06/02/2015 L'ESPRESSO

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1 06/02/2015 L'ESPRESSO

2 INDICE RASSEGNA STAMPA 06/02/2015 L'ESPRESSO ESPRESSO 12/02/15 P. 38 Primarie d'oro in laguna Politica Gianfrancesco 1 Turano 12/02/15 P. 58 Salvate Padova Politica Roberto Di Caro 5 12/02/15 P. 48 Bentornato fannullone Personale Stefano Livadiotti 13 12/02/15 P. 54 Ma intanto arrivano più BONUS PER TUTTI Personale Paolo Fantauzzi 14 Indice Rassegna Stampa Pagina I

3 PRIMARIE D'ORO IN LAGUNA A Venezia la corsa per ii candidato sindaco del Pd si intreccia con progetti mil' ' per porto. Tra la cautela di Felice Casson e ii modernismo deiio sfidante Peiiìcam DI GIANFRANCESCO TURANO Gli ultimi soldi per il Mose e gli ultimi rinvii a giudizio per l'inchiesta sulle dighe mobili non sono ancora arrivati che in laguna già si progettano i grandi appalti prossimi venturi. Il più importante è il porto offshore, che vale quasi 2,2 miliardi di curo. Poi c'è lo scavo del canale Contorta, che dovrebbe consentire il transito delle grandi navi da crociera. C'è la risistemazione del quadrante di Tessera, nella zona dell'aeroporto, con un progetto che include il nuovo casinò e il nuovo stadio di calcio, ammesso e non concesso che il presidente della squadra, il russo Yury Korablin, riesca a investire in laguna dopo sei mesi di assenza e il blocco dei fondi per l'embargo internazionale. L'elenco prosegue con l'arsenale, l'ospedale al mare, la bonifica di porto Marghera e la cessione di palazzi storici e isolotti al fondo immobiliare della Cassa depositi e prestiti nella speranza di una privatizzazione che porti ossigeno alle casse comunali. Nel paesaggio veneziano con infrastrutture lo sfondo del quadro è il voto per le primarie Pd fissate per domenica 15 marzo. È il primo passo per chiudere e dimenticare il periodo di gestione commissariale seguita all'arresto e alle dimissioni del sindaco Giorgio Orsoni, travolto dall'inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova (Cvn) nove mesi fa. È vero che, per un commissario che se ne va, due sono appena arrivati, Luigi Magistro e Francesco Ossola, i nuovi amministratori del Cvn e dunque del Mose. Ma la politica lagunare, spesso messa nell'angolo in nome di superiori interessi e intrighi nazionali, tenta di uscire dal fango. Il voto delle primarie non è soltanto la prima occasione. È la chance più importante tE spleaao 1 12 febbraio 2015 Politica Pagina 1

4 Chi vince il15 marzo ha la strada spianata verso la poltrona di sindaco nel palazzo duecentesco di Ca' Farsetti, con affaccio sul Canal Grande. Le vere elezioni cittadine saranno quelle del Pd dato che, a oggi, il centrodestra non ha chance né candidati e dovrà accontentarsi di appoggiare il democrat meno sgradito. Il quartetto degli aspiranti sindaci è composto da Felice Casson, senatore a Roma ed ex magistrato in laguna, dal renziano Jacopo Molina, consigliere dissidente durante il governo Orsoni, dall'ex rifondaiolo Sebastiano Bonzio, anch'egli consigliere uscente, e da Nicola Pellicani, UNA VEDUTA NOTTURNA DEL CANAL GRANDE DI VENEZIA giornalista e presidente della Fondazione intitolata al padre Gianni, storico esponente del Pci-Pds-Ds ed ex presidente della Save, la società che gestisce l'aeroporto internazionale Marco Polo. Intorno alle primarie veneziane l'atmosfera è improntata a un deciso agonismo, soprattutto fra Casson e Pellicani, i due favoriti per la vittoria finale. Pellicani, per ora, evita di personalizzare lo scontro e punta dritto al rinnovamento che è il vero polo ideologico della politica lagunare in contrapposizione con lo spirito conservativo di chi, come Casson, punta alle soluzioni "graduali, reversibili e sperimentali" previste dalla legislazione speciale su Venezia. «La città», ha dichiarato Pellicani, «viene percepita dagli stranieri come vecchia e poco innovativa. Cambiamo il modo di presentarla al mondo. Servono nuove politiche di storytelling rilanciando il binomio cultura e turismo». Lo storytelling non è la specialità di Casson. L'ex sostituto procuratore commenta il duello in modo molto più 12 febbraio Espresso 139 Politica Pagina 2

5 Attualità secco: «Pellicani? Non è del Pd». Il senatore ricorda le polemiche che accompagnarono la sua candidatura nel 2005, quando proprio lui era l'esterno e l'interno era Massimo Cacciari, vittorioso alle primarie contro il magistrato per soli 200 voti. Dieci anni dopo la situazione sembra essersi ribaltata, con il Pd locale che appoggia l'esterno Pellicani. Ma il pericolo vero non arriva dal fuoco amico, già indebolito dallo tsunami giudiziario che ha portato sotto inchiesta, oltre a Orsoni, i parlamentari Davide Zoggia e Michele Mognato e il consigliere regionale Michele Marchese. A Venezia il sindaco, e a maggior ragione l'aspirante sindaco, deve confrontarsi con una serie di dogi-ombra, ognuno determinato a conservare o ad aumentare il suo potere chiunque venga eletto. L'elenco include un banchiere intramontabile come Giuliano Segre, della Fondazione di Venezia (articolo nella pagina a fianco), un finanziere come Enrico Marchi, fondatore della Finint e attuale presidente della Save controllata dalla stessa Finint, l'imprenditore Romeo Chiarotto, proprietario della Mantovani e principale costruttore del Mose, e - ultimo ma non meno importante - il presidente dell'autorità portuale Paolo Costa. L'ex sindaco ed ex europarlamentare ha in mano il progetto più importante dopo le paratoie mobili. Il porto offshore vale 2,13 miliardi di curo a prezzi di partenza e dovrebbe nascere dalle acque a otto miglia da Chioggia con una diga foranea lunga 4,2 chilometri destinata ad accogliere le grandi navi portacontainer e il terminal energetico concepito per spostare dalla laguna il traffico delle petroliere. La soluzione del porto di altura, secondo l'autorità presieduta da Costa, non avrebbe soltanto il merito di risolvere la causa maggiore degli sconvolgimenti ambientali intorno a Venezia ma accrescerebbe i volumi di traffico in un settore vitale per l'economia del Nordest, già colpita dalla crisi. Gli ultimi dati disponibili della Venice Port Authority, aggiornati a novembre del 2014, sono negativi su tutta la linea e fanno segnare un -12,2 per cento nel tonnellaggio complessivo, con 199 navi in meno e un calo di 140 mila passeggeri. La diminuzione più forte è nel settore delle crociere che, per la prima volta dopo anni di crescita, passa da 1,84 a 1,73 milioni di turisti (-5,6 per cento). Il progetto originale era stato affidato prima alla sovrintendenza del Magistrato alle Acque e poi all'autorità portuale. A fornire il primo layout dell'opera è stata la Thetis, società di progettazione veneziana presieduta da Giovanni Mazzacurati, il presidente del Consorzio Venezia Nuova finito agli arresti nel luglio Il Cipe non è mai arrivato a pronunciarsi sullo schema della Thetis, oggi definitivamente accantonato, per una battaglia fra interessi localistici. Lo schieramento dei parlamentari triestini ha sempre osteggiato "pro porto suo" l'offshore veneziano e anche Deborah Serracchiani, governatore del Friuli Venezia Giulia e vicesegretario democrat, non ha mai visto di 40 11EspressO 112 febbraio 2015 Politica Pagina 3

6 DA SINISTRA: PAOLO COSTA, NICOLA PELLICANI E FELICE CASSON. NELL'ALTRA PAGINA: UN RENDERING DEL PORTO OFFSHORE buon occhio l'attivismo di Costa che peraltro,come nota sempre Casson, «non è iscritto al Pd da anni». Casson aggiunge: «Per Venezia è fondamentale lo sviluppo della portualità, crociere incluse. Ma bisogna garantire i posti di lavoro senza interventi distruttivi. Ci sono le alternative all'offshore come ci sono le alternative alle grandi navi da crociera nel canale Contorta. Queste alternative vanno esplorate tenendo conto che il piano finanziario per il porto offshore prevede tempi di rientro lunghissimi per gli investitori. Non so chi possa avere voglia di metterci i soldi». La replica di Costa emana ottimismo nonostante la battuta d'arresto incassata sul progetto per lo scavo del canale Contorta, con una richiesta di 27 chiarimenti da fornire entro il 21 febbraio al ministero dell'ambiente. Sul porto offshore l'ex sindaco ex Pd è convinto di partire l' 11 maggio, quando è previsto il via libera del Cipe. Costa ha un gentleman agreement con la presidenza del Consiglio e con il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. L'accordo prevede che entro la fine dell'anno l'autorità portuale trovi milioni di euro di fondi privati tra armatori e spedizionieri internazionali non ancora identificati. A quel punto, e solo a quel punto, lo Stato metterà altrettanto. L'Autorità sostiene che l'ue parteciperà per il 20 per cento dell'investimento (oltre 400 milioni) dopo avere messo a Il nuovo doge tra politica, affari e musei disposizione, nel 2012, 770 mila euro per la fase preliminare. Poi si procederà alle gare internazionali su tre lotti: la diga e i moli, che sono la parte finanziata dallo Stato (948 milioni), il terminal energetico (625 milioni) e la parte dei servizi e delle infrastrutture (563 milioni) che include le cosiddette "Mama vessel", le grandi chiatte incaricate di portare a riva il carico. La cifra che manca, e mancano diverse centinaia di milioni di euro, sarà finanziata dai privati in una fase successiva del progetto. Cioè, se l'esperienza del project financing in Italia ha insegnato qualcosa, mai. Ma l'importante è partire. Per i ritocchi, le aggiunte e le revisioni prezzi ci sarà tempo in corso d'opera. n Presidente quasi a vita. È un record nazionale quello di Giuliano Segre, nato nel 1940, economista consulente negli anni Ottanta della presidenza del Consiglio, dei ministeri delle Finanze e del Tesoro, del doge socialista delle partecipazioni statali, Gianni De Michelis. Da ventotto anni è al vertice prima della Cassa di Risparmio di Venezia e poi della Fondazione di Venezia ( ex Fondazione Cassa di Risparmio). La sua carriera è passata attraverso la Prima e la Seconda Repubblica ed è stata appena scalfita dalla bancarotta della vicentina Trevitex per cui era stato condannato a 4 anni e alla fine assolto dalla Cassazione. Il regno del banchiere veneziano ha superato cambi di governo, di sindaci e presidenti di regione, e di assetti societari. Oggi Segre è punto di riferimento non solo nella finanza ma anche nella politica veneziana. Sposato con Laura Fincato, anche lei sottosegretario con il Psi e oggi nel Pd, ha affidato la presidenza della Polymnia, società strumentale della Fondazione, a Plinio Danieli, architetto socialista di lungo corso e oggi tra i primi immobiliaristi di Mestre. La Fondazione di Segre non si accontenta dei contributi alla cultura. «Respingendo ogni tendenza al mero mecenatismo», si legge sulla home page del sito, «la Fondazione ha intrapreso una via imprenditoriale, consistente nel creare iniziative inedite, di proprio disegno e diretta gestione». Fra queste ci sono operazioni immobiliari come il progetto M9 per il nuovo Museo di Mestre. Cento milioni di euro sono stati messi a disposizione per realizzare un complesso con spazi museali ma anche servizi e edifici. È stato finanziato anche il restauro di lusso della nuova sede della Fondazione sul Rio Novo, a Venezia. Fra le attività culturali, ci sono le collaborazioni con la società Civita Trevenezie, che fa capo alla Marsilio di Cesare De Michelis, la partecipazione alla Civita di Gianni letta, i contributi alla Fenice, alla Fondazione Pellicani e alla Fondazione Venezia 2000 guidata dall'ex rettore dell'luav Marino Folin. Alberto Vitucci 12 febbraio MSpresso 141 Politica Pagina 4

7 UNA ROULOTTE NEL CAMPO DEGLI ZINGARI BOSNIACI DI VIA BASSETTE, ALLA PERIFERIA OVEST DI PADOVA Le guerre tra poveri. Le gang di ogni colore. La tolleranza zero. I senza casa. E gli studenti che non vengono più. L'ex città gioiello vive il suo momento più difficile DI ROBERTO DI CARO FOTO DI MATTIA BALSAMINI PER L'ESPRESSO 58 I l SpeeaaO 112 febbraio 2015 Politica Pagina 5

8 Politica Pagina 6 23 N'ai

9 I11I6 3t Ili lli'll 60 I lampresso 112 febbraio 2015 Politica Pagina 7

10 Celi-alveari della paura In.questa foto: il parco d' Europa, quartiere Stanga, vicino al centro Fierist cd.a sinistra: il complesso abitativo Serenissima divia Anelli, sempre quartiere Stanga, visto dall 'interno. In basso, da sinistra verso destra: garage e condomini di via Brofferio, quartiere Guizza; una residente nei condomini della stessa via: esce pochissimo, dice, per paura dei furti nelle abitazioni; una delle cinque palazzine del complesso Serenissima Politica Pagina 8

11 Operai, nomadi e CasaPound Manifestazione dei lavoratori della logistica. Nell'altra pagina: il campo nomadi di Via Bassette e, subito sotto, due sorelle romene arrivate in Italia con la promessa di un lavoro poi risultato inesistente: oggi sono senza tetto. In basso, da sinistra: pattuglia dei vigili in zona stazione; un immigrato nigeriano a terra dopo che aveva cercato di sottarrsi a un controllo ; un manifesto di CasaPound in via Mameli Politica Pagina 9

12 Reportage Nessuno sa quanti sono gli stranieri irregolari. Ma si parla di almeno 30 mila persone. Che dormono all'addiaccio. O occupano case e capannoni dismessi f q iyt i F 5 ( W j1v = 1 i= t w >, A! khcia 11 ccade tutto in un paio di minuti, zona Stazione, le sei di sera. In tre Si sottraggono al controllo di Carabinieri in borghese e Polizia locale in divisa e cane antidroga. Urla, tafferuglio, un corpulento nigeriano di 28 anni stende a pugni in pancia due militi, viene bloccato a terra, verrà fermato, gli altri scappano. Il fotografo documenta, le immagini stanno in queste pagine. Sono sempre più frequenti blitz del genere, da quando nel giugno scorso a Padova è stato eletto sindaco Massimo Bitonci, Lega Nord, parole d'ordine sicurezza, lotta al degrado e all'immigrazione clandestina. Ha scalzato un centrosinistra che per dieci anni su sicurezza e mano forte aveva capitalizzato voti e immagine, con il "muro della legalità" eretto dal sindaco-sceriffo Flavio Zanonato attorno ai sette palazzi verdino sporco di via Anelli, regno di spacciatori, prostitute e papponi. Il muro non c'è Politica Pagina 10

13 Reportage più, il ghetto è svuotato e chiuso, la storia no: 125 privati, vittime alcuni e altri che speculando han comprato a due soldi, fanno sì che Comune e Ater non raggiungano il 75 per cento di proprietà necessaria a riqualificare o abbattere. Quale malessere sfilaccia la città del Santo e del Petrarca, di Freda e Ventura e di Toni Negri? Il centro nobile, fra il Giotto degli Scrovegni e il Caffè Pedrocchi, dove la guerra è con gli studenti che lo invadono ogni mercoledì notte: «Vivaddio, l'università si apre alla città, 20 mila giovani sono emigrati in tre anni!», per la neuropsichiatra Beatrice Dalla Barba, Padova 2020 scissione a sinistra dal Pd; o «bevono, urlano, pisciano, spaccano vetri, peggio degli extracomunitari», per Pierluigi l'anziano taxista pro-bitonci. Le periferie, poi. La Guizza a sud, linde villette fascia medio-alta a fianco dei palazzoni popolari disastrati di via Brofferio dove usuali sono i furti in appartamento. Mortise a est, case Ater dove cornicioni e tubature cadono a pezzi, ma un anno fa il Comune gli ha fatto dipingere quattro enormi murales, «forse per dare un'allure di Bronx: 25 mila euro di spesa, pare», è il sarcasmo di Alain Luciani, capogruppo lista Bitonci sindaco, che qui ci vive. A nord, l'arcella, 40 mila abitanti, trafficanti albanesi, tunisini per lo spaccio al dettaglio: ma Silvestrin il gallerista, Gharazeudine il pizzaiolo, Bellon il parrucchiere, la Allegretto della gioielleria, Associazione botteghe di via Buonnarroti, ti mostrano fioriere, panchine e nuova illuminazione: Politica 7M= 1& I «Ne abbiamo abbastanza di veder dipinta l'arcella come un ricettacolo di delinquenza: è piena di stranieri integrati e onesti, comprano come gli italiani, i bambini vanno a scuola, episodi deprecabili accadono dappertutto, comunque ci siamo noi a vigilare». Come mai, rattoppata una falla nel tessuto sociale, subito se ne apre un'altra, non nel marasma delle metropoli Roma o Napoli dove non sai dove mettere le mani ma in una città di 200 mila anime, in parte ancora opulenta, nell'operoso Veneto? Le Cucine popolari di via Tommaseo, due sale per mangiare, docce, lavanderia, ambulatorio, all'ingresso un caotico viavai, sono ricettacolo di una disparata umanità. Operai rumeni senza cantiere, badanti moldave e ucraine senza più nessuno cui badare. Italiani con i capelli ondulati anni Sessanta, con una casa ma senza un soldo, che qui mangiano un pasto a 2 euro e mezzo o un piatto unico a 50 I problemi sociali si misurano nella mensa di Suor Lia. Che dice: «Arrivano sbandati a tutte le ore. Noi siamo solo una goccia in un mare di bisogno» =T centesimi. Senzatetto ospitati negli 82 posti dell'asilo notturno del Comune e altri trecento da Africa, Asia, Est Europa. Persone che dormono su una panchina, sotto un viadotto, in edifici abbandonati o in case scassinate alla bisogna (sì, capita, specie alla Stanga). Il tossico che urla e mostra i pugni. La sballata che torva ti avverte, i giornalisti non ci piacciono. E lui, Hassan, somalo di 26 anni, che apre la cartella e mostra un pacco di diplomi di italiano, informatica e quant'altro, sul cellulare le foto sue di quand'era a Torino, con il console somalo, il sindaco Fassino, la ministra Kyenge: progetti per i connazionali, non foto-opportunity. E a Padova da 8 mesi. Dove dorme? «Sotto dei cartoni, dove trovo un posto libero». Le Cucine esistono da 130 anni, sono della Diocesi, contano su tredici operatori, cento volontari a turno e lei, suor Lia, minuta, capelli bianchi, dedizione totale ma anche la durezza necessaria a fronteggiare situazioni ardue: dove ora parliamo, un tunisino ha sgozzato un connazionale, storia di soldi e droga. Dice suor Lia che «arrivano sbandati a tutte le ore, la gente che cerca di sopravvivere sulla strada è tanta e senza riferimenti certi, ciò che noi riusciamo a dare è una goccia in un mare di bisogno». Non è tenera nemmeno verso quanti, «generosi e disponibili al volontariato, appena proponi servizi d'accoglienza vicino a casa loro firmano petizioni contro: aiutiamoli, ma un passo più in là». Quadro fosco: «Dirigo le Cucine da vent'anni. Vedo oggi tornare molti che avevamo sistemato Pagina 11

14 DA SINISTRA: I PALAZZI POPOLARI DI VIA CARRARO AMMINISTRATI DALL' ATER; L'INTERNO DELLE "CUCINE ECONOMICHE POPOLARI" GESTITE DA SUOR LIA; SCORTE DI CIBO NELLA SEDE NAZIONALE DEI "BEATI COSTRUTTORI DI PACE"; MASSIMO BITONCI, SINDACO LEGHISTA DI PADOVA DAL GIUGNO 2014 allora. Senza niente. E hanno perso anche la speranza». Lì dentro entrano spacciatori, bisogna poterli identificare, ha dichiarato il sindaco Bitonci. Non si schedano gli affamati, gli ha risposto secco Antonio Mattiazzo, arcivescovo di Padova e teologo. Esci, giri l'angolo, al muro un manifesto di Casa Pound: «Veneto crocifisso. Stop invasione. Basta porgere l'altra guancia». Sono 32 mila, a Padova, gli stranieri regolari, altrettanti nel resto della provincia. 32 i rifugiati e richiedenti asilo entro il Progetto nazionale Sprar. 103 i minori stranieri non accompagnati, ospitati in istituti cattolici, costo per il Comune 850 mila euro. Meno di 200 i profughi in gestione alle cooperative, 34 euro al dì dalla Prefettura: ma arrivano, scappano, altri li sostituiscono. «Ora però siamo saturi, i bandi sono esauriti, le amministrazioni non ci aiutano», ha dichiarato nel bilancio di fine anno il prefetto Patrizia Impresa, elencando un lieve calo dei furti in casa, il crollo del consumo di cocaina che costa troppo e il folle aumento di eroina, tre volte tanto, 20 euro a dose, fumata o sniffata. Ma gli irregolari, i clandestini? Se lo chiedi al prefetto cala il gelo, niente cifre a casaccio. Altri 30 mila, secondo stime ufficiose. Incontrarli è facilissimo. Anche cacciarli dagli edifici che occupano e sbarrare gli accessi, salvo ritrovarli tre giorni dopo nello stesso posto, però all'addiaccio. Tipo Elena, incinta, e Sabrina, con problemi ai polmoni. Romene, sui trent'anni. All'ex Laboratorio di chimica agraria di corso Australia. Di che vivono? «Elemosine. Se no di quello che troviamo nei cassonetti». Lo stesso al decrepito ex- Macello, senza vetri alle finestre. E all'ex- Foro Boario, 15 zingari serbi e 30 romeni. «Certo, operiamo con politiche aggressive, ma nel pieno rispetto delle regole», rivendica Bitonci, alle spalle un bel dipinto della Battaglia di Lepanto con la flotta musulmana in rotta; e difende il suo nuovo regolamento di polizia, divieto di accattonaggio anche non molesto, di vendita alcolici sotto i 18 anni anziché i 16 di legge, di consumo cibi e bevande per strada se non nelle vicinanze dei dehors. E la regola che, nell'assegnazione di case popolari, privilegia chi a Padova risiede da 20 anni. «L'amministrazione si accanisce su piccole situazioni di grave disagio ma non ha un'idea né un progetto per accoglienza e assistenza. Non che il centrosinistra abbia fatto molto di più, chiacchiere a parte», attacca Nicola Grigion di Razzismo Stop. Ti porta prima a vedere quattro palazzi Ater in via Strattico, «42 alloggi vuoti, ma in provincia tra pubblico e privato sono 40 mila»: al centro una serra subito eretta per incassare i fondi europei. Poi nella sede di una società di meeting fallita, occupata un anno fa da 55 eritrei, somali, sudanesi, ghanesi, ivoriani, battezzata Casa dei diritti Don Gallo: «Vedi quei pancali usati? Ci fanno poltrone, le vendono a 70 euro». Tanta gente che arranca. Guerra tra poveri. Aree dove le regole vanno ripristinate, ma regole che quando le applichi generano ingiustizia e assurdità. Vai da don Albino Bizzotti, fondatore trent'anni fa di Beati i costruttori di pace: «Due zingare, Sue Ellen e Jamaica, vendono piantine fuori dall'ospedale. Sequestro e multa di euro. Devono andare a rubare?» Nella sede dei Beati, un magazzino pieno di roba da mangiare: assistono famiglie. Anziani soli. Immigrati senza nulla. Sinti e rom. «Per loro siamo il punto di riferimento principale». Lo conferma Elvis Seferovic, quando vai a trovare lui e la sua famiglia, 16 adulti e 38 bambini, fra le otto roulotte e le baracche, povere all'esterno curatissime all'interno, sotto un cavalcavia fra due tangenziali in via Bassette: su terreno privato, uno dei 12 campi nomadi in città, due soli comunali. «Ferrivecchi. Da aziende in Veneto e Friuli raccogliamo e smontiamo lavatrici, stufe e frigoriferi per un po' di rame e ottone. Non abbiamo avuto niente dal Comune né abbiamo mai chiesto niente», ti dice attorno a un falò. Affitta, vivi come un padovano, gli ha detto il sindaco. «In un alloggio popolare riusciremmo a pagare il canone, ma quale privato affitta a una famiglia con otto figli? E a che prezzo?» Roberto Di Caro Politica Pagina 12

15 r- r- L-B ILI L L]MÀIll Sei anni fa veniva +9,4% +8,4% +8% approvata la legge Brunetta. Ma oggi le assenze nel pubblico impiego sono di nuovo in crescita. Mentre calano nel privato DI STEFANO LIVADIOTTI n settore pubblico n settore privato DATI SULLE ASSENZE DEI LAVORATORI PER MALATTIA. VARIAZIONI % TRA IL 2012 E IL 2014 TOTALE NUMERO GIORNI CERTIFICATI MEDICI DI MALATTIE DI LAVORO PERSI -2,9% -4,4% -2,1% Personale Pagina 13

16 Ma intanto arrivano più BONUS PER TUTTI I dipendenti licenziati per motivi disciplinari sono una rarità. Mentre gli incentivi di produttività sono diventati una farsa DI PAOLO FANTAUZZI Se finirà con una semplice tirata d'orecchi, è presto per dirlo: il procedimento è ancora in corso e ci vorranno giorni prima di arrivare a una conclusione definitiva. A ogni modo i vigili urbani della capitale che la notte di Capodanno hanno dato forfait in massa, nemmeno fossero stati colpiti da un'improvvisa pandemia, in teoria avrebbero ben poco da stare tranquilli. Perché è una leggenda metropolitana la vulgata secondo cui «i licenziamenti nel pubblico impiego non esistono». E non solo l'attestazione di un falso stato di malattia, come sembra sia accaduto a Roma, è una delle fattispecie che prevedono la giusta causa per l'allontanamento, ma ora il governo - proprio sulla scorta di quanto accaduto - intende facilitare sanzioni e rimozioni (vedere il riquadro a pagina 56). CHE FAI, MI CACCI? Che il tema sia spinoso e la situazione tutt'altro che semplice lo dimostra tut- tavia la vaghezza assoluta che circonda l'argomento. Al punto che neppure lo Stato ha una visione esatta del fenomeno. Secondo la Ragioneria generale nel 2013 sono stati 620 i dipendenti pubblici licenziati, mentre al ministero della Semplificazione ne sono stati comunicati molti meno: 220. Altrettanto impossibile è sapere con esattezza quanti sono stati i reintegri a seguito di sentenze dei giudici, perché il dato a livello aggregato non viene monitorato. Meno incertezza La pubblica amministrazione in Italia Costo dei dipendenti statali pari al 11,6% del PIL (dati 2013) Totale dei dipendenti statali (dati 2013) Licenziamenti nel 2013 Enti locali 339 Serv. sanitario naz. 114 Scuola 48 Agenzie fiscali 28 Enti pubb. non economici 26 Ministeri 20 Università 18 Vigili del fuoco 11 Ex lacp 8 Enti di ricerca 3 Organi costituzionali 2 Autorità indipendenti 2 Corpo forestale 1 per un totale di 620 pari allo 0,018% dei dipendenti Personale Pagina 14

17 IL MINISTRO MARIANNA MADIA, CHE DEVE RIFORMARE LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE sorprese. A cominciare dai 16 insegnanti di religione alle medie, ai quali vanno sommati 28 dipendenti delle agenzie fiscali, 15 medici del Servizio sanitario nazionale e così via. Un panorama variegato, che comprende pure qualche dirigente: 26 in tutto, dalla Regione Toscana all'ater di Gorizia, dall'università di Siena alla Provincia di Monza, dove i manager mandati a casa sono stati addirittura due. Numeri infinitesima- li, rispetto ai tre milioni e 233 mila impiegati statali: i licenziamenti ammontano allo 0,02 per cento. Uno statale ogni 5 mila. Tutt'altra storia rispetto al settore privato. Ma sono la prova che gli strumenti per punire l'improduttività c'è invece sui procedimenti disciplinari, censiti unicamente dall'ispettorato della Funzione pubblica: quasi 7mila, conclusi per lo più con sanzioni minori (multe, rimproveri verbali o scritti) ma non di rado con la sospensione dal servizio, la punizione più grave prima della perdita del posto, che a seconda della gravità dell'illecito può arrivare fino a sei mesi (vedere il grafico). "L'Espresso" ha ricostruito i profili di chi ha perso il posto e non mancano le Licenziamenti ultimo triennio Dirigenti E Medici 2011 Cause dei licenziamenti Assenteismo 45% Esito dei proced. disciplinari Licenziamenti Archiviazione 3,5% \ _ I 28% 521 di cui e di cui e di cui e16 I Reati t 36% Negligenza 16% Doppio lavoro 3% La ripartizione si riferisce solo ai 220 licenziamenti censiti dal Ministero della PA Sanzioni Sospensioni \ minori 22,1% 46,4% Ministeri, obiettivi raggiunti? 100% Esteri, Ambiente, Università e ricerca, Lavoro, Politiche agricole, Salute, Interno 99% Trasporti 98% Giustizia 97% Beni culturali, Sviluppo 77% Difesa Fonte: Ragioneria generale dello Stato Fonte: Funzione pubblica Fonte: Autorità Anticorruzione Personale Pagina 15

18 e aggredire furbizie, lassismo e assenteismo ci sarebbero. A volerli utilizzare. UNO STATO QUASI PERFETTO A confermare che finora non sia affatto così è il governo stesso, visto che nel disegno di legge delega sulla Pubblica amministrazione punta a «rendere concreto l'esercizio dell'azione disciplinare». Parole che suonano come un'implicita ammissione: le norme ci sono ma non vengono utilizzate. D'altronde, che la situazione si stia avvitando lo dicono i numeri. Un paio di anni fa per concludere un procedimento sanzionatorio ci volevano in media 78 giorni e nei settori più lenti non si superava il semestre. Oggi di giorni ne servono 102, con punte di oltre sette mesi. A dimostrazione che la riforma Brunetta, annunciata dal suo promotore come una rivoluzione copernicana in grado di risolvere tutti i mali, ha introdotto una serie di adempimenti formali che hanno intaccato assai limitatamente vizi e pigrizie della macchina statale. Eppure, a leggere le relazioni che gli uffici devono stilare sulla base dell'attività svolta, si direbbe che il comparto pubblico in Italia è composto da un esercito di indefessi stakanovisti tali da assicurare un'efficienza teutonica. Ministeri ed enti parco dichiarano un tasso di raggiungimento degli «obiettivi strategici» del 97 per cento e gli enti previden- ziali fanno ancora meglio, rasentando la perfezione: il 99 per cento. Una scrupolosità che stride col senso comune. Anche perché spesso questi traguardi non sono vette così ardue da scalare. Il ministero dell'istruzione, ad esempio, si è fissato quello di garantire il funzionamento degli uffici regionali in modo da «assicurare l'ordinato avvio dell'anno scolastico». Non dovrebbe essere scontato? Idem alle Politiche agricole, dove in tempi di tagli è ritenuto un grande risultato farsi bastare i soldi. Ovvero ripartire i fondi «per assicurare il livello minimo dei servizi in presenza di insufficienti stanziamenti». Nemmeno questo un obiettivo improbo, ma ritenuto comunque strategico. E così via di questo passo, dalla «definizione di una mappa dei servizi erogati» (Croce rossa) alla generica «valorizzazione del personale» (ministero dei Trasporti). Fino al vaghissimo proposito di «conseguire economie strutturali» che si è prefissato l'inail. Tutti traguardi, ça va sans dire, raggiunti al 100 per cento. BONUS PER TUTTI In realtà questo non è affatto un buon motivo per essere ottimisti. Tutt'altro, secondo l'autorità nazionale anticorruzione: «Gli straordinari risultati positivi appaiono irrealistici ed in contrasto con la percezione dei cittadini» si legge nell'ul- Lo scandalo vigili rilancia le sanzioni Anche se non ci saranno conseguenze, l'hanno combinata grossa. Non fosse stato per i vigili urbani della capitale, il giro di vite del governo su licenziamenti e sanzioni infatti non ci sarebbe stato. Tant'è vero che nel ddl Madia, varato la scorsa estate e ora all'esame del Senato, il tema non veniva affrontato. Ora, dopo il caso di Roma, l'esecutivo è stato costretto a intervenire. E il risultato si è visto il 20 gennaio, quando a Palazzo Madama è arrivato un emendamento ad hoc all 'articolo 13, quello dedicato al riordino della disciplina del lavoro : cinque stringati commi che ampliano la delega al governo e inseriscono temi nuovi relativi a controlli, valutazione e procedimenti disciplinari. Il menu prevede di affidare la competenza sulle visite fiscali dalle Asl all'inps (che però negli ultimi anni ha visto costantemente ridotti i fondi a disposizione ) e in caso dare vita ad apposite commissioni per valutare la condotta dei dipendenti. Ma il perno è la semplificazione delle procedure sanzionatorie, al momento lunghe e farraginose anche per una duplice lentezza, non sempre disinteressata : quella dei dirigenti che muovono rilievi ai loro subordinati e quella con cui le contestazioni vengono notificate una volta che l'istruttoria si è conclusa. Preoccupazioni tutt'altro che campate in aria, perché la legge fissa termini temporali ben precisi per esercitare l'azione disciplinare. Dovrebbe invece restare la possibilità di riammissione in caso di licenziamento disciplinare illegittimo. Dopo lo stucchevole dibattito se il Jobs act fosse applicabile anche al pubblico impiego, che a fine anno ha tenuto banco per giorni, a tagliare la testa al toro ci ha pensato il ministro Marianna Madia, che nei giorni scorsi si è detta convinta della necessità di «prevedere sempre il reintegro» per gli statali. Personale LE VALUTAZIONI DEI DIRIGENTI SONO SEMPRE AL MASSIMO LIVELLO: E COSÌ POSSONO INTASCARE UN EXTRA CHE ARRIVA FINO A 30 MILA EURO L'ANNO tima relazione sulla performance della pubblica amministrazione: «È evidente il "cortocircuito logico" tra le difficoltà del contesto, la riduzione delle risorse disponibili, le criticità organizzative e, a dispetto di tutto ciò, la capacità di conseguimento brillante degli obiettivi strategici». E i protagonisti di questo apparente miracolo sono ovviamente i capi, che riescono quasi sempre a ottenere il punteggio massimo: «Appare preoccupante che, nella gran parte dei casi in cui è applicata, la valutazione dei dirigenti di prima e seconda fascia registri una significativa concentrazione nella classe più alta: la quasi totalità ha conseguito una valutazione non inferiore al 90 per cento del livello massimo atteso». Un po' come se la totalità degli alunni italiani, da Torino a Palermo, avesse una pagella con una sfilza di nove, a prescindere dall'impegno dimostrato durante l'anno scolastico. Tutti diligenti sgobboni? Fra l'altro questa manica larga non è priva di conseguenze sul piano pratico. Al contrario, è determinante per incassare la cosiddetta "retribuzione di risultato", una sorta di premio produttività annuale che è ormai una realtà in tutta Europa: diffusa quasi ovunque, negli ultimi anni è stato introdotta anche in Bulgaria, Lussemburgo, Portogallo e Slovacchia, mentre a Cipro ci stanno pensando. L'incentivo economico doveva essere una delle leve per innescare l'efficienza. Solo che, proprio grazie a una valutazione assai generosa, è diventato un bonus erogato indiscriminatamente a tutti. E nemmeno di così poco conto, visto che si aggira intorno al 20 per cento dello stipendio. Tradotto in cifre, circa mila curo l'anno, a seconda del livello ricoperto. Pagina 16

19 LA SALA OPERATORIA DI UN OSPEDALE: 114 DIPENDENTI DELLE ASL SONO STATI LICENZIATI NEL 2013 Insomma, per assurdo che possa apparire, i soldi a disposizione diminuiscono, da anni il ricambio del personale è fermo, eppure i manager riescono a centrare tutti i target. E a volte ci riescono anche quando non ce ne sono. A Matera, per esempio, alcuni funzionari e amministratori sono stati condannati dalla Corte dei conti per aver liquidato 18 mila curo di bonus ai dirigenti del Comune: nulla di male, se prima avessero almeno assegnato loro qualche obiettivo. CONTROLLATO 0 CONTROLLORE? «C'è una forte resistenza e diffidenza verso il nuovo, ma c'è soprattutto grande difficoltà nel fare buona valutazione, un concetto già alla base della riforma Bassanini, con lo scopo di inoculare cultura della leadership dirigenziale e capacità di far squadra, ma che spesso non è stato riempito di contenuti come si doveva» spiega Gabriella Nicosia, docente di Diritto del lavoro all'università di Catania ed esperta di dirigenza pubblica. «Così, grazie anche a modelli di misurazione della performance e sistemi di rilevazione poco efficaci, ancora oggi ci sono ampi margini di inadeguatezza nell'attribuzione delle retribuzioni di risultato ai dirigenti». Il problema è che le conseguenze sono a cascata. Perché un capo che sa di non rischiare nulla e di poter contare con certezza sul bonus sarà portato a preferire la tranquillità del quieto vivere piuttosto che contestare lo scarso rendimento dei suoi sottoposti. Bacchetta non a caso la Corte dei Conti nell'ultimo Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, dove un intero capitolo è dedicato ai «nodi irrisolti della dirigenza pubblica»: «A fronte di una sostenuta dinamica retributiva non è mai entrato a regime un idoneo sistema di valutazione della capacità manageriale, presupposto per la corresponsione della cosiddetta retribuzione di risultato». Si dirà: ma non c'è nessuno che verifica? Certo che c'è. A validare le relazioni sulle performance e proporre l'attribuzione dei premi ai dirigenti sono gli Organismi indipendenti di valutazione (Oiv). Solo che non sempre l'indipendenza vantata nel nome trova corrispondenza nei fatti. Chi nomina infatti (e quindi retribuisce) i componenti? L'apparato politico, ovvero quello che impartisce le direttive e decide promozioni e spostamenti. Una vicinanza che, oltre ad abbattere le distanze fino a rischiare di confondere controllato e controllore, è anche foriera di potenziali conflitti di interessi. Eventualità non proprio peregrina, se l'anticorruzione ha dovuto chiarire che non può essere nominato nell'oiv di un Comune chi è stato candidato in una lista a sostegno del sindaco. Qualche precedente assai particolare del resto non manca. Nel 2010 l'allora presidente della Provincia di Salerno, il deputato di Fratelli d'italia ed ex An Edmondo Cirielli, scelse "in casa" i membri dell'organismo di valutazione: su sei componenti, ben tre erano stati nell'esecutivo locale di Alleanza nazionale e un altro era stato candidato senza successo alle regionali di pochi mesi prima con una lista di centrodestra. Come presidente era invece stato nominato un avvocato con un passato da assessore comunale. Quanto meno in quota Udeur. n Personale Pagina 17

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