilità di avere un ulteriore confronto con il pensiero di don Milani. La sua morte, infatti, nel 1967, a poco più di un mese dalla pubblicazione della Lettera, aveva suggellato con il segno di ciò che è definitivo e insindacabile quello scomodo messaggio che non poteva più essere discusso, ma solo accettato o respinto senza possibilità di dialogo e di sviluppo. In realtà allora non avevo capito nulla e me ne sono accorta solo adesso studiando la vita e l esperienza di prete e di maestro di don Milani. All epoca ero caduta anch io nell equivoco che credo abbia caratterizzato l attenzione di molti che si sono accostati al più famoso dei suoi scritti, cogliendone solo la forza polemica e provocatoria. Questa impressione derivava dalla lettura di quel testo estrapolato dal contesto storico e sociale che lo aveva generato. Questo modo di leggere la Lettera a una professoressa è sbagliato e pensare, come feci io nella seconda metà degli anni Ottanta, che quel testo fosse un messaggio per i posteri e fosse pertanto rivolto direttamente anche a me era contrario alle intenzioni di don Milani e, in definitiva, inutilmente autolesionista. E lo stesso don Milani ad autorizzare questa considerazione, affermando più volte, esplicitamente, che quello che egli offre agli altri come spunto di analisi, sono solo i dati delle sue esperienze e i risultati delle sue osservazioni riferite sempre, diceva all hic et nunc, al qui e ora. Il grande segreto pedagogico del miracolo di Barbiana, dunque, dipendeva esclusivamente dalle particolari condizioni in cui si trovavano quei particolari studenti in quel luogo e in quel tempo storico particolare. E don Milani dichiara: Ognun vede che io non ci ho merito alcuno e che il segreto di Barbiana non è esportabile né a Milano né a Firenze. Se io avessi letto prima queste parole che affermano che tutta la sua esperienza va contestualizzata sul piano storico e geografico, oltre che su quello politico e socioeconomico, avrei evitato una interpretazione sbagliata della sua Lettera a una professoressa e, non sentendomi direttamente coinvolta, mi sarei risparmiata incomprensione e rabbia ingiustificate. 1

2 A un certo punto della sua vita anche don Milani, come già abbiamo visto che capitò prima di lui a San Giovanni Bosco, si trovò a dover rispondere ai molti che gli chiedevano quale fosse il suo metodo educativo e didattico: Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola. Vediamo allora chi era e come era don Milani e quali circostanze e quali azioni hanno fatto di lui uno dei più grandi protagonisti del Novecento, e non solo nel campo dell educazione scolastica. GLI ANNI GIOVANILI Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nasce a Firenze nel I tre nomi e il doppio cognome bastano ad indicare un origine privilegiata e non comune. La sua famiglia è molto ricca, ha palazzi e case in città e in campagna dove possiede numerosi poderi lavorati da affittuari. L ingente patrimonio ha sempre consentito di vivere di rendita. Gli uomini di famiglia, liberi dalla necessità del lavoro si sono sempre dedicati agli studi e alla carriera accademica. Il cognome Comparetti, trasmesso per legge ai figli dell unica figlia, per evitare che vada dispersa una memoria così illustre, deriva dal bisnonno paterno, insigne e stimato filologo dell Ottocento, morto senza eredi maschi. Più in generale la cultura è un bene di famiglia, non meno dei possedimenti, e determina un atmosfera di raffinata libertà intellettuale che contraddistingue tutti i componenti. La famiglia della madre, Alice Weiss, non è meno importante. I Weiss sono ebrei di origine mitteleuropea, trapiantati da tempo a Trieste. Sono parenti con Edoardo Weiss, amico di Svevo e di Joyce, il primo studioso italiano di Freud e fondatore della Associazione Italiana di psicoanalisi. Nessuna religione è praticata in famiglia. Il padre e la madre di Lorenzo, uniti da un matrimonio civile, sono laici nei convincimenti e nei comportamenti, alieni da qualunque influenza religiosa, cristiana o ebraica che sia, e a questi principi ispirano l educazione dei figli. Solo l ascesa di Hitler e la consapevolezza delle conseguenze a cui avrebbe portato il suo fanatismo razziale, inducono Albano Milani e Alice Weiss a far battezzare i figli e a sposarsi in chiesa, nel 1933, in anticipo sulle leggi razziali tedesche del 1935 e su quelle italiane del Il prete che celebra questi sacramenti trucca i registri parrocchiali retrodatandoli, per mettere al riparo da rischi futuri questi suoi parrocchiani per i quali ha stima a dispetto del loro dichiarato ateismo e di questa scelta che sa opportunistica ma anche assolutamente necessaria. Più tardi don Milani definirà battesimo fascista la celebrazione del sacramento che lo fece entrare nella chiesa cattolica. Pur non modificando i loro intimi convincimenti, i Milani, che nel frattempo avevano lasciato la Toscana per Milano, non limitano la scelta religiosa al matrimonio e al battesimo ma, per renderla credibile e per favorire l integrazione dei figli e metterli al riparo da esperienze sgradevoli iscrivono questi ultimi a scuole religiose. In questa fase Lorenzo pare subire una prima forte influenza dai padri barnabiti presso cui frequenta il ginnasio e, sorprendendo i genitori, vuole fare anche la prima comunione. I tempi però non sono ancora 2

3 maturi per una vera e propria conversione e, superato questo primo periodo mistico, Lorenzo ritorna ben presto alla solita indifferenza religiosa. Il percorso scolastico di Lorenzo procede in modo non lineare, fra battute di arresto e accelerazioni. Il giovane passa dalla scuola privata religiosa al prestigioso liceo Berchet dove si fa notare per la sua personalità forte e per il rigore tagliente dei suoi giudizi, anche se non è uno studente particolarmente impegnato. Nelle sue pagelle non mancano le insufficienze, tuttavia il giovane non è privo né di capacità né della volontà di farle valere. Nonostante sia stato rimandato in diverse materie decide infatti di saltare la seconda liceo sostenendo con successo gli esami di ammissione all ultimo anno che conclude senza dover affrontare gli esami finali, aboliti per la chiusura anticipata delle scuole provocata dallo stato di guerra in cui si trova l Italia. Si rifiuta però di iscriversi all università, rompendo con la tradizione accademica della famiglia che, pur contrariata dalla sua decisione, in linea con il rispetto per il libero pensiero e le libere scelte degli individui sempre sostenute, accetta la sua volontà e asseconda il suo desiderio di dedicarsi invece agli studi di pittura. La volontà di dedicarsi alla pittura è sorprendente per i familiari e gli amici, più ancora di quella di non continuare gli studi tradizionali per i quali non aveva mai mostrato particolare sollecitudine. Lorenzo non aveva infatti mai evidenziato attitudine o particolare interesse per l arte, né come studioso né, tanto meno, come aspirante artista. Si può pensare che la fermezza con cui espone e mette in atto, per un certo tempo, il proposito di diventare un artista rientri nel tentativo di darsi un identità personale nuova e non prevista da parte di un giovane irrequieto, alla ricerca di se stesso e già ribelle rispetto alla strada maestra tracciata dalla tradizione familiare. La famiglia, illuminata e aperta anche alle deviazioni rispetto ai propri consolidati valori, lo sostiene anche in questa occasione e cerca per lui un maestro stimato ed autorevole che possa fargli da guida nel campo della tecnica pittorica, ed essergli di sostegno anche morale in questa delicata fase della sua vita. La scelta cade su Hans Joachim Staude, pittore tedesco da molti anni residente con la famiglia a Firenze. E Staude ad indirizzare Lorenzo verso la ricerca di un assoluto spirituale, facendogli comprendere che la pittura non è semplice riproduzione del mondo, ma intima comprensione e trasfigurazione delle forze che lo animano e che entrano in relazione con chi lo guarda. La pittura però non è la strada di Lorenzo che non ha difficoltà ad appropriarsi delle tecniche, ma non riesce ad esprimere attraverso di esse la profondità del suo pensiero e delle sue inquietudini. Sarà un altro il campo a cui approderà la sua ricerca spirituale. Lorenzo non sarà infatti destinato a cercare e a trovare l assoluto nell arte, bensì nella fede. Ciò nonostante gli studi di pittura proseguono ancora per oltre un anno a Milano dove Lorenzo è ritornato per iscriversi all Accademia di Brera e dove apre uno studio. Qui comincia a condurre una vita da bohemienne, ricevendo gli amici ex-compagni di liceo, con i quali intrattiene lunghe dispute intellettuali che confermano la nettezza dei suoi giudizi e il rifiuto di scendere a qualunque compromesso con il sentire comune. In realtà, senza esserne davvero consapevole, Lorenzo in questi anni di guerra che sono, per la maggior parte della popolazione, anni di pericolo e di estrema povertà, sta solo recitando la parte del giovane ribelle alle convenzioni borghesi della sua famiglia, dal momento che può permettersi questa vita di disimpegno in virtù dei privilegi che gli derivano dall essere un signorino a cui la famiglia ricca e benevola può concedere e pagare anche le ribellioni contro il suo stesso stile di vita e la sua visione del mondo. 3

4 LA VOCAZIONE SACERDOTALE Ma la scelta più di rottura Lorenzo la compie nel Nella primavera chiude lo studio di Milano e raggiunge la famiglia a Firenze. Durante l estate, passata nella tenuta di Gigliola, in una cappella annessa alla proprietà scopre un messale antico e si appassiona alla liturgia. Sembra, e forse all inizio è proprio così, folgorato da una passione estetica trasferita dal campo della pittura a quello della rappresentazione religiosa. In realtà questa scoperta segna l inizio di un percorso irreversibile verso la fede e la totale consacrazione ad essa. Nel novembre dello stesso anno Lorenzo dichiara la sua volontà di entrare in seminario, dopo una conversione apparentemente improvvisa. La famiglia è sconvolta da questa decisione ma, ancora una volta, non la contrasta e consente al figlio di seguire la sua strada, senza abbandonarlo, ma anzi sostenendolo in tutte le difficoltà materiali e spirituali che incontrerà in questa nuova esperienza. Anche in seminario Lorenzo conferma la sua forte personalità e più volte entra in rotta di collisione con i metodi e le pretese dei suoi superiori. Dimostra infatti di essere interessato al dialogo diretto con Dio e a mettere in pratica in modo non formale ma sostanziale il messaggio evangelico. Non è interessato infatti alle manifestazioni solo esteriori della fede, ma si carica dell impegno cristiano per la salvezza e la redenzione degli ultimi. E convinto infatti che la salvezza non derivi dalle pratiche devozionali che troppo spesso gli appaiono niente altro che manifestazioni di ignorante superstizione, ma dalla comprensione autentica del messaggio evangelico da cui troppo spesso i poveri sono tenuti lontani per l ignoranza che li contraddistingue. Per don Milani che viene ordinato sacerdote nel luglio del 1947, quello evangelico è prima di tutto un messaggio di dignità e di libertà, è dunque compito del sacerdote farsi pastore per liberare le sue pecore. E convinto che la libertà che porta alla salvezza eterna, debba fondarsi sulla libertà dal bisogno e, in primo luogo, sulla libertà dall ignoranza che è il vero strumento di potere di cui si avvalgono i ricchi e i potenti e le istituzioni che li rappresentano, per mantenere le masse in condizioni di inferiorità e di sudditanza. Dopo la consacrazione sacerdotale don Milani viene inviato come assistente del vecchio parroco a San Donato in Cadenzano. Appena arrivato, dopo essersi reso conto delle condizioni dei suoi parrocchiani, dà vita in canonica ad una scuola serale aperta a tutti i giovani, senza discriminazioni religiose o politiche. I democristiani siedono sui banchi accanto ai comunisti, purchè siano di estrazione popolare e operaia. Il suo impegno nella scuola e ancora di più le sue aperte prese di posizione contro le forme della religiosità popolare quali le processioni e i riti a cui non riconosce sostanza di fede, gli attirano prima la diffidenza, poi l aperta ostilità dei benpensanti moderati e di molti altri preti della zona. L azione di don Milani, nonostante il riconoscimento e l apprezzamento del suo vecchio parroco che lo difende contro i detrattori, provoca una sorda opposizione che ben presto si trasforma in aperta diffamazione. Viene accusato di essere comunista perché afferma il diritto degli operai ad avere contratti dignitosi e a vederli applicati. E guardato con crescente sospetto perché fra i padroni e gli operai si schiera sempre dalla parte di questi ultimi e perché si impegna a metterli in condizione di leggere, di conoscere e di capire tutto quello che a livello nazionale viene deciso per loro e, più spesso, contro di loro. Uno dei suoi impegni principali consiste nel diffondere la conoscenza dei sindacati e nel favorire l impegno sindacale dei lavoratori. Don Milani è assolutamente consapevole dell esistenza della lotta di classe e ha deciso, altrettanto consapevolmente, di schierarsi in questa lotta a fianco degli operai. Non lo fa per adesione ad un partito, quello comunista che, all epoca, monopolizzava la difesa del lavoro e dei lavoratori, ma per una scelta di giustizia sociale che è il riflesso della necessaria giustizia divina. Egli è anzi spinto, e lo dichiara apertamente, anche dal desiderio di sottrarre al monopolio comunista e antireligioso la difesa dei diritti dei 4

5 lavoratori di cui la Chiesa in campo religioso e la Democrazia Cristiana in campo politico dovrebbero riappropriarsi. Questo suo impegno è però guardato con sospetto da tutti coloro, uomini di Chiesa e borghesi, che si sentono attaccati nelle loro rendite di posizione e nella pretesa di essere depositari del verbo religioso e politico-economico. Contro di lui parte una campagna di diffamazione che culmina, alla fine del 1954, con l esilio di don Milani da San Donato a Barbiana. Prima di occuparmi dell esperienza di Barbiana, dove don Milani passerà tutto il resto della sua vita, fino alla morte avvenuta nel 1967, e da cui raggiungerà, senza quasi mai muoversi dalla sua parrocchia, tutto il resto d Italia, diventando un caso nazionale con i suoi scritti più importanti - le Esperienze pastorali del 1958, la Lettera ai giudici del 1965 e la Lettera a una professoressa del vorrei fare qualche riflessione sul modo in cui don Milani vive la sua vocazione e la scelta dell impegno totale a vantaggio dei più poveri e diseredati. E evidente che don Milani, con l adesione alla fede cattolica e con la scelta del sacerdozio compie una scelta contro. Si schiera infatti contro i privilegi, contro la ricchezza, contro le ingiustizie e i soprusi. In una parola si schiera contro il suo vecchio mondo, la famiglia e la società alto-borghese a cui questa apparteneva, ma anche contro la Chiesa di cui entra a far parte, intesa come istituzione che difende quegli stessi privilegi. La sua scelta però non è mai contro le persone. Pur avendo fatto, fin dai tempi di San Donato, una scelta di austera e radicale povertà, rinunciando a ogni parte dei beni familiari, non spezza i legami affettivi con i parenti e non pretende di imporre loro nessun tipo di coerenza con le sue scelte personali. La libertà di scelta che ha rivendicato per sé la concede intera a tutti i suoi familiari che non devono sentirsi in alcun modo mortificati o debitori nei suoi confronti. Per questo ragione non lo turba il fatto che la madre, amatissima, sia di origini ebraiche e atea per convincimento. In una lettera le si rivolge con queste parole: Come puoi pensare che io sia ancora tanto chiuso da aver bisogno che la mamma del prete vada in Chiesa? Allo stesso modo riconosce il diritto della sorella a non sentirsi in colpa verso di lui per la scelta di unirsi al marito solo con un matrimonio civile e le scrive: Sono contentissimo che tu ti sposi e non ho nessun motivo di meravigliarmi o dolermi che tu lo faccia in Comune. Esser religiosi e esser cristiani è una fortuna, non un obbligo. Mi può dispiacere che tu non abbia questa fortuna, non che tu compia un atto in armonia con quello che pensi Per le stesse ragioni, la separazione del fratello dalla moglie non spezza i loro legami fraterni. Diverso è il rapporto con i suoi fratelli di fede, i preti, che come lui hanno risposto alla vocazione divina e hanno compiuto una scelta motivata dal riconoscimento del messaggio evangelico e dall impegno a realizzarlo fra gli uomini e per gli uomini. Nei loro confronti sente il dovere di forzarli al rispetto di quella scelta, in modo sostanziale e non formale. Il suo rigore e la sua durezza senza compromessi nei confronti di chi veste l abito sacerdotale ma non ne incarna la missione sono fortissimi e inflessibili, soprattutto nei confronti dei superiori che dovrebbero esser di esempio, di stimolo e di richiamo ai loro sottoposti. 5

6 Per questa ragione scrive Esperienze pastorali, rivolgendosi in particolare ai suoi confratelli, anche se non esclusivamente a loro. Partendo dalla conoscenza diretta dei suoi parrocchiani e arricchendola con ricerche e raccolte di dati per i quali si avvale anche degli studenti della sua scuola serale, si interroga sui motivi della loro incoerenza religiosa, cerca le ragioni della frattura fra l ostentazione dei rituali della fede e la pratica di scelte di vita che spesso sono in contrasto con l autentico significato del messaggio religioso. Di tutto questo non fa una colpa al suo popolo, ma si chiede, e soprattutto chiede agli altri preti della zona, quali siano il senso e i limiti dell operato dei sacerdoti oltre che le loro responsabilità. La maggior parte di loro, infatti, anziché ribellarsi a tutto questo, favorisce vere e proprie forme di superstizione, sollecita il fervore formale dei fedeli e li loda per questo, senza contribuire alla crescita spirituale e alla maturazione di coscienze autenticamente religiose. A don Milani non sta a cuore solo la denuncia di un modo di esercitare il sacerdozio che sente in contrasto con le esigenze della vocazione e la volontà evangelica, ma gli preme anche individuare il legame fra questo modo di essere cristiani dei parrocchiani favorito e conservato dai preti, e le loro condizioni culturali e socio-economiche. Egli istituisce infatti un legame diretto, che si propone di documentare nei fatti, fra l ignoranza, compresa quella religiosa, in cui sono tenuti i poveri, contadini e operai, e la loro miseria, materiale e morale. La Chiesa che contribuisce a mantenere in una condizione di minorità i suoi figli più deboli, tradisce il messaggio di libertà che viene dal Vangelo e di fatto sostituisce la cura d anime con il servizio a vantaggio dei potenti. In tutto questo hanno una enorme responsabilità i preti di campagna che, per semplicità di intelletto alcuni, per comodità e pavidità molti altri, si fanno strumento della complicità politica fra Chiesa e Stato, istituzioni che si identificano entrambe con la classe dominante e che di fatto rappresentano in modo quasi esclusivo. Questo primo scritto pubblico di don Milani è destinato a suscitare prima enorme scalpore e poi un vero e proprio scandalo. A favorire le prese di posizione negative contribuisce, oltre alla gravità delle cose denunciate, il tono duro, la prosa tagliente e chiarissima, senza margini per nessuna forma di pretesca ambiguità, con cui don Milani si rivolge ai suoi colleghi, preti di campagna e alte gerarchie. E lo stesso Sant Uffizio, il tribunale ecclesiastico per le questioni di fede, sollecitato da fonti non solo religiose ma anche politiche, a condannare il testo di don Milani che pure aveva ottenuto l imprimatur necessario per la divulgazione di libri religiosi. A sei mesi dalla sua pubblicazione, dopo che la polemica era divampata a macchia d olio con prese di posizione durissime, come ad esempio quella da parte dei Gesuiti, il Sant Uffizio ordina che il libro di don Milani sia ritirato dal commercio e che per il futuro ne siano vietate ristampe e traduzioni. Che don Milani fosse un prete scomodo per le sue azioni, per le sue pubbliche prese di posizione e per il suo insegnamento era però risultato già molto chiaro fin dai primi tempi della sua permanenza nella parrocchia di San Donato in Calenzano. Troppo spesso si era schierato dalla parte dei suoi parrocchiani sfruttati sul lavoro, sottoposti ad intimidazioni politiche, pena il licenziamento o licenziati per aver preteso il rispetto del contratto e dei diritti sindacali. L episodio che infine aveva fatto scattare il provvedimento punitivo del trasferimento a Barbiana,era stata l iniziativa di solidarietà a favore della famiglia di un operaio rimasto vittima di un incidente sul lavoro. Un robusto appiglio al provvedimento lo aveva dato, non so quanto consapevolmente, il PCI locale che, contro la volontà di don Milani che non era stato 6

7 neppure informato, aveva fatto portare in chiesa, durante il funerale religioso, le bandiere rosse del partito Scrive Giorgio Pelagatti, uno dei primi seguaci di San Donato che fu con don Milani fino alla fine, e che alla testa di un gruppo di parrocchiani si era recato dal cardinale di Firenze Dalla Costa per chiedere la sospensione del suo trasferimento: Certamente Il cardinale sapeva che don Lorenzo era il migliore prete di Calenzano. Solo, (come ci disse una volta un autorità un po più bassa ma a lui vicina)che c erano solo due possibilità: o sbattere fuori gli altri preti o sbattere fuori lui. Perché non è che fra San Donato e le altre parrocchie ci fosse un confine con tanto di dogana e di doganieri. La gente circolava, osservava, ascoltava, riferiva, rifletteva. E tutti si andavano convincendo che il <<prete>> era don Lorenzo. Quindi il suo atteggiamento finiva per essere una denuncia continua per gli altri preti, anche se lui non chiedeva altro che d essere lasciato lavorare in pace. Alla fine lo fecero fuori. BARBIANA Don Milani arriva a Barbiana il 6 dicembre 1954, sotto la pioggia. Un lungo sentiero sassoso tra i boschi percorribile solo a piedi porta alla canonica dalla strada carrabile diversi chilometri più a valle. Il luogo è desolato. Mancano sia la luce elettrica che l acqua corrente. Non esiste un gabinetto degno di questo nome. Nella canonica transitano con naturalezza dal cortile fangoso i pochi animali da cortile. Don Lorenzo accetta senza reagire e senza nemmeno protestare questo trasferimento che è, e soprattutto deve sembrare a tutti, con estrema evidenza, una punizione. La parrocchia di Barbiana infatti aveva già conosciuto le conseguenze di un esodo massiccio verso la città e il lavoro in fabbrica e conta all epoca poche decine di abitanti tanto che ne era stata già decretata la chiusura al pensionamento del parroco. Di fatto la curia fiorentina decide di mantenerla aperta, a dispetto della decisione già presa, solo per esiliarvi don Lorenzo, con l intenzione che come vedremo si rivelerà sbagliata, di tagliarlo fuori dal mondo. Don Milani è figlio fedele ed obbedientissimo della sua madre brutta come ebbe modo di definire in un occasione la Chiesa, madre che si ama in quanto tale di un sentimento che non può venir meno solo perché essa è, appunto brutta. Accetta dunque l esilio, comprendendone bene le ragioni punitive che però non condivide e che contesta e, pur considerandolo un provvedimento immeritato, il giorno successivo al suo arrivo a Barbiana si reca a Vicchio, nel cui comune è situata la parrocchia, per comperare un loculo destinato alla sua sepoltura. Vuole affermare in questo modo la sua vera intenzione, quella di non considerare Barbiana come una parentesi da chiudere al più presto, magari riconoscendo le ragioni dei superiori e scendendo a patti con esse, mostrandosi mortificato e pentito del suo precedente comportamento per ottenere di essere riassegnato a una destinazione più felice. Vuole infatti che sia subito chiaro a tutti che dal momento dell arrivo fino alla fine dei suoi giorni, quella imposizione è diventata la sua scelta di vita e che egli lavorerà in campo pastorale ed educativo per i suoi pochi parrocchiani con dedizione totale, senza risparmio di amore, di impegno e di fatiche. Come già a San Donato ma qui a Barbiana con una necessità e un urgenza ancora maggiori, don Milani si preoccupa di istituire una scuola. Un primo tentativo di dar vita ad una scuola serale è destinato al fallimento perché le famiglie con figli che hanno concluso le elementari e sono in età da lavoro preferiscono scendere al piano alla ricerca di una sistemazione migliore. Rimangono alcune famiglie di contadini che lavorano terre magre sparse lungo le pendici dei monti Giovi e che hanno figli in età scolare. Per loro funzionano 7

8 scuole rurali con il sistema delle pluriclassi. Il ragazzo voce narrante e portatore di esperienza della Lettera a una professoressa ci informa: Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un aula sola. Un quinto della scuola a cui avevo diritto. E il sistema che adoperano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini ( da Lettera pg. 10) L insegnamento praticato in queste scuole è scarso e di basso livello ed è reso ancor più precario dalle molte e prolungate assenze degli alunni nella stagione fredda per la difficoltà di raggiungere la scuola, dovendo aprirsi la strada fra la neve, e nella bella stagione perché i figli sono preziosi a casa per i lavori nei campi. Per questi ragazzi che sanno tutto della natura che li circonda e delle forme di vita con cui vivono a stretto contatto quotidiano ma che hanno gravi difficoltà non solo a leggere e a scrivere ma addirittura a parlare, vivendo nella solitudine e nell isolamento, don Milani apre un doposcuola, caratterizzato dall austerità e dal rigore nello studio. Don Milani lo descrive in questo modo: (i ragazzi) per tutto l inverno passano la mattina a scuola dalla maestra, il pomeriggio a scuola da me e tutti i ritagli di tempo a lavorare. D estate la mattina a lavorare fino all alba e il pomeriggio tutto a scuola da me fino a buio. La domenica scuola da me mattina e sera interrotta solo dalla Messa e dal Vespro. Vacanze mai. Gioco mai. E non perché io glieli proibisca, ma soprattutto perché io non glieli propongo e così non passa loro neanche per la mente il pensiero d essersi guadagnato un giorno di vacanza. Perché? Per andare dove? La vita non ha per loro alternative che lavoro e scuola. L una fa da ricreazione all altra e viceversa. In altre parrocchie dove non c è scuola come qui alterneranno lavoro a lavoro ( da Esperienze pastorali pg. 159) Mi piace riportare questa citazione direttamente da don Milani non solo per introdurre le caratteristiche oltremodo impegnative della sua scuola, ma anche per far capire quanto sia lontana dal vero la vulgata, ancora oggi ampiamente diffusa fra i suoi detrattori, che vuole il priore di Barbiana l iniziatore, il suggeritore e uno dei più grandi responsabili del lassismo che, a loro dire, ha caratterizzato e si è diffuso con la scuola dell obbligo. E vero che don Milani nella Lettera a una professoressa sostiene che la scuola dell obbligo deve promuovere i figli dei contadini e deve garantire a tutti loro il diritto a otto anni di scuola in classi diverse, dalla prima elementare alla terza media, non le stesse classi ripetute più volte per otto anni, ma don Milani non propone affatto, ed è lontanissima dalla sua esperienza, una scuola facile, accomodante, permissiva e omissiva nei confronti dei suoi studenti. Quando don Milani scrive sulla lavagna di Barbiana il mitico I CARE ( io mi preoccupo, io mi occupo, io mi prendo a cuore ) che è diventato in seguito un facile slogan politico e pedagogico, ha in mente e vuole comunicare ai suoi ragazzi una nozione alta di impegno. L impegno che ognuno deve avere nei confronti delle cose del mondo, rispetto alle quali nessuno può tirarsi indietro e dire che non è cosa che lo riguardi. Il primo impegno ogni uomo l ha nei confronti di se stesso e della sua dignità di essere umano, di cittadino e, se lo è, di cristiano. E in primo luogo l individuo dunque che deve essere educato a prendere coscienza di questa realtà e a prendersi conseguentemente cura di 8

9 se stesso, della propria educazione e formazione. La conoscenza e la cultura per don Milani non sono un fine, come rimprovera a molte scuole e ai docenti impegnati a celebrare la liturgia della conservazione e della trasmissione del sapere che diventa esclusione delle persone, ma un mezzo di cui ogni uomo deve impadronirsi per fare chiarezza dentro se stesso e vedere con altrettanta chiarezza le dinamiche sociali, politiche ed economiche in cui ognuno è inserito, per poter diventare protagonista dell evoluzione sociale a proprio vantaggio anziché subire passivamente, nell ignoranza e nel silenzio, le scelte della borghesia dominante e classista. Il primo mezzo che don Milani intende mettere a disposizione dei suoi studenti è la parola. La parola può essere strumento di esclusione e di oppressione al servizio dell ingiustizia e del privilegio, come già sapeva e praticava don Abbondio, ma può essere e sempre più don Milani vuole che sia, strumento di partecipazione e di liberazione. Per dare la parola ai suoi ragazzi, non solo quella italiana, ma anche quella di molte lingue straniere, perché bisogna entrare nel mondo per conoscerlo, capirlo e, se necessario, cambiarlo, don Milani dedica tutto il suo tempo non impegnato nella diretta pratica pastorale, all insegnamento. Si può dire anzi che l insegnamento diventa il suo modo privilegiato di essere pastore, cioè prete, e di mettere in atto il precetto evangelico di amare il prossimo. Al doposcuola, una volta che i ragazzi hanno preso la licenza elementare e non c è ricambio di studenti dal momento che le famiglie diminuiscono e la natalità crolla, si sostituisce una vera è propria scuola privata e gratuita di avviamento professionale. La scuola media unica sarebbe stata istituita solo nel 1962 e, dopo le elementari, la divisone sociale e geografica ( ricchi e poveri città e campagna) indirizzava gli studenti, a seconda dell appartenenza sociale e della provenienza, verso la scuola media con il latino che apriva le strade ai licei, oppure alle scuole di avviamento professionale, appunto, che consentivano la prosecuzione degli studi solo negli istituti professionali o, al massimo, tecnici. I primi a frequentare la scuola di Barbiana sono sei ragazzi che avevano finito la quinta. Per loro, senza don Milani, ci sarebbero state due sole alternative: affiancare subito e a tempo pieno i genitori nei lavori dei campi, oppure abbandonare i campi insieme alla famiglia per andare in città a cercare un lavoro nelle fabbriche. Ma questo lavoro, per chi era privo di studi e di specializzazione sarebbe stato dequalificato e malpagato, perciò don Milani ha relativamente facile gioco nel convincere i genitori che per il bene dei loro figli, in vista della desiderata promozione sociale ed economica, avrebbero fatto meglio a restare e a consentire loro di frequentare la scuola presso la canonica per poi sostenere gli esami in città. Fin dall inizio la scuola di Barbiana funzionò undici ore al giorno per 365 giorni all anno (366 negli anni bisestili). Così la descrive la voce narrante della Lettera a una professoressa: Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava. D ogni libro c era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era un po più grande e insegnava. Il più vecchio di quei maestri aveva 16 anni. Il più piccolo 12 e mi riempiva di ammirazione ( ) La vita era dura anche lassù. Disciplina e scenate da far passare la voglia di tornare. Però chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. ( ) sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finchè non aveva capito, gli altri non andavano avanti. 9

10 Non c era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio ( ) La scuola sarà sempre meglio della merda. (da Lettera pp.12-13) Don Milani era l unico, instancabile maestro di quasi tutte le discipline. Si avvaleva, come abbiamo visto, dell aiuto dei ragazzi più grandi che avevano abbastanza istruzione per fare a loro volta da maestri ai più piccoli, con una splendida messa in pratica di quello che oggi è definito cooperative learning ma che noi sappiamo già usato con successo, più di 100 anni prima da San Giovanni Bosco. Poteva contare anche sulla collaborazione di due professionisti dell insegnamento. Uno fu il professore di latino al liceo di Prato Agostino Ammanati che si impegnò a diffondere la cultura della musica, dell arte e del teatro fra i ragazzi di Barbiana e l altra fu la professoressa di lettere Adele Corradi che chiese il trasferimento dalla città in una scuola del Mugello per affiancare all insegnamento mattutino nella scuola dello stato quello pomeridiano a Barbiana, fino a che questo impegno divenne esclusivo dopo il suo collocamento in pensione. Il suo compito principale era quello di preparare in latino gli studenti che volevano iscriversi alle magistrali. Don Milani inoltre sollecitava il contributo di esperti, reclutati fra i conoscenti, gli amici e gli ammiratori che col tempo avevano cominciato a conoscere e ad apprezzare quello che egli stava facendo a Barbiana, e che occasionalmente intervenivano per portare il contributo delle loro esperienze e conoscenze particolari. Per parte sua don Milani, come risulta dalle testimonianze dei suoi studenti e collaboratori, era un maestro molto severo. Applicava e pretendeva il rispetto di una rigida disciplina perché doveva dimostrare e far capire anche in questo modo ai suoi studenti, figli di pastori, che la scuola era una cosa seria. Non risparmiava la mortificazione del biasimo, quando lo riteneva necessario, le grida di rimprovero e anche il ricorso alle frustatine, date con un ramoscello, alla contadina, a chi non si impegnava o disturbava l applicazione degli altri. Ma il suo rigore, che già all epoca faceva storcere il naso a chi insegna pedagogia all università e i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline ( Lettera pg. 13) si accompagnava ad un intenso calore umano, alla viva partecipazione per la sorte dei suoi ragazzi che si sentivano amati e protetti da lui che li attendeva sulla porta della scuola ogni mattina e li accompagnava per un tratto sulla via del ritorno alla sera. Avendo scelto di fare della sua vita una missione al servizio dei più deboli e abbandonati, don Milani riteneva che l autoritarismo del maestro fosse una condizione necessaria per avere rispetto e raggiungere gli scopi che si era prefisso a loro vantaggio. Il professor Ammanati, intervistato da Neera Fallaci offre questa testimonianza: Don Lorenzo diceva: -i ragazzi con me hanno sempre torto-. Non credeva agli spontaneismi in educazione, non credeva affatto che un ragazzo potesse essere abbandonato alle sue tendenze, ai suoi impulsi naturali. Per lui un ragazzo era come una vite: che va innestata e potata e curata e sostenuta perché possa dare il prodotto migliore. Però non era un autoritarismo fine a se stesso. C è una lettera in cui scrive: -Il fine ultimo di ogni scuola è tirare su dei figliuoli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere-. E una lettera di risposta a Michele ( uno dei ragazzi di Barbiana) che, mentre faceva il sindacalista a Milano, aveva mosso delle critiche alla scuola di Barbiana. E don Lorenzo: - E è meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliuolo, perché è segno che quel figliuolo è già uomo e non ha più bisogno di balia -. Ma finché il ragazzo aveva bisogno di balia lo dominava (N. Fallaci Vita del prete Lorenzo Milani- dalla parte dell ultimo- pg. 340) 10

11 Ma come funzionava la scuola a Barbiana? Abbiamo visto che era davvero una scuola a tempo pieno, anzi pienissimo, e che l insegnamento severo di don Milani era finalizzato al superamento degli esami di stato presso le scuole pubbliche per poter continuare gli studi a livello superiore in città. Vi si studiavano dunque tutte le materie previste dai programmi ministeriali, tranne la ginnastica per la quale don Milani aveva una vera e propria antipatia e la religione intesa in senso confessionale. Per quanto riguarda la prima la giudicava superflua per ragazzi che quotidianamente praticavano esercizio fisico affrontando le lunghe camminate da casa a scuola e viceversa, lavorando nei campi e vivendo liberamente a contatto con la natura. Quanto alla religione invece, riteneva che averne ottenuto dallo Stato fascista, con il Concordato del 1929, l insegnamento obbligatorio nelle scuole fosse uno dei più gravi danni per la Chiesa. In questo modo, infatti, da un lato la Chiesa aveva accettato la sudditanza ad uno Stato verso cui si trovava ad essere debitrice e politicamente compromessa, dall altro dimostrava di considerare naturale il fatto di poter imporre con un atto d imperio la fede, come qualcosa che può essere insegnato e imparato e non già come un valore che può essere solo individualmente ricercato e conquistato. Per parte sua don Milani riteneva invece che fosse fondamentale la conoscenza della storia sacra, di quella ebraico-cristiana in particolare, ma non solo, e dedicava molto tempo a questo insegnamento che basava sulla ricerca di documenti e sulla vera e propria creazione di sussidi utili a favorirne l apprendimento. Ma alla scuola del priore si insegnava e si imparava anche molto altro, molto di più e in modo assai diverso da quello che avveniva nelle scuole tradizionali. L obiettivo principale era la conquista della parola perché è solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli ( da Lettera) Prima di tutto era necessario imparare a leggerla per decifrare il messaggio apparente e quello sottinteso dei testi e arrivare così a capire il mondo nella rappresentazione che ne davano i detentori del sapere e del potere che per don Milani in larga misura coincidevano. Poi bisognava imparare a padroneggiarla, parlandola e scrivendola per dar voce alle proprie ragioni e per contestare le ragioni sbagliate degli altri, per comunicare le proprie esperienze e per entrare in relazione con gli altri uomini nel mondo. Con queste finalità don Milani introdusse a Barbiana delle pratiche didattiche all epoca innovative o addirittura rivoluzionarie che in seguito sono state acquisite dalla scuola come modalità e strategie condivise da molti e oggi ampiamente diffuse. Tutto l insegnamento, nei contenuti e nelle forme era basato sulla concretezza. Concretezza di vita vissuta, di problemi reali, di situazioni di vita e di lavoro che appartenevano all esperienza degli allievi e delle loro famiglie o che erano documentate dalla cronaca. Il testo base era la Costituzione della Repubblica. La lettura e la comprensione dei diritti e doveri dello Stato e dei cittadini affermati nei suoi articoli dovevano diventare secondo don Milani il metro di giudizio per la valutazione di quanto effettivamente era messo in pratica in campo politico e socio-economico. Molte ore erano dedicate alla lettura dei giornali quotidiani e al loro confronto, per conoscere i fatti e ancor di più la molteplicità e la diversità delle opinioni che questi generavano. Si leggevano riviste specializzate in campo tecnico e scientifico senza il timore che allargare il campo della conoscenza potesse minacciare e ridurre quello della fede. Don Milani, riservato e attento a non provocare con i suoi comportamenti e le sue relazioni anche 11

12 la più piccola ombra di sospetto, fu un pioniere dell educazione sessuale. Anche in questo caso fu attentissimo alla qualità dell insegnamento e alla competenza degli esperti chiamati ad insegnare e la serie delle lezioni, fra lo scandalo anche di molti che gli erano vicini, fu inaugurata da un ginecologo. Si studiavano le lingue straniere, utilizzando al meglio la tecnologia allora disponibile che metteva a disposizione lezioni registrate su dischi e don Milani cercava e favoriva l incontro e lo scambio con ragazzi stranieri per far conoscere e praticare dal vivo le lingue imparate sui dischi. Fra le spese più ingenti che il priore sosteneva direttamente, con grande sacrificio e non di rado indebitandosi, c era quella per i viaggi all estero dei suoi ragazzi a cui cercava sistemazioni sicure nei paesi stranieri perché potessero trascorrervi periodi più o meno lunghi lavorando e vivendo a contatto con la gente del posto. La scuola di Barbiana non esisteva come edificio scolastico. La scuola era nella canonica e, al bisogno, anche nella chiesa. Don Milani e i suoi studenti provvedevano direttamente alla realizzazione degli arredi e della maggior parte della strumentazione necessaria. Tavoli e sedie venivano fabbricati direttamente sul posto con il legname dei boschi. D estate si studiava all aperto, all ombra degli alberi e, a un certo punto, venne scavata e allestita un ampia vasca d acqua che pomposamente venne definita piscina e che serviva proprio ai bagni e al refrigerio estivo. Ognuna di queste situazioni di lavoro era per don Milani occasione di insegnamento e di apprendimento, pretesto per allargare il discorso alle tecniche di lavorazione, alla loro evoluzione storica, allo studio dei materiali e delle loro caratteristiche. Nella scuola di oggi questo modo di imparare attraverso il fare e di mettere gli studenti in condizione di applicare quello che conoscono si definisce attività di laboratorio e anche questo è un debito che la scuola deve pagare a don Milani. Un altro e non minore contributo che don Milani offrì alla scuola del futuro, intraprendendo per primo una strada su cui sarebbe stato seguito solo molti anni dopo, fu quello relativo all attenzione e all integrazione dei bambini disabili. Nel 1964 venne accolto a Barbiana Marcello, figlio handicappato di una famiglia disgraziatissima. Questo bambino visse praticamente con don Milani fino alla sua morte nel 1967, condividendo sempre al suo fianco l esperienza della scuola. Negli ultimi anni, già gravemente ammalato, don Milani continuava il suo insegnamento nonostante la progressiva debolezza indotta dal progredire del male e dalle terapie. Faceva lezione seduto in poltrona, poi su una sdraio, infine dal suo letto da cui non aveva più la forza di alzarsi. In queste difficili condizioni don Milani si impegnò non solo ad amare ma anche a recuperare con caparbietà questo bambino che a cinque anni non sapeva ancora parlare, facendone il suo prediletto e avendolo sempre di fianco in ogni momento della scuola che dedicava agli allievi più grandi e normodotati. Riuscì, con un metodo che solo la sua intelligenza unita all amore potevano suggerirgli, a dare la parola anche a Marcello e a metterlo in condizione di dire alcune frasi. La legge 517 che abolisce le classi differenziali e apre ai disabili la frequenza delle classi comuni, di fianco ai compagni normodotati è del 1977, dieci anni dopo la morte di don Milani. La scuola di Barbiana si identificò, finchè egli visse, con don Milani e non gli sopravvisse. Si era evoluta nel tempo seguendo la crescita e i bisogni dei suoi studenti, adattando il livello di insegnamento al progredire delle loro conoscenze e all emergere delle loro esigenze scolastiche e professionali. Nata come doposcuola elementare, seguì i suoi studenti trasformandosi in scuola di avviamento professionale per poi specializzarsi come 12

13 scuola media unica nel periodo in cui il suo bacino di utenza si allargò ad accogliere e a dare un altra opportunità di istruzione ai molti ragazzi bocciati nelle scuole medie dei paesi circostanti. Divenne infine una scuola superiore, frequentata alla vigilia della sua morte solo da una decina di ragazzi. Gli altri, i più grandi, se ne erano andati a lavorare, o a continuare gli studi in città e tornavano a Barbiana solo per visitare il priore che continuava ad insegnare e ad educare dalla sua camera di malato terminale. E don Milani era orgoglioso di quel loro essere andati a testa alta e a schiena dritta nel mondo perché riteneva che fosse compito della scuola e dei veri maestri educare gli allievi ad essere liberi, più grandi e più sapienti dei loro educatori. Allo stesso tempo era commosso dal loro ritorno e dispiaciuto dei molti che si erano perduti nonostante il suo impegno e il suo insegnamento. Don Milani morì a Firenze, a casa della madre il 26 giugno Ma come egli stesso aveva deciso fin dal suo arrivo in quello sperduto paesello di montagna, fu riportato a Barbiana dove fu sepolto, secondo le sue disposizioni, con i paramenti sacri e con i suoi scarponi da montagna e dove ancora riposa Ai suoi ragazzi lasciò scritto: Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. 13

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